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mercoledì 10 settembre 2008

Procedura contro Sabina Guzzanti per vilipendio al Papa al "No cav day".


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L'iniziativa in base all'articolo 290 del codice di procedura penale e del concordato tra Italia e stato del Vaticano. Gli inquirenti hanno chiesto l'archiviazione per le frasi di Beppe Grillo su Napolitano.

(Quotidiano.net) La Procura di Roma ha chiesto al ministro della giustizia l'autorizzazione ad avviare un procedimento a carico di Sabina Guzzanti, per quanto dichiarato dall'attrice l'8 luglio scorso, in occasione della manifestazione "No Cav Day", svoltasi in piazza Navona. La showgirl è indagata per il reato di vilipendio.

L'iniziativa dei pm Angelatonio Racanelli, Sergio Colaiocco e del procuratore capo Giovanni Ferrara, è presa in base all'articolo 290 del codice di procedura penale e del concordato tra Italia e stato del Vaticano che equipara, e quindi protegge, che la figura del pontefice a quello del Capo dello Stato.

Gli inquirenti hanno poi chiesto l'archiviazione del fascicolo riguardante le frasi pronunciate da Beppe Grillo, nella stessa occasione, e che riguardavano il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Secondo l'interpretazione dei magistrati quelle del comico genovese erano delle battute in cui non erano contenute offese o frasi irriguardose, ma solo comiche.

La posizione di Grillo è stata valutata sotto il profilo della satira e del diritto di critica. Le parole, invece, della Guzzanti sono state valutate estremamente irriguardose nei nei confronti del Papa. L'autorizzazione al ministro è un passaggio necessario per instaurare il procedimento nei confronti dell'attrice, che comunque è stata iscritta sul registro degli indagati per l'ipotesi di reato di vilipendio. I magistrati in questi casi hanno proceduto d'ufficio.
Per quel che riguarda invece le parole della Guzzanti per Mara Carfagna, per avviare un fascicolo servirebbe una querela dello stesso ministro delle Pari opportunità. Ma ad oggi, a piazzale Clodio, non è stata ancora posta all'attenzione degli inquirenti una denuncia.

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martedì 9 settembre 2008

Margherita Hack censurata dalla stampa su Napolitano.

Oggi, lunedì 8 settembre, Margherita Hack ci ha inviato la seguente lettera:
"A Micromega: lo scorso luglio ho mandato una lettera aperta a Napolitano a Corriere, Stampa, Repubblica, Unità e Piccolo di Trieste. Che io sappia nessuno l'ha pubblicata.

Lettera aperta al Presidente Napolitano

Caro Presidente,
ho sempre avuto grande stima per Lei e per la sua lunga militanza democratica. Perciò non capisco come abbia potuto firmare a tambur battente una legge indegna di un paese democratico come il lodo Alfano. Lei dice che la sua firma è stata meditata, e forse intendeva dire che lo considerava il male minore. Ma io, e come me molti italiani che hanno ancora la capacità di indignarsi di fronte alle violazioni della Costituzione da parte di una destra arrogante, non capiscono come sia possibile varare una legge apertamente incostituzionale. La Costituzione afferma che tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge, e quindi anche senza essere giuristi, non si capisce come quattro cittadini siano più eguali degli altri (e migliaia meno eguali, come i clandestini, che, se delinquono subiscono un aggravio di condanna). Scandalizza l'impudenza di Berlusconi, che appena varata la legge esclama: finalmente libero dalla persecuzione della magistratura. Non si configura in questa frase un oltraggio alla magistratura?
Per quanto ne so, Lei aveva trenta giorni di tempo per firmare, poi avrebbe potuto rimandare alle camere la legge per sospetta incostituzionalità, e solo dopo il secondo riesame avrebbe dovuto comunque firmarla.
Io credo che per amor di pace non si debba essere troppo acquiescenti con una destra antidemocratica. E' già successo una volta, ottantasei anni fa."

Margherita Hack

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giovedì 28 agosto 2008

GB, al via programma di castrazione chimica per i pedofili.

Con i farmaci si riduce il testosterone a livelli preadolescenziali. Non è obbligatoria e non è un'alternativa al carcere. Chi è stato condannato per pedofilia e vuole 'curarsi', potrà prendere i farmaci entrando a far parte del programma di sperimentazione.

(Adnkronos/Adnkronos Salute) - Castrazione chimica per i pedofili in Gran Bretagna. E' l'iniziativa del governo d'Oltremanica, sulla base delle ricerche che mostrano come l'assunzione di farmaci anti-libido possa ridurre il rischio di nuovi abusi sessuali sui bambini.

Non sarà obbligatoria: chi è stato condannato per pedofilia e vuole 'curarsi', potrà prendere i farmaci entrando a far parte del programma di sperimentazione. Il ministero della Salute ha dato l'incarico allo psichiatra Don Grubin, dell'Istituto di neuroscienze dell'università di Newcastle, di coordinare l'iniziativa in tutto il Regno Unito.

Non è un'alternativa al carcere, specifica l'esperto: "Ci si potrà sottoporre al trattamento dopo aver scontato la condanna", si legge sul quotidiano britannico 'Telegraph'. Innanzitutto, verranno identificati i soggetti che beneficeranno dei farmaci in grado di spegnere la libido, fra cui antidepressivi come il Prozac o anti-cancro.

Si riduce il testosterone a livelli preadolescenziali, con effetti simili a quelli della castrazione. Programmi del genere sono già stati adottati sui pedofili in Svezia, Danimarca, Canada e in otto Stati negli Usa.

E i dati che arrivano dalla Scandinavia sembrano provare l'efficacia della castrazione chimica. La reiterazione del reato ai danni dei più piccoli si è ridotta da oltre il 40% al 5%.

Sul fronte degli scettici, invece, l'Australia: il Governo ha sempre rispedito al mittente gli appelli ad avviare una simile iniziativa, perché convinto che non ci siano prove sufficienti che funzioni. Non solo. Poco si sa sugli effetti collaterali dei farmaci, che possono indurre uno stato letargico e scatenare problemi ormonali. Tant'è. La Gran Bretagna ha deciso, fornendo la possibilità di affiancare, al temine della condanna, i farmaci al trattamento psichiatrico per chi ha commesso reati sessuali, primo tra tutti la pedofilia. Il contratto triennale fra il ministero della Salute, il Northumberland Tyne e il Wear Nhs Trust è stato siglato lo scorso ottobre, ma solo ora sono stati resi noti i dettagli.

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mercoledì 13 agosto 2008

Un anno fa il delitto di Chiara Poggi.

(Sky tg24) Un anno fa l'omicidio di Garlasco. Stasera, in duomo, una messa ricorderà Chiara Poggi, uccisa la mattina del 13 agosto 2007. L'assassino non ha ancora un nome. La Procura di Vigevano, nelle prossime settimane, chiuderà l'indagine. Probabile il rinvio a giudizio di Stasi. Troppe, secondo gli inquirenti, le contraddizioni nel suo racconto. Ma i legali del ragazzo, che a settembre fu arrestato e poi scarcerato per inconsistenza delle prove, ritengono di poter dimostrare che quel giorno, nella villetta di via Pascoli, c'erano due persone, di statura inferiore al loro assistito.
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venerdì 8 agosto 2008

Un giudice russo assolve le molestie sessuali: Sono utili alla sopravvivenza della specie.

(Pinkblog) Questa è incredibile. Tanto da rasentare il ridicolo. Eppure è successa: in Russia un giudice ha assolto un uomo che era stato trascinato in tribunale da una sua dipendente che lo accusava di molestie sessuali sul luogo di lavoro. E fin qui niente di nuovo; accade ancora purtroppo.Sono le motivazioni alla base della sentenza a suscitare sdegno. Infatti non si tratta di mancanza di prove o qualcosa del genere. Il fatto è stato accertato e confermato ma esso non costituisce reato.

Le molestie sessuali sul luogo di lavoro non possono essere condannate perchè sono utili a garantire la sopravvivenza della razza umana

Avete letto bene. Non si può condannare lo quallido personaggio in questione, non perchè non abbia commesso il fatto, ma perchè il fatto in sè stesso non costituisce reato. Anzi, quasi quasi è da premiare, perchè contribuisce alla riproduzione della razza umana. Un benefattore insomma. Tra l’altro anche un benefattore gentiluomo: non è che sia saltato addosso alla donna intimandole di accoppiarsi selvaggiamente tra fascicoli e stampanti. Le avrebbe gentilmente fatto presente il suo desiderio di avere un rapporto sessuale completo con lei.

Ora, la verità certamente noi non la possiamo sapere. Magari Mister x si è semplicemente fatto avanti con la sua impiegata eccedendo forse in dettagli, o magari ha decisamente approfittato della situazione di vicinanza data dal lavorare insieme e specialmente dalla sua posizione di superiorità in quanto capo. Non lo sapremo mai. Ciò che invece è certo è che secondo questo togato dobbiamo tutti ringraziare le avances, non importa fatte da chi, come dove e quando. Senza l’intraprendenza del genere maschile saremmo tutti estinti da un pezzo…

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domenica 27 luglio 2008

La Commissione giustizia dice no ad una legge di connessione tra stalking ed omofobia.

