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domenica 23 dicembre 2007

Volontè visiterà Don Pierino Gelmini. Il capogruppo Udc sgrida il Vaticano e attacca Grillini.

(Adnkronos) - "Vistero' personalmente Don Pierino Gelmini nei prossimi giorni per testimoniare a lui e alla Comunita' Incontro l'amicizia e la testimonianza di tutti noi. Qualsiasi decisione prendera' il Tribunale di Terni, sono certo che non potra' che far emergere la verita' e la testimonianza di una vita per Cristo e per i ragazzi che Don Gelmini ha vissuto senza limiti".
Lo afferma il capogruppo Udc alla Camera Luca Volonte'. "Dispiace e amareggia -osserva Volonte'- che Mons. Paglia abbia fatto trapelare il suo colloquio con don Pierino ma a volte la brama di voler apparire, puo' cancellare ogni prudenza e riservatezza. La legge italiana prevede l'assoluta innocenza fino alla condanna definitiva, vale anche per l'innocente don Pierino che ad ora non ha subito nessun giudizio. Confido che la Procura e il Tribunale di Terni sappiano distinguere tra le interviste rilasciate a Repubblica dagli accusatori e da Grillini e le straordinarie opere di una vita''.
''Certo -conclude Volonte'- la velocita' del procedimento dimostra un 'doppio binario': le indagini sugli intrecci Massoneria-imprenditori sono ferme, quelli su don Gelmini galoppano. Meglio, si dimostrera' prima l'assoluta innocenza".
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DON GELMINI CHIEDE DI TORNARE ALLO STATO LAICO PER DIFENDERSI DALLE ACCUSE.
Il fondatore della Comunità Incontro è indagato per presunti abusi sessuali.
(La7) Don Gelmini vuole lasciare i panni di sacerdote e tornare laico. In una lettera a Benedetto XVI il fondatore della Comunità Incontro, indagato dalla Procura di Terni per presunti abusi sessuali dopo la denuncia di alcuni ex ospiti della sua comunità, chiede di rimanere con i suoi ragazzi fino alla morte ma vuole essere ridotto allo stato di laico, e non di diacono, per potersi difendere e affrontare le questioni giudiziarie senza coinvolgere le autorità ecclesiastiche. La notizia è stata diffusa dal portavoce della Comunità che ha spiegato che la lettera è stata scritta alcuni giorni fa e le condizioni in cui versa don Pierino, 82 anni, sono pessime. Ha seri problemi cardiologici, è allettato e fa fatica a respirare, ma è lucidissimo.
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A proposito del giornalista fintosi gay con un prete. Dagli Usa una segnalazione.

Ci scrive Fabrizio a proposito dell'articolo: Giornalista di Liberazione si finge gay con un prete. Per sei mesi in "terapia cattolica".

"Vivendo negli Stati Uniti mi rendo conto che dilaga in ambienti religiosi la convinzione che esista una possibile cura, che pena.
Su una nota umoristica, vorrei far notare una pellicola di fine secolo di grande divertimento ironia:"
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Bellezze: Bruno.


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Il made in Italy “in testa”: ritorna per l’estate il texano di Borsalino.

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(Whymoda) Preparatevi: per la prossima primavera-estate 2008 la leggendaria maison piemontese Borsalino rilancerà il cappello texano, remake del tradizionale modello che l'azienda piemontese in passato realizzava per i cowboys.
Ma non è finita: per festeggiare un secolo e mezzo di attività e successi dell'azienda fondata da Giuseppe Borsalino,che apprese il mestiere dai maestri cappellai parigini intorno al 1830 per portarlo poi nel 1857 nella sua Alessandria e diventare insieme al fratello Teresio nel giro di mezzo secolo il più importante cappellaio del mondo, due modelli classici, vendutissimi negli anni in tutto il globo, sono stati sottoposti a restyling e prodotti in soli 150 esemplari numerati,a tiratura limitata, arricchiti di dettagli unici e preziosi come la cinta di alligatore, il marocchino in pelle e una spilla in oro giallo a 18 carati. Sono lo specchio "Giuseppe" e il Panama Montecristi "Teresio" dedicati proprio ai due fratelli Borsalino che hanno fatto la storia del made in Italy, vantando, tra i loro affezionati clienti, personaggi del calibro di Winston Churchill, Federico Fellini e persino il Papa buono, Giovanni XXIII, che lo indossava sopra la tonaca candida quando scendeva tra la gente comune e ben due film con protagonista la coppia d'oro Alain Delon e Jean Paul Belmondo portano il suo nome come titolo.
Sinonimo di eleganza,sobrietà,attenzione al dettaglio e scelta fine dei materiali, oggi l'azienda ha scelto di spendere il suo nome, scritto sempre con quella firma dal gusto un po' liberty, anche in altri settori come caschi, ombrelli, tracolle, sciarpe, profumi e persino nei motori: ultima arrivata, un'esclusiva moto, ideata in collaborazione con Bimota.

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Giornalista si finge gay con un prete. Per sei mesi in "terapia cattolica".

Un cronista di "Liberazione" ha finto di essere omosessuale e si è prestato alla "cura" di un gruppo ultracattolico. Nell'articolo racconta la sua esperienza: "Una moda che spopola nel Nord America". Il presidente Arcigay Mancuso: "Intervenga il ministero della Salute".

(La Repubblica) Sei mesi in "terapia" in un gruppo ultracattolico per curare la sua omosessualità, attraverso un percorso iniziato con l'incontro con un sacerdote e poi con un luminare, Tonino Cantelmi (docente di psicologia all'Università Gregoriana), quindi un test di 600 domande e poi la "terapia riparativa". E' quanto racconta su Liberazione oggi in edicola Davide Varì, il giornalista che si è finto gay per sei mesi per conoscere, scrive nell'articolo, il circuito italiano di "taumaturghi del sesso deviato. Una moda che spopola nel Nord America grazie al lavoro di molti gruppi legati alla Chiesa e che segue l'insegnamento e la pratica di Joseph Nicolosi", uno psicologo clinico che "vanta ben 500 casi di 'gay trattati'".

L'inchiesta del cronista di Liberazione ha spinto il presidente dell'Arcigay, Aurelio Mancuso, a chiedere l'intervento dell'Ordine nazionale degli Psicologi e del ministro alla Salute, Livia Turco. "Un quadro allarmante" ha detto Mancuso commentando l'articolo, "con figure di primo piano coinvolte nell'applicazione di pseudo terapie di guarigione dall'omosessualità che derivano dalle teorie imbevute di pregiudizi e luoghi comuni di un sedicente terapeuta cattolico americano Joseph Nicolosi".

"Il giornalista è stato ascoltato da vari psicologi dell'équipe di Tonino Cantelmi, presidente e fondatore dell'Associazione italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici e docente di psicologia all'Università Gregoriana, e poi si è sottoposto per sei mesi a sedute di guarigione. Il fatto è gravissimo perché - spiega Mancuso - ricordiamo a tutti che il 17 maggio 1990, dopo secoli di persecuzione, l'Organizzazione mondiale della sanità ha definito l'omosessualità una variante naturale della sessualità".

"Negli anni immediatamente successivi gli Ordini internazionali degli Psicologi e degli Psichiatri, che da decenni premevano per l'abolizione dell'omosessualità come malattia mentale, hanno recepito la decisione dell'Oms, così come tutti gli stati democratici, le istituzioni europee e dell'occidente. Inoltre dal racconto si evince - sottolinea Mancuso - che in questi studi di psicologi cattolici reazionari sono presenti molti adolescenti minorenni, portati dai propri genitori, il che significa che queste persone sono in qualche modo forzate a curarsi da una patologia inesistente".

"Chiediamo l'immediato intervento dell'Ordine nazionale degli Psicologi e del ministro alla Salute Livia Turco, affinché queste pericolose pratiche di condizionamento sulle persone cessino immediatamente. Vogliamo inoltre sapere - prosegue Mancuso - se Cantelmi, i suoi collaboratori, i corsi di terapie individuali e collettivi, siano in qualsiasi modo riconosciuti o sostenuti finanziariamente dalla sanità pubblica oppure attraverso fondi derivanti dall'8 per mille".

"Denunciamo infine - conclude Mancuso - come in tutto il paese, come più volte evidenziato da nostre comunicazioni e di altre associazioni di persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender, imperversino gruppi di psicologi o sanitari cattolici, che nelle parrocchie e in altri ambiti ecclesiastici propagandino la cura dell'omosessualità, senza che alcuna autorità preposta sia per ora intervenuta a contrastare teorie altamente lesive della dignità delle persone omosessuali".

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Sei gay? Vieni da noi, ti curiamo. «La sua è una malattia leggera, possiamo curarla bene...».

Diario di sei mesi in terapia... Il racconto di un cronista che ha frequentato per mesi un corso organizzato da un gruppo ultracattolico - Gli ho detto: «Sono gay». Mi hanno risposto: «La sua è una malattia leggera, possiamo curarla bene...»

(Daniele Vari - Liberazione) L'appuntamento è con Don Giacomo nella sede delle edizioni Paoline poco lontano dalla Garbatella, ex quartiere popolare di Roma. Un incontro per definire tempi e modi del mio ingresso in un gruppo terapeutico per guarire dall'omosessualità. Un appuntamento sudato: i sedicenti guaritori di gay, almeno in Italia, non vogliono troppa pubblicità. Per rintracciare quello italiano ho dovuto chiamare un gruppo omologo svizzero che mi ha girato la sede milanese di "Obiettivo Chaire", un'associazione ultracattolica che organizza, sì, incontri terapeutici, ma soltanto a Milano. Alla fine mi indicano Don Giacomo qui a Roma, un giovane prelato che, dicono loro, può aiutarmi. E ora, dopo quel lungo peregrinare, ci sono: finalmente sono di fronte allo studio di Don Giacomo. La prima tappa del mio percorso di "guarigione". Un percorso durato circa sei mesi nei quali mi sono ritrovato immerso in un mondo parallelo fatto di reticenze, mezze verità, ambiguità e strane alleanze tra ambienti del Vaticano e alcuni gruppi di psicologi guidati dal Professor Tonino Cantelmi, presidente e fondatore dell'Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici e docente di psicologia all'Università Gregoriana.

Ma prima c'è don Giacomo, il primo livello di valutazione della "gravità del paziente" spetta infatti a lui, a un rappresentante della Chiesa cattolica. Don Giacomo è gentile. Dopo vari colloqui telefonici nei quali, con molta discrezione e molto tatto, mi chiede i motivi che mi spingono verso questa terapia, arriva il momento dell'incontro. Dopo una breve presentazione, inizia il colloquio vero e proprio.

Le domande fondamentali sono due o tre: quanti rapporti omosessuali ho consumato, con quale frequenza e le sensazioni che ho provato. Gli racconto quasi tutta la verità, tutta tranne il fatto che sono un giornalista e che non sono omosessuale. Gli dico che sono sposato, che ho un bambina e butto lì un paio di esperienze omosessuali legate alla mia adolescenza e la preoccupazione che quelle esperienze possano tornare a galla e rovinare il mio matrimonio. Don Giacomo ascolta con partecipazione. Poi inizia il lavoro d'indagine per capire le ragioni della mia omosessualità. Mi chiede dei miei genitori, del rapporto con mia madre - rispetto alla quale tiro fuori un bel conflitto. Fa sempre bene, penso: ai preti e agli psicologi piace - gli racconto del ruolo marginale di mio padre, dei rapporti sessuali con mia moglie, le relazioni interpersonali e così via. Una scannerizzazione superficiale ma completa del mio vissuto.

