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martedì 6 maggio 2008

Cei: Monsignor Bettazzi,denuncia in una lettera che i Vescovi hanno più simpatia per il centrodestra.

Per i vescovi il centrodestra si dichiara piu' severo nei confronti dell'aborto e dei problemi degli omosessuali.
(Asca) Una ''lettera aperta ai confratelli vescovi'', scritta in vista della prossima assemblea plenaria della Conferenza Episcopale Italiana: l'ha scritta il vescovo emerito di Ivrea, mons. Luigi Bettazzi, denunciando da parte dei vescovi italiani, malgrado l'ufficiale neutralita', ''una certa simpatia per il Centrodestra, forse perche', almeno apparentemente, si dichiara piu' severo nei confronti dell'aborto e dei problemi degli omosessuali e piu' favorevole alle scuole e alle organizzazioni confessionali''. ''Credo peraltro - aggiunge mons. Bettazzi, la cui lettere sara' pubblicata sul prossimo numero del mensile 'Mosaico di Pace' - che siamo stati meno generosi verso il Governo Prodi, non come approvazione della sua politica quanto come riconoscimento di un esempio di cattolicesimo vissuto, personalmente, familiarmente, programmaticamente, in situazioni e in compagnie particolarmente problematiche''. Scrive il vescovo, che e' anche presidente emerito di Pax Christi Internazionale, che ''in un mondo, come il nostro Occidente, dominato dal capitalismo, che sta impoverendo sempre piu' la maggioranza dei popoli, tra i valori 'non negoziabili', accanto alla la vita nascente e le famiglie 'regolari', va messo il rispetto per la vita e lo sviluppo della vita di tutti, in tempi in cui si allarga la divaricazione (gia' denunciata da Paolo VI nella 'Populorum progressio' quarant'anni fa!) tra i popoli e i settori piu' sviluppati e piu' ricchi e quelli piu' poveri e dipendenti, avviati a situazioni di fame inappagata e di malattie non curate''. Mons. Bettazzi denuncia anche la corresponsabilita' dei cattolici in fenomeni come il bullismo e il disagio giovanile: ''Mi chiedo - scrive - come possiamo meravigliarci che i giovani si frastornino nelle discoteche o nella droga, si associno per violenze di ogni genere, si esaltino nel bullismo, quando gli adulti, anche quelli che si proclamano 'cattolici', nel mondo economico e in quello politico danno troppo spesso esempio di arrivismo e di soprusi, giustificano la loro illegalita' ed esaltano le loro 'furberie', e noi uomini di Chiesa tacciamo per 'non entrare in politica', finendo con sponsorizzare questo esempio deleterio, che corrompe l'opinione pubblica e sgretola ogni cammino di sana educazione''. ''Ci stracciammo - conclude il vescovo - le vesti quando all'on. Prodi scappo' detto che non aveva mai sentito predicare l'obbligo di pagare le tasse; ma avremmo dovuto farlo altrettanto quando altri invitavano a non pagarle...''.

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mercoledì 2 aprile 2008

Expo 2015 a Milano. E sulla festa si scatena la burrasca dei meriti.

Il ministro egli Esteri Massimo D'Alema, il critico d'arte Vittorio Sgarbi, il presidente del Consiglio Romano Prodi, il sindaco di Milano Letizia Moratti e il calciatore del Milan Clarence Seedorf festeggiano a Parigi dopo che Milano ha ottenuto la designazione a ospitare l'edizione 2015 dell'Expo mondiale
(Panorama) Milano batte Smirne e si aggiudica l’Expo 2015. All’annuncio, la festa esplode (qui la GALLERY), il sindaco Moratti balla, i cori si alzano dall’Italia tutta: “siamo tutti milanesi”. Tutti? Sì, come dice il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: è un “Brillante risultato, che premia lo sforzo comune e che è motivo di orgoglio per l’Italia intera”.

Anche se soltanto qualche minuto dopo è già scontro. Con botta e risposta durissimo fra Romano Prodi e Silvio Berlusconi. Il primo (premier a Roma e bolognese di nascita) prova subito a rivendicare ogni merito, il secondo risponde, avvertendo che “certo non è merito del governo di sinistra”. E poi quelli che “adesso diteci come farete a rinunciare a Malpensa” ad affondare la lama sulla gestione del caso Alitalia da parte del governo uscente.
Per tutti l’Expo 2015 a Milano sarà l’occasione per la “svolta” del Paese. Solo che poi vai a vedere e scopri che è tutto un rivendicar glorie, che persino Walter Veltroni il romano la butta lì: “Anche Roma ha fatto la sua parte durante il mio impegno di sindaco”. Insomma, complice la campagna elettorale che esaspera i toni, la buona notizia diventa subito una nuova occasione di scontro tra Berlusconi e Prodi. “Evviva”, commenta il Cavaliere, “sono lieto. Ma non è certo merito di Prodi”. Passa una manciata di minuti e il presidente del Consiglio, che si trova a Parigi e che in prima battuta aveva parlato di “successo per l’Italia e il governo”, replica secco: “Ci vuole sempre qualcuno che rovina le belle cose del Paese. La mia risposta è: si vergogni”.
Controreplica del portavoce di Berlusconi: “Se c’è qualcuno che si deve vergognare è lui”, dice Paolo Bonaiuti. Sfuma dunque velocemente la soddisfazione bipartisan, per lasciare il posto alla contesa sul merito. E c’è anche chi approfitta immediatamente della notizia per tornare a battere sul tasto Alitalia.
Renato Brunetta (Pdl) e Roberto Calderoli (Lega) sono convinti che ora sia ancora più importante che la Lombardia e Milano abbiano un aeroporto di prima classe, un vero e proprio hub dove atterri e decolli la compagnia di Bandiera. Insomma, il futuro di Malpensa è legato a una partita più grande, che vale moltissimi soldi e quindi tutto va rivalutato in quest’ottica. Ergo, Prodi e i suoi ministri devono fare retromarcia su Air France “Oppure pensano” ironizza il leghista Roberto Calderoli “di far arrivare i 29 milioni di visitatori attesi a Milano a piedi o con il pullman di Veltroni?”.
Tutto il contrario, secondo Prodi. Aver incassato il successo dell’Expo rappresenta il primo trampolino per rilanciare Milano e la Lombardia tutta: ora hanno una “prospettiva solida, forte” spiega il Professore “e l’occasione di essere sotto i riflettori di tutto il mondo. Questa vittoria giova al lavoro che vogliamo fare tutti perchè la Lombardia e Milano siano al centro dei traffici e degli interessi mondiali”. Che sia positivo per il capoluogo lombardo non v’è dubbio, spiega ancora Berlusconi. Questo però non autorizza a dimenticare la grave crisi che incombe. Più o meno un ragionamento analogo a quello del leader della Sinistra Arcobaleno Fausto Bertinotti: “Siamo in una fase di globalizzazione che produce crisi e quindi credo che questa dovrebbe essere una occasione non per scaldare i muscoli, ma per pensare a come se ne esce”. Mentre Berlusconi spara alzo zero sugli avversari, in molti evidenziano con soddisfazione come sia stato proprio il gioco di squadra ad aver consentito un risultato così importante.

Uno striscione esposto fuori da Palazzo Marino per festeggiare la vittoria dell'Expo 2015, questo pomeriggio a Milano. Il sindaco Moratti passera' alla storia della citta' per questa vittoria: questa l'opinione degli assessori che, alla notizia dell'assegnazione dell'Expo, si sono raccolti fuori da Palazzo Marino, sede del municipio, per brindare con una bottiglia di champagne e dedicare il loro brindisi a Letizia Moratti | Ansa

Lo fa Luca Cordero di Montezemolo, che fa i complimenti al sindaco di Milano Letizia Moratti e afferma: “È la dimostrazione che quando il nostro Paese riesce a fare squadra ottiene risultati straordinari”. Che è la stessa linea del ministro degli Esteri Massimo D’Alema: “È come nel calcio, dice, quando i giocatori delle squadre che si combattono nel campionato giocano tutti insieme per il Paese”. Anche il governatore della Lombardia Roberto Formigoni preferisce non polemizzare: “È una vittoria per tutta l’Italia. È stata una gara vera, e con il passare del tempo ho sentito una nuova grande forza aggiungersi a noi, che è il calore popolare”. Come dire che il “modello Milano” è pronto per essere esportato a Roma.

A mettere d’accordo tutti, ci prova lo striscione (foto sopra) che campeggia all’esterno di Palazzo Marino, a Milano. Che esprime un semplice ma ecumenico: “Grazie a tutti”

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sabato 9 febbraio 2008

Piergiorgio e Angelo, due gay insiema da 28 anni e delusi dai politici. A quando i Pacs?

Pensavano che arrivasse con governo Prodi, ma non si arrendono.

(Apcom) Pier Giorgio e Angelo, nel 2005, erano quasi sicuri che il via libera alle unioni civili e al riconoscimento delle coppie di fatto fosse questione di poco tempo. Si presentarono mano nella mano in piazza del Campidoglio insieme ad altre 50 coppie gay per un sì simbolico in una delle piazze più belle della loro amata Italia, e per sperare ancora nell'approvazione parlamentare del disegno di legge sui Patti civili di solidarietà, i Pacs. Loro, che da 28 anni condividono a Roma lo stesso tetto, mostrano con orgoglio al dito l'anello che si sono regalati per le nozze d'argento, traguardo passato con successo tre anni fa. E mentre parlano si scambiano dolci sorrisi e tenere occhiate d'intesa. "Ci sembrava che in quel periodo si potesse davvero fare qualcosa - dice Angelo - per noi e per tutti quelli che vivono nella nostra condizione".

