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giovedì 25 ottobre 2007

Neonato omosex e i blogger: Se non è una tua scelta ti rispetto

La campagna della Regione Toscana contro la discriminazione sessuale ha suscitato un putiferio. Il neonato ha scritto al polso “homosexual” sulla fascetta in genere usata per il nome. Accanto la didascalia: “l’orientamento sessuale non è una scelta”.
Il livello delle critiche e la tenuta delle accuse degli insorti sono davvero pietosi. E il loro numero è preoccupante. Emerge l’animo di un Paese omofobo, perbenista e affezionato al motto cattoborghese del “si fa ma almeno non si dice”, che è la versione volgare del dichiararsi disposti a concedere per pietà e compassione, ma non a riconoscere un sacrosanto diritto. Che in questo caso sarebbe quello di vivere secondo le proprie preferenze, comprese quelle sessuali, in assenza di danni a terzi.


L’intento della campagna è lodevole. Purtroppo anch’essa rimanda l’immagine di un clima preoccupante. Prima di tutto – questo è evidente – perché in un “mondo migliore” non ci sarebbe bisogno di simili campagne. Ma soprattutto perché, al di là del dibattito sull’origine dell’omosessualità, sembra suggerire che non bisogna prendersela con gli omosessuali perché la loro non è una scelta. E anche se lo fosse?

Speriamo che sia solo una strategia per abbattere il muro resistente di pregiudizi e isteriche condanne contro le scelte diverse delle altre persone, qualunque esse siano. Perché, è necessario e al contempo assurdo ricordare, gli omosessuali non sono né fenomeni da baraccone, né malati da compatire. Sono persone, poco importa di quale inclinazione sessuale. Per rispettare una persona gli chiediamo forse in che modo preferisce fare l’amore?

(Omosessualità, rimane un tabu cattoborghese, E-Polis).

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Prodi lancia l’ultimatum e s’aggrappa alla poltrona, mentre frana in Senato.

(Panorama) Alla fine Romano Prodi è stato costretto a lanciare un ultimatum, in diretta al Tg3, alla sua riottosa maggioranza: “Non pongo il voto di fiducia, ma esigo che le forze politiche della maggioranza rispettino gli impegni che esse hanno assunto di fronte ai cittadini. È giunto il momento che le forze della maggioranza facciano chiarezza”.

Dopo il martedì difficile del Consiglio dei ministri, per il centrosinistra è il giovedì nero al Senato. Qui la maggioranza è andata sotto ben 4 volte sul collegato alla Finanziaria. Tanto che nel pomeriggio si è scelto di non ricorrere alla fiducia e di andare avanti ad oltranza. Una decisione che potrebbe sembrare di forza e invece è esattamente il segno della debolezza.

In mattinata il governo è andato sotto su argomenti considerati minori come la soppressione della società Stretto di Messina e delle scuole della Pubblica Amministrazione. Cosa che, a parte il clamore mediatico, non ha molta ripercussione. Se viceversa fosse stata posta la fiducia, anche su un argomento minore, il rischio sarebbe stato la caduta del governo. Ecco perché andare avanti ad oltranza è un modo per certificare, qualora ce ne fosse bisogno, la debolezza del centrosinistra a Palazzo Madama.
La prima vittima nell’Aula del Senato è Franca Rame, che stamani ha votato con l’Unione e contro il suo gruppo, facendo balenare l’idea che lascerà il gruppo dell’Italia dei Valori. Difficile riuscire a parlarle proprio perché la maggioranza è blindata tra i banchi. Ma con un sms la Rame, che più volte ha avuto dei “mal di pancia” nei confronti delle votazioni che le erano state imposte dal centrosinistra, conferma a Panorama.it “lascerò il gruppo dipietrista”. La senatrice è nera: “Avrebbero dovuto informarmi e discuterne. Sono arrabbiatissima”.
E dunque per far portare a casa la pelle al governo Prodi i canuti del Senato si accamperanno in aula fino a che le centinaia di emendamenti non saranno stati discussi e votati. Probabilmente faranno notte. Ma per quanto potrà andare ancora avanti la situazione? Panorama.it ha provato a chiederlo a Piero Testoni, deputato di Forza Italia, responsabile editoria del partito, ma soprattutto uomo dello staff comunicazione di Silvio Berlusconi: “Ci vorrebbe la palla di vetro” esordisce Testoni “ma il vero problema non è la caduta di Prodi. Bensì il dopo Prodi…”. Testoni poi vara un paragone alla Ian Fleming: “È come se avessimo azionato un timer, di cui solo pochissimi sanno quando è l’esatta ora dell’esplosione. Quegli stessi pochissimi sono in grado, come nei film di James Bond, di bloccare il timer in qualsiasi momento”.

Nomi? “Certamente” aggiunge il deputato azzurro “Silvio Berlusconi è uno di quelli”. Ma è uno di quelli che non lo farà… Poi il ragionamento di Testoni entra nel campo avverso: “Nella sinistra manca una figura unica altrettanto forte politicamente e autorevole. E la recente creazione del Pd non risolve: lì ci sono più divisioni e più feriti che non vincitori”. Infine Testoni parla delle mosse del capo dello Stato, Giorgio Napolitano: “Per il dopo Prodi tutto vuole tranne che un automatico ricorso alle urne. Credo quindi” ha concluso Testoni “che si impegnerà, e probabilmente già lo sta facendo, allo spasimo per non portarci alle urne subito”.
D’altra parte lo stesso leader dell’opposizione, Silvio Berlusconi, nel pomeriggio aveva dichiarato: “Quello che è successo oggi non farà cadere il governo Prodi, che invece cadrà su un voto decisivo, su una legge importante e non per un incidente di percorso”.

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Servizi sociali: Verdi, ultrabigotto il progetto di legge della Lombardia. Discriminati i gay.

(Il Corriere della Sera) E' polemica sul progetto di legge della giunta lombarda sui servizi sociali e socio-assistenziali, definito dal verde Carlo Monguzzi ''ultrabigotto''. A far discutere soprattutto l'articolo 5 del testo, dove c'e' scritto che le prestazioni sanitarie e sociali sono finalizzate a ''sostenere la persona e la famiglia con particolare riferimento allo sviluppo di una sana e responsabile sessualita'''. "Siamo alla follia' -dice Monguzzi - Verranno discriminati gli omosessuali? I voyeristi? I feticisti?". Secondo l'ex leghista Alessandro Ce' ''si sconfina pesantemente nella liberta' individuale e nel costume". L'articolo e' stato approvato coi voti della maggioranza di centrodestra.

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8x1000: breve lezione di filosofia per Buttiglione.

Il Senato sta discutendo l’otto-per-mille, che funziona cosi’: il contribuente puo’ scegliere di devolverlo a 7 organizzazioni differenti. Fatto il conto delle scelte espresse, si divide l’otto-per-mille secondo le percentuali risultanti, assegnando secondo queste percentuali anche quello di tutti coloro, il 60%, che non compilano quella parte della dichiarazione dei redditi. In questo modo la Chiesa Cattolica, che ottiene quasi il 90% delle preferenze, riceve anche il contributo del 90% di coloro che non esprimono alcuna preferenza.

Cosi’ circa la meta’ dei contribuenti italiani danno l’otto-per-mille alla Chiesa Cattolica anche se non hanno scelto di devolverlo alla Chiesa Cattolica. Angius ha detto, in aula, che il sistema dell’otto-per-mille viola la liberta’ dei cittadini perche’ il loro contributo va alla Chiesa Cattolica anche se non hanno scelto la Chiesa Cattolica.

Gli e’ stato risposto, da Buttiglione, che il sistema non viola la liberta’ del cittadino che non vuole che il suo contributo vada alla Chiesa Cattolica, perche’ quel cittadino puo’ scegliere un’altra organizzazione (tra cui lo Stato).

Questa replica e’ inammissibile: il fatto che il cittadino non si sia espresso non puo’ essere considerato come un consenso implicito a che il proprio contributo vada alla Chiesa Cattolica.
Si potrebbe replicare che il silenzio puo’ essere considerato una forma di consenso, visto che esiste l’alternativa di scegliere un’altra organizzazione. Ma questo potrebbe essere vero solo se la domanda fosse la seguente: vuoi che il tuo contributo vada alla Chiesa Cattolica?

In quel caso, potrebbe essere lecito prendere non solo l’assenso, ma anche il silenzio, come consenso. Ma se la domanda e’ “A chi vuoi che venga destinato il tuo contributo?”, allora non ha senso parlare di silenzio come consenso, perche’, ovviamente, non c’e’ niente nella domanda a cui si possa dare il proprio consenso.

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Franca Rame: "Lascio ma dopo la manovra".

(La Repubblica) Franca Rame è stanca e «delusa» della politica. Quindi, lascerà il suo posto di senatrice nelle file di Di Pietro ma non ora, non subito. Si è consigliata «con Dario», il marito e premio Nobel Dario Fo, e ha deciso che la situazione è «delicata, complessa e pericolosa» per il paese, quindi frena sulla notizia trapelata e rilanciata dalle agenzie di stampa di una sua lettera di dimissioni già pronta per essere inviata al presidente del Senato, Franco Marini e al leader di Italia dei valori, Antonio Di Pietro.
Dimissioni rinviate a dopo il varo della Finanziaria, senatrice Rame?
«Beh, questo è poco ma sicuro».
Ma lei pensa di dimettersi perché è delusa da questo governo?
«Ho le mie riserve, l´ho detto più volte. Però non voglio in alcun modo nuocere a questo governo, ci sono già tante voci in giro, Berlusconi che preme... Per carità. È un momento troppo difficile per il paese, meglio non ci siano voci negative e perciò mi dispiace che sia trapelata la notizia che lascio il Senato».
Martedì non era in aula, come mai?
«Per ragioni di salute, mi hanno chiamata in otto per informarsi di come stavo, in realtà preoccupati dalla mia assenza. Qui quando ci sei sembri trasparente, devi solo rispondere alla richiesta "vota rosso", "vota verde", "alza la mano, abbassala"... Non ero in aula perché dovevo fare degli esami».
La sua lettera di dimissioni da senatrice comunque è già pronta?
«No, preferisco non aggiungere altro, c´è una tensione palpabile che, anche durante il voto sugli emendamenti al decreto fiscale, si avverte in aula. È un momento davvero delicato per il paese».