Poi la domanda: «Quando è stata la prima volta, Davide», mi chiede Don Giacomo. Gli racconto di un mio compagno di liceo, di tale Luca, col quale ero molto amico e di come quell'amicizia, col tempo e in modo del tutto inaspettato, si fosse trasformata in relazione sessuale. Don Giacomo ascolta con attenzione e partecipazione. Mi vede provato e cambia discorso: «Credi in Dio?» mi chiede. Io rispondo che provengo da una famiglia molto religiosa ma che no, non ho mai praticato. Ma ultimamente, aggiungo, sento rinascere in me qualcosa di diverso. È il momento più delicato, il momento in cui bisogna scegliere se andare fino in fondo passando sopra le sincere convinzioni religiose di Don Giacomo, oppure finirla lì e andarsene.

E' come se mi prendessi gioco della sua fede, e forse nessuno mi da il diritto di arrivare fino a quel punto. Poi mi convinco che nella realtà quotidiana questi "guaritori di omosessuali" fanno solo danni: prendono una persona, nella gran parte dei casi spinta dalla famiglia, gli raccontano che la propria omosessualità è una deviazione dalla norma e la invitano a intraprendere, con loro, un percorso di guarigione, anzi, di "riparazione". Ed allora decido di andare avanti e raccolgo l'appello di Don Giacomo: «Preghiamo insieme?».


«La strada verso la mia presunta salvezza comincia con un incontro per definire tempi e modi del mio ingresso in un gruppo terapeutico per guarire dall'omosessualità»

Mi forzo, e da ateo convinto prego con lui. Finito il momento di raccoglimento Don Giacomo, con la stessa delicatezza, mi invita a continuare il mio racconto. «La tua relazione con Luca - mi dice - è stata passiva o solo attiva?». Don Giacomo vuol sapere se ho «subito» oppure no una penetrazione. Deve essere solo quello il discrimine fondamentale per capire se davanti a sé c'è un vero omosessuale. «Attivo e passivo», dico di botto. «E mi è anche piaciuto», rispondo quasi in senso di sfida, di fronte a quella domanda così volgare. Volgare non per la cosa in sé, quanto, piuttosto perchè per la prima volta inizio a intravedere, o almeno così mi sembra, i veri pensieri di quel prete così giovane e cordiale. Uno squarcio che smaschera il giudizio che ha di me, anzi, di "quelli come me".

Don Giacomo annuisce in modo austero e poi mi chiede di parlargli degli altri rapporti. A quel punto tiro fuori una relazione fugace con un altro ragazzo "consumata" dopo il matrimonio. Don Giacomo mi invita a raccontare le sensazioni che avevo provato. Io mi invento un «senso di sporcizia morale» che vivo e mi porto dentro tuttora. Il giovane prete è silenzioso. Mi benedice e mi tranquillizza. «La tua omosessualità - dice - è molto superficiale. Io credo che tu sia pronto per iniziare il percorso di guarigione».

A quel punto sono io che faccio qualche domanda e chiedo lumi su quello che lui chiama "percorso". Don Giacomo, grosso modo, mi spiega che quasi tutti gli omosessuali hanno subito un trauma o qualcosa del genere che ha interrotto la "naturale" costruzione della vera identità sessuale. «Per questo - dice - servono terapie riparative. Per riprendere in mano quel vissuto, trovare la frattura e ridefinire la propria identità di genere. Tu sei in uno stato di confusione sessuale, devi farti aiutare per ridefinire la tua sessualità in modo corretto». Perfetto, sono pronto per iniziare il "percorso". Don Giacomo prende un pezzo di carta e scrive telefono e indirizzo del Professor Tonino Cantelmi, «chiamalo tra una settimana, digli che ti mando io, lui saprà già tutto». Mi benedice e mi congeda.

***
Il primo incontro con il professor Cantelmi
Lo studio del professor Tonino Cantelmi - Presidente dell'Istituto di Terapia Cognitivo interpersonale, c'è scritto nella targhetta - è un porto di mare nel quale transitano e approdano le preoccupazioni e le angosce di varia umanità: ragazzini, adolescenti, mamme, nonne. C'è di tutto in quello studio. Io mi accomodo e attendo di essere chiamato. Lui, il professore, ogni tanto esce e saluta il paziente di turno. Con tutti ha un rapporto molto confidenziale, tutti lo chiamano Tonino.
Finalmente arriva il mio momento. Raccolgo le idee per evitare di contraddirmi rispetto alla storia che ho raccontato a Don Giacomo qualche settimana prima. Ripasso lo schema, i nomi inventati dei miei falsi amanti e mi infilo nello studio del Professore. Lui mi squadra, mi sorride e mi fa accomodare. «Sono Davide, gli dico, mi manda Don Giacomo». Lui annuisce - «con quel nome mi ha inserito nella categoria omosessuale pentito», penso tra me - e mi invita a raccontare la mia storia. A quel punto riparto con la vicenda del Liceo, della mia relazione col mio compagno di banco e dei timori rispetto al mio matrimonio dopo un'altra relazione avuta con un ragazzo un paio d'anni fa.

«Che tipo di rapporti hai avuto?», mi chiede Cantelmi.

Io faccio finta di non capire.

«Voglio dire - continua il Professore - hai avuto rapporti completi?».

Annuisco, ma aspetto che il professore esca dalla sua tana e mi ponga la domanda, la domanda con la D maiuscola, in modo diretto. E lui non mi delude: «Insomma Davide - mi dice schietto - sei stato anche passivo nei tuoi rapporti?».

Ci risiamo, penso tra me. «Sì», rispondo. Decido di fare la parte del laconico. Da un lato perchè ho paura di contraddirmi, dall'altro perchè voglio vedere le abilità del professore in azione. Son curioso di capire in che modo si muove. Come lavora. Ma lui mi sorprende e dopo quell'unica risposta, pronto a sbarazzarsi di me, prende carta e penna e scrive il nome di una collega: «Lei è la dottoressa Cacace - mi dice mentre mi porge il bigliettino - è una mia assistente, contattala a mio nome. Lei saprà già tutto». Mi sembra di rivedere un film già visto. Comunque io non voglio perdere l'occasione di ritrovarmi di fronte al "guru" italiano dei guaritori di gay e allora rilancio prima che lui mi liquidi. «Senta dottore - gli dico con il massimo di gentilezza - io vorrei capire di preciso cosa mi aspetta». «Nulla di particolare - fa lui - la dottoressa ti farà un test..»

«Un test?», faccio eco io

«Sì, un test»

«Un test per misurare il mio grado di omosessualità?», incalzo.

«Beh! In un certo senso sì», fa lui.

«Scusi - gli chiedo - ma cos'è di preciso l'omosessualità?»

A quel punto Cantelmi si accomoda, allunga le braccia sul tavolo e comincia: «Io - esordisce - parlerei della tua omosessualità, non di omosessualità in genere. Diciamo che noi siamo un gruppo di psicologi che cercano di aiutare persone in difficoltà. La nostra è una terapia riparativa»

***

La terapia riparativa: l'omosessualità come il comunismo
Si sentiva parlare da tempo di questi taumaturghi del sesso deviato. Una moda che spopola nel Nord America grazie al lavoro di molti gruppi legati alla Chiesa, e che segue l'insegnamento e la pratica di Joseph Nicolosi, presidente della Narth, National Association for Research and Therapy of Homosexuality. Uno psicologo clinico, questo Joseph Nicolosi, un "santone" che vanta ben 500 casi di «gay trattati» e curati - proprio così, «gay trattati» - e che ha tirato fuori dal cilindro della propria stregoneria psichiatrica la cosiddetta "terapia riparativa" il cui scopo dichiarato è quello di «ricondurre all'orientamento eterosessuale le persone omosessuali». Un messaggio che in Italia è stato ripreso e rilanciato dal Professor Tonino Cantelmi, presidente e fondatore dell'Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici e docente di psicologia all'Università Gregoriana. Insomma, il guru italiano della terapia riparativa, una persona legata a doppio nodo al Vaticano e intorno al quale è nato un gruppo di lavoro formato da cinque, sei giovani psicologi che seguono le terapie individuali dei futuri e "riparati" eterosessuali.

Questa della terapia riparativa è storia antica. Già nel 2005, la rivista Gay Pride pubblicò un lungo articolo nel quale ne metteva in dubbio ogni validità e attendibilità scientifica. Franco Grillini, presidente onorario dell'Arcigay, presentò anche un'interrogazione parlamentare per bloccare, tramite gli ordini professionali, la terapia riparativa. Anche per questo uno come J.M. van den Aardweg, lo psicoterapeuta americano che ha scritto "Omosessualità & speranza", parla di lobby gay all'assalto della scientificità. Tanto per capire cosa si muove dietro questa presunta terapia riparativa, lo stesso van den Aardweg sostiene - lo ha fatto in una recente intervista per "Acquaviva2000, cultura cattolica in rete" - che molti omosessuali «presentano seri disturbi mentali, o hanno sviluppato un comportamento omosessuale di proporzioni tali che non sarebbe tanto sbagliato chiamarli "malati"». Non solo, van den Aardweg è convinto che per colpa del movimento gay, «le masse non assimileranno mai completamente la concezione antinaturale che viene loro imposta. Andrà come con il comunismo. Molti, probabilmente i più, presteranno all'innaturale "religione" omosessuale un culto formale, dettatogli dalla paura, ma si finirà col crederci sempre di meno».

Questi sono gli illustri scienziati che sponsorizzano la terapia riparativa. Ancora più esplicite le parole d'ordine del già citato gruppo ultracattolico "Obiettivo Chaire": «Accompagnamento spirituale, psicologico e medico; attenzione rivolta a genitori, insegnanti ed educatori al fine di prevenire l'insorgere di tendenze omosessuali nei ragazzi, negli adolescenti e nei giovani; ricerca delle cause(spirituali, psicologiche, culturali, storiche) che contribuiscono alla diffusione di atteggiamenti contrari alla legge naturale, riconoscibile dalla ragione rettamente formata».

Poi l'immancabile Joseph Nicolosi, lo psicologo-clinico americano che ha inventato la terapia riparativa. A giorni sarà in Italia per aggiornare i suoi seguaci e illustrare loro, verosimilmente, le ultime novità della sua terapia. Queste le idee di fondo: primo, alla luce delle scienze sociali la forma di famiglia ideale per favorire un sano sviluppo del bambino è il modello tradizionale di matrimonio eterosessuale; secondo, l'identità sessuale si forma in un'età precoce sulla base di " fattori biologici, psicologici e sociali"; terzo, esistono numerosi esempi di persone che sono riuscite a cambiare il loro comportamento, identità, stimoli o fantasie sessuali.