Il sogno di vedere riconosciuti i diritti come coppie di fatto per ora si è fermato, dopo le grandi difficoltà incontrate dai Dico e il successivo accantonamento dell'argomento da parte del governo Prodi. Ma Pier Giorgio e Angelo torneranno alla carica sabato 23 febbraio alle 11.00 nella sala conferenze di Piazza Montecitorio, dove centinaia di coppie di fatto incontreranno i politici per strappare un preciso impegno sul tema. "Ora per lo Stato italiano non siamo nessuno, abbiamo soltanto la stessa residenza", dice Angelo che ricorda: "Due anni fa ci hanno proposto di andare in Canada, a Montreal, per sposarci davanti a un notaio". La tentazione di regolarizzarsi all'estero c'è stata: "Molti lo fanno". Invece dissero di no: ci tengono a sposarsi in Italia: "Ci hanno anche chiesto 700 euro, ma ci sembrava una cosa così anomima", osserva un po' sconsolato Pier Giorgio.

Dalla manifestazione del 23 febbraio, 'un Politico per Due', si aspettano "precisi impegni e non più prese in giro o promesse fumose come finora è accaduto". Per loro, che hanno faticato per "farsi accettare da subito in famiglia e sul posto di lavoro", e che adesso stanno "subendo proprio dallo Stato" le più grandi discriminazioni, la vita trascorre tra i molti amici e l'impegno nel sociale, nel mondo del nuoto, con i progetti di un'associazione che combatte la discriminazione nello sport. Pier Giorgio e Angelo stanno assieme "come una coppia normale", come tutti gli altri "dividiamo tutto", dicono.

Ma il grande desiderio per entrambi è quello di poter un giorno adottare un figlio. "Ci siamo messi assieme quando io avevo 28 anni e lui 23 - ricorda Pier Giorgio - e ci dispiace molto che così come stanno le cose, per noi non ci sia la possibilità in Italia, una volta che non ci saremo più, di lasciare qualche traccia di noi in questo mondo". Del resto, spiega Angelo, fare gli zii "non è la stessa cosa che fare i genitori". "L'amore - dicono sorridenti - è condividere qualsiasi cosa. E noi lo facciamo". Ogni giorno i continui squilli e i messaggini al cellulare aiutano a tenere vivo un sentimento "profondo". "Non smettiamo mai di giocare, ci piace così", chiosa Angelo. E per San Valentino? "Non ci importa, del resto per noi è una festa tutti i giorni".

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venerdì 25 gennaio 2008

Prodi: No al voto con questa legge elettorale. Montezemolo: Governo per le riforme.

Il presidente del Senato Marini, indicato come possibile guida di un governo istituzionae, dichiara: non mi interessano altri incarichi.

(La7) "Bisogna fare di tutto per evitare di andare a elezioni anticipate con questa legge elettorale". Il presidente del Consiglio dimissionari lo ha ripetuto poco fa,arrivando alla riunone del Partito Democratico. Votando con questa legge elettorale, è l'opinione di Prodi, "riprodurremmo tutte le tragedie italiane e tutta la frammentazione politica di oggi", bisogna cambiarla. Contrario all'idea di andare al voto subito è anche il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo, per il quale adesso è necessario un governo istituzionale per "una breve ed efficace stagione di riforme condivise", prima tra tutte quella di una nuova legge elettorale per permettere "a chi vincerà le elezioni di poter governare davvero". E il primo candidato alla guida di un eventuale governo istituzionale è il presidente del Senato Franco Marini, che alle 17, al Quirinale, aprirà il giro delle consultazioni del capo dello stato. Marini stamattina ha precisato di non aspirare alla guida di un governo istituzionale.
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Italia senza governo. Tutte le ipotesi (e le spine) del Colle per uscire dalla crisi.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano durante un suo intervento al Senato
(Panorama) Il Quirinale ha annunciato consultazioni “meticolose ma rapide”. Tradotto dal lessico ufficiale, significa che si tratta solo di accertare se esistono le condizioni per evitare le elezioni anticipate attraverso un governo di transito (istituzionale o tecnico), incaricato di realizzare due sole cose: nuova legge elettorale e misure economiche per fronteggiare la crisi dei mercati.

Di reincarico per un nuovo governo a Romano Prodi neanche a parlarne. Giorgio Napolitano e il Professore si sono lasciati in modo freddo, dopo che il presidente della Repubblica aveva inutilmente consigliato a quello del Consiglio di non tentare prove di forza al Senato. Ma non è questo il motivo principale: non esiste più una maggioranza né di sinistra né rimpolpata da qualche aiuto centrista (Udc) per pensare ad una nuova stagione prodiana.
Per lo stesso motivo impossibile anche un proseguimento dell’Unione con il semplice cambio del premier, come avvenne nel 1998 quando Prodi fu sostituito da Massimo D’Alema. Dopo l’abbandono dell’Udeur, di Lamberto Dini, e di altri singoli parlamentari, i numeri al Senato non ci sono proprio più.
Ma soprattutto ad essere a pezzi sono i rapporti interni nella sinistra. I prodiani sono in rivolta contro il Pd e Walter Veltroni, accusati di essere il vero motivo della crisi. La sinistra estrema accusa di tradimento il Pd e, senza dirlo, pensa che Prodi l’abbia lanciata allo sbaraglio. Tutti temono poi un’intesa sottobanco tra il segretario del Pd e Silvio Berlusconi per una legge elettorale a danno dei partiti minori.
Ipotesi questa che nello staff del sindaco di Roma e nel Partito democratico si continua a perseguire: non solo perché è considerata una necessità per il Paese, ma perché sta diventando l’ancora di salvezza per lo stesso Veltroni. L’appello lanciato da Goffredo Bettini al Cavaliere (”Può lavorare per la cronaca oppure per la storia”) va in questa direzione. Ma difficilmente, stavolta, troverà udienza.
Certo, la riforma delle regole del voto terrà banco nelle consultazioni al Colle e negli scenari. Napolitano ha sempre detto di non voler sciogliere le camere senza una legge che dia al Paese assetti più stabili. Ma non può decidere da solo, deve tenere conto dei numeri.
Di quanti cioè sono favorevoli ad elezioni subito. I conti sono presto fatti: Forza Italia (o Pdl), Lega e An nel centrodestra; Sinistra democratica, Udeur, Comunisti italiani e buona parte dei prodiani nell’ex Unione. A favore di un governo istituzionale, tecnico o di transito sono l’Udc e i pochi parlamentari di Lamberto Dini. Il “governissimo” (Pd più Forza Italia, più Rifondazione, più Udc, rimpolpato da tecnici) avrebbe ad oggi l’appoggio solo di Veltroni, Fausto Bertinotti e Pier Ferdinando Casini. Insomma, dei diretti interessati.
E c’è un altra questione: il referendum. Se continua la legislatura si deve tenere tra il 15 aprile e il 15 giugno. Qualsiasi riforma della legge elettorale dovrebbe materializzarsi da qui a due mesi: non è accaduto a bocce ferme nelle passate dieci settimane, praticamente impossibile che ci si riesca adesso.
D’altra parte la politica torna ad annusare l’”odore del sangue”. Un rivincita da prendere, come nel caso di Berlusconi e di gran parte del centrodestra. Vendette da consumare per l’estrema sinistra, i prodiani, l’Udeur. La salvezza rispetto al referendum per tutti i piccoli partiti da una parte e dall’altra.
Insomma, nei prossimi giorni sentiremo probabilmente molte ipotesi e molti nomi circolare: da Franco Marini o Giuliano Amato per un governo istituzionale, al governatore di Bankitalia Mario Draghi per un esecutivo tecnico. Rispunterà l’economista Mario Monti. Ma alla fine quasi certamente si andrà alle elezioni anticipate, con Prodi in carica per il disbrigo degli affari correnti. A meno che il Professore non si ritiri iracondo come Cincinnato; in questo caso toccherà ad Amato condurre il Paese alle urne.
Magari in questo breve lasso di tempo si ritoccherà la legge esistente per eliminare il quoziente regionale al Senato, un meccanismo che impedisce di conquistare seggi anche in caso di larga vitoria. E forse il voto anticipato converrà anche a Veltroni, prima di finire sbranato dagli ex alleati dell’Unione. Dopodiché, altra cosa su cui scommettere, la coalizione vittoriosa si impegnerà a fare le riforme dopo il voto, dialogando con gli sconfitti.
Le solite promesse? Vedremo.

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giovedì 24 gennaio 2008

Tutti a casa. Cronache marziane dal Senato: Voto di fiducia tra battute e svenimenti.

(Panorama) Lo diciamo con rispetto, sia chiaro. Ma i forzati del Senato, da giorni nell’occhio del ciclone, da ore chiusi a Palazzo Madama per decidere le sorti di Prodi (e del Paese), starebbero cominciando a dare i numeri.