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Times: “La Levi Prodi è un assalto geriatrico ai bloggers italiani”.

Come il mondo vede l’Italia. Grillo “crociato”, Prodi “arzillo sessantottenne”: in Italia governano “nonni”.

(Paola Monti - NewsFood.com) “Assalto geriatrico ai bloggers italiani”: questo il titolo di un articolo del Times che commenta la Levi Prodi, ovvero la proposta di legge che, puntando a regolamentare in modo più severo l’editoria, ha finito per mettere in allarme ed in rivolta il mondo della rete.


Sì, perché, se la Levi Prodi diventerà legge, chiunque voglia aprire un blog o un proprio sito internet dovrà obbligatoriamente iscriversi al ROC (Registro degli Operatori di Comunicazione) e sottostare al controllo, alla burocrazia, alle sanzioni e alle tasse, perchè saranno considerate attività editoriali anche quelle esercitate senza scopo di lucro, come i blog.

E’ per questo che anche uno dei quotidiani più famosi al mondo ha deciso di occuparsi dell’argomento e dall’articolo di ieri l’Italia non esce bene: “Considerando gli standard del G8, l’Italia è un Paese strano – si legge – Per farla semplice, è una nazione di legislatori ottuagenari eletti da settantenni, i pensionati. Tutti gli altri non contano”.

E così il Times continua, dipingendo Prodi come un “arzillo sessantottenne” che ha battuto un Berlusconi settantunenne alle ultime elezioni, mentre a Napolitano (82 anni) ne aveva già 20 quando i tedeschi si sono arresi alla fine della seconda guerra mondiale.
Secondo il Times, il governo italiano “non sembra capace di adattarsi al mondo moderno” e la spiegazione è semplice: “Anche il vostro Paese funzionerebbe in questo modo se i vostri nonni fossero in carica”, sostiene l’articolo.

Questa l’introduzione che il Times ci ha riservato, passando poi ad affrontare il tema centrale: la Levi Prodi è descritta come una legge che ha come bersaglio “la vita moderna”, una legge incredibilmente generica che obbliga tutti i bloggers e gli utenti della rete a registrarsi con lo Stato: “Anche un innocuo blog della squadra del cuore o quello di un adolescente che discute dell’iniquità della vita – spiega il quotidiano – saranno soggetti alla vigilanza del governo e alla tassazione (pur non trattandosi di siti commerciali)”.

L’intento della proposta di legge, come è stato scritto quando è passata al vaglio del Consiglio dei Ministri, sarebbe quello di mettere il bavaglio ai bloggers, che ormai rappresentano un vero guaio per quelli che sono al potere”, continua l’articolo.
I blogger, secondo il Times, sono guidati dal “crociato (che alcuni definiscono populista)” Beppe Grillo, “un comico diventato attivista diventato blogger”: secondo il quotidiano, infatti, Grillo è uno di quelli che sanno interpretare e commentare in modo più corretto le vicende italiane sia fuori che dentro al Paese e si batte per un governo più trasparente.

L’articolo del Times si conclude con un appello rivolto a Levi e a Gentiloni: “E così mi appello – scrive il giornalista Bernhard Warner - al ministro italiano delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, ex giornalista, e Ricardo Franco Levi, il deputato che ha concepito questo sbagliato testo di legge. La soluzione migliore per questo Paese è davvero mettere i giovani in silenzio?”.

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Scienziati 'creano' vermi omosessuali.

Al centro dello studio il C. elegans. I ricercatori dell'Università dello Utah hanno scoperto un 'interruttore' genetico nel cervello dei nematodi in grado di modificarne l'attrazione sessuale.

(Adnkronos/Adnkronos Salute) - Scienziati americani hanno cambiato l'orientamento sessuale di alcuni vermi. I ricercatori dell'Università dello Utah hanno manipolato geneticamente i nematodi, in modo che questi fossero attratti da animali dello stesso sesso. L'esperimento sui vermi omosessuali, pubblicato on line sulla rivista 'Current Biology', fa parte di uno studio che ha individuato nel cervello l'interruttore dell'orientamento sessuale. "Sembrano femmine, ma agiscono e pensano come maschi", dice Jamie White, fra gli autori dello studio. "Questo comportamento", cioè l'attrazione per lo stesso sesso, "è parte del loro sistema nervoso".

Insomma, "l'attrazione sessuale è legata a circuiti cerebrali comuni a entrambi i sessi di vermi", spiega Erik Jorgensen, direttore scientifico del Brain Institute dell'ateneo. Ma perché maschi e femmine si comportano in modo diverso cercando un compagno? "La ragione è che le stesse cellule nervose sono ricollegate per alterare la preferenza sessuale - aggiunge - Insomma l'attrazione deriva degli stessi circuiti cerebrali nei vermi".

E nell'uomo? Secondo l'esperto "un biologo dell'evoluzione considererebbe questo meccanismo come potenzialmente comune e alla base dell'attrazione sessuale. Non possiamo dire cosa questo significhi per l'orientamento sessuale umano, ma aumenta la possibilità che la chiave della preferenza sessuale sia 'installata' nel cervello". Certo, ammette lo studioso, "gli esseri umani hanno una volontà libera, e dunque questo quadro nell'uomo è molto più complicato".

Al centro dello studio il C. elegans, un verme utilizzato spesso negli studi e protagonista di ricerche 'da Nobel'. Il nematode non ha occhi, così l'attrazione è basata sull'olfatto. La maggior parte di questi animali è ermafrodita (con entrambi gli organi sessuali), mentre solo uno su 500 è maschio, e praticamente non esistono 'vere' femmine, ma i ricercatori considerano gli ermafroditi tali perché hanno figli. Gli ermafroditi non hanno necessità di accoppiarsi per riprodursi, ma se lo fanno - esclusivamente con un maschio - la loro progenie si moltiplica. I maschi, invece, devono trovare una compagna per riprodursi, e lo fanno acuendo l'olfatto, e sfruttando i feromoni.

I ricercatori hanno scoperto che l'attrazione coinvolge neuroni cerebrali fondamentali e accessori collegati all'olfatto e presenti nel cervello dei vermi. Non solo, nello studio i ricercatori hanno individuato un interruttore genetico in grado di modificare l'attrazione sessuale: agendo sul cervello dei vermi ermafroditi, i ricercatori ne hanno modificato l'inclinazione sessuale, rendendoli attratti non da maschi ma da altri ermafroditi. Dunque, concludono, il cervello è sessualizzato e i feromoni giocano un ruolo chiave.

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Milano città ideale per ospitare l'Expo: ora aspettiamo le votazioni.

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(Milano 2.0) Speravamo che Berlusconi si limitasse a un pranzo pro candidatura Expo, ma sapevamo anche che non ce l'avrebbe fatta a trattenersi dall'arringa politica. Sarà per questo che come regalo di benvenuto, sulla tavola imbandita, ha presentato delle fotocopie con l'indice di gradimento degli italiani tra Governo Prodi e Cavaliere.

Ma lui, che su bastone e carota la sa lunga, ha poi ovviamente ripreso in mano la situazione confermando il pieno sostegno della Cdl a Milano come candidata vincente per l'esposizione internazionale del 2015. Aggiungendo che qualsiasi sarà lo schieramento a capo del Paese in futuro, gli obiettivi fissati saranno portatai avanti, forse anche meglio di adesso.

Oggi è il penultimo giorno di visita dei nostri cari ispettori (nella foto, pubblicata sul Sito del Comune), che sono volati a Roma nella notte, per incontare Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, Presidente del Consiglio, Romano Prodi e il neo leader del Pd Walter Veltroni. Domani grande giornata conclusiva con Massimo D'Alema e poi di nuovo in volo, verso Parigi per il pagellone in vista della votazione finale il 31 marzo, che decreterà la città più idonea ad ospitare l'Expo tra Milano e Smirne.

Ora io ammetto di non conoscere il progetto presentato dalla città turca, però, senza peccare di presunzione, credo sia lettimo dire che se non vinciamo questa edizione siamo veramente messi male. L'Italia avrà i suoi problemi, Milano pure, ma obiettivamente la Turchia ne ha molti di più.

Per una volta tiriamocela quest'acqua al nostro mulino, no? E poi, se ne sono dette tante intorno a questo evento, però va detta anche un'altra cosa: tutti i grandi rilanci delle città più importanti del mondo sono partiti da un evento di portata internazionale. Per un semplice motivo, c'è un giro di soldi inimmaginabile. Non per essere venale, però è un fatto assolutamente oggettivo e se vogliamo anche positivo: quei soldi entrano nelle casse di Milano e se amministrati bene di interventi migliorativi se ne potrebbero fare veramente tanti.

Quando la Moratti dice che ci dobbiamo credere tutti in questa cosa perchè è importante, al fattore economico ci pensa eccome. Ed è vero che fa saltare i nervi pensare che solo per la visita di qualche ispettore la città possa diventare "ideale" per qualsiasi cosa e poi da domani chissà. E' altrettanto vero che se la Giunta vuole la partecipazione dei cittadini, se verrà lasciato tutto al caso si prenderà anche gli insulti dei cittadini...questa volta a livello Expo però!

