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lunedì 8 settembre 2008

Su Alemanno (”Il fascismo non fu male assoluto”) si scatena la polemica.

(Panorama) Hanno scatenato forti polemiche le dichiarazioni sul fascismo del sindaco di Roma Gianni Alemanno (”Le leggi razziali sono state il male assoluto, non fu così tutto il fascismo”). Secco il commento del leader del Pd Walter Veltroni: “Ricordo ad Alemanno che il fascismo, ancor prima delle leggi razziali, cancellò la libertà dei cittadini che non la pensavano allo stesso modo, per questo morirono Antonio Gramsci e Giacomo Matteotti”. Veltroni si dimetterà oggi dal comitato per il museo della Shoah in rottura con le affermazioni di Gianni Alemanno. Veltroni spiegherà le motivazioni del suo gesto in una lettera al comitato del museo. Il leader del Pd era stato da sindaco tra i promotori del comitato del museo romano e, dopo le sue dimissioni da primo cittadino gli era stato chiesto di rimanere, ma ritiene inaccettabile restare in un organismo in cui siede chi non condanna in modo inequivocabile il fascismo e le leggi razziali. “Mi auguro che Veltroni ci ripensi” ha detto Alemanno, al termine della cerimonia di celebrazione del 65mo anniversario dell’inizio della Difesa di Roma. “Capisco la posizione di Veltroni, ma mi auguro che ci ripensi e ci possa essere un chiarimento” sostiene il presidente del Museo della Shoah di Roma, Leone Paserman, ex presidente della Comunità ebraica romana.

Lapidario sulla frase di Alemanno è stato il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna: “Le leggi razziali furono emanate dal regime fascista”. Più cauto invece il presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici: “Ho motivo di credere, alla luce dei molti incontri privati di questi mesi, che il pensiero espresso dal nostro sindaco volesse arrivare a conclusioni diverse”.
Di fascismo parla il deputato del Pd Emanuele Fiano: “Forse non tutti sanno cosa fu il fascismo nel nostro Paese, un ventennio di repressione culturale, l’alleanza con i nazisti, l’uccisione e la tortura di migliaia di partigiani e di antifascisti. Le leggi razziali furono elemento essenziale della storia del fascismo”.
Il centrodestra difende Alemanno appellandosi alla complessità del pensiero espresso dal sindaco. “Alemanno ha categoricamente definito come male assoluto il fascismo”, ha detto il sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro, “strappargli di bocca un giudizio o un atto di plenaria indulgenza verso il fascismo sarebbe un’operazione mistificante e menzognera”. Chiede di smetterla con “speculazioni meschine e inutili” il senatore del Pdl Andrea Augello, mentre per il vicepresidente vicario dei senatori del Pdl Gaetano Quagliariello “la sinistra è a caccia di fantasmi”. Il deputato del Pdl Vincenzo Piso sostiene che quella di Alemanno “non è un’assoluzione storica del fascismo, quanto piuttosto una volonà di distinguere tra alcuni aspetti ed alcuni periodi del regime fascista”.
Oggi il sindaco Alemanno ha parlato dell’ 8 settembre del 1943, dal palco allestito a Porta San Paolo in occasione del 65mo anniversario della Difesa di Roma e dell’inizio della guerra di Liberazione. “Se nei momenti piu’ bui si accende una luce questa rischiara piùche in altre circostanze” ha detto. Alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, Alemanno ha parlato di ‘’un giorno indicato come quello della morte della Patria, per l’abbandono in cui furono lasciate le truppe e le strutture statuali italiane di fronte alla reazione tedesca all’armistizio'’.
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La Russa rende omaggio ai “patrioti” repubblichini. Siamo all’apologia del fascismo.
La Russa, ministro della Difesa, ha reso omaggio ai militari dell’esercito della Repubblica sociale italiana (Rsi) che combatterono credendo nella difesa di Roma “meritando quindi il rispetto pur nella differenza di posizioni”. Nel suo discorso durante la cerimonia per il 65.mo anniversario della difesa di Roma.

L’ha motivato così:
"Farei un torto alla mia coscienza se non ricordassi che altri militari in divisa, come quelli della Nembo dell’esercito della Rsi, oggettivamente e dal loro punto di vista, combatterono credendo nella difesa della patria, opponendosi nei mesi successivi allo sbarco degli anglo-americani, e meritando quindi il rispetto pur nella differenza di posizioni di tutti coloro che guardano con obiettività alla storia d’Italia."

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domenica 7 settembre 2008

Arturo Parisi: ecco dove Veltroni ha sbagliato.

Arturo Parisi

L’ex ministro della Difesa, Arturo Parisi

(Panorama) Tutto inizia dall’inizio. Frase buona per il titolo di un film, ma anche (veltronianamente) per la breve storia del Partito democratico, la sua fondazione, la sua sorprendente crisi prematura. “Tutto inizia dall’inizio” dice a Panorama Arturo Parisi, progettista dell’Ulivo ieri e oppositore interno del Pd di Walter Veltroni oggi. L’ex ministro della Difesa nel centrosinistra è uno dei pochi che possa dire a testa alta: l’avevo detto. Ha dimostrato nuragica durezza nel criticare il ponte di comando del loft e nel chiedere il ritorno del centrosinistra a una rinnovata formula dell’Ulivo. I dialoghi dei consiglieri di Romano Prodi sulle primarie nel Pd, intercettati nell’ambito dell’inchiesta Siemens dalla procura di Bolzano, non lasciano spazio a dubbi politici: il presidente del Consiglio Prodi cercava di contrastare la vittoria annunciata di Veltroni per evitare quella che nei colloqui privati viene chiamata “farsa” del candidato unico, o quasi.
“Invece di candidarsi alla leadership del nuovo partito per succedere poi nella premiership del nuovo governo, Veltroni rovesciò la sequenza, candidandosi immediatamente alla premiership e in quanto tale alla leadership del partito” ricorda Parisi. Ovi e Cavazza parlano delle primarie del Pd nei giorni che precedono l’investitura ufficiale di Veltroni. Prima della discesa in campo di Rosy Bindi ed Enrico Letta, candidati deboli destinati a soccombere al cospetto della macchina elettorale dei Ds e degli ex dc di Franco Marini.
“Nelle prime scelte sta tutto lo sviluppo successivo. Innanzitutto nella sua investitura unanimistica da parte dell’apparato, che riconobbe in lui l’unico candidato spendibile nella gara di popolarità con Silvio Berlusconi, anche se il meno adatto a fondare un partito. E poi nel discorso del Lingotto, che proponeva un programma per un nuovo governo e non un progetto di un partito nuovo. Tutto il resto ne viene di conseguenza” continua Parisi in un flashback che, alla luce degli avvenimenti e delle scelte fatte da Veltroni, è rivelatore degli errori compiuti.