Sì, insomma si sente di tutto, aggirandosi in queste ore nelle stanze del Palazzo. Voci, spesso surreali e inconsapevolmente comiche, ovviamente anonime, che bene riassumono il quadro (umano, politico e istituzionale) che nel Palazzo sta via via prendendo forma.
Per esempio, ci sono due senatori siciliani che alla buvette si punzecchiano in rigoroso dialetto siculo: “Hai mangiato troppo e ora come farai a non addormentarti, con Prodi che parla?”. Risposta: “Farò come fai sempre tu: cercherò di tenermi sveglio leggendo i giornali”. A proposito di pranzi e portate. Chi ha assistito a quello dell’ex ministro Mastella (l’origine di tutti i mali prodiani) lo descrive come molto abbacchiato. Quasi ci stesse ripensando. Cioè? Vuol dire che entra in Aula, chiede scusa a tutti, abbraccia il premier, ridà il suo voto e riprende la sua poltrona in Via Arenula? No, non esageriamo… Ma pare che non direbbe di no a un Prodi bis (o ter). E i diniani? “Aho, se so’ spaccati pure quelli”, dice uno fuori dalla buvette. “Allora non è vero che è impossibile spaccare l’atomo”, risponde un altro. Non mancano poi ipotesi tra le più strampalate. Come quella che vorrebbe un Prodi pronto a dimettersi per varare poi un governo composto da soli dieci ministri con i “nemici” Mastella e Di Pietro come vicepremier.
Quando poi il premier entra in Aula, si soffia il naso, si schiarisce la voce e inizia il suo discorso, tra i banchi cala il silenzio, ma non è che lo spettacolo cessi. Anzi. Per esempio, si scopre l’esistenza di uno che ci ha ripensato per davvero. Si tratta del senatore Nuccio Cusumano che dissociandosi dall’Udeur, sta per dire che darà il suo contributo alla fiducia. Ma non riesce nemmeno a finire il suo intervento, visto che il collega Tommaso Barbato (anche lui del Campanile) lo apostrofa così: “Pezzo di m… ora vengo a prenderti…”. E piomba in Aula, causando lo svenimento del “traditore”.
E poi la scena di Fisichella. L’ex di An (ed ex Margherita), ricevuta la parola dal presidente Marini (per dire il suo no alla fiducia) perde i fogli del discorso. Con il microfono aperto, resta seduto al suo posto e continua a frugare nella borsa. In un crescendo di concitazione e imbarazzo. Fino a quando lo stesso Marini lo tranquillizza: “Cerchi, cerchi con calma, noi aspettiamo”. Perché la crisi dura da otto giorni, ormai. E qualche minuto in più non cambia molto.

Nemmeno per Prodi, che (ma questa è realtà, non fantascienza) nel suo discorso dice letteralmente: “Vi chiedo la fiducia assicurandovi che sono ben consapevole che il governo stesso dovrà rafforzare le sue capacità decisionali, snellire le sue procedure, migliorare la sua resa, forse ridefinire le sue strutture e la sua composizione”. Tradotto: un rimpasto. Ci mancava questa ulteriore ipotesi, nella ridda di interpretazioni, a alimentare una giornata di puro delirio parlamentare.
Nuccio Cusumano, dopo aver detto in aula che voterà la fiducia al governo Prodi ed essere stato aggredito verbalmente dal capogruppo dell’Udeur al Senato Tommaso Barbato, si sdraia tra i banchi colto da malore


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martedì 22 gennaio 2008

I sondaggi su Prodi diventano dati per la campagna elettorale e Berluscono non sarebbe il vincitore.

(Sperapubblica) Il rapporto tra politica e giustizia, l’emergenza rifiuti in Campania, i tanti dubbi sulla riforma elettorale e il colpo di grazia inflitto da Mastella sono alla base dell’imminente crisi del governo Prodi.
La predizione di un esecutivo traballante e in perdita di consensi è stata formulata dal sondaggio della Ipr Marketing per Repubblica.it, da cui è emerso un dato importante: la sfiducia verso Prodi è legata soprattutto alle dimissioni di Mastella. Confrontando infatti gli ultimi dati con quelli risalenti a una settimana fa, si può constatare che l’indice di gradimento nei riguardi del premier è diminuito di cinque punti percentuali. Dal 15 gennaio, data del penultimo rilevamento, ad oggi la fiducia nei confronti del Professore è passata dal 45% al 42%. Di conseguenza è aumentata anche la sfiducia: dal 51 al 55%.
Uguale sorte per il governo. Se prima del caso Mastella la fiducia per l’esecutivo era del 36%, dopo le dimissioni del Guardasigilli è franata al 31%. Le rilevazioni compiute da Ipr Marketing assumono un valore nuovo, soprattutto con l’apertura della crisi di governo: questi dati possono diventare fondamentali per impostare la campagna elettorale, nel caso in cui Napolitano decidesse di sciogliere le Camere.
La situazione critica del governo di centrosinistra pregiudica anche l’andamento dei partiti. Tra i “big” solo il Partito democratico tiene bene alla crisi che si sta vivendo tra il Parlamento e Palazzo Chigi: un segnale importante in vista delle probabili elezioni. Il Pd continua ad essere il primo organo politico, e non solo nello schieramento di centrosinistra. Se il partito di Veltroni regge il confronto con le forze di centrodestra, mantenendo un margine di confronto rispetto ad Alleanza Nazionale, Udc e Forza Italia, si assiste invece ad una discesa a picco della “Sinistra–Arcobaleno”. La federazione tra Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi e Sinistra democratica perde 4 punti percentuali, passando dal 20 al 16%. Un calo vertiginoso per la sinistra radicale, con una perdita di circa il 10%, se si considera il rendimento dallo scorso autunno ad oggi.
Tra l’opposizione, il partito di Gianfranco Fini risulta essere quello più “apprezzato”. Seguono l’Udc e Forza Italia, con il partito di Casini e raggiunge quello di Berlusconi. A non brillare tra le forze del centrodestra è il PdL. Il nuovo partito lanciato da Berlusconi, dopo aver sfruttando l’onda della novità, si ferma al 30%. Sembrano questi i numeri da cui partire verso la prossima campagna elettorale.

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Mastella lascia e Prodi vuol dare i numeri. In Parlamento.


(Panorama) Mastella lascia e Romano Prodi vuol dare i numeri. Già, perché a dichiarare aperta la crisi salendo al Colle, dopo l’addio alla maggioranza dell’Udeur, non ci pensa proprio.

Così il premier, che nel fine settimana aveva cercato di ricucire con Clemente Mastella, dopo aver letto le dichiarazioni del suo ex Guardasigilli ha incontrato Veltroni e indetto un rapido vertice di maggioranza per poi annunciare: si va alla conta in Aula ” .

Elegantemente la chiamano “parlamentarizzazione della crisi”: è un mio principio, avrebbe detto Prodi, me ne vado solo con un voto contrario del Parlamento. Quindi, anche nell’attuale situazione, ha confermato l’orientamento a rivolgersi direttamente alle Camere per valutare se esista o meno una maggioranza che lo sostenga. E non solo a Montecitorio, ma, poi, anche al Senato. Insomma, niente salita al Colle dimissionario prima di aver verificato la consistenza reale della coalizione.

Un passaggio che, si ragiona in ambienti dell’Unione, non prevede l’ipotesi di governi tecnici o di transizione, così come chiesto invece da Lamberto Dini. Ma solo un prendere o lasciare. O il governo va avanti, o dietro l’angolo ci sono le elezioni anticipate. Una linea su cui sembrerebbero attestarsi i leader della sinistra radicale. D’altra parte i nanetti, ovvero i partitini del centrosinistra, potrebbero cominciare ad apprezzare l’idea del voto anticipato con questa legge, piuttosto che continuare l’agonia di questo esecutivo e questa legislatura per poi arrivare a una riforma elettorale con sbarramenti troppo netti.

Nel Pd, e per lo stesso motivo non c’è da stupirsi, ci sarebbero invece molti dubbi. Veltroni avrebbe chiesto di valutare bene la richiesta di voto anche al Senato, che potrebbe pregiudicare ‘’sviluppi successivi'’ della situazione, e anche D’Alema avrebbe molte perplessità sulla posizione draconiana del premier. Nonostante ciò, Veltroni e D’Alema si sarebbero però rimessi alla decisione di Prodi.
Gli sviluppi dello strappo di Mastella pare siano stati illustrati ieri in serata, al telefono, da Prodi al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Poi, il premier ha chiamato il presidente della Camera Fausto Bertinotti e gli ha chiesto di poter rendere ‘’comunicazioni urgenti'’ stamattina a Montecitorio. Alla Camera era già previsto che Prodi, in veste di ministro della Giustizia ad interim prenda la parola per il dibattito sulla relazione sullo stato della giustizia redatta dall’ex ministro Clemente Mastella.
Le comunicazioni di Prodi dovrebbero essere ripetute al Senato, aprendo in entrambi i rami del Parlamento un dibattito, a conclusione del quale Prodi trarrà le conseguenze, chiedendo il voto o andando al Colle a rimettere il mandato.

E proprio nel giorno in cui le Borse mondiali danno la sveglia alle economie occidentali con un lunedì così nero che non si vedeva dal 2001, l’Italia resta con il fiato sospeso.

LEGGI ANCHE: Mastella a Prodi: insieme a te non ci sto più

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lunedì 21 gennaio 2008

Prodi: tra rifiuti, giustizia e riforme, la settimana a ostacoli del governo.


(Panorama) Inizia oggi un’altra settimana al cardiopalma per il governo Prodi. In Parlamento sono previste votazioni che potrebbero rivelarsi a rischio per la tenuta dell’esecutivo.