A sostegno di queste tesi sono nati i movimenti "ex-gay", persone "riparate" e spesso convertite al cattolicesimo che hanno lo scopo dichiarato di dimostrare che dall'omosessualità è possibile "guarire". Il bello della faccenda è che sempre più gruppi di "ex gay" vengono sciolti per il fatto che molti associati hanno ri-trovato un partner dello stesso sesso proprio in quell'organizzazione.

***

La terapia riparativa di Cantelmi
Cantelmi cerca di adattare su di me, sul mio caso, le ragioni di quella terapia. Parla di traumi infantili che generano confusione in un mondo già pieno di contraddizioni e di liquidità nei rapporti interpersonali. Il tutto per spiegare che in un certo senso i comportamenti della persona omosessualità sono indotti da questa schizofrenia esterna. Non solo omosessuali però. Il professor Cantelmi è infatti convinto, e me lo spiega, che la nostra epoca è caratterizzata da una grossa compulsività sessuale: una dipendenza che colpisce migliaia di persone e tra questi tanti, tantissimi giovani. Mi parla di «relazioni malate con il sesso», di «perdita di controllo» e così via.

«E in tutto questo, l'omosessualità?», chiedo io.

«Beh, il mio studio è pieno. Abbiamo la fila. Ci sono centinaia di ragazzi che chiedono aiuto».

«Vede - dico cercando di stanarlo - io non so bene se sono omosessuale. Non capisco se sono vittima di una sorta di disagio psichico o se devo assecondare queste mie pulsioni».

«Non preoccuparti Davide - mi dice sereno e sorridente - dal tuo profilo mi sembra di poter parlare di una ansia generalizzata e di una leggera nevrosi che in qualche modo condiziona e devia le tue scelte sessuali. Ora faremo il test e avremo più elementi per poter scegliere la terapia migliore».

***
Il Test ed i discepoli del professore e la cura
La dottoressa Cristina Cacace dell'Istituto di terapia cognitivo interpersonale diretto da Cantelmi mi accoglie sorridente nel suo studio. Mi osserva, anzi mi scruta con insistenza. «Ora mi becca - penso io - scopre che sono un infiltrato e mi caccia». E invece no. Evidentemente la diagnosi del Professor Cantelmi deve avermi suggestionato. Un po' nevrotico, perseguitato, mi ci sento davvero. Fatto sta che lei mi invita con gentilezza nel suo studio targato Ikea, mi fa accomodare e mi interroga: nome, cognome, età, indirizzo, telefono e stato civile. Io rispondo senza esitare e attendo, anche qui, "la" domanda . Ma la dottoressa Cacace già sa e non c'è bisogno di alcuna premessa.

Saltiamo direttamente ai particolari più intimi: quante volte, e fino a che punto. «Fino a che punto in che senso?», chiedo io. Lei sorride. Mi chiedo se lei, giovane psicologa, crede davvero alle follie e alla violenza di questa benedetta "terapia riparativa" oppure se è li, in quel piccolo studio solo perchè non trova nulla di meglio. Ma i miei pensieri vengono interrotti dalla domanda della dottoressa:

«Davide, i tuoi rapporti omosessuali sono stati solo attivi o anche passivi»? Sento un forte disagio di fronte a quella domanda ricorrente, ossessiva. Mi viene in mente il lato pruriginoso e voyeuristico di chi la pone. Alla fine rispondo come ho già risposto a Don Giacomo e al professor Cantelmi: «Sì, attivo e passivo». Poi racconto anche a lei del mio rapporto conflittuale con mia madre, delle assenze di mio padre e aggiungo che ogni tanto, da piccolo,venivo scambiato per bambina.
La giovane assistente di Cantelmi annuisce gravemente e mi fissa l'appuntamento per il test di personalità. «Dopo il test - mi dice prima di accompagnarmi alla porta - sapremo meglio come trattare la tua situazione».

Pochi giorni dopo sono di nuovo lì e scopro che il Test dura circa quattro ore ed è nient'altro che il cosiddetto "Test Minnesota" quello che utilizzano le forze armate di mezzo mondo per selezionare il proprio personale. Seicento domande circa che dovrebbero dare risposte su eventuali deviazioni del candidato: ipocondria, depressione, isteria, deviazione psicopatica, mascolinità o femminilità, paranoia, psicastenia, schizofrenia, ipomania e introversione sociale. Un pout-pourri che, tra le altre cose, dovrebbe mettere in luce le mie tendenze omosessuali. Comunque la dottoressa mi dà i fogli, un penna e mi piazza in corridoio. Inizio a scorrere le domande: «Hai avuto esperienze molto strane?»; oppure, «Ti piacerebbe essere un fioraio?». A quest'ultima rispondo di sì spinto dalla banalità della considerazione; Forse chi sceglie di fare il fioraio, secondo loro, ha una predisposizione ha diventare un po'checca.

D'un tratto vengo colpito e distratto dalla presenza silenziosa di una signora e di un giovane adolescente. Sono madre e figlio. Lui mi sembra particolarmente timido, a disagio. Non posso saperlo, ma potrebbe benissimo trattarsi di un ragazzino forzato dalla madre per arginare, almeno finché è in tempo, la «propria devianza omosessuale». Di nuovo penso a quanto sia angusta questa pratica e a quanta violenza abbia in sé. Penso alla pressione che può subire un ragazzino di 15-16 anni che sta scoprendo la propria sessualità. La preoccupazione, spesso in buona fede, dei genitori e la scelta di far qualcosa per fermare quella "scoperta" piuttosto che accoglierla e sostenerla. Poi la signora e il ragazzino si infilano in una delle tante stanze dello studio degli allievi di Cantelmi e io torno al mio test infinito: «Hai mai compiuto pratiche sessuali insolite?»; «Ti piaceva giocare con le bambole?»; «Qualcuno controlla la tua mente?»; «Hai spesso il desiderio di essere di sesso opposto al tuo?»; «L'uomo dovrebbe essere il capo famiglia?»...

Finite le domande, torno in stanza dalla dottoressa.

Lei ripone le mie scartoffie che già contengono il risultato del mio "grado di omosessualità" e tira fuori una decina di cartoncini colorati da figure bizzarre. Sono le macchie del test di Rorschach. Spruzzi indefiniti di colore, che agiscono in modo inconscio attivando reazioni proiettive. Insomma, di fronte a quelle macchie sono invitato a rintracciare e comunicare figure sensate. Io mi lancio sforzandomi di vedere peni, vagine, ani e così via. Individuo anche un paio di feti appesi per il cordone ombelicale. Dò il peggio di me, cercando di convincere la dottoressa Cacace che la mia sessualità è particolarmente deviata, talmente corrotta e omosessuale da meritare le sue cure. Ma lei, di fronte al mio sproloquio genitale non fa una piega: sfila uno dopo l'altro i cartoncini del test e prende diligentemente appunti.

Nel frattempo si accosta a me ed io non trattengo un'occhiata fugace alla scollatura. Lei, sorpresa, si ritrae, si copre e mi guarda con imbarazzo. Insomma, dopo tutto quel parlare della mia omosessualità probabilmente sono caduto nella banalità di voler riaffermare la mia "mascolinità" di fronte a una donna. Per la prima volta, in un certo senso, vivo sulla mia pelle la forza e la violenza del condizionamento sociale e culturale che vivono i gay. Poi, riprendo con le mie figure...

***

I risultati del test, quanto sono omosessuale?
«Non molto, la tua omosessualità è davvero sfumata», mi dice la dottoressa Cacace mostrandomi una ventina di pagine che contengono la mia "diagnosi". «Omosessualità sfumata», proprio così. A quel punto chiedo maggiori spiegazioni. «Allora, io direi che siamo di fronte ad una nevrosi che ha indotto una deviazione sessuale - continua lei - sarà il professor Cantelmi a spiegarti meglio.

Dopo qualche giorno sono di nuovo nella sala d'attesa del professore. La sensazione è la stessa: un porto di mare aperto a tutti i "casi umani". Cantelmi, cortese e accogliente come sempre, sfoglia i risultati del mio test e mi parla di "leggera nevrosi e depressione" che avrebbe indotto la mia deviazione sessuale, l'uscita dai binari di una sessualità sana e consapevole. «Tu non sei propriamente un omosessuale», mi dice. «La tua mi sembra più una preoccupazione determinata da alcuni episodi legati all'infanzia». Poi attacca con il conflitto con mia madre e l'assenza di mio padre, da me del tutto inventata, che mi avrebbe privato di una figura maschile forte, una figura di riferimento su cui avrei dovuto modellare la mia sessualità e definire il mio genere. Dunque non sono del tutto omosessuale.

Forse la terapia è già iniziata. Negare la mia omosessualità è il primo passo verso la "guarigione". Probabilmente è una modalità per iniziare a smontare la convinzione del "paziente". Sentirsi dire, «non sei propriamente omosessuale», forse, significa iniziare a destrutturare la personalità dell'individuo, le sue convinzioni e metterlo di fronte al fatto - un fatto certificato da uno psicologo - che la sua omosessualità non è mai esistita. Anzi, che l'omosessualità in sé non esiste se non nei termini di una deviazione dalla norma, dall'unica norma reale: l'eterosessualità.

«A questo punto - continua poi il professore - si tratta di andare a ripescare quelle fratture e superarle attraverso una terapia adeguata».

«Che tipo di terapia?» chiedo io. «Una terapia individuale. Ti seguirà un mio assistente, ma io - mi tranquillizza - sarò costantemente informato dei tuoi progressi». «Ma io sapevo di gruppi di mutuo-aiuto, pensavo che mi inserisse lì».

«I gruppi ci sono - mi dice lui - ma sono gruppi con persone che hanno una forte devianza sessuale. Non credo che sia la terapia migliore per il tuo stato. Non so, vedremo».

Io non mollo la presa e cerco di scoprire cosa accade dentro quei gruppi.

«Sono gruppi di persone guidate da psicoterapeuti che condividono le propria esperienza verso un percorso riparativo», aggiunge frettolosamente Cantelmi. Poi si alza, mi dà il numero di telefono dell'ennesimo psicologo, ovviamente un altro assistente, e mi regala un libro: "Oltre l'omosessualità" di Joseph Nicolosi.

Nicolosi, proprio lui, il guru dei guaritori, il creatore della terapia riparativa, quello che vanta ben 500 casi di «gay trattati», anzi, riparati. «Leggilo - mi dice - troverai situazioni simili alla tua. Persone come te che ce l'hanno fatta».