Parisi è un gentiluomo e non dice quali errori ha compiuto Prodi. Il primo, lampante, è non avere ostacolato subito e alla luce del sole la corsa semisolitaria di Veltroni, appoggiando la linea sostenuta da Parisi invece di affidarsi alle sortite spuntate e discutibili dei suoi consiglieri più pratici di business che di politica. Quando discutono del progetto per le primarie, la porta del confronto con Veltroni, duro e spietato come può capitare in politica, è ancora aperta. I Ds inoltre sono nel vortice del caso Unipol: il 22 maggio 2007 Il Giornale apre il caso Visco-Guardia di finanza, mentre a metà luglio 2007 il magistrato di Milano Clementina Forleo trasmette al Parlamento le trascrizioni di 68 delle intercettazioni sulle scalate di Antonveneta, Bnl e Rcs Mediagroup e cita politici della Quercia del calibro di Piero Fassino, Massimo D’Alema e Nicola Latorre, chiedendo di poterle utilizzare.
L’allora maggioranza di centrosinistra è allo sbando, pressata dalle procure di Nord (Milano, inchiesta Unipol) e Sud (Catanzaro, inchiesta Why not), si dibatte in una crisi strisciante. Il procuratore di Catanzaro Luigi De Magistris iscrive il 13 luglio 2007 Romano Prodi nel registro degli indagati dell’inchiesta Why not e qualche mese dopo, il 14 ottobre 2007 (ironia della sorte, giorno delle primarie del Pd), tra gli indagati finisce anche il ministro della Giustizia, Clemente Mastella.
Ds e Margherita si trovano nel pieno di una tempesta politico-giudiziaria mentre è in corso la delicata costruzione del Pd, le rispettive leadership sono ammaccate e il vento anticasta le travolge. In ordine sparso, e confusamente in cerca d’autore, trovano rabdomanticamente l’uomo della salvezza in Veltroni, ma il sindaco di Roma non vuole avversari e ha un atteggiamento liquidatorio nei confronti del Professore di Bologna. “Dietro il sostegno formale a Prodi c’era la contestazione dei limiti e delle contraddizioni del suo governo” sostiene Parisi. Politicamente si consuma la frattura con la sinistra radicale, il piano secondo Parisi è chiaro: “In vista di una accelerata sostituzione del governo, c’era la separazione consensuale concordata con Fausto Bertinotti, guidata dall’illusione che dividersi da buoni fratelli fosse per ambedue elettoralmente più redditizio che arrivare a un vero confronto su un progetto politico. Mentre Berlusconi portava a ulteriore avanzamento, con le buone e con le cattive, il processo di unificazione del polo di centrodestra iniziato nel 1994, Veltroni metteva fine a quel processo proclamando la discontinuità con i 15 anni della esperienza dell’Ulivo” ricorda l’ex ministro della Difesa.
La rottura dell’esperienza ulivista per Parisi è l’origine della crisi del partito guidato da Veltroni: “Il Pd invece di riproporsi in continuità con l’Ulivo come il baricentro, la guida e il timone del campo di centrosinistra, esattamente come il Pdl nell’altro polo, proponeva la sua parzialità come totalità guidato dall’illusione di battere pressoché in solitudine lo schieramento avverso”.

Lanfranco Tenaglia, ministro ombra della Giustizia del Pd

Lanfranco Tenaglia

Il disegno veltroniano fallisce, prima che nell’urna, nelle manovre delle primarie, quando è chiara la volontà di depotenziare i prodiani ed escludere outsider di peso scarsamente controllabili come Marco Pannella e Antonio Di Pietro. Con il senno di poi, la defenestrazione dalle primarie dei radicali e del leader dell’Italia dei valori è stata la premessa degli smarcamenti dei radicali e, nel caso di Di Pietro, della costruzione di una linea alternativa nell’opposizione che oggi drena consensi alla base del Pd ed è una delle ragioni più gravi della crisi di leadership di Veltroni, che nel frattempo ha perso pure Prodi, dimessosi dalla presidenza del Pd alla vigilia delle elezioni.
Il destino con il Pd si diverte a giocare a dadi, i dalemiani che nel 2007, anche sotto la pressione giudiziaria, avevano digerito il boccone amaro della scelta di Veltroni (avversario storico di Massimo D’Alema) si ritrovano di nuovo nel mirino della magistratura.
In questi giorni la procura di Milano ha chiesto nuovamente al Parlamento di poter utilizzare le intercettazioni che riguardano il senatore Nicola Latorre, braccio destro di D’Alema. Riemerge così il fascicolo depositato da Clementina Forleo nel luglio 2007 sul caso Unipol. Veltroni finora non ha voluto ascoltare chi nel centrosinistra chiede un riequilibrio del rapporto tra magistratura e politica e ha scelto di non tagliare il cordone ombelicale con la magistratura associata, come testimonia la nomina dell’ex magistrato Lanfranco Tenaglia a ministro ombra della Giustizia. Veltroni finora aveva tratto vantaggio da questa situazione, ma oggi rischia di pagarne le conseguenze, il gioco infatti sta per sfuggirgli di mano. D’Alema si è sottratto all’abbraccio di Walter e manovra nel partito con l’associazione Red, mentre i prodiani, sempre più esacerbati e solitari, sembrano già con la valigia in mano. Tutto inizia dall’inizio. Anche la fine.

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venerdì 22 agosto 2008

Il Pd si prepara alla prima kermesse. Ma Veltroni ha poco da festeggiare.

Il segretario del PD Walter Veltroni

(Panorama) In attesa che apra i battenti la prima festa nazionale democratica (comincia sabato 23 a Firenze), primo test ufficiale a quasi un anno dalle primarie che hanno consacrato il leader Walter Veltroni, il dibattito interno proprio sull’unità e sul futuro del partito non accenna a placarsi. E mentre i “big” seguono in silenzio dai luoghi di villeggiatura quanto accade alla “periferia” del partito, lo scontro si sposta sul piano nazionale, con rinnovate richieste di congresso. A gettare acqua sul fuoco Giorgio Tonini, democratico della cerchia veltroniana, che invita tutti ad avere “un po’ di pazienza”.