‘’Sarà una settimana insidiosa - avverte il vicepremier Francesco Rutelli - anche se ho fiducia che si concluderà bene'’. Non tutti ostentano lo stesso ottimismo. Per il centrodestra il premier ha le ore contate. Da martedì infatti, osserva il coordinatore di Forza Italia Sandro Bondi, ‘’ogni giorno potrebbe essere buono per far cadere il governo'’.
Il primo appuntamento caldo è martedì 22. A Montecitorio Prodi dovrà vedersela con la Giustizia. In qualità di Guardasigilli ad interim dovrà far votare dalla sua maggioranza la Relazione annuale sulla giustizia messa a punto da Clemente Mastella prima di lasciare il suo incarico perché colpito dal ciclone giudiziario che ha travolto mezzo Udeur in Campania.
Gli esponenti del Campanile sul punto sono stati molto chiari: il voto dell’Unione dovrà essere non solo sulla relazione scritta, ma anche su quanto detto dall’ex ministro in Aula. Il che significherebbe sottoscrivere un durissimo attacco alla magistratura, cosa che alcuni partiti del centrosinistra, a cominciare dall’Idv di Di Pietro, non ci pensano proprio a fare.

Se Prodi riuscirà a ricomporre questa frattura lavorando ad esempio di cesello sul contenuto e sulle parole usate nella risoluzione, il giorno dopo al Senato lo attendono le forche caudine della mozione anti-Pecoraro. Ma non sarà quello l’unico scoglio.

Mercoledì 22 gli appuntamenti clou alla Camera Alta sono due: in Aula e in commissione. In Aula dovrà essere votata la mozione di sfiducia presentata dal centrodestra contro il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio. Il leader dei Verdi dovrebbe dimettersi dal governo, sostengono, per la vicenda dei rifiuti in Campania. I tre diniani hanno già annunciato il loro no al ministro. E la circostanza non fa ben sperare il governo che può contare su una maggioranza risicata.

La seduta sarà nel pomeriggio visto che al mattino è prevista alla Camera la celebrazione, alla presenza del Capo dello Stato, dei 60 anni della Costituzione. Prima che l’Aula discuta la mozione, però, la commissione Affari Costituzionali dovrà votare la bozza Bianco sulla legge elettorale. E anche in questo caso, soprattutto dopo la sfida lanciata da Veltroni di far correre il Pd da solo, sarà un incognita. I nervi sono tesi e i veti incrociati si sprecano. ‘’Confido nella capacità di mediazione di Prodi - conclude Rutelli - che è riuscito sempre a cavarsela anche in situazioni peggiori di questa…'’. Peccato che proprio lui, intervistato in tv da Lucia Annunziata, abbia dichiarato: ‘’Se non si fa una riforma elettorale civile, condivisa, efficace, io penso che il referendum possa portare alla fine anticipata della legislatura'’.

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domenica 20 gennaio 2008

Prodi al Paese: "Serve uno scatto di orgoglio". Si, quello di mandarti a casa diciamo noi...

(Tiscali notizie) "Chiedo al Paese uno scatto di orgoglio, di coraggio, di solidarietà: il nostro futuro non c'è se non ci teniamo uniti insieme come società, pur nelle diversità politiche". Lo ha detto il presidente del Consiglio, Romano Prodi, al termine del suo intervento a Forlì per la presentazione della mostra di Guido Cagnacci ai Musei San Domenico.

In Italia poco spirito di solidarietà - "Siamo in presenza di una grande decadenza in senso etico - ha spiegato Prodi, che ha fatto anche un lungo riferimento alla rinuncia dell'intervento del Papa alla Sapienza di Roma - dello spirito di solidarietà, emergono solo piccoli grandi egoismi. Mi chiedo se ognuno di noi - ha detto ancora Prodi rivolto alla platea - ha fatto veramente fino in fondo la sua parte, anche se io sono consapevole - ha concluso - che ho una responsabilità in più, e intendo portarla fino in fondo, come ho sempre fatto, esponendomi in prima persona".

Governo deve durare un'intera legislatura - "Ora - ha spiegato Prodi - serve il grande salto in avanti: nelle innovazioni, nella solidarietà sociale, nei servizi di cura per tutti i cittadini". Il Premier ha voluto sottolineare la necessità per il Governo di durare un'intera legislatura per fare quelle riforme che necessitano al Paese. Serve uno scatto in avanti, ha detto ancora Prodi, "soprattutto in una politica che porti verso i giovani la possibilità di esprimersi e di avere una capacità creativa che a loro è stata impedita".

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Mandiamoli a casa. Vergognosa dichiarazione di Pecoraro Scanio: Mozione di sfiducia non contro di me ma contro governo.

(Asca) ''La mozione di sfiducia nei miei riguardi e' una mozione di sfiducia palesemente strumentale: non e' contro di me ma per fare cadere il governo Prodi''. Lo ha affermato il ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio.

''Non si puo' criticare un ministro - ha detto Pecoraro parlando ai microfoni di Ecotv - perche' nel 2002 in merito ad iniziative su alcuni termovalorizzatori, insieme a tutte le forze politiche di centro destra e centro sinistra, diceva che in alcune zone c'era una totale inadeguatezza a fare alcuni impianti. Se invece la mozione di sfiducia e' sull'attivita' ministeriale credo di aver dimostrato in un anno e mezzo di lavorare esattamente al servizio del paese e del programma del governo di centro sinistra. Mi sembra che questo e' il mio dovere, dopodiche' il dibattito in parlamento consentira' di discutere. Ed e' evidente una cosa: la mozione di sfiducia non e' fatta contro Pecoraro Scanio, la mozione di sfiducia e' l'ennesimo atto dell'opposizione per far cadere il governo Prodi e per guidare il centro destra al potere''.
''E' chiaro che questo significhera' la necessita' di tutti i parlamentari del centro sinistra di mantenere la lealta' rispetto all'impegno che abbiamo preso di fronte agli elettori''.

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mercoledì 2 gennaio 2008

La Spagna ci supera.

(Uguali amori) Dice Romano Prodi che la Spagna non ci supera, il nostro PIL è del 13% più alto di quello spagnolo.

Ma, caro professore, non di solo PIL vive un paese. A parte che la velocità con cui cresce il PIL spagnolo, rispetto a quello italiano, è tale che se continua così tra 5 anni ci superano anche sul PIL (ma giustamente a Prodi che gli frega? Tra cinque anni non starà certo a Palazzo Chigi), ci sono altri parametri che dicono come la Spagna sia avanti all’Italia.

Le leggi sui diritti civili sono la prima cosa che viene in mente: i diritti degli omosessuali, che possono sposarsi, quelli delle donne, che hanno dei tribunali appositi contro la violenza domestica. Certo, i binettiani diranno che queste non sono grandi conquiste, e infatti per loro c’è un indice tutto tecnologico che prova come invece la Spagna sia avanti all’Italia.

Ogni sei mesi, viene redatta la classifica dei 500 computer più potenti al mondo. Il computer più potente non è un feticcio degli informatici, è un indice dell’innovazione del sistema tecnologico ed industriale di una nazione. Se hai un computer potente, puoi fare cose avanzate in campi come l’ingegneria genetica, la costruzione di nuovi materiali, le simulazioni finanziarie su vasta scala, i modelli del clima, la costruzione di nuovi oggetti e dispositivi, insomma qualsiasi cosa che porta ricchezza tecnologica e posti di lavoro di ottima qualità.

Per vedere come cambia il mondo, basta quindi leggere la Top 500. I suoi andamenti mostrano chi cresce e chi torna indietro nella competizione globale meglio di qualsiasi indice, visto che il mondo in cui viviamo è il mondo dell’informazione (che non è la televisione, come invece i nostri politici pensano). Negli ultimi anni infatti la classifica è cambiata in questo modo:

  • Dopo l’11 Settembre, gli Stati Uniti hanno voluto e riconquistato il primo posto, che era appannaggio dei giapponesi (i supercalcolatori si usano anche per studiare le esplosioni nucleari, simulandole: in questo modo formalmente si rispetta il trattato di non proliferazione ma nei fatti si conducono esperimenti);
  • l’India, potenza emergente, ha conquistato la quarta posizione;
  • la Cina non è in classifica perchè non divulga i dati, visto che hanno una importanza anche militare;
  • Germania e Svezia sono le prime due nazioni europee in classifica, perchè hanno fatto pesanti investimenti tecnologici;

Tornando al titolo di questo articolo, la Spagna con il supercomputer di Barcellona (il Mare Nostrum, tra l’altro messo all’interno di una chiesa sconsacrata in uno scenario molto suggestivo) è al 13esimo posto, fino a un paio d’anni fa era la prima in Europa poi appunto Germania e Svezia hanno deciso di riprendersi la leadership, perchè sanno cosa vuol dire non essere primi in questa gara.

E l’Italia? E’ ben 48esima. Basta dire che nel 1992, con il supercomputer APE, era la prima al mondo.

Questa è la nostra situazione. Altro che le cazzate di Prodi sul PIL.

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sabato 29 dicembre 2007

Coppie di fatto: la patata bollente dei Dico scotta ancora nel 2008.

Piazza Farnese, a Roma, piena per la manifestazione a sostegno del disegno di legge sui Dico | Ansa
(Panorama) Non piacevano i Pacs (i Patti Civili di Solidarietà: leggi qui e qui), la prima ipotesi di regolamentazione delle coppie di fatto. Sgraditi anche i Dico (Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi), contro cui si era sollevata la crociata del popolo del Family day del 12 maggio scorso. Dispersi tra i faldoni delle proposte di legge del Parlamento anche i Cus, ovvero i contratti di unione solidale, secondo il testo presentato dal presidente della commissione Giustizia del Senato Cesare Salvi (Sinistra Democratica), dovrebbero tornare alla ribalta nei primi mesi del 2008. Di fatto, finisce il 2007 e l’Italia ancora non riesce a dotarsi di una legge che regolamenti diritti e doveri delle coppie conviventi, non dello stesso sesso.