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Il libro di Nicolosi
Oltre l'omosessualità" di Joseph Nicolosi è una raccolta di storie di vita. Otto storie di omosessuali corretti, riparati, e un'appendice finale sulle modalità della terapia. Tra loro Albert, un trentenne che «parla con tono leggermente effeminato e la nostalgia - sottolinea Nicolosi - di un bambino perduto». E in effetti il problema di Albert, racconta Nicolosi nel suo libro, è proprio il suo attaccamento al mondo perduto dell'infanzia. Di qui un'illustrazione delle caratteristiche ricorrenti nelle persone omosessuali: attrazione distaccata per il proprio corpo, prime esperienze sessuali con altri bambini, ipermasturbazione, - «gli omosessuali - spiega Nicolosi - si masturbano più spesso degli eterosessuali: è un tentativo di stabilire un contatto rituale con il pene» - e una figura materna opprimente. A quel punto l'obiettivo del dottor Nicolosi è quello di «sviluppare un senso più solido della mascolinità» di Albert. Come? Innanzi tutto affrancandosi dall'opprimente legame materno, coltivando amicizie maschili non sessuali e facendo lunghi giri in bicicletta. Lunghi giri in bicicletta, proprio così. Finalmente arrivano i primi progressi: Albert riesce a controllare la masturbazione, si distacca dalla madre, non salta addosso al suo amico e continua a girare in bici per il quartiere. «Le stanno succedendo proprio delle belle cose», confida il dottore ad Albert. Tre anni dopo Albert ha una voce sicura, ogni inflessione femminile è sparita, si è «staccato emotivamente dagli altri maschi e dalla mascolinità», e si è affrancato dal controllo materno: la colpa originaria, la causa della sua omosessualità; Albert si è anche fidanzato con una ragazza. Insomma è riparato. Ed è riparato perchè «ha afferrato - commenta Nicolosi - il concetto del falso sé»: la falsa identità gay che l'esterno ti impone. «No, non sono gay», è l'ultimo commento di Albert prima di iniziare la sua nuova vita da eterosessuale.

Altra vicenda interessante raccontata da Nicolosi è quella di Tom: «Un uomo straordinariamente bello, alto circa 1m e 80, occhi azzurri e ben vestito». (chissà che anche Nicolosi non tradisca una tendenza omosessuale: il guaritore dei gay che scopre di essere gay, un grande classico già visto mille volte). Tom è sposato, ma separato a causa di una relazione con un altro ragazzo: «Andy, un ventiquattrenne irresistibile». Nicolosi è chiaro con Tom: «Se lei vuole divorziare da sua moglie e iniziare la sua nuova vita con il suo amante gay io non la seguo». Il fatto è che Tom si sente vuoto senza la moglie e i figli e non sa come presentarsi in società, come tirare fuori la sua omosessualità.

Un paio di buone ragioni per iniziare la terapia riparativa. Il fatto è che, almeno per Nicolosi, Tom è un omosessuale anomalo: «Non ha problemi di affermazione nei confronti degli altri uomini, in affari è deciso e risoluto ed è estroverso. Ma sotto sotto - svela Nicolosi - ha la fragilità emotiva tipica degli omosessuali». A farla breve, Tom ha una paura nera di perdere la moglie e i figli e ritrovarsi solo perché «le relazioni omosessuali sono senza futuro». A quel punto Nicolosi incontra la moglie di Tom che ha tutta l'intenzione di collaborare per riportare il marito sulla retta via. Un lavoro che riesce, ma i segni dell'omosessualità hanno lasciato la loro traccia indelebile: Tom è Hiv positivo e di lì a poco muore.
Il messaggio, meglio, l'avvertimento di Nicolosi è fin troppo chiaro: attenzione, di omosessualità si può guarire ma anche morire.

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Prove di guarigione
Quando torno nello studio del professor Cantelmi scopro che la mia guarigione è nelle mani di un suo giovanissimo assistente. Anche lui sfoglia i risultati del mio test, e inizia a parlare del percorso che abbiamo davanti.
«Ripercorreremo il conflitto con tua madre, l'assenza di tuo padre, cercando di ricomporre le fratture che hanno generato la confusione».

«Confusione?»

«Si, certo, confusione di genere. Ma prima Davide - continua il giovane dottore - parlami della tue esperienze omosessuali».

Per la quarta volta mi ritrovo a parlare del mio compagno di Liceo e racconto delle paure del mio matrimonio. Ma la Domanda arriva: «Davide, i tuoi rapporti sono stati completi?».

«Vuol sapere se l'ho preso nel di dietro dottore? Sì, due volte», rispondo seccato. Lui sorride imbarazzato. Ma in effetti è proprio quello che voleva sapere. Poi si riprende e attacca. «Vorrei anche sapere le sensazioni che hai provato».
Sull'orlo dell'esaurimento per quelle domande così ripetitive e di basso livello, attacco un pilotto infinito. Gli racconto, invento, ogni particolare. Gli parlo dell'eccitazione del rapporto omosessuale maschile, del senso di trasgressione e richiamo alla mente alcuni passaggi particolarmente suggestivi e "scabrosi" descritti da uno dei pazienti del libro di Nicolosi. Lui si beve tutto e prende diligentemente appunti. Finalmente gli ho offerto il "malato" che è in me e mi sembra visibilmente soddisfatto.

Io inizio a provare un senso di nausea. Nausea per Don Giacomo, per il professor Cantelmi e per i suoi giovani assistenti.

Sono passati sei mesi dal mio primo incontro e a questo punto mi sembra di non riuscire a sopportare oltre. Mi rendo conto che in questo lungo periodo abbiamo solo parlato del mio didietro. Per la prima volta realizzo che nessuno di loro mi ha mai chiesto se mi era capitato di innamorarmi di qualche uomo. Nessuno ha mai voluto sapere le mie emozioni di fronte ai rapporti omosessuali. Possibile che non gli interessi altro che il numero di penetrazioni "subite"? Il giovane psicologo mi fissa un nuovo appuntamento. Io lo saluto e sparisco. Non metterò mai più piede in quello studio. Ormai ne so abbastanza.

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Claudio Comini firma la parodia italiana di Harry Potter.

(Booksblog) Tra i primi libri a uscire nel 2008 c’è “Herry Sotter e la maledizione vegetale” di Claudio Comini, Edizioni Lapis, 288 pagine.

Si tratta - come è evidente - di una parodia delle avventure del celebre maghetto di Hogwarts, storia di un bambino babbano, privo cioè di poteri magici, che viene scambiato per il celebre Harry Potter.

Lo spunto dell’inetto scambiato per un grande eroe è un classico della commedia di ogni tempo. Tanto per ricordare un esempio evidente, basta citare Brian di Nazarethdei geniali Monty Python (ma anche lo spassosissimo “Totò contro Maciste” e mille altri).

Sul blog del libro si possono trovare notizie riguardanti il volume di imminente uscita, oltre a qualche sfiziosa anteprima come l’eccellente copertina, naturalmente ispirata a quelle celebri della Salani.

L’autore, Claudio Comini, vive a Brescia e lavora nel settore bibliotecario. Grande amante della letteratura per ragazzi, ha vinto il Premio Bancarellino 2002 col romanzo comico “Le ventisette valigie di Ennesimo Quaranta”.

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A Buenos Ayres l'addio alle danze di Julio Bocca.

(La7) Esibizione davanti a decine di migliaia di fans.
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Tra il dire e il fare del cavaliere.

(Maria Novella Oppo - L'Unità) Citando Celentano, potremmo dire «francamente me ne infischio» della privacy violata, se questa privacy è quella di Berlusconi. Il quale alla sua privacy ci ha rinunciato lui stesso da tempo. Ha messo in piazza corna e bicorna, sesso e processo, mamma e figli, nonché moglie e veline. È lui l’unico politico che si può definire buffone (o puffone) legalmente, perché esibisce tutto il peggio del suo repertorio in convention aziendali e programmi tv, per telefono e di persona. È lui che ha chiamato coglioni tutti gli italiani che non lo votano, mentre quelli che lo votano e lavorano in Rai li ha definiti prostitute. È lui che ha dichiarato di non leggere un libro da vent’anni, ha accusato Enzo Biagi di essere un criminale e ha parlato di Romolo e Remolo per fare bella figura con gli stranieri. Ed è sempre lui che, al momento di diventare primo ministro, pronunciò la famosa frase: «In Rai non sposterò neanche una pianta». E questo per limitarci a quello che ha pubblicamente detto, tralasciando per il momento quello che ha fatto.

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Pedofilia a Casal di Principe. Si indaga su altri casi relativi a viceparroco.

E' rinchiuso nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il giovane viceparroco della chiesa di San Salvatore di Casal di Principe, arrestato dai carabinieri della locale compagnia per violenza sessuale nei confronti di un bambino di 12 anni.

Il sacerdote era stato sorpreso dai militari alla periferia di Casal di Principe mentre si trovava in auto, con il minore, con i sedili abbassati. I carabinieri adesso stanno cercando di chiarire se vi siano stati anche altri episodi in passato, con lo stesso bambino o con altri minori.

La notizia dell'arresto del viceparroco ha provocato sconcerto a Casal di Principe dove era molto considerato e amato dai parrocchiani. L'indagato oltre all'incarico nella chiesa di San Salvatore insegna religione in una scuola del casertano.

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Matrimoni gay? Negarli ancora è come negare la democrazia.

L'ultimo saggio di Vittorio Lingiardi mette l'accento sul cambiamento epocale rappresentato dall'accettazione delle unioni civili. Non solo una questione di diritti, ma prima di tutto un modo per sconfiggere l'omofobia.

(Liberazione - Alberto Leiss) «Cinquant'anni fa, in Italia, le donne non avevano diritto di voto. Quarant'anni fa, in alcune parti degli Stati Uniti, i matrimoni interrazziali erano illegali. Trent'anni fa l'omosessualità era classificata tra le malattie mentali». Leggendo il libro di Vittorio Lingiardi Citizen gay ("Famiglie, diritti negati e salute mentale", Il Saggiatore, pp.157, euro 12) siamo indotti a riflettere sulla velocità con cui alcuni aspetti fondamentali del nostro modo di vivere e di pensare noi stessi siano profondamente mutati. Scopriamo che lo stesso termine "omosessuale" è stato inventato solo nella seconda metà dell'ottocento da uno scrittore ungherese, Karoly Maria Kertbeny, che lo usò - in un pamphlet anonimo - per contestare una legge prussiana che puniva gli atti sessuali tra le persone di sesso maschile. Ed è recentissima - il 18 novembre 2003 - la sentenza della Corte suprema di giustizia del Massachusetts secondo la quale non esistono «ragioni costituzionalmente adeguate per negare il matrimonio civile a coppie dello stesso sesso». Anche se norme volte a legalizzare questo tipo di unioni sono state applicate precedentemente in America e in altri stati, è questo - annota Lingiardi - il «primo riconoscimento legale degli stessi diritti civili in campo matrimoniale per coppie etero e omosessuali».

L'autore, che è psichiatra e psicoanalista, sostiene che ammettere il matrimonio civile per le coppie omosessuali farebbe bene alla democrazia, servirebbe a combattere l'omofobia, e soprattutto migliorerebbe lo stato di salute mentale e fisica di chi si sente attratto dal suo stesso sesso, o comunque si colloca nel mondo che con una sigla - Lgbt, lesbiche, gay, bisessuali, transgender - indica tutti i cittadini e le cittadine che non si riconoscono nell'identità di genere "tradizionale", per cui il matrimonio sarebbe un diritto esclusivo per coppie eterosessuali, e soprattutto finalizzato alla riproduzione.

Chi fa parte di questi "mondi a parte", oggetto di pregiudizi e discriminazioni, soffre di un "minority stress", un disagio psicologico in cui spesso viene introiettata la dimensione omofobica, e che secondo varie ricerche tende a diminuire visibilmente nei paesi in cui cade il tabù del matrimonio vietato alle persone omosessuali.

