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mercoledì 7 novembre 2007

Lesbo power o lesbo secret?

Se all'estero le donne gay potenti e famose escono allo scoperto e fanno parlare di sé, pare che in Italia le lesbiche vip non esistano. Ma sarà proprio così?

(Libero news) "Call them the Rubyfruit Mafia", "Chiamatela la mafia dei frutti rubini". Questo il titolo di un servizio pubblicato negli Stati Uniti dalla rivista W che ha fatto il giro di tutti i quotidiani e settimanali americani e che infine è approdato anche in Italia, sulle pagine de L'Espresso. In sostanza una piccola inchiesta che svela (e sai che sorpresa) come nei posti di potere ci siano sempre più donne lesbiche, in particolare in quel di Hollywood: sceneggiatrici, produttrici e autrici, tutte amiche, tutte riunite in una specie di cupola mafiosa, tutte pronte a proteggersi tra lesbiche. Uno scenario un po' grottesco, ma d'altra parte si sa, alla stampa piace parlare di gruppi di potere: una volta si diceva che Hollywood era in mano agli ebrei, poi che se non eri un maschio gay non c'era verso di far carriera nel mondo del cinema e adesso è arrivata la volta delle lesbiche. È innegabile che ci siano molte donne omosessuali nei posti di potere (ma non ci sono forse donne omosessuali in ogni fascia della società?) e l'elenco è consistente: Ilene Chaiken, 50 anni, mamma lesbica di due bimbi e ideatrice del serial "The L World"; Nina Jacobson, 42 anni, ex presidente di Buena Vista Motion Pictures Group (Walt Disney), ora socia di Steven Spielberg nella Ambin Entertainment; Carolyn Strauss, capo della programmazione del canale satellitare HBO, vero colosso della tv americana; Carla Hacken, executive della società di produzione Fox 2000; Cynthia Wornham del Sundance Institute, sponsor dell'omonimo festival del cinema; Kelly Bush, fondatrice di una delle più importanti società di relazioni pubbliche di Hollywood e portavoce di molte star... La lista sicuramente non si esaurisce qua, ma parlare di lobby per ogni "minoranza" che emerge è forse un po' ridicolo. E superato.

Piuttosto quel che è interessante è notare come, in America, ci siano moltissime donne, tra le celebrities, dichiaratamente e apertamente lesbiche, mentre in Italia pare che non esistano tra le vip. È mai possibile? Assolutamente no, ovvio.

Facciamo qualche esempio? Ecco alcune donne, ricche e famosissime, che non hanno esitato a dichiarare di essere omosessuali: Angelina Jolie ha raccontatocon trasporto di aver avuto una storia con un'altra donna; Cynthia Nixon, alias Miranda, l'avvocato dai capelli rossi di "Sex and the City" ora convive con la compagna; Ellen DeGeneres, conduttrice tv, è fidanzata con Portia de Rossi, la splendida bionda di "Ally McBeal"; Madonna non ha mai nascosto il suo "vizietto"; Michelle Rodriguez del serial "Lost" sta con l'attrice di "Terminator 3" Kristanna Loken; Christina Aguilera dichiarò di essere bisessuale, così come Drew Barrymore; Samantha Fox, sex symbol degli anni '80, è fidanzata con una donna; Courtney Love ha dichiarato di aver ricevuto il suo primo orgasmo da una ragazza; Annie Leibovitz, compagna di vita per tanti anni della scrittrice Susan Sontag; la comica, attrice e conduttrice tv Rosie O'Donnel; le cantautrici K.D. Lang e Tracy Chapman...

È possibile che in Italia ci siano lesbiche in ogni ambito lavorativo tranne che nello showbusiness? Perché nessuna ha mai fatto outing? (Libero News)

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giovedì 25 ottobre 2007

5 per mille: la beffa continua.