E non è detto che ci riesca nemmeno l’anno prossimo, almeno sentendo gli umori di maggioranza e opposizione, di cui si fa portavoce il ministro della Famiglia, Rosy Bindi: “I Cus, contratti di unione solidale, non troveranno la maggioranza in Parlamento, anche a causa di alcuni profili incostituzionali”. E non c’entra il risentimento della Bindi, che con la collega Barbara Pollastrini aveva buttato giù, l’8 febbraio scorso, il disegno di legge sui Dico ora sostituito dal testo Salvi. L’analisi è squisitamente politica: “Il Governo ha fatto il suo dovere, ma il Parlamento è sovrano”. Una lettura che non lascia scampo alle interpretazioni: da Palazzo Chigi il diktat è di “lavarsene le mani”, in modo che il disegno di legge (osteggiato dal Vaticano, dall’opposizione e da ampie fette cattoliche della maggioranza: i teodem confluiti nel Pd e i Mastellani del Campanile) non metta a repentaglio il già traballante esecutivo. Basta sentire il ministro della Giustizia, a proposito della clamorosa bocciatura al comune di Roma del registro per le unioni civili, per averne conferma: “La sinistra voleva dare uno schiaffo al Vaticano e pure ai cattolici ma non c’è riuscita. Erano in gioco dei valori, i nostri valori e dunque era necessario tenere il punto come abbiamo già fatto in Parlamento”.
Argomento buono per scaldare gli animi in campagna elettorale, i Cus (o Dico che dir si voglia) sono diventati un tema scomodo quando si è trattato di trovare maggioranze e convergenze attorno a una proposta in grado di superare gli attuali schieramenti parlamentari. Le ultime notizie che si hanno sulla proposta risalgono a inizio dicembre, quando i Cus di Salvi hanno superato lo scoglio del comitato ristretto della Commissione Giustizia e dei 1500 emendamenti. E nonostante le associazioni di omosessuali, i socialisti di Boselli, i radicali di Bonino, Sd, Rc, Pcdi, Verdi, una parte consistente del Pd abbiano già cantato vittoria, l’iter è ancora lungo e travagliato. Secondo lo stesso presidente Salvi: “È ragionevole prevedere che il Senato esaminerà i Cus all’inizio di febbraio”. E allora se ne vedranno delle belle: la maggioranza sui diritti dei conviventi rischia palesemente il divorzio. Esattamente come lo ha rischiato sui capitoli della Finanziaria, del pacchetto sicurezza e della riforma del welfare. Con la differenza che, arrivando in Aula dopo la verifica d’inizio anno chiesta a Prodi dalla Sinistra-Arcobaleno, e con la manciata di voti di vantaggio che il premier vanta a Palazzo Madama, il Prof. non potrà più lavarsene le mani e sperare nel senso di responsabilità degli alleati di sinistra.

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domenica 23 dicembre 2007

Esclusivo: le lettere a Babbo Natale dei politici italiani.


(Panorama) È stata dura ma ce l’abbiamo fatta. Dopo migliaia di chilometri nella neve, dopo aver sfidato le renne-dobermann che difendono la casa e soprattutto i regali, siamo riusciti a intrufolarci nella casa di Babbo Natale, scendendo per il camino. E, sbirciando attentamente, abbiamo trovato le letterine che i politici italiani hanno recapitato a Rovaniemi a Santa Claus.

Il premier, Romano Prodi, è stato sintetico e chiarissimo, ha scritto: “Caro Babbo Natale, ti prego, vorrei tanto il libro del filosofo Martin Heidegger, La sfida all’eternità, certo che tu capirai, tuo Romano”.
Le letterine di Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi campeggiavano una sopra l’altra sullo scrittoio di Babbo Natale. Ma la cosa che attirava maggiormente l’attenzione era che fossero praticamente identiche . Ed entrambe chiedevano un regalo all’altro: un kalumè della pace da Silvio a Gianfranco e viceversa.
Il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, era piuttosto arrabbiato. Nonostante la sua proverbiale gentilezza e il suo noto savoir faire, nella sua missiva al vecchio con la barba bianca è stato perentorio: “Rivoglio quelle cravatte di cachemire che mi hanno inopinatamente rubato alcuni mesi fa. Ci tengo molto…”.
L’ex leader della Margherita, ora soldato semplice (o quasi) nel Pd, Francesco Rutelli ha chiesto due cose: “Un’idea politica e una telecamera”. La prima perché i maligni dicono che sia molto che non ne tiri fuori una. La seconda perché sembra sia ormai degradato al ruolo di comparsa sulla scena politica e mediatica. Gli ha rubato il ruolo di attore protagonista il suo successore a sindaco di Roma e leader del Pd, Walter Veltroni. Che a proposito di richieste a Babbo Natale ha detto di desiderare una legge elettorale fatta d’accordo con il Cav. in favore dei partiti più grandi, all’insegna del maggioritario, ma anche un testo che tenga conto delle esigenze dei suoi piccoli alleati, all’insegna del proporzionalismo.
Ormai lontano com’è dal cortile della politica italiana, il ministro degli Esteri Massimo D’Alema, dopo aver ammesso di sentire il richiamo della fede e aver messo una croce sulle nozze gay, ha preferito non scrivere a Santa Claus come tutti gli altri. Baffino ha inviato la sua letterina direttamente a Gesù Bambino, per candidarsi niente meno che alla poltrona di ministro degli Esteri interplanetario: “Tanto l’inglese lo conosco… Chiedi a Condy per conferma…”
Meno esoso, come suo solito, Piero Fassino. L’ultimo dei segretari Ds, che più di tutti si è speso per il Pd (ricevendone in cambio tante pacche sulle spalle ma nessun incarico) avrebbe confidato nella lettera a Babbo Natale di essere disposto a guidare anche la fusione dei partiti dell’ex Cdl, pur di tornare a occuparsi di politica italiana, dopo essere stato esiliato dagli ingrati compagni come inviato speciale dell’Unione europea in Birmania.
“Asilo politico in Lapponia”, è la strana richiesta contenuta nella lettera firmata e controfirmata (”Carta canta”) dal ministro Antonio Di Pietro: siccome i suoi congiuntivi fanno clamore anche su Second Life, l’ex pm vorrebbe trasferirsi nel paese delle renne, sperando che almeno lì nessuno gli faccia le pulci sulla consecutio temporum.
Irrituale la richiesta del ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa: soldi. Un po’ perché TPS va dicendo in tutte le sedi e in tutte le lingue di aver le casse vuote. Un po’ perché il ministro si è adeguato alla moda dei suoi amati bamboccioni che quando, finalmente, riescono a metter su famiglia, invece della classica lista nozze, chiedono banconote a parenti e amici.
Livia Turco ha portato a Rovaniemi la stessa letterina dell’anno scorso. Stavolta però ha messo meglio in evidenza l’indirizzo, per non creare altri equivoci. La richiesta del Natale 2006 recitava così: “… vorrei ospedali che funzionano, infermiere gentili e sorridenti, meno burocrazia e più efficienza. Vorrei far stare meglio il mio Paese. Firmato: il ministro della Salute Turco”. Commosso da tanta generosità, Santa Claus ha esaudito i desideri, ovviamente. Ma al recapito sbagliato: la sanità italiana è infatti in continua emergenza, gli ospedali pullulano più di ispettori che di medici e l’infermiera che sorride la trovi solo sui cartelloni pubblicitari. In compenso a Istanbul scoppiano di salute.
Michela Vittoria Brambilla è stata sobria: ha chiesto una Ferrari, per confermare di essere l’unica testarossa della politica italiana. Poi, in un post scriptum, si è voluta levare il sassolino dalle scarpe con i tacchi e ha aggiunto a Babbo Natale la richiesta di un piccolo innocente incidente alla sua competitor tra gli azzurri Mara Carfagna la prossima volta che andrà dal parrucchiere: “Ti prego falle rovinare la nuova bella pettinatura corta”.
Pierferdinando Casini
c’è costato un lavorone. Abbiamo cercato e ricercato, ma la letterina non l’ha mandata. Eppure Babbo Natale, che sa interpretare le richieste dei bambini, aveva pronto sul tavolo un obsoleto cd che il vecchio con la barba bianca ricicla quasi ogni anno: Franco Battiato, Cerco un centro di gravità permanente. Chissà che non fosse per lui e la Cosa bianca, che si appresta a mettere su.
Clemente Mastella pare si sia assicurato il prezioso cofanetto già il Natale passato, dopo aver inviato in Lapponia un carico di torroncini campani.
Un bel lifting è quanto ha chiesto il senatore Dini. A Lambertow servirebbe per ringiovanire di qualche anno e tornare al ‘94, quando dopo il ribaltone leghista, venne chiamato a Palazzo Chigi.
Alessandro Bianchi ha espresso solo un desiderio “Caro Babbo Natale” si leggeva nella sua lettera, “quante ne ho viste in quest’ultimo anno… non si riesce a far decollare Alitalia, le ferrovie continuano ad aumentare i prezzi ma non la qualità del servizio, le autostrade sono quelle che sono… per questo vorrei tanto che qualcuno mi dicesse chi è il ministro dei Trasporti di questo benedetto Paese?”
L’unico a non aver scritto a Babbo Natale per chiedere un dono è stato Umberto Bossi. Il Senatùr ha invece inoltrato una formale richiesta per conoscere il reddito di Santa Claus: fosse inferiore ai 4mila euro l’anno, non gli consentirebbe di entrare in alcune città del nord est.
E il viceministro Vincenzo Visco che cosa ha chiesto? Nulla di Speciale…

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sabato 22 dicembre 2007

Cattolici in guerra. Bertolini Fi: Gli auguri di Prodi al Papa, ipocrisia senza limiti.