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Eros Ramazzotti: In uscità venerdì 26 l'atteso doppio album "e2".

Venerdì 26 ottobre sarà in vendita nei negozi il nuovo album di Eros Ramazzotti dal titolo “e2” (Sony BMG Music Entertainment).

Prodotto da Eros Ramazzotti, con Claudio Guidetti, “e2” è un album doppio e raccoglie il meglio della produzione artistica di RamazzottiI: il primo disco contiene 4 inediti e 14 hit in versione originale rimasterizzate, il secondo disco comprende 17 hit rivisitate da grandi artisti del panorama musicale italiano e internazionale.

Oltre alla versione standard di “e2”, sarà in commercio anche la limited edition in formato digipack che contiene, oltre ai 2 cd, 1 dvd con i migliori videoclip di Eros (La luce buona delle stelle, Se bastasse una canzone, Cose della vita, Un’altra te, Più bella cosa, Stella gemella, L’Aurora, Cose della vita/Can’t stop thinking of you, L’ombra del gigante, Solo ieri, I belong to you/il ritmo della passione, Bambino nel tempo).

Foto di Rodolfo Martinez, realizzata presso il Belvedere del Grattacielo Pirelli, Palazzo della Regione Lombardia"

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Dal 26 al 28 ottobre il Pisa Book Festival.

PBF_logo(Jackres ) Ricordo a tutti che questo fine settimana (26-28 ottobre) c'è il Pisa Book Festival, dedicato alla piccola editoria "indipendente".
La bellezza di questa fiera per me sta nel caos che regna sovrano, caos di libri, autori e editori che generalmente non si trovano sugli scaffali delle librerie, "roba" che a prima vista non dice niente ma che sotto sotto nasconde un valore inestimabile.
Nel visitare la fiera suggerisco di armarvi di curiosità e pazienza, fiduciosi che alla fine sarete piacevolemente ricompensati.
Scoprendo "altri" libri vi sentirete pionieri della lettura, in un mondo dove, per fortuna, esiste ancora chi scrive e chi pubblica per comunicare, e non per fare facili quattrini sulla pelle della nostra cultura.

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Arcigay confusa: Arcigay Firenze si dice perplessa su neonato omosex.

In questi due giorni, dalla presentazione della campagna “Gay si nasce”, ideata dalla Regione Toscana e patrocinata dal Ministero per le Pari Oopportunità, molte socie e molti soci della nostra Associazione – e così cittadini simpatizzanti – ci hanno scritto, manifestando il loro disappunto e, talvolta, l’indignazione per il manifesto utilizzato (che ritrae un bambino neonato con un braccialetto di riconoscimento con la scritta “homosexual”) e per lo stesso slogan che la Regione ha voluto attribuire alla Campagna. Ebbene, pur plaudendo l’intento dell’iniziativa, e ampiamente soddisfatti dell’impegno profuso dalla Regione Toscana in materia di promozione dell’uguaglianza di tutti i cittadini e di lotta all’omofobia, ci sentiamo di dover prendere le distanze da una campagna che, ahinoi, dai feedback che abbiamo raccolto in queste ore, non ha saputo arrivare pienamente a tutti i cittadini. Se l’intento è quello di educare al rispetto, di combattere il pregiudizio e di promuovere la parità di dignità e di diritti delle persone lgbt, era essenziale, a nostro parere, improntare una comunicazione ben diversa, non imponendo un etichettamento – come è apparso essere quell’”homosexual” al braccio di un neonato – né inducendo a pensare all’omosessualità non tanto come una variante della sessualità umana – come, del resto, è – ma piuttosto come una sindrome non guaribile che dobbiamo rassegnarci ad accettare. L’Arcigay di Bologna qualche anno fa fece una bellissima campagna dove in un manifesto si ritraeva un pompiere che salvava dalle fiamme una persona; la frase sottostante era proprio “Cambia qualcosa se vi diciamo che è omosessuale?”". Perché – ci chiediamo – la Regione non ha ripreso come idea questa tipologia di linguaggio e questo tipo di messaggio, magari ritraendo comunque un bambino, con nel braccialetto il nome “Marco” e con la frase “Se vi dicessimo che potrebbe amare per tutta la vita un altro Marco, cambia qualcosa?”. Forse le polemiche sarebbero state minori, o meno plausibili, e, una volta tanto, chiunque, per strada, si sarebbe domandato, dentro di sé, se davvero valga la pena continuare a discriminare l’omosessualità. Inoltre, a seguito delle molte comunicazioni pervenuteci, che accusavano la nostra Associazione di aver messo in piedi una campagna assolutamente inefficace, teniamo a precisare che Arcigay Firenze “Il Giglio Rosa” onlus non è stato interpellato né nella fase di creazione né di presentazione della Campagna stessa. Pertanto, chiariamo che la paternità dell’iniziativa è esclusiva della Regione Toscana e che, se ne avessimo avuto l’opportunità, sicuramente avremmo portato in quella sede le nostre perplessità e le nostre idee.


Francesco Piomboni – Presidente Arcigay Firenze “Il Giglio Rosa” - Matteo Pegoraro – Segretario Arcigay Firenze “Il Giglio Rosa”

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Studenti ripresi nudi a scuola nel vicentino: Il video su Youtube.

(La Tribuna di Treviso) Con un video di meno di un minuto, girato durante un dopo palestra nelle docce della scuola, l’istituto tecnico di Agraria «A.Trentin» di Lonigo in provincia di Vicenza, è diventato famoso su Youtube ed è stato ripreso perfino da alcuni siti giapponesi.
«Per i prossimi giorni - ha detto il preside Giuseppe Rossetto - è convocato un consiglio di classe urgente per prendere gli opportuni provvedimenti disciplinari».
Le riprese girate con un videofonino da un anonimo operatore mostrano dei ragazzi che fanno la doccia nudi. E ovviamente diversi di questi sono riconoscibili.
«Durante il consiglio di classe - prosegue il preside, che ha già visionato il video, da poco rimosso dalla rete - verificheremo l’identità dei ragazzi ripresi, alcuni dei quali sono stati evidentemente filmati contro la loro volontà».
E ancora: «Cercheremo di identificare il responsabile o i responsabili della bravate e di capire come e quando si sono svolti i fatti».
All’istituto di Lonigo l’uso del telefonino è sanzionato: all’inizio di ogni anno infatti - ricorda l’autorità scolastica - viene diffusa una circolare che contiene norme e divieti, tra questi ultimi quello dell’uso del cellulare che, tra l’altro, viene requisito. «Qualche problema c’era già stato - dicono alla segreteria della scuola - ma è la prima volta che si verifica un caso così eclatante».
Si tratta dell’ennesimo caso di bullismo che si verifica nelle scuole italiane. Episodi che stanno diventando giorno dopo giorno sempre più frequenti. E di conseguenza creano preoccupazione.
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Ndr. Il video quì sotto non è quello di Lonigo di cui si parla nell'articolo, ma di un'altra scuola sempre italiana e di cui YouTube è zeppo.

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5 per mille: la beffa continua.

(Gino.splinder blog) La beffa del tetto imposto sul gettito ricavato dal 5 per mille da destinare alla solidarietà e alla ricerca continua, alla faccia della mobilitazione del settore non profit.
Quelli della "serietà al governo" ci hanno provato di nuovo con il giochino delle 3 carte, facendo incavolare pure l'Unicef... Evidentemente hanno visto che se aspettano le donazioni spontanee ai ministeri stanno freschi.
Meglio attingere direttamente dal "malloppo". Poi non si lamentino se la popolarià dell'esecutivo è ai minimi storici e le contestazioni si allargano. Pensate: con tutti i "tesoretti" che si sono inventati negli ultimi mesi, pare che non riescano a trovare poche centinaia di milioni per gli emofiliaci. Anche in questo caso il precedente governo, pur in una congiuntura economica molto più difficile, fece meglio di questi che volevano "organizzare un po' di felicità" per gli Italiani.

Fino ad ora hanno saputo solo aumentare le tasse e la spesa pubblica, tagliando le gambe alla già debole ripresa economica, mentre ci raccontano balle. Viene da piangere... Insomma, ci tocca sperare nell'ennesimo "emendamento riparatore"... bravi Bobba e Ferrante, ma non capisco perché ve la prendete con l'opposizione. Vi ricordo che al governo c'è il vostro amato "cattolico adulto" Prodi, e che la finanziaria la scrivono i vostri amici.

L'opposizione può solo controllare e mettere in evidenza le cavolate da essi commesse (tanto quando fa controproposte costruttive la maggioranza le boccia comunque, ricorrendo se necessario al voto di fiducia). E in questo periodo è difficile stare dietro a tanta abbondanza... E a volerla dire tutta, il meccanismo del 5 per mille fu introdotto dal "diabolico" (secondo loro) governo Berlusconi, tramite il criticatissimo ministro Tremonti. Avete voluto Prodi? Adesso godetevelo!

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Le scelte sessuali sono libero arbitrio?

(Massimo Introvigne - Il Giornale) I cattolici non accettano di riconoscere uguale ruolo sociale agli atti e alle unioni omosessuali rispetto all'amore e al matrimonio fra un uomo e una donna. Attenzione: «atti e unioni» omosessuali, non persone. Non conosco nessun intervento della Chiesa dove non si cominci con il sottolineare la dignità della persona omosessuale in quanto persona. La magna charta della Chiesa sul tema, la lettera del 1986 firmata da Joseph Ratzinger a nome della Congregazione per la dottrina della fede, esprime la più recisa condanna delle «espressioni malevole e azioni violente» contro qualunque omosessuale, dichiarandole «lesive dei principi elementari su cui si basa una sana convivenza civile». La Chiesa, dunque, non ha bisogno di lezioni: quando è in gioco la difesa della dignità di ogni persona - credente o non credente, eterosessuale o omosessuale, sano o disabile - si trova sempre in prima linea. Mal'uguale dignità della persona omosessuale non significa che la sua unione con una persona dello stesso sesso abbia lo stesso ruolo sociale e debba godere dello stesso riconoscimento giuridico del matrimonio.

