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mercoledì 9 luglio 2008

L'uomo italiano non è più uno "sciupafemmine". Ansie da "dimensione" e fragilita'.

(Agi) Addio allo sciupafemmine italiano. Il mito dell’amante latino per eccellenza appartiene oramai al passato.

Stando a quanto emerge dalla campagna ‘Torna ad amare senza pensieri’, promossa dalla Societa’ Italiana di Andrologia (SIA), oggi il giovane maschio italiano e’ “preoccupato, fragile e perennemente in ansia” per la sua vita sessuale.

La campagna ha registrato un successo senza precedenti del numero verde e del sito (www.amaresenzapensieri.it), interamente dedicati alle patologie sessuali. In 40 giorni, fanno sapere dalla SIA, sono state quasi 15.000 le chiamate ricevute dagli oltre 100 specialisti andrologi che hanno risposto al numero verde da sabato 17 maggio.

A chiamare sono stati uomini di tutte le regioni italiane, con una netta prevalenza delle regioni del sud e delle isole, con il 42,3%. Ultimo in classifica il nord est con l’11,4%. Tra le citta’, invece, Roma (1049) batte Milano (835) e Napoli, con 946 telefonate, sorpassa citta’ come Palermo (321) e Firenze (221).

“Tra tutti i dati raccolti nel corso dell’attivita’ del nostro numero verde - spiega Bruno Giammusso, andrologo e coordinatore scientifico della campagna - e’ da sottolineare la netta preponderanza di chiamate da parte di giovani uomini, sicuramente perche’ piu’ inclini all’utilizzo di strumenti quali infoline e siti web. Questo dato, pero’, deve farci riflettere. E’ un chiaro sintomo di come i giovani maschi italiani siano preoccupati, fragili e in ansia relativamente alle diverse tematiche della funzione sessuale, anche in assenza di particolari patologie”.

Le domande piu’ frequenti hanno riguardato “l’eiaculazione precoce e le dimensioni dei genitali”, continua Giammusso, “che ancora oggi rimangono una delle principali fonti d’ansia. Si tratta di una preoccupazione ingiustificata, perche’ essa deriva dalla mancanza di un’adeguata formazione in fatto di educazione sessuale e dal rapportarsi a modelli sbagliati”. Altra categoria di utenti assidui del numero verde SIA sono stati uomini “piu’ avanti con gli anni”, racconta Bruno Giammusso, “specialmente cardiopatici e ipertesi, che sentono il bisogno di tornare ad avere una vita sessualmente attiva e soddisfacente. Per questo, hanno chiesto agli andrologi delucidazioni sui farmaci orali con indicazione per il trattamento della disfunzione erettile (come il Viagra, ndr) e su loro possibili effetti collaterali”.

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giovedì 14 febbraio 2008

Gli editori cattolici pubblicano i libri per curare i gay. Libri superati dalla storia e dalla scienza.

(Chiesa Cattiva) Nelle ultime settimane si è polemizzato molto sulle cure che gli psicologi cattolici propinano agli omosessuali. Queste terapie coercitive arrivano dagli USA e sono state difese a spada tratta da illustri menti della chiesa romana. Monsignor Sgreccia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha dichiarato che "chi ha particolari tendenze sessuali, come gli omosessuali, non va discriminato, ma aiutato con interventi di tipo psicologico e con terapie adeguate". La Senatrice del Partito Democratico Paola Binetti, membro dell'Opus Dei, ha dichiarato che questi psicologi svolgono in lavoro eccellente.


Negli Stati Uniti esistono veri e propri centri di cura che, a giudicare dalle regole, sembrano più simili a campi di concentramento che a cliniche. In Italia, le organizzazioni che propongono queste cure stanno trovando terreno fertile grazie all'appoggio politico e vaticano. Come testimoniato dal giornalista Davide Vari, ci sono psicologi italiani che applicano queste teorie (prima, seconda, terza e quarta parte dell'inchiesta di dicembre 2007), ma già nel 2005 Stefano Bolognini aveva pubblicato questo dossier.

Sulle ipotetiche cure dell'omosessualità (che non è una malattia) ci sono numerosi testi anche in italiano, tutti pubblicati da editori cattolici.

Le Edizioni San Paolo sono il più importante editore cattolico italiano, lo stesso di Famiglia Cristiana, Il Giornalino e Jesus. Ha pubblicato numerosi testi sull'omosessualità e sulle fantomatiche cure. Il più sconcertante è il testo di Joseph Nicolosi, il principale promotore delle teorie di redenzione eterosessuale, ''Oltre l'omosessualità - Ascolto terapeutico e trasformazione'', edito nel 2007. In catalogo ci sono anche ''ABC per capire l'omosessualità'' a cura di Obbiettivo Chaire, un'altra delle organizazioni che si occupa di trafornare i gay in etero e che tiene i propri incontri all'Istituto Padre Beccaro di Milano. Sempre della San Paolo segnaliamo di Andrew Comiskey ''L'identità ferita: come superare le ferite sessuali e relazionali''.


Le Edizioni Ares hanno pubblicato il libro di J.M. van den Aardweg ''Omosessualità & speranza - terapia e guarigione nell'esperienza di uno psicologo''. Questa casa editrice è legata all'Opus Dei e ha in catalogo opere di papa Ratzinger, del fondatore dell'opera Josemaría Escrivá, dell'eurodeputato UDC e presidente del Movimento per la vita Carlo Casini. La Ares pubblica anche il mensile Studi Cattolici che ha come collaboratori, tra gli altri, il card. Biffi, don Gianni Baget Bozzo, Rocco Buttiglione, il vescovo Alessandro Maggiolini.

Città Nuova, casa editrice del movimento dei Focolari, ha pubblicato il libro di Gerard J. M. van den Aardweg ''Una strada per il domani - Guida all'auto-terapia dell'omosessualità''.


La casa editrice SugarCo, ha pubblicato due testi di Joseph Nicolosi dal titolo ''Omosessualità maschile: un nuovo approccio'' e ''Omosessualità: una guida per i genitori''. La SugarCo edita anche testi di padre Livio Faganza (direttore di radio Maria), dello scrittore cattolico Vittorio Messori e di Massimo Introvigne (dirigente di Alleanza Cattolica). Padre Livio ha anche curato la postfazione di un testo di Nicolosi, mentre Chiara Atzori, madrina italiana delle terapie per omosessuali, la prefazione.

Queste teorie sono superate da trent'anni, ma la chiesa cattolica continua a difonderne i manuali attraverso i propri editori.

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giovedì 7 febbraio 2008

Ritorna il dibattito sull'omosessualità.

Sotto diversi aspetti è ritornato di attualità il tema della libertà sessuale e la connessa problematica dei diritti individuali e sociali degli omosessuali.

(Luciano Nicastro* - Affari italiani) Anche oggi come ieri la questione “dell’orientamento sessuale” è condizionata in realtà dalla lettura della omosessualità come tendenza di natura o fatto di cultura, come libera scelta o destino meccanicistico. L’incursione di Davide Varì, giornalista di “Liberazione” (Dicembre 2007) ha voluto dimostrare che le “terapie riparative” dell’orientamento sessuale della persona, ancorché dettate da nobili motivazioni etico-religiose come nel caso del Prof. Cantelmi, che si rifà alle teorie del dottore americano Nicolosi, sono in verità discutibili sul piano scientifico e pedagogico in quanto violerebbero la libertà sessuale e sconvolgerebbero il vissuto delle persone degli omosessuali facendo nascere in loro complessi di colpa artificiali.

Secondo il Presidente Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, Giuseppe Luigi Palma, (cfr. “Liberazione”, 8 gennaio 2008, p. 7) “l’omosessualità è una variante naturale della sessualità”. Non avrebbe quindi fondamento l’accusa di devianza non esistendo una norma oggettiva di riferimento scientifico e di valutazione etica “oggettiva”. Sarebbe invece una violenza arbitraria quella di pensare che “l’omosessualità possa essere ri-orientata verso l’eterosessualità”. Compito etico dello psicologo sarebbe infatti quello di “rispettare l’orientamento sessuale della persona” e di fargli accettare la propria tendenza in termini positivi in applicazione del codice deontologico degli Psicologi. Sul nodo teorico della genesi dell’orientamento sessuale si aspetta anche un pronunciamento dell’Ordine dei Medici. Come è noto nella nostra Costituzione (art. 3) è prevista l’uguaglianza di tutti i cittadini senza alcuna forma di discriminazione sessuale. In questo senso le scelte sono libere, e se sono tali sono anche reversibili: cioè può essere “liberamente” reversibile anche l’orientamento sessuale.

Non a caso Michel Foucault nella “Storia della sessualità” (1976) individuò due snodi storici paradigmatici nel modo di considerare la sessualità. La prima nel Seicento quando nacquero i grandi divieti e le grandi proibizioni per valorizzare e centrare la sessualità, con il linguaggio del pudore espressivo, nella sfera “della sessualità adulta e matrimoniale”. La seconda nel ‘900 con la svolta di Sigmund Freud e con le due rivoluzioni sessuali del primo femminismo di Simone di Beauvoir (autrice del “Secondo sesso”!) con la tesi che “donna non si nasce ma si diventa” e del secondo femminismo di Luce Irigaray (Speculum – L’altra donna, 1974) con il pensiero radicale della differenza sessuale “femminile” come nuova categoria della filosofia che porta ad una rivalutazione del corpo femminile come luogo dell’autonoma e specifica identità femminile, superando la concezione psicoanalitica freudiana della carenza e sottrazione del maschile.

