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sabato 31 maggio 2008

Buon compleanno, dandy!

Il dandismo compie duecento anni e li celebra con gli stessi fasti degli esordi, nel museo dedicato al Christian Dior a Grenville, luogo di nascita del couturier francese.
Dandysmes 1808-2008, de Barbey d’Aurevilly à Christian Dior in cartellone fino al prossimo 21 settembre, infatti, è una divertente mostra su quello che è stato non solo uno stile di moda ma un vero e proprio modo di guardare il mondo. Quest’anno corre infatti il bicentenario della nascita di Jules Barbey d’Aurevilly lo scrittore che per prime coniò il termine dandismo nell’omonimo testo « Du dandysme et de Georges Brummel ». Da lì fu come un fiammifero e prese fuoco un’intera epoca. Oscar Wilde, Honoré de Balzac, Charles Baudelaire ne tennero alta la fiamma consegnandola alle generazioni future da Sacha Guitry a Jean Cocteau (nella foto), Alexis de Redé per arrivare alla rockstar David Bowie. Dandy non era solo il tipo di tessuto, la scarpa stretta, il pantalone fino, il baffo curato ma tutti questi particolari insieme e un certo modo di porsi nel mondo, ben illustrato nei tre piani dell’esposizione. Scorrono così le vetrine con i volumi d’epoca sull’argomento e gli accessori e gli abiti appartenuti a chi fu dandy nell’anima e per professione.
Curiosa poi la speciale retrospettiva inclusa nella mostra e dedicata ai profumi, vera essenza dell’epoca. Dall’acqua di colonia di Napoleone a “Vol de nuit” che Guerlain produsse come omaggio al padre de Il piccolo Principe Antoine de Saint-Exupéry. E ancora dal Blenheim Bouquet di Penhaligon’s fragranza usata da Winston Churchill fino all’Eau Sauvage di Christian Dior. Perchè in fondo non solo il dandismo non è morto ma è vivo e vegeto in un’alta moda che, in tutte le sue forme, sfida continuamente il mondo con elegante impertinenza.

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Ma perchè la sinistra dovrebbe vincere?

(Giorgio Ruffolo - La Repubblica) Più ci penso più mi convinco che la ormai evidente crisi della sinistra (parlo soprattutto di quella europea) è dovuta, molto più che a gravi errori politici, pure evidenti, a fattori culturali e morali.
In una intervista ripubblicata da Lettera Internazionale, la bella rivista diretta da Federico Coen e Biancamaria Bruno, Cornelius Castoriadis ricordava che i filosofi politici di oggi «ignorano alla grande l’intima solidarietà tra un regime sociale e il tipo antropologico necessario per farlo funzionare».
É un fatto che nel nostro tempo, diciamo a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, è profondamente mutato non soltanto il regime sociale (la struttura della economia e delle classi sociali) ma anche il «tipo antropologico» rappresentativo della società. Della prima mutazione i partiti della sinistra (parlo dei grandi partiti «riformisti») si sono, anche se a stento, accorti e hanno tentato di adeguarsi, prevalentemente in modo passivo, e cioè subendo l’iniziativa di un capitalismo vittorioso. Non hanno invece neppure percepito la seconda, il profondo mutamento culturale che la accompagna e che determina i cambiamenti dell’umore politico e del comportamento elettorale.
Parlo di cambiamenti che si rivelano più con manifestazioni apolitiche e apparentemente irrilevanti, ma significative del modo di sentire e di pensare; dei valori esistenziali; degli "attrattori" del comportamento: tutte "spie" di mutamenti antropologici.
Nell’ultimo mezzo secolo, certo, la natura umana profonda, quella che contraddistingue le caratteristiche strutturali costituenti della specie, è cambiata di poco. Essa cambia sì, ma assai lentamente nello spazio dei millenni, anzi dei milioni di anni. Le caratteristiche culturali, che riguardano i comportamenti estrinseci, cambiano invece radicalmente e talvolta rapidamente. Chi potrebbe dire che l’Uomo medievale o l’Uomo del Rinascimento sono vicini al nostro modo di considerare la vita? (con sorpresa constatiamo, talvolta, che ci è molto più vicina la cultura degli antichi romani! il che prova che la nostra non è una evoluzione lineare).
Ora: un cambiamento antropologico radicale è intervenuto tra la società occidentale dell’Ottocento e della prima metà del Novecento e quella attuale. Quella accoppiava un forte materialismo progressista e scientifico con una altrettanto perentoria esibizione di valori etici trascendenti (Dio, Patria, Famiglia); un accoppiamento che ne costituiva insieme la contraddizione e la forza. Questa ha abbandonato la fede nelle magnifiche sorti e progressive ripiegando dal materialismo progressista allo psicologismo scettico; e al tempo stesso ha annegato i valori trascendenti, cui tributa una deferenza sempre più formale e superstiziosa, in una esplosione di edonismo e di egoismo davvero trascendentale. Il che la rende, magari, più coerente, ma intrinsecamente più vulnerabile.
La forza attrattiva della sinistra stava nella sua decisa denuncia delle contraddizioni della società borghese; della sua ipocrisia e della sua ingiustizia: dell’impossibilità di coniugare i suoi valori trascendenti esibiti, con la pratica della sopraffazione e dello sfruttamento. La sinistra di oggi si trova di fronte a classi dirigenti che, grazie al formidabile progresso tecnologico, non hanno più bisogno sistematico di sfruttamento del lavoro (sebbene questo sia tutt’altro che scomparso) essendo in grado di produrre masse enormi di beni di consumo. Viene meno dunque, almeno in parte, la sua missione di denuncia dello sfruttamento del lavoro. Si ingigantisce invece lo sfruttamento della natura, praticato in cambio di utilità sempre più frivole e al costo di distruzione di risorse irreversibili. D’altra parte, le nuove classi dirigenti rinunciano a presentarsi come portatrici di valori trascendenti per identificarsi con quelli decisamente immanenti dell’edonismo materialistico. Sul terreno economico, la virtù ascetica del risparmio è sostituita dalla incentivazione pubblicitaria dell’incontinenza consumistica; e l’ammirazione per i grandi imprenditori costruttori per quella dei grandi maghi speculatori. Di fronte a questa vera e propria conversione a U del vangelo capitalistico, la sinistra, da una parte si trincera combattendo un capitalismo che non c’è più; dall’altra, manca di percepire le nuove contraddizioni del nuovo capitalismo: che sono soprattutto ecologiche e morali.
Ecologiche: l’insostenibilità di una economia basata sul consumo del capitale naturale: una distruzione chiamata crescita.
Morali: l’orientamento della potenza creatrice della tecnica verso le finalità frivole del consumo, anziché verso la realizzazione di una società più giusta, di bisogni collettivi più urgenti, di scopi culturali realmente trascendenti.
La sinistra, da una parte, quella "radicale", recita un vecchio copione inattendibile. Dall’altra, quella "riformista", insegue una rispettabilità politica basata sull’imitazione di un modo di produzione irresponsabile e di un modo di consumo immorale. Perché, in tali condizioni, dovrebbe essere in grado di contrastare efficacemente i richiami edonistici della destra e di acquistare consensi senza essere in grado di esprimere una alternativa economica ed etica alla deriva ecologica e morale, Dio solo lo sa.

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Bologna Pride: Al Festival DiverGenti il documentario su Lucy, una trans a Dachau

(Vincenzo Brana' - Il Domani di Bologna) Un viso come tanti, segnato dalle inevitabili rughe dell’età ma illuminato da un sorriso che va oltre la piega delle labbra e coinvolge gli occhi vivi con cui guarda dritta in camera. Lucy è così. O perlomeno così appare in Essere Lucy, il documentario che la regista Gabriella Romano ha messo in cantiere e di cui stasera (il 29 maggio alle 21 al cinema Lumière) verrà offerto un promo nella serata inaugurale di DiverGenti, il festival di cinema trans curato dal Mit di Bologna. Perché Lucy, l’ottantenne arzilla signora protagonista del lavoro di Romano, nel 1924, quando venne alla luce, era un maschio. Poi negli anni Settanta, a Londra, riuscì a “correggere” quel corpo che da sempre sentiva estraneo ed è diventata a tutti gli effetti una donna.

Nella storia di Lucy la transessualità è solo un elemento di contorno: perché quello che Gabriella Romano sta tentando di portare sullo schermo è una storia inedita, che ha che fare con quel ingarbugliato susseguirsi di date che ne costituisce la spina dorsale. Nell’agosto del 1943 Lucy fu arruolato, e a settembre scoppiò il conflitto mondiale, per il quale entrò nell’esercito tedesco. Lucy, però, era un omosessuale, e quando il suo “segreto” esplose - nel ‘43 fu trovato in una camera dell’hotel Bologna mentre faceva sesso con un soldato tedesco - fu perseguitato e rinchiuso nel campo di concentramento di Dachau.

E se in Italia, dopo più di 60 anni, questi sono i tempi in cui si battono le prime sentenze successive alla tardiva apertura dell’Armadio della Vergogna, le storie come quelle di Lucy nelle aule della giustizia probabilmente non arriveranno mai: “Nessun omosessuale – spiega Gabriella Romano, autrice tra l’altro di diversi documentari sull’omosessualità in quegli anni “bui” - era disposto ad ammettere, chiusa la guerra, la vera causa della propria deportazione”. Lucy invece lo fa, anche se in realtà il triangolo rosa, il simbolo con cui i nazisti marchiavano gli omosessuali deportati, non fu mai appuntato alla sua giacca. C’era quello rosso al suo posto, il segno che gli aguzzini riservavano ai prigionieri politici e ai disertori. Lucy, insomma, doveva pagare perchè “ribelle” alla divisa, preda in costante fuga da quell’atroce trappola che le era stata stretta addosso.

L’omosessualità in quegli anni, riferisce Romano, “era una pratica fatta di incontri occasionali, che difficilmente arrivava a progettare una vita affettiva”. “Nel racconto di Lucy - prosegue la regista - Bologna ai tempi del fascismo aveva i suoi luoghi deputati agli incontri omosessuali: l’Arena del Sole, ad esempio, alcuni cinema e il bar Centrale che si trovava in via Indipendenza. Tutti lo sapevano, ovviamente, ma non se ne parlava. L’intolleranza - sottolinea Romano - arrivava, proprio come capita oggi, quando si varcava la soglia della visibilità, infrangendo la regola del si fa ma non si dice”.