Chi attacca la Chiesa ha capito poco o nulla del metodo Ratzinger. Dal momento che i cattolici - che nel mondo non sono maggioranza - devono allearsi con altri per vincere le loro battaglie, compresa quella contro il matrimonio gay, il Papa preferisce non argomentare anzitutto sulla base della teologia e del Vangelo, ma della ragione.

Anche in tema di omosessualità il documento del 1986 - seguito da una buona ventina d'interventi dell'attuale Papa - si appella in primo luogo alla «ragione umana». Se si limitasse a citare il Vangelo, parlerebbe ai soli cattolici. È invece utilizzando argomenti di ragione che Ratzinger cerca di mettere insieme credenti e non credenti, uniti dall'idea che gli atti e le unioni omosessuali non possano vedersi riconosciuto lo stesso ruolo sociale del matrimonio senza minare le basi stesse su cui si regge da secoli la società. A chi obietta che l'idea di ragione della Chiesa non è la stessa, per esempio, di Zapatero, Ratzinger ha risposto in uno splendido discorso del 5 ottobre scorso che non ci sono una ragione cattolica, una laica e una musulmana o buddhista. C'è una ragione capace di leggere correttamente il reale e una che sbaglia. E chi sbaglia non lo decide il Papa, ma il buon senso. Il comune buon senso sa che rubare, uccidere, spacciare droga è male. Sa anche che le unioni omosessuali non sono la stessa cosa del matrimonio: non fanno nascere bambini, non sono il luogo normale dove i minori sono educati, non hanno costruito quella famiglia che è stata per secoli, piaccia o no, la cellula fondamentale della società occidentale e ne ha garantito la sanità e la coesione.

L'ipotesi secondo cui qualcuno nasce omosessuale non è nuova: è stata formulata nel 1897 da Magnus Hirschfeld. Nonostante abbia conquistato lobby influenti nell'Organizzazione Mondiale della Sanità, non è mai stata dimostrata. Il biologo Simon Le Vay, ripetutamente indicato come scopritore del fondamento genetico dell'omosessualità, ora dichiara di «non averemai asserito questo». Gli studi sui gemelli di Bailey e Pillard, che avrebbero dovuto dare la prova finale che omosessuali si nasce, hanno concluso che questa prova non c'è. I dati più recenti di Dean Hamer, celebrato come lo scopritore del cosiddetto «marcatore omosessuale», sottolineano che oltre il 70% degli omosessuali non presenta tale «marcatore». Allo stato delle ricerche degli scienziati (non dei preti o pastori) si può parlare in «casi singoli» di una «predisposizione », ma non di una determinazione genetica comune e irrevocabile. L'educazione e la socializzazione sembrano i fattori cruciali.

La Chiesa attende serena. Più laica delle lobby omosessuali, chiede solo che il dibattito scientifico sia condotto senza divieti formulati sulla base di pregiudizi, secondo cui «gay si nasce» è un dogma e chi sostiene che «gay si diventa» è un nazista.

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Bellezze in copertina.

"DNA", Australia's best-selling magazine for gay men, questo mese presenta in copertina e, ovviamente, in un servizio al suo interno, Patrick, un superbello di cui pubblichiamo qualche foto.
Nei servizi del numero di questo mese si parla tra l'altro di Zac Efron, ormai un'icona del mondo gay, dei 100 momenti musicali più gay, dei migliori "sex & breakfast" di Barcellona, servizi fotografici con sexy boys, ecc. Se lo trovate in Italia, non perdetevelo.

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Musei gratis? Sarkozy lo fa e perchè noi no?

(Vittorio Sgarbi - Il Giornale) Il ministro della Cultura in Francia è arrivato alle conclusioni dalle quali io ero partito nel breve periodo in cui fui sottosegretario ai Beni culturali in Italia. Con particolare turbamento di funzionari e direttori di museo avevo proposto la gratuità d'accesso ai musei. Le mie motivazioni erano in un certo senso filosofiche, e puntavano a dare maggior fondamento all'educazione dei cittadini che prevede una pubblica utilità per le biblioteche mentre vede i musei come luoghi di piacere, facoltativi rispetto alla formazione. Come dire che nessuno pagherebbe per visionare e consultare un libro antico e tanto meno per leggere un classico come Dante o Machiavelli. Non si capisce, quindi, perché si dovrebbe pagare per vedere Botticelli.
Forse che il piacere estetico visivo ha un carattere più edonistico dei libri che nutrono l'intelligenza? Forse che ciò che è bello è meno necessario di ciò che è buono? Sulla base di questa sottovalutazione del gusto estetico noi ci siamo abituati ad immaginare i musei come fonti di profitto, e facoltativa l'educazione al gusto. Musei e mostre sono spettacoli che garantiscono un piacere che deve essere pagato.
Un diverso concetto deve aver guidato il governo inglese se musei non meno importanti di quelli italiani come la National Gallery e il British Museum di Londra sono a ingresso gratuito anche grazie a una battaglia condotta vittoriosamente da un illustre storico dell'arte come Denis Mahon. Da noi non è avvenuto se non episodicamente e, per esempio, in tempi recenti, a Bologna, dove la percentuale di affluenza ai musei era così bassa che era più costoso pagare l'impiegato della biglietteria. Così, razionalmente, accade che alcune amministrazioni, e Bologna l'ha fatto, scelgano, senza altri modelli, la gratuità dell'accesso ai musei.
Oggi la Francia, con una sperimentazione più radicale, dal 1° gennaio 2008 al 30 giugno 2008, ha stabilito la gratuità totale per le collezioni permanenti di 14 musei, fra i quali alcuni particolarmente importanti come il Museo Magnin a Digione, il Museo Nazionale di Limoges e alcuni prestigiosi musei parigini con aperture alternativamente gratuite e a pagamento. Tutti i giorni il museo Guimet, il museo di Arti e mestieri e il museo di Cluny. Il mercoledì il museo Nazionale d'Arte moderna, il venerdì il Louvre. Quest'ultima decisione è particolarmente significativa per l'altissimo numero di presenze del primo museo di Francia e forse d'Europa. Si stima che la decisione comporti una perdita di circa 2 milioni e 200mila euro, cui lo Stato francese risponde con un'adeguata compensazione. In Italia sarebbe certamente possibile. In parte l'ho stabilito per i musei di Milano, con l'eccezione delle collezioni del Castello che hanno un attivo di circa 600mila euro. È chiaro che l'esercizio di un pubblico servizio deve comportare questa e ben altra spesa, ma il pregiudizio sul patrimonio artistico come nostro «petrolio» ha devastato molte menti un tempo pensanti, facendo dimenticare la finalità e l'obiettivo dello studio della storia dell'arte. Per questo l'iniziativa del ministero francese ha tutto il mio plauso, anche se per la quantità dei musei italiani e per il loro medio e grande interesse, è difficile immaginare che l'integrazione per i biglietti mancanti possa corrispondere alla piccola cifra di 2 milioni e 200mila euro. Ben più ampio il profitto derivante dal patrimonio artistico italiano e dal commercio che vi si muove intorno. Ma non è una buona ragione per perdere l'opportunità di contribuire alla formazione del gusto estetico dei cittadini avviandoli nei musei gratuitamente e in orari serali. Chi in Italia l'ha sperimentato non ha potuto che compiacersene vedendo crescere il pubblico dei musei che potrebbe diventare anche stanziale se vi fossero servizi di ristoro, aree di soggiorno e di lettura che li rendessero ameni e gradevoli. In parte, a Milano, questo è stato realizzato alla Triennale dove non vi sono collezioni stabili, ma soltanto mostre temporanee. Cosicché i palazzi delle esposizioni potrebbero fornire lo spettacolo dell'arte con allestimenti temporanei, mentre i musei potrebbero svolgere una funzione complementare alle biblioteche. Quando la retorica del nostro «petrolio» sarà finita si potrà iniziare a ragionare in questi termini.