Pdl contro l'omofobia di competenza della commissione Affari costituzionali.
(Asca) L'ampio confronto sviluppatosi in Commissione Giustizia sul ddl governativo 1440 e sulle numerose pdl che prevedono l'introduzione nell'ordinamento del delitto di molestie insistenti ha confermato il no a connettere con le misure di contrasto dello stalking quelle relative alle discriminazioni per motivi di scelte sessuali ed identita' di genere. Lo ha ribadito la Presidente della Commissione, Giulia Bongiorno precisando le ragioni per cui la pdl presentata da Anna Paola Concia del PD, e gia' assegnata alla Affari Costituzionali e alla Giustizia in seduta congiunta, rientra nell'ambito della parita' dei diritti e dei divieti di discriminazione che sono di competenza della Affari Costituzionali. La Giustizia andra' avanti, quindi, nella definizione di un testo base o di un testo unificato dei numerosi progetti specificamente relativi alle molestie insistenti che gia' nella scorsa legislatura erano stati stralciati rispetto al testo allora approvato dall'Esecutivo per il contrasto della violenza sessuale. E proprio a quello schema normativo e alla messa a punto che era stata fatta con il testo unificato-stralcio proposto dall'ex Presidente della Giustizia, Pino Pisicchio hanno fatto riferimento vari deputati per formulare alcune riserve sul ddl presentato ora dal Governo.

Riserve espresse anche da Manlio Contento del PdL perche' nel testo governativo piu' che all'evento della sofferenza psichica suscitata nella vittima dal molestatore si fa riferimento alla idoneita' della condotta a cagionare un perdurante e grave stato di ansia.

Questa dizione non supera le obiezioni che erano state gia' affrontate nella scorsa legislatura per la indeterminatezza della formula usata e per l'esigenza di un chiaro nesso di casualita' necessario a configurare il reato. Anche l'ex Ministro Barbara Pollastrini ed altri deputati del PD hanno rilevato che occorre un piu' complessivo approccio al problema delle molestie e della violenza pur concordando con la urgenza di colmare il vuoto normativo esistente in materia di stalking. Marilena Samperi del PD ha sostenuto che resta valida l'impostazione che quasi tutti i gruppi avevano concordato nella scorsa legislatura disciplinando unitariamente il problema della violenza sessuale, della omofobia e delle molestie che sono imputabili innanzitutto a carenze culturali.

La Commissione, comunque, procedera' nella definizione del testo centrato sulle molestie reiterate ed insistenti. Punto essenziale - come ha sottolineato Manlio Contento - e' punire il nuovo delitto a querela della persona offesa e non procedendo d'ufficio perche' deve essere rimessa alla vittima la valutazione di affrontare un processo penale che puo' essere doloroso proprio per la parte offesa.

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sabato 12 luglio 2008

Catania. Patente sospesa perche' gay: due ministeri condannati a risarcire 100mila euro.

I titolari pro tempore dei ministeri della Difesa e dei Trasporti dovranno versare 100 mila euro come risarcimento danni a Danilo Giuffrida (nella foto), il 26enne nei cui confronti fu avviato l' iter di sospensione della sua patente dopo che alla visita di leva aveva rivelato di essere omosessuale per 'disturbo dell'identità sessuale". Lo ha stabilito il presidente della quinta sezione civile del Tribunale di Catania, Ezio Cannata Baratta. La vicenda prese avvio dalla visita di leva. Ai medici di Augusta Giuffrida dichiarò la sua omosessualità. L' ospedale militare informò la Motorizzazione civile che il giovane non era in possesso dei "requisiti psicofisici richiesti" e gli sospese la patente di guida in attesa di una revisione all' idoneità. Giuffrida, tramite l'avvocato Giuseppe Lipera, presentò ricorso davanti al Tribunale amministrativo regionale di Catania che sospese il provvedimento della Motorizzazione osservando che l'omosessualità "non può considerarsi una malattia psichica". Contemporaneamente presentò una domanda di risarcimento danni ai ministeri della Difesa e dei Trasporti ottenendo, in primo grado, il pagamento di 100 mila euro.

"I comportamenti tenuti dalle due amministrazioni appaiono in evidente discriminazione sessuale del Giuffrida e in evidente dispregio dei principi costituzionali". Lo scrive il giudice Ezio Cannata Baratta nella sentenza con quale condanna i ministeri della Difesa e dei Trasporti al pagamento di 100 mila euro di risarcimento danni a Dino Giuffrida, il giovane al quale fu sospesa la patente di guida perché alla visita di leva dichiarò di essere gay. Secondo il presidente della quinta sezione civile del Tribunale di Catania "i comportamenti dei due ministeri" avrebbero "cagionato un grave danno al Giuffrida costituito dalla grave sofferenza morale cagionata dall'umiliante discriminazione subita". "Il comportamento delle due amministrazioni - scrive il giudice nella sentenza - ha gravemente offeso ed oltraggiato la personalità del Giuffrida in uno dei suoi aspetti più sensibili ed ha indotto nello stesso un grave sentimento di sfiducia nei confronti dello Stato percepito come vessatorio nell'esprimere e realizzare la sua personalità nel mondo esterno". Il Tribunale ha anche condannato i due ministeri al pagamento di 10 mila euro di spese legali.

"Quella emessa dal Tribunale di Catania è la prima sentenza del genere: che punisce il danno esistenziale di una persona che viene discriminata dallo Stato perché omosessuale". Lo afferma l'avvocato Giuseppe Lipera, legale del giovane che ha ottenuto, in primo grado, 100 mila euro dai ministeri della Difesa e dei Trasporti al quale fu sospesa la patente perché alla visita di leva dichiarò di essere gay. "La quantificazione del risarcimento è irrilevante rispetto al danno subito dal mio assistito - aggiunge Lipera - per questo auspico che il presidente del Consiglio dei ministri convochi Giuffrida e gli chieda scusa a nome dello Stato e di tutti gli italiani".
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venerdì 11 luglio 2008

Il sostituto Pm Ingroia: "Di boss mafiosi e gay ce ne sono eccome".


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Antonio Ingroia, sostituto procuratore della Dda di Palermo, risponde alle domande di Klaus Davi per "Klauscondicio", una trasmissione in onda su "You tube".

E la polemica è assicurata. Il magistrato critica il silenzio della Chiesa nella lotta alla mafia, il disimpegno del servizio pubblico e parla di boss omosessuali e della Confindustria.

Matteo Messina Denaro
"In questo momento è l'unico leader mafioso in Italia ed è anche il più difficile da prendere perché vive in un territorio, come quello trapanese, in cui gran parte della società é schierata con la mafia".

La chiesa
"Nella sua lotta alla mafia è troppo in silenzio, sta troppo zitta, da parte sua ci vorrebbe una maggiore assunzione di responsabilità. Non è solo la Chiesa ad essere silente, ma sono anche un po' tutte le istituzioni. In realta' solo un 30% della Chiesa siciliana è protagonista e attiva nella lotta alla mafia - aggiunge -. Il resto non è impegnato troppo passionalmente, e noi abbiamo bisogno di passione, di assunzione di responsabilità e di modelli".
"Abbiamo nostalgia e il rimpianto di prese di posizione come quelle di Papa Giovanni Paolo II. Abbiamo bisogno di preti coraggio come padre Puglisi. Abbiamo bisogno di quel tipo d'interventi perché abbiamo avuto tracce e certezze che quella presa di posizione del Papa polacco, così forte ed energica fece breccia nei giovani e perfino nei mafiosi".

La televisione pubblica
"La Rai non ha fatto quasi nulla o pochissimo, anche in questi due anni, nella lotta alla mafia. Al contrario, da qualche fiction tv, sono emersi alcuni messaggi equivoci, addirittura controproducenti per la lotta contro la criminalità. Colpisce per esempio che la serie Soprano in Italia sia stata di fatto oscurata. E' una serie che deride la mafia, non la celebra".

Boss gay
"Di boss mafiosi e gay ce ne sono eccome, ma si nascondono e non escono allo scoperto. Sono ben lontani dal fare outing. Questi boss mafiosi omosessuali non si sono mai dichiarati per un semplice motivo: hanno paura di essere estromessi dall'organizzazione. Se l'essere gay costituisce ancora un tabù per la società italiana, figuriamoci in una società arcaica come quella mafiosa. Perciò questi boss vivono la loro omosessualità clandestinamente e con paura perché, se scoperti, rischiano di essere estromessi. Diverso il discorso per i mafiosi americani. Nelle nuove generazioni, più aperte, come la mafia italo-americana, c'è una maggiore tolleranza verso l'omosessualità; e quindi ci sono anche boss gay più palesi".

Confindustria
"Spero che il presidente di Confindustria continuerà la battaglia alla mafia portata avanti da Montezemolo. Devo ammettere, però, che non abbiamo avuto segnali tangibili e incisivi. Bisogna sostenere gli imprenditori, ci deve essere una presa di posizione di Confindustria, in questo momento sarebbe di grande significato".