(Gino.splinder blog) La beffa del tetto imposto sul gettito ricavato dal 5 per mille da destinare alla solidarietà e alla ricerca continua, alla faccia della mobilitazione del settore non profit.
Quelli della "serietà al governo" ci hanno provato di nuovo con il giochino delle 3 carte, facendo incavolare pure l'Unicef... Evidentemente hanno visto che se aspettano le donazioni spontanee ai ministeri stanno freschi.
Meglio attingere direttamente dal "malloppo". Poi non si lamentino se la popolarià dell'esecutivo è ai minimi storici e le contestazioni si allargano. Pensate: con tutti i "tesoretti" che si sono inventati negli ultimi mesi, pare che non riescano a trovare poche centinaia di milioni per gli emofiliaci. Anche in questo caso il precedente governo, pur in una congiuntura economica molto più difficile, fece meglio di questi che volevano "organizzare un po' di felicità" per gli Italiani.

Fino ad ora hanno saputo solo aumentare le tasse e la spesa pubblica, tagliando le gambe alla già debole ripresa economica, mentre ci raccontano balle. Viene da piangere... Insomma, ci tocca sperare nell'ennesimo "emendamento riparatore"... bravi Bobba e Ferrante, ma non capisco perché ve la prendete con l'opposizione. Vi ricordo che al governo c'è il vostro amato "cattolico adulto" Prodi, e che la finanziaria la scrivono i vostri amici.

L'opposizione può solo controllare e mettere in evidenza le cavolate da essi commesse (tanto quando fa controproposte costruttive la maggioranza le boccia comunque, ricorrendo se necessario al voto di fiducia). E in questo periodo è difficile stare dietro a tanta abbondanza... E a volerla dire tutta, il meccanismo del 5 per mille fu introdotto dal "diabolico" (secondo loro) governo Berlusconi, tramite il criticatissimo ministro Tremonti. Avete voluto Prodi? Adesso godetevelo!

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mercoledì 24 ottobre 2007

La settimana della consapevolezza islamo-fascista.

(Christian Rocca) New York. Questa è la settimana della consapevolezza islamo-fascista (“Islamo-Fascism Awareness Week”), l’ultima funambolica battaglia culturale di David Horowitz, l’ex leader della sinistra marxista americana degli anni Sessanta ed ex collaboratore di Bertrand Russell, oggi diventato il più grande accusatore delle malefatte ideologiche dei progressisti e in particolare della sinistra accademica.