Lavora contro famiglia, disastrose conseguenze sul piano sociale.

(Apcom) - "L'ipocrisia di Prodi è veramente senza limiti. Negli auguri natalizi al Santo Padre si è soffermato sul ruolo fondamentale della famiglia nella società. Assolutamente giusto. C'è però un problema: non sarà per caso lo stesso Romano Prodi sostenuto da una maggioranza di governo che si è inventata prima i Pacs, poi i Dico e oggi i Cus, senza dimenticare il divorzio breve, il doppio cognome per i figli e le norme sull'omofobia?". E' quanto dichiara in una nota Isabella Bertolini, vicepresidente dei deputati di Forza Italia.

"Il 'cattolico adulto' Prodi, pur di salvare il suo esecutivo, non ha mai esitato - sostiene l'esponente azzurra - ad avvallare il delirio ideologico di chi vuole trasformare ogni desiderio in un diritto, disinteressandosi delle famiglia e delle disastrose conseguenze sul piano sociale. Un po' di ritegno, almeno a Natale, non guasterebbe. Basta con gli auguri di facciata. Ci vogliono fatti concreti. Noi continueremo a contrastare duramente in Parlamento - conclude Bertolini - ogni progetto che attenti alla famiglia e alle fondamenta della nostra società".

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mercoledì 19 dicembre 2007

Pasticcio alla bolognese: il governo riscrive la ricetta sulla sicurezza.

La polizia al campo nomadi dietro la stazione ferroviaria Tor Di Quinto dove risiedeva il rumeno arrestato con l'accusa di aver ucciso Giovanna Reggiani | Ansa
(Panorama) Il pacchetto sicurezza, che era così urgente (e lo era) naufraga affondato non dall’opposizione politica o parlamentare ma dal ridicolo nel quale lo ha infilato la maggioranza di governo. Che ora, per non peggiorare le cose, ha deciso di lasciarlo decadere, per vararne un altro nel Consiglio dei ministri del 28 dicembre. L’antefatto è abbastanza noto: per rendere più politicamente corretto, specie per l’estrema sinistra, un insieme di misure contro l’immigrazione clandestina e violenta si inserì nel pacchetto una norma che richiamava esplicitamente il Trattato di Amsterdam, una dichiarazione di principi europea che mira a impedire discriminazioni razziali e sessuali. In particolare ad eccitare Rifondazione comunista e dintorni fu il richiamo “anti-omofobia”. Ciò che non era stato fatto con le coppie di fatto poteva essere minimamente bilanciato con il contentino del trattato di Amsterdam. Che cosa poi tutto questo avesse a che fare con la sicurezza e con le espulsioni dei clandestini chieste a gran voce non dalla destra, ma dal sindaco di Roma e segretario del Pd, Walter Veltroni, resta un mistero. Quel richiamo al Trattato era però un grossolano errore tecnico e giuridico: la norma era scritta così male da risultare inapplicabile, e il Trattato stesso non era stato ancora recepito dal Parlamento italiano. Dunque non si poteva inserire un reato inesistente per il nostro codice in un decreto che inaspriva altri reati. Tutto ciò venne fuori durante il dibattito, anche se l’unico ad accorgersi della portata di questo pasticcio fu l’ex presidente del Senato, Marcello Pera. Incurante, il governo e la maggioranza andarono avanti. Il ministro dell’Interno, anzi, proclamò: “Se non si approvano queste norme mi dimetto”.

Quando il patatrac è divenuto evidente si è pensato di correggerlo alla Camera per poi rispedire il pacchetto al Senato. Ma a quel punto si doveva nuovamente fare i conti con l’estrema sinistra. Dunque il governo ha deciso, una settimana fa “di lasciare le cose come stanno”. Altro errore: il capo dello Stato ha fatto sapere, irritatissimo, che non avrebbe mai firmato un decreto con simili buchi giuridici. Risultato: il provvedimento viene lasciato decadere, sostituito da un nuovo decreto. Mentre Amato resta ben saldo sulla sua poltrona.
Resta da capire che fine faranno i circa 400 clandestini espulsi in base al decreto.

Potrebbero rientrare? Possibile. Ma soprattutto è intuibile con quale stato d’animo e quali strumenti giuridici si muoveranno ora le forze dell’ordine e i prefetti. La sicurezza, un’emergenza fino a poche settimane fa, dopo l’omicidio di Giovanna Reggiani, finisce anche quella nel tritatutto dei contrasti nella maggioranza. Sembra una maledizione.

Walter Veltroni e Romano Prodi, leader del Pd e presidente del Consiglio

Dopo il pasticcio delle nomine nel Cda della Rai, dell’allontanamento del generale Roberto Speciale dalla Guardia di Finanza, dopo gli errori sull’Iva e sulle liberalizzazioni, ora tocca a una questione che interessa direttamente i cittadini. Un tempo si diceva: la sinistra non è allegra, ha il vizietto delle tasse, però tecnicamente è inattaccabile. Beh, ora rischiano di restare l’umor cupo, e le tasse.

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domenica 16 dicembre 2007

Bonanni attacca il premier "Non governa e cede alle lobby". "Lavoratori esasperati da tasse e tariffe, e non c´è più concertazione".

Il leader Cisl: è Prodi che non ha più il senso della realtà, addio politica dei redditi.

(Luca Iezzi - La Repubblica) «Prodi dice che i rincari sono fuori dalla realtà? Il senso del reale lo ha perso lui che si meraviglia e non capisce che queste cose succedono perché il Paese non è governato» Raffaele Bonanni, segretario della Cisl, è furibondo con il premier, secondo lui reo di aver abbandonato «le uniche cose sensate fatte finora: concertazione, politiche dei redditi e concorrenza. Nel caos dominano le lobbies e il governo è sempre responsabile o perché non se ne rende conto o perché le lascia fare».
Il governo è responsabile anche della speculazione sui prezzi dei beni generata dopo l´agitazione degli autotrasportatori?
«Comportamenti cinici si verificano quando ogni centro di potere pensa di potersi avvantaggiare impunemente. Le concessioni fatte agli autotrasportatori sono state bilanciate dalla richiesta di comportamenti sui prezzi? Ma il problema è generale: l´unica linea politica riconoscibile e apprezzata di Prodi si è vista con il protocollo Welfare e con le leggi sulla concorrenza. Su fisco e salari tutto si è fermato: da luglio non incontra più i sindacati e le liberalizzazioni giacciono. Così i lavoratori dipendenti sono esasperati da quattro livelli di tassazione che si scaricano sul salario mentre tariffe e prezzi che vanno per conto loro. Nel frattempo in Finanziaria si creano nuove rendite, come quell´emendamento che intende privatizzare le linee ferroviarie più redditizie, lasciando allo Stato le perdite del servizio universale. Dove sono i difensori del mercato in quel caso?».
Maggior presenza del governo significa chiedere anche prezzi amministrati?
«Ci piacerebbe, ma è fuori dalla logica di mercato e quindi impensabile. Certo serve più concorrenza i monopoli di fatto e i cartelli di aziende sono tanti. Inoltre nel campo degli alimentari qualche problema sulla filiera c´è. In ogni caso coinvolgere i sindacati e le categorie servirebbe anche ad avere più controllo sui prezzi. Invece niente, se continua così lo sciopero generale a gennaio sarà inevitabile».
La corsa dei prezzi peggiorerà il crollo dei consumi previsto per il 2008 dal centro studi Confindustria?
«È sensato che il grido d´allarme arrivi da loro ed è un buon segno per i lavoratori. Dentro Confindustria pesa ancora il manifatturiero cioè chi si pone il problema della concorrenza internazionale e della tenuta dei consumi interni. Nei servizi, come le banche e le assicurazioni, imperano atteggiamenti più cinici. Ma anche se gli industriali, come chiede il sindacato, devono concedere aumenti salariali, servono interventi sulla tassazione e sui prezzi per non vanificarli. La politica dei redditi è questa».
Dopo gli autotrasportatori, i sindacati di Alitalia minacciano un Natale di disagi. È inevitabile?
«Non abbiamo altro modo per farci sentire. La compagnia è a un passaggio cruciale e da un anno e mezzo non ci viene accordato un incontro. Vogliamo discutere in trasparenza. Invece c´è l´interesse a svendere la compagnia, probabilmente agli stranieri, come fossimo un piccolo paese, e a nascondere i veri criteri della scelta, ma noi daremo battaglia».

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lunedì 10 dicembre 2007

Governo Prodi traballante. Cade, no, non cade, si cade... no tiene.

SICUREZZA/ DOMANI DL ALLA CAMERA, FORTE TENSIONE NELLA MAGGIORANZA.
Si rafforza asse cattolici Unione,sinistra non cede. Governo media.