Lucy la sua storia l’ha trattenuta per sessanta anni nel cuore: dopo i fragori della guerra, benché miracolosamente salva dopo quella inenarrabile prigionia, la sua famiglia la ripudiò. “Ma Lucy è una donna combattiva” dice Gabriella Romano senza esitazione. E così, fuggita alle torture della deportazione seppe ricostruirsi una vita, e perfino conquistarsi quelle sembianze di donna che per tanto tempo erano state la sua meta. Oggi Lucy a Bologna ha la sua vita: le piace ballare e frequenta ancora gli amici della giovinezza.

Per l’inferno di cui è stata prigioniera, però, nessuno l’ha mai risarcita, e il suo sostegno, ancora oggi, è ridotto a una modesta e normalissima pensione, frutto del suo lavoro di tappezziere. Così, con gli abiti umili di una donna come tante, Lucy stasera salirà sul palco del Lumière, per offrire al pubblico la possibilità di ripercorrere quel tratto di storia che già si dimentica, prima ancora di esser stato appresa.

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GayLib esce dai gaypride e se ne inventa uno personale.

Il Gay Pride di GayLib? Un incontro presso la tomba di Pim Fortuyn, a Provesano.*
“Il 21 giugno ricorderemo la memoria di Pim Fortuyn, il leader omosessuale della destra olandese barbaramente assassinato nel 2002 perché latore di idee di giustizia e di libertà laddove, nella sua Olanda, le fallimentari politiche di integrazione di una popolazione islamica intransigente sono sfociate e sfociano tutt’oggi in aggressioni e violenze nei confronti dei gay”. Lo afferma Enrico Oliari, presidente di GayLib (gay di centro-destra), il quale sostiene che “Pim era un omosessuale dichiarato, dalla cultura raffinata, orgogliosamente gay ed orgogliosamente di destra: un esempio per me e per tutti noi. Sabato 21 alle ore 11.00 ci incontreremo presso la sua tomba a Provesano (PN), in quella terra che Pim amava e che voleva come sua seconda dimora”.

“I Gay Pride italiani – ha continuato il presidente di GayLib – sono manifestazioni di sinistra che discriminano chi di sinistra non è, tant’è che anche quest’anno a Bologna sono state escluse sistematicamente e volutamente le nostre iniziative culturali. D’altro canto ci dicono che il gay pride è una festa, ma davvero non vedo cosa ci sia da festeggiare in un’Italia che, a differenza dell’Olanda di Pim, non riconosce i diritti delle le coppie omoaffettive”.

*Comunicato distribuito da GayLib.
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Ndr. Il pellegrinaggio al "milite gay" è quanto di più irresistibile potevano inventarsi. Praticamente è nata una nuova "compagnia di giro" e che ha scelto il varietà ma che presto, stiamone certo sceglierà un repertorio più vicino alla tragicommedia. E' grottesco che dopo tutti questi anni Si siano accorti che i gaypride sono nella pratica delle manifestazioni della sinistra decidendo quest'anno di non parteciparvi. E gli altri anni cos'era? Una processione della Madonna delle sette ferite? Eppure con striscioni e gagliardetti vi hanno partecipato, facendo inoltre di tutto per mettersi bene in mostra... A proposito, vorremmo sapere se segue "pizzata"... e se il 28 giugno parteciperete al Bolognapride, ovviamente non in modo ufficiale ma in "veste" del tutto personale... E le cattive frequentazioni come le cattive abitudini sono difficili da lasciare. Giorni fa Oliari ha chiesto le dimissioni a non ben precisate persone del movimento gay della sinistra, non ha mai pensato il nostro letterato autodidatta che le dovrebbe dare anche lui e lasciare quella sua proprietà che si chiama GayLib a qualcun'altro e forse politicamente (ed anche culturalmente, diciamolo...) più preparato di lui... e tra l'altro non ci vuole molto.(Aspis)

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venerdì 30 maggio 2008

Lettonia. Domani il gaypride a Riga. Contrari la chiesa e il comune.

Presenti 2 eurodeputati. Amnesty: clima discriminazione diffusa.
(Apcom) Domani a Riga i gay, bisessuali e transessuali scendono in piazza per il Gay Pride 2008, che sfilerà lungo il fiume nonostante l'ostilità dichiarata della Chiesa cattolica e della 'indifferenza' delle autorità comunali, che hanno chiesto ai cittadini di "ignorare" l'evento.

A prendere una posizione più netta è stato il cardinale Janis Pujats (nella foto), il quale ha scritto al premier, al ministro dell'Interno e al sindaco di Riga chiedendo che la manifestazione venga dichiarata "illegale" in base ai dettami della Costituzione. "In primo luogo perché è diretta contro la moralità e il modello della famiglia esistente nella nostra nazione e protetto dalle leggi fondamentali dello Stato. In secondo luogo, l'omossessualità è contro la natura, e quindi contro le leggi di Dio. Terzo, gli omosessuali rivendicano illegalmente i diritti di minoranza", accusa Pujats.

Il cardinale spiega che le minoranze si distinguono dagli altri "per questioni di nazionalità, lingua, razza, colore della pelle e altre caratteristiche neutre, ma non in base ai valori morali.

Questo - ammonisce - vuol dire che non ci possono essere minoranze di alcolizzati, omosessuali, tossicodipendenti o qualsiasi altro gruppo se si tratta di una minoranza basata su orientamenti immorali."

Al Gay Pride lettone parteciperanno due eurodeputati, l'euroscettica svedese Hélène Goudin e la liberale olandese Sophie In't Veld, che ha chiesto di essere ricevuta dal premier e dal ministro all'Integrazione sociale. Sarà presente anche Amnesty International, inclusa la filiale italiana, che in un comunicato denuncia il "clima di discriminazione diffusa" contro i gay in Lettonia. "Gli ultimi tre Riga Pride si sono svolti in un contesto di grande tensione, con ripetuti attacchi nei confronti dei manifestanti", ricorda l'Ong.

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Milano. Dibattito sulle unioni civili. Bocciata la mozione bipartisan. Pd e Pdl si spaccano.

(Il Giorno) No del consiglio comunale (27 voti contrati, 23 favorevoli e tre astensioni, tra le quali quella del presidente dell’assemblea Manfredi Palmeri) alle unioni civili. O, meglio, alla mozione presentata da Ines Quartieri (Rifondazione comunista) e controfirmata da diversi esponenti della maggioranza (tra gli altri, Giulio Gallera, Carola Colombo, Stefano Di Martino e Giancarlo Pagliarini) per favorire «l’istituzione di un registro comunale delle unioni civili, comprensivo delle coppie dello stesso sesso che ne facciano richiesta». Tema che, ovviamente, ha spaccato gli schieramenti. Al punto che i consiglieri del Pd di matrice Margherita (Andrea Fanzago, Marco Granelli e Babrizio Spirolazzi) hanno bocciato la mozione diversamente dai colleghi di provenienza Ds.
E al punto che l’area liberal di Forza Italia s’è distinta con un convinto sì dalla componente ciellina.
L’esito del voto, arrivato, per di più, nello stesso giorno in cui il governatore dello Stato di New York ha sdoganato i matrimoni gay, ha innescato polemiche persino all’interno delle correnti dei vari partiti. Per ora, comunque, si allontana l’istituzione del registro per le unioni civili sollecitato dalla Quartieri.

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Thailandia: storia di Nong Toom, il pugile che ha cambiato sesso.

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Foto e testo di Silvia Dogliani - dal Campo Firetex di Bangplee a nord di Bangkok (clicca qui)

(Panorama) “Vorrei diventare una ragazza”. La confessione che il piccolo Parinya aveva fatto alla madre risale a quando aveva soli sette anni. Oggi, di anni, ne ha 26, si appresta a tornare sul ring a Stoccolma e il suo sogno di diventare donna è riuscito a coronarlo. In Thailandia la chiamano Nong Toom (foto). Ma il suo vero nome è Parinya Jaroenphon. Nota come l’unico pugile transessuale del Paese, acclamata come una star dai media nazionali, la sua storia diventa pubblica nel 2003, quando il regista, Ekachai Uekrongtham la scrittura per Beautiful Boxer (presentato al 18° Festival del cinema Gay-Lesbo di Milano), un film biografico dove la protagonista è proprio un giovane e talentuoso boxer che sale sul ring truccato come una fanciulla. Nong Toom si guarda indietro e racconta con garbo quelli che sono i suoi primi passi nella vita: “La mia famiglia è di origini umili” racconta timidamente. “Ho il ricordo di un’infanzia colma d’amore ma priva di mezzi. Mia madre è stata sempre il mio grande modello e la mia più forte sostenitrice. Ha deciso di mandarmi a studiare al Wat Si Soda Temple, nel nord della Thailandia. Era l’unica possibilità per farmi avere un’educazione”.

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I primi passi nella boxe. Cresce lì insieme ai coetanei, ma capisce subito di essere diversa, di non percepire come propria l’identità di genere che la natura le ha cucito addosso. “Ho ricevuto il mio primo bacio da un ragazzo a scuola. Mi desiderava perché, a suo dire, ero bello come una donna”. All’età di undici anni diventa monaco. Ed è lì, all’interno del Tempio, che scopre la boxe tailandese mostrando da subito le sue doti sportive. Nonostante gli sfottò di amici e parenti, non si scoraggia e la Muay Thai, la boxe tailandese, diventa la sua unica ragione di vita. Ma nel frattempo, quando ha soli 13 anni, inizia a truccarsi, a prendere ormoni e ad indossare abiti femminili. A 17, racconta, ha il suo primo rapporto sessuale. “Volevo essere come le altre donne ed avere anch’io un vero fidanzato”, spiega.

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L’operazione. “Il mio primo ragazzo era molto innamorato” prosegue. “Ma ho deciso di lasciarlo perché entrambi eravamo pugili ed io mi sentivo più forte. Non potevo avere un fidanzato più debole di me”. A soli 16 anni Nong Toom era già un pugile professionista noto a livello internazionale ma era anche pronto a sottoporsi all’operazione per cambiare sesso. “Ho voluto portare i miei genitori in ospedale. Hanno parlato con i dottori e, nonostante tutto, hanno dato il loro consenso affinché mi operassero”, racconta con un misto di sollievo e tenerezza. Sei ore d’intervento, tre giorni di dolore acutissimo e 90.000 BHT, circa 2 mila euro, da pagare (sette anni fa) accumulati grazie alla boxe.