L'originalità del libro sta molto nella valorizzazione di quanto i risultati della ricerca scientifica in campo medico, antropologico e sociologico ci dicono su alcune delle questioni che il mondo della politica, della religione e dei media ci sta abituando a definire come "eticamente sensibili". L'associazione degli psichiatri americani (APA), per esempio, ha preso posizione da tempo contro le tesi che definivano l'omosessualità un "disturbo" diagnosticabile, e quindi contro le "terapie riparative", e nel 2005 si è pronunciata a favore del riconoscimento del diritto al matrimonio civile. Mentre ricerche promosse, sempre in America, dall'American Academy of Pediatrics, hanno via via confutato le opinioni di chi sostiene dannoso per i bambini essere allevati da coppie omosessuali. Se mai è stato osservato che conseguenze negative per queste famiglie - che nei fatti ormai si vanno sempre più diffondendo nel mondo - è il permanere di comportamenti e norme discriminatorie nei loro confronti. Ne soffrono, ovviamente, grandi e piccini.

In Italia il dibattito pubblico su omosessualità e omofobia si è di nuovo infiammato intorno all'introduzione - per la verità assai sgangherata nelle modalità e nel merito - del famoso emendamento al "pacchetto sicurezza" che assimila i reati di razzismo previsti dalla "legge Mancino" a quelli compiuti contro persone di diverso orientamento sessuale.
Personalmente, penso sia alto il rischio che con questo tipo di norme si cada in una visione illiberale del reato di opinione, sia che si tratti di razzismo, sia di omofobia.

Ma il punto qui è che il voto contrario della senatrice Binetti, del Pd, ha messo in luce un problema profondo di una parte del cattolicesimo sul tema dell'omosessualità. E anche dei conservatori come Marcello Pera, che protesta sulla Stampa per la surrettizia introduzione nella legge dell'"identità di genere", sostitutiva di quella "di sesso". Una sovversione non solo della nostra "tradizione e civiltà", ma anche della "nostra natura".

Nel libro di Lingiardi si cita a un certo punto il documento del 1986 intitolato "Cura pastorale delle persone omosessuali", redatto dall'allora cardinale Ratzinger, in cui, con una formulazione ripresa anche in anni molto più vicini a noi, si dice che «la particolare inclinazione della persona omosessuale, benché non sia in sé peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale». E più oltre, citando S.Paolo, si afferma che solo nella relazione coniugale - ovviamente eterosessuale - «l'uso della facoltà sessuale può essere moralmente retto. Pertanto una persona che si comporta in modo omosessuale agisce immoralmente…». E' persino comprensibile che chi afferma queste tesi non voglia rischiare di incorrere in un reato. E in questo può avere ragione.

Ma può chi ha una concezione laica dello stato cedere sul principio di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge?

Non un pericoloso estremista massimalista, ma il filosofo democratico americano Ronald Dworkin, sostiene nel suo recente saggio sulla "democrazia possibile", volto a aprire un "nuovo dibattito politico" con i conservatori del suo paese, che la questione del matrimonio gay è un principio al quale non si può rinunciare. Il matrimonio può essere considerato «una risorsa sociale dal valore insostituibile per coloro a cui viene offerta», argomenta, e se «consentiamo l'accesso a questa meravigliosa risorsa a una coppia eterosessuale e lo neghiamo alla coppia omosessuale, consentiamo all'una, ma non all'altra, di realizzare qualcosa che per loro ha molto valore. Che diritto ha la società - si chiede Dworkin - di operare una simile discriminazione?». Tanto più che «spesso l'amore tra due persone dello stesso sesso è forte quanto quello tra due persone di sesso diverso».

Si può naturalmente dissentire da questa visione del matrimonio. Lingiardi ricorda le critiche che anche alcune tendenze radicali del movimento gay e lesbico e di quello femminista hanno indirizzato alla richiesta di "omologarsi" all'istituzione matrimoniale. Tuttavia anche chi è contrario per principio al matrimonio dovrebbe riconoscere il diritto di chi lo desidera di potersi sposare.

Un neoconservatore come Roger Scruton si oppone al matrimonio tra omosessuali - anche se si mostra rassegnato alla sua ineluttabilità - in nome della difesa della "differenza sessuale", che a suo dire sarebbe "censurata" dal femminismo.
Scruton evidentemente conosce poco il pensiero femminista della differenza (anche se nel suo "Manifesto dei conservatori" cita Luce Irigaray). Credo che per ammettere il matrimonio tra persone omosessuali non si debba necessariamente aderire alle teorie che fanno del "genere" un mero prodotto della cultura, anche se il modo in cui viviamo la differenza sessuale, la nostra natura, è sicuramente un fatto culturale. Si potrebbe anche condividere il valore di redenzione dell'amore, per uomini e donne, che Ratzinger, divenuto Papa, ci propone nelle sue encicliche. E sostenere però che questo amore è certo possibile tra persone che - credano o no nel Dio di Ratzinger - appartengono allo stesso sesso. Un amore che forse non può pretendere un sacramento - lo può chiedere - ma un serio contratto civile sì.

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Inghilterra. Ennesimo scandalo nel calcio: Manchester City, online i video a luci rosse anche per i 'citizens'.

Premier League, altro scandalo a luci rosse.
Richards fa 'sesso selvaggio' con donna.

(TGCom) L'ennesimo scandalo a luci rosse si abbatte sul calcio inglese: questa volta il protagonista è Micah Richards (nella foto), 19enne del Manchester City. Il giovane difensore è protagonista di un bollente filmato amatoriale nel quale, assieme ad un compagno di Premier, fa 'sesso selvaggio' con una ragazza. I due si trovano in un bagno e si 'esibiscono' nel roasting, il sesso di più uomini assieme ad una sola donna.

La scorsa settimana era stato protagonista il Manchester United con il party di Natale con stupro, ora alle luci della ribalta inglese salgono i cugini del 'City' per le 'imprese' sessuali del giovane difensore. Un filmino bollente amatoriale, ripreso con un cellulare, in cui Richards ed un amico, non identificato, fanno sesso perverso con una donna, in un bagno al cento di Manchester.
Secondo quanto riporta il domenicale 'News of the World', che ha ricevuto anonimamente il filmato, i due giocatori nel video si trovano all'interno di un bagno e si esibiscono in quello che è ormai noto come 'roasting'. Il difensore non fa nulla per nascondere la propria identità, tanto da riprendersi più volte in volto mentre si intrattiene con l'amico e la giovane ragazza, descritta come una "brunetta nuda dalla vita in giù".

Secondo le indiscrezioni, il video sarebbe stato girato circa cinque settimane fa, nello stesso periodo in cui l'Inghilterra ha fallito la qualificazione agli Europei 2008, perdendo in casa con la Croazia. Questa bravata rischia di avere conseguenze proprio in Nazionale per il giovane giocatore.
Il neo ct Fabio Capello è stato estremamente chiaro sul fatto che non tollererà alcun episodio di indisciplina e che osserverà con attenzione il comportamento dei giocatori dell'Inghilterra: "Il posto in nazionale va conquistato e la convocazione si baserà sul comportamento fuori e dentro al campo, e sull'impegno".
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Il principino con il braccio corto... Gb, gaffe di William con Kate. Per lei niente diamanti, solo zirconi.

(TGCom) Come regalo di Natale alla fidanzata Kate il principe William ha fatto una scelta poco regale: orecchini di zirconi e non di diamanti come ci si aspetterebbe invece dal suo rango. Il rampollo di casa Windson è stato pizzicato dal "Sun" mentre, in compagnia di un'amica e delle guardie del corpo, ha acquistato in un negozio di gioielli un paio di orecchini d'oro con zirconi, disegnati dal britannico Dinny Hall.

Il primogenito di Carlo d'Inghilterra ha trascorso oltre un'ora all'interno della catena Selfridges lungo Oxford Street, nel cuore di Londra. Poi, dopo molte esitazioni, ha scelto un regalo "in economia". Per il principe milionario, infatti, il conto degli orecchini è di 410 sterline (circa 560 euro). Una cifra ben diversa e molto più contenuta da quella che avrebbe dovuto accollarsi se avesse optato per un modello con veri diamanti (intorno alle 10mila sterline).

Chissà se Kate apprezzerà il risparmio. Un'ora prima, William aveva salutato la fidanzata che è partita con la famiglia per una vacanza alle Barbados. La giovane è attesa a Londra giovedì per poi trascorrere il Capodanno con il principe.

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Un Natale in famiglia... Dalle violenze sulle donne a quelle sulle persone trans, la maggior parte avviene in casa.

(Flavia Amabile - La Stampa) E allora, eccoci. E' il momento di darsi gli auguri: un buon Natale per chi ci crede, visto che quest'anno crederci è più difficile del solito. Il 25 dicembre è la consacrazione della famiglia, delle cene 'tutti insieme', del volersi bene, ma mai come stavolta la famiglia arriva alla sua festa acciaccata, piena di ferite, dolorante e zoppicante. Quest'anno per credere nella famiglia bisognerebbe non aver nè scritto nè letto i giornali per mesi, bisognerebbe guardare solo a quello che accade dentro le proprie mura di casa. Nei casi più fortunati.

Per quel che mi riguarda per credere in questo Natale non dovrei per esempio sentire il litigio furibondo dei miei vicini, che va avanti da mezz'ora intervallato da strani tonfi. Sono in ascolto, pronta a chiamare il 113 se dovesse degenerare ma non so con che animo loro due si daranno gli auguri a mezzanotte. Così come non dovrei pensare a Chiara che potrebbe essere stata uccisa dal fidanzato-studente modello o a Meredith vittima di una notte di sesso.

Per credere in questo Natale avrei dovuto vedere solo in televisione la tenera invasione di uomini, donne e bambini, il milione (???) e oltre di persone del Family Day. Invece li ho seguiti, intervistati e mi sono parse famiglie, sì, ma con una nota troppo alta rispetto alla media. Avevano tutti stuoli di figli in un Paese che ormai bambini ne fa con una certa fatica. Avevano tutti troppi crocefissi e stemmi di appartenenza ad associazioni cattoliche: troppi e troppo ostentati persino per l'Italia.

Per credere in questo Natale non dovrei aver letto la storia di Loredana che si è impiccata a 16 anni l'11 dicembre, quando ragazzi e ragazze della sua età in genere non pensano ad altro che alle vacanze in arrivo, ai regali, alle feste. Loredana si chiamava Paolo, ma si sentiva donna e si vestiva da donna. Il padre aveva avuto la felice idea di aggiungere la giusta dose di maltrattamenti e violenze alla sua situazione già abbastanza difficile. Loredana l'aveva denunciato e era finita in un centro di assistenza. Viveva insieme con 35 ragazzi tra i 15 e i 17 anni: tutti extracomunitari, tutti clandestini, perché nessun altro centro l'aveva voluta. Ma non era questo a pesarle davvero. Era il padre. Dopo averlo denunciato, aveva ritrattato ma l'udienza del Tribunale incombeva. Probabilmente all'idea di dover affrontare la vergogna, gli sguardi dei genitori, Loredana non ha retto, ha preferito defilarsi.