Dall’altro ieri a venerdì prossimo, all’interno dei campus di oltre cento università americane, gli studenti conservatori vicini al Freedom Center di Horowitz organizzano varie manifestazioni di protesta, sit in, volantinaggi, raccolta firme e una serie di eventi pubblici per provare a mettere in discussione ciò che i professori americani insegnano ai loro studenti sulla guerra al terrorismo. Agli eventi di Horowitz partecipano l’ex senatore Rick Santorum, il conduttore iper conservatore della Fox News Sean Hannity, la polemista Ann Coulter, la femminista Phyllis Chesler, i saggisti Robert Spencer, Daniel Pipes, Michael Ledeen e Michael Medved, i dissidenti musulmani Wafa Sultan e Ibn Warraq.
L’obiettivo della mobilitazione è far conoscere la minaccia islamo-fascista, ha detto Horowitz ammiccando sulla scorrettezza politica della sua proposta, ma anche quella di svelare le “due grandi bugie” raccontate dalla sinistra in questi anni. La prima è che sia stato George Bush a creare la guerra al terrorismo. La seconda è che il surriscaldamento terrestre sia un pericolo più grave del jihad globale e del razzismo islamista. La settimana universitaria di Horowitz è stata presa di mira da molte associazioni studentesche liberal, dai giornali di facoltà, da minuscoli gruppi comunisti che ieri in California hanno cercato di non far parlare i conservatori, da decine di blog, e dall’opinionista Maureen Dowd che l’ha ridicolizzata sul New York Times. Il gruppo “Campus Progress”, emanazione del centro studi clintoniano Center for American Progress di John Podesta e finanziato da George Soros, si è mobilitato online e nei campus per contrastare l’iniziativa di Horowitz. Le associazioni di studenti islamici e l’influente lobby di americani musulmani (Cair), che secondo Horowitz sono affiliate ai Fratelli musulmani e a Hamas, si sono mobilitate in contro-manifestazioni dal titolo “Pace, non pregiudizio”. Horowitz considera “pura satira” la replica dei suoi avversari, visto che gli islamisti radicali che loro proteggono “hanno dichiarato una guerra globale contro l’occidente e sono le persone con più pregiudizi al mondo”. L’agenzia di stampa governativa iraniana, Irna, ha definito la manifestazione “la settimana dell’odio” e salutato con soddisfazione i preparativi degli studenti della Columbia che venerdì accoglieranno Horowitz al grido di “Not on our campus”, “non nella nostra università”.
Christopher Hitchens, su Slate, è stato l’unico a difendere Horowitz, soprattutto dall’accusa di sbagliare analisi nell’insistere a definire “fascismo islamico” l’ideologia totalitaria e religiosa di gran moda in medio oriente e nelle comunità musulmane occidentali.
L’idea di Horowitz è che in America sia in corso una censura culturale da parte della sinistra progressista e della academic left che accusa di islamofobia chiunque colleghi il radicalismo islamico alle campagne terroriste contro l’America, l’Europa, Israele e i musulmani moderati nel Darfur. La replica di Horowitz è senza giri di parole: “E’ con questi mezzi che il nemico prova a paralizzare le difese delle sue vittime predestinate, mentre la sinistra progressista facilita e incoraggia il jihad terrorista, formando un’alleanza profana con le più retrograde e reazionarie forze del mondo odierno”. La settimana di protesta contro il fascismo islamico, almeno a parole, resta un tentativo di iniziare una discussione culturale e politica: “Le persone ragionevoli possono non essere d’accordo e noi non vogliamo sopprimere il disaccordo né chiudere l’argomento – ha detto Horowitz – questo è il programma dei nostri oppositori”.
Le prime due giornate di mobilitazione sono andate bene, dicono gli organizzatori. Millecinquecento persone hanno ascoltato Ann Coulter alla Tulane University di New Orleans. Horowitz ha parlato a seicento studenti all’Università del Wisconsin, mostrando uno dei due poster scelti per illustrare l’obiettivo della campagna: un’enorme foto di una donna afghana in burka e in ginocchio, uccisa con un colpo alla nuca da un talebano al centro di uno stadio di Kabul. L’altro poster mostra una ragazzina iraniana, accusata di molestie sessuali, seppellita viva prima di essere lapidata a morte.
Le violenze islamiste contro le donne sono al centro della “Islamo-Fascism Awareness Week”. Gli organizzatori hanno previsto lezioni improvvisate sul ruolo della donna nell’islam e manifestazioni davanti ai numerosi Dipartimenti di studi sulla donna per protestare contro l’assenza di corsi sulla misoginia islamica. “Il silenzio dei Dipartimenti di studi sulla donna di fronte a questa oppressione è una vergogna nazionale – sostiene Horowitz – Agli studenti viene offerta la possibilità di studiare ‘l’oppressione’ delle donne a Boston o a Beverly Hills in centinaia di corsi, ma non esiste nemmeno un corso che affronti la vera oppressione in corso a Riad e a Teheran. Soltanto qualche giorno fa, in Arabia Saudita, la polizia ha sparato sulle studentesse che scappavano da un edificio in fiamme senza velo: meglio morte che scoperte”. Nei campus il gruppo di Horowitz distribuisce un pamphlet di Robert Spencer e Phyllis Chesler sulla condizione della donna nel mondo islamico e trasmette anche la miniserie tv “The Path to 9/11”, molto dura nei confronti della gestione clintoniana dei primi attacchi islamisti all’America.
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Ndr. Chissà se si ricorderanno in che situazione vivono i gay nei paesi mussulmani.