Ma la pazienza non può spegnere i piccoli e grandi focolai che minacciano Veltroni dai fronti regionali, quello piemontese in primis (sul quale l’intervento del leader non è bastato a placare le polemiche), seguito da quello sardo, (ma anche da quello fiorentino, quello abruzzese, e via via in tutte i territori che saranno coinvolti nekla prossima tornata di amministrative, nel 2009).
E allora, proprio per la legge della “liquidità” del partito, i fronti periferici rischiano di diventare un nodo a livello nazionale: è qui che tornano a farsi sentire i detrattori del partito senza struttura, con Arturo Parisi in prima fila a chiedere più democrazia e un repentino congresso. La proposta di andare al confronto aperto non è nuova, e la voce dell’ex ministro della Difesa non è l’unica a levarsi in favore di un confronto in tempi rapidi: anche il sindaco di Venezia Massimo Cacciari, in un’intervista al Mattino, preme per “aprire finalmente una vera fase congressuale con mozioni chiaramente definite sulle quali confrontarsi e andare a un congresso che elegga un gruppo dirigente non fittizio ma reale”. I problemi del Pd, per Cacciari, nascono dalla mancanza di “struttura” del partito, e da una direzione, “attorno a Veltroni” che è “assolutamente non rappresentativa: sono persone di cui nessuno conosce l’esistenza, senza autorevolezza”. Ci va giù duro, il sindaco filosofo. E va in coppia con le bordate di Parisi: la colpa di Veltroni è quella di aver fatto “troppo poco, ma soprattutto, troppo tardi”. Si riconvochi presto l’Assemblea costituente, quindi, per decidere la linea del partito in modo “democratico”, senza aspettare che l’esito delle europee, anch’esse nel 2009, diventi “quasi un sostituto di un congresso di partito”.
L’idea del congresso anticipato, però, non convince tutto il partito. Giorgio Merlo è sicuro che non sia “la ricetta giusta per rilanciare il partito democratico”. Dello stesso parere Giorgio Tonini, fedelissimo di Veltroni, secondo il quale “che ci siano delle sbavature è nell’ordine delle cose”. Ma la via congressuale non è la soluzione: “A volte ho l’impressione” dice il senatore democratico “che nostri autorevoli dirigenti difettino di pazienza”. Il partito ha attraversato “una serie di passaggi difficili e tutti per la prima volta”. Bisogna saper aspettare, quindi, perchè “non si può avere subito tutto e il contrario di tutto”.
Pazientare, quindi. Vai a dirlo ai dirigenti locali. E agli iscritti. Qua e là per lo Stivale, il clima che si respira in casa democratica non è per niente entusiasmante. In Sardegna, a casa di Parisi, il segretario regionale Cabras si è dimesso a luglio perché non è riuscito a trovare un candidato alternativo a Soru per il 2009. A Firenze, Leonardo Domenici lascerà dopo il suo secondo mandato e già si profila uno scontro tra due candidature, l’ormai “famoso” assessore alla sicurezza, Graziano Cioni (che chiede le primarie ma non si è ancora scoperto) e una collega di giunta, l’assessore all’Istruzione, Daniela Lastri; senza dimenticare che anche il presidente della provincia, il rutelliano Matteo Renzi, starebbe facendo un pensierino su Palazzo Vecchio.
In Abruzzo la partita è addirittura più ravvicinata: per sostituire l’ex governatore Ottaviano Del Turco, dimessosi dopo l’inchiesta sulla sanità regionale, si andrà al voto il 30 novembre. E per quella data, il Pd dovrà contrastare, con i pochi uomini rimasti, l’attacco scagliato dal riottoso alleato Antonio Di Pietro. A Napoli bisognerà vedere come finirà la partita di Antonio Bassolino che ha annunciato di volersi dimettere l’anno prossimo da governatore della Campania; finora al primo voto interno per la segreteria provinciale del Pd, il veltroniano Luigi Nicolais ha battuto il bassoliniano Andrea Cozzolino.
Pazientare, quindi, come dicono i veltroniani? Quel che si aspettano, i big nazionali e i colonnelli locali de Pd, è una risposta del segretario, che potrebbe arrivare proprio dal palco della festa nazionale di Firenze.

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giovedì 21 agosto 2008

Sergio Cofferati: "Questo Pd è senz'anima". Colloquio con il candidato sindaco.

Veltroni non si discute. Ma senza congresso il partito non ha programma e valori definiti. Parola di sindaco.

(Gigi Riva - L'Espresso) Ci vorrebbe un congresso. Anzi, si doveva farlo subito dopo la disfatta elettorale di aprile. Perché un congresso disegna la struttura del partito, ne definisce i valori e il programma: cose che oggi nel Partito democratico sono molto confuse. Sergio Cofferati lo chiede in questa intervista con 'L'espresso', però non si illude. Gli diranno di 'no' perché si è preferita la formula dell'assemblea programmatica, dopo la quale non ci sarà più il tempo: troppo vicine le scadenze elettorali, amministrative ed europee.

Cofferati, un congresso serve, talvolta, a mettere in discussione il leader. Walter Veltroni è sotto pressione. Si fanno i nomi di possibili successori (Enrico Letta, Pier Luigi Bersani) e quelli dei congiurati (il solito Massimo D'Alema).

"Non è in discussione la leadership. Il segretario è Veltroni. È stato scelto con la validazione più ampia ed efficace possibile. Detto questo io sono convinto che un congresso avremmo dovuto organizzarlo subito dopo il voto per poterlo chiudere entro l'anno e affrontare le prossime scadenze elettorali avendo risolto il problema".

Se non è in discussione la leadership, che cosa merita un chiarimento?
"Un partito di massa ha bisogno di una struttura flessibile ma ben definita. E radicata nel territorio. Un partito deve avere una presenza in tutti i luoghi. Quando si esamina il fenomeno Lega e si resta sorpresi dai suoi risultati in certe zone, si trascura il fatto che in quelle zone la Lega è capillare e strutturata".

Come un tempo la Dc e il Pci.
"Appunto. Il Pd non può pensare di essere un partito di massa senza un punto di partenza che sia il partito di modello novecentesco. Quello è il punto più antico ma indispensabile. Poi ci sono altri livelli più flessibili dove dibattere, Internet, la tv, la stampa. Io vado in sezione e discuto con gli altri. Poi i militanti si confrontano con chi la pensa come loro, o anche no, attraverso gli altri strumenti. Ciascuno dei quali non è risolutivo in sé, vanno usati insieme".



Insomma la modernità inserita su una struttura classica. Andrebbe bene se non fosse che alla sinistra pare venire meno quella base volontaristica che era l'anima delle sezioni e che ora pare appartenere alla Lega.

"È vero. Ma una struttura la si costruisce solo con un congresso. Perché è in quella occasione che si contano gli iscritti, si definisce un programma fondamentale, la Magna Charta che è poi la ragion d'essere per la quale si sta insieme. Il congresso poi stabilisce cosa fare in coerenza col programma e a quel punto possono nascere opzioni diverse perché condividiamo gli stessi valori ma pensiamo a un modo diverso per attuarli. Le mozioni danno origine alle correnti in un percorso trasparente e limpido".

Le correnti, invece, sono nate prima...
"Oggi soffriamo perché siamo nati di corsa, non abbiamo una struttura definita o l'abbiamo solo vagamente annunciata. E allora ci portiamo dietro le correnti dei Popolari (neanche della Margherita, dei Popolari) o dei Ds, che si sono tra loro affiancate e sovrapposte".

La fusione fredda tra il riformismo post comunista e cattolico presenta crisi di rigetto?
"La fusione fredda andava fatta. Adesso non ci si può fermare ecco tutto. E allora le mozioni per un congresso sarebbero servite a rimescolare le carte oltre le posizioni date di partenza. La Conferenza programmatica a cui andiamo incontro è importante ma non risolutiva per questi problemi".

Andrete alle prossime scadenze elettorali senza aver definito questa benedetta struttura.
"Ed è un guaio. Il segretario nazionale e quelli regionali sono stati eletti in un modo, gli altri livelli di direzione in un altro, in qualche caso si è preceduto per cooptazione. Se eleggi il segretario nazionale con le primarie anche gli altri devono avere la stessa legittimazione. E invece per il Parlamento non l'abbiamo fatto. L'anno prossimo i cittadini andranno a votare candidati alle amministrative sottoposti alle primarie e candidati alle europee che non avranno fatto lo stesso percorso. Non va bene".

Lei cita le amministrative. Il caso Chiamparino e le polemiche seguite dimostrano come, fatta la tara di tutto il resto, c'è un problema di rapporto tra il centro del partito e la periferia.
"Il problema del rapporto che i livelli istituzionali, come i sindaci, devono avere col partito è vecchio come il mondo. Chi esercita un ruolo istituzionale credo debba avere e utilizzare la necessaria autonomia. Il che non vuol dire essere in disaccordo col proprio partito, ma che le decisioni a livello locale hanno sedi proprie".

Lei è sempre un fautore del Partito del Nord?
"Sì. Ci sono degli elementi che identificano dei confini socio-economici. Il Nord, compresa l'Emilia Romagna, hanno le stesse dinamiche di rapporti economici e sociali che andrebbero riconosciuti. Non per creare un altro partito e il suo leader, idea che non mi ha mai sfiorato, ma per orientare delle scelte che servano a un determinato territorio".