Boxeur, transgender e anche madre. Una scelta, quella di Nong Toom, che ha cambiato radicalmente anche la sua carriera pugilistica tanto che oggi sul ring combatte solo con le donne. Il prossimo incontro lo farà proprio domani, il 31 maggio, a Stoccolma. La sua carriera sportiva si alterna a quella di attrice e di fotomodella di successo, ma anche di “mamma”, complice la cultura tollerante thailandese nei confronti del terzo sesso, che qui chiamano katoey. “Nutsalah ha 5 anni. La madre naturale è in prigione per droga e io ho deciso di adottarla quando aveva quattro giorni. Ora legalmente sono io sua madre”, continua orgogliosa. “La Muay Thai mi ha dato tutto: i mezzi per aiutare la famiglia, il denaro per affrontare questa operazione e la forza fisica per sopportarla, la fama, il successo ed infine la maternità. Mi manca solo il ‘grande amore’” confessa con un filo di amarezza. “E ora ho solo un sogno: un bravo padre per mia figlia”.

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I gesuiti aprono alle coppie omosessuali. La contentezza di Aurelio Mancuso.


Su "Aggiornamenti sociali" il sì alla registrazione delle convivenze.
(Zita Dazzi - La Repubblica) I gesuiti aprono agli omosessuali e definiscono «scelta giustificabile» quella del riconoscimento giuridico del «legame tra persone dello stesso sesso».
Lo sostengono con un articolo di oltre venti pagine sul numero di giugno di "Aggiornamenti sociali", rivista della Compagnia di Gesù, diretta da padre Bartolomeo Sorge, politologo, scrittore, grande esperto della dottrina sociale della chiesa.
Il problema è analizzato sotto il profilo dottrinale, giuridico, psicologico, storico, sociale. La conclusione è che «il riconoscimento giuridico, quale presa d´atto di relazioni già in essere, trova la sua giustificazione in quanto concorre alla costruzione del bene comune.

Prendersi cura dell´altro stabilmente è contributo alla vita sociale». Al centro San Fedele di Milano, sede della rivista, spiegano che «lo scopo dell´intervento è quello di aprire uno spazio di dialogo e di confronto sereno, fuori dalle strumentalizzazioni politiche» su un tema molto controverso all´interno del mondo cattolico e della società.
L´articolo mette in fuga subito le possibili obiezioni da parte di chi sostiene che il riconoscimento legale delle coppie gay potrebbe minare le fondamenta del matrimonio tradizionale, cioè l´unione fra un uomo e una donna: "La centralità sociale del matrimonio è collegata al compito della generazione ed educazione di nuovi individui". Anzi "pare difficile" che riconoscere "alcuni diritti fondati su una continuità di una convivenza e di una relazione affettiva" possa portare a una "svalutazione" della famiglia tradizionale o a una rivoluzione sociale.

Per i gesuiti, la richiesta degli omosessuali per ottenere il riconoscimento legale trova sostegno nell´articolo 2 della Costituzione "il quale prescrive che alla persona debbano essere riconosciuti diritti inviolabili e imposti doveri inderogabili sia come singolo sia nelle formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità".

Quanto alla scelta della forma giuridica di riconoscimento, l´articolo propende per la mera registrazione della convivenza, senza manifestazione di consenso proprio per evitare di "introdurre modelli paralleli a quelli matrimoniali".
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GAY/ MANCUSO: BENE APERTURA DEI GESUITI, SIAMO APERTI A CONFRONTO 'Aggiornamenti sociali': Rilevanza sociale di tutti legami.
(Apcom) "Eppur si muove". Questo il commento del presidente nazionale Arcigay Aurelio Mancuso nell'apprendere la notizia secondo cui la rivista 'Aggiornamenti sociali' ha aperto alle coppie omosessuali.

"E' importante che una rivista cosi prestigiosa - commenta Mancuso in una nota - riconosca il valore sociale delle coppie omosessuali cosi come scritto nero su bianco nell'articolo 2 della Costituzione. E' lo stesso principio che noi andiamo sostenendo da anni. Pur da posizioni differenti, da vissuti e percorsi anche lontani è possibile costruire ponti di dialogo, che permettano finalmente anche in questo paese affrontare una discussione che riguarda la vita concreta di milione di persone. Come Arcigay siamo pronti a confrontarci con i Gesuiti, e con tutte quelle parti della chiesa cattolica disponibili a mettere in soffitta gli elmetti e a favorire reciproco ascolto".

"Si possono disciplinare giuridicamente le unioni omosessuali?", si domanda il quindicinale diretto da padre Bartolomeo Sorge. "Se si riconosce, con la Costituzione, una rilevanza sociale di tutti i legami di convivenza in termini di solidarietà e condivisione, questo varrebbe anche per le persone dello stesso sesso. Non sarebbe infatti la connotazione sessuale dei conviventi il criterio che motiva tale riconoscimento. Questa è la prospettiva aperta da un gruppo di studiosi, facendo riferimento alle indicazioni del Magistero e mettendosi in dialogo con altre opinioni alla ricerca di un terreno comune".

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Polemiche molto dure sulla partecipazione dello Iadl ai gaypride.

Sembra non ci sia pace sui gaypride dopo le polemiche suscitate dalla necessità di richiedere il patrocinio al Ministro Carfagna, al sindaco Alemanno, al sindaco Moratti e dopo l'off-limits della piazza San Giovanni causato una sorta di "festival di musica" o presunto tale nell'omonima basilica, ora è la volta dell'adesione e partecipazione di un sedicente gruppo islamico, lo Iadl e dato da Dacia Valent a nome di tale associazione.
Ne abbiamo dato notizia dopo che ci è pervenuto un'agenzia e subito abbiamo ricevuto una robusta quantità di email che denunciavano come insostenibile nonchè irricevibile tale adesione a causa dello stato di gestione di tale associazione portando come esempi, tra i molti, offese nei confronti della religione islamica, (vedi qui) e la gestione poco trasparente ed alquanto disinvolta del premio "La mezzaluna d'oro" (vedi qui) .

Ci teniamo a precisare che Notizie gay ha dato solo la notizia dell'adesione dello Iadl ai gaypride, notizia peraltro pubblica essendo stata diramata da un'agenzia giornalista internazionale (l'Aki, facente capo all'AdnKronos). Notizie gay non fa parte del comitato organizzatore di nessun gaypride che si svolge in Italia o all'esatero. Detto questo non possiamo che invitare tutti coloro che hanno protestato con noi a rivolgere le loro legittime rimostranze e richieste di spiegazioni ai comitati organizzativi dei suddetti gaypride. Per quel che ci riguarda non siamo d'accordo con l'attuale gestione dei gaypride, crediamo che l'iniziativa politica Glbtq debba svolgersi in tutt'altro modo.

Poi per quel che ci riguarda siamo contrari a qualsiasi tipo di discriminazione o persecuzione politica, una pubblica manifestazione deve vedere la partecipazione della maggior parte di cittadinanza ed organizzazioni ma siamo altresì contrari a che sedicenti organizzazioni o associazioni, siano esse politiche che culturali di dubbia fama o costituzione, siano accolte all'interno dei comitato organizzatori o delle adesioni senza le necessarie verifiche. Non si può e non si deve accogliere chiunque per ingrossare le fila dei partecipanti, oltre ad essere pericoloso è di dubbia serietà. E' sempre necessaria una seria vigilanza proprio per evitare polemiche del tipo di cui abbiamo parlato in questo articolo e, a tutt'oggi, ci sembra esserci parecchia superficialità.

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giovedì 29 maggio 2008

Gay Pride, è “giallo” su piazza San Giovanni. E anche a Biella qualcosa s'inceppa.

(River-blog) Il Mario Mieli non ci sta e di fronte all’autorizzazione negata, per la conclusione del Gay Pride in piazza San Giovanni, punta i piedi: “Ci appelliamo alla Questura affinché faccia marcia indietro e riveda il suo rifiuto“. A parlare, nella sede di via Efeso, è Rossana Praitano, la presidente. La Praitano ha ribadito quanto già scritto nel comunicato stampa inviato ieri sera: “L’11 aprile ci era stato concesso di utilizzare la piazza. Ieri, invece, l’autorizzazione è stata ritirata. E tutto perché nella basilica di San Giovanni, il giorno del Pride, è in programma un convegno filosofico, organizzato dall’università pontificia”. Poco fa, invece, la Questura ha fatto sapere di non aver mai autorizzato la conclusione del corteo a piazza San Giovanni: quindi non si può parlare di rifiuto. Quanto al concomitante convegno, il Mieli non ha nessun problema di “convivenza”, anche perché questo avviene all’interno della basilica. Altro particolare: il convegno è previsto dalle 15 alle 19, mentre il Pride arriverà sulla piazza dopo le 19. “Semmai - ha fatto notare la Praitano - potrebbe esserci concomitanza con un coro che seguira’ il convegno, intorno alle 20,30. Ma anche in questo caso non ci sembra proprio che le manifestazioni non possano convivere”. E il sindaco cosa ha detto al Mieli sul divieto? ”Con Alemanno ci siamo visti lunedì’ - ha risposto Praitano - non ci ha detto nulla. Non sapeva della revoca? Casca dalle nuvole? Davvero non so cosa dire”. Gli organizzatori del Gay pride stanno riflettendo sulla possibilita’ di ricorrere a vie legali per spingere la Questura a non rimangiarsi l’impegno preso l’11 aprile.

Ma anche a Biella è successo qualcosa di strano: il sindaco ha fatto sapere che non sara’ possibile utilizzare la piazza centrale della citta’. Paola Concia, deputata del Pd, presenterà un’interrogazione parlamentare, per fare chiarezza.