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sabato 6 ottobre 2007

Primarie: le domande della comunità GLBT, la mediocrità dei candidati.

Il parere di Elfo Bruno

Alla fine la montagna ha partorito. Se si tratta di un topolino o di un gigante di pietra ce lo può dire solo il tempo. Va da sé che considero insufficienti, seppur legittime, le domande che Gay Today ha sintetizzato per i candidati alle primarie.

Per chi non lo sapesse, l'aggregatore ha laciato la campagna "Chiedamoglielo" e i vari iscritti hanno posto i loro quesiti. Anch'io, che all'inizio consideravo la cosa largamente inutile e funzionale a dare credibilità al progetto del pd - progetto che chi ben mi conosce sa che considero di nefandezza uguale al fascismo e al berlusconismo - anch'io, dicevo, ho poi partecipato all'iniziativa ponendo i miei quesiti che si basavano, essenzialmente, sulla credibilità dei candidati sulla questione GLBT in Italia.

Sono arrivate centinaia di domande, e tutte coprivano uno spettro di argomenti che andava dal matrimonio gay - anche se io preferirei parlare di equiparazione tra coppie - all'omogenitorialità, dalla legge anti-omofobia ai diritti della componente transessuale.

La redazione ha perciò operato una sintesi dei temi più importanti e ha spedito ai candidati il nostro pacchetto di domande. Come dicevo, domande che rientrano appieno nel dibattito sui diritti di cittadinanza delle persone GLBT ma che partono dall'errore strategico di considerare Veltroni e complici degli interlocutori, piuttosto che dei nemici naturali.

Questa mia posizione può apparire grave, ma si basa in realtà sulle risposte a domande analoghe pubblicate in questi giorni e che tutti potete leggere su Repubblica on line. Lascerò perdere le valutazioni sulle risposte di Gawronsky e di Adinolfi, che si commentano da sole e che non considero degne di nota sia per la loro inconsistenza sia perché non reputo di nessun valore le loro candidature funzionali, a mio giudizio, a dare una parvenza di competizione a un gioco in cui il vincitore è già stato designato da tempo.

La vera partita, infatti, si gioca non tanto tra Veltroni e la Bindi o Letta, quanto tra il successo delle primarie - si sa che non potranno arrivare ai quattro milioni del 2005, per cui la soglia minima è stata ridotta del 75% - e l'affermazione di una delle correnti centriste che daranno il là all'intero partito democratico e che sono rappresentate rispettivamente dagli altri due candidati della Margherita.

Ma se vogliamo ritornare alle domande da fare ai signorotti del partito democratico, ci renderemo conto che le risposte sono già pronte e sembrano una sorta di passe-partout: rispondono a tutto ma non entrano nel merito di niente. Se guardiamo al sito di Repubblica, sono state posti gli stessi interrogativi di Gay Today e, se vogliamo sintetizzare anche le argomentazioni di lor signori, possiamo leggere che:

per la
Bindi oltre ai DiCo non si può (e si deve) andare, sottointeso il fatto che i gay devono scordarsi la genitorialità, ché un bambino meglio che mette un piede su una mina anti-uomo in Africa piuttosto che un luogo dove può esserci rispetto e amore;

per
Veltroni va garantiti i diritti delle persone che vivono all'interno delle coppie di fatto, cosa che nella logica di ogni essere umano dotato di media intelligenza non vuol dire una beneamata minchia, visto che in quanto single è la Costituzione che ci riconosce dei diritti fondamentali e che semmai bisogna intervenire sui diritti inerenti all'essere coppia;

per
Letta i froci esistono, ma prima bisogna pensare alle famiglie. Possibilmente cattoliche e con figli, che guai a pensare che la donna sia altra cosa rispetto a una vagina da ingravidare.

Credo che queste risposte siano largamente mediocri, ma d'altronde basta guardare da chi sono state proferite per capire che non si può chiedere a un carciofo di essere una rosa (e men che mai a una margherita).