Un territorio cui la sinistra non sa più parlare.
"È parzialmente vero. In Emilia Romagna il rapporto tra istituzioni e mondo delle imprese è sempre stato fecondo. E nessuno può sostenere che non succedeva altrettanto a Genova-Torino-Milano per citare il triangolo industriale classico".

Trapassato remoto. Poi qualcosa si è rotto.
"La grande impresa è entrata in crisi. Il fenomeno della piccola e media impresa emergente non è stato osservato con sufficiente attenzione dalla sinistra".

Se da una parte il Pd è accusato di non aver capito la 'modernità' di alcune aree del Paese, dall'altra gli si imputa di non essere di sinistra o di non esserlo sufficientemente.
"Io non credo. La nostra radice è il riformismo di sinistra che in Italia è sempre stato forte almeno come quello cattolico. Quella radice non deve scomparire".

Un po' generico. Di quali valori si riempie di contenuti il Pd?
"Il riformismo ha come obiettivo il cambiamento della società, dunque della vita delle persone. Ciò avviene in un sistema di diritti riconosciuti e rispettati. L'emancipazione delle classi più deboli arriva quando si coniuga il miglioramento delle condizioni materiali con la dignità e i diritti".

Caliamo nel pratico l'assunto teorico.
"Bisogna agire per dare ai ragazzi la prospettiva di un lavoro stabile e culturalmente ricco. Ma se a quel lavoro non fosse riconosciuta la giusta mercede, per usare un termine antico, e i necessari diritti, ecco che si lederebbe la dignità di quella persona e di quel lavoro".

Una volta risolti i problemi interni, poi il Pd si deve porre il problema di come vincere.
"Stabilito un programma, bisogna poi essere coerenti e rigorosi, pochi punti ben definiti. L'obiettivo deve essere quello di vincere e governare. Non semplicemente di vincere come è successo in passato. Il limite dell'Unione è stato proprio quello: ha vinto ma non è stata in grado di governare. Allora la coerenza. Non si possono tenere insieme protezionismo e mercato, welfare e filantropia, che sono, ad esempio, le contraddizioni che esploderanno nella coalizione attualmente al governo".

Insomma la base è un programma. Da attuare con chi? Guardando al centro di Casini, aprendo di nuovo a sinistra?
"Il Pd è il più forte partito di opposizione. Semmai sono gli altri che devono guardare a noi. Il centro del campo dell'opposizione è nostro. Partiamo da lì".

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martedì 19 agosto 2008

L'ultimo regalo di Veltroni. Assegnato all'associazione un locale di 460 mq a Testaccio con un canone mensile di solo 230 euro.

(Rita Smordoni - Il Giornale) Come pagare 230 euro al mese per un megalocale a Testaccio e vivere felici. Ovvero la vicenda di uno spazio commerciale di ben 460 metri quadri in centro storico assegnato senza gara all'Arcigay. La quarta puntata dell'inchiesta sull'Ater di Roma tocca da vicino una delle tante pagine paradossali della gestione del patrimonio immobiliare di proprietà dell'ente.
L'episodio inizia a fine anno 2007, quando il consiglio d'amministrazione dell'Ater, presieduto dall'avvocato Petrucci, a ridosso delle festività natalizie vara (in giorni diversi) due delibere. La prima per consentire allo stesso cda di assegnare direttamente senza bando locali di proprietà Ater ad associazioni che si siano distinte per attività meritevoli in campo sociale. Quindi a discrezione del cda. La seconda per assegnare all'Arcigay i locali di via Nicola Zabaglia, al civico 14-16, a Testaccio.
Quattrocento metri quadrati nel piano terra, più un seminterrato di altri sessanta. L'ideale per la nuova, futura sede dell'Arcigay. In una via centralissima nel cuore di un rione molto frequentato, accanto a decine di pub, ristoranti, spazi musicali. L'operazione, però, non passa sotto silenzio. «Un regalo di fine anno», lo definisce subito Alessandro Cochi, consigliere di An al Comune di Roma: «Non si può fare una assegnazione del genere senza che sia stato fatto un regolare bando pubblico - contesta il consigliere -. È un vero e proprio regalo di natale che l'Ater e la sinistra fanno, contravvenendo alle regole di trasparenza e di una corretta gestione. Inoltre, "scavalcando" le richieste di assegnazione fatte dalle associazioni sociali e di volontariato del territorio e,per di più, non tenendo conto di nessuna graduatoria». Ragioni per la quale, Cochi presenta un'interrogazione al consiglio comunale: «La mia non è omofobia - dichiara - ma la difesa dei più elementari diritti in materia di regole e di trasparenza».
Veltroni però dopo un mese si dimette, il consiglio comunale si scioglie, nessuno risponde al consigliere di An. Passa acqua sotto i ponti. Il 4 agosto 2008 la maggioranza di sinistra in Regione Lazio approva l'assestamento di bilancio. Compreso l'emendamento che taglia, fino all'80 per cento, gli affitti a partiti, onlus e circoli culturali nei locali commerciali dell'Ater. Il famoso super-sconto. E ora c'è chi fa i conti in tasca all'Arcigay.
«Il canone di via Zabaglia è di 4mila euro al mese - calcola il consigliere comunale del Pdl, Marco Di Cosimo -. Esattamente 3300 euro più Iva. Ma l'Arcigay ha rivendicato nel contratto lavori di ristrutturazione per 50mila euro, che per legge vanno scontati fino al 70 per cento sull'affitto. Se l'associazione reclamerà adesso l'applicazione della nuova legge regionale (e non vedo perché non dovrebbe), difficilmente l'Ater potrà dire di no. Sommando tutto, alla fine l'Arcigay pagherà dai 230 ai 240 euro al mese di canone. Per i prossimi 6 anni. Non male in un rione come Testaccio», conclude. Di Cosimo, oggi delegato di Alemanno per l'emergenza abitativa, è stato per un paio d'anni presidente della stessa Ater di Roma. Ricorda ancora le liste chilometriche di associazioni in attesa dell'assegnazione di locali. Tutte «dimenticate» o quasi dall'attuale cda. «Si è fatta eccezione solo per lo storico Roma Club Testaccio - dice - cui l'Ater, con la stessa delibera di dicembre dell'Arcigay, ha assegnato un locale in via Ghiberti». Peccato che il Roma Club debba pagare per 80 metri quadri circa 1500 euro (più Iva) al mese. Insomma, fatti i conti, in proporzione tre volte l'Arcigay. Un'ulteriore discriminazione di cui non si capisce la natura.

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martedì 5 agosto 2008

Il Pd non ha correnti ma canali tv...

Youdem.tv, la televisione, radio, giornale on-line del Parito Democratico.
Inaugurazione il 14 ottobre. Veltroni: "Non è un canale televisivo...ma una struttura aperta".

(Agenzia radicale) La data di inizio delle trasmissioni è il 14 ottobre. In quella data inizieranno attraverso il web, il satellite, i telefonini, i programmi di "Youdem.tv" che negli auspici dei vertici del Partito Democratico dovrebbe essere oltre che una televisione, anche un giornale on-line e una radio che concretizzi quel modello di struttura aperta che come ha detto alla conferenza stampa di presentazione Walter Veltroni "...e punta a coinvolgere i contributi di cittadini e utenti perché il nostro riferimento è il linguaggio dentro la rete e non la vecchia tv".