Le reazioni odierne alla notizia che piazza San Giovanni è stata negata:

Maurizio Musolino (responsabile immigrazione Pdci): “Si tratta di un gesto assai grave, ma risulta ancor più preoccupante se inserito nel clima che ha avvolto Roma in questi giorni. Aggressioni verso gli extracomunitari, pestaggi alla Sapienza, l’aggressione avvenuta ai danni di Christian Floris: tutti episodi che parlano non solo di violenza ma di un tentativo di restringimento delle libertà. Ora negare piazza San Giovanni per una grande ed importante manifestazione è un ulteriore segnale di poco rispetto, di intolleranza, di chiusura”.
ArciGay Roma: “In che modo una iniziativa che avviene all’interno della Basilica di San Giovanni e una che avviene fuori si sovrappongono? Le due iniziative previste possono svolgersi contemporaneamente ed è importante trovare soluzioni condivise”.
Gruppo EveryOne: “Chiediamo al ministro dell’Interno di revocare quest’ultima decisione immediatamente e di garantire il regolare svolgimento del Pride romano così come stabilito l’11 aprile scorso. Se così non avvenisse, porteremo il caso all’attenzione delle massime Istituzioni Europee”.
Marco Perduca (Pd): “Facile indovinare da dove sia venuta l’ispirazione”.
Associazione Facciamo Breccia: “Trenta preti che cantano dovrebbero tenere lontano un intero Pride? Cos’e’ un esorcismo?

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Grecia. A Tilos il primo "grosso grasso matrimonio gay".

(Aodnkronos/Dpa) La piccola isola di Tilos ospitera' il primo matrimonio in Grecia fra due persone dello stesso sesso, dopo il "si'" del sindaco Tasos Aliferis a quello che viene gia' chiamato il primo "grosso, grasso matrimonio gay", riferiscono i media locali. Il primo cittadino ha raccontato di essere stato contattato da due coppie che volevano sposarsi nell'isoletta del Dodecaneso e di aver accettato la richiesta perche' non esiste nessuna legge che vieta il matrimonio fra gay nel Paese.

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Addio Festa dell’Unità. Ora è “Democratica” e fa litigare i vertici del Pd.

Preparativi per la Festa de L'UnitÃ

(Filippomaria Battaglia - Panorama) Cambiano i tempi e cambiano anche i nomi. Anche se a volte non lasciano affatto indifferenti. Come già si sussurava da diversi mesi, la vecchia e gloriosa “Festa dell’Unità” non ha trovato più posto nel loft del Pd. Va in soffitta, con buona pace dei suoi militanti. Da quest’anno, al suo posto, ci sarà la “Festa democratica”: “c’è un partito nuovo, che mescola varie culture, è giusto che la Festa nazionale tenga conto di un’identità e un’immagine nuova” fanno sapere gli organizzatori della storica kermesse.

Ma la discussione, in casa Pd, non è affatto pacifica. Anzi: rischia di rivangare vecchie scorie e antichi sensi di appartenenza, forse mai sopiti.
A muoversi in difesa della rassegna è stata nei giorni scorsi L’Unità (da poco acquisita dal governatore della Sardegna e fondatore di Tiscali, Renato Soru) con un battagliero editoriale del suo direttore, Antonio Padellaro : “Le feste dell’Unità sono le feste dell’Unità e non basterebbe una intera biblioteca per raccontare, spiegare, esprimere la quantità di sentimenti, di passioni, di valori che questo nome suscita”. Meglio quindi “evitare la cancellazione di qualcosa che resta comunque nel cuore di milioni di persone”.

Passa qualche giorno è a rispondere è un altro quotidiano di partito, sempre del Pd ma di area ex Margherita, Europa. Che pensa bene di pubblicare in prima pagina un articolo dal titolo inequivolcabile: “Feste dell’Unità, storia finita”. “Finalmente” si legge nell’articolo “una buona notizia: non ci sarà più la festa nazionale dell’Unità”. Via dunque a “tutte le liturgie delle precedenti forme organizzative”, via a birre e salsiciotti grigliati all’ascolto di musica e canti nostalgici.
Ma il giornale diretto da Stefano Menichini non si ferma qui. E rincara la dose, ricordando ai giornalisti della testata fondata da Antonio Gramsci che “l’Unità non è più il quotidiano di un partito ma è diventato il quotidiano di un imprenditore impegnato in politica nel Pd” e che quindi “non c’è alcun bisogno di mantenere vivo attraverso le feste dell’Unità quel legame simbolico che attribuisce alla testata un ruolo di organo ufficiale e che da anni non corrisponde alla realtà e di cui forse il Pd non ha più bisogno”.

Nel frattempo, Walter e il suo loft tengono duro. Già fissata la data (23 agosto - 3 settembre), già fissato il luogo dell’incontro principale (Firenze: Fortezza da Basso). Unica concessione, la possibilità di chiamare gli altri incontri che si svolgeranno nelle città d’Italia come meglio si crede (e non è un caso che a Bologna la kermesse continuerà a mantenere il vecchio stampo). Lì, come del resto in altre città, il vecchio nome, sopravviverà. Almeno per quest’anno.

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Il "caso Brecht" nel web. Prima di tutto vennero a prendere le bufale...

(Webnews) In questo cupo periodo d’isterismi mediatico-xenofobi, sta facendo il giro del web una poesia attribuita al poeta e drammaturgo tedesco Bertolt Brecht (nella foto) che così recita:

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.

(Bertolt Brecht)

Il testo, riferito in origine allo scivolamento della società tedesca nel nazismo, rappresenta un efficace invito a, come dire, drizzare le orecchie e a ricordarsi di quanto possa essere banale e impercettibile l’instaurarsi del Male.

Testo efficace: ma letterariamente falso.

Infatti quel testo:
1) non è una poesia
2) non è di Bertolt Brecht
3) è una parafrasi, un rimaneggiamento (l’ultimo di una lunga serie).

La paternità del testo va certamente attribuita al pastore luterano e teologo tedesco Martin Niemöller (1892-1984; vedi anche qui), prima sostenitore poi oppositore del nazismo, spedito su ordine di Hitler in persona in campo di concentramento in seguito ad un sermone antinazista.

Sopravvissuto a nove anni di internamento e a Dachau, Niemöller negli anni ‘40 e ‘50 svolse un’intensa opera di predicazione a favore del pacifismo e della riconciliazione. E fu proprio durante i suoi discorsi e sermoni che enunciava il testo in questione, egli stesso variandolo alla bisogna. Testo la cui forma originale, non essendo esso mai stato fissato su stampa ma solo declamato, è tutt’ora oggetto di discussione fra gli studiosi.

Questa incertezza sulla forma iniziale, unitamente alla struttura sintetica e flessibile degli enunciati che permette di variare facilmente i soggetti (di volta in volta ebrei, comunisti, cattolici, zingari, omosessuali, sindacalisti, disabili etc etc), spiega la peculiare natura proteiforme e perennemente in fieri che ha assunto nei decenni la citazione: la quale, dagli anni ‘50 ad oggi, è rimersa un numero imprecisato di volte, e ogni volta variata e adattata all’occasione.

L’attribuzione a Brecht, invece, è probabile farina del web (pare sia cominciata in area webispanica). Viralità e non controllo delle fonti hanno fatto il resto.

Questione di lana caprina? Forse. Certo, è ancora vivo nella memoria il perculamento blogosferico massiccio cui venne sottoposto Mastella per la sua toccante interpretazione di una poesia di Neruda che non era di Neruda. E allora, forse, val la pena fare un po’ i precisini e distinguersi.

Fatto ciò, caro lettore, mi auguro che se mai verranno a prendere te o me, ci sia rimasto qualcuno a protestare. Nel primo caso cercherò di esserci, nel secondo ovviamente no.

[LA STORIA CONTINUA QUI]

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Andreotti fa il bis al cinema, arriva un docu-film di Sanguineti.

(Panorama) Il Divo di Paolo Sorrentino vincitore a Cannes, il senatore a vita Giulio Andreotti avrà dedicato un altro film e questa volta firmato dallo storico e critico del cinema Tatti Sanguineti. Lo svela Ciak, il mensile della Mondadori in edicola domani. Si tratta di una lunga intervista di Tatti Sanguineti a Giulio Andreotti realizzata nell’ambito di un progetto speciale del Ministero dei Beni Culturali. “Trenta ore di girato, 21 incontri al sabato mattina con il senatore a vita, il tutto finanziato come progetto speciale dal Ministero dei Beni culturali” racconta Sanguineti. La tesi dell’autore è provocatoria: “Andreotti non è stato solo l’uomo dei ‘panni sporchi che si lavano in casa’, ma incarnò, fondò, avviò la ricostruzione dell’industria cinematografica italiana nel dopoguerra, ne fu il cardine e il motore e dopo aver contenuto gli americani vincitori della guerra, ostili e diffidenti verso il nostro cinema considerato balcone e megafono di Mussolini ne favorì il ritorno come investitori e co-produttori'’.

“Quo Vadis” racconta Andreotti nel film “è la pellicola che per Roma ha fatto più del piano Marshall”. Grande appassionato della settima arte, Andreotti nel dopoguerra è stato Sottosegretario con delega allo spettacolo e responsabile della censura (”Il lavoro mi piaceva. La censura evolve. Ora van forte le endovaginoscopie e la monta taurina del Grande Fratello. Questo mi secca più di altro nella tv di Berlusconi” racconta sempre nel film). Dal ‘47 al ‘53 Andreotti si occupa attivamente di cinema “e quando lascia, nel 1953, gli incassi del prodotto nazionale sono arrivati alla cifra record del 56 per cento” scrive Sanguinati su Ciak. “A Andreotti si devono lo sgombero di Cinecittà occupata dagli sfollati, la ripresa del lavoro negli studi, il ritorno degli americani, l’incremento delle sale parrocchiali. Dal suo archivio segreto emergono lettere in difesa di Roberto Rossellini attaccato dalla Legion of Decency americana e scontri duri con Washington per far sbarcare i nostri film nell’America del senatore McCarthy”. Un ritratto inedito, che ora attende il via libera per il montaggio e la messa in onda. Polemico Sanguineti: “Come direbbe Giulio Andreotti, che di anni ne ha 89 e mezzo, Istituto Luce e Rai hanno fatto aspettare questo progetto solo qualche anno. Tre per l’esattezza”.
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Norvegia. Il disegno di legge per la fecondazione assistita alle lesbiche ha la maggioranza in parlamento.