Le banche
"Non ci sono dubbi: un terzo del giro di soldi amministrato dalle banche in Italia ha una provenienza criminale, diretta o indiretta. Con questo non voglio assolutamente dire che le banche sono controllate dalla mafia, ma che amministrano questi soldi sicuramente sì". Da questo punto di vista è bene che l'Abi cominci a mettersi in fila dicendo: noi siamo consapevoli che al nostro interno ci sono delle collusioni, dei silenzi e delle coperture. Mettiamoci attorno a un tavolo, con magistrati, operatori ed esperti di anti-riciclaggio e troviamo gli strumenti per frenare il riciclaggio. Temo che su questo ci sia un eccesso di cautela".

41-bis (carcere duro per i mafiosi)
"Oggi per i boss è potenzialmente possibile commissionare omicidi e stragi, come può avvenire attraverso l'ora d'aria in comune, che si può svolgere con altri capimafia. Con un 41bis allentato può accadere che si incontrino 4-5 boss nel cortile, consentendo di fatto la ricostituzione di cupole in carcere".

Terrorismo islamico e mafia
"Fino ad oggi tra mafia ed estremismo islamico non c'è stata alcuna sovrapposizione. Ma nel flusso di immigrazione clandestino, a volte, si sono trovati soggetti facenti parte del terrorismo che utilizzano la Sicilia come terra di passaggio. Questo traffico era gestito da organizzazioni criminali miste, costituite sia da stranieri sia da italiani, ma non abbiamo un riscontro che siano mafiosi. In pratica, c'è un potenziale rischio di contaminazione fra terrorismo islamico e mafia, che però non è stata ancora messa in atto".
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giovedì 10 luglio 2008

Sorpresi sul fatto. No al sesso con i cadaveri. Lo ha deciso la Corte Suprema del Wisconsin.

Motivazione: Il morto non può dare il consenso all'amplesso.
(Apcom) - Un vuoto legislativo rischiava di introdurre nella legislazione americana un precedente a dir poco grottesco. La Corte Suprema dello Stato del Wisconsin è intervenuta per vietare in maniera esplicita la riesumazione di cadaveri a scopi sessuale, con una motivazione che, seppure ineccepibile sul fronte giuridico, sembra tuttavia ispirata dal migliore humor nero: chi è morto non può, suo malgrado, dare il proprio consenso all'amplesso.

Il tribunale di grado inferiore è stata costretto a ricorrere alla Corte Suprema non trovando nell'ordinamento giudiziario una norma che vietasse la necrofilia. La Corte Suprema si è così dovuta appellare al principio che obbliga al consenso nei rapporti sessuali.

La cronaca dell'episodio alla radice del garbuglio giuridico non è meno grottesca. Dopo aver visto all'obitorio la foto di una ragazza morta una settimana prima in un incidente motociclistico, Nicholas Grunke, un ragazzo di 22 anni di Madison, in Wisconsin, ha chiesto al fratello e ad un amico di aiutarlo a disseppellire il corpo per avere rapporti sessuali con lei.

I tre ragazzi, tutti coetanei, sono stati colti sul fatto, la loro bravata illuminata dai fari di un'automobile entrata nel cimitero. La scena era da brividi: i tre tentavano di arrivare alla tomba con in mano, oltre alle vanghe, una scatola di preservativi.

Non sapendo a cosa appellarsi il procuratore li ha incriminati per furto e tentata violenza sessuale mentre il legale difensore ha cercato di portare a casa l'assoluzione proprio in assenza di una norma specifica che vietasse lo stupro di cadaveri. I tre ora rischiano una pena di dieci anni di carcere, in linea con una ventina di Stati americani che prevedono il reato di necrofilia.

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L'India verso la depenalizzazione dell'omosessualità.

L'Alta Corte accetta di accellerare la discussione sul tema.
(Lamanicatagliata.com) L'Alta Corte indiana ha deciso di accelerare il processo di depenlizzazione dell'omosessualità, su petizione della Fondazione Nazionale. Attualmente il codice penale indiano accomuna i rapporti omosessuali ai rapporti sessuali con animali ed altre bestialità, eredità delle antiche leggi inglesi mai abrogate. Lo scorso 4 luglio, è riportato dal sito Tetu.com, gli attivisti LGBT sono stati ascoltati dal tribunale.

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mercoledì 9 luglio 2008

Di Pietro all'attacco: "Resistere e ribellarsi". Cartelli imbarazzanti per il governo.

(Tiscali notizie) Lo scontro sulla giustizia è ormai a tutto campo e investe partiti e istituzioni. In attesa che giovedì l'aula della Camera voti sul lodo Alfano, il Governo ha dichiarato che modificherà il dl sicurezza per quanto riguarda l'emendamento bloccaprocessi e ottenuto le critiche dell'Italia dei Valori. "Questa è una dittatura dolce che non violenta né usa olio di ricino ma procede con leggi ad personam". Antonio Di Pietro parla a piazza Navona durante la manifestazione contro le leggi del governo Berlusconi e afferma che "i cittadini devono resistere e ribellarsi: tutti i regimi cominciano in maniera dolce". Quando i cronisti gli chiedono quante persona siano presenti alla manifestazione romana, il leader dell'Italia dei valori risponde con ironia: "E che mi metto a fare la conta...".

"Un comportamento da nuova P2 anzi vecchia" - "Sequestro di funzioni parlamentari a fini estorsivi con ricatto e riscatto": questo secondo il leader dell'Italia dei Valori è il 'reato' che sta commettendo il governo Berlusconi. "Andate a rileggervi le proposte della P2 sulla giustizia - ha attaccato Di Pietro rivolgendosi alla platea -, una giustizia asservita al potere. Questo è un comportamento da nuova P2 anzi vecchia perchè sono sempre loro, erano iscritti prima...".

L'ex pm: "Così le alte cariche possono stuprare i bambini" - "Qualcuno mi sta processando? Mi faccio una legge che dice che quattro cittadini italiani una volta che diventano presidente della Repubblica, della Camera o del Senato, capo del governo, possono ammazzare la moglie, stuprare bambini, o addirittura corrompere un testimone in un processo e non possono essere processati".

L'attacco al Partito democratico - Di Pietro non risparmia una critica al Pd di Veltroni che ha scelto di non scendere in piazza. "Noi rispettiamo chi non è qui ma chiediamo ugualmente rispetto da chi non c'è e non ha aderito nemmeno idealmente - ha detto l'ex magistrato -. Ci sono modi diversi di fare opposizione e tutti vanno rispettati. Noi non cadiamo nel tranello di chi vuole evidenziare uno scollamento tra le opposizioni, il problema non è questo ma è Berlusconi che ha messo in atto una truffa elettorale".

La replica di Berlusconi e La Russa - Silvio Berlusconi dal Giappone replica: "Non credo che una manifestazione possa formare l'immagine di un paese. L'immagine di un paese si fa con i fatti". Il ministro della Giustizia Ignazio La Russa afferma: "Il lodo Maccanico fa rinascere la speranza che si possa discutere di giustizia serenamente. Forse è proprio per questo che Di Pietro sta manifestando con tutta la sua forza, forse per impedire che finisca l'antiberlusconismo pretestuoso e di maniera. Se la questione giustizia venisse risolta Di Pietro sarebbe come uno squaletto a cui improvvisamente viene tolta l'acqua. Cosi' si spiega la sua agitazione parossistica".

Cossiga: "Di Pietro è un burattino esibizionista" - Dal Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga arriva un macigno su Di Pietro: "E' un burattino esibizionista, che restitui' 100 milioni in una scatola di scarpe all'odore di inchiesta ministeriale. La Cia e gli Stati Uniti non sono stati estranei a Tangentopoli e alle 'disgrazie' di Andreotti e Craxi".
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No Cav Day: Beppe Grillo attacca Napolitano.
Beppe Grillo attacca il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per il via libera al Lodo Alfano. "Ve lo immaginate Pertini firmare una legge che lo rende immune dalla giustizia? Io a farlo non ci vedevo nemmeno Ciampi e neppure Scalfaro, ma Napolitano ha firmato", ha detto il comico. "Mentre Napoli era invasa dall'immondizia - ha continuato Grillo -, dove e' andato il presidente? Non da una famiglia a Chiaiano, ma a Capri accompagnato da due indagati, Bassolino e Sandra Lonardo Mastella...". (Agr)
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No Cav Day: Travaglio contro Quirinale e Pd.
"Fino ad ora il Quirinale ha firmato tutto, compresa l'aggravante razziale. Speriamo che la smetta". Marco Travaglio, intervenuto al No Cav Day, fa capire che non ce l'ha solo con Berlusconi e i suoi, ma anche col Partito democratico e, soprattutto, con il Quirinale. E sul dialogo tra maggioranza e opposizione, Travaglio dice che Berlusconi "E' come una mantide religiosa, fa una scopatina con un leader del centrosinistra e poi se lo mangia. Il bello e' che ogni volta ne trova uno nuovo che gli va incontro sorridendo". (Agr)
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No Cav Day: Gli organizzatori, Siamo 30mila.
"In piazza ci sono trentamila persone". Lo ha detto Mattia Stella, il primo oratore a parlare dal palco della manifestazione di Piazza Navona sulla giustizia. Tra i molti vessilli dell'Italia dei Valori, dei Comunisti di Ferrando e di Sinistra Democratica, anche alcune bandiere del Partito Democratico, che ha deciso di non aderire ufficialmente alla manifestazione. (Agr)
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Separati in piazza contro Berlusconi.