Fare un "racconto dell'Italia" è l'obiettivo, ha sintetizzato Vincenzo Cerami, della tv democratica - così come ci informa l'agenzia ANSA - che partirà ad un anno dalle primarie che incoronarono Veltroni a leader del Pd. Un anniversario che cadrà in un momento cruciale a livello di vita politica e di impegni e "al quale - ha assicurato il capo dei democratici - dovremo presentarci accelerando quel profilo di innovazione del partito ai primi mesi della sua nascita".

Ovviamente la nascita della Tv del Partito Democratico non ha potuto non sollevare qualche domanda impertinente partendo proprio dal fatto che questa struttura nasce quasi in concomitanza con la tv satellitare dell'Associazione ‘Red" che nasce come è noto da una costola di ‘Italianieuropei' ispirata da Massimo D'Alema.

Logico quindi che ne sono nate valutazioni e insinuazioni che riportano la discussione interna al Pd alla filosofia del vecchio duello sotterraneo tra appunto Veltroni e D'Alema. "Il problema - si sfoga Veltroni, che reagisce con fastidio ad un giornalista che gli chiede appunto questo, - è che voi, prima di noi, siete inchiodati a questa idea dei duellanti. Questa è la tv del partito - scrive ancora l' ANSA - e non dei veltroniani anche perché se ci fossero i veltroniani io non ci apparterrei. E non capisco perché se 'Italianieuropei' o altri fanno iniziative del genere dovremmo impedire che accada".

Fin qui la versione ufficiale. Il resto, come è ovvio, sarà affidato al tempo, che si incaricherà di spiegarci come stanno effettivamente le cose.
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venerdì 18 luglio 2008

Ecco il sondaggio segreto sulla disfatta che Veltroni ha tenuto segreto.


(Carlo Puca - Panorama) La caduta di Romano Prodi, le dimissioni da sindaco di Walter Veltroni, il bagno di sangue di Francesco Rutelli. Ancora: i veleni, le risse di questi giorni, i rischi di scissione del Partito democratico. A voler essere colpevolisti, tutto potrebbe dipendere da un dettaglio in grado di spiegare la storia recente del centrosinistra italiano: un documento di 58 cartelle del gennaio 2008. Un sondaggio della Ipsos, per la precisione...

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L’analisi di Veltroni: “L’Italia sta precipitando” e “Il Berlusconismo è finito”.

(Panorama) “L’Italia sta precipitando”. “Il Berlusconismo è finito”. “Il governo ha perso dieci punti”.
Su queste tre affermazioni, il segretario del Pd Walter Veltroni basa la sua analisi politica. E la espone, a Milano a margine di un incontro con i giovani militanti del partito democratico, rispondendo indirettamente a Silvio Berlusconi e citando citato i dati dell’Istat che vedono una produzione industriale in calo del 5% e il rapporto della Svimez secondo il quale vi sarebbe uno spostamento dal Sud verso il nord di almeno 600 mila immigrati...

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venerdì 11 luglio 2008

iMille. Veltroni chiede aiuto ai quarantenni ma questi sono già vecchi.

'iMille' in assemblea: foto di gruppo, mossa, di una generazione.
(Apcom) I quarantenni chiedono spazio alla politica. I quarantenni del Pd, o almeno una loro significativa rappresentanza, si sono confrontati questa mattina tra loro e con il segretario Walter Veltroni in una tavola rotonda organizzata dall'associazione 'iMille' presso la sede nazionale del partito. Per Ivan Scalfarotto, tra gli animatori dell'iniziativa, la discussione di oggi è "la foto di gruppo di un pezzo di società che fino a oggi non ha potuto dare al suo Paese quanto avrebbe voluto, un pezzo di Italia che sa interpretare la società odierna".

Ma la foto di gruppo è anche piuttosto mossa, e risente un po' del dibattito interno al Partito democratico. Al consigliere comunale romano Paolo Masini, che fa appello al superamento del "correntismo esasperato", fa eco Pippo Civati, consigliere alla Regione Lombardia, che vuole farla finita "con gli ex. Tutte queste correnti, ne nasce una al giorno, sono un pericolo". Il deputato Sandro Gozi bacchetta il linguaggio: "Anche dopo la sconfitta continuiamo a parlare politichese". Mentre la docente universitaria Chiara Lalli sceglie un tema tutto suo: coppie di fatto e diritto ad essere genitori per gli omosessuali. Nel dibattito c'è chi lamenta lo scarso rapporto del partito con il territorio, e c'è il blogger Zoro, alias Diego Bianchi, un passato in Fgci, che racconta il suo stupore per l'entusiasmo della ministra-ombra Pina Picierno per il suo lavoro: "Noi volevamo cambiare il mondo, questi vogliono fare i ministri".

Duro l'intervento di Mario Adinolfi, che mette nel mirino la "mancanza di autocritica" dopo la sconfitta elettorale, e il fatto che "tutte le riunioni dopo il voto si chiudevano con ll'idea che 'abbiamo perso perché c'era il governo Prodi'". Il blogger-polemista attacca Veltroni (prima del suo arrivo in sala) e rilancia la necessità delle primarie che sono "sotto attacco". Ora, sostiene, "dobbiamo chiedere a Veltroni un processo di rilegittimazione popolare". E siccome quando arriva Veltroni, nonostante il proposito annunciato nel titolo della tavola rotonda di 'uccidere il padre', l'accoglienza è calorosa, Adinolfi, sul suo blog, si rifà a stretto giro di posta: "Con il padre - accusa - è finita a linguainbocca".

Gianni Cuperlo, uno degli ospiti della discussione, ammonisce i quarantenni a non cercare scorciatoie: "Il nostro problema non è più blog meno apparato, ma la rinuncia ad elaborare un pensiero del tempo: il pragmnatismo e le culture sacrosante della buona amministrazione e del risanamento sono diventate il tutto".

Il clima comunque non è quello di una rivoluzione, e Veltroni può fare serenamente il suo appello ai quarantenni perché lo sostengano nella sua battaglia: "Se la sfida è quella del coraggio e dell'innovazione non posso che chiedere il vostro aiuto". Una relatrice chiede notizie delle tessere, raccontando di aver stampato dei "rettangolini di simpatia" per tenere buoni i militanti. Il segretario la rassicura, annunciando che le tessere saranno pronte da martedì. L'assemblea de 'iMille' prosegue fino a domenica, con il presumibilmente gradito intermezzo della festa di sabato sera, o meglio della 'Obama night' organizzata dal circolo online 'Barack Obama'. Le conclusioni della tre giorni, invece, saranno affidate a Ivan Scalfarotto.

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martedì 8 luglio 2008

Veltroni lancia la petizione del Pd.

(Sfera pubblica) Il Partito democratico lancia la sua petizione contro il governo Berlusconi. “Salva l’Italia” è il nome dell’iniziativa promossa dal segretario Walter Veltroni, pronta a raccogliere il malessere dei cittadini fino al 25 ottobre, giorno della manifestazione nazionale del Pd.
“Cinque milioni di firme per dire no ad un governo che non rispetta le regole democratiche, forza la mano sui temi della giustizia e non fa nulla per far crescere salari e pensioni mentre l’Italia vive una pesante crisi e le famiglie faticano ad arrivare alla fine del mese”. Annuncia il sito ufficiale del partito. Una petizione, come ha ribadito Veltroni nel corso di un’intervista al Tg1, “pronta a raccogliere milioni di firme”. “Un modo – ha sottolineato il leader del Pd – per avvicinarsi alla gente di tutto il Paese”. Un modo soprattutto per rispondere a chi scenderà oggi a Piazza Navona a manifestare contro Berlusconi. “Rispetto chi ha organizzato la manifestazione dell’8 luglio a Roma – ha ribadito Veltroni – ma il Partito democratico non ci sarà perché non la condivide.
La petizione non sarà appunto la manifestazione di un giorno, ma mesi nei quali milioni di italiani prendono la loro firma e sostengono la difesa della democrazia e della costituzione”. La petizione, come ricordano tutti gli organi del Pd, avrà al centro due questioni principali: la difesa delle regole democratiche contro le forzature e le leggi sbagliate del governo, la lotta per far ripartire l’Italia. Il titolo è tutto un programma, “Salvare l’Italia, non il premier”. Un modo per elencare i provvedimenti, secondo il partito del centrosinistra, presi a difesa degli interessi privati del Cavaliere e non per aumentare la sicurezza del Paese.