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Uno squarcio di luce sulla "Padre Pio S.p,A.",

Padre Pio, ecco il giallo delle stigmate

«Nel 1919 fece acquistare dell'acido fenico, una sostanza adatta per procurarsi piaghe alle mani»

(Sergio Luzzatto- Il Corriere della Sera) Il cerchio intorno a padre Pio aveva cominciato a stringersi fra giugno e luglio del 1920: poco dopo che era pervenuta al Sant'Uffizio la lettera- perizia di padre Gemelli sull'«uomo a ristretto campo di coscienza», «soggetto malato», mistico da clinica psichiatrica. Giurate nelle mani del vescovo di Foggia, monsignor Salvatore Bella, e da questi inoltrate, le testimonianze di due buoni cristiani della diocesi pugliese avevano proiettato sul corpo dolorante del cappuccino un'ombra sinistra. Più che profumo di mammole o di violette, odore di santità, dalla cella di padre Pio erano sembrati sprigionarsi effluvi di acidi e di veleni, odore di impostura.
Il primo documento portava in calce la firma del dottor Valentini Vista, che a Foggia era titolare di una farmacia nella centralissima piazza Lanza. Al vescovo, il professionista aveva riferito anzitutto le circostanze originarie del suo interesse per padre Pio. La tragica morte del fratello, occorsa il 28 settembre 1918 (per effetto dell'epidemia di spagnola, possiamo facilmente ipotizzare). La speranza che il frate cappuccino, proprio in quei giorni trafitto dalle stigmate, potesse intercedere per l'anima del defunto. (...) Il dottor Valentini Vista era poi venuto al dunque. Nella tarda estate del '19, il pellegrinaggio a San Giovanni era stato compiuto da una sua cugina, la ventottenne Maria De Vito: «Giovane molto buona, brava e religiosa», lei stessa proprietaria di una farmacia. La donna si era trattenuta nel Gargano per un mese, condividendo con altre devote il quotidiano train de vie del santo vivo. Il problema si era presentato al rientro in città della signorina De Vito: «Quando ella tornò a Foggia mi portò i saluti di Padre Pio e mi chiese a nome di lui e in stretto segreto dell'acido fenico puro dicendomi che serviva per Padre Pio, e mi presentò una bottiglietta della capacità di un cento grammi, bottiglietta datale da Padre Pio stesso, sulla quale era appiccicato un bollino col segno del veleno (cioè il teschietto di morte) e la quale bottiglietta io avrei dovuto riempire di acido fenico puro che, come si sa, è un veleno e brucia e caustica enormemente allorquando lo si adopera integralmente. A tale richiesta io pensai che quell'acido fenico adoperato così puro potesse servire a Padre Pio per procurarsi o irritarsi quelle piaghette alle mani».
A Foggia, voci sul ritrovamento di acido fenico nella cella di padre Pio avevano circolato già nella primavera di quel 1919, inducendo il professor Morrica a pubblicare sul Mattino di Napoli i propri dubbi di scienziato intorno alle presunte stigmate del cappuccino. Non fosse che per questo, il dottor Valentini Vista era rimasto particolarmente colpito dalla richiesta di acido fenico puro che il frate aveva affidato alla confidenza di Maria De Vito. Tuttavia, «trattandosi di Padre Pio», egli si era persuaso che la richiesta avesse motivazioni innocenti, e aveva consegnato alla cugina la bottiglia con l'acido. Ma la perplessità del farmacista era divenuta sospetto poche settimane dopo, quando il cappuccino di San Giovanni aveva trasmesso alla donna – di nuovo, sotto consegna del silenzio – una seconda richiesta: quattro grammi di veratrina.
Rivolgendosi a monsignor Bella, Valentini Vista illustrò la composizione chimica di quest'ultimo prodotto e insistette sul suo carattere fortemente caustico. «La veratrina è tale veleno che solo il medico può e deve vedere se sia il caso di prescriverla», spiegò il farmacista. A scopi terapeutici, la posologia indicata per la veratrina era compresa fra uno e cinque milligrammi per dose, sotto forma di pillole o mescolata a sciroppo. «Si parla dunque di milligrammi! La richiesta di Padre Pio fu invece di quattro grammi! ». E tale «quantità enorme trattandosi di un veleno», il frate aveva domandato «senza la giustificazione della ricetta medica relativa», e «con tanta segretezza»... A quel punto, Valentini Vista aveva ritenuto di dover condividere i propri dubbi con la cugina Maria, raccomandandole di non dare più seguito a qualsivoglia sollecitazione farmacologica di padre Pio. Durante il successivo anno e mezzo, il professionista non aveva comunicato a nessun altro il sospetto grave, gravissimo, che il frate si servisse dell'una o dell'altra sostanza irritante «per procurarsi o rendere più appariscenti le stigmate alle mani». Ma quando aveva avuto notizia dell'imminente trasferimento di monsignor Bella, destinato alla diocesi di Acireale, «per scrupolo di coscienza» e nell'«interesse della Chiesa» il farmacista si era deciso a riferirgli l'accaduto.
La seconda testimonianza fu giurata nelle mani del vescovo dalla cugina del dottor Valentini Vista, e risultò del tutto coerente con la prima. La signorina De Vito confermò di avere trascorso un mese intero a San Giovanni Rotondo, nell'estate del '19. Alla vigilia della sua partenza, padre Pio l'aveva chiamata «in disparte» e le aveva parlato «con tutta segretezza», «imponendo lo stesso segreto a me in relazione anche agli stessi frati suoi confratelli del convento». Il cappuccino aveva consegnato a Maria una boccetta vuota, pregando di farla riempire con acido fenico puro e di rimandargliela indietro «a mezzo dello chauffeur che prestava servizio nell'autocarro passeggieri da Foggia a S. Giovanni». Quanto all'uso cui l'acido era destinato, padre Pio aveva detto che gli serviva «per la disinfezione delle siringhe occorrenti alle iniezioni che egli praticava ai novizi di cui era maestro ». La richiesta dei quattro grammi di veratrina le era giunta circa un mese dopo, per il tramite d'una penitente di ritorno da San Giovanni. Maria De Vito si era consultata con Valentini Vista, che le aveva suggerito di non mandare più nulla a padre Pio. E che le aveva raccomandato di non parlarne con nessuno, «potendo il nostro sospetto essere temerario ».
Temerario, il sospetto del bravo farmacista e della devota sua cugina? Non sembrò giudicarlo tale il vescovo di Foggia, che pensò bene di inoltrare al Sant'Uffizio le deposizioni di entrambi. D'altronde, un po' tutte le gerarchie ecclesiastiche locali si mostravano scettiche sulla fama di santità di padre Pio. Se il ministro della provincia cappuccina, padre Pietro da Ischitella, metteva in guardia il ministro generale dal «fanatismo » e dall'«affarismo» dei sangiovannesi, l'arcivescovo di Manfredonia, monsignor Pasquale Gagliardi, rappresentava come totalmente fuori controllo la situazione della vita religiosa a San Giovanni Rotondo.
Da subito nella storia di padre Pio, i detrattori impiegarono quali capi d'accusa quelli che erano stati per secoli i due luoghi comuni di ogni polemica contro la falsa santità: il sesso e il lucro. E per quarant'anni dopo il 1920, il celestiale profumo intorno alla cella e al corpo di padre Pio riuscirà puzzo di zolfo al naso di quanti insisteranno sulle ricadute economiche o almanaccheranno sui risvolti carnali della sua esperienza carismatica. Ma nell'immediato, a fronte delle deposizioni di Maria De Vito e del dottor Valentini Vista, soprattutto urgente da chiarire dovette sembrare al Sant'Uffizio la questione delle stigmate. Tanto più che il vescovo di Foggia, inoltrando a Roma le due testimonianze giurate, aveva accluso alla corrispondenza un documento che lo storico del ventunesimo secolo non riesce a maneggiare – nell'archivio vaticano della Congregazione per la Dottrina della Fede – senza una punta d'emozione: il foglio sul quale padre Pio, forse timoroso di non poter comunicare a tu per tu con la signorina De Vito, aveva messo nero su bianco la richiesta di acido fenico. Allo sguardo inquisitivo dei presuli del Sant'Uffizio, era questo lo smoking gun, l'indizio lasciato dal piccolo chimico sul luogo del delitto. «Per Marietta De Vito, S.P.M.», padre Pio aveva scritto sulla busta. All'interno, un unico foglietto autografo, letterina molto più stringata di quelle che il cappuccino soleva scrivere alle sue figlie spirituali: «Carissima Maria, Gesù ti conforti sempre e ti benedica! Vengo a chiederti un favore. Ho bisogno di aver da duecento a trecento grammi di acido fenico puro per sterilizzare. Ti prego di spedirmela la domenica e farmela mandare dalle sorelle Fiorentino. Perdona il disturbo».
Se davvero padre Pio necessitava di acido fenico per disinfettare le siringhe con cui faceva iniezioni ai novizi, perché mai procedeva in maniera così obliqua, rinunciando a chiedere una semplice ricetta al medico dei cappuccini, trasmettendo l'ordine in segreto alla cugina di un farmacista amico, e coinvolgendo nell'affaire l'autista del servizio pullman tra Foggia e San Giovanni Rotondo? Ce n'era abbastanza per incuriosire un Sant'Uffizio che possiamo immaginare già sospettoso dopo avere messo agli atti la perizia di padre Gemelli. Di sicuro, i prelati della Suprema Congregazione non dubitarono dell'attendibilità delle testimonianze del dottor Valentini Vista e della signorina De Vito, così evidentemente suffragate dall'autografo di padre Pio. Agli atti del Sant'Uffizio figurava anche la trascrizione di una seconda lettera autografa del cappuccino a Maria De Vito, il cui poscritto corrispondeva esattamente al tenore della deposizione di quest'ultima: «Avrei bisogno di un 4 grammi di veratrina. Ti sarei molto grato, se me la procurassi costì, e me la mandassi con sollecitudine».
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Wojtyla, il Papa che lo volle santo

Il processo che portò alla canonizzazione di Padre Pio, fortemente voluta da Giovanni Paolo II, ebbe inizio con il «nihil obstat» del 29 novembre 1982. Il 20 marzo '83 iniziò il processo diocesano, il 21 gennaio '90 Padre Pio venne proclamato venerabile.
Fu beatificato il 2 maggio '99 e proclamato santo il 16 giugno 2002 come san Pio da Pietrelcina.

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Il Vaticano veste Prada.

