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mercoledì 20 agosto 2008

Inghilterra. Gay è bello, i grandi gruppi se li contendono.

(Ansa) I tempi della discriminazione sul posto di lavoro per via delle abitudini sessuali sono acqua passata in Gran Bretagna. Anzi. Essere gay ultimamente si sta persino configurando come un vantaggio: i grandi gruppi hanno infatti abbandonato ogni diffidenza e corteggiano apertamente i professionisti omosessuali presentandosi come aziende all'avanguardia sul terreno delle pari opportunità. E tutto in nome del profitto: visto il clima di frenetica competizione che imperversa nei mercati, le aziende non possono più permettersi il lusso di scartare talenti sulla base di obsoleti pregiudizi - preferenze sessuali, razza, genere. E' il quotidiano britannico 'The Independent' - sull'onda della clamorosa 'apertura' del servizio di sicurezza interno britannico (MI5) che ha annunciato di voler reclutare agenti omosessuali - a svelare quanto sono cambiate le cose nel Regno Unito. "Un tempo le persone temevano di poter perdere il posto di lavoro se veniva fuori che erano gay", ricorda Angela Mason, storica leader di Stonewall, la più importante associazione per i diritti degli omosessuali britannici. "Se venivi scoperto - continua - era la fine". Cosa è cambiato, quindi? Sotto la sua direzione Stonewall ha abbandonato la strategia del muro contro muro ed è passata ad un approccio più pragmatico: blandire il mondo del business. "Il trucco - spiega David Shields, responsabile del settore lavoro di Stonewall - è di mostrare il lato economico ai datori di lavoro. Non ha senso avere una reputazione di chiusura nei confronti d'impiegati gay: semplicemente porteranno le loro competenze al servizio di un'altra azienda". Con una media di 15mila neo-laureati omosessuali sfornati ogni anno dalle università britanniche e un totale di 1,7 milioni di gay in età di lavoro - fa notare l'Independent - la discriminazione può rivelarsi fatale per la competizione nell'accaparrarsi le migliori risorse. E non è quindi un caso che nella periodica classifica delle migliori 'aziende amiche dei gay' stilata da 'Stonewall' sempre di più compaiano ai primi posti nomi di peso del settore privato: nel 2007, ad esempio, aziende come IBM, KPMG, Goldman Sachs e LloydsTSB figuravano nella top ten. "Credo che oggi gli stessi clienti vogliano vedere una forza lavoro più eterogenea", ha detto Ashley Steel, unica lesbica dichiarata a sedere nel consiglio di amministrazione di una società (la KPMG) della City di Londra. Anche se, fa notare, c'é ancora molta strada da fare: nessun omosessuale, dice, siede nel consiglio di amministrazione di un'azienda quotata nell'FTSE 100 - le 100 società che rappresentano circa l'80% della capitalizzazione di mercato dell'intera Borsa londinese. Tra le figure di spicco che sono arrivate ai piani alti di note compagnie nonostante i gusti sessuali, l'Independent cita i casi di Sir Michael Bishop, capo della compagnia aerea BMI - seconda, per ampiezza, solo alla British Airways -, Robert Taylor, amministratore delegato della Kleinwort Benson Private Bank e Charles Allen, ex ad di ITV e ora 'signore della radio' nel Regno Unito grazie alla sua Global Radio.

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martedì 19 agosto 2008

Se "compagno" vuol dire "gay". Ecco come la Cina cambia slang.

(Stenio Solinas - Il Giornale) Modi di dire antichi e nuovi, vecchie parole che hanno cambiato significato, neologismi e slang. A volte si capisce più un popolo da come si esprime, che non leggendo ponderose indagini sociologiche in materia. Dopo tre settimane, lo straniero che vuole comunque cercare di comunicare, si ritrova con un vocabolario piccolo, ma a suo modo significativo. Lo abbiamo suddiviso in quattro gruppi, ciascuno con un titolo riassuntivo. Ecco, dunque, il nostro dizionarietto pechinese. Buona lettura.

LA NUOVA GIOVENTÙ
Tongzhi. La traduzione corretta, quella dei tempi di Mao, è compagno: indicava la militanza, incarnava la fede nella dottrina comunista. Sere fa, al locale L'Oriente è Rosso, ho chiamato così il ragazzo che mi spiegava il senso nazional-maoista di uno spettacolo in cui finte Guardie rosse cantavano per la gioia di un pubblico caloroso quanto alticcio. «Sei un compagno» gli ho detto per fargli capire che avevo capito. «No, mi piacciono le donne» è stata la risposta. Oggi tongzhi sta per omosessuale, e questo è quel che resta del marxismo...
Xi xin zenlei. È la nuova-nuova generazione. Si definiscono così i ventenni con i capelli corti che il gel tiene dritti sulla testa. Le ragazze hanno lo smalto nero sulle unghie, rossetto marrone, borsetta di Vuitton. Molti anelli alle dita, telefonino Nokia giallo, Swatch al polso.
Ziwoydai. È la Me Generation, visto che in Italia Generazione Io non lo dice nessuno. Sono i figli unici, viziati e coccolati, su cui genitori e nonni ripongono speranze di gloria che loro però non ritengono di dover soddisfare.
Sanpei xiaojie. Una sera finisco al Cargo, nel quartiere di Chaoyang, ovvero il tempio del karaoke cinese: un megaclub dove si balla, si gioca, ci si ubriaca, si spende. Il mio anfitrione mi introduce a una Sanpei xiaojie, ovvero «la Signorina dei tre accompagnamenti»: canta con te, danza con te, beve alla tua salute in cambio di una piccola mancia. «C'è anche il quarto accompagnamento» mi viene detto, e insomma tutto il mondo è paese...

USI E COSTUMI
Chi le ma? Il buon giorno cinese si dice così, e letteralmente vuol dire: «Hai già mangiato?». La passione, l'ossessione, quasi, dei cinesi per il cibo ha a che fare con l'incubo della fame che gli sconvolgimenti del Novecento e le carestie dell'epoca maoista hanno contribuito a radicare nelle menti, ma anche con una tradizione millenaria. Nel 1976, quando Mao morì, c'era un ristorante ogni tre milioni di cinesi, oggi ce n'è uno ogni quattrocento. Ai tempi della Cina imperiale, nella Città proibita, più della metà dei quattromila servitori era addetta al cibo e al vino dell'imperatore. In linea di massima, qui si mangia qualsiasi cosa abbia le gambe, eccetto i tavoli, che voli, tranne gli aerei, che si muova nell'acqua, escluse le navi.
Li le ma? Hai già divorziato? È un altro modo di salutare che racconta benissimo la modernizzazione cinese.
Xiao mi. Significa piccolo segreto. È quello di uomini d'affari, manager, politici, tutti regolarmente sposati e con famiglia. Li accomuna, appunto, il «piccolo segreto» di avere un'amante... Pur nella modernizzazione, la Cina spesso conserva verbalmente un'antica pruderie rivoluzionaria.
Xiaozi. È invece il piccolo borghese. Non è ricco, ma è attento alle mode occidentali e, dove può, le segue.
Sizhu bupa zeshuitang. È il detto con cui si definisce chi non bada ai giudizi altrui. Significa: i maiali morti non temono l'acqua bollente. Ovviamente non vale per chi ha il suo «piccolo segreto».

NOI E LORO
Yang ren. Sta per Popolo dell'Oceano, ovvero lo straniero, detto anche Waiguozen, naso lungo.
Jia yangguiz. È il falso popolo straniero, ovvero il cinese troppo occidentalizzato persino agli occhi di chi comunque è già molto occidentalizzato...
Haigui. Vuol dire tartarughe di mare e indica chi torna da oltre Oceano con un master, un inglese fluente, un buon lavoro.

VECCHI E NUOVI IMPERATIVI
San zhongyu. Erano le tre lealtà. Verso Mao, verso il Partito, verso il socialismo.
San Zhuan. È ciò che negli anni '80 le ha sostituite, ovvero «le tre ruote»: una bicicletta, una macchina da cucire, un orologio da polso.
Siyou. Sono «i quattro averi» degli anni Duemila, in forma di desideri: un appartamento, una macchina, la salute, la bellezza.
Bazong bachi. Da un paio d'anni sono i Comandamenti socialisti che trovi affissi nei luoghi pubblici a mo' di campagna contro la corruzione e l'immoralità. Indicano Gli otto Onori e le Otto Vergogne. Per esempio, Onora chi lavora sodo, Vergogna sul nullafacente; Onora gli onesti, Vergogna sui disonesti...

COSTRUZIONE E CORRUZIONE
Cha ne. Sta per demolire. «Se non demoliamo, come possiamo definirci cinesi?» dice il mio interprete giocando sull'assonanza fra cha e China in inglese... Già come possono?
Lan wei. Letteralmente, coda marcia. Indica tutti quei palazzi, centri commerciali, complessi alberghieri mai finiti di cui la Cina è piena, un buon dieci per cento del mercato edilizio. Sono figli della speculazione, dell'imbroglio, della corruzione e della crisi economica fine anni '90. Adesso lo Stato si sta industriando con nuovi incentivi da un lato, leggi più severe dall'altro.

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domenica 10 agosto 2008

Natalia Aspesi. L´insostenibile leggerezza di vivere coming out.

Nascosti, rimossi e perseguitati per secoli da perbenisti, tradizionalisti e illuministi. Nonostante il riscatto del ´68, ancora senza diritti in gran parte del mondo. Ma nell´immaginario, nelle arti e soprattutto nei libri, mai come ora, gli omosessuali vivono il loro successo.