Per credere in questo Natale, dopo aver letto di Loredana, non avrei dovuto parlare con Vladimir Luxuria, l'onorevole di Rifondazione Comunista, che mi ha ricordato come ogni mese in media muoia una persona transessuale o transgender e che la maggior parte di loro 'viene ammazzata in casa'. Nè avrei dovuto dare uno sguardo alle statistiche per scoprire che l'Italia è il Paese con il maggior numero di vittime al mondo se si considera il rapporto fra trans uccisi e popolazione: come se ogni anno venissero uccise 80 mila donne per il solo fatto di essere donne. Il tutto, va ripetuto, avviene soprattutto fra le mura di casa.

Per credere in questo Natale non avrei dovuto leggere nemmeno quello che ha scritto Enza Panebianco sul suo blog a proposito della vita di un gay o delle persone trans in Sicilia, avendo capito che il tutto avviene nell'assoluta indifferenza di associazioni quali l'Arcigay come la vicenda di Loredana sta a dimostrare. Nè avrei dovuto scrivere tutti i post che troverete nell'archivio di questo blog, nella sezione donne.

Comunque sia, visto che per fortuna qualcuno che ci crede ancora c'è, buon Natale.


Vignetta 'Arcigay' - Copyright Blog 'Diritto di Cronaca'

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Esclusivo: le lettere a Babbo Natale dei politici italiani.


(Panorama) È stata dura ma ce l’abbiamo fatta. Dopo migliaia di chilometri nella neve, dopo aver sfidato le renne-dobermann che difendono la casa e soprattutto i regali, siamo riusciti a intrufolarci nella casa di Babbo Natale, scendendo per il camino. E, sbirciando attentamente, abbiamo trovato le letterine che i politici italiani hanno recapitato a Rovaniemi a Santa Claus.

Il premier, Romano Prodi, è stato sintetico e chiarissimo, ha scritto: “Caro Babbo Natale, ti prego, vorrei tanto il libro del filosofo Martin Heidegger, La sfida all’eternità, certo che tu capirai, tuo Romano”.
Le letterine di Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi campeggiavano una sopra l’altra sullo scrittoio di Babbo Natale. Ma la cosa che attirava maggiormente l’attenzione era che fossero praticamente identiche . Ed entrambe chiedevano un regalo all’altro: un kalumè della pace da Silvio a Gianfranco e viceversa.
Il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, era piuttosto arrabbiato. Nonostante la sua proverbiale gentilezza e il suo noto savoir faire, nella sua missiva al vecchio con la barba bianca è stato perentorio: “Rivoglio quelle cravatte di cachemire che mi hanno inopinatamente rubato alcuni mesi fa. Ci tengo molto…”.
L’ex leader della Margherita, ora soldato semplice (o quasi) nel Pd, Francesco Rutelli ha chiesto due cose: “Un’idea politica e una telecamera”. La prima perché i maligni dicono che sia molto che non ne tiri fuori una. La seconda perché sembra sia ormai degradato al ruolo di comparsa sulla scena politica e mediatica. Gli ha rubato il ruolo di attore protagonista il suo successore a sindaco di Roma e leader del Pd, Walter Veltroni. Che a proposito di richieste a Babbo Natale ha detto di desiderare una legge elettorale fatta d’accordo con il Cav. in favore dei partiti più grandi, all’insegna del maggioritario, ma anche un testo che tenga conto delle esigenze dei suoi piccoli alleati, all’insegna del proporzionalismo.
Ormai lontano com’è dal cortile della politica italiana, il ministro degli Esteri Massimo D’Alema, dopo aver ammesso di sentire il richiamo della fede e aver messo una croce sulle nozze gay, ha preferito non scrivere a Santa Claus come tutti gli altri. Baffino ha inviato la sua letterina direttamente a Gesù Bambino, per candidarsi niente meno che alla poltrona di ministro degli Esteri interplanetario: “Tanto l’inglese lo conosco… Chiedi a Condy per conferma…”
Meno esoso, come suo solito, Piero Fassino. L’ultimo dei segretari Ds, che più di tutti si è speso per il Pd (ricevendone in cambio tante pacche sulle spalle ma nessun incarico) avrebbe confidato nella lettera a Babbo Natale di essere disposto a guidare anche la fusione dei partiti dell’ex Cdl, pur di tornare a occuparsi di politica italiana, dopo essere stato esiliato dagli ingrati compagni come inviato speciale dell’Unione europea in Birmania.
“Asilo politico in Lapponia”, è la strana richiesta contenuta nella lettera firmata e controfirmata (”Carta canta”) dal ministro Antonio Di Pietro: siccome i suoi congiuntivi fanno clamore anche su Second Life, l’ex pm vorrebbe trasferirsi nel paese delle renne, sperando che almeno lì nessuno gli faccia le pulci sulla consecutio temporum.
Irrituale la richiesta del ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa: soldi. Un po’ perché TPS va dicendo in tutte le sedi e in tutte le lingue di aver le casse vuote. Un po’ perché il ministro si è adeguato alla moda dei suoi amati bamboccioni che quando, finalmente, riescono a metter su famiglia, invece della classica lista nozze, chiedono banconote a parenti e amici.
Livia Turco ha portato a Rovaniemi la stessa letterina dell’anno scorso. Stavolta però ha messo meglio in evidenza l’indirizzo, per non creare altri equivoci. La richiesta del Natale 2006 recitava così: “… vorrei ospedali che funzionano, infermiere gentili e sorridenti, meno burocrazia e più efficienza. Vorrei far stare meglio il mio Paese. Firmato: il ministro della Salute Turco”. Commosso da tanta generosità, Santa Claus ha esaudito i desideri, ovviamente. Ma al recapito sbagliato: la sanità italiana è infatti in continua emergenza, gli ospedali pullulano più di ispettori che di medici e l’infermiera che sorride la trovi solo sui cartelloni pubblicitari. In compenso a Istanbul scoppiano di salute.
Michela Vittoria Brambilla è stata sobria: ha chiesto una Ferrari, per confermare di essere l’unica testarossa della politica italiana. Poi, in un post scriptum, si è voluta levare il sassolino dalle scarpe con i tacchi e ha aggiunto a Babbo Natale la richiesta di un piccolo innocente incidente alla sua competitor tra gli azzurri Mara Carfagna la prossima volta che andrà dal parrucchiere: “Ti prego falle rovinare la nuova bella pettinatura corta”.
Pierferdinando Casini
c’è costato un lavorone. Abbiamo cercato e ricercato, ma la letterina non l’ha mandata. Eppure Babbo Natale, che sa interpretare le richieste dei bambini, aveva pronto sul tavolo un obsoleto cd che il vecchio con la barba bianca ricicla quasi ogni anno: Franco Battiato, Cerco un centro di gravità permanente. Chissà che non fosse per lui e la Cosa bianca, che si appresta a mettere su.
Clemente Mastella pare si sia assicurato il prezioso cofanetto già il Natale passato, dopo aver inviato in Lapponia un carico di torroncini campani.
Un bel lifting è quanto ha chiesto il senatore Dini. A Lambertow servirebbe per ringiovanire di qualche anno e tornare al ‘94, quando dopo il ribaltone leghista, venne chiamato a Palazzo Chigi.
Alessandro Bianchi ha espresso solo un desiderio “Caro Babbo Natale” si leggeva nella sua lettera, “quante ne ho viste in quest’ultimo anno… non si riesce a far decollare Alitalia, le ferrovie continuano ad aumentare i prezzi ma non la qualità del servizio, le autostrade sono quelle che sono… per questo vorrei tanto che qualcuno mi dicesse chi è il ministro dei Trasporti di questo benedetto Paese?”
L’unico a non aver scritto a Babbo Natale per chiedere un dono è stato Umberto Bossi. Il Senatùr ha invece inoltrato una formale richiesta per conoscere il reddito di Santa Claus: fosse inferiore ai 4mila euro l’anno, non gli consentirebbe di entrare in alcune città del nord est.
E il viceministro Vincenzo Visco che cosa ha chiesto? Nulla di Speciale…

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Treviso, offensiva leghista. "I musulmani sono un tumore".

Il prosindaco Gentilini caccia i fedeli dai luoghi di preghiera. Imbarazzo di Forza Italia, attacca il centrosinistra: "Orrida inciviltà".

(La Repubblica - Filippo Tosatto) Tempi duri per i musulmani nella città amministrata dal sindaco Gobbo e dallo sceriffo Gentilini: una cinquantina di fedeli è stata costretta a celebrare la preghiera collettiva del venerdì in un parcheggio, con i tappeti stesi sull'asfalto, dopo che l'amministrazione leghista ha proibito loro di riunirsi nel centro sportivo messo a disposizione, gratuitamente, da un imprenditore locale. Non è facile, per gli islamici, trovare un luogo di culto nella città roccaforte del Carroccio: in passato si riunivano nella sala di un oratorio dell'hinterland ma le pressioni della Lega - che ha inviato una lettera di protesta al Vescovo - hanno indotto il parroco a revocare il permesso.

Da parte sua, il sindaco nega che il divieto costituisca una vessazione: "Lo Sporting Club non è omologato a ospitare tutte quelle persone - afferma Giancarlo Gobbo - Qui l'intolleranza non c'entra, è una questione di regole e a Treviso la legge la facciamo rispettare". "Tanta severità è quantomeno sospetta", ribatte a distanza Giuseppe Zambon, il proprietaro del circolo sportivo: "In passato qui abbiamo ospitato molti convegni e feste e mai Comune e polizia municipale hanno avuto qualcosa da obiettare". Legalismo o persecuzione? A chiarire il significato reale del "niet", ci ha pensato come al solito, il duro dei padani, Giancarlo Gentilini: "Era un tumore che poteva degenerare in metastasi, noi l'abbiamo estirpato".

Amarezza e sdegno tra i fedeli musulmani:
"L'amministrazione dimostra, ancora una volta, un livello culturale e politico molto basso. È vergognoso come a Treviso si continuino a calpestare i diritti delle minoranze", dichiara il presidente della comunità Joussef Tadil. "Solo due giorni fa i vigili sono venuti a controllarci, uno ad uno, durante la preghiera. Potevano benissimo farlo prima o dopo, senza interferire in un momento che per noi è sacro".

Anche la prossima preghiera settimanale si svolgerà all'aperto, stavolta nel piazzale di un'abitazione privata di proprietà di un fedele musulmano, nel paesino di Villorba, alle porte del capoluogo. Ma non si escludono altri intoppi: gli amministratori locali leghisti, hanno già fatto sapere di non gradire affatto "un assembramento di stranieri".

Nel centrodestra, Forza Italia tace imbarazzata e solo An sembra condividere la linea della giunta. Durissime, invece le reazioni da sinistra. "Un orrido segnale di inciviltà che rischia di attirare sui veneti l'odio dei fanatici", commenta il sociologo e consigliere regionale verde Gianfranco Bettin. "Un'offensiva razzista senza precedenti", fa eco il dirigente dei Comunisti italiani Nicola Atalmi, autore di un appello alla Chiesa cattolica affinché "metta all'indice la follia persecutoria della Lega".