Qui non si tratta di capire se Veltroni & Co. siano o meno d'accordo sul decreto Bindi-Pollastrini (quest'ultima intesa sempre come dattilografa della prima all'atto di stesura della legge), bensì occorrerebbe capire due aspetti fondamentali.

La prima cosa da chiedere è se per questi candidati un cittadino, a prescidenre dalla propria omosessualità, possa e debba avere un sistema di diritti civili che includa tutta una serie di prerogative che non ammettono distinguo.

Matrimonio, adozioni, reversibilità delle pensioni e quant'altro devono essere garantiti a tutte le persone che vivono in questo paese, senza andare ad indagare cosa fanno queste tra le lenzuola. Ogni scelta che va in direzione contraria a questo assunto è, per logica conseguenza, una scelta discriminatoria.

In secondo luogo, visto che di fatto il piddì già governa e non ha ottenuto nulla su questo frangente, come esso pretende di apparire credibile agli occhi della comunità GLBT.

Queste a mio giudizio dovevano essere le uniche domande degne di esser fatte, perché cosa (non) farà il partito degli ex comunisti e degli ex democristiani sui diritti civili è noto da febbraio di quest'anno. E sinceramente, sentirsi dire da Veltroni che anche noi siamo cittadini e dalla Bindi che oltre alla sua leggina vergogna non si può andare, sono risposte che non vogliamo più sentire.
Ne va del nostro onore, e della nostra dignità di persone.






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Un Papa neorinascimentale...

Camauro, latino, ellenismo, finezza teologica, realismo politico (e ora la campagna culturale?)

(Alessandro Giuli - Il Foglio) l recupero del camauro, del saturno a tese larghe, la mozzetta orlata di ermellino, la gestualità ieratica e gutturale, un poco distante, solo apparentemente timida.
Questo è il corredo esornativo, ed è già carico di valore simbolico. Al centro grava il contenuto, un eccesso di senso semplificabile attraverso due elementi essenziali: il discorso di Ratisbonamotu proprio che ripristina la messa in lingua latina secondo il rito di san Pio V.
Visto che non può essere soltanto una tattica bisogna parlare di vocazione. Quella di Benedetto XVI si potrebbe definire neorinascimentale, nel senso che coniuga il ritorno a una certa classicità con la proiezione cadenzata nell’orizzonte mondano.
Il teologo Joseph Ratzinger sembra camminare in parallelo con la speculazione teutonica secondo la quale – come insegnava Martin Heidegger – il Logos un rapporto sensuale e di massa ad alta intensità emotiva e, per quanto possibile nella società piramidale ecclesiastica, a bassa capacità ordinatrice.
Esempio palpabile: la scommessa africana, il tentativo di contrapporre la rinnovata evangelizzazione del continente nero alla crisi delle vocazioni occidentali.
Con un successo mutilato e visibile nelle oscillazioni animistiche dei vari Milingo prodotti. Un parziale insuccesso ha scandito anche la velleità di permeare la corazza degli ortodossi nei Balcani, nella Turchia e nella Russia, o la volontà d’inserirsi nelle pieghe religiose di un sud-est asiatico troppo rassegnato alla propria impersonalità secolare. Semplificando ancora, quello di Wojtyla era un pontificato “lunare”, femminile come la fortuna nella sua passività (che è tremenda forza d’inerzia, nell’accezione di Machiavelli), come l’anima della massa e come il cerchio magico delle suore polacche del quale il Papa si circondava. Un pontificato cristiano legato sottilmente alle origini, di contaminazione veterotestamentaria, ipnotico come un salmo o un Notturno di Chopin.
E’ vero però che l’ultimo tratto del regno di Giovanni Paolo adombrava già uno slittamento dell’asse pontificio, un movimento à rebours che era anche una cristallizzazione, ma più che altro un vaticinio del vento in arrivo. Il vento soffiava dalla Baviera e ha trovato le finestre del colle Vaticano spalancate dai vescovi di Camillo Ruini.
Prima di diventare Benedetto XVI, Ratzinger si era fatto annunciare dalla propria narrazione intellettuale quattrocentesca, erudita e calma, ma dotata di una risolutezza molto congeniale ai tempi e ai temi di questi anni. Venuto meno il fascino corporale di Wojtyla, è sopraggiunto il più rarefatto pathos della distanza germanico.
Un misto di teologia conventuale e consapevolezza nordica temperata dall’aria del Mediterraneo (di qui la sua sensibilità per la custodia dell’ambiente naturale).
Ratzinger si offre così ai fedeli e agli antagonisti: come un colto facitore di cose sacre e politiche. Il suo intervento all’Università di Ratisbona (settembre 2006) è stato un capolavoro di realismo politico e raffinatezza teologica. La citazione dal noto discorso del Paleologo su Maometto ha arrestato per lungo tempo le ambizioni europee della Turchia, il paese che ha reagito nel modo più disordinato all’attacco ratzingeriano contro l’irrazionalismo islamico.
Senza contare che gli ortodossi bizantini hanno contraccambiato con uno spettacolare riavvicinamento al Vaticano: durante la successiva visita del Papa alla cattedrale di santa Sofia (chiesa e moschea in passato), il fermo-immagine del momento restituiva un Benedetto XVI certo di sé e immobile sopra un drappo vaticano largo
almeno il doppio di quello aperto dal subalterno metropolita locale. Può sembrare una banalità ma i centimetri contano anche agli occhi dell’assoluto.
L’operazione è paragonabile alla lontana con le glorie terrene di Giulio II (XVXVI secolo), il Papa che vinse militarmente la Repubblica veneziana e posò il primo blocco di marmo per la basilica di San Pietro.