E’ merito comunque di Freud l’avere colto la sessualità anche in relazione profonda ai vissuti inconsci della psiche umana e della cultura come dinamica sociale. Per Freud, come è noto, la latente bisessualità originaria, nella fase dell’autoerotismo, perviene alla propria identità, a differenza del “dato di fatto” del sesso biologico, nella fase della maturità della propria scelta riproduttiva e oblativa. L’orientamento sessuale è quindi il risultato di un processo formativo che parte dall’infanzia ed ha nella natura le radici non solo biologiche ma anche psicologiche di ambivalenza androgina” mentre assume i suoi connotati successivi operando le proprie scelte di campo nel quadro di una cultura identitaria che si ancora ai valori di un proprio progetto esistenziale e sociale. L’iniziazione sessuale, specie dopo il periodo di latenza, è il luogo della prima interiorizzazione psichica dell’erotismo personale: gratificante e liberante o alienante come rifugio personale, piacevole e mitico di una propria vita desiderata.

E’ sempre presente l’influenza “identificante e accattivante” di una figura adulta dello stesso sesso che aiuta la socializzazione verso l’equilibrio o la nevrosi di prestazione, nel gruppo dei pari. L’esperienza idealtipica e “anticipatoria” della propria crescente maturità sessuale, sia biologica che psichica, definisce l’orientamento sessuale “virtuale” che può essere rimesso in discussione, anche se con difficoltà, nella successiva età adulta. Bisognerebbe conoscere meglio percorsi, ragioni e problemi della scelta dell’omosessualità. Ad esempio sembra che l’esperienza della mitizzazione sessuale della penetrazione anale porti alla enfatizzazione dell’omosessualità maschile mentre quella della paura riproduttiva e del “piacere a fior di pelle” favorisca la predilezione per la omosessualità femminile. Secondo Piero Balestro invece “l’omosessuale è quella persona che non trova «significante» (cioè capace di veicolare un messaggio di piacere e di amore) un’azione sessuale posta con l’altro sesso” (Piero Balestro, Legge e libertà sessuale, Rusconi edit., Milano 1982, pp. 190-194).

Il “significante” che attira la soggettività però non può prescindere dal significato “oggettivo” della sessualità umana che è per vocazione aperta al trascendente esistenziale, quello che trabocca per amore nella identità profonda, riproduttiva e integrativa, come da natura biologica. Non si ferma così al dato e all’acquisto, al consumo e al possesso dell’altro, ma tende oltre la ripetizione, verso la felicità come pieno appagamento e beatitudine nel dare e nel ricevere la vita. La fede apre la sessualità umana al senso e al significato “oggettivo”, fa individuare il proprio “dovere” nel piacere e fa trovare una logica di amore nel piacere (cfr. L. Nicastro, “L’antropoanalisi di Piero Balestro”, Rubbettino 2004). La “reversibilità delle scelte sessuali”giustifica la psico-pedagogia del “riorientamento sessuale”, purché libero e gratificante. E’ possibile quindi determinare la propria vita sessuale, oltre la stagnazione degli schemi e delle situazioni di partenza con la ricerca non solo della libertà dal peccato e dalle tentazioni che appartengono alla condizione umana ma del proprio sé attraverso il piacere superiore, necessario e utile.

La sfida educativa alla egemonia della cultura “radicale e borghese”, portata avanti con coraggio dalla Chiesa cattolica in Italia, si può sintetizzare nella tesi di fondo di porre la sessualità “dentro” un progetto esistenziale di vita eticamente e socialmente responsabile. Il giudizio morale interviene sulla questione di merito e riguarda il significato oggettivo della propria sessualità anche se non spegne con il bisogno dell’incontro, la ricerca del proprio “significante”. Il moralismo è stato sessuofobo e omofobo perché disprezzava la corporeità e assumeva un punto di vista precettistico astratto e negativo del piacere, fondato sulla considerazione della natura come dato biologico e sulla omosessualità come “malattia psichica” almeno nel senso di una sindrome derivante da qualche “disturbo socio-psico sessuale” più che sintomo di una fase di crisi o di ricerca di una propria identità e di costruzione di una scelta consolidata dalla maturità.

In generale nel caso di omosessualità “conclamata” si tratta di convivere con la propria diversità senza “orgoglio” né nevrosi. In questo senso è possibile “aiutare” a far coincidere esperienzialmente significante e significato nella propria vita sessuale umanizzando e arricchendo di scopo la propria vita sessuale (omo o etero) e la stessa attività di sublimazione. La temperanza e la continenza sono virtù della persona che aiutano ad avere relazioni umane più virtuose con tutti favorendo obiettivi di crescita e di relazioni autentiche. Il caso sociale più preoccupante che sta alterando il nostro costume sociale è l’aumento crescente di individui cosiddetti “normali” che scelgono il sessismo e la violenza sessuale nelle forme radicali dello stupro e in quella “goliardica” del bullismo erotico senza pudore. Ha ragione il Papa Benedetto XVI quando invita i mass media a non farsi megafono strategico del materialismo e del relativismo (cfr. “Avvenire”, 25 gennaio 2008). Lo stimolo erotico “continuo” riproduce, attraverso i media e la pornografia sempre più spinta, una permanente induzione alla voglia e al consumo e non certo alla temperanza e alla morigeratezza dei costumi sessuali.

Papa Ratzinger sostiene a riguardo che “sia oggi necessaria una «info-etica» così come esiste la bio-etica nel campo della medicina e della ricerca scientifica legata alla vita” (cfr. Avvenire, 25 Gennaio 2008, p. 3) anche perché per accrescere l’audience ormai si usa a piene mani la trasgressione e la volgarità e si manipola la realtà creando “eventi” di cosiddetto progresso culturale e civile come il “suicidio della famiglia…” La diversità “omo ed etero o trans” appartiene alla propria determinazione di adulti ed è riferibile ad un proprio progetto di vita, chiuso o aperto alla fede, ma la scelta non può né deve essere indifferente ad un senso morale, sociale e oggettivo di tipo pubblico che oggi viene eroso dal bombardamento mediatico quotidiano della cultura dell’individualismo pan-sessuale che rende tutto lecito, anche le devianze più impensabili e senza confini, compreso il sessismo maschilista.

*filosofo e sociologo

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domenica 3 febbraio 2008

Associazionismo a Brescia. Lily Elbe al servizio della comunità transessuale.

(Il Brescia) Da alcuni mesi il variegato panorama associativo bresciano può contare su una nuova realtà. Lo scorso settembre infatti è nata Lily Elbe, Associazione di volontariato sociale per il supporto delle persone transessuali. Dopo una attenta valutazione del fenomeno del transessualismo nel territorio bresciano è infatti emersa una totale mancanza di servizi pubblici e privati nell'affrontare il fenomeno della diversità di genere. Questa nuova realtà nasce per soddisfare i bisogni delle persone transessuali che vivono situazioni di forte disagio sociale, tutelando i loro diritti nel mondo del lavoro, seguendone il percorso di cambiamento e di riassegnazione dei caratteri sessuali, fornendo informazioni sanitarie.
Lily Elbe promuoverà iniziative culturali ed educative, metterà in contatto il mondo del transessualismo con i servizi sociali, sanitari e di volontariato del nostro territorio, fornirà un servizio di primo contatto con soggetti transessuali, di supporto psicologico, di ascolto e di mutuo aiuto. Anche la scelta del nome ha un valore simbolico. Nel 1940 Lily Elbe (formalmente Heinar Wegener), pittore danese, si sottopose per primo ad un operazione chirurgica per il cambiamento di sesso. La nuova associazione, guidata da Gloria Sosta, va così a colmare un vuoto, ponendosi a servizio della numerosa comunità transessuale bresciana. Una nuova realtà che ci rafforza come soggetto sociale e offre nuove prospettive, idee e forza alle nostre battaglie di libertà. Tutte le informazioni sull'associazione sono reperibili su www.lilyelbe.it o scrivendo a info@lilyelbe.it.

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mercoledì 16 gennaio 2008

L'Avvenire e le "terapie riparative" per gli omosessuali. "Linciaggio mediatico contro il professor Tonino Cantelmi".

Claudio Risè: l’ideologia è nemica della psicologia. Commento alla vicenda che ha coinvolto il professor Tonino Cantelmi.

(Antonio Gaspari - Zenit.org).- Con un editoriale pubblicato da “Avvenire” questo martedì, il professor Claudio Risè, docente di Psicologia dell’Educazione alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Milano, ha spiegato che è legittimo che gli psicologi rispondano al bisogno di cura di chi soffre, e ha denunciato il linciaggio mediatico ai danni del professor Tonino Cantelmi.

Risè, che dal 1976, è attivo nel campo della Psicologia analitica, ha precisato che “l’ascolto e l’accoglienza del dolore umano (la parte più difficile, ma decisiva, della psicoterapia) ha un grande nemico: l’ideologia, che pretende di distinguere tra sofferenze 'giuste', ascoltabili, e sofferenze sbagliate, inaccettabili”.

Il Direttore della collana “Psiche e società” della casa editrice San Paolo ha raccontato come già Freud alla fine dell’800 venne criticato perché ascoltava le sofferenze delle persone.

“Un secolo dopo – sottolinea Risè - ancora si rifiuta, in un nuovo modo, di dar voce al dolore umano dissonante con pregiudizi potenti. Che oggi sostengono (tra l’altro) che nella persona omosessuale tutto va bene, e quindi non ci può essere un dolore che un terapeuta debba ascoltare, per aiutarla, se lo desidera, a porvi rimedio”.

Risè fa esplicito riferimento al linciaggio mediatico contro il professor Tonino Cantelmi, Presidente dell’Associazione Psicologi e Psichiatri Cattolici, generato dall'articolo scritto da un giornalista del quotidiano “Liberazione”, che si era spacciato per un omosessuale desideroso di mutare il proprio orientamento.