(Rinascita Nazionale blog) Ma quanto costa la Chiesa allo Stato Italiano? Lo sapevate che ci costano quanto una Finanziaria? Sapevate che si potrebbero risparmiare miliardi di euro e quindi diminuire drasticamente le tasse ai cittadini italiani? Il Vaticano, come spende i suoi soldi ?("suoi", per modo di dire).
Attraverso questo video spero di aprire le menti a tanti lettori del mio blog (fin troppo "sudditi" del mondo clericale), sperando di fargli capire una cosa in particolare: se veramente esistesse un Dio, che parla ad ognuno di noi direttamente, degli intermediari, come i nostri amici ecclesiastici, a cosa servirebbero? Mi sapete dire cosa vi sa dare, dal punto di vista religioso, un cardinale o un vescovo? A me sembra che facciano politica, e della peggior specie. E come ho sempre creduto, se una persona volesse veramente seguire l'insegnamento di Cristo, lo potrebbe fare decisamente da solo, autonomamente (fare del bene, se ci pensate, è la cosa più semplice in assoluto, basta uscire di casa e "armarsi" di sani e giusti propositi). Spiegatemi il ruolo di questi "signorotti" della fede: rappresentano solo e soltanto il "potere" della Chiesa; un potere assoluto, autoritario e totale, privo di valenza spirituale.

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In Austria le coppie omosessuali ed eterosessuali saranno uguali davanti alla legge.

Ieri in parlamento a Vienna si è cominciato a discutere il progetto che prevede per le coppie omosessuali gli stessi diritti e doveri delle coppie eterosessuali. Per fine anno l`approvazione.

A gennaio era scomparsa dal programma di governo ma ieri la legge sulle unioni civili è stata presentata in parlamento. Il progetto porta la firma del Ministro della Giustizia Maria Berger e prevede per le coppie gay la possibilità di formare unioni legalmente riconosciute.

Dopo anni di lavoro da parte dei gruppi Lgbt la legge darà alle coppie omosessuali gli stessi diritti e gli stessi doveri delle coppie eterosessuali tranne la possibilità di adottare figli anche se lo scorso anno Vienna, in contro tendenza rispetto al resto del paese cattolico e conservatore, ha iniziato una campagna che invitava le coppie omosessuali a candidarsi per adottare un bambino. La Pdl contempla anche il procedimento di dissoluzione della coppia senza passare per il divorzio.

L'approvazione è prevista per fine anno. L'opposizione dei cattolici ha già annunciato che darà battaglia in parlamento.

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Sassari: insulti a militanti gay. Il Comune ritira il patrocinio alla manifestazione sulle unioni civili.

(Vincenzo Garofalo - L'Unione Sarda) Insultati da gruppi di studenti, spinti fuori dai cancelli da un preside, umiliati di una professoressa: è questa l'accoglienza riservata al Mos nelle scuole di Sassari quando, nei giorni scorsi, alcuni rappresentanti hanno tentato di distribuire volantini davanti alle superiori per pubblicizzare la manifestazione «Unioni civili subito».

Secondo il racconto del Mos, martedì mattina il loro tentativo di volantinaggio è stato respinto in malo modo: «Allo scientifico numero 1 di via Montegrappa un gruppo di studenti ci ha insultato con cori razzisti davanti al preside», racconta Daniele Salis. «Il preside invece di riprenderli, si è accanito contro di noi spintonandoci fuori dal cancello e chiedendoci di allontanarci immediatamente ai dintorni della scuola». Trattamento simile alle Magistrali: «Anche qui insulti e sguardi torvi, in più un'insegnante di religione dopo avere preso un nostro volantino, lo ha strappato e se lo è gettato alle spalle con un gesto di disprezzo».

Diverso approccio al Liceo Azuni e all'Istituto d'arte. All'Azuni gli studenti hanno fatto mille domande e si sono interessati al volantinaggio. La preside ha accettato di intavolare una discussione con il Mos e poi ha acconsentito all'affissione in bacheca della locandina della manifestazione. «È molto grave che persone deputate all'educazione dei ragazzi tengano comportamenti razzisti e discriminatori», commenta il presidente del Mos, Massimo Mele. «I docenti dovrebbero dare l'esempio ai loro studenti, e comportandosi in questo modo fanno arrivare messaggi sbagliati ai ragazzi. Questi sono incitamenti al razzismo e al dispregio dei diritti di tutti i cittadini»

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Sassari. Il sindaco Ganau: mai concesso niente. Il Mos: ecco le prove dei denari concessi e poi annullati . Unioni, retromarcia del Comune. Il patrocinio agli omosessuali viene revocato.

Da due anni, sulla nascita del registro, il centrosinistra evita di portare la discussione in aula. La denuncia dell'ultimo schiaffo del Comune alle unioni civili parte proprio dal Mos: «La maggioranza ci ha revocato il patrocinio per la maratona musicale».

Niente patrocinio del Comune a chi lotta per le Unioni civili. Tanto più se a chiedere la benedizione del Municipio per una maratona di musica e spettacoli in piazza è il Mos, il Movimento omosessuale sardo, diventato negli ultimi due anni una vera spina nel fianco della maggioranza di centrosinistra e sardista che governa a Palazzo ducale.

Il fatto è che la manifestazione è stata ideata per promuovere l'istituzione anche a Sassari del registro delle unioni civili (un surrogato dei Dico), un argomento che sta al Consiglio comunale come il diavolo all'acquasanta. Da due anni, infatti, sulla nascita del registro, il centrosinistra è spaccato, ed evita di portare la discussione in aula. La denuncia dell'ultimo schiaffo del Comune alle unioni civili parte proprio dal Mos: «La maggioranza omofoba e razzista che sta al Comune ci ha concesso e poi revocato il patrocinio per la maratona musicale che sabato dalle 18 alle 24 animerà piazza Santa Caterina», attacca Massimo Mele, presidente del Movimento. «Lo ha fatto solo perché con l'iniziativa chiediamo Unioni civili subito, per una città laica e solidale».

«Non abbiamo mai concesso il patrocinio all'iniziativa», spiega il sindaco, Gianfranco Ganau, «abbiamo ricevuto la richiesta ma visto che non ci è stato fornito il programma abbiamo risposto, chiedendo di inviarcelo. Il programma della manifestazione non è mai arrivato e allora, come avviene sempre in questi casi, il patrocinio non è stato concesso», va avanti il primo cittadino. «E in ogni caso, trattandosi di una manifestazione politica, non avrebbe mai ottenuto il patrocinio del Comune. Anche questa per quanto mi riguarda è la prassi, in caso di iniziative politiche il patrocinio lo nego anche alle manifestazioni organizzate dal mio partito, per cui nel diniego non ci vedo trame oscure o discriminazioni verso il Mos». A contraddire le parole di Ganau sono i rappresentanti del Mos: sventolando due lettere con l'intestazione del Gabinetto del sindaco con tanto di numero di protocollo, documentano prima la concessione del patrocinio di Palazzo ducale alla manifestazione (datata 10 ottobre e protocollata l'11), e poi la comunicazione di revoca dello stesso patrocinio (datata 11 ottobre e protocollata il 12). Nella seconda lettera il Comune spiega al Mos, che «è stato rettificato l'errore materiale» contenuto nella prima comunicazione. «È stato inoltre revocata la concessione per l'utilizzo del logo del Comune di Sassari e per l'affissione gratuita dei manifesti», così si conclude la nota del Gabinetto.

Una retromarcia che non è piaciuta per nulla ai rappresentanti del Mos: «Il patrocinio ci è stato tolto solo perché la manifestazione è intitolata Unioni civili subito», attaccano Massimo Mele e Daniele Salis, del Mos studentesco. «Dopo aver accolto la nostra richiesta l'ufficio di gabinetto mi ha contattato per telefono dicendomi di non prendere in considerazione la lettera con cui annunciavano la decisione di concederci il patrocinio». Salis si è presentato a Palazzo ducale, e, «un'impiegata mi ha spiegato a chiare lettere che con la dicitura Unioni civili, la manifestazione non poteva essere patrocinata». (v.g.)

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Roma Film Festival, Across The Universe: Recensione in Anteprima.


(Spetteguless) Dopo il capolavoro visto ieri, Into The Wild, la Festa del cinema di Roma ci regala un’altra perla di prima grandezza, Across The Universe!
Diretto dalla sceneggiatrice/regista Julie Taymor, autrice di Titus e Frida, il film è un grandioso, fantasioso, teatrale, psichedelico, innovativo e contemporaneo affresco musicale sugli anni 60 e 70, messo insieme da 33 pazzeschi pezzi dei mitici Beatles!
Abbiamo una splendida storia d’amore ambientata sullo fondo degli anni 60, dai cantieri navali di Liverpool, dipinta in maniera “verticale”, alla psichedelia creativa del Greenwich Village, con una New York vista in maniera “orizzontale”, dalle strade messe a ferro e fuoco di Detroit fino ai campi del Vietnam, con due giovani innamorati che vengono coinvolti dai movimenti emergenti della controcoltura pacifista.


Julie Taymor con questo Across The Universe realizza una piccola perla musicale di primissima grandezza, una vera e propria dichiarazione artistica che si fa amare dal primo all’ultimo minuto…
Un film capace di indagare a fondo gli anni 60 partendo da 33 brani storici dei Beatles che “raccontano” letteralmente la storia, la “fanno”, sono parte integrante di essa, costituendone i dialoghi, l’essenza.
Su 120 minuti di pellicola abbiamo solo 30 minuti di dialoghi, tutto il resto sono canzoni, incredibilmente cantate in presa diretta nell’80% dei casi.
Da Girl ad una pazzesca Let it Be versione Gospel, passando per un’incredibile Come Together cantata da Joe Cocker, If i Fell, I am The Walrus, cantanta da Bono, Revolution, Hey Jude, Lucy in the sky with diamonds, All you need is Love e una serie impressionante di hits dell’indimenticabile quartetto di Liverpool.