(La Repubblica) Nell´Italia perbene degli anni Cinquanta quella parola lì non veniva pronunciata, né si era certi che quelli là esistessero davvero. C´erano sussurri, pettegolezzi, illazioni, malignità, ironie, angosce, ma neppure i ballerini ossigenati della Wanda Osiris che sculettavano su e giù per le scalinate rosa di riviste come Il diavolo custode o Galanteria erano stati del tutto convincenti. Né destavano sospetti certi maturi scapoloni imprendibili anche dalle più vivaci vedove di guerra, che sempre estraevano dal portafoglio la foto sdrucita di una giovinetta, la fidanzata sul cui letto di morte per consunzione avevano giurato di esserle fedeli per sempre.
Intanto nel paese dei nostri sogni, l´America, chi lo era cercava strenuamente di non esserlo e se era ricco si affidava a costosi e distruttivi analisti nella curiosa speranza di guarire dall´innominabile peste, tanto da non perdere più la testa per marinai in libera uscita e compagni di banco. L´ironica e drammatica biografia di Edmund White (My Lives, pubblicato in Italia da Playground) comincia così: «A metà degli anni Cinquanta, quando avevo all´incirca quattordici anni, dissi a mia madre che ero omosessuale: all´epoca si usava questa parola, "omosessuale", in tutta la sua diabolica maestosità, avvolta in eterei vapori, un misto di malvagità e malattia».
Eppure anni prima, nel ‘48, era già uscito negli Stati Uniti La statua di sale di Gore Vidal, un romanzo esplicitamente omosessuale, ignorato dai critici indignati o attaccato con recensioni furibonde, come ricorda lo scrittore nella sua autobiografia Palinsesto (Fazi Editore): «Uno degli aggettivi più usati era "sterile", che era anche una parola in codice per significare finocchio». Ma il libro era diventato subito un best seller, «letto non solo dai repressi e velati abitanti di Sodoma, ma anche da moltissime altre persone, tra cui il dottor Kinsey», il cui rapporto sul comportamento sessuale dei maschi americani pochi mesi dopo avrebbe scandalizzato il mondo, dichiarando tra l´altro che tra loro almeno il trentasette per cento aveva avuto esperienze omosessuali.
Per i milanesi la scoperta che gli «invertiti», come si chiamavano allora a bassa voce, non solo esistevano ma erano tanti, avvenne alla prima dei "Legnanesi", mitica e irresistibile compagnia di travestiti dilettanti: il teatro ne era festosamente pieno, anche se i meno audaci erano accompagnati dalla loro ignara anche se perplessa fidanzata.
Le autobiografie di Vidal e White sono uscite rispettivamente nel 1995 e nel 2005 (in Italia nel 2000 e nel 2007) e in quel decennio la letteratura e la saggistica omosessuale si sono talmente moltiplicate che chiunque abbia avuto l´ingenuità di sistemare nella sua libreria un angolino gay oggi si ritrova completamente sepolto da montagne di volumi che invadono tutta la casa, cacciando quel poco di languente cultura etero ereditata dai nonni.
La moda e l´ardire del coming out e dell´outing, cioè del dichiararsi omosessuale o del rivelare l´omosessualità di altri, hanno spazzato via ogni indugio e dubbio, hanno disseppellito segreti inconfessati e rivoluzionato illustri e timorate biografie, talvolta documentando semplici voci, altre volte prendendo eccessive e non del tutto ortodosse libertà: da re Luigi XIII di Francia ad Alessandro Magno, da Carlomagno ad Achille, da Horace Walpole a Lawrence d´Arabia, da Caravaggio a Bacon, da Charles Laughton ad Alan Bates, da Hedgar Hoover a Raymond Burr, da Sergej Eisenstein a John Cage, da Marcel Proust a Henry James, da W. H. Auden a E. M. Foster, da Petr Ilic Cajkovskij a Benjamin Britten (vedere l´enciclopedico opuscolo Gaiezze, editore Kowalski). Più inchieste invadenti in varie categorie: generali dell´esercito, uomini di chiesa, nazisti, pompieri, atleti, filosofi, castellani, partigiani, aborigeni e altro. Senza contare le signore, abbondanti in ogni campo e solitamente celebri non tanto per le loro capacità artistiche quanto per la marca del loro sigaro o per il numero sterminato di amanti femmine, tipo la pittrice Romaine Brooks, la poetessa Natalie Clifford Barney, l´architetta d´interni Elsie de Wolfe, la scrittrice Patricia Highsmith, l´antropologa Margaret Mead ecc. ecc.
Tra tanto rutilare di celebrità di cui si è sospettata o confermata o scoperta la lesbogayezza, e in attesa che venga raschiato il fondo del barile sessuale (ultima autobiografia Ecce homo, venticinque anni di rivoluzione gentile, di Franco Grillini), si finisce col chiedersi, inquieti, se siano mai esistite personalità di inattaccabile totale eterosessualità e se quindi non sia il caso di invertire la pignola e ossessiva ricerca, studiando quegli uomini e quelle donne che di sicuro, senza ombra di dubbio, se monarchi mai attentarono alla virtù dei loro paggi e se ballerine classiche respinsero sempre le avance e le perle di poco virtuose duchesse russe.
Viene anche voglia di sapere come mai, con questa storica e vasta popolazione di famosi homo, ancora oggi si stia lì ad accapigliarsi se, una volta usciti allo scoperto, possano ancora fare il vescovo o il colonnello o l´insegnante, o persino ottenere la patente di guida. Mentre le prime pagine dei nostri giornali regolarmente riportano le risse in parlamento su eventuali riconoscimenti di coppia tipo reversibilità della pensione, o di famigliole con due mamme: richieste di diritti che comunque da noi tra fulmini e saette vaticani finiscono sempre col cadere nel vuoto.
Ultimo trionfo gay: la grande, magnifica mostra appena inaugurata al londinese British Museum, dedicata all´imperatore Adriano (già celebrato dalla Yourcenar, altra prodigiosa scrittrice lesbienne) famoso non solo per il vallo in difesa delle conquiste romane in Britannia, ma anche per la sua passione inestinguibile per Antinoo, il ragazzo venuto dalla Bitinia e celebrato dopo la sua morte come un dio.
Sull´intasata bibliomania gay piomba adesso un bel volumone del tipo che si tiene in vista sul tavolino tra i divani, se non si hanno piccini timorati in casa: si intitola Vita e cultura gay (editore Cicero, 382 pagine, 48 euro) a cura di Robert Aldrich, professore di storia europea all´università di Sidney, tra l´altro autore di un Who Is Who in Gay and Lesbian History che ne fa uno dei più dotti studiosi della materia. L´edizione italiana ha in copertina il romantico Ritratto di due amici (1552) del Pontormo, elegantemente vestiti di nero come si usava qualche anno fa tra coppie di giovanotti fashion, e contiene tutto lo scibile gay-lesbico-bisessuale-transgender-transessuale, dall´Europa agli Antipodi, con incontri e scontri sorprendenti tra le diverse culture: i conquistatori spagnoli che, scoprendo nel Sedicesimo secolo i berdache (vestiti da donna) del Nuovo Mondo, li diedero in pasto ai cani; l´inglese Lady Montagu che, studiando molto da vicino i rapporti tribadici cioè lesbici negli harem turchi all´inizio del Settecento, ne ricavò lettere sublimi; il francese Flaubert, quello di Madame Bovary, che raccontò nei suoi diari gli incontri sessuali decadenti con ragazzi arabi.
A parte i saggi di massima erudizione, che testimoniano l´impegno sofisticato e accanito del mondo accademico queer, è la ricchezza delle illustrazioni a ricordarci che gli uomini amano gli uomini e le donne le donne sin dal momento in cui l´evoluzione li ha trasformati in homo sapiens. Prima non si sa, non essendosi ancora la paleoantropologia gay interessata alla sodomia tra australopiteci e paleoantropi. Ci sono vasi greci con satiri porcaccioni - si sa che nel culto di Dioniso il fallo rappresentava il desiderio di essere penetrati - per non parlare del Simposio di Platone, su cui nei secoli angosciosi della vergogna, gli studenti imparavano a conoscere l´amore socratico che aiutava, se del caso, a giustificare i propri terrorizzanti peccati della carne. Nell´antica Roma i bordelli maschili abbondavano, gli schiavi solleticavano anche Virgilio, ma è raro vedere una coppia romantica come quella incisa sulla argentea coppa Warren, che risale al 50 dopo Cristo: i due uomini nudi si tengono per mano, un po´ storditi, il più giovane seduto in grembo al più vecchio, le natiche del primo che premono sul sesso del secondo.
Poi vennero tempi bui, sempre più bui, e sono crudelissime le incisioni e i dipinti e le miniature medioevali che mostrano le virtuose punizioni comminate dall´inquisizione religiosa e secolare, spesso solo per ragioni politiche e di potere, agli accusati di sodomia. Come, nel 1326, lo squartamento in cima a una scala, prima di essere gettato ancora vivo sul rogo, di Hugh il Giovane, uno dei tanti amanti di Edoardo II re d´Inghilterra, quello celebrato da un magnifico film di Derek Jarman, morto di Aids nel 1994. Non meno terrorizzante Il giudizio universale di Taddeo di Bartolo, l´affresco del tardo Quattordicesimo secolo nella Collegiata di San Gimignano, che illustra, tra adultere torturate, anche un uomo nudo con in testa il cartello «sotomitto», fastidiosamente impalato dalla bocca all´ano.
Per secoli la punizione per la sodomia fu il rogo, poi, più generosi, nel Settecento gli inglesi scelsero l´impiccagione e gli olandesi la garrota o l´affogamento. Anche se poi la persecuzione della sodomia (che comprendeva ogni pratica sessuale non procreativa anche con signore) fu più casuale che sistematica, in più contemporanea alla celebrazione dell´amore affettuoso tra uomini, in società, nell´arte e in letteratura. Federico il Grande, lui stesso curioso di truppe, accordò alla Prussia «libertà di coscienza e di uccello», sostituendo alla pena capitale le frustate e l´esilio a vita. Quasi contemporaneamente, nel 1768, l´imperatrice Maria Teresa decretò che nei suoi possedimenti, Austria, Ungheria e Boemia, i sodomiti dovevano essere «sterminati dalla faccia della terra e bruciati sul rogo». In Francia gli illuministi avrebbero dovuto essere appunto più illuminati, ma come capita quasi sempre a chi se la prende con le istituzioni, chiesa monarchia e altro, con le cose del sesso erano molto meno spigliati. Per Voltaire, «l´amore detto socratico» era «un vizio distruttivo per la razza umana» e addirittura «un disgustoso abominio», anche se poi Diderot, che attribuiva il sesso tra maschi tra gli indigeni americani alla bruttezza delle loro donne, ammise che nei bagni pubblici aveva notato un giovane di straordinaria bellezza, tanto che «non riuscii a trattenermi, dovetti avvicinarmi a lui». E non fu il codice napoleonico del 1804 a depenalizzare la sodomia in Francia, ma la Rivoluzione francese, che nel nuovo codice penale del 1791 neppure la menzionava perché non potevano considerarsi illegali «quelle stupide offese, create dalla superstizione (cioè la religione), dal feudalesimo, dal sistema fiscale e dal dispotismo».
Avviso agli homoturisti: oggi l´omosessualità è ancora, almeno sulla carta, punita con la morte in Afghanistan, Iran, Mauritania, Nigeria, Sudan, Uganda; con l´ergastolo in Bangladesh, Bhutan, Guyana, India. Fu lo scrittore ungherese Károly Mária Kertbeny a usare per la prima volta la parola «omosessualità» in una lettera del 1869 indirizzata al ministro della Giustizia prussiano per chiedere l´abolizione delle leggi penali contro «gli atti innaturali». Da quel momento spuntarono da ogni parte sessuologi pro o contro, e mai tante stupidaggini furono dette e scritte con così grande dottrina. Poi vennero gli anni Venti del Novecento, di massima gayezza intellettuale e mondana soprattutto a Berlino, poi le persecuzioni naziste, infine i primi cinepersonaggi non esplicitamente gay che comunque finivano malissimo.
La prima vera rivolta gay contro l´ipocrisia, l´occultamento e le retate della polizia è del 1969, e avvenne come strascico della rivoluzione sessuale etero nell´ormai storico bar Stonewall di Christopher Street a New York. Negli anni Ottanta il virulento diffondersi dell´Aids portò tragedie, lutti e orgoglio omosessuale. Oggi, mah! Nell´omofobia che tuttora resiste, gay e lesbiche si sposano dove la legge lo consente, persino le fiction italiane fintamente bonaccione hanno simpatici personaggi gay, però appena si può negli show ancora si infilano i buffoni maschi vestiti da donna per far ridere le masse. C´è la corsa al coming out, alla mercificazione, coppie di stilisti che sino a qualche anno fa cacciavano dalle sfilate chi accennava a loro eventuali legami oggi dichiarano di voler adottare, oltre ai cani, anche dei bambini. Qualche gentiluomo di antico stampo, devoto all´eleganza dell´ombra e del silenzio, scuote la testa e ricorda il romantico critico d´arte inglese John Ruskin: «È l´eccesso di luce che rende la vita di oggi perfettamente volgare».