(Peace report) ''Il disegno di legge è sostenuto da cinque partiti'', ha annunciato oggi soddisfatta la deputata laburista Gunn Karin Gjul, relatrice del disegno di legge per concedere alle lesbiche il diritto di avere l'assistenza per la fecondazione artificiale. La maggioranza dei deputati del parlamento norvegese è favorevole, in quanto il disegno di legge gode dell'appoggio delle tre formazioni di centro sinistra al potere e dei partiti liberale e conservatore all'opposizione. La disposizione fa parte di un disegno di legge che vuole accordare agli omosessuali, così come agli eterosessuali, il diritto di sposarsi e di adottare, ma non era certo finora il parere favorevole del parlamento su questo punto specifico.

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Milano. Torna allo Strehler la rassegna di cine-teatro gay.

Il Teatro Strehler ospiterà dal 4 al 10 giugno «Mix», il festival gay-lesbico di cinema, teatro, musica. Tra i soggetti ragazzini che scoprono l’amore omosessuale e un documentario sui rapporti tra fede islamica e identità sessuale. Dopo le polemiche dell’anno scorso per il patrocinio ritirato dal Comune, Mix sarà sponsorizzato nel 2008 soltanto dalla Provincia.

Il programma.

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Milano, a Palazzo Marino oggi battaglia sulle mozioni sulle convivenze e unioni civili.

(Il Giornale) Ci sarà battaglia oggi a Palazzo Marino. Dopo numerosi rinvii arrivano infatti in consiglio comunale le «mozioni sulle unioni civili e l’ordine del giorno sulle convivenze abitative». Ad annunciarlo il presidente Manfredi Palmeri che li ha già posti al primo punto nell’ordine del giorno dei lavori d’aula in programma. Il presidente Palmeri ha ricordato che «entrambi i documenti prevedono nel dispositivo un invito a Parlamento e governo a intraprendere iniziative legislative in materia, testimoniando che c’è attenzione verso questi temi, sia per la vita della nostra città, sia in un’ottica nazionale necessariamente in termini normativi». Prevedibili le contrapposizioni che, per una volta, saranno trasversali rispetto agli schieramenti politici. Non è un mistero, infatti, che sia nel centrodestra che nel centrosinistra ci siano posizioni opposte sull’argomento. «Mi auguro che il confronto cominciato in commissione – spiega Palmeri – possa proseguire senza enfatizzare troppo aspetti sterilmente ideologici, semmai quelli valoriali, ma con tutta l’attenzione a risposte concrete, nell’interesse della nostra società e dei bisogni dei suoi uomini e delle sue donne». Un auspicio che non sarà probabilmente raccolto. Da ricordare che nell’ultima seduta la discussione non cominciò nemmeno per la richiesta dell’ex assessore Aldo Brandirali, cattolico doc di area cielle, che chiese di consentire ai consiglieri la partecipazione alla processione di Pentecoste dietro all’arcivescovo Dionigi Tettamanzi.

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Prostituzione, superare la legge Merlin. Santanché: “Riaprire le case chiuse. Subito un referendum”.

Prostitute sulla via Salaria a Roma.
(Panorama) Partita come candidato premier della Destra, non ha raggiunto il traguardo del Parlamento. Eppure Daniela Santanchè non ha smesso le sue battaglie. L’ultima? Una proposta che, e lei lo sa, “dividerà il Paese”: una richiesta referendaria (con tanto di sito web per aderire all’iniziativa), depositata insieme a un comitato promotore tutto al femminile, per l’abolizione della legge Merlin e la conseguente riapertura in Italia delel case chiuse. In particolare, la raccolta di firme per il referendum popolare chiede di abolire i primi due articoli della legge del 1958 che vieta “l’esercizio di case di prostituzione nel territorio dello stato e nei territorio sottoposti all’amministrazione di autorità italiane” e che prescrive che “le case, i quartieri e qualsiasi luogo chiuso dove si esercita la prostituzione, dichiarati locali di meretricio, dovranno essere chiusi”.

Il perché Santanché lo spiega, lanciando una provocazione: “A cinquant’anni dalla sua nascita la legge Merlin non può essere considerata un tabù. Questa è una battaglia doverosa per il nostro Paese, non è una battaglia di parte o di partito ma è una battaglia del popolo, di tutti gli italiani che sono stufi di avere sotto le loro case questo spettacolo e di tutte le donne che sono stufe di questa nuova forma di schiavitù, che vede molte minorenni e quasi sempre cittadine non italiane, sul cui corpo campano sfruttatori che guadagnano fino a 10-15 mila euro al mese”.
A dare ragione, a metà, alla portavoce de La Destra è Enrico La Loggia che all’Adnkronos dice: “Il problema c’è e va affrontato seriamente”, ma “sono perplesso” sulla soluzione prospettata anche se “bene ha fatto la Santanché a porre questo problema”. Non nasconde il suo scetticismo il centrista Mario Baccini: “Tutte le proposte vanno bene, non entro nel merito… Ma il problema di fondo è che la politica deve mettere in moto tutti i sistemi idonei a prevenire lo sfruttamento delle donne, del corpo usato come una cosa”.
Intanto in Parlamento, dall’inizio della sedicesima legislatura, sono otto le proposte di legge sulla prostituzione: cinque alla camera e tre al Senato. Il Pdl ne ha depositate quattro, 3 sono della Lega, una del Pd. In alcuni dei provvedimenti di legge a prevalere è la filosofia del pugno di ferro, come nella proposta presentata dal deputato del Pdl Tommaso Foti, secondo il quale “le proposte volte a riaprire le case chiuse non sono da prendere in considerazione. Oggi si tratta di promuovere una iniziativa legislativa” aggiunge Foti” che combatta seriamente la prostituzione attraverso norme di tipo repressivo. Repressione che, oltre a perseguire e punire veramente lo sfruttamento, impedisca non solo a chi pratica la prostituzione, ma anche ai clienti che la alimentano, il perpetrarsi dello spettacolo degradante ‘della strada’”.
Nella scorsa legislatura le proposte di legge sulla prostituzione erano state 13. E avevano spaccato il Parlamento tra ‘legalizzazione’ e tolleranza zero.
Anche tra le file del centrosinistra c’era chi prevedeva addirittura il carcere per i clienti delle prostitute, come il trentanovenne bolognese Alessandro Naccarato, convinto sostenitore di una battaglia senza quartiere contro la prostituzione. Il parlamentare ulivista alla sua prima legislatura proponeva che divenisse fuorilegge sia l’esercizio della prostituzione in luoghi pubblici o aperti al pubblico, sia la richiesta di prestazioni sessuali in cambio di denaro.
Le sanzioni pecuniarie arrivavano, nella proposta di Naccarato, fino a 5mila euro per entrambi i ‘contraenti’, e per il cliente c’era anche il sequestro dell’auto per 3 mesi. La mano si faceva più pesante se il cliente aveva a che fare con una minorenne o con una persona extracomunitaria non in regola: carcere da uno a tre anni e fino a 50mila euro di multa.
La prostituzione, propone la senatrice del Pd Donatella Poretti, sia riconosciuta some attività lavorativa e come tale sia tassata. Ma chi esercita deve rispettare precise norme igieniche e sottoporsi a controlli sanitari. Inoltre, sono indispensabili regole di sicurezza per i locali in cui si esercita.

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In toilette con le "tette al vento". La fidanzata di Ronaldo sempre più hard. Le foto.

Il bacio saffico e hot di Nereida.
(TGCom) Non c'è che dire Nereida Gallardo sa come stupire il suo fidanzato Cristiano Ronaldo: quando, infatti, il fuoriclassse del Manchester vedrà le foto osé che ritraggono la modella insieme ad altre amiche pubblicate dal Sun resterà senza parole. Nelle immagini la giovane spagnola infatti non si fa mancare nulla: in una toilette di una discoteca di Palma di Maiorca eccola in topless alle prese con un bacio saffico.

Niente posati, come era già successo su Bild e Interviù, piuttosto foto private che confermano il caratterino tutto pepe della giovane Nereida.

Solo qualche giorno fa un ex della futura signora Ronaldo aveva rivelato che Nereida a letto è insaziabile. E a vedere queste foto non ne dubitiamo proprio.

Basti pensare che in una delle immagini la Gallardo si mostra in topless insieme a due amiche, esibendosi anche in un bacio saffico. In un'altra le tre sollevano le gonne mostrando la loro biancheria intima. Le foto erano inizialmente apparse sul web con le facce oscurate, ma ora il Sun ha svelato l'identità.

"Stava giocando davanti alla macchinetta fotografica - ha spiegato una fonte vicino alla modella spagnola-. Ma sono sicuro che sarebbe contenta di ricreare la scena per Cristiano. Probabilmente lo farebbe assistere, dato che è una tipa scatenata".

Chissà se Ronaldo, che finora sembrava voler fare sul serio, dopo aver visto queste foto sarà dello stesso avviso.

Di certo c'è che i due sono inseparabili. Lei è spesso nella mega-villa del portoghese nel Cheshire e lui ha preso l'abitudine di inviarle baci a ogni gol segnato. Secondo la madre del giocatore, è possibile che dopo gli Europei si cominci a parlare di matrimonio. Sempre che queste foto non rimandino per sempre il sì.

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Liceo del Texas mette foto di coppie gay nell'annuario: E' bufera.

La Clovis High School è al centro di una vera e propria bufera mediatica dopo la pubblicazione di alcune foto e interviste a coppie gay e lesbiche nell'annuario della scuola.
Il vice-governatore Walter Bradley, alcuni genitori e alcuni gruppi religiosi cristiani si sono scagliati contro questa decisione definendola "totalmente inappropriata". La polemica, dal Texas, è divampata in tutto il paese e qualcuno ha chiesto delle scuse ufficiali mentre qualcun'altro la ristampa dell'annuario. Gli studenti "editori" dell'annuario hanno affermato che loro volevano mostrare la "diversità": "Non pubblicarere le foto delle coppie omosessuali nell'annuario sarebbe equivalso a discriminarle". I supervisori dell'annuario hanno riferito che il suo contenuto non ha violato alcuna politica distrettuale. La direttrice della scuola, Rhonda Seidenwurm, ha convocato una riunione straordinaria per decidere il da farsi.

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Usa. Lo stato di New York riconoscerà i matrimoni gay celebrati in altri stati dell'unione.