Tutti i pezzi sono stati magnificamente riarrangiati, scomposti e ricostruiti da Elliot Goldenthal, compositore premio Oscar per Frida.
Splendide le scenografie di Mark Friedberg, spesso chiari omaggi alle controverse e storiche maschere vietnamite del grande Peter Schumann, così come la fotografia, fatta inizialmente di colori sgargianti, accesi, solari, capace di cambiare con l’arrivo della guerra, del Vietnam, facendosi più fredda, scura, quasi “invernale”.

Le originali visioni creative della Taymor, già viste in Frida e Titus, raggiungono qui l’apice, con scene a dir poco geniali, coinvolgenti, capace di sprigionare un’appassionante energia, che prende lo spettatore senza lasciarlo più, fino alla fine.
A coreografare il tutto c’è Daniel Ezralow (ebbene si quello di AMICI... dal far ballare il CULONE di Platinette a questo GIOIELLO... complimenti per il salto di qualità!), capace di montare su “balletti” metropolitani, fatti di movimenti “quotidiani”, rintracciabili in ognuno di noi, in qualsiasi momento della nostra giornata.

Assolutamente sorprendente l’esordiente attore protagonista, Jim Sturgess, incredibilmente “inglese” e “beatlesiano” tanto nei lineamenti del viso quanto nel fisico.
Splendida voce, sgaurdo che buca lo schermo, Jim è l’autentica rivelazione di questa pellicola, che sicuramente gli farà da trampolino di lancio per eventuali progetti futuri.
L’altra metà della mela, Lucy, è interpretata da Evan Rachel Wood, anch’essa bravissima sia nella recitazione che nel canto, cosi come tutto il cast di contorno, da Joe Anderson a Dana Fuchs, passando per Martin Luther McCoy e T.V. Carpio.

Se a questi ci aggiungete tre pazzeschi camei, quello di Bono, Salma Hayek e uno strepitoso Joe Cocker, potete trarre le vostre conclusioni sulla qualità di questo film.
Di scene da segnare con il pennarello rosso ce ne sono a bizzeffe, tranne qualche caso estremo e forse troppo “spinto” e “forzato”, quasi tutti rintracciabili nella parte centrale, per una vera e propria opera rock che si fa “ammirare” ammaliando lo spettatore dal primo all’ultimissimo minuto.
Per tutti quelli che hanno amato Mouline Rouge è un appuntamento semplicemente imperdibile, per tutti quelli che amano i Beatles è semplicemente obbligatorio vederlo, per tutti gli altri che non rientrano in questi due casi fidatevi di questo giudizio, andate a vederlo e uscirete cantanticchiando per tutta la giornata uno dei 33 pazzeschi pezzi di quei 4 miti che sono riusciti con la loro genialità nell’impresa di parlare all’Universo intero.


Voto:8

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Milano: La Pinacoteca più pazza del mondo.

Mutanti" realizzata al computer dall´artista Nicola Artico.
I personaggi di oggi protagonisti dei capolavori del passato .

Daniela Santanchè è una feroce Giuditta, il rugbista Locicero diventa papa Leone X.
Tra gli angeli della Cappella Sistina di Michelangelo spunta Piero Chiambretti.

(Simone Mosca - L'Espresso) Non è semplice inquadrare l´indole di una persona celebre cercando di coglierne soltanto i tratti essenziali. E così l´artista Nicola Artico, 38 anni, originario di Portogruaro, che in questi giorni espone alla Galleria Blanchaert la sua collezione di Mutant Canvas, per aiutarsi ha letteralmente infilato politici, giornalisti, creativi e sportivi dentro ai quadri. Tele famosissime. Icone della storia dell´arte in cui volti noti del nostro tempo si muovono e prendono vita, interagendo innaturalmente sovrapposti con i manichini ad olio dei soggetti originali. Miracoli del montaggio in digitale e del vecchio chroma key, lo schermo blu di fronte al quale si recita a vuoto in attesa che un computer aggiunga il resto.
Un gioco furbo, da artista di corte quello di Artico e delle sue "tele mutanti", in cui sono stati gli stessi personaggi coinvolti a scegliere l´ambiente del proprio ritratto, trasformandosi in committenti. Il risultato, oltre che spassoso, è sorprendente. Sui piccoli monitor dell´allestimento, si assiste a folgoranti vignette che in pochi istanti, azzeccano in pieno e caricano la personalità dei protagonisti.
Enrico Deaglio, affaticato autore di inchieste e di editoriali scomodi, si racconta in tre filmati. Un metafora della ricerca della verità dentro tre capolavori del Caravaggio, un trittico cattolico tra colpa e redenzione, apparente ed evidente. In serie, Deaglio è Pietro che rinnega il Cristo nella Negazione di San Pietro. Giura e spergiura alla guardia che no, lui Gesù non lo ha mai conosciuto. Quindi eccolo nei panni di un altro Pietro discepolo, quello della Cena in Emmaus che insieme all´amico Cleofa non può credere ai suoi occhi: sta pranzando con Gesù. E infine Deaglio è Tommaso incredulo che si arrende all´evidenza del suo dito infilato nella piaga, mentre con la faccia mima uno stupore da cinema muto.
Andrea Locicero, monumentale pilone della nazionale italiana di rugby, si trasforma in Leone X, nel conosciutissimo ritratto di Raffaello commissionato dal Papa che per primo dovette vedersela con Lutero. A modo suo pilone della chiesa cattolica. Oliviero Toscani sceglie 3 maggio 1808 di Francisco Goya per farsi finalmente fucilare da martire, ma a Madrid e dai francesi guidati dal generale Gioacchino Murat.
Cruenti Gad Lerner e Daniela Santanchè. Il primo è un temibile Abramo con spadone con tanto di sorriso sadico ne Il sacrifico di Isacco di Caravaggio. La seconda è Giuditta di Giuditta e Oloferne, ma non quella timida e timorata del Caravaggio, bensì la vedova sanguinaria dipinta da Artemisia Gentileschi. Che senza pietà taglia la gola al despota. E, mentre Piero Chiambretti è uno dei michelangioleschi cherubini che affollano la Cappella Sistina, Vittorio Sgarbi è Narciso (di Caravaggio) ma senza quadro. C´è solo lui, Sgarbi, allo specchio.
Galleria Blanchaert, piazza Sant´Ambrogio 4, mar-ven ore 14-19, sab 15-19, fino al 31 ottobre

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Com’è cambiata la televisione: dalla qualità al sensazionalismo.

Intervista a Ugo Gregoretti, uno di coloro che inventarono l’inchiesta filmata italiana. La grande libertà di espressione non è stata sfruttata perché a dominare è l’audience che premia la non qualità.

(Alessandro Montello - L'Espresso) La prima volta che vide la televisione, quella mitica proposta dalla Bbc dagli straordinari mezzi tecnologici, fu nel 1960. Se l’era portato a Londra per intervistarlo dopo aver mandato in onda una sua inchiesta televisiva: La Sicilia del Gattopardo. Eppure erano già passati quasi dieci anni da quando Ugo Gregoretti faceva televisione. E per l’azienda di stato, la Rai. Con lui un gruppo di professionisti, inquadrati in una speciale sezione del telegiornale, incaricati di far conoscere l’Italia di allora attraverso il nuovo straordinario mezzo di comunicazione. Che loro, Umberto Eco, Furio Colombo, Fabiano Fabiani, Gregoretti e altri, per loro stessa ammissione, non conoscevano proprio. La loro massima ispirazione era il cinema: alla tv guardavano solo come a una provvisoria soluzione di ripiego.
A Gregoretti, che poi di televisione, cinema, teatro, regia lirica ne ha fatta tanta, scandendo il tempo dell’evoluzione della nazione con la sua poetica, la prima edizione di Le voci dell’inchiesta, dedicherà un’importante retrospettiva tutta centrata sull’originale produzione documentaristica del giornalista e regista romano che, domenica 4 novembre, sarà anche presente a un dibattito a lui dedicato.
È stato un omaggio dovuto, allora, sentire Ugo Gregoretti, per commentare gli esordi e l’evoluzione dell’inchiesta televisiva e, attraverso questo, arrivare a qualche considerazione sull’Italia di oggi.
Gregoretti, partiamo dall’origine: che cosa volevate scoprire con le inchieste degli anni Cinquanta?
«Andavamo sistematicamente alla scoperta del Paese che volevamo capire di più. Occorre dire che esistevano dei limiti politici oggi impensabili: c’era una vera e propria censura; ce la saremmo sognata una libertà di espressione come quella attuale».
L’azienda Rai come si comportava?
«Controbilanciava questa censura spronandoci a fare bene il nostro lavoro. Eravamo severamente stimolati dall’azienda e dai nostri capi a fare una televisione che, qualitativamente, fosse la migliore possibile. Ma non c’erano modelli: non è come oggi che si può guardare quello che fanno gli altri e migliorare».
Cioè facevate televisione senza averla mai guardata?
«Negli anni Cinquanta eravamo all’oscuro di quanto succedeva all’estero; dovemmo arrangiarci e inventare il linguaggio televisivo dell’inchiesta. Non avevamo maestri, ma piuttosto dei capi responsabili come Vittorio Veltroni, che ci stimolava a far parlare la gente, a individuare i personaggi. Poi però dovevamo fare tutto da soli».
Anche a livello tecnico?
«I nostri tecnici erano dei ventenni come noi, che avevano cominciato facendo esperienza nel cinema come aiuti degli aiuti degli aiuti. Poi furono assunti dalla Rai quando l’azienda organizzò questa filiazione pseudocinematografica. Alla precarietà del cinema preferirono la stabilità economica e così cominciammo a collaborare insieme».
Eravate dei dilettanti allo sbaraglio?
«Nessuno di noi ne sapeva nulla di questi temi e ognuno era entrato in Rai raccomandato dall’una o dall’altra parte. Non è che avevamo un talento o un’inclinazione specifica: imparammo nel giro di pochi anni e inventammo uno stile».
Lei e chi?
«Eco, Colombo, Fabiani, io e qualche altro: il Didr. Ovvero la sezione Documentari inchieste dibattiti e rubriche. Eravamo una sezione autonoma dei Tg. Che quando volevano farci dispetto ci mandavano a fare le notizie dei telegiornali».
Li definisce dei dilettanti: ma la mitica Bbc premiò La Sicilia del Gattopardo...
«Addirittura proiettò a Londra quel mio lavoro. In fondo per merito nostro, che non avevamo mai visto la televisione degli altri, la tv italiana era considerata una delle migliori del mondo».
E oggi?
«Oggi no. La deriva alla quale stiamo assistendo è cominciata con la soppressione del monopolio. Con la democratizzazione del mercato televisivo e con la rincorsa all’ascolto. Gli unici veri creativi oggi sono quelli che producono formaggi e vini: gli inserzionisti televisivi».
La pubblicità?
«Sì. Siccome i programmi più sono scadenti tanto più sono popolari perché abbracciano strati numericamente esorbitanti di pubblico, succede che anche i programmi Rai vengono realizzati con l’obiettivo dell’audience. Che, nonostante tutta la precarietà dei suoi dati è diventata una filosofia morale».
Però di inchieste giornalistiche se ne vedono ancora tante in tv. A chi avete lasciato il testimone?
«A nessuno. Da un certo momento in poi in Rai le responsabilità sono state assunte da persone alle quali la qualità e l’innovazione del linguaggio non interessavano. E tutti i direttori di rete arrivavano dalla carta stampata».
Cioè il testo ha avuto il sopravvento sulle immagini?
«Certo: prima si scrive il testo e poi si va in archivio a cercare delle immagini a corredo del servizio. Il nostro sogno era invece quello di riuscire a parlare solo con le immagini, con le interviste; il cinema, usando il commento come strumento non primario, ma utile e necessario. Facendo in modo che la significanza dell’immagine avesse il primo posto».
Denuncia errori di grammatica del linguaggio televisivo?
«Direi che questa televisione è da seppellire sotto una catasta di righe con la matita blu».
Non salva proprio nulla?
«C’è una grande libertà di espressione. Certe cose che fanno oggi noi ce le potevamo sognare: non si potevano denunciare gli aspetti negativi. Però occorre dire che, con il centrosinistra e con la legge di riforma, oggi la tv è degradata al livello dell’Isola dei famosi».
Il peggio del peggio?
«Oggi l’estetica non è richiesta. Noi eravamo fissati sull’inquadratura, sulla resa cinematrografica. Invece oggi c’è la ricerca assoluta del sensazionale».
Il Paese è cambiato: in meglio o in peggio?
«In meglio perché è più libero. In peggio perché si è incafonito. L’imbarbarimento della nostra società è sotto gli occhi di tutti: speriamo non sia irreversibile».
E la televisione ha seguito questa deriva nazionale?
«Inutile negarlo. Anzi, visto che per la battuta di un ragazzetto ultimamente la mia riconoscibilità si è notevolmente accresciuta, vorrei sintetizzare con un motto. La televisione italiana? Da Gregoretti alla Gregoraci»