“Un’operazione rivelatrice del cinismo con cui certa politica guarda al dolore umano che non porti voti al proprio partito”, ha rilevato il noto psicologo.

La vicenda ha visto il coinvolgimento anche del Presidente dell’Ordine nazionale degli Psicologi, che, su sollecitazione del Presidente dell’Arcigay, ha scritto al quotidiano del Partito di Rifondazione Comunista una lettera in cui cita l’art. 4 del Codice Deontologico degli Psicologi.

Nel Codice si dice che “nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto... all’autodeterminazione... di chi si avvale delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, … sesso di appartenenza, orientamento sessuale”.

“Perfetto”, afferma Risè, che però non capisce il seguito della dichiarazione del Presidente dell’Ordine degli Psicologi, e cioè: “È evidente quindi che lo psicologo non può prestarsi ad alcuna 'terapia riparativa' dell’orientamento sessuale di una persona”.

“Come si concilia – chiede Risè a questo punto – il 'diritto all’autodeterminazione e all’autonomia del paziente' col rifiuto di terapie che accolgano il bisogno che egli esprima di modificare il proprio orientamento sessuale?”.

Ed ancora: “Se una persona credente, con tendenze omosessuali, si rivolge ad un terapeuta perché queste gli causano disagio, lo psicologo può derogare al rispetto di opinioni e credenze?”.

Citando i principali manuali diagnostici in uso nella comunità scientifica, Risè spiega che “omosessuale o eterosessuale non fa differenza: se qualcuno soffre per la propria sessualità, va ascoltato, e preso in carico”.

Anche il manuale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ICD-10, riporta il disturbo F66.1 Orientamento Sessuale Egodistonico, prevedendo che “l’individuo può cercare un trattamento per cambiare... la propria preferenza sessuale”, ribadisce il noto psicologo.

“Anche in Italia dunque, come negli altri Paesi democratici – conclude Risè –, gli psicologi rispondano al bisogno di cura di chi soffre, e non alle intimazioni di partiti e ideologie”.

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martedì 15 gennaio 2008

"Curare i gay". Per alcuni psicologi cattolici, l'omosessualità è ancora una malattia.

(Adista) Una "terapia riparativa" per "guarire" dall’omosessualità. Ancora oggi, nonostante le prese di posizione nettissime ed inequivocabili da parte della comunità scientifica internazionale, c’è chi tratta l’omosessualità come una malattia da dover curare, provocando enormi danni nell’equilibrio psichico di coloro che decidono improvvidamente di affrontare questo "cammino terapeutico". A testimoniare la sopravvivenza di tali pratiche anche nel nostro Paese (negli Stati Uniti le "terapie riparative" sono molto diffuse grazie al sostegno economico e culturale di alcune sette protestanti), è stata l’inchiesta di Davide Varì, pubblicata su Liberazione lo scorso 23 dicembre. Varì, fingendosi un uomo con tendenze omosessuali, è riuscito a entrare in contatto con tale don Giacomo di Roma, che a sua volta lo ha indirizzato allo studio del professor Tonino Cantelmi, presidente e fondatore dell’Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici e docente di psicologia all’Università Gregoriana. Il responso del professore è giunto al termine di una trafila di incontri e test che si è protratta per circa sei mesi: Cantelmi, ha raccontato Varì, "mi parla di ‘leggera nevrosi e depressione’ che avrebbe indotto la mia deviazione sessuale, l’uscita dai binari di una sessualità sana e consapevole. ‘Tu non sei propriamente un omosessuale’, mi dice. ‘La tua mi sembra più una preoccupazione determinata da alcuni episodi legati all’infanzia. A questo punto si tratta di andare a ripescare quelle fratture e superarle attraverso una terapia adeguata’".

L’articolo di Liberazione - che ha riportato alla luce una realtà, quella dei centri per la "cura" dell’omosessualità, già emersa da un’inchiesta pubblicata nel maggio del 2005 dal mensile gay Pride a firma di Stefano Bolognini - ha suscitato vivacissime polemiche. Il presidente dell’Ordine Nazionale Psicologi, Giuseppe Luigi Palma, ha dichiarato che "lo psicologo non può prestarsi ad alcuna ‘terapia riparativa’ dell’orientamento sessuale della persona" e "nessuna ragione né di natura culturale né di natura religiosa, di classe o economica può spingere uno psicologo a comportamenti o ad interventi professionali non conformi" ai principi del codice deontologico.

Il senatore socialista Franco Grillini ha presentato un’interrogazione al ministro della Salute Livia Turco perché il governo "intervenga immediatamente e perché anche l’Ordine dei medici, in relazione agli psichiatri che sottopongono i propri pazienti alla conversione, prenda una netta posizione". Eppure nella stessa maggioranza di governo c’è chi, come la teodem Paola Binetti, ha dichiarato che "fino agli anni ‘80 nei principali test scientifici mondiali l’omosessualità era classificata come patologia, poi la lobby degli omosessuali è riuscita a farla cancellare. Ma le evidenze cliniche dimostrano il contrario".

Sulla vicenda è inoltre intervenuto Gianni Geraci, presidente del gruppo di cristiani omosessuali "il Guado" di Milano. "Come tanti omosessuali cattolici della mia età – ha scritto Geraci in un articolo fatto circolare in rete - certi approcci terapeutici li conosco bene, perché una ventina di anni fa ho chiesto a uno psicoterapeuta di ‘farmi diventare eterosessuale’". Ma se Geraci se l’è cavata con una "lieve depressione", ha conosciuto anche "persone a cui le cose sono andate decisamente peggio: qualcuno è ancora in una clinica psichiatrica, qualcuno si è addirittura suicidato dopo aver constatato che tre anni di sforzi per diventare ‘normale’ si erano rivelati inutili". Non è stata "la lobby gay, come sostiene la senatrice Binetti, a togliere l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali", ha aggiunto Geraci. "È stato il buon senso di centinaia di professionisti seri che, dopo aver visto le conseguenze nefaste di certe pratiche terapeutiche, hanno deciso che forse era il caso di utilizzare un approccio diverso: se un omosessuale va da uno psicoterapeuta, l’obiettivo che quest’ultimo gli deve indicare non è tanto quello di ‘guarire’ dall’omosessualità, quanto quello di imparare a vivere bene quella stessa omosessualità che una volta veniva curata".

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mercoledì 9 gennaio 2008

Luca Volontè a favore delle "terapie riparative" per omosessuali.

(Dire) "Il pronunciamento del presidente dell'Ordine degli Psicologi, Giuseppe Luigi Palma, e' frutto di un distorto senso della scienza. La sua autorevole opinione e' in favore dell'unica ideologia di genere e mentalita' della lobby dell'Arcigay".

E' l'opinione di Luca Volonte', capogruppo dell'Udc alla Camera, secondo cui Palma, che ha preso nettamente posizione contro le cosiddette terapie riparative, che cercano di 'guarire' l'omosessualita', "avrebbe cacciato e sanzionato dall'Ordine italiano pure Freud e radierebbe gli psicologi degli Stati Uniti d'America che invece ammettono il 'gayismo', ma anche la terapia riparativa".

"L'esultante posizione espressa da Grillini e soci e la stessa lettera del presidente Palma a Liberazione- rileva l'esponente centrista- stanno a dimostrare le esilaranti pretese omologatrici per tutti gli omosessuali, che si vogliono prima gay, e poi magari iscritti all'Arci. Una vergogna- aggiunge- per la scienza medica psicologica e pure per la liberta' di scelta delle singole persone". Per Volonte', infine, i comunisti "pretendono una sola soluzione per gli omosessuali, il gayismo, come nel pieno dei totalitarismi del passato".

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Omosessualità e terapie riparative. Un comunicato ufficiale dal Presidente dell’Ordine degli Psicologi.

(La famiglia fantasma) Ho appena ricevuto una mail dall’Ordine Nazionale degli Psicologi Italiani. Il presidente dell’ordine ha emanato un comunicato ufficiale, che qui vi riporto:

08/01/2008 - Omossessualità e “terapia riparativa”. Lo psicologo non deroga mai
In relazione alle polemiche innescate dal reportage di Davide Varì pubblicato su Liberazione riteniamo utile fornire alcuni elementi di riflessione. Lo psicologo non deroga mai ai principi del Codice Deontologico nessuna ragione né di natura culturale né di natura religiosa, di classe o economica può spingere uno psicologo a comportamenti o ad interventi professionali non conformi a tali principi. Questo non certamente per timore delle possibili sanzioni (che pur gli Ordini puntualmente comminano), ma perché i principi del Codice sono intimamente e inestricabilmente connessi con la cultura, il sapere e il saper fare dello psicologo. “Lo psicologo è consapevole della responsabilità sociale derivante dal fatto che, nell’esercizio professionale, può intervenire significativamente nella vita degli altri…. “ e quindi “nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione ed all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio/economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità. …” E’ evidente quindi che lo psicologo non può prestarsi ad alcuna “terapia riparativa” dell’orientamento sessuale di una persona.

Sono parole, ma parole chiare. Magari possono essere utilizzate dal Mario Mieli per definire meglio i termini della denuncia che (pare) sta preparando nei confronti della Binetti. Ho subito riporto all’ordine: “E’ possibile che venga sanzionata la binetti? Se sì, chi deve farlo?”

Vediamo se arriverà una risposta. Intanto, l’Ordine dei medici tace, colpevolmente.

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lunedì 7 gennaio 2008

Lettera agli Ordini degli Psicologi a proposito della terapia riparativa per l'omosessualità.