(Apcom) - Sul futuro (incerto) del Dl espulsioni e delle norme sull'omofobia ad esso legate "ormai si gioca a carte scoperte: l'auspicio è che qualcuno faccia un passo indietro, altrimenti non c'è soluzione per questo provvedimento", deve tornare in Senato e non ci sono i numeri per farlo passare. La situazione è praticamente quella di un passeggero seduto su una macchina lanciata a 180 chilometri all'ora contro un muro, soprattutto se si tiene conto che il virgolettato è nè più nè meno il riassunto delle letture della storia che vengono fatte al Viminale, ministero 'competente in materia' e che "non ha particolare affezione all'inserimento delle norme sull'omofobia in un dl che risolve il problema delle espulsioni di cittadini comunitari".

Su quelle norme, invece, si gioca una partita tutta politica fra le diverse anime dell'Unione. La sinistra radicale "esige" che le pene per chi discrimina in base all'orientamento sessuale ci siano e che venga corretto l'errore nel testo licenziato dal Senato. La parte cattolica, invece, sancisce che "o il testo passa così (con l'errore che invalida di fatto la norma), o si cambia togliendo interamente il riferimento all'omofobia". In mezzo, il Partito Democratico, spaccato fra chi sottolinea, come il ministro dell'Istruzione Beppe Fioroni, che "la norma sull'omofobia deve essere rimossa dal dl espulsioni" e chi sostiene, come la ministra per le Pari Opportunità Barbara Pollastrini, la necessità di "dare al Paese norme adeguate contro l'omofobia" e che "una soluzione si può e si deve trovare", magari "parlandone con Prodi, Chiti e i gruppi parlamentari della maggioranza".

In mezzo, com'era prevedibile, proprio Romano Prodi e tutto il governo, perchè questo dl è la norma su cui si è registrato il maggior numero di minacce di dimissioni e di uscite dalla maggioranza: Amato ("mi dimetto se non viene convertito in legge"), Mastella e l'Udeur ("usciamo dalla maggioranza se non si tiene fede alla parola data di non aprire la strada ai matrimoni omosessuali"), i teodem (Paola Binetti ha votato già no una volta alla fiducia sul Dl), Rifondazione Comunista (Giovanni Russo Spena disse in Senato "non potremmo votare un dl sfregiato"). Non solo: a 'metterci la faccia' anche il ministro per i rapporti con il Parlamento Vannino Chiti (Dopo l'approvazione in Senato il 6 dicembre fu lui a dire davanti alle telecamere che "l'articolo 1 bis, è sbagliato nella sua formulazione, non attuabile e improprio. Per motivi procedurali non è stato possibile sopprimerlo", ma il governo "si impegna a cancellarlo improrogabilmente entro fine anno con un nuovo provvedimento").

Ecco perchè è logico che la patata bollente finisca in mezzo al tavolo del Cdm di domani, proprio mentre a Montecitorio le commissioni Affari Costituzionali e Giustizia (a cui è stato affidato congiuntamente il provvedimento) ascolteranno la relazione del deputato del Pd Roberto Zaccaria, che però non potrà non tener conto delle parole di oggi dei capogruppo del Pd, Antonello Soro e Anna Finocchiaro: "la Camera deve approvare il decreto sicurezza senza modificare il testo arrivato dal Senato, per la necessità di disporre gli strumenti utili e garantire agli italiani condizioni di pacifica convivenza, contrastando ogni forma di xenofobia".

In Cdm, con ogni probabilità, si dovrà trovare una soluzione, tanto più che al briefing serale fonti di palazzo Chigi assicurano che "il governo mantiene il suo impegno a trovare una soluzione condivisa" e che "i ministri competenti sono al lavoro, mentre Chiti ha già detto che l'esecutivo si sarebbe fatto carico della situazione: l'impegno è stato mantenuto". Al momento, però, le carte sono oggettivamente pessime: a Montecitorio è arrivato un testo che contiene un errore e che quindi così com'è non può passare e su cui il governo si è impegnato anche in linea di principio. Ma se viene cambiato, anche solo di una virgola, deve tornare al Senato, dove, oltre al problema dei numeri, c'è anche quello del calendario, con il 31 dicembre data ultima per la conversione del dl. Inoltre, attenzione ai cambiamenti, perchè soddisfare la parte di centro vuol dire rompere con quella di sinistra e viceversa.

L'unica soluzione concreta, al momento, sembra essere quella proposta da Marcella Lucidi, la sottosegretario all'Interno che ha seguito tutto l'iter del provvedimento: un cdm di fine anno o l'inserimento delle modifiche volute dai teodem nel decreto milleproroghe. Ma pare non bastare ai mastelliani e ai cattolici, che dicono chiaramente: o il dl passa com'è o usciamo dalla maggioranza. Per cui, tutto alla fine si riduce a quello che nessuno ha il coraggio di dire ufficialmente ma che alla fine tutti pensano: "o qualcuno fa un passo indietro o è finita".

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Sinistra, divisi e indecisi a tutto. Il parere di una destra che invece è unita...

(Potere sinistro) Il governo si regge su un equilibrio sempre più precario, appeso com’è alle insoddisfazioni dei teodem, alle richieste di radiazione nei loro confronti, alle parole di Mussi che si chiede come possano stare insieme la Binetti e le femministe o – più in grande – gli operai di Torino e Luca Cordero di Montezemolo. Un quadro di fronte al quale Prodi, però, dice di voler stare fermo “come un semaforo” mentre tutto gli gira intorno.

Mastella-Di Pietro
Il Guardasigilli agita ancora una volta lo spettro della crisi di governo nel caso in cui dovesse essere mantenuta nel dl sicurezza la norma sull’omofobia: “Se Rifondazione comunista e altri rinnegano l’impegno di modificare alcuni elementi nel decreto sicurezza, per noi dell’Udeur è crisi di governo, togliamo la fiducia e la nostra esperienza politica finisce qui. Rimarremo formalmente nel governo fino a fine anno, solo per votare la Finanziaria ed evitare l’esercizio provvisorio”.
Dichiarazioni che hanno suscitato la reazione del ministro della Solidarietà sociale Ferrero, che non vuole sentir parlare di modifiche al testo: “Spero che si possa ricredere e ravvedere, perché la norma fatta è assolutamente corretta e non ha nulla a che vedere con i reati di opinione”.
Mentre il ministro Di Pietro ha sancito la fine politica della maggioranza: “Piaccia o non piaccia dopo il voto di fiducia la maggioranza politica non c’è più. Di questo va preso atto e per questo noi di Idv chiediamo non solo una verifica politica, ma che si avvii un nuovo processo costituente affinché la prossima coalizione sia ‘del fare’ sullo stesso programma e non della logica dello stare insieme solo contro qualcuno. Non se ne può più di litigiosità. Meglio scomporre e ricomporre i poli in modo più omogeneo”.

Omofobia
All’indomani dell’ennesima fiducia risicatissima ottenuta al Senato sul decreto sicurezza, la questione omofobia fa fibrillare la maggioranza. Chiti ribadisce a nome del governo che l’esecutivo cancellerà le norme controverse con un successivo provvedimento. Ma questo non è certo sufficiente a scongiurare la guerra di religione, che è già in atto, tra laicisti e integralisti cattolici. Da una parte Rifondazione ripete che quell’emendamento è sacrosanto e non va toccato, dall’altra Mastella minaccia la crisi.
Un bel rompicapo sul tavolo di Palazzo Chigi. E il caso Binetti è tutt’altro che risolto, visto che qualcuno nella maggioranza - e anche nel Partito democratico - vorrebbe vedere punita con l’espulsione dal gruppo la senatrice cattolica per il voto che ha fatto sfiorare la crisi di governo. L’ultimatum dell’ala sinistra è però speculare a quello dei moderati, anch’essi in grado - di fronte a una rottura del patto di coalizione - di staccare la spina al governo.
La situazione appare dunque sempre più precaria, e la polemica sui reciproci estremismi sta ulteriormente allargando le ferite della coalizione.

Base di Vicenza
Ma i problemi della maggioranza non si riducono alle sole divaricazioni sull’omofobia. Come dimostrano le nuove polemiche sulla Finanziaria: i Comunisti italiani hanno infatti abbandonato platealmente l’ultima riunione. Per di più, i quattro ministri che rappresentano la “cosa rossa”, che ieri era impegnata negli stati generali della sinistra, hanno scritto a Prodi per riaprire la questione della base militare di Vicenza. Tema che è stato al centro dell’assemblea di ieri, con un’irruzione dei pacifisti sul palco e con il pronunciamento di Pecoraro Scanio secondo il quale, senza una verifica dell’impatto ambientale, i lavori di ampliamento della base militare non potranno partire. Ma Prodi ha già dato il via libera.

Legge elettorale
Il filo diretto tra Veltroni e Berlusconi sulla riforma elettorale sta terremotando l’Unione sia perché i cespugli temono di essere spazzati via, sia perché all’interno del Pd i prodiani doc non nascondono i propri malumori. Ma chi sperava, nella direzione del partito, che Veltroni facesse qualche passo indietro sulla linea della trattativa, è rimasto deluso. La Bindi ha chiesto le primarie sulla linea della legge elettorale elaborata da Vassallo, e Parisi ha proposto di sottoporre a un referendum le due linee contrapposte. Il ministro della Difesa sostiene che nel Pd si confrontano una linea della continuità ulivista e un’altra della discontinuità proporzionalista.

Il caso Bertinotti
L’outing del presidente della Camera contro Prodi e la sua certificazione della fine politica del governo hanno prodotto uno strappo che probabilmente non potrà mai essere ricucito.
La risposta del sottosegretario Micheli ha aperto una crisi istituzionale senza precedenti tra Palazzo Chigi e Montecitorio, e inoltre la prodiana Bindi si è scagliata contro Bertinotti dicendo che, se cade il governo, cade anche la maggioranza che ha eletto il presidente della Camera. Il quale, dunque, in tal caso si dovrebbe immediatamente dimettere.