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L'amore è un destino scritto nei cromosomi.

(Filippo Facci - Il Giornale; nella foto Filippo Facci) Michele Brambilla ha ragione, nelle campagne contro la discriminazione dell’omosessualità c’è rimasto ben poco di choccante: il messaggio è passato, e certa ostentazione del gay nella società ha talvolta le sembianze più di una strategia di marketing che di una campagna civile. Il problema è che negli anfratti più retrivi del nostro centrodestra, a mio personale avviso, permangono delle posture ideologiche che certe campagne continuano a giustificarle. Nello stesso giorno in cui Michele Brambilla faceva osservazioni savie e prudenti, infatti, i giornali riportavano dichiarazioni allucinanti come la seguente di Luca Volontè dell’Udc: «Far credere che le pulsioni omosessuali siano una caratteristica innata, è un atto fuorviante e vergognoso sotto il profilo scientifico e sociale».

Ma fuorviante è solo Volontè, e beninteso sarebbero anche fattacci suoi, e nondimeno dei vari Massimo Polledri (Lega) e Isabella Bertolini (Forza Italia) che sugli stessi giornali intanto biascicavano concetti similari pur di dire qualcosa: il problema è che qualcuno potrebbe pensare che l’opinione di tutto il centrodestra corrisponda a quella. Il nostro bipolarismo infatti è ancora giovane e imperfetto, non è ancora chiaro che in uno stesso schieramento possano convivere idee assai diverse come per esempio accade negli Usa tra i democratici e i repubblicani: da noi il primo che parla rischia di sembrare un portavoce.
Nel caso delle affermazioni di Volontè, peraltro, non si tratta di idee come le tante altre che si possano discutere: sono fantasmi seppelliti dalla Storia, dal liberalismo, dal metodo sperimentale, sono retroguardie di una religiosità retriva e ideologica che non ha nulla che spartire con la pratica cattolica di milioni di italiani. L’Occidente, la scienza, l’Organizzazione mondiale della sanità e la schiacciante maggioranza degli elettori di centrodestra (cattolici compresi) mi risulta che abbiano assodato e accettato, da tempo, che l’omosessuale non sia un malato da curare, e tantomeno un patologico anormale. Mi vergogno persino a doverle ribadire, certe cose.

Mi vergogno che un parlamentare della Repubblica possa negare che l’omosessualità abbia base biologica esattamente come lo pensavano i nazisti e mi vergogno che possano pensare che gli omosessuali debbano curarsi come gli alcolisti anonimi. Mi vergogno che costoro possano spacciare come «scientifici» gli scritti di ex pastori evangelici come Andy Comiskey o quelli di Joseph Nicolosi, recentemente pubblicato in Italia con la postfazione del direttore di Radio Maria. Oh, certo, in Italia c’è la libertà di opinione: ma con la scusa delle libere opinioni, di questo passo, vedremo dibattiti in par condicio anche con chi sostiene che il Sole giri attorno alla Terra, mentre altri ribadiranno che le donne hanno il cervello più piccolo e che i bambini schizofrenici dovremmo riportarli dall’esorcista.

Mi fece immensamente piacere che proprio sul Giornale, tempo fa, Paolo Guzzanti avesse voluto rimettere qualche puntino sulle i proprio su questo tema: gli omosessuali esistono come esistono i mancini, è una questione cromosomica, esistono anche tra gli animali, è un fattore naturale e non psicologico, punto, ripunto e strapunto. Tutto questo è acclarato, e almeno su questo non c’è nessuna discussione da fare, nulla da dimostrare.
Ebbene: certi manifesti della Regione Toscana, col neonato omosessuale in primo piano, non entusiasmano neanche me. I Gay Pride mi sembrano baracconate controproducenti. L’autocompiacimento gay, in certe professioni, mi infastidisce non poco. Ma agli eterni cacciatori di streghe, a coloro ossia che vorrebbero confinare milioni di omosessuali nei ghetti della patologia, auguro che possano patire per almeno tre secondi le sofferenze che gli omosessuali, esattamente come i cristiani, hanno patito per millenni.

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Neonato omosex e i blogger: Profondità demenziali.

(Metilparaben blog) In risposta alle polemiche divampate intorno alla campagna antidiscriminazioni della Regione Toscana, il sito Cultura Cattolica non trova di meglio che proporre un'intervista al Dott. Joseph Nicolosi, psicoanalista e inventore della cosiddetta "terapia riparativa dell'omosessualità".

Poiché un minimo di decenza è rimasta perfino a un laicista come me, mi astengo dal riportarvela integralmente e mi limito ad alcuni, significativi stralci:

Alcune persone sono nate con un deficit dell'attenzione, cecità o sordità, ritardo mentale, handicap fisici o con il gene della schizofrenia. Ma se anche sono nati in quel modo, noi non diciamo che Dio li ha fatti in quel modo e che devono essere così.
(...)
Implicitamente si sostiene che qualsiasi tipo di amore tra due persone sia sano e buono. Questo vorrebbe dire che non si deve giudicare l'amore di un pedofilo per un bambino, o l'amore di una donna sposata per il marito di un'altra donna.
(...)
In realtà la nostra identità più profonda non può mai essere omosessuale; allo stesso modo la nostra identità più profonda non può mai essere quella di un alcolista, di un sadomasochista o di un marito violento.
A quanto pare, invece, la nostra identità più profonda può essere quella di un coglione.
Chissà, magari c'è qualche terapeuta che se ne occupa.

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Le sorprese in metropolitana a Milano non finiscono mai: ecco lo "spettacolo" a ritmo hip-hop a cui hanno assistito i passeggeri nei mesi scorsi nel tratto delle Metropolitana dalla fermata di Piazzale Cadorna a quella di Piazza Cordusio. Prove generali di Expo 2015?

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Solidarietà: Le nuove maglie Edun per l'Africa.

(Vogue.com) Il brand “socialmente consapevole” Edun, ideato dal leader degli U2 Bono, per il secondo anno consecutivo collaborerà con One t-shirt.

Quest’anno testimonial delle maglie sono Gwyneth Paltrow, Liv Tyler e Ben Affleck, per sostenere e raccogliere fondi a favore della campagna “Make Poverty History”. Le maglie a tiratura limitata , fabbricate completamente in cotone africano, sono in vendita all’asta sul sito internet di Edun, mentre il prezzo per i modelli “base” è di 40 e 15 dollari.

Tutte le celebrità che hanno partecipato all’iniziativa, hanno personalizzato la maglia autografandola e personalizzandola secondo il loro gusto ; per avere più informazioni basta visitare i siti di Edun e One

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