Ai consiglieri del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi Ai consiglieri degli Ordini Regionali degli Psicologi

Gentili colleghi, vi scriviamo in merito al tema delle terapie riparative per l’omosessualità, posto recentemente all’attenzione dei media dalla pubblicazione, il 23 Dicembre 2007, dell’articolo del giornalista di Liberazione Davide Varì, dal titolo: “Gli ho detto: sono gay. Mi hanno risposto: la sua è una malattia leggera, possiamo curarla.” La pratica della terapia riparativa viola palesemente il codice deontologico degli psicologi italiani. La terapia riparativa si basa su presupposti non scientifici e strumenti non conformi alla pratica professionale psicologica. Oggi, e da più di trent’anni, l'intera comunità scientifica internazionale considera l’omosessualità una variabile “normale” dell'orientamento sessuale e non una patologia. Inoltre, dal punto di vista della pratica clinica ci si trova di fronte ad uno dei più dolorosi tra i paradossi. Una persona in condizione di fragilità trova qualcuno che antepone, o impone grazie al ruolo di psicoterapeuta, le proprie convinzioni (religiose, politiche, ideologiche..) alla centralità della persona stessa. Il gruppo del dott. Cantelmi, cui l’articolo di Varì si riferisce, usa, senza soluzione di continuità, il Rorschach e il rosario, il colloquio clinico e la “penitenza” tipica delle pratiche di espiazione religiosa. Il professionista dell’aiuto qui non usa infatti qui i saperi e le tecniche per la risoluzione dei problemi psicologici: è infatti aprioristica la convinzione che l’omosessualità sia peccato e patologia e che come tale vada “espiata” oltre che “curata”.

Diversi gli articoli che appaiono implicati: innanzitutto l’articolo 4, che recita: "Nell'esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all'autodeterminazione ed all'autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall'imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnìa, nazionalità, estrazione sociale, stato socio-economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità. Lo psicologo utilizza metodi e tecniche salvaguardando tali principi, e rifiuta la sua collaborazione ad iniziative lesive degli stessi.". Gli aspetti evidenziati contrastano anche con l’articolo 5, che afferma: “Lo psicologo è tenuto a mantenere un livello adeguato di preparazione professionale e ad aggiornarsi nella propria disciplina specificatamente nel settore in cui opera. Riconosce i limiti della propria competenza ed usa, pertanto, solo strumenti teorico-pratici per i quali ha acquisito adeguata competenza e, ove necessario, formale autorizzazione. Lo psicologo impiega metodologie delle quali è in grado di indicare le fonti ed i riferimenti scientifici, e non suscita, nelle attese del cliente e/o utente, aspettative infondate”. L’utilizzo del proprio ruolo ai fini di convincimento e pressione sulla persona, specie ricordando che spesso le terapie riparative si rivolgono a minori, rappresenta un altro elemento di palese contrasto con una pratica professionale eticamente corretta. L’uso del potere della posizione di professionista unitamente all’ideologia religiosa, mette di fatto lo psicologo che eserciti terapie riparative in contrasto con l’articolo 3: “Lo psicologo è consapevole della responsabilità sociale derivante dal fatto che, nell’esercizio professionale, può intervenire significativamente nella vita degli altri; pertanto deve prestare particolare attenzione ai fattori personali, sociali, organizzativi, finanziari e politici, al fine di evitare l’uso non appropriato della sua influenza, e non utilizza indebitamente la fiducia e le eventuali situazioni di dipendenza dei committenti e degli utenti destinatari della sua prestazione professionale.”

Oltre alle considerazioni di ordine strettamente professionale e deontologico, riteniamo che in senso più ampio le terapie riparative costituiscano una grave violazione dei diritti, e per questo reputiamo di grande importanza che l’ordine nazionale e gli ordini regionali degli psicologi prendano chiara e netta posizione in merito. Come Associazione AltraPsicologia chiediamo pertanto al CNOP e agli ordini regionali di dare comunicazione ai propri iscritti ed alla società in merito alla condanna delle terapie riparative dell’omosessualità come forme di intervento gravemente lesive nei confronti delle persone che si rivolgono ad uno psicologo e come interventi inaccettabili dal punto di vista della pratica professionale. Chiediamo inoltre che segnalazioni di casi relativi alla pratica di terapie riparative siano approfonditi dalle commissioni deontologiche degli ordini regionali.

Distinti saluti,
Carlotta Longhi
Presidente Associazione AltraPsicologia

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domenica 30 dicembre 2007

Si amputa pene e lo butta nel water. Spagna, 30enne colto da raptus mistico.

Voleva smettere di peccare, e così si è tagliato il pene e l'ha gettato nel water. E' successo a Salamanca, in Spagna, a un 30enne in preda a una singolare crisi mistica. "Non volevo più peccare", ha spiegato ai medici che l'hanno soccorso e poi ricoverato per una vasta emoraggia nella zona genitale. Al momento non è chiaro se l'uomo soffrisse di qualche tipo di malattia mentale.

Il fardello dei "peccati" forse era diventato insostenibile per il 30enne. E così, a mali estremi, estremi rimedi. Armato di un oggetto tagliente, il giovane è andato in bagno, si è tagliato il membro e l'ha gettato nel water. Cosa sia successo dopo, al momento, non è chiaro. L'unica cosa certa è che l'intervento dei soccorsi è stato provvidenziale per salvargli la vita.

L'uomo è stato ricoverato nell'Ospedale Clinico Universitario della città spagnola. Le sue condizioni ora sono stazionarie e sta recuperando lentamente. Secondo i medici, il 30enne potrebbe essere stato colto da un'infermità temporanea che l'ha spinto al folle gesto, oppure da tempo soffriva di qualche disturbo mentale. Il paziente ora è sotto controllo, ma d'ora in poi gli sarà difficile "peccare" di nuovo.

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sabato 29 dicembre 2007

Terapie riparative. Cantelmi: "Quanto e' stato raccontato dal giornalista di Liberazione e' falso e ne rispondera' in sede giudiziaria".

(Dire) Nessuno pretende di 'curare' i giovani gay: offriamo quello che viene offerto da tutti gli psichiatri e psicologi rispettando il codice deontologico e i valori del paziente". Tonino Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta, docente di psicologia all'Universita' gregoriana e fondatore dell'Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici risponde cosi' all'inchiesta pubblicata nei giorni scorsi su 'Liberazione' e realizzata dal giornalista che si e' finto gay, per sei mesi, per sondare se anche in Italia, come negli Usa, si diffonde la 'terapia riparativa' dei gruppi legati alla Chiesa e lanciata da Joseph Nicolosi, psicologo clinico che vanta 500 casi di gay 'trattati'.

"Quanto e' stato raccontato dal giornalista di Liberazione- sottolinea Cantelmi- e' falso e ne rispondera' in sede giudiziaria, anche se, purtroppo, e' stato strumentalizzato da altri. E invito il presidente dell'Arcigay Aurelio Mancuso a passare una settimana con me, per seguire tutto quello che facciamo e capire come lo facciamo". Nessuno, spiega lo psichiatra cattolico, "viene forzato a cambiare l'orientamento sessuale. Chi chiede una terapia e non mette in discussione l'omosessualita', non viene forzato in alcun modo". Se qualcuno invece, prosegue Cantelmi, "non si riconosce come omosessuale e non vuole esserlo ha il diritto di approfondire questo problema e di ricevere un percorso psicoterapeutico adeguato".

Ma anche questo non e' detto che porti a dei cambiamenti: "Noi cerchiamo di aiutare il giovane a capire le origini sulla sua sofferenza- sottolinea lo specialista- e a trovare risposte, non c'e' una terapia specifica sull'omosessualita' Il giornalista, racconta Cantelmi, "si e' finto gay e si e' sottoposto ai test, ma si tratta di test di personalita' diffusi in tutto il mondo, il Mmpi-2, (Minnesota multiphasic personality inventory), e il Rorschach. Gli si e' detto che aveva una serie di problemi e gli e' stata proposta una normale psicoterapia cognitivo-comportamentale". Eppure, lamenta Cantelmi, "nessuno ha pensato di verificare il servizio che poi il giornalista ha fatto. E' stato preso per buono". Io, spiega lo psichiatra, "visito centinaia di persone, non esistono pressioni, il fatto e' che non tutti gli omosessuali si riconoscono nel modello gay, cosi' come molti che hanno esperienze omosessuali di fatto non lo sono. E vanno aiutati a capire sino in fondo la propria conflittualita'. La terapia mette in discussione tutti i comportamenti, questo puo' succedere anche rispetto a quelli omosessuali". Ma che ne pensa Cantelmi delle teorie di Joseph Nicolosi? "Mi sembrano molto americane, semplicistiche di fatto.

Piu' volte, come psichiatri cattolici, abbiamo ritenuto la sua posizione troppo riduttiva". Ma e' giusto, per lo psicoterapeuta, "rispettare sempre il codice di valori dei nostri pazienti, e rispettare anche i valori degli omosessuali credenti. Questo deve essere molto chiaro per tutti. Invece molte volte le terapie sono mortificanti, soprattutto nei confronti dei credenti".

Conclude Cantelmi: "Non si parte con il pregiudizio, noi rispettiamo il desiderio del paziente, ma spesso capita che non ci sia rispetto per pazienti che hanno codici diversi". E, tiene inoltre a sottolineare in conclusione lo psichiatra, "non c'e' nulla di clandestino, non c'e' nessun circuito italiano del 'sesso deviato', ne' alcun collegamento nostro con la chiesa cattolica. Non ci sono, in definitiva, teorie 'vetero-complottiste'".

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Terapie "riparative" e omosessualità. Parla la presidente dell'Ordine degli psicologi del Lazio.

Zaccaria: «La terapia riparativa non esiste. L'ordine interverrà».