Sempre in quel discorso di Ratisbona, poi, Ratzinger ha esposto il cuore del proprio magistero: l’alleanza solidale tra il Logos ellenico – quello degli “idolatri”, come li chiama lui – e la fede galilea. E’ una formidabile combinazione che sottrae il dogma religioso alla privatezza individuale e lo pianta nel discorso pubblico della ragione.

In questo illuminismo metafisico coabitano il rigore del neoplatonismo cristianizzato e la decisione di giocare senza più veli: la riserva aurea della chiesa neorinascimentale che si propone sulla piazza dei laici trova il proprio deposito nella potenza solare del Logos tratto dalla speculazione della tarda antichità (per lo meno).
Fu questa l’arma principale con la quale Costantino (IV secolo), assimilando la figura del Cristo a quella di Helios, rese credibile la propria corte imperiale agli occhi di un paganesimo popolare che altrimenti non lo avrebbe capito né accolto.
Ed è questa la novità di Benedetto XVI, principe di un pontificato dalle pretese solari, idealmente contemporaneo a quei papi che nel tardorinascimento disseppellirono gli obelischi egizi che avevano fatto da contrafforte alla Roma politeista, per ricollocarli (esorcizzati e sormontati dalla croce) al centro dei propri fasti toponomastici.
Un esempio fra tanti, il così detto obelisco vaticano di piazza San Pietro: per gli egizi che l’avevano fabbricato a Heliopoli era un raggio di sole pietrificato; per il conquistatore Augusto era la prova d’un destino imperiale; per Sisto V, che “havendo rimosso questo obelisco dal suo primo luogo e tolto, con immensa fatica, ad
Augusto e Tiberio Cesari, lo consacrò alla santissima croce l’anno 1586” (così negli “Avvisi di Roma” del giorno dopo), fu lo sfoggio trionfale d’un desiderio di rottura rispetto alla “idolatria” e di apparente continuità con la narrazione solare.

