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domenica 23 dicembre 2007

Lite don Gelmini-Vaticano: «Pronto a non fare più il prete».

Braccio di ferro sul ruolo del sacerdote alla Comunità Incontro. La Santa Sede: dimissioni in caso di rinvio a giudizio. Lui: resterò tra i ragazzi.

(Fiorenza Sarzanini - Il Corriere della Sera) Braccio di ferro tra don Gelmini e il Vaticano. Alla vigilia della chiusura dell'inchiesta per violenza sessuale, il fondatore della comunità Incontro si rivolge direttamente al Papa. E avverte: «Qualsiasi cosa accada, resterò con i miei ragazzi». Nella lettera inviata qualche giorno fa a Benedetto XVI si sarebbe detto disposto addirittura a «tornare diacono» pur di non essere costretto a lasciare.

La resa dei conti è dunque arrivata. Entro qualche giorno i magistrati di Terni depositeranno tutti gli atti raccolti in questi mesi per documentare le molestie che il sacerdote avrebbe compiuto nei confronti dei tossicodipendenti assistiti nelle strutture di cui è responsabile. È il passo obbligato prima della richiesta di rinvio a giudizio che appare ormai scontata. Sono decine le denunce presentate e in numerosi casi gli accertamenti avrebbero dimostrato la fondatezza delle accuse.

Don Gelmini avrebbe abusato di numerosi ragazzi e, con l'aiuto dei suoi collaboratori più stretti, avrebbe poi cercato di costringerli al silenzio. Una vera e propria attività di depistaggio e tentativi di inquinamento che emerge dalle decine e decine di intercettazioni telefoniche. Nei giorni scorsi don Gelmini, come ammette lo stesso portavoce Alessandro Meluzzi, ha avuto un incontro con il vescovo di Terni Monsignor Vincenzo Paglia. La linea del Vaticano adesso è ferma: se ci sarà rinvio a giudizio, dovrà lasciare la comunità.

Non è la sospensione a divinis più volte paventata e mai decisa. Non è il divieto ad esercitare il proprio ruolo di sacerdote. Ma un segnale si è deciso comunque di darlo. E per don Gelmini è addirittura peggio. Perché, come avrebbe sottolineato nella missiva al Pontefice «ora e per sempre io manterrò il mio impegno di fedeltà alla missione ». Il fondatore della Comunità Incontro evidentemente pensa di poter contare sull'appoggio del Papa che nell'ottobre scorso, attraverso il Sostituto monsignor Fernando Filoni, volle assicurare «la sua preghiera affinché quella benemerita opera, con la grazia di Dio, possa continuare a promuovere il recupero e la crescita umana e cristiana di tanti ragazzi e ragazze emarginati».

Lo scritto rispondeva ad un appello di don Pinchelli, uno dei sacerdoti che da oltre quindici anni affiancano don Gelmini. Dopo l'avviso di garanzia, il prete si rivolse a Benedetto XVI chiedendo di «difendere l'operato di quanti lavorano nella comunità » perché, sottolineò, «non le sto a parlare di grandi cose, ma dirò con le parole del Vangelo ciò che i miei occhi hanno visto e le mie mani hanno toccato».

La risposta, che invocava «la materna protezione della Madonna del Sorriso » e inviava «l'implorata benedizione apostolica», fu interpretata come una presa di distanza netta dall'iniziativa della magistratura. Un messaggio chiaro per dimostrare che in Vaticano si era convinti dell'innocenza di don Gelmini. E questo nonostante le numerose testimonianze dei ragazzi che dicevano di essere stati abusati, di aver subito molestie e soprusi. Nonostante sotto inchiesta ci fossero i collaboratori accusati di aver pagato i testimoni per convincerli a ritrattare. Adesso qualcosa appare però cambiato. Perché l'indagine è di fatto chiusa. E l'esposizione mediatica di un processo rischia di coinvolgere anche le gerarchie ecclesiali.

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