(Liberazione) Marialori Zaccaria, presidente dell'ordine degli psicologi del Lazio e membro del consiglio nazionale, ha appreso con sgomento l'esistenza delle pratiche terapeutiche per "guarire dall'omosessualità". «Leggendo l'inchiesta di Liberazione emerge uno spaccato che va contro il codice deontologico della nostra professione». Ed ancora: «Arriveremo fino in fondo a questa storia e accerteremo eventuali responsabilità di colleghi psicologi». Insomma una presa di distanza netta e decisa nei confronti di chi applica terapie medioevali.

Dottoressa Zaccaria, a quanto pare ci sono suoi colleghi che vanno in giro a guarire dall'omosessualità. Che ne pensa?
Prima di tutto ci tengo a sottolineare il fatto che il professor Cantelmi è uno psichiatra e non uno psicologo.

E sulla terapia riparativa? Che validità scientifica ha?
Le terapie riparative non esistono. E' come se un eterosessuale seguisse corsi terapeutici per diventare omosessuale. L'articolo 4 del nostro codice disciplinare parla chiaro: lo psicologo deve rispettare il diritto del paziente astenendosi dall'imporre il proprio codice di valori. Insomma, non deve esserci alcuna discriminazione in base alla religione, l'etnia, l'estrazione sociale, lo stato socio-economico, il sesso, l'orientamento sessuale e la disabilità.
C'è chi sta chiedendo interrogazioni parlamentari per chiedere l'espulsione degli psicologi coinvolti. Come ordine farete qualcosa?
Accerteremo senz'altro eventuali responsabilità.

A quante pare le terapie riparative hanno molti "pazienti", come spiega questo fenomeno?
Purtroppo le persone che hanno un diverso orientamento sessuale vivono ancora tante discriminazioni sociali. Una discriminazione che di per sè crea disagio. Quindi chi ha difficoltà pensa di risolvere le cose rivolgendosi a chi promette strane guarigioni. Voglio però ribadire che la "terapia riparativa" dell'omosessualità non esiste. Già un secolo fa Freud sosteneva che l'omosessualità non è una malattia. Chi dice il contrario dice una falsità scientifica e noi interverremo con una segnalazione alla commissione deontologica. Nello stesso tempo è evidente che bisogna organizzare eventi informativi e formativi adeguati.

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giovedì 27 dicembre 2007

Ex gay su YouTube: la terapia non funziona.

(Alessia Grossi - L'Unità) A cercare su YouTube tracce della «terapia riparativa» del dottor Nicolosi - medico che negli Usa promette di salvare i gay trasformandoli in eterosessuali - si può rimanere scioccati dal numero di video di ex. YouTube, infatti, offre decine e decine di testimonianze di ex. Ex gay che metterebbero la mano sul fuoco che con loro la terapia ha funzionato. Ex pazienti che ricordano di giovani cavie che si sono arse vive perché incapaci di seguire i dettami del terapista. E, infine, ex ex-gay, quelli cioè che da ex gay hanno avuto una ricaduta. Ma YouTube, anche in questo caso, più che a convincere o a distogliere dall'intento quanti vorrebbero provare a redimersi, ci tiene ad informare. Così c'è chi spiega in che consiste la divina terapia che dovrebbe farti diventare eterosessuale. Come funziona, ma soprattutto cos'è che spinge un omosessuale a chiedere di diventare etero. E a spiegare il fenomeno sono i diretti interessati. YouTube diventa così una sorta di riunione globale degli alcolisti anonimi. Gli alcolisti in questo caso sono i gay, o ex gay, o ex ex gay a seconda che abbia funzionato o meno la terapia di recupero e astinenza. I postatori però non sono anonimi, anzi, ci mettono proprio la faccia per convincerti a perdere l'attrazione nei confronti di esseri umani del tuo stesso sesso. E, come quelli che ti devono convincere a perdere chili con l'aiuto di questa o quella clinica dimagrante, gli ex mostrano le proprie foto prima e dopo la cura.
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Paziente di Nicolosi: la terapia di ex gay non funziona. A parlare su YouTube è Daniel Gonzales, che parla da ex. Non ex gay ma ex paziente del dottor Nicolosi, «terapista per la cura dell'omossessualità e fondatore della Narth, associazione Nazionale per la Ricerca e la terapia dell'omossessualità». Daniel è cresciuto nella Chiesa Battista e dice di aver avuto solo due contatti con giovani omossessuali, uno dei quali tentò il suicidio per non essere riuscito a riconciliare la sua fede con la sua omossessualità. A detta di Daniel due sono le «grandi bugie» che spingono un giovane gay alla terapia di Nicolosi. La prima è che «non si può essere gay e cristiani»e l'altra è che «essere gay non è una vita valida». E il ragazzo si domanda da sé come mai abbia scelto di ricorrere alla terapia riparativa. La risposta è nel contesto religioso nel quale viveva. Più volte Daniel si è trovato a pregare il Signore di farlo diventare eterossessuale. «Ma il Signore non l'ha fatto». Dove non arriva la fede arriverà la scienza. Non restava, dunque, che rivolgersi a Nicolosi, la cui idea scientifica di base - spiega Daniel- è che «il tuo senso di mascolinità è in qualche modo danneggiato e tenti di ritrovarlo in persone che rappresentano quello che ti manca». Detta in parole semplici la terapia ex gay è «il tentativo di convincerti che le attrazioni omosessuali sono qualcos'altro rispetto a ciò che sono in realtà, che hanno altri significati». Le attrazioni forse saranno diverse da quelle che sembrano, ma come dice Daniel in chiusura: «I pesci non volano».
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A proposito di ex, Michael Bussee, invece, è stato uno dei fondatori di Exodus International, una delle più grandi organizzazioni ex gay statunitensi. Ora è un ex ex gay. Michael insomma è gay e spiega a favore del mondo quanto sia inefficace una terapia di conversione a seguito della quale lui stesso si è innamorato di Gary, un altro del gruppo degli ex.
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Ma su YouTube comunque non mancano testimonianze di veri e propri cambiamenti, ex gay sposati, ex gay felici di essere eterosessuali, video di interi gruppi che si raccontano e di terapisti che spiegano. Un esempio sono queste interviste raccolte da una trasmissione canadese, in cui si può ascoltare dalla diretta voce degli ex gay la riuscita trasformazione. Da gay ad ex gay, appunto. Titolo del post: «ex gay ed etero sono la stessa cosa.

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domenica 23 dicembre 2007

Sei gay? Vieni da noi, ti curiamo. «La sua è una malattia leggera, possiamo curarla bene...».

Diario di sei mesi in terapia... Il racconto di un cronista che ha frequentato per mesi un corso organizzato da un gruppo ultracattolico - Gli ho detto: «Sono gay». Mi hanno risposto: «La sua è una malattia leggera, possiamo curarla bene...»

(Daniele Vari - Liberazione) L'appuntamento è con Don Giacomo nella sede delle edizioni Paoline poco lontano dalla Garbatella, ex quartiere popolare di Roma. Un incontro per definire tempi e modi del mio ingresso in un gruppo terapeutico per guarire dall'omosessualità. Un appuntamento sudato: i sedicenti guaritori di gay, almeno in Italia, non vogliono troppa pubblicità. Per rintracciare quello italiano ho dovuto chiamare un gruppo omologo svizzero che mi ha girato la sede milanese di "Obiettivo Chaire", un'associazione ultracattolica che organizza, sì, incontri terapeutici, ma soltanto a Milano. Alla fine mi indicano Don Giacomo qui a Roma, un giovane prelato che, dicono loro, può aiutarmi. E ora, dopo quel lungo peregrinare, ci sono: finalmente sono di fronte allo studio di Don Giacomo. La prima tappa del mio percorso di "guarigione". Un percorso durato circa sei mesi nei quali mi sono ritrovato immerso in un mondo parallelo fatto di reticenze, mezze verità, ambiguità e strane alleanze tra ambienti del Vaticano e alcuni gruppi di psicologi guidati dal Professor Tonino Cantelmi, presidente e fondatore dell'Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici e docente di psicologia all'Università Gregoriana.

Ma prima c'è don Giacomo, il primo livello di valutazione della "gravità del paziente" spetta infatti a lui, a un rappresentante della Chiesa cattolica. Don Giacomo è gentile. Dopo vari colloqui telefonici nei quali, con molta discrezione e molto tatto, mi chiede i motivi che mi spingono verso questa terapia, arriva il momento dell'incontro. Dopo una breve presentazione, inizia il colloquio vero e proprio.

Le domande fondamentali sono due o tre: quanti rapporti omosessuali ho consumato, con quale frequenza e le sensazioni che ho provato. Gli racconto quasi tutta la verità, tutta tranne il fatto che sono un giornalista e che non sono omosessuale. Gli dico che sono sposato, che ho un bambina e butto lì un paio di esperienze omosessuali legate alla mia adolescenza e la preoccupazione che quelle esperienze possano tornare a galla e rovinare il mio matrimonio. Don Giacomo ascolta con partecipazione. Poi inizia il lavoro d'indagine per capire le ragioni della mia omosessualità. Mi chiede dei miei genitori, del rapporto con mia madre - rispetto alla quale tiro fuori un bel conflitto. Fa sempre bene, penso: ai preti e agli psicologi piace - gli racconto del ruolo marginale di mio padre, dei rapporti sessuali con mia moglie, le relazioni interpersonali e così via. Una scannerizzazione superficiale ma completa del mio vissuto.

Poi la domanda: «Quando è stata la prima volta, Davide», mi chiede Don Giacomo. Gli racconto di un mio compagno di liceo, di tale Luca, col quale ero molto amico e di come quell'amicizia, col tempo e in modo del tutto inaspettato, si fosse trasformata in relazione sessuale. Don Giacomo ascolta con attenzione e partecipazione. Mi vede provato e cambia discorso: «Credi in Dio?» mi chiede. Io rispondo che provengo da una famiglia molto religiosa ma che no, non ho mai praticato. Ma ultimamente, aggiungo, sento rinascere in me qualcosa di diverso. È il momento più delicato, il momento in cui bisogna scegliere se andare fino in fondo passando sopra le sincere convinzioni religiose di Don Giacomo, oppure finirla lì e andarsene.