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Paolo Flores d'Arcais e Travaglio e Diliberto.

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Di Pietro "Fermiamo il caimano".

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I commenti dei manifestanti "Si faccia processare".

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venerdì 27 giugno 2008

Gestisce sito porno di prostitute, indagato per favoreggiamento.

Nei guai un webmaster 33enne di Farneta finito nell’indagine che ha portato al sequestro del residence a luci rosse frequentato da professionisti.
(Luca Tronchetti - Il Tirreno) Per la prima volta in Italia in un’inchiesta sulla prostituzione finisce nei guai anche il webmaster. Viene indagato un esperto di internet di 33 anni residente a Farneta, che curava gran parte dei siti delle lucciole che esercitavano il mestiere nella palazzina hard ad Altopascio messa sotto sequestro due giorni fa. Si tratta dell’ideatore di una rivista di annunci hard collegata a un sito.
Per i carabinieri del reparto operativo è lui che, attraverso un servizio porta a porta, oltre a inserire nomi, messaggi e foto sulla rivista crea per ogni lucciola siti con immagini osé, annunci piccanti e numeri telefonici delle ragazze e dei viados da contattare. Un’attività, stando alla procura, equiparabile a quella del «procacciatore d’affari» e quindi in grado di favorire la prostituzione. Ieri mattina il sostituto procuratore Fiorenza Marrara, che cura l’inchiesta, ha inviato ai legali degli inquisiti l’avviso di conclusione dell’indagine. Assieme a Gianfranco e Franca Nelli, padre e figlia di 75 e 51 anni, i proprietari del residence «La Meridiana» posto sotto sequestro preventivo dal gip, e Rita Marti Do Couto, 43 anni, brasiliana, in arte «Bocca di peperoncino» - tutti agli arresti domiciliari - risultano indagati il gestore dei siti delle prostitute e un transessuale brasiliano di 33 anni che con la connazionale aveva il compito di riscuotere gli affitti - parte a nero e parte in regola, secondo l’accusa - per conto dei proprietari dell’albergo. Il trans, però, è latitante. Inizialmente era stato coinvolto nell’indagine anche il fornitore ufficiale di preservativi, creme vaginali e profumi afrodisiaci: un quarantenne residente a Siena che una volta alla settimana suonava il campanello del residence e vendeva i suoi prodotti alle prostitute. L’uomo era già finito nei guai per gli stessi motivi dalla procura di Firenze.
GIRO D’AFFARI Ragazze e soprattutto viados - richiesti soprattutto da imprenditori dell’hinterland fiorentino o del comprensorio del Cuoio - erano in grado di portarsi a casa anche 5mila euro al mese. Con punte di 300-400 euro al giorno, almeno stando a quanto ricostruito dall’inchiesta. Da fine maggio tuttavia anche il settore aveva iniziato a mostrare segnali di crisi e molte lucciole avevano deciso di cambiare zona. I militari hanno appurato che Gianfranco e Franca Nelli - difesi dall’avvocato Iacopetti - si facevano consegnare da ogni prostituta circa mille euro al mese.
GLI ESATTORI. Le lucciole brasiliane indagate, stando all’accusa, venivano usate come «esattori» nei confronti delle altre ospiti della palazzina dell’amore. «Bocca di peperoncino» è accusata anche di estorsione nei confronti di un trans che aveva minacciato perché non pagava l’affitto in maniera regolare. Una delle lucciole, stanca di pagare quello che lei riteneva una sorta di pizzo, se n’era andata dal residence mettendosi in proprio. Rintracciata telefonicamente dalla maitresse era stata invitata a versare una somma di 5mila euro. Una sorta di «buonuscita» per aver usufruito nel momento in cui si era messa in proprio dell’«avviamento» dell’affermato residence delle squillo. A un giovane viado di 18 anni era andata anche peggio. Allontanatosi dalla casa del sesso per raggiungere un collega era stato fatto oggetto di una spedizione punitiva. Alcuni marocchini, istigati dai viados del residence altopascese, lo avevano scovato - sostiene l’accusa - colpendolo con pugni e calci e costringendolo, di fatto, a ritornare in Brasile.

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mercoledì 25 giugno 2008

Governo maldestro. “Il decreto sicurezza salva i pedofili”, la denuncia di Telefono Arcobaleno.

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(Panorama) “Il decreto sicurezza, così com’è, mette la parola fine alla lotta alla pedofilia online in Italia”. Lo ripete due volte, Giovanni Arena, presidente di Telefono Arcobaleno, l’Ong italiana che da dodici anni si occupa di segnalare e combattere il mercato degli abusi sessuali sui minori. Vuol essere sicuro che si capisca bene: “non voglio dare un giudizio politico, ma tecnico” chiarisce: “l’articolo 2 del decreto sicurezza appena approvato al Senato è un articolo “salvapedofili” dice. Un’accusa forte: “Il decreto contiene una disposizione che concentra la competenza dei moltissimi procedimenti contro la pedofilia on line nelle già intasatissime procure antimafia, togliendoli alle procure ordinarie. Oggi un giudizio per casi di pedofilia dura in media tre o quattro anni in primo grado, ma nelle procure distrettuali, oberate da migliaia di procedimenti diversi durerebbe molto di più”. “Potrebbe essere” dice Arena “la morte dell’attività di contrasto alla pedopornografia in rete, che, come tutti sappiamo, deve essere attività dinamica in linea con l’evoluzione tecnologica e con l’aggressività di coloro che fanno mercato dei bambini in tutto il mondo attraverso internet. Si aggiunge un altro tassello a un impianto normativo ingestibile”. La sua speranza è che “al passaggio alla Camera venga cambiato quest’articolo delirante”.

L’ultima caccia ai pedofili online è finita stamattina: quarantuno persone arrestate in tutta la Spagna. Più di cento hard disk e un migliaio di supporti digitali requisiti. La Polizia spagnola ha diffuso un comunicato, in cui si dà il merito della scoperta (e della segnalazione) della rete pedofila proprio a Telefono arcobaleno. Sono loro, i cacciatori dei pedofili online. “Abbiamo fatto più di 21mila segnalazioni di siti nei primi sei mesi del 2008″ dice Maria Clara Marchi, responsabile dell’ Ong “e prevediamo un aumento dei casi del 30% nel corso dell’anno”. Numeri alti, per un fenomeno sommerso: “Siamo un’equipe di sei persone” spiega Marchi, “seguiamo le tracce del mercato pedopornografico sulla rete”. M a non c’è il rischio di finirci impigliati, nella rete? “Beh, ovviamente abbiamo delle regole di operatività molto ferree, non scarichiamo materiale, non ci immischiamo. Il trucco è entrare nella testa di queste persone, seguire le loro tracce. Poi ogni volta che si scopre un sito, si scopre una rete di contatti. E facciamo partire le denunce”. Una procedura che, secondo Telefono Arcobaleno, va a colpo sicuro: “Non gettiamo fango su gente che non c’entra. le denunce sono circostanziate, precise, con la prova di materiale scaricato che poi viene regolarmente rinvenuto dalla polizia nelle case delle persone arrestate. Questi sono collezionisti, si muovono con circospezione, con password criptate, siti ultranascosti, è un mondo abbastanza underground, in cui è assai improbabile che si capiti per caso”.
Il Telefono arcobaleno funziona dal 1996. Dodici anni di monitoraggio e segnalazioni anche grazie a un numero verde, 800 025 777, a disposizione dei minori vittime di abusi. Secondo il report diffuso dall’associazione, il numero di siti pedofili on line è triplicato dal 2005 al 2007, passando dai 13.315 del 2005 ai 39.418 del 2007. E c’è anche una vera e propria “sottocultura” pedofila sommersa, che considera legittimo l’amore “consenziente” con i minori rifacendosi a paraventi letterari come Lolita o i grandi filosofi greci dell’antichità. E nascondendosi la realtà di brutale sfruttamento del turismo sessuale pedofilo diffuso in Stati come la Thailandia. “Così” denuncia Telefono Arcobaleno, “nascono iniziative come il “boy love day” proclamato su internet per la giornata di ieri, il 24 giugno”. “È importante contrastare radicalmente queste rivendicazioni pseudo-culturali” dice il presidente Giovanni Arena “e devo dire che in questo senso in Italia c’è la giusta sensibilità e i siti di questo tipo accessibili sono stati sequestrati”. La maggior parte di quelli attivi, dice Arena, si trovano in Olanda, Svezia, Germania e Usa. Il discorso normativo è diverso in altri Paesi: “In Olanda, ad esempio, c’è secondo me un’eccessiva tutela alla libertà di espressione su un tema così delicato e si arriva a permettere proclami deliranti di questi che sono mercanti dell’abuso”.

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martedì 24 giugno 2008

Berlusconi ha paura della galera, lo dice Bossi. E Luigi Crespi spiega il perche'.