In California e Massachussets le nozze gay sono legali.
(Apcom) Nello Stato di New York le nozze omosessuali non vengono celebrate (ancora), ma per ordine del governatore David A. Paterson, tutti i matrimoni celebrati in altri Stati dell'Unione dovranno essere riconosciuti come validi ai fini pratici, equiparando pienamente le coppie sposate omosessuali a quelle eterosessuali. La notizia viene diffusa dal New York Times, all'indomani della storica decisione della California che dal 17 giugno ammetterà le nozze fra persone dello stesso sesso.

Lo Stato di New York quindi riconoscerà tutti i matrimoni celebrati nei due Stati americani dove gay e lesbiche possono sposarsi, ovvero California e Massachussets, ma anche in altre giurisdizioni, come il Canada e potenzialmente anche gli Stati europei come Belgio, Olanda, Spagna.

David Paterson - il primo governatore afroamericano e il primo governatore cieco di New York - era il vice dell'ex governatore Eliot Spitzer che si è dimesso dopo lo scandalo che lo ha coinvolto in un giro di prostituzione; è stato nominato il 17 marzo di quest'anno. La direttiva che ha emanato risale al 14 maggio e dovrebbe coinvolgere, secondo il New York Times, circa 1.300 fra normative, direttive, circolari che riguardano le coppie sposate, dalla presentazione della denuncia dei redditi alla concessione delle licenze da pesca. Il 17 maggio, Paterson ha presentato un video messaggio a una serata organizzata dai leader gay della Grande Mela, spiegando che la direttiva è "un grande passo verso l'uguaglianza".

In sostanza, il governatore vuole fare pressione in vista della futura possibile celebrazione dei matrimoni omosessuali anche nello Stato di New York. Paterson nella sua storia politica ha stabilito forti legami con la comunità gay. Anche il suo predecessore Spitzer l'anno scorso aveva presentato una legge per legalizzare i matrimoni omosessuali: era passata all'Assemblea (camera bassa dello Stato) dove la maggioranza è democratica, ma non al Senato di New York, dove la maggioranza è repubblicana.

Entusiastiche le reazioni dei leader gay dello Stato che sottolineano come la nuova direttiva semplifichi la vita alle coppie omosessuali che si sono sposate altrove e che finora per vedersi riconosciuti alcuni diritti non avevano altra strada che quella di fare causa alle singole istanze amministrative.

Oltre ai due Stati che ammettono le nozze omosessuali, nell'Unione ce ne sono altri come New Jersey e Vermont che ammettono una forma di unione civile.

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Iran. Mahmud, l’incubo dei gay.

(Il Riformista) Fu travolgente il boato degli studenti alla Columbia University dopo che il presidente iraniano Ahmadinejad, a settembre dello scorso anno, pronunciò la ormai celebre frase: «In Iran non esistono omosessuali, noi non ne abbiamo». La comunità gay è invece presente in Iran e non se la passa affatto bene, isolata dalla società e dalla famiglia e perseguitata dal regime islamico. Si dice siano 4000 gli omosessuali impiccati negli ultimi trent’anni, molti di più sono stati sottoposti a pene detentive e corporali. Il discorso di Ahmadinejad però almeno un merito lo ha avuto: da allora, la questione omosessuale è diventata importante per i media quasi quanto il nucleare. Sui blog cominciano a circolare video e testimonianze con le prime denunce di chi vive l’omosessualità come un incubo. Nascondono la loro identità sessuale, la cancellano perché potrebbe rappresentare la loro fine. In molti casi si tratta di persone cresciute in famiglie religiose, nell’angoscia di rischiare di perdere tutto. Il dramma maggiore per loro è il non riuscire a creare comunità, il non avere modo di confrontarsi e solidarizzare. Il Parco Daneshjou è il grande punto d’incontro, il famoso Parco degli Studenti, in cui gli incontri sono quanto mai nascosti per sfuggire alle retate della Polizia Morale.

Il rischio è la condanna a morte per impiccagione. Il grande tabù da combattere è per il clero la non precisa identità sessuale. L’Islam non l’accetta, non si sfugge: o uomo o donna. Una storia accaduta nel 1975, letta su un blog iraniano, chiarisce i termini della questione. E quella di Fereidoon Malakara, un giovane ragazzo gay di Tehran che lavorava presso la tv iraniana. Era molto religioso e decise di scrivere a Khomeini, durante il suo esilio francese. L’Iman risponde. Lo invita a fare la scelta, a identificarsi completamente nel sesso femminile e per questo a coprirsi e a seguire tutti i dettami della religione coranica. Scoppia la rivoluzione nel ‘79 e Fereidoon perde il lavoro. Piomba nell’incubo ed è costretto a subire l’emissione forzata di ormoni maschili, così, gli dicono i medici, avrebbe superato il problema. Tramite conoscenze riesce a fissare un appuntamento con l’Iman, lo incontra, gli parla, gli chiede aiuto. Ed è allora che Khomeini, sorpreso dalla visione diretta delle sue caratteristiche femminili deciderà di emettere una fatwa, un comando religioso utilizzato per fissare o modificare una legge. Si sarebbero permessi i cambi di sesso.

Fereidoon Malakara diventa da allora Maryam Malakara, ora è una donna. Tornando all’oggi una buona notizia va comunque registrata. Mehdi Kazemi, che rischiava la pena di morte in Iran solo per il fatto di essere gay, ha ottenuto asilo nel Regno Unito. Per The Indipendent «è una buona notizia, ma non abbastanza buona». Il quotidiano britannico non nasconde l’indignazione per un caso che la giustizia ha saputo risolvere solo dopo due anni, con un provvedimento speciale, e che secondo il giornale avrebbe dovuto invece portare a una modifica delle leggi in materia. Il ventenne Kazemi era infatti giunto in Gran Bretagna nel 2005 e l’anno successivo aveva saputo dell’esecuzione del suo ex compagno, condannato a morte per il reato di sodomia. Era stato lui, prima di morire a fare il suo nome e Kazemi, per evitare il ritorno in Iran, inoltrò immediatamente domanda di asilo. «Un minuto prima studiavo ancora a Brighton e un minuto dopo mi hanno detto che era stato firmato l’ordine di espulsione - ha detto al giornale - Pensavo di essere a un passo dalla morte, mi avevano detto che avrei potuto fare appello solo dopo essere stato rimpatriato. Mi sono detto: è impossibile, chi presenterà appello? Il mio cadavere?».

La richiesta venne respinta dalle autorità britanniche sulla base del fatto che, pur ammettendo che l’Iran condanna a morte imputati omosessuali, non esiste alcuna repressione sistematica. Kazemi insomma sarebbe stato al sicuro se avesse esercitato discrezione riguardo al suo orientamento sessuale. Una scelta vergognosa per il celebre quotidiano londinese.

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Gaypride a Mosca. Secondo gli organizzatori c'è un'apertura del Cremlino.

Dopo i disordini anni scorsi in piazza e il niet di Luzhkov.
(Apcom) Il Cremlino sotto la nuova leadership cerca "un compromesso" sullo svolgimento del Gay Pride a Mosca e sarebbe stata "mandata una lettera alla prefettura con l'ordine di trovare uno spazio per lo svolgimento della manifestazione sul territorio della città". Lo ha detto ad Apcom Nikolai Alekseev, organizzatore della manifestazione per l'orgoglio omosessuale che "comunque sia - permesso o no - si terrà domenica prossima".

Dopo i disordini degli anni scorsi in piazza e il no deciso del sindaco di Mosca, Yurj Luzhkov, gli organizzatori del Gay Pride si sono rivolti al neopresidente Dmitri Medvedev e la richiesta di permesso a quanto pare è stata "presa in considerazione".

Alekseev è tuttavia molto cauto su un cambiamento dello sguardo da parte della dirigenza politica russa rispetto al Gay Pride, dopo l'avvicendamento al Cremlino tra Vladimir Putin e Medvedev. Putin a suo tempo aveva tagliato corto sulla questione: nel corso di una conferenza stampa aveva definito il calo demografico una priorità più urgente - dei diritti dei gay - per la sua presidenza.

Ora con il nuovo presidente - liberale, giurista e convinto sostenitore del diritto - le speranze di Alekseev e soci potrebbero essere maggiori. Tanto più: ieri Amnesty International si è rivolta direttamente a Medvedev, chiedendo di "garantire" quanto "enunciato nella Costituzione russa e negli accordi internazionali ratificati dalla Russia nel campo dei diritti umani", affinché diventino una realtà per tutti gli uomini nella Federazione. Indipendentemente dalla loro etnia, nazionalità, convinzioni politiche e religiose o tendenze sessuali".

Ma il contesto non è secondario. Per una società dove l'omofobia è un dato di fatto. Una componente davvero radicata nella cultura e nella religione. "Penso che soltanto lunedì - dopo il nuovo tentativo da parte degli organizzatori previsto per domenica - potremmo dire se qualcosa è cambiato o meno" afferma.

Quanto al significato della lettera inviata dal Cremlino, l'organizzatore della manifestazione si astiene da giudizi sulla reale propensione del Cremlino a favore. "Sappiamo che hanno mandato una lettera alla prefettura: evidentemente vogliono trovare un compromesso alla questione". E comunque "in ogni caso, che ci sia o meno una risposta della prefettura, noi terremo il Gay Pride".

Dopo i disordini degli anni scorsi in piazza e il no deciso del sindaco di Mosca, Yurj Luzhkov, gli organizzatori del Gay Pride si sono rivolti al neopresidente Dmitri Medvedev. La mossa a sorpresa è tesa ad aggirare il no del primo cittadino di Mosca. "La nostra posizione non è cambiata", aveva detto ad Apcom qualche settimana fa lo stesso Luzhkov. Una reiterata contrarietà dopo le risse con intervento delle forze speciale Omon verificatesi nel 2007, quando intervennero anche politici italiani a sostegno del Gay Pride. In particolare l'europarlamentare Marco Cappato e l'allora deputato Vladimir Luxuria. Quest'anno si è ventilata l'ipotesi della partecipazione di Marco Pannella, ma pare che nessun politico italiano ci sarà.