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lunedì 4 agosto 2008

Ban Ki-moon: Vanno vinti i pregiudizi sull'Aids per combatterlo.

Per il segretario generale delle Nazioni Unite è ancora lunga la strada che molti Paesi devono percorrere in tema di prevenzione.
(L'Unione sarda) Solo vincendo pregiudizi e discriminazione si potrà garantire l'accesso alle cure contro l'Aids a tutti coloro che ne hanno bisogno. Lo ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, nella cerimonia di apertura della conferenza mondiale sull'Aids di Città del Messico. "La maggior parte dei Paesi - ha detto - hanno ancora una lunga strada da percorrere prima di rendere effettive la prevenzione" e realizzare così l'obiettivo fissato nel 2005 dalle nazioni Unite, dell'accesso globale a prevenzione e cure per il 2010. "In molti Paesi - ha aggiunto - lo stigma contro le persone sieropositive rimane una grande sfida. Un terzo dei Paesi non ha ancora leggi per proteggere le persone che vivono con il virus Hiv e nella maggior parte dei Paesi sono ancora legali forme di discriminazione contro le donne, gli omosessuali, la prostituzione, la tossicodipendenza e le minoranze etniche. Tutto questo deve cambiare". Ban Ki-Moon ha quindi lanciato un appello ai politici di tutto il mondo perché si impegnino nel contrastare ogni forma di discriminazione. "Non proteggere questi gruppi - ha concluso - non soltanto non sarebbe etico, ma non ha senso ai fini della tutela della salute, con conseguenze che si ritorcerebbero contro la stessa società".
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Nuovi comportamenti, Quando la monogamia è innaturale.

Due partner, o tre. Ma alla luce del sole. Cresce, negli Usa, la tribù dei poliamoristi. Per i quali la monogamia è innaturale
(Lorenzo Soria - L'Espresso) Quando è stato annunciato che a vincere l'Oscar nella categoria della miglior attrice non protagonista era stata lei, Tilda Swinton è apparsa incredula, sul viso stampata la domanda: io? Poi è salita raggiante sul palco a raccogliere l'ambito trofeo, ma prima ha dato un bacio e un abbraccio a Sandro Kopp (nella foto), un pittore tedesco di 29 anni conosciuto durante le riprese di 'Cronache di Narnia' e col quale la Swinton ha una relazione sentimentale. E John Byrne, l'uomo con il quale sta assieme da 18 anni? Era nella loro tenuta in Scozia, vicino a Inverness, con Xavier e Honor, i loro due gemelli di 10 anni. "John è un uomo straordinario e un padre fenomenale", sostiene la coprotagonista di 'Michael Clayton'. "Viviamo nella stessa casa, ma vado in giro per il mondo con un pittore delizioso". E non ha problemi con questo tipo di ménage? "Viviamo sotto lo stesso tetto, ci amiamo e ci ameremo per il resto delle nostre vite, amiamo i nostri figli", continua. "Quanto al resto, sono affari nostri".

Affari che inevitabilmente hanno finito invece per venire discussi e dibattuti: quando ci sono, i triangoli sentimentali vengono tenuti nascosti e raramente sbattuti in faccia a un pubblico di un miliardo di persone. Ma per Anna Wagner, segretaria in uno studio legale di Washington che chiama Jim il suo 'partner primario', e che ha una relazione con Timothy che a sua volta convive con Carla, la rivelazione dell'attrice quarantasettenne non l'ha sorpresa più di tanto. "Se mettiamo da parte la fama e il denaro, la relazione sentimentale di Tilda è esattamente come quella di tante persone che conosco", sostiene.

Persone come la Wagner e la Swinton si considerano 'poliamoristi': hanno relazioni con più di un partner senza sentirsi né dei traditori né degli ipocriti perché lo fanno alla luce del sole e con il consenso di tutti. E sono convinte di avere trovato, mentre il matrimonio e le relazioni monogame mostrano segni di tensione e di fatica, una soluzione a sua volta irta di incognite e difficoltà ma sempre più diffusa e accettata. "Quelli della mia generazione riconoscono che quando devono decidere quale tipo di famiglia vogliono creare hanno molte scelte", conferma Diane Adams, un'avvocatessa ventottenne di New York la cui famiglia è composta da lei e da due uomini.

Secondo un sondaggio condotto dal sito di Oprah Winfrey, ben sette americani su cento sono coinvolti in relazioni aperte. Un numero forse eccessivo, il prodotto di un campione statistico non scientifico. Ma i poliamoristi crescono. Perlomeno, sono sicuramente più visibili: hanno vari siti in Rete, giornali come 'Loving more', gruppi di supporto, un libro che è una sorta di manifesto e che è diventato un best-seller intitolato 'The Ethical Slut', la sgualdrina etica. Hanno anche uno show televisivo col quale identificarsi: 'Big Love', la storia di un uomo (l'attore Bill Paxton) che si divide tra tre donne, altrettante case e un gran numero di figli. E ogni paio di mesi si riuniscono, nella East come nella West Coast, per scambiare opinioni, per darsi supporto, per contarsi, per partecipare a seminari che hanno titoli come 'Tre, quattro o più', 'Come rivelare di essere poly' o 'Gestione della gelosia'.

Per il Merriam-Webster poliamori è 'la pratica di avere più di una relazione romantica alla volta'. Una pratica entrata nel dizionario solo due anni fa ma che ha radici nei tempi biblici. "Abramo, Davide, Giacobbe e Salomone erano tutti poligami e prediletti da Dio", ricorda Jonathan Turley, professore di diritto pubblico alla George Washington University. Diego Rivera aveva accettato che la sua donna, Frida Kahlo, avesse relazioni con altri uomini e donne, Leon Trotsky compreso.

Hugh Hefner gira sempre accompagnato da almeno due girl-friends. E Warren Buffett, investitore diventato l'uomo più ricco del mondo, sino a quando - tre anni fa - gli è morta la moglie Susie, mandava auguri di Natale firmati da 'Warren, Susie and Astrid'. Astrid? La sua seconda e molto pubblica partner.

Sotto diversi nomi e in diversi contesti, il poliamorismo non è insomma fenomeno del tutto nuovo. Ma perché si sta diffondendo? E perché oltre che da artisti, pornografi, miliardari e hippies viene preso in considerazione e adottato da gente comune? "Visto che un matrimonio su due finisce davanti ai giudici, e le coppie sposate in America sono ormai una minoranza, la gente è diventata più disponibile ad accettare stili di vita diversi", sostiene Elisabeth Sheff, professoressa di sociologia alla Georgia State University e autrice di una ricerca accademica sul poliamorismo che l'ha portata a intervistare centinaia di individui. "Molti di noi hanno prima provato a far funzionare la monogamia", aggiunge la Wagner, due matrimoni alle spalle. "Ma questa non ti lascia vie d'uscita se il rapporto non funziona più: con quella persona chiudi. Il poliamorismo non è la panacea, ma consente di non chiedere tutto a una persona sola. Cercando altrove ciò che il partner non ti può dare".

I poliamoristi sono di vario tipo. C'è chi è coinvolto in un triangolo amoroso e chi fa parte di catene sentimentali di quattro o più persone. Sono in genere bianchi che abitano in aree metropolitane, hanno un buon livello di educazione e lavorano nell'informatica, occupazione che facilita la nascita di forti comunità operanti in Rete. "Non accettano gli si dica che la loro è una scelta dovuta a ragioni sessuali", aggiunge la Sheff. "Per loro è una questione di amore: di un diverso tipo di relazione affettiva". Ripetono anche che la fedeltà non ha basi biologiche, ed è per questo che il matrimonio spesso conduce a bugie, tradimenti e giudici.

Ma come si affrontano il sentimento, naturale e universale, della gelosia? Sostenendo che se amiamo non noi stessi ma il nostro partner la sua gioia deve diventare la nostra. Purché tutto sia vissuto con apertura e onestà. "Se James è felice con Nicole io sono felice per lui", conferma Rebecca, che assicura di non avere problemi a starsene a guardare la televisione mentre gli altri due amoreggiano di sopra, nella camera da letto. Passa Eric, il figlio di James e Nicole, che ha tre anni e che oggi è molto agitato. Rebecca lo rincorre e lo ferma, Nicole la ringrazia con lo sguardo. "Non so come fanno gli altri genitori a tirare su i figli da soli".

Mentre il loro numero cresce e diventano più visibili, i poliamoristi sono anche oggetto di disprezzo e di critiche. C'è chi li prende per degli ingenui attaccati a una visione utopica della realtà - e in effetti, a sentirne i racconti, le loro relazioni multiple sono molto spesso accompagnate da separazioni, liti e instabilità. Chi pensa che dietro gli idealistici propositi dei poliamoristi ci sia in realtà solo la ricerca della gratificazione sessuale, che sono semplici scambisti. E chi li attacca, naturalmente, sul piano morale. "Il matrimonio significa mettere l'altro davanti a te", sostiene Bill Maier, psicologo e vicepresidente di Focus on the Family, un'associazione evangelista. "È per questo che sono condannati al fallimento". Poi, aggiunge Maier, ci sono i costi: dopo i gay, anche i poliamoristi rivendicheranno pensioni, assistenza medica e altri benefici per i loro molteplici partner?

A tutti questi problemi vanno aggiunti i figli. Per timore che i tribunali glieli portino via, molti genitori poliamoristi tendono a tener nascosta la loro scelta di vita. Ma i figli sono una realtà e crescendo quasi sempre vivono con disagio il nucleo familiare del quale fanno parte. Per i più piccini, c'è però un libro di ninnenanne dal titolo molto evocativo. 'Else-Marie and Her Seven Little Daddies', si chiama. Ovvero: 'Else-Marie' e i suoi sette piccoli papà'.

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lunedì 23 giugno 2008

Sesso in macchina, arriva la polizia. 'Beccati' due giovani anconetani in "piena attivita'".

E’ accaduto verso le 19 di sabato. Un passante, che li ha visti mezzi nudi e in piena ‘attività’, ha chiamato la polizia. Ora rischiano di finire in tribunale con l'accusa di atti osceni in luogo pubblico.