E' come se mi prendessi gioco della sua fede, e forse nessuno mi da il diritto di arrivare fino a quel punto. Poi mi convinco che nella realtà quotidiana questi "guaritori di omosessuali" fanno solo danni: prendono una persona, nella gran parte dei casi spinta dalla famiglia, gli raccontano che la propria omosessualità è una deviazione dalla norma e la invitano a intraprendere, con loro, un percorso di guarigione, anzi, di "riparazione". Ed allora decido di andare avanti e raccolgo l'appello di Don Giacomo: «Preghiamo insieme?».


«La strada verso la mia presunta salvezza comincia con un incontro per definire tempi e modi del mio ingresso in un gruppo terapeutico per guarire dall'omosessualità»

Mi forzo, e da ateo convinto prego con lui. Finito il momento di raccoglimento Don Giacomo, con la stessa delicatezza, mi invita a continuare il mio racconto. «La tua relazione con Luca - mi dice - è stata passiva o solo attiva?». Don Giacomo vuol sapere se ho «subito» oppure no una penetrazione. Deve essere solo quello il discrimine fondamentale per capire se davanti a sé c'è un vero omosessuale. «Attivo e passivo», dico di botto. «E mi è anche piaciuto», rispondo quasi in senso di sfida, di fronte a quella domanda così volgare. Volgare non per la cosa in sé, quanto, piuttosto perchè per la prima volta inizio a intravedere, o almeno così mi sembra, i veri pensieri di quel prete così giovane e cordiale. Uno squarcio che smaschera il giudizio che ha di me, anzi, di "quelli come me".

Don Giacomo annuisce in modo austero e poi mi chiede di parlargli degli altri rapporti. A quel punto tiro fuori una relazione fugace con un altro ragazzo "consumata" dopo il matrimonio. Don Giacomo mi invita a raccontare le sensazioni che avevo provato. Io mi invento un «senso di sporcizia morale» che vivo e mi porto dentro tuttora. Il giovane prete è silenzioso. Mi benedice e mi tranquillizza. «La tua omosessualità - dice - è molto superficiale. Io credo che tu sia pronto per iniziare il percorso di guarigione».

A quel punto sono io che faccio qualche domanda e chiedo lumi su quello che lui chiama "percorso". Don Giacomo, grosso modo, mi spiega che quasi tutti gli omosessuali hanno subito un trauma o qualcosa del genere che ha interrotto la "naturale" costruzione della vera identità sessuale. «Per questo - dice - servono terapie riparative. Per riprendere in mano quel vissuto, trovare la frattura e ridefinire la propria identità di genere. Tu sei in uno stato di confusione sessuale, devi farti aiutare per ridefinire la tua sessualità in modo corretto». Perfetto, sono pronto per iniziare il "percorso". Don Giacomo prende un pezzo di carta e scrive telefono e indirizzo del Professor Tonino Cantelmi, «chiamalo tra una settimana, digli che ti mando io, lui saprà già tutto». Mi benedice e mi congeda.

***
Il primo incontro con il professor Cantelmi
Lo studio del professor Tonino Cantelmi - Presidente dell'Istituto di Terapia Cognitivo interpersonale, c'è scritto nella targhetta - è un porto di mare nel quale transitano e approdano le preoccupazioni e le angosce di varia umanità: ragazzini, adolescenti, mamme, nonne. C'è di tutto in quello studio. Io mi accomodo e attendo di essere chiamato. Lui, il professore, ogni tanto esce e saluta il paziente di turno. Con tutti ha un rapporto molto confidenziale, tutti lo chiamano Tonino.
Finalmente arriva il mio momento. Raccolgo le idee per evitare di contraddirmi rispetto alla storia che ho raccontato a Don Giacomo qualche settimana prima. Ripasso lo schema, i nomi inventati dei miei falsi amanti e mi infilo nello studio del Professore. Lui mi squadra, mi sorride e mi fa accomodare. «Sono Davide, gli dico, mi manda Don Giacomo». Lui annuisce - «con quel nome mi ha inserito nella categoria omosessuale pentito», penso tra me - e mi invita a raccontare la mia storia. A quel punto riparto con la vicenda del Liceo, della mia relazione col mio compagno di banco e dei timori rispetto al mio matrimonio dopo un'altra relazione avuta con un ragazzo un paio d'anni fa.

«Che tipo di rapporti hai avuto?», mi chiede Cantelmi.

Io faccio finta di non capire.

«Voglio dire - continua il Professore - hai avuto rapporti completi?».

Annuisco, ma aspetto che il professore esca dalla sua tana e mi ponga la domanda, la domanda con la D maiuscola, in modo diretto. E lui non mi delude: «Insomma Davide - mi dice schietto - sei stato anche passivo nei tuoi rapporti?».

Ci risiamo, penso tra me. «Sì», rispondo. Decido di fare la parte del laconico. Da un lato perchè ho paura di contraddirmi, dall'altro perchè voglio vedere le abilità del professore in azione. Son curioso di capire in che modo si muove. Come lavora. Ma lui mi sorprende e dopo quell'unica risposta, pronto a sbarazzarsi di me, prende carta e penna e scrive il nome di una collega: «Lei è la dottoressa Cacace - mi dice mentre mi porge il bigliettino - è una mia assistente, contattala a mio nome. Lei saprà già tutto». Mi sembra di rivedere un film già visto. Comunque io non voglio perdere l'occasione di ritrovarmi di fronte al "guru" italiano dei guaritori di gay e allora rilancio prima che lui mi liquidi. «Senta dottore - gli dico con il massimo di gentilezza - io vorrei capire di preciso cosa mi aspetta». «Nulla di particolare - fa lui - la dottoressa ti farà un test..»

«Un test?», faccio eco io

«Sì, un test»

«Un test per misurare il mio grado di omosessualità?», incalzo.

«Beh! In un certo senso sì», fa lui.

«Scusi - gli chiedo - ma cos'è di preciso l'omosessualità?»

A quel punto Cantelmi si accomoda, allunga le braccia sul tavolo e comincia: «Io - esordisce - parlerei della tua omosessualità, non di omosessualità in genere. Diciamo che noi siamo un gruppo di psicologi che cercano di aiutare persone in difficoltà. La nostra è una terapia riparativa»

***

La terapia riparativa: l'omosessualità come il comunismo
Si sentiva parlare da tempo di questi taumaturghi del sesso deviato. Una moda che spopola nel Nord America grazie al lavoro di molti gruppi legati alla Chiesa, e che segue l'insegnamento e la pratica di Joseph Nicolosi, presidente della Narth, National Association for Research and Therapy of Homosexuality. Uno psicologo clinico, questo Joseph Nicolosi, un "santone" che vanta ben 500 casi di «gay trattati» e curati - proprio così, «gay trattati» - e che ha tirato fuori dal cilindro della propria stregoneria psichiatrica la cosiddetta "terapia riparativa" il cui scopo dichiarato è quello di «ricondurre all'orientamento eterosessuale le persone omosessuali». Un messaggio che in Italia è stato ripreso e rilanciato dal Professor Tonino Cantelmi, presidente e fondatore dell'Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici e docente di psicologia all'Università Gregoriana. Insomma, il guru italiano della terapia riparativa, una persona legata a doppio nodo al Vaticano e intorno al quale è nato un gruppo di lavoro formato da cinque, sei giovani psicologi che seguono le terapie individuali dei futuri e "riparati" eterosessuali.

Questa della terapia riparativa è storia antica. Già nel 2005, la rivista Gay Pride pubblicò un lungo articolo nel quale ne metteva in dubbio ogni validità e attendibilità scientifica. Franco Grillini, presidente onorario dell'Arcigay, presentò anche un'interrogazione parlamentare per bloccare, tramite gli ordini professionali, la terapia riparativa. Anche per questo uno come J.M. van den Aardweg, lo psicoterapeuta americano che ha scritto "Omosessualità & speranza", parla di lobby gay all'assalto della scientificità. Tanto per capire cosa si muove dietro questa presunta terapia riparativa, lo stesso van den Aardweg sostiene - lo ha fatto in una recente intervista per "Acquaviva2000, cultura cattolica in rete" - che molti omosessuali «presentano seri disturbi mentali, o hanno sviluppato un comportamento omosessuale di proporzioni tali che non sarebbe tanto sbagliato chiamarli "malati"». Non solo, van den Aardweg è convinto che per colpa del movimento gay, «le masse non assimileranno mai completamente la concezione antinaturale che viene loro imposta. Andrà come con il comunismo. Molti, probabilmente i più, presteranno all'innaturale "religione" omosessuale un culto formale, dettatogli dalla paura, ma si finirà col crederci sempre di meno».

Questi sono gli illustri scienziati che sponsorizzano la terapia riparativa. Ancora più esplicite le parole d'ordine del già citato gruppo ultracattolico "Obiettivo Chaire": «Accompagnamento spirituale, psicologico e medico; attenzione rivolta a genitori, insegnanti ed educatori al fine di prevenire l'insorgere di tendenze omosessuali nei ragazzi, negli adolescenti e nei giovani; ricerca delle cause(spirituali, psicologiche, culturali, storiche) che contribuiscono alla diffusione di atteggiamenti contrari alla legge naturale, riconoscibile dalla ragione rettamente formata».