"Sui magistrati, a questo giro, Berlusconi ha ragione. Il problema è che lui poi esagera un tantino, è troppo ossessionato da queste cose, ha troppa paura di finire in galera…” Di chi sono queste parole?

(Luigi Crespi - Clandestino web) Forse del peggior nemico del Silvio nazionale, di un’infuriato Di Pietro o di un diffamatore che tenta di minare le fondamenta carismatiche della leadership del Premier?
Ma no! Queste parole sono di Umberto Bossi, amico e fedelissimo alleato che attraverso un apparente ed innocuo intercalare dice una verità spaventosa che condiziona la nostra storia e la nostra convivenza civile.
Il capo, il generale, il comandante ha paura nel momento di massima estensione della sua forza, espressa attraverso un consenso plebiscitario che non si limita alla sua persona e alla simpatia che può generare ma si estende alle sue scelte, al suo pensiero, a tutte le sue iniziative.

LA MAGGIORANZA CON SILVIO La maggioranza degli italiani è convinta che stia facendo bene per la sicurezza e l’economia, che stia sistemando i rifiuti di Napoli e la questione Alitalia, la maggioranza si schiera con lui quando pretende il ritorno al nucleare, e addirittura quando bacchetta il Papa chiedendo l'eucarestia per i divorziati.
La maggioranza è con Berlusconi anche contro i giudici colpevoli di avere ordito nel tempo una vera persecuzione nei suoi confronti, e per questo chiede l’immunità, torna a fare la faccia cattiva, rompe con il suo “benefattore” Veltroni e la gente, anche in questo caso è con lui.
Ma il leader più amato d'Italia ha paura di andare in carcere e questo gli impedisce di utilizzare l'enorme consenso che ha nel Paese e la stragrande maggioranza parlamentare per determinare quelle riforme della giustizia indispensabili, come ad esempio la separazione delle carriere o il feticcio dell'obbligatorietà dell'azione penale, e si limita scongiurare il rischio di una condanna a oltre 5 anni che il processo Mills gli potrebbe riservare.

COME NEL 2002... Si ripropone la situazione del 2002 quando Berlusconi ha optato per una serie di leggi ad personam anzichè affrontare delle giuste ed eque riforme del sistema giudiziario. All'epoca però il clima politco era differente, la Magistratura vantava una fiducia maggioritaria nell'opinione pubblica che ha perso dopo vicende come quella di De Magistris, inoltre l'opposizione non era certamente nelle condizioni in cui si trova oggi ed il consenso del Premier non era ai livelli odierni.
Ma su una cosa certamente Berlusconi sbaglia: le toghe non sono nè rosse, nè gialle, non sono determinate da una ideologia politica ma rappresentano una visione della società di una casta di eletti, di chi per concorso sa cosa è giusto e sbagliato e soprattutto definisce chi sta dalla parte del bene e chi da quella del male, ben lontani da quelle figure atte a tutelare i diritti dei cittadini ed il rispetto delle leggi.

UNA TESTIMONIANZA, DENTRO LE COSE. La persecuzione nei confronti di Berlusconi è ormai un dato di fatto e lo testimoniano le migliaia di atti giudiziari posti in essere in questi anni che, al netto delle leggi ad personam, non hanno intaccato la fedina penale del Cavaliere, nè tantomeno la sua credibilità.
Ma se quella di Berlusconi è un'ossessione devo dire che anche i giudici ne sono a loro volta ossessionati e la mia esperienza diretta, personale, ne è una prova inconfutabile. Quando nel 2003 ero a capo della HDC e mi sono trovato in conflitto con i miei soci finanziatori della Banca Popolare di Lodi e nonostante tutte le carte, i documenti e le normative fossero a mio favore, tanto da far sperare in una rapida e soddisfacente chiusura della vicenda, ho avuto modo di verificare come la paura possa condizionare Berlusconi tanto da "consigliarmi" in quel caso di non procedere nell'azione contro la BPL e di cedere alla stessa il pacchetto azionario di tutte le mie società, in virtù del fatto che negli anni che avevano preceduto la vittoria del 2001 ero stato il gestore, cioè avevo incassato, pagato, gestito i soldi delle campagne elettorali di Forza Italia, lavoro tra l'altro svolto in modo ineccepibile e con ottimi risultati. Fu questo lavoro a legittimare e gettare le basi del successo temporaneo di HDC, ma al contempo rappresentava un potenziale pericolo, che io non vedevo, ma di cui è evidente Berlusconi aveva paura.
La paura spesso è compagna della viltà e così dopo aver "ceduto", il silenzio intorno a me è stato tombale, soprattutto quando la BPL non ha mantenuto nessuno dei suoi impegni. Io che ho sempre creduto, un pò ingenuamente, nella Magistratura e ho sempre ritenuto che Berlusconi esagerasse un pò, non ho esitato ha denunciare la banca per estorsione contrattuale e truffa, denuncia incardinata nel processo che mi auguro che prima o poi vedrà la luce.

OTTO GIORNI IN CARCERE, MA SENZA PAURA La vicenda, manco a dirlo e secondo me solo perchè coinvolgeva Berlusconi, mi è costata 8 giorni a San Vittore e un lunghissimo interrogatorio che sempre di più si allontanava dai fatti e dalle responsabilità oggettive che avevano determinato il dissesto dell'azienda, e sempre di più mi sono tovato nella condizione di dover spiegare ai PM e dimostrare cose per me inconcepibili, cioè che le mie aziende non erano una fonte di fianziamento illecito per le campagne elettorali di Berlusconi e che quel modello aziendale era stato creato per essere quotato in Borsa e non per costruire ingegnosi fondi neri. Ritenevo risibile che qualcuno potesse solo pensare che il rapporto tra me e Berlusconi fosse fondato sul fatto che gli passassi sotto banco dei soldi, eppure non è stato così.
Il fatto che io non avessi nomi o denunce clamorose da fare, mi ha reso debole, poco interessante, ma d'altronde nei 7 anni vissuti ad Arcore, non ho mai visto nulla di illegale e quindi il fatto che dopo di me non siano stati fatti altri arresti e che la vicenda non avesse i risvolti attesi, non ha certamente rafforzato gli anni di intercettazioni telefoniche che però hanno dilaniato la vita privata e pubblica di persone, spesso amici che magari nulla centravano con le indagini. Questo però alimentava bene l'idea preconcetta che tutto ciò che ha a che fare con Berlusconi rappresenti malaffare e intrigo, ben alimentata dai giornali come ad esempio il Corriere della Sera che in questo caso hanno agito come veri e propri amplificatori della Procura, senza mai degnarsi di sentire, nemmeno una volta quelle che erano le posizioni della difesa.

NON SAI NIENTE DI BERLUSCONI, MA ALMENO DI SACCA'... Certo, i PM devono scoprire reati, ma una persona che sta in carcere, privata della sua libertà, quanto può essere attendibile, e quanto può essere giusto chiedergli di denunciare reati? E quanti hanno la schiena dritta e non hanno mentito sulle responsabilità altrui solo per riconquistare la libertà?
Io non ho mentito nemmeno su Agostino Saccà che da direttore generale della Rai, mi affidò, dopo la vittoria di una gara, l'appalto dei dati elettorali, proiezioni ed exit, e non può essere sfuggito che l'ultimo lavoro decente in Rai è stato proprio firmato dal sottoscritto e chi ha preso il mio posto spesso si è reso ridicolo. Ma i PM queste cose non le guardano loro vanno a caccia di reati, ed in quel caso l'idea era che io avessi ottenuto il lavoro grazie a Saccà e a funzionari resi compiacenti da sollecitazioni economiche, ignorando che in quel caso era stata fatta una gara, con tanto di commissari e che è stata la prima volta che questo lavoro è stato assegnato con questo metodo, confrontando gli istituti per il rapporto qualità/prezzo e che la quantità di denaro che la Rai avrebbe speso era inferiore a quella che aveva speso nel passato affidando senza gara, sempre ai soliti, questo appalto.
Le indagini hanno poi dimostrato la trasparenza di quella vicenda e allora non dico che bisognerebbe dare un premio a Saccà perchè ha fatto risparmiare milioni di euro alla sua azienda, ed è giusto indagare su qualsiasi cosa, ma allora perchè non indagare anche sulle assegnazioni fatte in passato senza l'espletamento di nessuna gara?
Ma esisteva un pre-giudizio che nel caso di Saccà non è rimasto circoscritto solo a Milano. Immaginate cosa sarebbe successo se io avessi testimoniato nel senso in cui stavano indagando i PM per la mia libertà personale, i protagonisti sarebbero finiti nel tritacarne mediatico e forse solo dopo i tre gradi di giudizio sarebbe emersa la verità, ma sarebbe stato troppo tardi.
L'IDEA DEI PM Quello che ho tratto dalle oltre 40 ore di interrogatorio è che i PM abbiano un'idea criminogena dei rapporti tra le persone e questo per uno come me che si è sempre fidato della giustizia e che mai in questi anni ha parlato di questa vicenda personale per rispetto delle indagini in corso, oggi chiuse e che ben prima di questa storia aveva lasciato Berlusconi perchè aveva smesso di credere in lui come leader politico, diventa un elemento di sofferenza civile e di perdita di fiducia nelle istituzioni.