(Il Resto del Carlino) Sarà stato il caldo della prima vera giornata torrida di quest’estate finora così avara, ad accendere certi bollori giovanili... Sta di fatto che una coppia dell’Anconetano (27 anni lui, 25 lei), probabilmente di ritorno dalla spiaggia, non ha voluto aspettare neppure la complicità del buio, per saziare i propri ardori. Parcheggiata l’auto in via Sella, una strada senza sbocco proprio in faccia al centro commerciale Aurora, i due giovani si sono abbandonati ad effusioni piuttosto ‘spinte’.

E’ accaduto verso le 19 di sabato. Un passante, che li ha visti mezzi nudi e in piena ‘attività’, ha chiamato la polizia. Quando è arrivata sul posto la Volante, lui e lei stavano ormai rivestendosi (non è che avessero granchè da indossare, dopo una giornata al mare...), ma tanto è bastato perchè finisseri nei guai.

Gli agenti li hanno identificati e ora trasmetteranno un rapporto a loro carico alla Procura. Rischiano di finire in tribunale, accusati di atti osceni.

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venerdì 30 maggio 2008

Thailandia: storia di Nong Toom, il pugile che ha cambiato sesso.

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Foto e testo di Silvia Dogliani - dal Campo Firetex di Bangplee a nord di Bangkok (clicca qui)

(Panorama) “Vorrei diventare una ragazza”. La confessione che il piccolo Parinya aveva fatto alla madre risale a quando aveva soli sette anni. Oggi, di anni, ne ha 26, si appresta a tornare sul ring a Stoccolma e il suo sogno di diventare donna è riuscito a coronarlo. In Thailandia la chiamano Nong Toom (foto). Ma il suo vero nome è Parinya Jaroenphon. Nota come l’unico pugile transessuale del Paese, acclamata come una star dai media nazionali, la sua storia diventa pubblica nel 2003, quando il regista, Ekachai Uekrongtham la scrittura per Beautiful Boxer (presentato al 18° Festival del cinema Gay-Lesbo di Milano), un film biografico dove la protagonista è proprio un giovane e talentuoso boxer che sale sul ring truccato come una fanciulla. Nong Toom si guarda indietro e racconta con garbo quelli che sono i suoi primi passi nella vita: “La mia famiglia è di origini umili” racconta timidamente. “Ho il ricordo di un’infanzia colma d’amore ma priva di mezzi. Mia madre è stata sempre il mio grande modello e la mia più forte sostenitrice. Ha deciso di mandarmi a studiare al Wat Si Soda Temple, nel nord della Thailandia. Era l’unica possibilità per farmi avere un’educazione”.

Jaroenphon

I primi passi nella boxe. Cresce lì insieme ai coetanei, ma capisce subito di essere diversa, di non percepire come propria l’identità di genere che la natura le ha cucito addosso. “Ho ricevuto il mio primo bacio da un ragazzo a scuola. Mi desiderava perché, a suo dire, ero bello come una donna”. All’età di undici anni diventa monaco. Ed è lì, all’interno del Tempio, che scopre la boxe tailandese mostrando da subito le sue doti sportive. Nonostante gli sfottò di amici e parenti, non si scoraggia e la Muay Thai, la boxe tailandese, diventa la sua unica ragione di vita. Ma nel frattempo, quando ha soli 13 anni, inizia a truccarsi, a prendere ormoni e ad indossare abiti femminili. A 17, racconta, ha il suo primo rapporto sessuale. “Volevo essere come le altre donne ed avere anch’io un vero fidanzato”, spiega.

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L’operazione. “Il mio primo ragazzo era molto innamorato” prosegue. “Ma ho deciso di lasciarlo perché entrambi eravamo pugili ed io mi sentivo più forte. Non potevo avere un fidanzato più debole di me”. A soli 16 anni Nong Toom era già un pugile professionista noto a livello internazionale ma era anche pronto a sottoporsi all’operazione per cambiare sesso. “Ho voluto portare i miei genitori in ospedale. Hanno parlato con i dottori e, nonostante tutto, hanno dato il loro consenso affinché mi operassero”, racconta con un misto di sollievo e tenerezza. Sei ore d’intervento, tre giorni di dolore acutissimo e 90.000 BHT, circa 2 mila euro, da pagare (sette anni fa) accumulati grazie alla boxe.

Boxeur, transgender e anche madre. Una scelta, quella di Nong Toom, che ha cambiato radicalmente anche la sua carriera pugilistica tanto che oggi sul ring combatte solo con le donne. Il prossimo incontro lo farà proprio domani, il 31 maggio, a Stoccolma. La sua carriera sportiva si alterna a quella di attrice e di fotomodella di successo, ma anche di “mamma”, complice la cultura tollerante thailandese nei confronti del terzo sesso, che qui chiamano katoey. “Nutsalah ha 5 anni. La madre naturale è in prigione per droga e io ho deciso di adottarla quando aveva quattro giorni. Ora legalmente sono io sua madre”, continua orgogliosa. “La Muay Thai mi ha dato tutto: i mezzi per aiutare la famiglia, il denaro per affrontare questa operazione e la forza fisica per sopportarla, la fama, il successo ed infine la maternità. Mi manca solo il ‘grande amore’” confessa con un filo di amarezza. “E ora ho solo un sogno: un bravo padre per mia figlia”.

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giovedì 29 maggio 2008

Pari opportunità a senso unico. Intolleranza e ipocrisia figlie dello stesso errore.

Hanno detto, Pari Opportunità, Comune di Roma e altri che sulla questione si sono dilettati, che "il no al patrocinio del Gay Pride, che fa delle nozze omosessuali una bandiera, è un no contro l'ipocrisia". Hanno detto che "negare le differenze è inaccettabile" e che "il politically correct ha già fatto troppe vittime".
(Il Tempo) E sarebbe proprio bello (anche se non di political correctness si tratta, né di modernismo, bensì di civiltà) se non ci fosse bisogno di questa cosiddetta ipocrisia. Sarebbe bello ma non è. Perché se fosse, quel padre di Palermo non avrebbe accoltellato il figlio diciottenne perché gay. Un episodio che ha gli stessi genitori, razzismo e intolleranza, del raid contro gli immigrati al quartiere romano del Pigneto. Gli stessi delle frasi di Almirante contro "meticci e ebrei" che alla fine pure Fini ha definito vergognose - e poi non ci scandalizziamo se i bambini di Ponticelli scrivono nei temi, sui campi rom dati alle fiamme, che "hanno esagerato e abbiamo dovuto punirli".
E poco importa, ci scuserà Michele Serra, se una volta sotto i flash il diciottenne di Palermo si sia forse lasciato trascinare dal desiderio di apparire, posando addirittura "ben pettinato su una spiaggia" (orrore). Sono arcinote le strumentalizzazioni di noi membri della stampa, che ci affrettiamo a fare eroi di uomini e ragazzi per poi distruggerli due minuti dopo. Non sono forse trascinati dalla stessa bramosia tanti buoni a nulla che infestano You Tube, i concorsi per miss Tuscia e i provini per i banchi di Amici e i troni di Maria? Quindi perché quel diciottenne dovrebbe essere diverso? Forse che essendo gay dovrebbe essere più raffinato? Per la serie tutti i gay sono grandi ballerini e arredatori?
Il fatto è che ben prima delle nozze, gli omosessuali chiedono pari diritti e pari opportunità (che guardacaso è proprio il nome di un certo ministero che anche loro dovrebbe tutelare). Una parità che la cronaca dimostra, giorno dopo giorno, essere un miraggio. E poi, scusate, dove sono quelle differenze di cui sopra? E quali sono, quando gli stessi che sbandierano come valore il matrimonio ne infrangono i voti il giorno dopo essersi sposati? Per chi è ancora un valore il matrimonio in un mondo di fedifraghi (e fedifraghe), di preti-orchi a caccia di bambini e di altri preti che hanno figli e fidanzate e ci scrivono anche un libro? Forse per Cosimo Mele, militante di un partito che si propone di difendere i valori cattolici e della famiglia - e sappiamo tutti com'è andata? Piuttosto è questa la vera ipocrisia. Che a difendere famiglia e matrimonio siano proprio quei figuri per cui famiglia e matrimonio poi valgono zero. E le nozze gay, queste "istituzioni sociali senza fondamento", come gli stessi accusano, saranno poi così sbagliate quando molte unioni omosessuali durano ormai più a lungo delle nostre (e forse sono pure meno ipocrite)? La vera "emergenza" è l'intolleranza. In tutte le sue forme.

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sabato 24 maggio 2008

Dal sesso all’omofobia basta la parola.

(Paolo Granzotto - Il Giornale) Caro Granzotto, come si configurano i delitti di islamofobia e omofobia? Basta che io dica in pubblico che quel tal libico mi è antipatico o omosessuale? E come si concretizza il delitto di sessismo? Non vorrei finire in galera per una parola di troppo.

C’è poco da scherzarci su, caro Pizzi. Veda cos’è successo per il delitto di molestia sessuale. La norma, partita bene, ora prende in considerazione anche lo sguardo. Se malandrino, in galera. E lasciare un fiore sulla scrivania della collega? Galera. Pertanto il corteggiamento standard - occhio di triglia e rose rosse - va coltivato solo con l’assistenza dell’avvocato, del notaio e di uno specialista in analisi fisiognomica pronto a intervenire se un sorriso o un’occhiata dovessero disattendere la normativa, che impone debbano essere insulso l’uno e vitrea l’altra. Per quel che riguarda il reato di islamofobia, bisogna star accorti a non scivolare nell’iper reato di istigazione allo scontro di civiltà. Mi spiego: se lei dovesse dire: «Non mi piace il kebab», se la cava con una ramanzina e la promessa di applicarsi a fondo per farselo piacere, il kebab. Se invece dovesse dire: «L’hamburger di McDonald’s è mille volte più buono del kebab», finirebbe dritto davanti al giudice per dichiarata, esecrabile islamofobia atta a rinfocolare lo scontro fra due civiltà, due culture del gusto. Con l’omofobia tocca essere ancora più cauti e mai e poi mai sfiorare il tema della discriminazione. Guai, ad esempio, uscirsene con un: «Onestamente, non mi pare proprio che gli omosessuali siano così discriminati». Gli omosessuali SONO discriminati alla grande, punto e basta. Vietatissimo, inoltre, esprimere giudizi sul loro modo di porsi. Supponiamo che lei voglia dir la sua, come del resto ha fatto quella bella guagliona della ministra Mara Carfagna, sul «Gay Pride». E affermi, come ha affermato la ministra, che la sfilata risponde - e d’altronde salta agli occhi - più a logiche esibizioniste che ad altro. Be’, in tal caso si beccherebbe, come si beccò la ministra, dell’omofobo patentato. Perché contrariamente a quanto può apparire, il «Gay Pride» sarebbe una sobria, contenuta testimonianza (culturale, va da sé) della belluina discriminazione che colpisce gli omosessuali. Punto e basta.
Il sessismo è un’altra faccenda ad alto rischio. E questo perché il reato trascende il sesso e pesca nel «gender». Laddove il sesso è un «corredo genetico» mentre il genere è una «costruzione culturale». Distinguo che complica assai le cose e lo abbiamo visto nel corso della precedente legislatura, allorché i rappresentanti del popolo si videro costretti ad «aprire un tavolo» per stabilire se il transgender onorevole Wladimir Luxuria dovesse accedere ai bagni degli uomini o a quelli delle donne. Dal franco e aperto dibattito risultò che colpevoli erano innanzi tutto le istituzioni - Camera e Senato - le quali, con criterio oscurantista, riservavano aree (i gabinetti) in base al «corredo cromosomico», palesando in tal modo una profonda natura sessista. Accusa che tuttavia passò in second’ordine petto a quella di ultrasessismo odioso e fascistoide lanciata all’onorevole Elisabetta Gardini - eterna gloria a lei - che avendo sorpreso Luxuria a incipriarsi e altro a fare nel bagno delle donne, imperiosamente la cacciò. Gesto sessista che più sessista non si può e che ebbe un seguito trionfale: alle rimostranze di lui/lei quella fuoriclasse della Gardini se ne uscì infatti con lo storico, con il memorabile e ormai mitico: «Se vuoi entrar qui, prima te lo tagli!».