Sferzante, infine, l'editoriale della Tribuna, il quotidiano più diffuso nel Trevigiano: "Un'escalation che lascia sbigottiti e proietta un'ombra cupa, violenta, sulla città e sulla Marca", scrive il direttore Sandro Moser. "Ciò che stupisce però - aggiunge - è che pochi, pochissimi, nella cosiddetta società civile, anche di fronte alle manifestazioni più brutali e vergognose di intolleranza, fanno sentire la loro voce. Da che parte stanno, davvero, i trevigiani?".

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Torna la Pornoprof: "Non cerco clamore". Respinto ricorso contro sua sospensione.

(TGCom) Dopo essersi vista respingere il ricorso contro la sospensione dall'insegnamento, Anna Ciriani, la 39enne di Pordenone nota come "pornoprof" o "Madameweb", si difende. "Non sono una pornostar - ha detto - , non ho un doppio lavoro e non faccio spettacoli hard. Lo faccio per divertimento e non per clamore e notorietà. Il mio unico lavoro è quello di fare l'insegnante, che ho sempre fatto con molta professionalità, rispetto e preparazione".

La professoressa nell'occhio del ciclone per alcuni suoi video hard finiti su internet, ha rivelato anche di aver rifiutato offerte molto alettanti da Fox Tv e BBC. "Non ho mai portato il sesso a scuola e mai lo farò nella mia vita. Non ho mai fatto avance ad alunni, colleghi o a qualsiasi persona lavori nella scuola. In 14 anni di insegnamento non ho mai ricevuto nessun richiamo né scritto, né verbale da parte di alcuna autorità scolastica su ciò che riguarda il mio lavoro o il mio comportamento scolastico. E per quel che riguarda la mia vita privata, le mie priorità assolute sono la famiglia e il lavoro'', ha ribadito.

La docente non rinnega nulla di quello che ha fatto in questi anni e che, suo malgrado, l'ha portata alla notorieta' internazionale. ''Ho condiviso, di comune accordo con mio marito, alcune, e sottolineo alcune, esperienze lecite, che sono sempre rimaste al di fuori della sfera professionale. Non ho mai inserito o pubblicato niente in internet, anche perché non ho la competenza informatica per farlo, né tanto meno ho mai dato il consenso perché altri lo facessero. Volevo che tutto ciò rimanesse nella mia sfera privata. Quanto successo a Berlino (un suo filmato hard girato alla Fiera dell'eros è stato diffuso sul web) ha avuto dimensioni planetarie ed è stato difficile controllarlo e arginarlo. Tutto è dipeso dai giornali. Mi hanno scritto Indipendent, Herald, El Pais, Figaro, ma ho rifiutato qualsiasi intervista. Alcune persone pensano che ciò che ho fatto sia immorale, vergognoso e dissoluto; altre pensano il contrario. Io rispetto tutti''.

Madameweb vuole fare chiarezza su tutto. ''Se avessi voluto mettermi in mostra e guadagnare cifre esorbitanti avrei potuto accettare le numerose offerte dei media internazionali, ed altre proposte di ogni tipo, che ho sempre rifiutato finora perché a me interessava, e interessa, solamente insegnare e fare bene il mio lavoro''.

L'insegnante precisa di non essere stata licenziata. ''Ho avuto una sospensione cautelare e questo procedimento disciplinare non dura in eterno. Per ora mi corrispondono il 50% dello stipendio, anche se non ho visto ancora nulla. Sinceramente, non capisco come mai sia riuscita a muovere queste folle. Non mi aspettavo nemmeno io questo successo mondiale. Sono d'accordo con mio marito che stiamo vivendo un'ingiustizia: la Franzoni cresce due figli, Scattone va regolarmente ad insegnare, mentre io pago con l'allontanamento da scuola le mie trasgressioni sessuali nella vita privata''.

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Manaudou nuda, la più cliccata.

(Prima) Ora al suo attivo non ha solo record mondiali di nuoto, ma anche quello forse meno invidiabile di essere stata la più cliccata sul web nei giorni scorsi per il giro di foto hard che sono state diffuse, chissà da chi, su internet e pubblicate da milioni di siti. Le foto di Laure Manaudou hanno fatto il giro dell'interglobo e neanche il più titolato dei calendari avrebbe ottenuto un simile record. Per il momento ancora non si sa chi abbia diffuso quelle foto senza veli della campionessa del mondo di nuoto, ex dell'azzurro Luca Marin. Sta di fatto che oltre ad essere naturalmente infastidita per l'accaduto, passati i giorni di "fuoco", ora dovrebbe iniziare ad essere lusingata di cotanta attenzione.

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A proposito delle accuse verso Alberto Stasi. La vita impigliata in rete.

(Antonio Scurati - La Stampa) Una sorta di giudizio universale anticipato. A questo sembra esporci il combinato composto delle tecnologie informatiche, televisive e telematiche. Quando nella Valle di Giosafat saremo chiamati a veder la nostra vita sciorinata innanzi agli occhi dell’umanità, quello scrutinio finale non sarà che una replica di quello a cui siamo stati sottoposti qui sulla Terra. Con la sola differenza che l’occhio onnisciente di Dio si sostituirà all’occhio tecnologico della sorveglianza totale. Ci induce a pensarlo l’ultima svolta nelle indagini di Garlasco. Gli esperti informatici hanno rintracciato nella memoria del computer del fidanzatino presunto assassino l’orma di perversi percorsi pedopornografici che il biondino credeva cancellati per sempre. Ora forse il delitto trova un movente nella feroce determinazione a non vedere scoperte inconfessabili inclinazioni sessuali. La rete non perdona. La tecnologia non fa sconti. Tutto il nostro passato, tutto quello che abbiamo fatto o che siamo stati, ci sarà imputato. Camminiamo sotto un cielo di ricognizione piena e totale. Al solo pensiero ci coglie la vertigine: chi di noi può reggere il peso di tutto se stesso agli occhi del mondo? Alzi la mano chi non ha mai guardato un film porno. Molti ultracinquantenni, un po’ sdegnati, staranno alzando le loro mani innocenti.

Ma se scendiamo anagraficamente, troveremo che sotto i quaranta sono già ben pochi i lettori che potranno proclamarsi immacolati rispetto alla pornografia. Sotto i vent’anni d’età, poi, non troveremo quasi nessuno che non abbia fatto uso di pornografia. La pornografia è, infatti, una presenza massiccia, multiforme e permanente nei consumi culturali di adolescenti e ragazzi odierni. Grazie alla immediata accessibilità domestica consentita da Internet, quella che un tempo era una pratica segreta, nascosta, marginale, è ora diventata abituale e quotidiana. Il consumo di dosi massicce di pornografia diventa così un’esperienza centrale nell’educazione sentimentale e sessuale delle nuove generazioni.

Ma anche i lettori più avanti negli anni che si dichiarassero totalmente estranei alla pornografia s’ingannerebbero. La cultura in cui tutti, volenti o nolenti, siamo immersi, è dominata dal visuale e il visuale - come sosteneva Fredric Jameson - è essenzialmente pornografico. La nostra comune fascinazione estatica per le immagini della realtà è parte di una cultura che ci spinge a guardare al mondo come se si trattasse di un corpo nudo, all’esistenza nostra e altrui come a un corpo erotico da possedere visivamente. Dapprima i mass media elettronici hanno incenerito le barriere tra vita privata e sfera pubblica riversando completamente nella visibilità immediata ogni aspetto dell’esistenza dei personaggi pubblici, poi hanno cominciato a farlo anche con le vite degli uomini comuni. Tutta un’umanità euforizzata dalla disinibizione mediatica si è volontariamente resa complice di questa messa a nudo di massa, di quest’esibizione madornale e vagamente oscena di quelle zone della vita intima un tempo sottoposte a riserbo.

L’impudicizia compulsiva e generalizzata si spinge ben oltre i confini del senso della vista. Anche l’udito, se considerato come «senso collettivo», va oggi assumendo i tratti di una sovraesposizione iperrealista, tipicamente pornografica. Non soltanto ci siamo abituati al fatto che i più piccoli gesti della nostra vita vengano spiati a ogni angolo di strada da un capillare sistema di videosorveglianza, ma stiamo facendo l’abitudine a leggere quotidianamente sui giornali le trascrizioni di conversazioni private, spesso sconvenienti, sboccate, immorali fino all’illegalità, di politici e manager. Il tratto pornografico di questo orecchiare su vasta scala non sta tanto nei contenuti, spesso triviali o pecorecci, ma nella forma del nostro ascolto: ogni sussurro o sospiro degli intercettati viene amplificato con enfasi tipicamente pornografica per il nostro orecchio voluttuoso. Se un tempo il potere si fondava sull’arcano, oggi si rifonda sull’osceno. È tutto il nostro mondo sovraesposto, ipersorvegliato, ultravisionato a essere essenzialmente pornografico.

In questo mondo ogni segreto verrà rivelato, ogni passato dissepolto, ogni intimità esibita, ogni carnalità denudata, ogni peccato confessato. È un mondo a brache calate, spudorato, svergognato. Un mondo privo di inconscio - individuale e sociale - perché in esso ogni rimosso allegramente ritorna. In questo mondo, i pochi che ancora coltivano una vergogna segreta, una «parte maledetta» con la quale proprio non riescono a scendere a patti, sono disposti a uccidere per tenerla nascosta. Pare possa essere questo il caso del fidanzatino di Garlasco, forse spinto ad ammazzare la sua fidanzata-alibi perché venuta a sapere delle sue inclinazioni omosessuali e pedofile. Il fatto che fosse dedito alla pornografia - come parrebbero dimostrare i materiali pedo-pornografici rintracciati dagli inquirenti nel suo Pc - è più parabola morale sul vasto universo pornografico in cui tutti viviamo che non rivelazione sull’angusto cosmo psicopatologico in cui il presunto assassino stava imprigionato.

Tutti gli «altri» che non reagiscono in modo violento all’esposizione della loro persona, all’esibizione della loro vita segreta e del loro torbido mondo interiore - o che non reagiscono affatto -, tutti noi che assistiamo o esibiamo con grande nonchalance i nostri vizi privati quasi fossero pubbliche virtù, dobbiamo la nostra disinvoltura a un patto stretto con il demone della pornografia. Non ci scandalizziamo più di niente perché non abbiamo più rispetto per niente, non abbiamo più segreti perché non abbiamo nulla da custodire. Siamo tutti immoralisti di professione e pornografi per vocazione. Invece di rischiare la vergogna abbiamo scelto di confessare spontaneamente e in anticipo ogni nostra colpa e ogni vizio. Ma una confessione del genere non purifica la coscienza. La cancella. Che cos’è questo cinismo sfacciato e imperante dell’Italia odierna se non il manifesto ideologico di un popolo di compiaciuti pornografi?

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La questione omosessuale in Bulgaria. L'80% dei bulgari hanno un'attitudine negativa verso gli omosessuali.