Poi l'immancabile Joseph Nicolosi, lo psicologo-clinico americano che ha inventato la terapia riparativa. A giorni sarà in Italia per aggiornare i suoi seguaci e illustrare loro, verosimilmente, le ultime novità della sua terapia. Queste le idee di fondo: primo, alla luce delle scienze sociali la forma di famiglia ideale per favorire un sano sviluppo del bambino è il modello tradizionale di matrimonio eterosessuale; secondo, l'identità sessuale si forma in un'età precoce sulla base di " fattori biologici, psicologici e sociali"; terzo, esistono numerosi esempi di persone che sono riuscite a cambiare il loro comportamento, identità, stimoli o fantasie sessuali.

A sostegno di queste tesi sono nati i movimenti "ex-gay", persone "riparate" e spesso convertite al cattolicesimo che hanno lo scopo dichiarato di dimostrare che dall'omosessualità è possibile "guarire". Il bello della faccenda è che sempre più gruppi di "ex gay" vengono sciolti per il fatto che molti associati hanno ri-trovato un partner dello stesso sesso proprio in quell'organizzazione.

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La terapia riparativa di Cantelmi
Cantelmi cerca di adattare su di me, sul mio caso, le ragioni di quella terapia. Parla di traumi infantili che generano confusione in un mondo già pieno di contraddizioni e di liquidità nei rapporti interpersonali. Il tutto per spiegare che in un certo senso i comportamenti della persona omosessualità sono indotti da questa schizofrenia esterna. Non solo omosessuali però. Il professor Cantelmi è infatti convinto, e me lo spiega, che la nostra epoca è caratterizzata da una grossa compulsività sessuale: una dipendenza che colpisce migliaia di persone e tra questi tanti, tantissimi giovani. Mi parla di «relazioni malate con il sesso», di «perdita di controllo» e così via.

«E in tutto questo, l'omosessualità?», chiedo io.

«Beh, il mio studio è pieno. Abbiamo la fila. Ci sono centinaia di ragazzi che chiedono aiuto».

«Vede - dico cercando di stanarlo - io non so bene se sono omosessuale. Non capisco se sono vittima di una sorta di disagio psichico o se devo assecondare queste mie pulsioni».

«Non preoccuparti Davide - mi dice sereno e sorridente - dal tuo profilo mi sembra di poter parlare di una ansia generalizzata e di una leggera nevrosi che in qualche modo condiziona e devia le tue scelte sessuali. Ora faremo il test e avremo più elementi per poter scegliere la terapia migliore».

***
Il Test ed i discepoli del professore e la cura
La dottoressa Cristina Cacace dell'Istituto di terapia cognitivo interpersonale diretto da Cantelmi mi accoglie sorridente nel suo studio. Mi osserva, anzi mi scruta con insistenza. «Ora mi becca - penso io - scopre che sono un infiltrato e mi caccia». E invece no. Evidentemente la diagnosi del Professor Cantelmi deve avermi suggestionato. Un po' nevrotico, perseguitato, mi ci sento davvero. Fatto sta che lei mi invita con gentilezza nel suo studio targato Ikea, mi fa accomodare e mi interroga: nome, cognome, età, indirizzo, telefono e stato civile. Io rispondo senza esitare e attendo, anche qui, "la" domanda . Ma la dottoressa Cacace già sa e non c'è bisogno di alcuna premessa.

Saltiamo direttamente ai particolari più intimi: quante volte, e fino a che punto. «Fino a che punto in che senso?», chiedo io. Lei sorride. Mi chiedo se lei, giovane psicologa, crede davvero alle follie e alla violenza di questa benedetta "terapia riparativa" oppure se è li, in quel piccolo studio solo perchè non trova nulla di meglio. Ma i miei pensieri vengono interrotti dalla domanda della dottoressa:

«Davide, i tuoi rapporti omosessuali sono stati solo attivi o anche passivi»? Sento un forte disagio di fronte a quella domanda ricorrente, ossessiva. Mi viene in mente il lato pruriginoso e voyeuristico di chi la pone. Alla fine rispondo come ho già risposto a Don Giacomo e al professor Cantelmi: «Sì, attivo e passivo». Poi racconto anche a lei del mio rapporto conflittuale con mia madre, delle assenze di mio padre e aggiungo che ogni tanto, da piccolo,venivo scambiato per bambina.
La giovane assistente di Cantelmi annuisce gravemente e mi fissa l'appuntamento per il test di personalità. «Dopo il test - mi dice prima di accompagnarmi alla porta - sapremo meglio come trattare la tua situazione».

Pochi giorni dopo sono di nuovo lì e scopro che il Test dura circa quattro ore ed è nient'altro che il cosiddetto "Test Minnesota" quello che utilizzano le forze armate di mezzo mondo per selezionare il proprio personale. Seicento domande circa che dovrebbero dare risposte su eventuali deviazioni del candidato: ipocondria, depressione, isteria, deviazione psicopatica, mascolinità o femminilità, paranoia, psicastenia, schizofrenia, ipomania e introversione sociale. Un pout-pourri che, tra le altre cose, dovrebbe mettere in luce le mie tendenze omosessuali. Comunque la dottoressa mi dà i fogli, un penna e mi piazza in corridoio. Inizio a scorrere le domande: «Hai avuto esperienze molto strane?»; oppure, «Ti piacerebbe essere un fioraio?». A quest'ultima rispondo di sì spinto dalla banalità della considerazione; Forse chi sceglie di fare il fioraio, secondo loro, ha una predisposizione ha diventare un po'checca.

D'un tratto vengo colpito e distratto dalla presenza silenziosa di una signora e di un giovane adolescente. Sono madre e figlio. Lui mi sembra particolarmente timido, a disagio. Non posso saperlo, ma potrebbe benissimo trattarsi di un ragazzino forzato dalla madre per arginare, almeno finché è in tempo, la «propria devianza omosessuale». Di nuovo penso a quanto sia angusta questa pratica e a quanta violenza abbia in sé. Penso alla pressione che può subire un ragazzino di 15-16 anni che sta scoprendo la propria sessualità. La preoccupazione, spesso in buona fede, dei genitori e la scelta di far qualcosa per fermare quella "scoperta" piuttosto che accoglierla e sostenerla. Poi la signora e il ragazzino si infilano in una delle tante stanze dello studio degli allievi di Cantelmi e io torno al mio test infinito: «Hai mai compiuto pratiche sessuali insolite?»; «Ti piaceva giocare con le bambole?»; «Qualcuno controlla la tua mente?»; «Hai spesso il desiderio di essere di sesso opposto al tuo?»; «L'uomo dovrebbe essere il capo famiglia?»...

Finite le domande, torno in stanza dalla dottoressa.

Lei ripone le mie scartoffie che già contengono il risultato del mio "grado di omosessualità" e tira fuori una decina di cartoncini colorati da figure bizzarre. Sono le macchie del test di Rorschach. Spruzzi indefiniti di colore, che agiscono in modo inconscio attivando reazioni proiettive. Insomma, di fronte a quelle macchie sono invitato a rintracciare e comunicare figure sensate. Io mi lancio sforzandomi di vedere peni, vagine, ani e così via. Individuo anche un paio di feti appesi per il cordone ombelicale. Dò il peggio di me, cercando di convincere la dottoressa Cacace che la mia sessualità è particolarmente deviata, talmente corrotta e omosessuale da meritare le sue cure. Ma lei, di fronte al mio sproloquio genitale non fa una piega: sfila uno dopo l'altro i cartoncini del test e prende diligentemente appunti.

Nel frattempo si accosta a me ed io non trattengo un'occhiata fugace alla scollatura. Lei, sorpresa, si ritrae, si copre e mi guarda con imbarazzo. Insomma, dopo tutto quel parlare della mia omosessualità probabilmente sono caduto nella banalità di voler riaffermare la mia "mascolinità" di fronte a una donna. Per la prima volta, in un certo senso, vivo sulla mia pelle la forza e la violenza del condizionamento sociale e culturale che vivono i gay. Poi, riprendo con le mie figure...

***

I risultati del test, quanto sono omosessuale?
«Non molto, la tua omosessualità è davvero sfumata», mi dice la dottoressa Cacace mostrandomi una ventina di pagine che contengono la mia "diagnosi". «Omosessualità sfumata», proprio così. A quel punto chiedo maggiori spiegazioni. «Allora, io direi che siamo di fronte ad una nevrosi che ha indotto una deviazione sessuale - continua lei - sarà il professor Cantelmi a spiegarti meglio.

Dopo qualche giorno sono di nuovo nella sala d'attesa del professore. La sensazione è la stessa: un porto di mare aperto a tutti i "casi umani". Cantelmi, cortese e accogliente come sempre, sfoglia i risultati del mio test e mi parla di "leggera nevrosi e depressione" che avrebbe indotto la mia deviazione sessuale, l'uscita dai binari di una sessualità sana e consapevole. «Tu non sei propriamente un omosessuale», mi dice. «La tua mi sembra più una preoccupazione determinata da alcuni episodi legati all'infanzia». Poi attacca con il conflitto con mia madre e l'assenza di mio padre, da me del tutto inventata, che mi avrebbe privato di una figura maschile forte, una figura di riferimento su cui avrei dovuto modellare la mia sessualità e definire il mio genere. Dunque non sono del tutto omosessuale.

Forse la terapia è già iniziata. Negare la mia omosessualità è il primo passo verso la "guarigione". Probabilmente è una modalità per iniziare a smontare la convinzione del "paziente". Sentirsi dire, «non sei propriamente omosessuale», forse, significa iniziare a destrutturare la personalità dell'individuo, le sue convinzioni e metterlo di fronte al fatto - un fatto certificato da uno psicologo - che la sua omosessualità non è mai esistita. Anzi, che l'omosessualità in sé non esiste se non nei termini di una deviazione dalla norma, dall'unica norma reale: l'eterosessualità.

«A questo punto - continua poi il professore - si tratta di andare a ripescare quelle fratture e superarle attraverso una terapia adeguata».