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martedì 13 maggio 2008

Quando il gay stereotipizza se stesso.

Lettera scritta da una lesbica di Bari al filosofo Galimberti e pubblicata nella rubrica che tiene su D – La Repubblica delle Donne.

Per me ventenne figlia del Sud Italia che si sta formando e cercando di mettere due o tre punti fermi nella propria vita, la questione della visibilità è di primaria importanza ma non riesco a fare del tutto chiarezza. Frequento un gruppo di donne che più o meno amano le donne ma che faticano anche solo a pronunciare la parola “lesbica” perché la troverebbero ingabbiante, limitativa. Mi ritrovo a volte nei loro discorsi sul problema della profonda vergogna a dire al proprio ginecologo che non hanno rapporti con uomini ma che comunque hanno una vita sessuale attiva con una donna.

La soluzione a detta loro sarebbe una maggiore tranquillità nel dire qual è il proprio orientamento sessuale, in poche parole la visibilità. Ed è per questo che si affiggono manifesti con su scritto: “In un Paese civile, perché vergognarsi di dichiararsi lesbiche?”, si spendono parole su come si possano cambiare le cose in questa Italia ancora così indietro in materia omosessualità, dai Dico alla convivenza civile con chi è considerato diverso. Allora perché la maggior parte delle donne lesbiche che si riempie la bocca di questi discorsi, che si dice “invisibile per la società”, è invisibile prima di tutto di fronte a se stessa e poi anche nell’ambito di gruppi ristretti?

Molte donne si fingono eterosessuali al lavoro, in famiglia, con gli amici, molte non camminano mano nella mano con la propria compagna. Forse perché anche qui a Bari succede come sabato scorso che un ragazzo sia pestato perché “frocio”? Credo che la visibilità sia una questione non solo personale, ma anche politica e sociale. La mancanza di accettazione dell’omosessualità è dettata dall’ignoranza prima che dalle convinzioni etiche, religiose e valoriali.

L’amore per il proprio sesso è una componente sociale fondamentale dall’alba dei tempi! Ma in Italia si dovrà pur cominciare ad “abituarsi” a vedere due donne camminare abbracciate o due uomini tenersi la mano! Da qui l’importanza della visibilità. Non vado certo in giro con la maglietta con su scritto “Lesbica Praticante” ma a vent’anni non ho problemi a dirlo, se mi chiedono se ho un ragazzo rispondo di avere una ragazza meravigliosa, che mi accompagna e mi bacia al Politecnico la mattina, non faccio mistero del mio orientamento senza però sbandierarlo. E non nascondo un piccolo fastidio nel rendermi conto che non è una cosa facile! Perché i condizionamenti mi porterebbero in un’altra direzione ma sento che essere visibile sia un’affermazione della coscienza di me stessa e di una coscienza politica. Da dove nasce tutta questa paura soprattutto delle donne?

Non credo sia solo una questione di terrore che simpatizzanti di Forza Nuova o bulletti omofobi ti circondino e ti facciano il pelo. Ammiro le donne che sono coerenti nell’affermare la necessità di cambiare le cose e nello stesso tempo nel praticarlo nella vita di tutti i giorni, ma fino a ora ne ho conosciute poche.

diesdre@******

Scrive la psichiatra americana M. Kirkpatrick in Lesbians: “Come principio organizzatore della femminilità, la ricerca dell’intimità è un tema fondamentale nella vita della maggior parte delle donne, e tale ricerca sembra essere un imperativo ancora più grande nella vita delle lesbiche”. Penso che il problema degli omosessuali non sia tanto la visibilità, quanto, come scrivono Paolo Rigliano e Margherita Graglia in Gay e lesbiche in psicoterapia (Cortina), quello di creare un linguaggio autonomo, autenticamente proprio, che porti gli omosessuali fuori da quegli scampoli terminologici, da quei luoghi comuni mediatici, da quelle rappresentazioni stereotipate che li confinano nei recinti delimitati da quelle espressioni, da tutti condivise e utilizzate, che suonano: gay pride, coming out, outing. Espressioni simili servono solo a offrire omosessuali e lesbiche alla curiosità morbosa e a costringerli a scambiare una pubblica manifestazione o una pubblica confessione come atto di sincerità, mentre di fatto si tratta solo di una sottrazione di quanto in ciascuno di noi c’è di più intimo, di più segreto, di più nostro: l’intimità. Cedere la propria intimità è spudoratezza che, offerta sul piatto nobile della sincerità, è il prezzo che gli omosessuali devono pagare per una semiaccettazione sociale, che poi serve solo a inchiodarli al loro ruolo sessuale. La libertà che gli omosessuali rivendicano non è quella dell’accettazione delle loro pratiche sessuali, bensì quella di non essere oggetto di quella violenza, a mio parere la più micidiale, fatta all’intimità della loro persona, che rende difficile il percorso che porta al riconoscimento di ciò che si è, e del senso esistenziale che, a partire da ciò che si è, si può liberamente costruire, senza essere obbligati a fare sogni non propri o adeguarsi a forme di vita che si sentono estranee. E dico questo soprattutto oggi che si va inaugurando, in ambito cattolico, una tendenza che promuove una psicoterapia per omosessuali, a partire da un presunto sapere psicoanalitico e psichiatrico di fine Ottocento, che rispondeva non tanto al rispetto della persona, quanto al compito di estirpare tendenze ritenute “morbose”, semplicemente perché diverse dall’ordine costituito. Alla base della ripresa di simili pratiche terapeutiche io vedo solo una grande difficoltà ad accettare l’altro nella sua alterità, che pertanto viene confinato, se non proprio nell’ambito della riprovazione morale, senz’altro in quello della “malattia”, da cui secondo questi terapeuti, ma senza alcun fondamento scientifico, si può anche “guarire”.

Umberto Galimberti

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mercoledì 2 aprile 2008

Un'inchiesta rivela che in Inghilterra la società è omofoba. Soprattutto a scuola.

(Apcom) La nutrita popolazione omosessuale della Gran Bretagna (3,6 milioni di persone, pari circa al 6%) è costretta a confrontarsi con solide barriere di pregiudizi ad ogni livello della società, secondo i risultati della prima autorevole inchiesta che ha raccolto le loro opinioni.

L'inchiesta, commissionata da un'associazione per la parità dei diritti, Stonewall, conclude che alcuni organismi pubblici sono troppo "soddisfatti" dei loro risultati in materia di lotta alla discriminazione e indica che soprattutto nell'ambito scolastico si riscontra il massimo livello di pregiudizio.

Il sondaggio YouGov ha intervistato 1.658 adulti omosessuali: l'80% di loro, ad esempio, prevede di incontrare ostacoli se volesse candidarsi a preside di una scuola, il 30% immagina di trovarsi in difficoltà se dovesse iscrivere un bambino a scuola. Due terzi degli omosessuali sotto i 19 anni hanno dichiarato di aver subito episodi di bullismo a causa delle proprie inclinazioni sessuali, solo la metà nella fascia d'età tra i 35 e i 44 anni e solo un quarto di quelli sopra i 55 anni.

Ospedali, polizia e tribunali si comportano meglio del sistema scolastico nel combattere la discriminazione. Ma in ogni caso una significativa maggioranza della popolazione omosessuale, si aspetta di essere trattata peggio di un eterosessuale nel caso, ad esempio, di un ricovero al pronto soccorso.

Lo studio suggerisce inoltre che i pregiudizi sono endemici nella vita politica, la maggior parte dei gay e lesbiche intervistati ritiene infatti di andare incontro a grosse difficoltà e discriminazioni nel caso volesse ottenere la candidatura di un partito: nove su dieci se si trattasse del partito conservatore, il 61% nel partito laburista, il 47% nel partito liberaldemocratico.

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lunedì 24 marzo 2008

Giordano Bruno Guerri intervista a Daniele Scalise."Nei confronti dei gay destra e sinistra sono identiche".

(Giordano Bruno Guerri - Prima comunicazione) A fare il padrone in casa d’altri ci si sente come un cane in chiesa, dicono in Toscana. Epperò Daniele Scalise non può mica autointervistarsi, in questa sua rubrica sui giornalisti che scrivono libri. Tocca a me, e volentieri.

Perché ho molto amato il suo saggio di storia Il caso Mortara, su un bambino ebreo fatto rapire da Pio IX, e perché anche il nuovo libro è bello, e lui schietto. Lettera di un padre omosessuale alla figlia, come molte lettere, parla più dell’autore che del destinatario: Scalise racconta cosa pensa della sua condizione e di quella degli altri omosessuali, come si è comportata verso di loro la società e di come dovrebbe comportarsi. Per cui, con un doppio salto mortale, è un libro rivolto soprattutto a chi omosessuale non è. Nient’affatto piagnucoloso, anzi piuttosto inalberato, Scalise spiega che l’omosessualità è ormai diventata una faccenda “normale”, ma che per esserlo del tutto ha bisogno di essere “normata”.

Prima - Di certo non ti chiedo perché sei passato da eterosessuale a gay, ma perché sei passato dalla Mondadori alla Rizzoli sì.

Daniele Scalise – Perché si era esaurito il rapporto con Mondadori, dopo nove anni. Avevo un editor eccezionale, Andrea Cane.

Prima – Lo so, è anche il mio.