Gli attivisti gay sono scesi in battaglia con Luzhkov sin dal 2006. Proprio in quell'anno il sindaco durante una conferenza della Chiesa ortodossa russa al Cremlino aveva definito la Gay Parade un "rito satanico". Il Municipio da allora ha sempre respinto qualsiasi richiesta. Nel 2007 il tentativo di parata guidata dallo stesso Alekseev è finito in questura con il fermo dello stesso Cappato e di altri europarlamentari come il tedesco Volker Beck e di altre 27 persone.

Quest'anno gli organizzatori locali si sono dimostrati ancora più combattivi inondando il Municipio con più di 100 richieste per differenti date e strade della Capitale. Tuttora non è chiara la posizione del Cremlino che si ritrova senza dubbio di fronte a una "vexata quaestio". A fronte di un Paese dove l'omofobia è comunque diffusa e radicata nella cultura. Anche al di là della fede ortodossa.

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Perugia. Retata di trans nelle vie a luci rosse. Secondo il giornale La Nazione si tratta di una "Radicale bonifica in ambito prostituzione".

(Giuseppe Smuraglia - La Nazione) PIU’ CHE DI «pattuglione» stavolta probabilmente è più giusto parlare di una radicale bonifica in ambito prostituzione.
E nello «specifico» di quella maschile. Dei trans. Con arresti, denunce e rimpatri. Che già nei giorni passati aveva portato all’arresto di altre persone e alla decapitazione di un’organizzazione criminale specializzata nel traffico dai paesi del sudamerica di giovani transessuali. Che, dopo essere stati forniti di abitazioni e, addiririttura di posti di lavoro su strada, venivano inevitabilmente rapinati di ogni guadagno.

L’ALTRA NOTTE sono entrate in azione le pattuglie della Squadra Volante dirette da Maria Letizia Tomaselli, e sul campo coordinate dal vicecommissario Monica Corneli. Le zone controllate dalla pattuglie della Volante sono state quelle tradizionalmente frequentate dai trans: Via Settevalli e via Martiri dei Lager.

UNA DECINA i transessuali accompagnati in Questura — tutti sudamericani tra i 20 e i 30 anni — per l’identificazione. Tutti sono risultati clandestini. Un brasiliano è stato arrestato per resistenza, aggressione, minacce e oltraggio a pubblico ufficiale. Il trans, 19 anni. armato di scarpe con i tacchi a spillo si è scagliato contro gli agenti. Ma è finito prima in manette e poi a Capanne. Gli altri sono stati accompagnati al Cpt di Milano, mentre solo due sono stati direttamente imbarcati su un aereo. Si tratta di due cileni di 25 anni. Questa etnia è una novità assoluta. Evidentemente il traffico dei trans si sta ampliando e adeguando alle esigenze del mercato.

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Roma. Negata piazza San Giovanni al Gaypride. Polemica infinita.

(Il Giornale) Il Gay Pride a Roma del prossimo 7 giugno non potrà concludersi in piazza San Giovanni, come in un primo tempo accordato dalla Questura di Roma agli organizzatori. Che ora denunciano la retromarcia decisa, motivata dalla concomitanza con un concerto corale nei Palazzi del Laterano, come "una provocazione" nei confronti del movimento omosessuale.

La decisione della questura A nove giorni dallo svolgimento la questura di Roma ha ritirato l’autorizzazione, concessa originariamente in data 11 aprile, a concludere la parata a Piazza San Giovanni. "Siamo stupiti e amareggiati per l’evolversi degli eventi e per l’incredibile ritardo della comunicazione", commenta il circolo Mario Mieli. Gli fa eco il presidente nazionale Arcigay, Aurelio Mancuso, per cui "non è ammissibile" la retromarcia della Questura.

La motivazione Stando a quanto riferito, la decisione della questura dovrebbe essere dovuta al fatto che all'interno dei palazzi Lateranensi si tiene durante la giornata un Convegno internazionale, con un concerto conclusivo dentro la Basilica. "Cosa c'entra il Pride con un Convegno clericale? - polemizza l'Arcigay - quali problemi d'ordine pubblco, potrebbero sorgere tra una parata che sfila nelle vie di Roma e si conclude nella serata nella storica piazza e un`iniziativa della gerarchia cattolica dentro le mura della Basilica?".
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Pari opportunità a senso unico. Intolleranza e ipocrisia figlie dello stesso errore.

Hanno detto, Pari Opportunità, Comune di Roma e altri che sulla questione si sono dilettati, che "il no al patrocinio del Gay Pride, che fa delle nozze omosessuali una bandiera, è un no contro l'ipocrisia". Hanno detto che "negare le differenze è inaccettabile" e che "il politically correct ha già fatto troppe vittime".
(Il Tempo) E sarebbe proprio bello (anche se non di political correctness si tratta, né di modernismo, bensì di civiltà) se non ci fosse bisogno di questa cosiddetta ipocrisia. Sarebbe bello ma non è. Perché se fosse, quel padre di Palermo non avrebbe accoltellato il figlio diciottenne perché gay. Un episodio che ha gli stessi genitori, razzismo e intolleranza, del raid contro gli immigrati al quartiere romano del Pigneto. Gli stessi delle frasi di Almirante contro "meticci e ebrei" che alla fine pure Fini ha definito vergognose - e poi non ci scandalizziamo se i bambini di Ponticelli scrivono nei temi, sui campi rom dati alle fiamme, che "hanno esagerato e abbiamo dovuto punirli".
E poco importa, ci scuserà Michele Serra, se una volta sotto i flash il diciottenne di Palermo si sia forse lasciato trascinare dal desiderio di apparire, posando addirittura "ben pettinato su una spiaggia" (orrore). Sono arcinote le strumentalizzazioni di noi membri della stampa, che ci affrettiamo a fare eroi di uomini e ragazzi per poi distruggerli due minuti dopo. Non sono forse trascinati dalla stessa bramosia tanti buoni a nulla che infestano You Tube, i concorsi per miss Tuscia e i provini per i banchi di Amici e i troni di Maria? Quindi perché quel diciottenne dovrebbe essere diverso? Forse che essendo gay dovrebbe essere più raffinato? Per la serie tutti i gay sono grandi ballerini e arredatori?
Il fatto è che ben prima delle nozze, gli omosessuali chiedono pari diritti e pari opportunità (che guardacaso è proprio il nome di un certo ministero che anche loro dovrebbe tutelare). Una parità che la cronaca dimostra, giorno dopo giorno, essere un miraggio. E poi, scusate, dove sono quelle differenze di cui sopra? E quali sono, quando gli stessi che sbandierano come valore il matrimonio ne infrangono i voti il giorno dopo essersi sposati? Per chi è ancora un valore il matrimonio in un mondo di fedifraghi (e fedifraghe), di preti-orchi a caccia di bambini e di altri preti che hanno figli e fidanzate e ci scrivono anche un libro? Forse per Cosimo Mele, militante di un partito che si propone di difendere i valori cattolici e della famiglia - e sappiamo tutti com'è andata? Piuttosto è questa la vera ipocrisia. Che a difendere famiglia e matrimonio siano proprio quei figuri per cui famiglia e matrimonio poi valgono zero. E le nozze gay, queste "istituzioni sociali senza fondamento", come gli stessi accusano, saranno poi così sbagliate quando molte unioni omosessuali durano ormai più a lungo delle nostre (e forse sono pure meno ipocrite)? La vera "emergenza" è l'intolleranza. In tutte le sue forme.

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"Garofano verde": Quindici anni di teatro omosessuale.

Torna Garofano Verde. Scenari di teatro omosessuale, curato da Rodolfo Di Giammarco. La rassegna - che si terrà dal 3 al 26 giugno presso il Teatro Belli in Roma - è giunta al quindicesimo anno. È quindi tempo di fare un bilancio. Dice il curatore:

Quindici anni di proposte e stimoli hanno inizialmente avuto, grazie al sostegno del Comune di Roma, l’effetto di sdoganare il teatro d’ispirazione omosessuale dalle zone intellettualmente e operativamente marginali, dai luoghi dell’off, dalla sperimentazione, e ormai va riconosciuta una certa discreta e indiscriminata diffusione, in quasi tutti i teatri, di testi con trama o senso lgbt. E lo stesso Garofano Verde ha mutato, col trascorrere del tempo, la propria vocazione, passando da un riscontro di drammaturgie storiche a tutta una serie di sostegni a novità di giovani o affermati autori, per poi fare il punto più di recente su riflessioni, creazioni, autocoinvolgimenti, messe in gioco attorali e traduzioni in linguaggi del corpo di e su ancora più profonde, minute, latenti o esplicite sensibilità e condizioni omosessuali al passo con l’epoca in cui viviamo.

Il programma per quest’anno prevede due proposte nuove e una riesplorazione degli spettacoli “numeri zero” nati apposta per Garofano Verde che poi sono diventati eventi ordinariamente introdotti nelle stagioni italiane e straniere.

Ecco il cartellone:

Album 1993-2007

Pagine di ieri

  • 3-4 giugno: Racconti di giugno. Incontro con se stesso - di e con Pippo Delbono
  • 5 giugno: Serata Pier Vittorio Tondelli - a cura e con Giorgio Barberio Corsetti
  • 6-7 giugno: Sabbia - scritto, interpretato e messo in scena da Eleonora Danco
  • 9-10 giugno: Picchì mi guardi si tu sì masculo - scritto, interpretato e messo in scena da Giancarlo Cauteruccio
  • 13-14 giugno: Brokeback Mountain - da Gente del Wyoming di Edna Annie Proulx - mise en espace a cura di Luciano Melchionna
  • 15-16 giungo: Mishelle di Sant’Oliva - scritto e diretto da Emma Dante
  • 17-18 giugno: Under my skin - di Massimo Bacastro, regia di Daniele De Plano
  • 19-20 giugno: Signore - da opere di Samuel Beckett, regia e coreografia di Virgilio Sieni

Pagine di oggi

  • 22-23 giugno: Altri amori - Corti teatrali gay 2 - di Canale, Casalini, Dattola, De Mandato, Fea, Tartufi, Santaniello, regia di Marcello Cotugno
  • 25-26 giugno: Alan Turing e la mela avvelenata - di Massimo Vincenzi, regia di Carlo Emilio Lerici

Teatro Belli
Roma, Piazza S. Apollonia 11/a
tel 065894875 - email info@teatrobelli.it
Orario spettacoli: 21,15
Biglietti: euro 15,00 - euro 10,00 - euro 8,00

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Ndr. Chissà se servono a qualcosa queste ubriacature di "cultura" e teatro gay. Mistero.