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Rutelli: Binetti ha sbagliato, ma la norma sui gay è assurda. "Prodi a gennaio deve accelerare riforme non solo con Berlusconi".

(Luigi Contu - La Repubblica) Onorevole Rutelli, Fausto Bertinotti ha lanciato un messaggio conciliante nei confronti del governo dopo lo strappo consumato con l'intervista a Repubblica. Resta un fatto però che la fiducia sul decreto sicurezza è stata ottenuta con il voto determinante dei senatori a vita, tanto da far dire a Di Pietro che ormai non esiste più una maggioranza politica. Condivide questo giudizio?

"La maggioranza politica della legislatura è questa e solo questa. Non inseguirei le dichiarazioni di giornata che, certo, non aiutano. Ma almeno c'è una novità: dichiarazioni dello stesso segno ora arrivano anche dal centrodestra, dove quotidianamente si dà per morta quella coalizione. Vuol dire che è iniziato il cambiamento profondo che abbiamo fortemente voluto quando abbiamo accelerato la nascita del Partito democratico: un cambiamento che attraversa in profondità gli schieramenti. Quanto ai voti del Senato, non drammatizzo: una maggioranza di soli due senatori ha affrontato con successo migliaia di votazioni e si è dimostrata molto più solida di qualunque previsione, date le evidenti differenze interne. Il punto ora è un altro: che missione si dà il governo dal gennaio 2008".

Ritiene che il governo possa realisticamente puntare a concludere la legislatura?
"Si, ma a una condizione. Che non punti a sopravvivere, ma dica agli italiani quali forti, chiare priorità intende seguire. Quali grandi obiettivi è necessario portare avanti. Io immagino Prodi concordare con i partiti e nel governo un'offensiva. Di riformismo coraggioso, non tiepido. Penso a tre azioni condivise: sicurezza e legalità; difesa del potere d'acquisto per i redditi medio-bassi; nuova ondata di liberalizzazioni e semplificazioni per sostenere la crescita economica. L'Italia capirebbe la necessità di non precipitare alle elezioni, la maggioranza si metterebbe unita al lavoro, mentre in Parlamento si riformano legge elettorale e istituzioni".

Spieghi in concreto quali provvedimenti dovrebbe prendere il governo per non vivere alla giornata.
"Glielo spiego: è insostenibile che si affronti la crisi della legalità come risposta emotiva a un crimine efferato. E' tempo di girare la vite della certezza della legge e delle pene, con razionalità: ci vuole una sessione parlamentare dedicata alla sicurezza in cui tutti siano chiamati a una prova-verità. Ancora: sto lavorando, con le associazioni delle piccole e medie imprese, a un "crash program" per abbattere la burocrazia degli adempimenti amministrativi, che pesano per miliardi e miliardi sulla competitività del sistema-Italia. Chiedo alla sinistra radicale: volete utilizzare la partecipazione al governo per contrastare davvero precarizzazione e morti sul lavoro? Vogliamo approvare o no le misure della Lanzillotta per creare concorrenza e abbassare le tariffe nei servizi locali? Quelle di Bersani per le liberalizzazioni? Quelle che ho proposto io per rinegoziare i mutui e per poterli trasferire senza oneri su banche che praticano interessi più vantaggiosi? Vogliamo sterilizzare le accise sui carburanti, pretendere tariffe Rc-auto più eque? Discutiamo, definiamo le priorità per parlare al paese. Ognuno di noi svilupperà il suo impegno - io, appassionatamente, la cultura, che è basilare. Ma torniamo in Parlamento per condividere con tutta la maggioranza un piano d'azione delle priorità 2008. A Prodi dico: hai la nostra fiducia, dai un'accelerata decisa".

La Cosa Rossa chiede a Prodi di ascoltare di più le richieste della sinistra e meno quelle dei moderati dell'Unione. A gennaio Rifondazione vuole aprire una verifica programmatica, delusa dalle politiche sociali del governo. Lei che è stato il primo a parlare di alleanze elettorali "di nuovo conio", cioè senza la sinistra radicale, crede che ci siano ancora i margini per un'intesa?
"Credo di aver detto una verità su cui oggi si mostrano d'accordo in molti. Veltroni ha impostato sulla coerenza e la chiarezza dei programmi di governo tutto il suo discorso sul Pd che nasce, e che sfida la destra per fare le riforme. E anche Bertinotti al fondo che dice? Che la "Cosa Rossa" possa decidere se concorrere al governo oppure stare all'opposizione. Ma attenzione: parliamo della prossima legislatura, e dopo l'approvazione di una nuova legge elettorale. Chi violasse oggi l'accordo preso davanti agli elettori, pagherebbe un prezzo altissimo. E che sia la sinistra radicale o Dini, Mastella o Di Pietro, non cambierebbe molto. Un anno e mezzo fa abbiamo chiesto consensi per governare, non solo per mandar via Berlusconi. E adesso ciascuno deve dimostrare di avere idee e progetti, oltre che manifestare differenze dagli altri".

Come giudica l'andamento dei colloqui avuti da Veltroni e Franceschini sulle riforme? Ritiene che sia davvero possibile un accordo a larga maggioranza?
"Molto utili i colloqui, molto saggio aver chiarito che si cerca di fare la riforma con tutti, incluso Berlusconi. Naturalmente, non debbono farla solo Pd e Berlusconi: sarebbe come prefigurare un governo istituzionale tra noi e Forza Italia, che certo non si potrebbe fare; o un astratta aspirazione a passare da cinquanta a due partiti dominanti: sarebbe velleitario, oppure autoritario. C'è una finestra di opportunità, sarebbe imperdonabile non coglierla".

Non è rischioso per il governo che il Pd non cerchi prima un'intesa con le altre forze della coalizione piuttosto che con le opposizioni?
"Ma abbiamo ricercato la convergenza innanzitutto nel centrosinistra, anche se certo non va assegnato potere di veto a un singolo partito dissenziente. Vede, se avessimo guardato al solo interesse del Pd, ci saremmo incaponiti sul maggioritario francese, a doppio turno, che è quello che anch'io prediligo. E invece abbiamo puntato sul sistema tedesco, con limitate correzioni che incentivano le aggregazioni e la governabilità, perché è senz'altro quello preferito nell'Unione, e con importanti disponibilità nel centrodestra".

Intanto Fini annuncia l'ostruzionismo di An per impedire l'intesa tra il Pd e il Cavaliere sul Vassallum. Come giudica questa posizione di An?
"C'è un fatto politico grande come una casa. Fino a pochi mesi fa Fini promuoveva il referendum - che mantiene intatto il bipolarismo coatto della "legge-porcata" di Calderoli - per non scivolare sulla posizione estrema della sua coalizione. Oggi c'è una rottura: come Casini, preferisce giocare in proprio le sue carte piuttosto che restare assoggettato a Berlusconi, che ha dimostrato grande insofferenza verso i suoi alleati. Vedo che - dopo aver votato la legge Calderoli, promosso il referendum, difeso il maggioritario a un turno - Fini ora ha cambiato per l'ennesima volta la sua linea, e si pronuncia per il sistema francese a doppio turno. Verificheremo, laicamente, se vi sia consenso in Parlamento".

Domani in commissione Affari Costituzionali del Senato sarà presentato il testo base della riforma elettorale. Quale modello ritiene sia più giusto per fare uscire l'Italia dalla instabilità? E quale quello che ha più possibilità di essere approvato?
"Dopo 14 anni, il paese vuole maggioranze europee, non caravanserragli. Significa non dover infilare nelle coalizioni tutti i partiti sulla piazza. Dal Regno Unito alla Francia, si vince con la chiarezza dei programmi, non certo con l'ampiezza delle coalizioni. Io difendo convintamente il sistema tedesco, anche sul piano istituzionale, e ricordo che è un nitido sistema bipolare. Quindi: lo sbarramento al 5% riduce la scena politica al massimo a cinque-sei partiti".

Paola Binetti, eletta nella Margherita, non ha votato la fiducia al governo per il cosiddetto emendamento sull'omofobia. Ancora una volta il rapporto tra fede e politica entra in cortocircuito. Cosa pensa del gesto della senatrice Binetti? Ritiene anche lei che quella norma vada cancellat dal decreto?
"Questa vicenda è incredibile: cosa c'entra il riferimento all'omofobia con un decreto-legge sulla sicurezza approvato per dare ai prefetti potere d'espulsione nei confronti dei delinquenti? Non ne sapevo nulla, e oltretutto è stata scritta una norma sbagliata, con riferimento sbagliato a una Direttiva Ue, e il governo si è impegnato a cancellarla. La Binetti, e gliel'ho detto ieri, non avrebbe dovuto votare no alla fiducia al governo. Quanto alla politica, mobilitiamoci contro le condanne a morte di omosessuali nel mondo, da Cuba all'Iran. Combattiamo ogni discriminazione su base sessuale, anche con misure di legge. Ma, per favore, piantiamola di immaginare che nell'Italia del 2007 ci sia una minaccia oscurantista ordita dalla Chiesa cattolica. Per chi volesse comprendere meglio i problemi, seri e veri, della società di oggi, consiglio delle conversazioni con i nostri ragazzi che hanno tra i 12 e i 20 anni. L'agenda dei valori, delle urgenze e delle differenze di cui discutere parte da qui. Se vuole ne parliamo nella nostro prossimo colloquio...".

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