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sabato 5 luglio 2008

Al congresso socialista Veltroni fischiato.

(Sky tg24) E da Montecatini Terme, dove è in corso il congresso del Partito socialista, ha parlato il segretario del Partito Democratico Walter Veltroni, accolto con i fischi da molti dei delegati presenti nella sala.
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giovedì 26 giugno 2008

Gianni Cuperlo. Quei fratelli coltelli del Pd.

Ha attaccato la leadership del Pd e ora è il sorvegliato speciale dai big del partito. E fa mea culpa: "Se i dirigenti sono sempre gli stessi è colpa dei giovani che non sono emersi".
(Colloquio con Gianni Cuperlo - L'Espresso) Una nuova generazione al potere? Gianni Cuperlo, sorvegliato speciale dai big del Pd dopo il suo attacco alla leadership, cita il poeta Umberto Saba, triestino come lui, per descrivere il male oscuro del partito. "Nel '45 disse che il problema dell'Italia è che non siamo fondati sul parricidio, ma sul fratricidio. Invece di allearci per uccidere il padre ci facciamo fuori tra noi. Con l'aggravante che in politica, spesso, i fratelli tendono a mettersi d'accordo con il padre per far fuori gli altri fratelli, i loro coetanei".

Sembra il racconto della vita interna dei Ds ieri e del Pd oggi. Veltroni e D'Alema eternamente contro e a galla e voi 'giovani' eternamente emergenti...
"Sia chiaro: se la foto di gruppo dei dirigenti negli ultimi quindici anni non è cambiata la colpa non è di quelli che sono rimasti, ma di quelli che non sono emersi. È nostra".

Cosa dovreste fare ora per recuperare il tempo perduto?
"Non dobbiamo avere paura di misurarci con il confronto e anche con il conflitto di idee, di opinioni, di culture. Nel mio vecchio partito, dopo lo scontro del '94 tra D'Alema e Veltroni per la successione a Occhetto, si è coltivata la rimozione del conflitto. Credo che nel Pd dobbiamo superare questa ideologia dell'unità, la mitologia dell'unanimismo che ci ha impedito di confrontarci e di crescere. L'unità è un risultato cui approdi alla fine, non puoi avere paura, sopire, impedire, inibire la formazione del nuovo soggetto".

È quello che sta succedendo nel Pd?
"All'ultima assemblea ho ascoltato tanti interventi, del tutto condivisibili. Solo che se chiudevi gli occhi avresti potuto tranquillamente collocarli nel 2001, sette o otto anni fa. Dopo la sconfitta del 2001 non abbiamo fatto quello che ha fatto in Inghilterra il New Labour. Tra il 1979 e il 1997 sono passati diciotto anni, un'intera generazione: alla fine il Labour è tornato al governo con Blair, ma era un partito completamente diverso. Noi questo rinnovamento profondo non l'abbiamo compiuto. Perfino il Pd è stata vissuto dai gruppi dirigenti come una scelta inerziale. L'idea più coraggiosa e radicale che abbiamo concepito è stata gestita con gli strumenti dell'ordinaria amministrazione. Questo ci dice che il rinnovamento non è un problema solo generazionale. Ci sono persone che sono molto più libere di pensare anche se più anziane. Serve una nuova leadership collettiva".

Leadership collettiva sa di scorciatoia per non affrontare di petto la questione del cambio del leader, del segretario...
"Franceschini dice che Veltroni sarà il candidato premier anche nel 2013 e io non ho nulla in contrario. Anzi, lo ripeto per l'ennesima volta: alle elezioni del 13 aprile senza Veltroni saremmo stati travolti. Ora però Veltroni e gli altri dirigenti devono aiutare il Pd in questo processo. Devono far uscire allo scoperto idee, proposte, suggestioni, rigenerare le cellule di questo corpo che sta male perché ogni sconfitta è dolorosa, ma senza letture consolatorie".

Qual è il rischio, altrimenti?
"Il rischio è che il Pd non trovi una ragion d'essere che ne giustifichi l'esistenza. Non possiamo fare un partito che si adatta come una coperta sulla società italiana, sulle sue pieghe e sulle sue colline. Non dobbiamo solo dare una rappresentazione, dobbiamo dare una rappresentanza a un popolo. Altrimenti il progetto fallisce".

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mercoledì 25 giugno 2008

Veltroni contrattacca: “Il buco di Roma? Una bufala: è inferiore a quello di Milano”.

Il segretario del Pd Walter Veltroni

(Panorama) “Cancella il debito”. La canzone-slogan pro-Africa di Jovanotti e Bono viene bene anche cantata dal loro fan Walter Veltroni: “Il debito di otto miliardi del comune di Roma? Una bufala gigantesca e mediatica”.

Durante una conferenza stampa il leader Pd ed ex sindaco della capitale ribatte alle accuse lanciategli da Berlusconi e Alemanno: “Il neosindaco di Roma” dice Veltroni “ha subito una campagna decisa dal presidente del Consiglio per attaccare il capo dell’opposizione”.
Al leader Pd non è certo andato giù quell’epiteto, “fallito”, rivoltogli da Berlusconi: “Lui è l’ultimo” dice “a poter parlare, visto che il suo governo ha lasciato 30 miliardi di debito”. Veltroni spiega, mostra tabelle e cifre “il buco è di 6,8 miliardi come certificato dalla Ragioneria generale di Stato, non ci sono dati occulti”.

Secondo l’ex sindaco si tratta di una voragine “accumulata durante decenni e comunque inferiore, nel dato pro-capite, al debito dei cittadini milanesi: 2.480 euro contro i 2.540 per romano”. I problemi di bilancio derivano, secondo Veltroni, “dalla sperequazione dei trasferimenti erariali pro capite (più soldi a Milano) non compensati dal governo, e dai mancati trasferimenti della Regione dovuti al buco della sanità laziale lasciato da Storace”. E la liquidità sarebbe in crisi anche “per l’abolizione dell’Ici” voluta dal governo.
“È molto pericoloso per Roma negare o minimizzare l’esistenza di un’obiettiva e grave emergenza finanziaria che investe il bilancio del Comune”, risponde in una nota di risposta alle parole di Veltroni il sindaco di Roma Gianni Alemanno. “Le affermazioni di Veltroni potrebbero dare nuovi argomenti a coloro che negano la necessità di un forte intervento governativo per risolvere la pesante crisi economico-finanziaria in cui versa il Comune di Roma. L’unico atteggiamento responsabile”, conclude il sindaco, “non è quello di alimentare ulteriori polemiche politiche, ma di attivare una collaborazione politica e istituzionale”.