D. Scalise – Poi avevamo chiuso, insieme, la collana “Men on Men”, cinque antologie di racconti gay. Ho pubblicato per nove anni da Mondadori, e mi sono trovato benissimo, ma quando ho fatto nuove proposte l’accoglienza è stata molto tiepida. Allora mi sono rivolto alla Rizzoli, dove ho trovato Carlo Alberto Brioschi, altrettanto in gamba, che mi ha accolto a braccia aperte. Le mie proposte gli sono piaciute, ma un giorno mi ha telefonato. “Ho un’idea. Non mi mandare a fare in culo, però.” Era Lettera di padre omosessuale alla figlia. Ho detto subito sì, era una grande idea. Ho solo chiesto il parere di mia figlia, e lei è stata d’accordo.

Prima – Mica te la prendi se ti copio le domande. Hai lavorato con l’editor?

D. Scalise – Ho avuto due tipi di editor. Manuela Galbiati, che mi ha fatto un editing di struttura, aggiunte, tagli, spostamenti. Ho accolto il 99.99 per cento delle sue richieste. Poi ho avuto un editing parola per parola con Cristiana Lelli, che mi ha fatto le pulci su ogni virgola, ogni parola. Ho imparato quanto sia necessario l’editing, almeno per me: quante banalità, sciocchezze, errori mi evita.

Prima – Come Brioschi ti dico non mi mandare a fare in culo, però non ti è venuta voglia di far fare l’editing anche a un tuo pezzo giornalistico?

D. Scalise – Ma la scrittura lunga è un’altra cosa, problemi di ritmo, di ripetizioni.

Prima – Hai trovato differenza di peso – distribuzione, ufficio stampa – fra Mondadori e Rizzoli?

D. Scalise – Sostanzialmente no. La distribuzione arriva ovunque, l’ufficio stampa è una macchina da guerra. Però sono convinto fin dal primo libro che il vero ufficio stampa lo fa l’autore. Non possono stare dietro a tutti i libri. E’ l’autore che si deve muovere, andare in giro, parlare con i giornalisti, mandare il libro alle persone giuste, sollecitare le recensioni, interessare le televisioni e le radio eccetera. L’ho sempre fatto anche se è la parte che più mi ripugna, perché mi sento come una puttana che va in giro a vendere la propria merce.

Prima – Non come un padre che aiuta il suo bambino a crescere?

D. Scalise – Questa è la versione buona, però è una fatica. Comunque evito le presentazioni: devi chiedere dei favori, preoccuparti della sala e che sia piena, tutto si svolge in un clima compiacente e con un effetto sulle vendite nullo. Questo soprattutto in ambiente gay, mentre faccio volentieri le presentazioni nelle comunità ebraiche, perché mi piace conoscerle, sono sempre diverse e di solito il dibattito è molto alto. Fra i gay è sempre un darsi ragione. Ma meglio di tutto è la televisione, perché acchiappi un sacco di gente. In ogni modo siamo alla seconda ediz…

Prima – Passi subito all’argomento preferito degli autori. Prima tiratura? Ristampa?

D. Scalise – Settemila e duemila.

Prima – Su questo gli autori mentono sempre, tutti. Ma ti credo, perché non vorrai mica inquinare la tua rubrica. Ottimo, in tre settimane.

Prima – La pubblicità l’hai trattata?

D. Scalise – No. No, e mi ha insegnato qualcosa il mio intervistato Maurizio Molinari, che l’ha ottenuta per contratto.

Prima – Difficile da ottenere. Ma puoi chiedere almeno una pubblicità a ogni ristampa. E la durata del contratto? Sarà 10 anni. Puoi scendere facilmente a 7.

D. Scalise – Mi segno anche questa.

Prima – Anticipo, percentuali?

D. Scalise – Gli autori mi fanno sempre resistenze di soldi, ma te lo dico senza problemi. Ho avuto 15.000 euro di anticipo e il 14 per cento fisso sulle vendite.

Prima – A 15 euro a volume, con 7000 copie vendute hai già coperto l’anticipo. Puoi chiedere di più, la prossima volta. Hai un agente? E quanto ci hai lavorato?

D. Scalise – Non ho un agente, ma me la cavo nelle trattative. Il libro l’ho scritto in un mese, più la revisione. Per Il caso Mortara mi sono dovuto licenziare dall’agenzia dove lavoravo, ci ho investito la liquidazione per fare ricerche in tutto il mondo e ci ho messo tre anni, di cui uno di scrittura.

Prima – Perché gli ebrei e gli omosessuali?

D. Scalise – Gli omosessuali perché sono omosessuale. A me non è mai successo di subire discriminazioni o situazioni sgradevoli, ma sento molto la sofferenza di tanti omosessuali. Gli ebrei mi interessano per il motivo opposto, perché non sono ebreo: e da non ebreo ho trovato nell’ebraismo un orizzonte morale e culturale straordinario. Solido. Quando ero di sinistra, avevo i soliti pregiudizi nei confronti di Israele. Li ho superati nel ’91, mentre ero inviato nella guerra del Golfo. Sentivo i pregiudizi contro Israele e sentivo che se fosse scomparsa Israele sarebbe scomparsa anche una parte mia, profonda.

Prima – Quando hai smesso di essere di sinistra?

D. Scalise – Nel ’94. Ho visto un antiberlusconismo feroce. Non sopporto l’ideologismo. Già non mi piaceva la sinistra per il suo antiisraelismo. Dal ’94 non vado più a votare, ho deciso che non sono degni del mio voto. Comunque non sono ancora a destra e non so se mai lo diventerò. In Italia non ci sono né una destra né una sinistra dignitose e serie, come piacerebbe a me. Il grosso problema dell’Italia è che non c’è una vera leadership politica.

Prima – Però sei rimasto all’Espresso fino al 2002, prima di passare al Foglio con la memorabile rubrica “Froci”.

D. Scalise – All’Espresso mi aveva accolto Giulio Anselmi con una rubrica che si chiamava “Gaywatch”. La nuova direttrice Daniela Hamaui mi ha fatto fuori, com’era suo diritto. Mi è dispiaciuto che me l’abbia fatto dire da un suo vice.

Prima – A destra non hai trovato un atteggiamento di maggiore chiusura verso gli omosessuali?

D. Scalise – Sì, c’è un residuo moralista e conservatore più duro che a sinistra. Nella sostanza però le posizioni sono identiche. Né i governi di sinistra né quelli di destra hanno fatto nulla per gli omosessuali. E Prodi ha rischiato di cadere per quella robetta sui Dico. Io, se fossi un eterosessuale, sarei indignato perché parte dei cittadini di questo Paese è discriminata. C’entra la Chiesa, ma c’entra molto di più la classe politica, inginocchiata davanti alla Chiesa. E questo è un disastro per tutti.

Prima – Ti risulta che gli omosessuali sentano questo gran bisogno di una normalizzazione, o meglio di una normativa?

D. Scalise – Sempre di più. Soprattutto i più giovani, che vivono l’omosessualità come la cosa più naturale della terra. Sono stupiti di una società che li guarda ancora come qualcosa di strano, vogliono vivere come tutti gli altri. Sono i gay più anziani che ancora amano i sotterfugi, la condizione anomala, perché la vivono come bizzarria e trasgressione. Sono nostalgici.

Prima – Come ha accolto il tuo libro la stampa gay?

D. Scalise – La stampa e il movimento gay sono molto sbilanciate a sinistra, e mi hanno spesso chiesto se sono di destra. Rispondo che a volte sono d’accordo con la destra, a volte con la sinistra, che non posso essere di sinistra perché sono omosessuale. La stampa classica è stata molto più interessata di quanto credessi, dal Corriere della Sera, a Libero al Messaggero. L’Avvenire mi ha molto divertito, prendendomi a esempio del fatto che gli omosessuali sono liberi di esprimersi. Però la stampa cattolica non mi sembra molto aperta al dialogo. Ho avuto la prima pagina del Secolo d’Italia, con Luciano Lanna, e poi quella dell’Unità, con Delia Vaccarello. Lanna ha avuto un coraggio strepitoso, dicendo ai lettori che sapeva di far arricciare qualche naso, ma che era un libro importante, da leggere. Poi è stato forte l’interesse delle televisioni e delle radio, Augias, Costanzo, tiggì di La7 e via dicendo.

Prima – Non sospetti che sia l’interesse per la donna cannone?

D. Scalise – Certo che sì. Anch’io, come giornalista, sono attirato dalle donne cannone. Ma se l’istinto è basso, spero che il contenuto veicoli un interesse più ampio.

Prima – E’ solo quando ricevo un mio libro stampato, che mi rendo conto di qualche difetto che non avevo visto durante il lavoro. Tu? A me sembra che manchi la figlia, in questo libro.

D. Scalise – Me lo aveva segnalato anche Carlo Alberto Brioschi appena letto il dattiloscritto: che c’è poca autobiografia, rispetto alla parte storico-politica. Ho avuto pudore a coinvolgere troppo mia figlia, che è anche una collega. Così come siamo stati d’accordo, con lei e con sua madre, che non avrebbero partecipato a interviste né tantomeno a trasmissioni televisive, dove le avrebbero volute sempre, più di me. D’altra parte, non ho una vita così romanzesca, né ho la stoffa del narratore capace di esaltare un dettaglio fino a renderlo appassionante. Insomma, non sono capace di fare letteratura. Quanto alla mia vita sessuale, non sono pudico, ma non ha davvero interesse, e soprattutto non mi veniva di raccontarla a mia figlia. A me premeva raccontare come è cambiata l’omosessualità negli ultimi quarant’anni. Un cambiamento epocale – dalla clandestinità alla libertà – che ho avuto la ventura di vivere. Dopo quello degli Stati, cambierà sempre di più anche l’atteggiamento della gente verso gli omosessuali.

Prima – Non hai l’impressione che ormai si sia stufi di sentir parlare di omosessuali?

D. Scalise – Certo, anche noi ci siamo rotti i coglioni. Ma bisognerà arrivare al diritto al matrimonio. Dopo, che ci sarà ancora da discutere?

Prima – Del problema dell’adozione da parte di una coppia gay, se non di fare figli naturali con tecniche di inseminazione. Tu sostieni che “basta che un bambino sia amato” e anch’io credo che una famiglia sia quasi sempre meglio di un orfanotrofio. Ma, da quando ho avuto un figlio, mi rendo conto che ha bisogno di un padre e di una madre. I bambini sono conservatori.

D. Scalise – Sono sicuro che un bambino abbia assolutamente bisogno di una madre, mentre non sono sicuro che un padre gli sia indispensabile. Però ho conosciuto figli cresciuti solo con il padre, e erano equilibrati. E’ vero che ci sono dei condizionamenti sociali, anche pesanti, ma sono destinati a cambiare. Come una volta per i figli dei divorziati o dei genitori maturi, che venivano sbeffeggiati, e ora sono una cosa normale.

Prima – Tu sfati anche il mito dell’omosessuale brillante, creativo, sempre sopra la media.

D. Scalise – Per carità, te ne posso presentare a migliaia di omosessuali cupi, rozzi, noiosi.

Prima – Il prossimo libro?

D. Scalise – Ho un’altra ossessione: la misoginia. Voglio raccontare quanto i maschi odino le femmine.

Prima – Stavolta non ti basterà un mese.