OLTRE LA PAURA Ma è tempo che Berlusconi vada oltre le sue paure e metta in opera quelle riforme attese e condivise dall'opinione pubblica, non tanto per determinare la sua salvezza ma per garantire una giustizia giusta a tutti i cittadini italiani, è paradossale per uno dei massimi esponenti delle istituzioni temere il giudizio in un processo, a cui dovrebbe sottoporsi con serenità anche perchè la magistratura non è fatta solo di PM in cattiva fede e ossesionati da Berlusconi, questi sono una minoranza sempre meno presenti nelle aule dei tribunali e sempre di più invece negli studi televisivi e nelle aule del Parlamento. L'unico giudizio che è giusto temere, ma per rispetto non certo per paura, è quello della Storia.

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martedì 17 giugno 2008

Processo Mills, Berlusconi ricusa il giudice. E l’Anm insorge.

Processo Mills

(Panorama) Come annunciato ieri in una lettera al presidente del Senato, Silvio Berlusconi ha depositato nella cancelleria della quinta sezione della Corte d’appello di Milano l’istanza di ricusazione del presidente della decima sezione del Tribunale, Nicoletta Gandus. Il premier è imputato per corruzione in atti giudiziari nel processo, appunto davanti al collegio presieduto dal giudice Gandus, con il legale inglese David Mills. L’istanza di ricusazione è basata su alcune prese di posizione del giudice su alcuni siti Internet contro leggi varate dal precedente governo guidato da Berlusconi. La prossima udienza del processo Mills è prevista per venerdì.

Secondo l’istanza, da parte del presidente della decima sezione del Tribunale di Milano sarebbero state fatte “reiterate manifestazioni di pensiero che appalesano una inimicizia grave nei confronti dell’imputato Berlusconi”. Già nella lettera a Schifani, Berlusconi aveva scritto: “Ho preso visione della situazione processuale e ho potuto constatare che si tratta dell’ennesimo stupefacente tentativo di un sostituto procuratore milanese di utilizzare la giustizia a fini mediatici e politici, in ciò supportato da un Tribunale anch’esso politicizzato e supinamente adagiato sulla tesi accusatoria”. Per il presidente del Consiglio, in particolare, il giudice Gandus avrebbe “assunto posizioni pubbliche di netto e violento contrasto” contro il suo precedente governo.

Il procuratore della Repubblica di Milano, Manlio Minale, ha risposto con una nota, in cui spiega di dover “con forza respingere le illazioni” dopo aver letto “così come riportato sulla stampa” il testo della lettera di Silvio Berlusconi. Il capo della Procura aggiunge che “il procedimento per corruzione in atti giudiziari pendente dinanzi al Tribunale di Milano nei confronti dell’attuale presidente del Consiglio e dell’avvocato Mills, al quale evidentemente si fa riferimento nella lettera sopra ricordata, è stato iscritto a seguito di precise dichiarazioni rese dallo stesso avvocato Mills in data 18 luglio 2004, alla presenza del difensore nel corso di un interrogatorio quale persona indagata in altro procedimento. Le indagini sono state condotte nel più assoluto rispetto delle garanzie della difesa e nell’esclusiva ottica dell’accertamento della verità. All’esito delle indagini preliminari è stata esercitata l’azione penale e gli atti, superato positivamente il vaglio dell’udienza preliminare, sono pervenuti al Tribunale. All’esito di un dibattimento iniziato in data 13 marzo 2007 e prossimo alla conclusione”, conclude la nota, “il tribunale deciderà in ordine alla fondazione o meno delle accuse”.

I legali di Silvio Berlusconi, nel ricusare il giudice Gandus, sottolineano inoltre come la stessa Gandus, unitamente a uno dei due pm del processo Berlusconi-Mills, Sergio Spadaro, “è stata firmataria di un appello contro la decisione del governo Berlusconi di prorogare il procuratore nazionale antimafia. Infine”, si legge nell’istanza, “si deve porre in evidenza come la dottoressa Gandus appaia tra i soggetti potenzialmente danneggiati nel processo collegato (quello sui diritti televisivi, sempre in corso a Milano, ndr) da cui nasce il presente processo, avendo posseduto azioni Mediaset ed essendo quindi fra quei soggetti che potenzialmente avrebbero potuto costituirsi parte civile anche nei confronti dell’onorevole Berlusconi e che a tutt’oggi, anche dopo la declaratoria di prescrizione del reato possiedono legittimazione attiva per proporre azione civile contro il medesimo”.

Continuano gli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo: “La personalizzazione dell’inimicizia non può essere negata sol con l’osservare che il giudice avrebbe contestato le leggi e non il presidente del Consiglio che le avrebbe ispirate o volute, perché in questi anni tutta l’opinione pubblica e tutti gli avversari politici hanno di questa personalizzazione fatto bandiera costantemente garrente. E allora la dottoressa Gandus non poteva non sapere, anche se avesse potuto diversamente divisare, che i suoi strali sarebbero stati, oggettivamente, indirizzati in via diretta alla persona di Silvio Berlusconi e che come tali sarebbero stati da tutti recepiti. La dottoressa Gandus quindi si trova in stato di grave inimicizia nei confronti della persona che dovrebbe giudicare. E se anche non lo fosse, certamente lo appare. E non occorre ricordare che per giurisprudenza costituzionale consolidata il giudice, a tacer di tutto, non deve apparire condizionato”.

“Chi governa il paese non può denigrare e delegittimare i giudici e l’istituzione giudiziaria quando è in discussione la sua posizione personale”. Così l’Associazione nazionale magistrati è intervenuta nel dibattito. L’Anm, che ha annunciato per domani pomeriggio una conferenza stampa sulle dichiarazioni del presidente del Consiglio, parla di “accuse gravissime rivolte da Silvio Berlusconi ai magistrati del processo Mills. “Questi comportamenti”, continua il sindacato delle toghe, “rischiano infatti di minare alla radice la credibilità delle istituzioni e di compromettere il delicato equilibrio tra funzioni e poteri dello Stato democratico di diritto”.

Quelle di Berlusconi sono “invettive tanto veementi quanto ingiustificate”, affermano il presidente Luca Palamara e il segretario dell’Anm Giuseppe Cascini, che esprimono al pm e al presidente del collegio giudicante del processo Mills “piena solidarietà e sostegno. In uno Stato democratico ogni imputato può difendersi con tutti gli strumenti del diritto e con la critica pubblica; ma chi governa il paese non può denigrare e delegittimare i giudici e l’istituzione giudiziaria quando è in discussione la sua posizione personale. Purtroppo è già accaduto in passato. Ma non è possibile assuefarsi”. Nel sottolineare che questi comportamenti rischiano di minare la credibilità delle istituzioni e di compromettere l’equilibrio tra poteri dello Stato, il sindacato delle toghe chiede “alla politica ed al governo di non imboccare questa strada, di rispettare l’indipendente esercizio della giurisdizione nello spirito di un confronto sui temi della giustizia franco ed aperto e perciò capace di individuare proposte e soluzioni efficaci per il funzionamento della giustizia italiana”.

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Un grave e pericoloso precedente giudiziario. Il blog è stampa clandestina (?!)

(Francesco Minciotti - Agenzia radicale) Quello di Carlo Ruta è un nome che non suona certamente nuovo a chi s'interessa di blog e di diritto: già nel lontano 2004, il signor Ruta ebbe primi screzi giudiziari per le sue indagini — sul cui merito non mi pronuncio in questa sede, trattando della mera libertà d'espressione, che come tale deve prescindere dai contenuti, già abbondantemente sorvegliati dal reato di diffamazione — che analizzavano la realtà ragusana sotto più punti di vista.
Ebbene, il suo nome torna oggi in auge per via di un'ulteriore vicenda giudiziaria che ha del grottesco: il signor Ruta è stato condannato al pagamento di 150€ di multa e al pagamento delle spese giudiziare per un totale di 5000€, perché ritenuto colpevole di violazione dell'art. 16 dell'arcaica legge sulla stampa (l. n. 47/1948), la cui rubrica recita «stampa clandestina». In pratica — si apprende da più fonti, fra cui il blog giuridico di Guido Scorza — al sig. Ruta sembra essere stata contestata l'irregolare periodicità della stampa (c. 2), o forse la fattispecie propria di stampa clandestina («Chiunque intraprenda la pubblicazione di un giornale o altro periodico senza che sia stata eseguita la registrazione prescritta», c. 1), da parte del Tribunale di Modica. Il punto nodale, contrastatissimo nella blogosfera ed anche a giudizio di chi scrive, è che la sentenza in questione sembra equiparare due forme di pubblicazione diverse in radice, e cioè stampa e blog; la prima, in tutte le sue manifestazioni (da quella cartacea a quella a mezzo Internet) prevede una struttura organizzata, un rapporto di lavoro economicamente retribuito, una registrazione di tipo burocratico presso i Tribunali; il secondo, al contrario, è simile solo nella forma, ma radicalmente diverso nella sostanza: tendenzialmente non retribuito (modesti ricavi pubblicitari a parte, peraltro marginalmente usati rispetto alla massa dei blogger), senza alcuna periodicità, senza necessità di registrazione burocratica presso i Tribunali o altro. Insomma, e per citare un lettore arguto: il blog è l'equivalente telematico dello Speakers' corner d Hyde Park, un luogo cioè dove chiunque può dire la sua, esprimere il suo pensiero (libertà costituzionalmente garantita dall'art. 21) in forma elettronica e con un'impaginazione che, al più, può ricordare quella di un giornale in linea, ma del quale viene meno tutta la struttura organizzativa che lo sostiene.
Ovviamente, inferire tutto questo dall'anacronistica normativa sulla stampa che, sinistramente, quest'anno compie sessant'anni, è quasi impossibile; e ridicola è stata l'idea del giudice di ricondurre l'idea del blog all'art. 16, redatto in un'epoca in cui esisteva a malapena la TV. La verità è che la legislazione di settore ignora a piè pari questo fenomeno — fenomeno in espansione vertiginosa: indipendentemente dalla qualità del contenuto, si valuta che vengano aperti 175.000 blog al giorno, nel mondo — che invece avrebbe bisogno non dico di una regolamentazione legislativa (la libertà d'espressione, bene costituzionalmente tutelato, non è già di per sé sufficiente?), ma quantomeno della sua comprensione da parte del legislatore, per far sì di «legiferargli attorno».