«Che tipo di terapia?» chiedo io. «Una terapia individuale. Ti seguirà un mio assistente, ma io - mi tranquillizza - sarò costantemente informato dei tuoi progressi». «Ma io sapevo di gruppi di mutuo-aiuto, pensavo che mi inserisse lì».

«I gruppi ci sono - mi dice lui - ma sono gruppi con persone che hanno una forte devianza sessuale. Non credo che sia la terapia migliore per il tuo stato. Non so, vedremo».

Io non mollo la presa e cerco di scoprire cosa accade dentro quei gruppi.

«Sono gruppi di persone guidate da psicoterapeuti che condividono le propria esperienza verso un percorso riparativo», aggiunge frettolosamente Cantelmi. Poi si alza, mi dà il numero di telefono dell'ennesimo psicologo, ovviamente un altro assistente, e mi regala un libro: "Oltre l'omosessualità" di Joseph Nicolosi.

Nicolosi, proprio lui, il guru dei guaritori, il creatore della terapia riparativa, quello che vanta ben 500 casi di «gay trattati», anzi, riparati. «Leggilo - mi dice - troverai situazioni simili alla tua. Persone come te che ce l'hanno fatta».

***

Il libro di Nicolosi
Oltre l'omosessualità" di Joseph Nicolosi è una raccolta di storie di vita. Otto storie di omosessuali corretti, riparati, e un'appendice finale sulle modalità della terapia. Tra loro Albert, un trentenne che «parla con tono leggermente effeminato e la nostalgia - sottolinea Nicolosi - di un bambino perduto». E in effetti il problema di Albert, racconta Nicolosi nel suo libro, è proprio il suo attaccamento al mondo perduto dell'infanzia. Di qui un'illustrazione delle caratteristiche ricorrenti nelle persone omosessuali: attrazione distaccata per il proprio corpo, prime esperienze sessuali con altri bambini, ipermasturbazione, - «gli omosessuali - spiega Nicolosi - si masturbano più spesso degli eterosessuali: è un tentativo di stabilire un contatto rituale con il pene» - e una figura materna opprimente. A quel punto l'obiettivo del dottor Nicolosi è quello di «sviluppare un senso più solido della mascolinità» di Albert. Come? Innanzi tutto affrancandosi dall'opprimente legame materno, coltivando amicizie maschili non sessuali e facendo lunghi giri in bicicletta. Lunghi giri in bicicletta, proprio così. Finalmente arrivano i primi progressi: Albert riesce a controllare la masturbazione, si distacca dalla madre, non salta addosso al suo amico e continua a girare in bici per il quartiere. «Le stanno succedendo proprio delle belle cose», confida il dottore ad Albert. Tre anni dopo Albert ha una voce sicura, ogni inflessione femminile è sparita, si è «staccato emotivamente dagli altri maschi e dalla mascolinità», e si è affrancato dal controllo materno: la colpa originaria, la causa della sua omosessualità; Albert si è anche fidanzato con una ragazza. Insomma è riparato. Ed è riparato perchè «ha afferrato - commenta Nicolosi - il concetto del falso sé»: la falsa identità gay che l'esterno ti impone. «No, non sono gay», è l'ultimo commento di Albert prima di iniziare la sua nuova vita da eterosessuale.

Altra vicenda interessante raccontata da Nicolosi è quella di Tom: «Un uomo straordinariamente bello, alto circa 1m e 80, occhi azzurri e ben vestito». (chissà che anche Nicolosi non tradisca una tendenza omosessuale: il guaritore dei gay che scopre di essere gay, un grande classico già visto mille volte). Tom è sposato, ma separato a causa di una relazione con un altro ragazzo: «Andy, un ventiquattrenne irresistibile». Nicolosi è chiaro con Tom: «Se lei vuole divorziare da sua moglie e iniziare la sua nuova vita con il suo amante gay io non la seguo». Il fatto è che Tom si sente vuoto senza la moglie e i figli e non sa come presentarsi in società, come tirare fuori la sua omosessualità.

Un paio di buone ragioni per iniziare la terapia riparativa. Il fatto è che, almeno per Nicolosi, Tom è un omosessuale anomalo: «Non ha problemi di affermazione nei confronti degli altri uomini, in affari è deciso e risoluto ed è estroverso. Ma sotto sotto - svela Nicolosi - ha la fragilità emotiva tipica degli omosessuali». A farla breve, Tom ha una paura nera di perdere la moglie e i figli e ritrovarsi solo perché «le relazioni omosessuali sono senza futuro». A quel punto Nicolosi incontra la moglie di Tom che ha tutta l'intenzione di collaborare per riportare il marito sulla retta via. Un lavoro che riesce, ma i segni dell'omosessualità hanno lasciato la loro traccia indelebile: Tom è Hiv positivo e di lì a poco muore.
Il messaggio, meglio, l'avvertimento di Nicolosi è fin troppo chiaro: attenzione, di omosessualità si può guarire ma anche morire.

***

Prove di guarigione
Quando torno nello studio del professor Cantelmi scopro che la mia guarigione è nelle mani di un suo giovanissimo assistente. Anche lui sfoglia i risultati del mio test, e inizia a parlare del percorso che abbiamo davanti.
«Ripercorreremo il conflitto con tua madre, l'assenza di tuo padre, cercando di ricomporre le fratture che hanno generato la confusione».

«Confusione?»

«Si, certo, confusione di genere. Ma prima Davide - continua il giovane dottore - parlami della tue esperienze omosessuali».

Per la quarta volta mi ritrovo a parlare del mio compagno di Liceo e racconto delle paure del mio matrimonio. Ma la Domanda arriva: «Davide, i tuoi rapporti sono stati completi?».

«Vuol sapere se l'ho preso nel di dietro dottore? Sì, due volte», rispondo seccato. Lui sorride imbarazzato. Ma in effetti è proprio quello che voleva sapere. Poi si riprende e attacca. «Vorrei anche sapere le sensazioni che hai provato».
Sull'orlo dell'esaurimento per quelle domande così ripetitive e di basso livello, attacco un pilotto infinito. Gli racconto, invento, ogni particolare. Gli parlo dell'eccitazione del rapporto omosessuale maschile, del senso di trasgressione e richiamo alla mente alcuni passaggi particolarmente suggestivi e "scabrosi" descritti da uno dei pazienti del libro di Nicolosi. Lui si beve tutto e prende diligentemente appunti. Finalmente gli ho offerto il "malato" che è in me e mi sembra visibilmente soddisfatto.

Io inizio a provare un senso di nausea. Nausea per Don Giacomo, per il professor Cantelmi e per i suoi giovani assistenti.

Sono passati sei mesi dal mio primo incontro e a questo punto mi sembra di non riuscire a sopportare oltre. Mi rendo conto che in questo lungo periodo abbiamo solo parlato del mio didietro. Per la prima volta realizzo che nessuno di loro mi ha mai chiesto se mi era capitato di innamorarmi di qualche uomo. Nessuno ha mai voluto sapere le mie emozioni di fronte ai rapporti omosessuali. Possibile che non gli interessi altro che il numero di penetrazioni "subite"? Il giovane psicologo mi fissa un nuovo appuntamento. Io lo saluto e sparisco. Non metterò mai più piede in quello studio. Ormai ne so abbastanza.

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Pataccari. Ex Gay: Il delirio di Agapo.

(Discutere.it) Agapo è l'Associazione Genitori e Amici di Persone Omosessuali, che nel nome ricalca pericolosamente (e deliberatamente) Agedo (Associzione Genitori e amici di Omosessuali)...
Questa somiglianza è tanto più odiosa in quanto mentre Agedo si propone di aiutare i genitori nell'accettazione dell'omosessualità del figlio, e di contribuire alla lotta alle discriminazioni, Agapo propaganda il ritorno ad una più felice (?) eterosessualità, distribuendo in giro per il web documenti di alto spessore intellettuale come questi:


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Messaggi tanto più pericolosi perchè farciti di falsa informazione. Agapo rifiuta di accettare le statistiche che affermano che l'Aids tra i gay è scesa radicalmente, mentre sta salendo sempre di più per gli eterosessuali (e che effettivamente, ad oggi, la percentuale di sieropositivi etero ha superato quella dei sieropositivi gay).

Queste cose mi fanno davvero incazzare... e non c'è nemmeno una legge che mi permette di denunciarli per istigazione all'omofobia!
Vorrei invece fare un esperimento per vedere in quanti secondi mi prendo io una denuncia per istigazione al razzismo, se metto in giro un video che propaganda le operazioni che schiariscono la pelle per le persone di colore...
Con un bel titolo: "EX NEGRI: cambiare l'indesiderato colore di pelle è possibile!"

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Italia: corsi clandestini per "guarire" i gay.

(Swissinfo - SDA-ATS) Corsi clandestini per "guarire" dall'omosessualità: sarà pubblicata domani, sul quotidiano "Liberazione", l'inchiesta di un cronista "infiltrato", che fingendo di essere un gay desideroso di cambiare corso alla propria sessualità si è avventurato in un mondo sconosciuto ai più, legato alla Chiesa e alla psichiatria cattoliche.

Il giornalista - anticipa lo stesso quotidiano - dietro indicazione di un sacerdote che ha un ruolo di intermediario tra i "pazienti" e i "guaritori", ha frequentato per sei mesi un corso psicoterapeutico, gestito dall'equipe del professor Tonino Cantelmi (nella foto, (presidente dell'Associazione degli psicologi cattolici italiani) e avente lo scopo, appunto, di guarire chi è "malato di omosessualità".

Secondo quanto emerso dall'inchiesta, i terapeuti del gruppo Cantelmi applicano il metodo della cosiddetta "terapia riparativa", importata dagli Stati Uniti.

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