Sociologi dell'agenzia Skala hanno condotto una ricerca pubblicata il 20 dicembre in un seminario a Borovets, secondo la quale monta un'allarmante intolleranza verso le diverse etnie e quanti hanno orientamenti sessuali non-tradizionali

(Mahalla) [...] Secondo la ricerca [...], il 68% degli intervistati non solo sono a conoscenza della discriminazione etnica, ma l'accettano come qualcosa di normale, [...] anche da chi la subisce.

I ricercatori trovano che l'avversione etnica tra Turchi e Rom è più profonda, di quella tra i due gruppi e l'etnia Bulgara.

Il 39% dell'etnia Turca dice di aver subito discriminazioni, il 12,5% fisicamente ed il 17,3% psicologicamente.

D'altro canto, il 37,7% dell'etnia Turca non accetterebbe che i propri figli si sposassero con un Bulgaro/a, e fino al 70% non accetterebbe un matrimonio con un/a Rom. Il 36% dell'etnia Turca non vorrebbe lavorare nella stessa stanza di un Rom, il 34% dicono di non volere amici Rom, ed il 54,6% non vogliono mandare i loro figli a scuola con i Rom.

I Rom sono più negativi nella loro attitudine verso i Turchi che verso i Bulgari. Circa il 5% dei Rom non manderebbe i propri figli a scuola con i Bulgari, comparato al 27,6% che non li manderebbe a scuola con i Turchi. Oltre un quarto dei Rom non accetterebbero che i loro figli/e si sposassero con i Bulgari o i Turchi.

Oltre metà dei Rom dice di essere stato vittima di discriminazione motivata etnicamente, sino al 62% dice di incontrare regolarmente situazioni che violano i loro diritti.

Mentre l'83% degli intervistati pensa che i proprietari di edifici senza accesso facilitato per le disabilità dovrebbero essere sanzionati ed il 92% dice di non avere niente in contrario a lavorare nella stessa stanza di un disabile, solo l'11% accetterebbe che i suoi figli ne sposassero uno. Il 29% dice di non sapere come comunicare con persone con disabilità.

I sociologi dicono che la società bulgara mostra una forte omofobia. Circa l'80% dei Bulgari hanno un'attitudine negativa verso gli omosessuali, nel 53% estremamente negativa. Solo il 17% dice che potrebbero parlare tranquillamente con qualcuno che sanno essere omosessuale. Circa metà degli intervistati dicono di non volere lavorare nella stessa stanza di in omosessuale e tre quarti non vorrebbero averlo come amico. Il 70% non manderebbero i loro figli a scuola, se sapessero che l'insegnante è omosessuale. Metà dei Bulgari non accetterebbero un figlio omosessuale.

I ricercatori non hanno trovato discriminazione sul campo religioso, con l'eccezione dell'attitudine verso la chiesa evangelica, che, dicono, ha più carattere politico che religioso.

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PACS a Cuba: una lezione di civiltà all’Italia

«Ma a Cuba i Pacs sono già in parlamento». Parla Mariela Castro, figlia di Raul: «Rutelli ci accusa di perseguitare i gay, ma discutiamo leggi impossibili da voi».

(Emanuele Giordana - Il Manifesto) «Francesco Rutelli ha condannato a morte i gay cubani. Cuba no». La risolve con una battuta in un largo sorriso Mariela Castro (nella foto), figlia di Raul, capo provvisorio dello stato di Cuba. Ma l’arrabbiatura è forte davvero. Qualche giorno fa il vicepresidente del consiglio si è lasciato andare a un’esternazione in cui ha abbinato Cuba e Iran in merito alle condanne a morte contro i gay. «Ho letto di questo afflato missionario per liberare dal rischio della pena capitale i gay iraniani e cubani. Mi sono sorpresa perché un uomo che ha una tale responsabilità pubblica dovrebbe informarsi prima di parlare pubblicamente. Informarsi bene.

Forse non sa, non solo che a Cuba l’omosessualità non viene punita dalla legge, ma che in parlamento giace una proposta di “unione legale” che darà agli omosessuali gli stessi identici diritti che hanno gli eterosessuali quando vi è un’unione consensuale fuori dal matrimonio. A sentire le vostre associazioni gay, mi pare di capire che in Italia c’è molto dibattito e
proteste proprio su questo argomento. Insomma mi pare che da voi ci sia molta insoddisfazione tra gay, lesbiche e transessuali. Forse il signor Rutelli dovrebbe occuparsi degli italiani. Dei cubani già ci stiamo occupando noi». Mariela Castro è la direttrice del Cenesex, il Centro cubano di educazione sessuale che, da diversi anni (era diretto da sua madre) si batte per far avanzare la battaglia sui diritti. L’occasione per parlarne è un incontro, ospitato dalla provincia di Firenze e organizzato dal Programma per lo sviluppo dell’Onu (Undp) che ha per oggetto il «rispetto delle differenze».

Una battaglia che non incontra difficoltà?
Certo che ne incontra, come ovunque e soprattutto in società contrassegnate da «machismo» e da scarso rispetto delle diversità. Così a Cuba e così mi pare in Italia. Ma i successi ci sono. Ereditammo il codice spagnolo che puniva gli omosessuali che «davano scandalo» pubblico, ma che comunque non prevedeva per loro la pena capitale: con la Rivoluzione, il movimento
femminile negli anni Ottanta cominciò una vera e propria lotta che ha cambiato la cultura cubana. Già dal ‘79, ad esempio, i transessuali sono in carico al sistema sanitario nazionale. C’è ancora molto da fare certo ma stiamo lavorando: adesso è in corso una campagna di educazione sessuale attraverso la stampa e facciamo pressione sui parlamentari con la nostra rivista e le nostre raccomandazioni (a marzo la Giunti pubblicherà una guida per adolescenti del Cenesex dove si parla apertamente di omosessualità ndr).

Ad esempio?
Miriamo a una cultura sempre più aperta verso omosessuali, bisessuali, transessuali. E’ già stato approvato che le operazioni chirurgiche richieste dai trans siano a carico dello stato.

Le reazioni?
Positive secondo i sondaggi anche tra leader religiosi, intellettuali, la gente in generale. Prima della rivoluzione, Cuba era una società razzista e maschilista ma le leggi sono andate verso l’affermazione delle pari opportunità.

La nuova legge sui diritti delle coppie omosessuali?
Alcuni pensano che potrebbe passare per decreto ed essere poi approvata dal Consiglio di stato. Altri che se ne debba occupare il parlamento. Preferirei questa seconda opzione. Cambiamenti come questo devono essere oggetto di condivisione.

Torno alla pena capitale. A Cuba è in vigore
L’ultimo caso è di diverso tempo fa e riguardava un attentato alla sicurezza dello stato. Ma se mi chiede la mia opinione personale, ritengo che dovrebbe sparire dalla legislazione dell’intero pianeta. Ma tante altre cose devono cambiare. Deve essere condannato anche il terrorismo di stato e i paesi che ne invadono altri.

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Danza. Una Giulietta del Sud nella coreografia di Monteverde con Kledi Kadiu.

(Giuseppe Distefano - Il sole 24ore) Il balcone della celebre scena dove Giulietta si affaccia per andare incontro a Romeo, non c'è. In controluce la protagonista si affaccia dal pertugio di un muro e, sospesa nel vuoto fra due pareti, si arrampica, scivola dall'una all'altra, danza appesa, per poi calarsi e guizzare felina per terra e ingaggiare il celebre duetto d'amore. Un'invenzione di grande efficacia firmata da Fabrizio Monteverde autore della rilettura in chiave contemporanea di "Giulietta e Romeo", eseguito dal Balletto di Roma che lo ripropone a distanza di qualche anno.

Nato nell'89 in seno al Balletto di Toscana, compagnia straordinaria che s'impose per bravura e per una strategia produttiva che puntava alla innovazione e alla danza d'autore, questa versione del capolavoro scespiriano rivelò allora il talento dal forte senso drammaturgico di Monteverde, imponendolo già come coreografo originale e di grande maturità espressiva. Aggiornando la vicenda dei due giovani infelici amanti immortalati da Shakespeare, egli la trasferisce in un Sud immaginario degli anni Cinquanta dove due famiglie rivali si contrastano in un'atmosfera da dopoguerra. Evitando eccessive contrapposizioni da "squadre", Monteverde fa emergere i personaggi dalle situazioni, o evocati dalla partitura, uscendo dal coro per svolgere alternativamente funzioni soliste. Disegna una scena spoglia che è piazza, salone e tomba insieme, definita solo da un grande muro nero e mobile, con fessure e anfratti, che aprendosi rivelerà una pedana obliqua e, nella scena finale, due loculi con i corpi senza vita di Mercuzio e Tebaldo. Dentro questa architettura austera le luci radenti, livide, eloquenti, di Carlo Cerri, frugano lo spazio per trovare i sentimenti, feroci ed estremi, dei protagonisti. Sentimenti che, veicolati coreograficamente dalla partitura musicale di Prokofiev, con uno spostamento di prospettiva assumono altri significati. Già nel titolo rovesciato e non più "Romeo e Giulietta", Monteverde indica uno trasferimento dell'azione a favore della passionalità della protagonista e dell'universo femminile in generale. Motore di tutto, infatti, oltre ad essere Giulietta vista come un'adolescente inquieta e capricciosa, che non vuole regole o imposizioni, sono anche le madri delle due famiglie, dominatrici delle situazioni, che tessono odi e istigano alla vendetta. Un matriarcato dalle radici meridionali, con una madre fredda e autoritaria; e l'altra indolente e beghina, isterica paralitica in carrozzella.

Romeo invece è timido e solitario, più vittima - della risolutezza della compagna - che artefice dell'amore. Nella celebre scena della notte d'amore prima che si separino Giulietta indossa spavaldamente la camicia da uomo anziché l'abituale sottoveste, evidenziando così la sua predominanza di ruolo. Monteverde si concentra sullo studio delle passioni che regolano la vicenda, affidando alla coreografia un montaggio serrato, dai ritmi cinematografici. Le sequenze più corali, della festa in maschera e del luttuoso coro con le donne dal volto coperto e gli uomini anch'essi in nero per il funerale di Giulietta vestita invece di un bianco abito da sposa, rimandano a un immaginario filmico.

Giulietta e Romeo" è una macchina ben rodata che continua ad essere ripresa dopo tre edizioni dal Balletto di Roma. Quasi nulla è cambiato nella coreografia se non gli interpreti. Quello riproposto oggi fa leva soprattutto sul nome di Kledi Kadiu, ballerino noto specialmente in ambito televisivo e quindi baciato dal successo dell'effimero, che si cimenta in una prova impegnativa, non certo facile per chi è abituato ad esibizioni veloci e senza quel coinvolgimento interpretativo e fisico che invece richiede un balletto a serata intera. Kledi ne esce sicuramente accresciuto, anche se ha ancora da maturare espressivamente per reggere con autorità la scena. Noemi Arcangeli sposa con decisione il ruolo di Giulietta, modellandola ribelle e passionale, tecnicamente impeccabile.

"Giulietta e Romeo", coreografie di Fabrizio Monteverde, musiche di Sergej Prokofiev, scene di Fabrizio Monteverde e Carlo Cerri, costumi di Eve Kohler, luci di Carlo Cerri. In tournée.

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