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mercoledì 11 giugno 2008

Montpellier, licenziato per aver cambiato sesso, risarcito con 57 mila euro.

(Rainews 24) Un'azienda di Montpellier, la Kaliop, dovra' pagare 25.000 euro di danni e 32.000 euro di stipendi arretrati un'azienda di Montpellier, nel sud della Francia, per aver licenziato un suo dipendente che ha cambiato sesso.

Assunto nel luglio del 2005 come direttore amministrativo in dalla societa' che si occupa di multimediale, l'uomo aveva poi annunciato ai suoi superiori e colleghi di volersi sottoporre ad un'operazione per diventare donna. Alcune settimane dopo l'annuncio, arrivato poco piu' di un anno e mezzo dopo l'assunzione, ha ricevuto una lettera di licenziamento per "mancanza professionale".

L'uomo, diventato nel frattempo Clarisse, ha sporto denuncia presso la Halde, l'autority francese per la lotta contro le discriminazioni. La legge gli ha dato ragione: la societa e' stata infatti condannata per "licenziamento discriminatorio" a pagare danni e interessi all'ex dipendente.

Si e' detto "soddisfatto" della decisione del tribunale il Collettivo contro l'omofobia, un'associazione con sede a Montpellier, che, in un comunicato, ha sottolineato che questa sentenza "costituisce una prima per la Francia". Intanto l'azienda sotto accusa ha fatto sapere che fara' appello.

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sabato 7 giugno 2008

Omicidio Oldani, per gli inquirenti morte accidentale ma la famiglia non ci sta.

Uscì la sera con un amico e all’alba venne trovato agonizzante in strada.
(Marco Ruggiero - Il Giorno) C'è chi parlò di delitto gay, chi di strane frequentazioni con ragazzi rumeni e chi di serate particolari e di «cruising», un termine che non si discosta molto da quello di «escort» per gli eterosessuali. Fu come un ciclone che si abbattè su Maurizio Oldani, il commercialista dirigente della Margherita, il quale da vittima si trasformò improvvisamente in aggredito. Ora, stando alla richiesta di archivizione del gip Antonio Corte, si scopre che quella morte fu probabilmente dovuta a una caduta accidentale e che probabilmente non c’è stata aggressione. Altro che pista omosessuale. Ma certo è difficile da credere, pure, che Oldani sia morto solo per una caduta. Ma rivediamolo il tragico film di quella sera del 2 giugno del 2007. Sono circa le 23 quando Maurizio Oldani esce di casa per incontrarsi con un amico a Porta Garibaldi. Devono trascorrere la serata insieme e scelgono un locale di viale Jenner consigliato dall’Arcigay. Qui si siedono a un tavolo e parlano tra loro. Come confermato da molti testimoni non fanno amicizia con nessuno. Solo Oldani, a un certo punto, scambia due chiacchiere con il titolare del locale, il quale è soprpreso di vederlo, perchè era da molto che non si faceva vedere. Intorno alle 2, i due amici escono. L’amico propone a Oldani di accompagnarlo fino a casa, ma corso Garibaldi è chiuso al traffico, per cui Oldani dice all’amico di portarlo fino alla stazione di Porta Garibaldi. E qui scende e prosegue a piedi da solo. Sono circa le 2.30. Oldani viene ripreso dalle telecamere mentre percorre tutto corso Como a piedi. Ma giunto in fondo, invece di attraversare la strada e andare verso corso Garibaldi, dove abita, gira a destra per andare all’Arena, dove ci sono locali e gente che conosce. Alle 4 una telecamera di piazzale Baiamonti lo riprende di nuovo. È solo e non è seguito da nessuno. Dopodichè non ci sono più immagini di lui, ma è certo che fino alle 4.41 non ha ancora imboccato via di Porta Tenaglia, dove verrà poi trovato agonizzante.
LA Certezza la fornisce la testimonianza di un automobilista, che proprio alle 4.41 parcheggia la macchina in Porta Tenaglia e non sente lamenti, nè vede persone a terra. Successivamente, l’autopsia farà risalire il ferimento di Oldani tra le 4.41 e le 5.30. Ebbene alle 4.58, una telecamera posta in piazza Lega Lombarda riprende un uomo che entra in via di Porta Tenaglia. Circa tre minuti dopo, alle 5.01, si nota un’altra persona che lo segue. Gli accertamenti sui filmati, però, non consentono di identificare Oldani in una delle due persone. Ma alle 6.05 il dirigente della Margherita vinee trovato a terra in corso di Porta Tenaglia. Ha la testa spaccata e un trauma sul viso. A notarlo è un passante sceso a portare a spasso il cane. Raccolto da un’ambulanza, Oldani viene trasportato al Fatebenefratelli, dove due giorni dopo, il 5 giugno, muore.
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La verità in un video, parla il legale.
«Macché incidente, trovate i due uomini del filmato» Caso Oldani, la famiglia chiede: riaprite l’inchiesta «I motivi di archiviazione non convincono».

(Marco Ruggiero - Il Giorno) «Ilcaso di Maurizio Oldani va riaperto. Assolutamente. Le motivazioni di archiviazione d’indagine addotte dal gip Antonio Corte, che parla di una probabile caduta accidentale quale causa della morte, non mi convincono affatto. Temo che in tutta questa vicenda ci sia stata un po’ di frettolosità e superficialità. Possibile che non c’era spazio per una proroga d’indagine? Lo si fa per un furto e per un sospetto omicidio si chiude dopo appena sei mesi? Insieme a Massimo, il fratello del dottor Oldani, faremo di tutto perché l’inchiesta ricominci. Anche a costo di tappezzare la città di manifesti nei quali si invita, chi ha eventualmente visto qualcosa, a presentarsi alla polizia e a parlare». L’avvocato Ivana Maffei, legale della famiglia Oldani, il commercialista dirigente della Margherita trovato morto con il cranio sfondato il 3 giugno di un anno fa sul marciapiede di via di Porta Tenaglia, in zona Garibaldi, è molto ferma nelle sue intenzioni. «Sapevo già dell’archiviazione dell’indagine, ma solo in questi giorni ho potuto leggere le motivazioni del gip e proprio faccio fatica a capire. Qui non si spiega per quale motivo Oldani non sarebbe stato ucciso. Semplicemente si sostiene, su indicazioni del medico legale, che "la caduta a terra con violento impatto sulla pavimentazione stradale avrebbe potuto essere accidentale"». E lei non è d’accordo? «Diciamo che potrebbe essere un’ipotesi, ma a mio avviso è totalmente da escludere. Da approfondire, invece, sarebbe l’altra ipotesi, quella dell’aggressione a scopo di rapina, anche se nella sentenza di archiviazione di questo aspetto poco si parla». Può spiegarsi meglio? «Si dice a un certo punto che la possibilità di un’aggressione è stata presa in esame, compreso il fatto che Oldani possa essere stato spinto da dietro da uno scippatore. Ma tutto poi è caduto per due motivi: sul corpo di Oldani non sono state trovate tracce di colluttazione e inoltre non vi è certezza che avesse con sè il marsupio, quindi il ladro non avrebbe potuto rubare nulla». E invece? E invece Oldani il marsupio lo aveva sicuramente con sè, perché non usciva mai senza. E al polso portava anche un orologio, credo di marca "Guess". Un orologio di poco valore, ma che non è mai stato ritrovato». E cos’altro la lascia perplessa? «Un altro punto determinante. Le indagini hanno accertato che il delitto è avvenuto tra le 4.41 e le 5.30, perché un testimone alle 4.41 parcheggia la macchina in via di Porta Tenaglia e non sente lamenti, nè vede corpi a terra. Bene. Ma alle 4.58 una telecamera che si trova in piazza Lega Lombarda riprende un uomo che entra in Porta Tenaglia e tre minuti dopo, alle 5.01, si vede un altro uomo seguirlo». E dunque? «Per gli inquirenti non è possibile dire che uno dei due è Oldani. Le immagini non hanno consentito l’identificazione». Secondo lei? «Mi sarei aspettata quanto meno un esame più approfondito dei filmati, una perizia da parte di uno specialista. Queste due persone vengono viste entrare in via di Porta Tenaglia una dietro l’altra. Ma poi nessuna delle due viene vista uscire, anche se in fondo alla strada, verso via Statuto, vi sono le telecamere delle banche». Magari non funzionavano «È possibile. Però lì siamo a due passi da via Solferino, dai locali notturni, che erano aperti per i festeggiamenti della notte bianca. Per questo motivo mi sembra poco credibile che nessuno abbia visto niente». Secondo lei c’è qualcosa che può aver fuorviato l’indagine? «Sì, l’accanimento dei media sulla pista gay, sul fatto che Maurizio poteva essere stato ucciso solo a seguito di un incontro occasionale. Questo può essere stato un condizionamento. Invece Maurizio era una persona schiva e discreta, che mai si sarebbe fermato con sconosciuti. A mio avviso Oldani potrebbe essere stato ucciso a scopo di rapina e ad avvalorare questa ipotesi rimane la sparizione del marsupio, dell’orologio, nonché delle due persone viste dalla telecamera proprio verso l’ora della morte». Cosa intende fare, adesso? «Sensibilizzare giornali e televisioni, scuotere l’opinione pubblica per cercare anche il più piccolo indizio che possa servire a riaprire l’inchiesta. Non è possibile che un cadavere resti a terra nel centro di Milano per quasi un’ora senza che nessuno veda niente. Qualche testimone deve esserci, ne sono certa. E noi lo cercheremo».