E il sottosegretario all’Economia Vegas gli dà man forte e ritiene “mostruosa la situazione dei debiti romani”.

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lunedì 23 giugno 2008

Logoramento a mezzo stampa per Veltroni. Anche gli amici pensano al dopo Walter.

Manifestazione del Pd

(Panorama) Nei giorni precedenti la convocazione dell’assemblea del Pd erano state le correnti ad agitare le notti di Walter Veltroni. Poi arrivando alla Fiera di Roma il blogger Mario Adinolfi ne aveva chiesto, anche se per la verità lo faceva da settimane, ufficialmente la testa. Eppure nella semideserta riunione democratica il segretario del Pd era riuscito ad ottenere una tregua balneare. Tregua che però è durata poco: visto che Arturo Parisi ha infiammato una domenica, già calda per le temperature africane e per l’attesa di Italia-Spagna, con un’intervista molto netta al Corriere della Sera nella quale ha detto a chiare lettere che Veltroni dovrebbe lasciare.

Il prodiano non è nuovo a sortite del genere: sono in molti a ricordare che nella Margherita il suo gioco era lo stesso. Eppure il leader dell’ex loft, ora traslocato al Nazareno, non l’ha presa per nulla bene: “Nessuna riposta” ha detto ieri “non mi sorprende l’intervista. Credo” ha aggiunto giustificando il proprio lavoro “che in cinque-sei mesi di lavoro, considerando la condizione molto difficile dalla quale ci siamo trovati a partire, abbiamo fatto moltissimo. Il gruppo dirigente del Pd dovrebbe rendersi conto che oggi c’è una grande forza, che non c’è mai stata e che è paragonabile, se non superiore, ad altre forze europee”.

Veltroni, infine, ha sottolineato che nei prossimi mesi “creeremo le condizioni perché quando si tornerà a votare, e non so quando, visto il modo in cui il governo si comporta, credo che potremo avere i risultati che ci aspettiamo”. Parole di circostanza. A cui è seguita la bordata fatta recapitare a Parisi questa mattina su Repubblica con l’intervista del vice segretario, Dario Franceschini: un colloquio con il giornale più amico del Pd, nel quale il titolo è ottima sintesi del pensiero dei veltroniani “Basta con la corsa al logoramento. Walter anche al prossimo giro”. Ecco, quando si dice più realisti del re.
Perché che Veltroni possa non farcela ci stanno pensando anche nel circolo di quelli che stanno più vicini allo stesso ex sindaco di Roma. Gente come Goffredo Bettini: che, pure lui risponde oggi sul Corriere a Parisi, ma pare anche stia organizzando i quarantenni del Pd, “Nel caso che Walter lasci”. Ovviamente si tratta di persone di provata fede politica. Insomma un drappello di quarantenni veltroniani come il ligure Andrea Orlando, il friulano Alessandro Maran, il giovanissimo lombardo Maurizio Martina, il veneto Andrea Martella, il romano Nicola Zingaretti pronti a succedergli. E proprio quest’ultimo pare sia, complice l’amicizia con Bettini, tra i favoriti.

Oltre ai veltroniani di sono pure i “coraggiosi rutelliani” che l’11 e 12 luglio a Montecatini ribadiranno le ragioni dell’ex vicempremier che all’assemblea di Roma aveva sottolineato l’importante di “un ragionamento che vada oltre le caselle del XX secolo”.

E infine ad agitare i sonni, già non tanto tranquilli, di Veltroni c’è pure la neonata Red (è stata registrata dal notaio giovedì scorso): sono 120 parlamentari legati a Massimo D’Alema e alla sua fondazione Italianieuropei, che inizieranno a riunirsi da domani a Roma al cinema Farnese. L’acronimo è tutto un programma: Riformisti E Democratici, cioè soprattutto “Red”. Che in inglese sta per rosso, rossi.

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venerdì 20 giugno 2008

Quell’opposizione con il terrore dei girotondi. Cardinale Bagnasco: ‘Meglio un Gay Pride che un girotondo’.

(Furio Colombo - Micromega) Due parole continuano a terrorizzare amici e colleghi di… diciamo così, “opposizione”. Una è la parola “girotondo o girotondi”. A giudicare dal disgusto e dal gesto di repulsione di molti nostri colleghi del Pd (senza distinzione ingiusta e razzista fra ex Ds ed ex Margherita, fra credenti e non credenti) deve essersi trattato di una serie di manifestazioni così repellenti, così sguaiate e controproducenti che farebbero dire al Cardinale Bagnasco: ‘Meglio un Gay Pride che un girotondo’.
Il fatto curioso è che i nostri amici e le nostre amiche schierate a sinistra, che dormono sogni agitati al solo pensiero che i girotondi ritornino, (per esempio Linda Lanzillotta dalla destra della sinistra e Rina Gagliardi dalla sinistra della sinistra sul Corriere della Sera di oggi, 19 giugno) non hanno mai detto che cosa li sconvolge nella mobilitazione spontanea dei cittadini a sostegno dell’opposizione, la stesso opposizione di cui i predicatori del “VADE RETRO GIROTONDO” sono, almeno in teoria, membri di diritto in quanto parlamentari di un partito battuto. Possibile che non abbiano notato che, finiti gli orrendi girotondi, i cittadini se ne stanno a casa, come desiderato, e non vanno più a votare?
…
Ma ho già detto, c’è un’altra parola che tormenta: “Regime”. E, come i girotondi, non tormenta i titolari del regime ma gli oppositori del regime. Una grande sorpresa è l’improvviso arruolamento di un limpido commentatore come Michele Serra al partito del “Non ditelo mai”, persino se il primo ministro controlla e possiede tutte le televisioni e le usa come i suoi carri armati, persino se continua imperterrito a combattere senza quartiere una dei tre poteri (quello giudiziario) che sono i pilastri indispensabili della democrazia. Ma ecco Michele Serra (La Repubblica, 18 giugno): “Minaccia di tornare in auge il vecchio dibattito se il berlusconismo sia regime”. Serra si scuote dalle spalle la vecchia forfora con quest'altra affermazione: “Non serve affatto “il regime”, basta un consenso popolare vasto e tenace come quello di cui gode Berlusconi”.
…
Strana osservazione, perché vaste e tenaci maggioranze hanno votato e poi sostenuto a lungo odiosi regimi, da Mussolini a Hitler a Peron, e alcuni dei più pericolosi presidenti brasiliani. Michele Serra sceglie una controprova azzardata per la sua tesi (secondo cui basta la volontà popolare a dichiarare che anche il peggior governo non è regime ma normale democrazia). La controprova di Serra è questa: “Anche un orrore come la guerra in Iraq è stato deciso nell’assoluto rispetto delle leggi democratiche di uno stato democratico”.
…
Sarebbe difficile ripetere questa frase di fronte alla Presidente della Camera americana Nancy Pelosi, che ha vinto le elezioni “di mezzo termine”, e il seggio di Speaker della Camera, battendosi per dimostrare che tutto, nella vicenda dell’Iraq, si è svolto fuori legge, dalla grande bugia delle armi di distruzione di massa “che avrebbero potuto colpire l’Occidente in 45 minuti”, alle pesanti intimidazioni sui dissenzienti. La più nota: la punizione inflitta all’ambasciatore americano Wilson che era tornato dalla missione affidatagli con la rivelazione che l’Iraq non aveva mai acquistato uranio e che dunque non poteva avere armi letali. La punizione? Far sapere in giro che la moglie della Ambasciatore era “spia coperta” (ovvero in pericolo di vita se la sua attività viene rivelata) della Cia. Fonte: Il vice presidente degli Stati Uniti che, per vendetta politica, ha violato la severissima legge sui servizi segreti. Segue la lunga campagna di gran parte della stampa americana che, attraverso gli anni, ha rivelato e denunciato il governo di Bush come un governo che ha compiuto continue violazioni della legge, dalla sospensione di fatto della Costituzione alla abolizione dello Habeas Corpus. Tutto ciò è ripetuto in modo drammatico e chiaro dall’editoriale del New York Times di ieri (18 giugno), ripetuto sullo Herald Tribune di oggi, (19 giugno). E’ un lungo elenco di violazioni che finisce così: “Questa situazione deve cambiare. Ma cambierà solo con il prossimo Presidente”.