La mondanità della scelta di Ravasi

Con tutta la cautela del mondo, l’azzardo è possibile. L’ellenizzante Benedetto XVI che segna il ritorno in Europa della religione cattolica come figura della battaglia ideale e politica (c’entra molto l’aggressività islamica). Il teologo Ratzinger dai princìpi non negoziabili che si sente pronto a delimitare nuovi confini ecclesiali (da quanto tempo non si parlava più di scomunica?). Il Papa che sembra uscito da una tela di scuola settecentesca quando lascia che il proprio gatto gli passeggi sul pianoforte. Lo stratega della presenza pubblica che affida al mondano monsignor Gianfranco Ravasi il compito di amministrare la cultura e l’archeologia vaticane (come dire il fusto e le radici).
L’uomo che accarezza la fede come il vestibolo d’un esame affidato alla potenza dell’intelletto. Sono le numerose sfumature di un essere unico che cerca di opporsi al secolarismo e al sole divorante (ma consanguineo) del deserto musulmano e lo fa, per vocazione e per necessità, aggrappato al senso di una verticalità antichissima e abbagliante.
Per certi versi il neorinascimentale Ratzinger è anche il segnacolo di una debolezza messa a nudo – il cristianesimo in armi non basta a se stesso – ma non per questo meno squillante e temibile.
e il






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sabato 22 settembre 2007

"Non vendo Esselunga e denuncio le Coop"

(Il Giornale) - Geminello Alvi presenta il suo libro come fosse un monumento, già consegnato alla storia: «È il più bel testo di economia mai letto, perché racconta la vita dell’ultimo imprenditore ancora operoso che ha fatto il miracolo economico in Italia». Bernardo Caprotti allontana immediatamente quel necrologio con un plateale segno della croce. Poi prende il microfono e non lo molla più per oltre un’ora. Niente male, come prima conferenza stampa della sua vita. «Vorrei cominciare - è l’esordio - dal 19 gennaio 2007 - quel giorno sono andato a Bruxelles dal commissario Ue alla concorrenza Neelie Kroes e le ho raffigurato lo scenario di distorsione del mercato realizzato da amministratori pubblici e Coop attraverso un vero e proprio controllo del territorio». Chiaro?
Se all’età di 81 anni, quasi 82, si sente il bisogno di entrare nell’arena dei media e di scrivere un libro come quello che ha fra le mani, Falce e carrello, un motivo ci sarà. «A Livorno avevamo individuato una bella area, ma a Livorno Esselunga non può entrare. Si chiama controllo del territorio. E a Bologna peggio: ci eravamo accordati col signor Goldoni, quello che faceva i preservativi, poi sono saltati fuori i reperti etruschi. Eccoli». E Caprotti alza le foto ad uso dei fotografi e dei giornalisti che affollano all’inverosimile il salone del grande albergo in cui è in corso lo show.
«Reperti preziosi, preziosissimi, la testimonianza di una fattoria di 2500 anni fa. La Sovrintendenza ha messo il vincolo, dopo un po’ sbuca la Coop e la Sovrintendenza ha tolto il vincolo». Scandisce ad arte le parole, accelera e frena con consumata perizia, artiglia espressioni in dialetto e quando vuole mostrare tutto il disprezzo per il Paese che si riflette nelle Coop vola alto con l’inglese che profuma di libertà, concorrenza e, già che c’è, anticomunismo.
«Voi mi capite? Questa è distorsione della concorrenza, anzi distorsione della Repubblica». E si ripete subito con terminologia anglosassone. «Abbiamo denunciato questo sistema a Bruxelles, la Ue sta studiando la pratica». E la magistratura italiana è mai stata chiamata in causa? «Ma cosa volete, non ci abbiamo mai pensato, ci vogliono prove precise e spesso non ci sono, ma adesso lo faremo, andrò in Procura per raccontare un recentissimo episodio».
In sala si affaccia Giulio Tremonti che, discreto, resta in piedi in un angolo, ma lui, abituato a comandare da una vita, improvvisa un siparietto con un alto dirigente del suo gruppo: «Dai alzati, che hai solo 70 anni e lascia il posto a Tremonti». Poi ne ha anche per l’ex ministro, rappresentante della casta dei politici: «Adesso stanno spacchettando la Provincia di Milano, ma perchè non spacchiamo in quattro anche il Comune di Milano, e facciamo quattro province come fanno i Rotary: così ci sarà Milano Nordovest e via dicendo con quattro prefetti, quattro questori e tutto il resto».
Più che una conferenza stampa è una successione di fuochi d’artificio. Ma sì, Caprotti, sbucato improvvisamente dai banconi dell’Esselunga, è un personaggio straordinario: non parla, racconta, e cattura l’attenzione con quell’eloquio fluviale e coloratissimo in cui c’è spazio per la signora di Cernusco Lombardone e per il presidente della Repubblica. Capita quando gli chiedono se si deciderà a vendere il suo gioiello: «Ma io sono ancora capace di vendere i prodotti. Lavoro 12-13 ore al giorno, sono diventato un burocrate, però sono riuscito a vendere ad una signora di Cernusco Lombardone gli asparagi del Perù, che sono buonissimi, ma lei non ci credeva e non si fidava. Alla fine l’ho convinta e glieli ho venduti». Risata in sala. Applauso.
Lui è già oltre, con tutta la perfida ironia di cui è capace: «Ma perché mi volete far morire per Natale o per Pasqua? Scusate, l’anno scorso è stato eletto presidente un signore mio coetaneo. Lui lavora molto: si occupa degli incendi, dell’Ungheria, di Grillo, si occupa attivamente delle Coop. Poi va in Tv, anche due volte al giorno. Lavora come me, forse anche di più. Sarà perché ha i corazzieri ma nessuno gli chiede se morirà a breve. E perché a me sì? Io mi diverto un mondo a far girare questa baracca».
Altra risata. Il rebus non è sciolto. E lui pattina fra i concetti: «Ci sono due modi per garantire la governance in un’azienda: la vendita o la quotazione in Borsa. Non è stato fatto nessun passo, nessuno step, nè in un senso nè nell’altro. Ci potremmo quotare in Borsa. Sulla vendita non si può dire nè sì nè no, non è una questione di soldi, ma di chi potrebbe comprarla. Ci sono solo tre o quattro gruppi in Italia e nel mondo che potrebbero prendere l’Esselunga e tenerne lo spirito. Gli altri sono dozzinali».