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mercoledì 4 giugno 2008

Unioni gay in California. La corte suprema rigetta la richiesta di sospensione.

Era stata presentata da 10 Stati in vista referendum novembre.
(Apcom) La Corte Suprema della California ha rifiutato la richiesta presentata da 10 stati di sospendere fino a novembre la sentenza con la quale ha dato il via libera ai matrimoni tra coppie omosessuali nello Stato più popoloso dell'Unione. Eliminato questo ultimo ostacolo, le prime unioni potranno essere celebrate tra meno di due settimane.

Preoccupati per le possibili ripercussioni a livello nazionale, i procuratori generali (tutti repubblicani) degli Stati avevano chiesto che la decisione venisse sospesa fino alle elezioni presidenziali di novembre, quando i californiani saranno chiamati ad esprimersi anche su un referendum per bandire i matrimoni tra lo stesso sesso.

In particolare gli Stati temono possibili cause legali da parte dei propri residenti gay che decideranno di sposarsi in California e che una volta tornati a casa potrebbero chiedere di veder riconosciuti diritti riservati agli sposi eterosessuali, come la dichiarazione dei redditi congiunta. Tra i firmatari c'erano Utah, Michigan, Alaska, Colorado e Florida (tutti questi stati proibiscono il matrimonio tra gay). Incluso anche il New Hampshire, che invece consente le unioni civili.

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domenica 25 maggio 2008

Su proposta di Alemanno. A Roma via Giorgio Almirante, terrorista.

(Gennaro Carotenuto) In molti hanno scritto dell’Almirante antisemita e dell’Almirante massacratore repubblichino e ci vuole un tir di Maalox (o lo stomaco di Veltroni, “nulla fermerà il dialogo con il PDL”) per mandarlo giù.

Ben pochi invece si sono soffermati sul fatto che Giorgio Almirante fu amnistiato solo perché ultrasettantenne dal reato di favoreggiamento aggravato agli autori della strage di Peteano, nella quale tre carabinieri furono fatti saltare in aria.

Giorgio Almirante, il grande statista al quale Gianfranco Fini rende omaggio e Gianni Alemanno vuol dedicare una strada romana, per la legge italiana è però un terrorista complice dell’assassinio di tre carabinieri. Ecco tutta la storia.

Il 31 maggio 1972, in Peteano di Sagrado, in provincia di Gorizia, mentre in televisione trasmettevano Inter-Ajax, morirono dilaniati in un attentato il brigadiere Antonio Ferraro di 31 anni e i carabinieri Donato Poveromo e Franco Bongiovanni di 33 e 23 anni. Rimasero gravemente feriti il tenente Francesco Speziale e il brigadiere Giuseppe Zazzaro.

Nonostante i morti fossero tre poveri carabinieri (nella foto), immediatamente una cortina di depistaggi fu elevata per coprire i responsabili. Come per Piazza Fontana si diede per anni la colpa ai rossi; la strategia della tensione serviva per quello e funzionava così. pateano_3Tra i principali depistatori vi fu il generale Dino Mingarelli, condanna confermata in Cassazione nel 1992 per falso materiale ed ideologico e per soppressione di prove, e il generale piduista Giovanbattista Palumbo, che all’epoca era comandante della divisione Pastrengo di Milano e che aveva competenza su tutto il Norditalia, che inventò la pista rossa di sana pianta. Per difendere gli assassini di tre carabinieri due dei maggiori in grado dell’arma delle vittime, per anni ne fecero di tutti i colori, manomettendo e facendo sparire le prove, come si legge nelle sentenze e come racconta benissimo il giudice Felice Casson in un libro intervista che uscirà in futuro.

La strage avvenne a 15 giorni dall’omicidio Calabresi e tre settimane dopo le elezioni politiche del 7 maggio nelle quali l’MSI era cresciuto fino all’8.67%, massimo storico e ad un passo dal PSI. I colpevoli materiali della strage, condannati all’ergastolo con sentenza definitiva, erano gli iscritti all’MSI friulano Carlo Cicuttini e Vincenzo Vinciguerra insieme ad Ivano Boccaccio, ucciso pochi mesi dopo i fatti in uno strano tentativo di dirottamento aereo all’aeroporto di Ronchi dei Legionari, in ottobre. Con Peteano c’entrano tutti, i vertici dei carabinieri, l’MSI (al quale erano iscritti tutti i terroristi) la P2, Gladio, i servizi italiani e la CIA nel pieno della strategia della tensione. Destabilizzare per stabilizzare.

Per trappolare la 500 di Peteano furono usati materiali di Gladio conservati ad Aurisina e tecniche che venivano insegnate alla Folgore a Pisa. Risoltosi il problema di Boccaccio, restavano Cicuttini e Vinciguerra. Abbiamo già detto che la strategia della tensione serviva a destabilizzare per stabilizzare e proprio l’MSI la stava capitalizzando, come il voto del 7 maggio aveva appena dimostrato. E quindi i camerati andavano salvati. E qui interviene il nostro. Dopo la morte di Boccaccio a Ronchi, Vinciguerra e Cicuttini, segretario dell’MSI a San Giovanni a Natisone, in provincia di Udine, che faceva i comizi con Giorgio Almirante, nonostante non fossero ancora stati inquisiti per Peteano (le piste fasulle staranno in piedi per anni), si erano comunque resi latitanti. Latitanza dorata nella Spagna di Francisco Franco, dove il loro punto di riferimento era Stefano delle Chiaie e dove con questo si dedicavano al traffico d’armi. Cicuttini sposò perfino la figlia di un generale. C’era un solo punto debole del piano: la voce di Cicuttini registrata sia nei comizi dell’MSI sia nella telefonata con la quale Cicuttini attira i carabinieri nella trappola a Peteano.

E fu proprio Giorgio Almirante, il fascista in doppio petto, quello rispettabile, quello con il senso dello Stato, a proteggere l’autore della strage di Peteano fino a mandargli 34.650 dollari statunitensi in Spagna proprio per operarsi alle corde vocali. Ciò è processualmente provato. Almirante consegnò personalmente i soldi all’avvocato goriziano Eno Pascoli che li fece avere a Cicuttini a Madrid, via Svizzera. Almirante e Pascoli, incriminati per favoreggiamento dell’autore della strage di Peteano furono rinviati a giudizio insieme. Ma mentre Pascoli sarà condannato, la condanna di Almirante seguirà un corso diverso. Il capo dell’MSI godeva infatti dell’immunità parlamentare dietro la quale si trincerò perfino per evitare di essere interrogato. La tirò avanti per anni di battaglie nelle quali non fu mai in dubbio la sua colpevolezza, finché non intervenne un’amnistia praticamente ad personam, della quale beneficiava solo in quanto ultrasettantenne. Giorgio Almirante, l’uomo d’ordine, dovette chiedere per sé l’amnistia perché il dibattimento lo avrebbe condannato e ne beneficiò (mentre il suo complice fu condannato) per il reato di favoreggiamento aggravato degli autori (militanti e dirigenti del suo partito) di un attentato terroristico nel quale vennero uccisi tre carabinieri. Non si parla di violenza politica o di strada, di giovani di destra e sinistra che si fronteggiavano e a volte si ammazzavano; stiamo parlando del peggiore stragismo. Dedichiamogli una strada, lo merita: Via Giorgio Almirante, terrorista.

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