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L'omosessualità dei figli: conclusa la ricerca Family Matters.

(Sara De Carli - Vita) Sul "Corriere della Sera" di oggi Paolo Brunetto, 18 anni, racconta l'agggressione subita dal padre, coltello alla mano, umiliato dall'onta di avere in famiglia "un figlio frocio". Segno delle difficoltà a fare coming out e ad essere accettati, anche in famiglia. Ma ancora una volta nulla si dice sulle difficoltà della famiglia, sui percorsi a cui essa è costretta: il 20 e 21 giugno invece la famiglia sarà al centro. A Firenze infatti, in quella data, saranno presentati i risultati della ricerca europea “Family matters. Sostenere le famiglie per prevenire la violenza verso giovani gay e lesbiche”.

Lo studio ha coinvolto 500 famiglie ed è finanziato dall'Unione Europea (fondi comunitari Daphne). Ci hanno lavorato Chiara Bertone e Marina Franchi, sociologhe dell'Università del Piemonte orientale, con la collaborazione di tre associazioni di famiglie con figli omosessuali: Agedo (Italia), Fflag (Gran Bretagna) e Ampgil (Spagna). «Fino ad oggi le ricerche non hanno preso in considerazione la famiglia, come se le persone omosessuali fossero monadi, come se non avessero una famiglia», ci aveva spiegato Chiara Bertone al lancio del progetto. «In realtà le famiglie sono fondamentali, soprattutto perché è sempre più frequente fare i conti con la propria omosessualità nella fase dell'adolescenza. Le famiglie però si ritrovano sole ad affrontare una situazione non prevista, non hanno modelli di comportamento a cui fare riferimento, né appoggi esterni a cui chiedere aiuto. Anzi, le famiglie stesse sono dei “gruppi sommersi”, faticano a dire in pubblico di avere un figlio omosessuale, hanno paura di essere colpevolizzati. Per questo una ricerca così ampia è importante: dobbiamo analizzare i vissuti, individuare i bisogni e le buone pratiche, costruire modalità di intervento. Trasformare la famiglia in un punto di sostegno significa prevenire momenti di violenza anche fuori dalla famiglia».
Alla conferenza europea sarà presentato anche il documentario Due volte genitori, del regista Claudio Cipelletti, video-documentario sulla vita delle famiglie con figli omosessuali che sarà distribuito nelle scuole.

Sullo studio leggi anche: Tutta la famiglia fa coming out
In allegato il programma della Conferenza.

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In Ecuador la chiesa cattolica raccoglie firme per evitare la legalizzazione del riconoscimento delle coppie gay.

Grande mobilitazione in tutte le Diocesi a sostegno della vita e per evitare la legalizzazione dell’aborto nella nuova Costituzione.
Agenzia Fides) - Il popolo dell’Ecuador si sta mobilitando in seguito al dibattito in atto nell’Assemblea Costituente su temi cruciali come la legalizzazione dell’aborto, il riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali e l’eliminazione del nome di Dio dalla nuova Costituzione. “Di fronte a questa situazione, la Chiesa non poteva tacere” afferma suor Immaculada Doncel, Superiora delle Serve del Focolare della Madre presenti a Chone (Diocesi di Portoviejo), le quali si sono prontamente attivate rispondendo all’appello dei Vescovi del Paese ad ostacolare la presa di tali decisioni.
Secondo quanto spiega all’Agenzia Fides la religiosa, la Conferenza Episcopale Ecuadoriana, insieme ad altre istituzioni come la CORPEDUCAR (Corporazione Ecuadoriana per la Qualità dell’Educazione), la CONFEDEPAL (Confederazione Ecuadoriana delle Scuole Particolari Laiche), la CONFEDEC (Confederazione Ecuadoriana degli Istituti di Educazione Cattolica), la CEPAFEC, il CONESA, (Consiglio Nazionale per l’Educazione Salesiana) ed il movimento “Fede e gioia” (Movimento di Educazione Popolare Integrale e Promozione Sociale), ha organizzato una raccolta di firme su tutto il territorio nazionale.
Attraverso queste firme, il popolo dell’Ecuador rivolge all’Assemblea Nazionale Costituente 2008 diverse petizioni: invocare la protezione di Dio nel preambolo della Costituzione; garantire l’inviolabilità della vita dal concepimento fino alla morte naturale senza eccezioni; garantire la protezione della famiglia, riconoscendo l’unione tra l’uomo e la donna come unico nucleo familiare; garantire la libertà di educazione ed il diritto dei genitori a scegliere l’educazione per i propri figli.
Nella parrocchia di San Cayetano, dove sono presenti le religiose, è partita subito la raccolta di firme. I giovani sono andati a gruppi di due nelle università, negli ospedali, nei centri sanitari, nelle scuole, nei negozi, per informare le persone sul tema del dibattito e raccogliere le firme. Nell’Università è stato organizzato un forum con sei relatori per parlare ed informare gli universitari sull’aborto dal punto di vista medico, psicologico, legale, sociologico, economico e morale. Con questo forum si è poi dato inizio ad una intensa “Giornata per la Vita”, caratterizzata da diversi momenti, tra cui la Santa Messa all’aperto nel cortile della Parrocchia, nel centro della città, seguita da una marcia a favore della vita avente per tema “Grazie mamma per aver detto si alla vita”, che è culminata con una “Serenata alle madre”.
Tutte le firme raccolte sono state presentate nella Città Eloy Alfaro a Montecristi, sede dell’Assemblea Costituente, dal Presidente della Conferenza Episcopale, Mons. Antonio Agguerri, direttamente al Presidente dell’Assemblea, Alberto Acosta. Hanno assistito alla consegna una moltitudine di giovani e professori di diversi centri educativi che si erano riuniti. Sono state consegnate un totale di 61.700 firme. La Parrocchia di San Cayetano ne ha raccolte 9.537.
Oltre alla Giornata per la Vita, ha preso il via la formazione di gruppi per la vita nelle università e nelle scuole secondarie. Per questo nell’ultimo mese i membri di alcuni gruppi giovanili stanno approfittando della loro formazione settimanale per prepararsi su questi temi, perché saranno loro stessi a dover parlare ai propri compagni. Un’altra idea che si sta elaborando è la “Fraternità bianca”, una iniziativa per promuovere anche tra i bambini lo spirito della difesa della vita; gli stessi bambini si impegnano tra le altre iniziative a pregare per questa intenzione.
Come afferma suor Immaculada Doncel “è importante che i cattolici non rimangano con le braccia conserte. Siamo contente della risposta di molti giovani che sono stati capaci di affrontare questa sfida con responsabilità e generosità e di avere potuto contribuire alla difesa della vita e della verità”. Inoltre, conclude la religiosa, grazie a questa mobilitazione, “molte persone sono state interpellate nella loro coscienza sul valore della persona umana, la grandezza della sua dignità dal momento del concepimento. È stato anche un motivo di particolare unione con tutti i fratelli cristiani cattolici”.

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Gaypride in giacca e cravatta. Quali vantaggi?

(Gianmario Felicetti - La famiglia Fantasma) In questo periodo sono state molte le discussioni su un pride Giacca e Cravatta. E’ difficile avere una opinione certa.
Certi eccessi danno fastidio anche a me. Da un lato mi farebbe comodo non vederli. Fa comodo a tutti non vedere certe cose. Ma è questo quello di cui abbiamo bisogno?Poi che dire: può sembrare una ragionevole concessione da dare alla destra. Con la sinistra ci siamo tirati giù le mutande, almeno qui un mignolino, una cosa da poco…
Ovviamente c’è stato chi ha scomodato i bambini, pur con tutte le buone intenzioni. Ma è fin troppo facile strumnetalizzare sulle persone indifese.

Ma allora, come la penso?

Penso che il Pride così come è fatto non serve a niente, in Italia. Risultati zero.
Tuttavia il Pride è il Pride. Farlo è necessario, è impomrtante e non può essere snaturato. Probabilmente noi italiani per avere dei diritti dobbiamo fare altre cose che non il Pride.
Ma un pride si fa come deve essere. E quindi: nessuno può dire come ci si va vestiti.
Se non siete d’accordo, ditemi: cosa ci guadagneremmo se facessimo un Pride in giacca e cravatta, per dare ragione alla destra?
Ci guadagneremmo in credibilità? No.
Avremo più potere contrattuale? Ne avremo meno, perché sarà il primo passo di quella negoziazione al ribasso che con la sinistra ci ha sfibrato l’orgoglio che dovremmo avere.
Avremo più dignità? Non credo proprio.
L’unica censura che fa bene al pride (forse) è quella delle persone che vanno a provocare solo per fare soldi e clienti. Quelle persone è meglio se non ci fossero, secondo me. Oppure relegate in fondo, alla fine. Fuori dalla festa.
Nessuna istituzione è nella condizione di porci condizioni quando per prime le istituzioni stesse ancora sono inadeguate nel farci esercitare quei diritti che la costituzione ci riconosce. Prima uguali diritti. Poi, nel caso, si parla del nostro modo di vestirci il giorno del Pride.

Non siamo noi che dobbiamo vestirci in giacca e cravatta. Sono gli altri che devono venire al Pride.

“Guardare il Pride Parade alla TV è come farsi prendere in giro dai mass-media. Partecipare al Pride Parade è come avere l’opportunità di Alice: addormentarsi e fare un sogno. Senza accorgersene, ritrovarsi in una realtà fantastica ed incredibile, allegorica e visionaria nella quale si incontrano Cappellai matti, regine di cuori prevaricatrici ed eccessive, gatti sornioni, adulatori e disorientanti. Come tutti i sogni è un sogno che dura poco, il tempo di un pomeriggio alla fine del quale è obbligatorio risvegliarsi per un anno intero. Ma al contrario dei soliti sogni è più concreto di quanto si possa credere. Quelle eccessive rappresentazioni così estreme da sembrare caricature dell’esistenza, in verità sono ritratti acuti e penetranti della realtà. La coscienza ne esce saldamente ancorata alla verità, come se, in mezzo a quel frastuono, ce ne fosse stato svelato, misteriosamente, il segreto: i gay sono normali cittadini italiani.”

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