Addirittura? Il vegliardo, come si autodefinisce con impareggiabile autoironia, non si fa certo problemi a fare i nomi: «Prendiamo l’americana Wal-Mart. Wal-Mart è l’antitesi dell’Esselunga: è un discount del Midwest, la clientela è quella che è». Vale a dire di pelle nera: «Come non si può chiedere a un tedesco di ballare la samba - dice afferrando almeno un paio di concetti politicamente scorretti con una sola frase - così non si può chiedere a un nero di fare il meccanico della Bmw». E così sistema in un colpo solo i neri e Wal-Mart. Insomma, nessun matrimonio o anche solo fidanzamento è alle viste, ma molti sono i pretendenti respinti: «Ho detto di no anche a Carlo Pesenti, consigliere delegato di Italcementi. Andiamo a caccia assieme volentieri, ma lui fa cementi mentre quello del retailer è un mestiere che può fare solo chi è colpito dal bacillo».
Sì, il fondatore è ancora saldamente in sella: in bilico fra i «mi consenta» che ricordano il Cavaliere e certe gag alla Mike Bongiorno. «Nel 2004 una gang di manager ha cercato di impadronirsi dell’Esselunga, ma l’abbiamo scoperta e li abbiamo buttati fuori». Ora resta il nemico rosso: «Sono entrato nelle Coop, a Genova, per esempio, e ho visto melanzane che avevano la faccia di Caprotti, pomodori che facevano il sugo, zucchine marroni. Ecco perché ho avuto l’impulso etico di scrivere Falce e carrello».


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