D. Scalise – Lo so, bisognerà fare ricerche. Ma basterebbe anche sentire cosa dicono gli uomini, in palestra, delle mogli. Che carico di disprezzo, di derisione, di disgusto. Ogni volta penso, “poverette”.

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sabato 22 marzo 2008

Amsterdam a luci rosse. Un distretto con 142 bordelli, con in tutto 500 vetrine, più night-club, topless-bar, sex-shops.

(Enrico Franceschini - La Repubblica) Passo un week-end ad Amsterdam, dove ero stato di passaggio solo una volta, brevemente, trent’anni fa. Barconi e house-boats sui canali, caffè strapieni, parcheggi con migliaia di biciclette, poche auto per strada, gabbiani, raggi di sole inframezzati a pioggia, tanti turisti, tanti giovani, jeans, stivaloni, baveri rialzati, birra, un’atmosfera casual, un’aria sorridente, che uno sarebbe tentato di definire “di sinistra”. Ci arrivo nei giorni un cui un nuovo regolamento municipale prescrive che, da quest’estate, nei parchi cittadini saranno consentiti gli atti sessuali in pubblico, tra eterosessuali e tra omosessuali, a patto che avvengano di sera, che sia usato il preservativo e che quest’ultimo sia poi gettato via accuratamente negli appositi bidoncini della spazzatura. “Perchè dovremmo vietare qualcosa che è impossibile vietare, che causa minimo disturbo al prossimo e che è fonte di grande piacere per alcuni?”, si è chiesto il sindaco nell’approvare il provvedimento. Tutti contenti, tranne i proprietari dei cani, i quali fanno notare che nel nuovo regolamento su quello che si può e non può fare nei parchi continua a rimanere in vigore l’obbligo di portare i cani al guinzaglio. “Sondaggi e richerche indicano che molta gente ha paura dei cani senza guinzaglio”, replica il sindaco. Per cui, come titolano i giornali di qui, “nei parchi di Amsterdam si può fare l’amore ma si deve tenere il cane al guinzaglio”.

Buffo, no? Strana città. Simpatica città. Con al suo centro, circondata da cattedrali e shopping-center, il famoso quartiere a luci rosse, un fazzoletto di strade e canali nei quali la prostituzione e le droghe leggeri sono legali, con le ragazze seminude in vetrina che mostrano la mercanzia ai passanti e le botteghe di semi di marijuana, funghi allucinogeni e pipe di ogni dimensione. Il sesso del quartiere (142 bordelli, con in tutto 500 vetrine, più night-club, topless-bar, sex-shops) produce un giro d’affari da 70 milioni di euro l’anno. Anche qui, però, c’è qualche novità. Nonostante sporadiche pressioni di movimenti femministi e associazioni religiose, il “red lights district” ha finora resistito a ogni regolamentazione. Bordelli e prostitute, tuttavia, non sono più quelli di una volta. Le meretrici in pensione che un tempo dirigevano i locali del sesso sono state rimpiazzate in tempi recenti da gangster dell’Europa orientale, russi, bulgari, rumeni. Le donne che vi lavorano includono ora parecchie ragazze slave. La polizia sospetta traffici di riciclaggio di denaro o peggio. Ma la possibilità di un cambiamento del quartiere non viene dalle forze dell’ordine: viene dal denaro. Il quartiere a luci rosse, infatti, è il centro geografico della città. Include sette antiche chiese e decine di edifici di valore architettonico. Investitori e speculatori immobiliari ci hanno messo gli occhi addosso, da quando il boom del mattone ha portato alle stelle il prezzo delle case anche qui: affittare un appartamentino di 60 metri quadri, affacciato a un canale, costa 2000-2500 euro al mese. Così, tra le vetrine delle ragazze in reggiseno e mutandine, stanno cominciando ad aprire boutique, ristoranti alla moda, alberghi di lusso, gallerie d’arte; le casette sopra i bordelli vengono restaurate; e un nuovo genere di pubblico si trasferisce a viverci. In gergo, si chiama “gentrificazione”, e succede in tante parti del mondo, il risanamento di una zona povera, depressa o malfamata, invasa poco per volta dalla classe media. E’ già accaduto a un altro celebre “red light district” che era al centro di una città: Times Square e la 42esima strada, a New York. Piano piano, potrebbe accadere anche ad Amsterdam, forse senza eliminare del tutto le vetrine con le ragazze in mostra, che rappresentano anch’esse, a modo loro, una delle attrattive e particolari caratteristiche di questa Venezia del nord. Di questa buffa, strana, affascinante città sull’acqua.

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mercoledì 5 marzo 2008

Grande, grosso e... Verdone, un'anima divisa in tre, tra candore e volgarita'.

Che Grande, Grosso e... Verdone sarà un successo, non c'è bisogno della zingara per indovinarlo. Ma se lo merita tutto. Carlo Verdone ha deciso con questo film di rischiare, di ricalarsi (in parte), nei panni di tre personaggi che lo hanno portato al successo e ha vinto la scommessa. Dal 7 marzo al cinema in 800 copie, distribuisce la Filmauro di Aurelio De Laurentiis.

(Nicoletta Gemmi - Primissima) Carlo Verdone è un talentaccio, questo si sa. I suoi trent'anni di carriera e di film lo testimoniano. Ma è anche un uomo sensibile, timido e sempre molto preoccupato di 'do the right thing', di fare la cosa giusta. Quindi prima di accettare di girare Grande, Grosso e... Verdone, nonostante le 1.371 mail arrivate al suo sito che richiedevano a gran voce di riportare al cinema tre dei suoi mitici personaggi, ci ha pensato un bel po'. E all'inizio l'ago della bilancia propendeva verso il no. Poi il produttore, Aurelio De Laurentiis, i suoi storici sceneggiatori (Piero De Bernardi e Pasquale Plastino), alcuni attori e amici, sono riusciti a convincerlo. E così è nata questa sua nuova avventura che riporta in vita (ma niente operazione nostalgia o sequel), tre personaggi, ripresi all'origine da Bianco, Rosso e Verdone e da Viaggi di nozze. Troveremo quindi la famiglia Nuvolone con il timido Leo pronti ad una scampagnata con gli scout alla prese con la morte della madre del protagonista. Il diabolico Professore Callisto Cagnato, più cattivo, subdolo, lugubre che mai. Pronto a vampirizzare tutti quelli che gli vivono accanto, a cominciare dal figlio. E il cafone Moreno Vecchiarutti che porta la moglie Enza Sessa (una bravissima Claudia Gerini) e il figlio disadattato Steven (il giovane e talentuoso Emanuele Propizio, già visto in Mio fratello è figlio unico) a Taormina per una vacanza che dovrebbe servire a ricompattare la famiglia oramai allo sfascio.

Ci sono tutti per Carlo alla conferenza stampa, tutti gli attori, caratteristi eredi di Mario Brega, sceneggiatori e maestranze varie, per supportarlo nella sua presentazione del film. Claudia Gerini, Geppi Cucciari, Eva Riccobono, Emanuele Propizio, Andrea Miglio Risi, Martina Pinto, Clizia Fornasier, Anna Maria Torniai, Roberto Farnesi, Massimo Marino. Alcuni nomi vi saranno noti, altri no, ma Verdone ama lavorare con gli attori e quindi scoprire volti nuovi, tenerli a battesimo, coccolarli. "Una bella avventura - esordisce Carlo Verdone - molto complicata, della quale però sono pienamente soddisfatto. Non è stato facile rientrare in quelle anime e adattarle alle maschere di oggi. In generale i personaggi sono usciti più cinici, più cattivi, più volgari ma per me sono una perfetta lastra radiografica dei nostri tempi. Non abbiamo pensato a priori di fare una commedia cattiva, ma è uscita così. Quello che volevo fare con questo film era mettere a confronto il candore con la volgarità. Il primo episodio ha il personaggio più candido, più immacolato, è una sorta di favola surreale, alla Ionesco. Il secondo ha il personaggio più diabolico e se mi permettete ho pensato molto ad Alfred Hitchcock mentre lo giravo, con il dovuto rispetto per il grande maestro e le dovute distanze (in effetti molte situazioni ricordano Rebecca, la prima moglie ndr). E il terzo è l'affresco di una famiglia cafona di oggi, che guarda L'Isola dei Primitivi, sono degli arricchiti che hanno dei negozi di telefonia. Tre sul raccordo e due a Roma centro. Hanno solo beni materiali, per il resto sono vuoti".

C'è un personaggio in particolare dei tre al quale si sente più affezionato o per il quale prova più tenerezza?
"Direi Moreno - continua Verdone - ovvero quello del terzo episodio, il cafone. Perché è un poveraccio, un padre inadeguato e di una volgarità imbarazzante. Ma alla fine devo anche aggiungere, lui e la sua famiglia, sono molto meglio di alcune persone 'perbene' che gli stanno intorno".

Un po' come avviene nel secondo episodio quello del Professore diabolico che è amico con certi politici corrotti e immorali... come a dire, i miei personaggi sono cattivi, cinici, ma, attenzione, la realtà li supera...
"Assolutamente così. Basta vedere quando è caduto il Governo Prodi quello che è successo al Senato... la storia della mortadella e tutti gli insulti... Bè, la mia famiglia di cafoni, o il mio professore non sono nulla rispetto a quei personaggi. Quindi, nel film, non c'è un messaggio politico, lo dico sinceramente. Ma c'è un messaggio etico, morale, quello sì. Perché dalle persone che ci rappresentano io pretendo maggior rigore, maggiore disciplina. Io non mi posso riconoscere in personaggi del genere".

Tutti gli attori e le attrici del film funzionano. C'è anche Massimo Marino che, soprattutto, chi è di Roma conosce per i suoi programmi in una rete locale, che è un personaggio nel vero senso del termine. Come li sceglie? "Massimo Marino l'ho scelto perché io sono sempre alla ricerca di caratteristi. Dopo la Sora Lella, Mario Brega, mi mancano attori con inflessioni nel modo di parlare, con voci particolari, con modi di dire personali... e Massimo Marino ha tutte queste caratteristiche. Infatti, la sua performance del becchino cocainomane non passerà inosservata. Mi interessano molto gli attori, ma anche la gente della strada, quindi se trovo facce interessanti le prendo. In questo film ci sono tantissimi attori giovani: Propizio, la Fornasier, la Pinto, Miglio Risi, dei quali sono onorato di essere una sorta di padrino, di tenerli a battesimo. E poi ci sono grandi attrici come Geppi Cucciari o Claudia Gerini con le quali si va a ruota libera. Soprattutto con Claudia c'è un'intesa pazzesca, basta uno sguardo e via partiamo e non ci fermiamo più. Io sono andato anche molto a braccio in questo film, ho aggiunto, improvvisato e questo l'ho potuto fare anche per l'intesa che si è creata con il cast. Poi vorrei nominare Anna Maria Torniai che ha portato un 'old style' sul set che adoro e spendere due parole per Eva Riccobono che mi ha fatto sognare come in Morte a Venezia, anche se per me è stata Morte a Taormina. Eva è di una bellezza imbarazzante, è eterea, irraggiungibile, e si è rivelata perfetta per la parte".

Dopo questo remember anche se assolutamente aggiornato in chiave attuale cosa le piacerebbe fare?
Lavorerebbe con qualche giovane regista italiano? "A livello di progetti ce ne sono tanti in ballo. E mi piacerebbe tantissimo fare un film solo da regista come pure farne uno solo come attore. A Sanremo ho incontrato Paolo Sorrentino ecco con lui lavorerei. Gli ho detto: 'Paolo perché non facciamo un Otello, io faccio Iago, la Gerini Desdemona e poi tu lo ambienti a Caserta, ai Castelli, dove ti pare...".

Il film dura 2 ore e 7 minuti. Si sono già sentite tante voci che dicono: 'troppo lungo per una commedia'. Come risponde?
"Può essere ma il film a me piace così, non lo volevo tagliare, anche se ovviamente ci avevamo pensato a tagliarne almeno dieci minuti. Abbiamo anche pensato di fare solo due episodi anziché tre, ma poi tutti i miei film a episodi sono composti da tre storie, e, sostanzialmente, non mi andava di sacrificare nulla. Se la lunghezza è un problema lo sapete sicuramente giudicare meglio voi giornalisti. Spero che al pubblico piaccia così com'è". Quando viene richiesta una battutta a tutti i protagonisti presenti ci sono solo lodi per Carlo Verdone, appellato come maestro, padre, un uomo protettivo, che ama insegnare e dare a chi gli sta intorno. Oltre, chiaramente, a sottolineare che tutti sono cresciuti a 'pane e Verdone', insomma hanno visto buona parte della filmografia del regista. Chiudiamo però con Claudia Gerini che ritrova il suo mentore dopo Viaggi di Nozze. "Per me - afferma la Gerini - quando ho ricevuto la telefonata di Carlo che mi proponeva questo ruolo è stata una festa. E' stato come tornare a casa, tornare alle mie radici. Io nasco con la commedia, con Carlo, e appena ho indossato gli abiti, mi sono truccata, agghindata, come Enza Sessa sono rientrata nella mia pelle. Abbiamo un'alta compatibilità e siamo ripartiti alla grande, come se non fosse passato un giorno da quando erano finite le riprese di Viaggi di nozze".
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Matrimoni gay: Al via la discussione alla Corte Suprema californiana.

(Graziella Moschella - Agenzia Radicale) La Corte Suprema della California si riunirà oggi, a quattro anni dalla decisione del Comune di San Francisco di autorizzare i matrimoni omosessuali, dando vita a un dibattito nazionale sulla questione. Le audizioni portano di nuovo alla ribalta lo scontro di più alto profilo negli ultimi anni sui diritti gay, e il risultato potrebbe influenzare anche la legislazione adottata in altri stati. Gavin Newsom, sindaco di San Francisco, dal febbraio del 2004 ha concesso l'autorizzazione matrimoniale anche ai gay. Oltre 4.000 coppie omosessuali ne hanno usufruito, finché un tribunale ha bloccato la pratica.

Alla fine del 2004, infatti, la Corte Suprema della California sentenziò che Newsom non aveva l'autorità per celebrare i matrimoni e annullò quelli già avvenuti. Ma oggi, la stessa corte si interroga sulla possibilità che la California possa vietare i matrimoni tra persone dello stesso sesso.

I fautori del "sì" ai matrimoni omosessuali, sono riusciti ad avere la meglio nel 2005, quando una Corte superiore ha emesso una sentenza a loro favorevole. Sentenza rovesciata solo un anno dopo, però, quando la Corte d'appello statale ha riconfermato la validità della legge che vieta attualmente i matrimoni tra gay.

Dal 2005, il parlamento californiano ha votato due volte in favore delle unioni civili gay, ma il governatore Arnold Schwarzenegger, repubblicano con una posizione liberal su molte questioni sociali, ha posto il veto, affermando che a decidere sulla questione devono essere gli elettori o i tribunali. Ora dunque sono stati chiamati a risolvere la questione i giudici della Corte Suprema, che hanno 90 giorni di tempo per ascoltare le varie opinioni e poi emettere una decisione.

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lunedì 3 marzo 2008

Inghilterra. E' sorpreso mentre fa sesso con l'aspirapolvere.

E' accaduto in un cantiere presso un ospedale del centro. L'operaio, di origine polacca, è stato licenziato.
Aveva deciso di trascorrere un'insolita e piccante pausa, ma l'improvviso raptus sessuale gli è costato il posto. E' quanto è accaduto a un operaio polacco sorpreso a far sesso con un aspirapolvere in un ospedale di Londra. Scovato da una guardia giurata nudo e in ginocchio nella caffetteria dello stabile ormai chiusa, l'uomo si è difeso dicendo che si stava pulendo le mutande, ma il suo datore di lavoro non gli ha creduto e l'ha licenziato.

L'operaio, secondo quanto riferisce il Sun, era rimasto solo nel cantiere del Great Ormond Street Children's Hospital perché era suo compito chiudere a chiave tutti gli accessi al sito, ma evidentemente non ha saputo resistere alla tentazione di concedersi una parentesi hard. Come sia iniziato il singolare "corteggiamento" a Harrry (foto in alto), questo il nome dell'aspirapolvere con una faccina sorridente disegnata sulla scocca e con il tubo al posto del naso, non è molto chiaro. L'unica cosa certa è che l'uomo è stato sorpreso senza vestiti, mentre era inequivocabilmente impegnato in un insolito atto autoerotico.

Alla scena, imbarazzante, ha assistito una guardia di turno, che ha subito segnalato l'accaduto, provocando il licenziamento dello sfortunato protagonista. Interpellato dai suoi superiori, l'uomo ha cercato di difendersi sostenendo che passare l'aspirapolvere sulle mutande è una pratica molto comune in Polonia, ma nessuno gli ha creduto. "E' un comportamento inaccettabile, anche se ha fatto ridere molte persone", ha detto un responsabile della HG Construction, l'azienda per cui lavorava il malcapitato.

L'operaio polacco non è però l'unico ad essere stato sorpreso a far sesso con oggetti inanimati in Gran Bretagna: lo scorso anno Robert Stewart fu condannato a tre anni con la condizionale dopo essere stato sorpreso nudo mentre tentava di far sesso con una bicicletta in un ostello in Scozia. La corte ha sancito che era ubriaco. E non è tutto qui. Nel 1993 Karl Watkins, elettricista, fu condannato per aver fatto sesso con i marciapiedi della sua città, Redditch, nel Worcestershire.

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Il 2007 è l'anno dell'"anal fisting"?. Qualcuno ci spiega cos'è?

Internet mette a disposizione alcuni mezzi veramente curiosi ed utili, come Google Trends, una directory che permette di comparare due termini di ricerca e vederne l'evoluzione.

Io mi rivolgo agli esperti del mondo del sesso in generale e del porno in particolare, perché vorrei sapere cosa diavolo è successo ad inizio 2006. Cosa ha fatto incrementare la ricerca di "Anal Fisting"? Perché questa pratica ha preso il sopravvento nei confronti dell'"Ass to Mouth"?

Se quacuno più esperto di noi della redazione ci può erudire in merito lo ringraziamo in anticipo.

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martedì 26 febbraio 2008

Tricarico: sul palco dell'Ariston scende "la neve blu".

(Florence Ursino - Agenzia radicale) È quasi l'una di notte quando sul palco dell'Ariston fa il suo enigmatico ingresso. Come sempre spettinato, vestendo abiti firmati "Codiceasbarre" (un progetto Onlus realizzato da detenuti), scende lentamente le scale, guardandosi intorno con gli occhi azzurri indifesi, timorosi. Sembra totalmente disorientato. Chiambretti e Baudo, forse in un tentativo di metterlo a suo agio, invadono il suo spazio vitale con eccessiva ironia, facendolo indietreggiare in un silenzio sempre più ostinato. Quando inizia la canzone, "Vita Tranquilla" i suoi occhi diventano, se possibile, ancora più vulnerabili, smarriti, intensi. E, alla fine della performance, l'applauso immediato è qualcosa di inevitabile. E Tricarico abbandona il palco sussurrando un grazie.

Ecco Francesco al Festival, dunque. Lui che non ha il televisore, lui che non è abituato ai riflettori, lui che canta le sue poesie, perché questo sono i suoi testi, dipinti, abbandonandosi al movimento di un animo estremamente sensibile. E "Vita tranquilla" giunge alle orecchie degli spettatori come l'urlo pacato di chi è alla costante ricerca della pace, di chi costantemente e "spericolatamente" si fa inghiottire dalla vita, dai suoi colori, dai suoi misteri. "La musica è un piacere, ma il percorso è sempre molto tortuoso" dice Tricarico.

Ha iniziato a suonare molto giovane, Francesco, dopo essersi diplomato al Conservatorio in flauto traverso. Andava in giro con una piccola band a suonare jazz nei locali di Milano. Poi, nel 2002 esordisce con il singolo "Io sono Francesco", racconto autobiografico che parla della sua infanzia, del padre aviatore morto in volo, che viene premiata col Disco di Platino e altri riconoscimenti. Tricarico non ha intenzione di produrre un album e così al suo primo singolo segue "Il drago", testo profondamente introspettivo e allegorico che però non ottiene lo stesso successo del primo, nel 2001 "La pesca" e "Musica". Del 2002 è la bellissima, onirica "Neve blu", un inno alla forza dei desiderio; nello stesso anno viene pubblicato il suo primo album, "Tricarico" che aprirà i concerti di Jovanotti nel suo "Quinto Mondo Tour".

Ed è del 2004 il suo secondo album, "Frescobaldo nel recinto". L'anno dopo è la volta del singolo "Solo per te", bellissima dichiarazione d'amore e colonna sonora del film "Ti amo in tutte le lingue del mondo" di Leonardo Pieraccioni, che ottiene la nomination al "Nastro d'Argento". Fino a giungere nel 2007 al singolo "Un'altra possibilità", canzone dedicata a chi ha avuto un passato segnato dalla sofferenza e cerca di riscattarsi. Suo è anche il brano inserito nel nuovo album di Celentano "Dormi amore, la situazione non è buona", intitolato appunto "La situazione non è buona", considerata la canzone piò originale del disco.

E, mentre si continuerà a vederlo a Sanremo, si attende l'uscita del suo nuovo album, "Giglio", prevista per il 29 febbraio. Non deluderà, Tricarico. Regalerà ancora, a chi sarà capace di ascoltare davvero, quella delicatezza estrema che lo caratterizza, quella forza ingenua e prepotente che solo i bambini hanno, quelle immagini, quelle visioni che sono viaggi dentro i propri sogni, dentro i propri timori, dentro se stessi.
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Un'altra possibilità.

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