LA FRASE DEL GIORNO
"Noi non vogliamo tornare al puro e semplice antiberlusconismo, ai girotondi, alla giungla del tutti contro tutti".
Walter Veltroni, capo del principale partito di opposizione. (La Repubblica, 19 giugno 2008)

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martedì 17 giugno 2008

Eredità disastrose. E se Roma fallisce?

Un bus di Roma
(Renzo Rosati e Mario Sechi- Panorama) I romani ballano sull’orlo di un vulcano. E per Gianni Alemanno, il neosindaco che ha sbaragliato il “modello Roma” di Walter Veltroni e Francesco Rutelli, la festa rischia di essere molto breve. Addio a molti appuntamenti dell’Estate romana, addio quasi certo alla notte bianca. Per ora.
All’origine di tutto c’è l’enorme debito ereditato dalla giunta Veltroni (che nel 2001 lo aveva trovato in gran parte nei bilanci di Rutelli): oltre 7 miliardi di euro, che potrebbero aumentare a 9-10. A quel punto la capitale rischierebbe il default, il fallimento. E scatterebbe il commissariamento: spese ridotte all’osso; investimenti come la metropolitana a rischio; addizionale comunale al massimo di legge: dallo 0,5 attuale allo 0,8 per cento. Un salasso per i cittadini, che nel 2007 si sono visti aumentare il balzello e che già pagano l’1,4 di addizionale regionale a causa del debito sanitario. E, per il centrodestra, la vittoria del 13 aprile si trasformerebbe in un mezzo incubo.
Conto alla rovescia
Proprio per questo è scattato un affannoso conto alla rovescia tra Campidoglio, ministero dell’Economia e Palazzo Chigi. A fine maggio i tecnici della ragioneria comunale (il titolare precedente, Francesco Lopomo, è andato in pensione a marzo) hanno fatto le pulci al documento di programmazione finanziaria approvato a fine 2007 dalla giunta Veltroni e ad altri possibili scoperti. E hanno accertato che ai 7,032 miliardi contabilizzati da Veltroni e dal suo assessore Marco Causi ne andavano aggiunti altri 2 o 3: 1 derivante dai bilanci sempre oscuri di Ama e Trambus, le aziende della nettezza urbana e trasporti; 1,8 miliardi di mancati accantonamenti per contenziosi giudiziari; e debiti con enti e istituzioni, tra i quali 170 milioni della Cassa depositi e prestiti legati alla ristrutturazione, mai avvenuta, dell’Atac (autobus, altro buco nero da 13 mila dipendenti).
Il 29 maggio la ragioneria capitolina ha girato il dossier alla Ragioneria dello Stato guidata da Mario Canzio. E, con un secco documento di quattro pagine, ha imposto ai dirigenti comunali, al sindaco, agli assessori e ai presidenti dei 20 municipi romani il “blocco di tutte le spese salvo quelle che non generino ulteriore danno all’amministrazione”. Atto così tradotto da Alemanno: “Dobbiamo limitarci allo stretto necessario ai bisogni dei cittadini”.
Dopodiché il sindaco si è messo a fare la spola tra l’ufficio di Giulio Tremonti e Palazzo Chigi. Tre incontri con il ministro per scongiurare il commissariamento (che per legge compete al titolare dell’Interno, il leghista Roberto Maroni) e chiedere al governo di anticipare dei soldi. La coperta di Tremonti è tradizionalmente corta. Tuttavia, anche il ministro non pare avere interesse al default: porterebbe inevitabili polemiche sull’azzeramento dell’Ici (per la capitale vale 380 milioni), sul blocco delle addizionali e in generale sul federalismo fiscale, cavallo di battaglia suo e della Lega. Ma i tempi sono strettissimi, il conto alla rovescia è al termine: “Giovedì 19 giugno saprete tutto” promette Alemanno.
Vent’anni di debiti
Alle accuse di finanza allegra Veltroni ha sempre replicato in due modi: quando è diventato sindaco, nel 2001, ha ereditato un buco già di 6 miliardi; e poi i trasferimenti dallo Stato a Roma sono inferiori a quelli delle altre metropoli. Nel periodo 2001-2006, 276 euro pro capite, contro i 304 per Milano, i 387 per Palermo, i 553 per Napoli. Ma se questo argomento ha un fondamento, l’altro chiama in causa Francesco Rutelli, sindaco dal 1993 al 2001 e candidato del Pd nel 2008. L’ex leader della Margherita si difende a sua volta tirando in ballo la Prima repubblica. Argomento però non sufficiente a giustificare debiti che dal 1995 a oggi hanno sempre oscillato intorno ai 6 miliardi, fino al record del 2007.
Osserva l’economista Gianfranco Polillo, ex capo del dipartimento economico di Palazzo Chigi: “Non basta più ricordare lo status di capitale d’Italia. Come reagiranno i milanesi visto che il debito di Roma vale il 60 per cento di quello di tutti i comuni capoluogo?”.
Il giallo degli interessi
La lente è puntata sulla struttura degli interessi messa in piedi dal Campidoglio. Si legge a pagina 116 del dpf veltroniano: “La percentuale del debito coperta tramite derivati è attualmente del 21 per cento, un volume di swap pari a 1,35 miliardi”. In termini semplici: il Campidoglio si è indebitato negli strumenti a maggior rischio, tanto più in piena crisi dei mutui subprime.
La relazione afferma di aver conseguito risparmi per 205 milioni. Ma solo sulla carta, perché (tabella qui a fianco) la composizione del debito così rinegoziata è per il 41 per cento a tasso fisso “trasformabile in variabile” e per il 16,7 per cento a tasso variabile “trasformabile in fisso”. Insomma, il Campidoglio avrebbe scommesso su una riduzione dei tassi quando accadeva esattamente il contrario. Osserva Polillo: “Il risultato è un carico d’interessi di 500 milioni l’anno che raggiungerà i 900 entro il 2017″.
La partita politica
Alemanno ha il migliore alleato a Palazzo Chigi in Gianni Letta. Il sottosegretario di Silvio Berlusconi ha da sempre un occhio di riguardo istituzionale per Roma: fu lui, anni fa, a sbloccare i finanziamenti per la metropolitana e a benedire l’Auditorium (oggi un’impresa attiva). Ed è sempre lui, ora, a tenere aperto il canale con Walter Veltroni. Proprio Letta ha suggerito a Berlusconi la soluzione tampone: imporre alla Regione Lazio, retta dal pd Piero Marrazzo, di iniziare a restituire al Campidoglio un debito da ben 1,7 miliardi. Pena un altro commissariamento a causa del deficit sanitario.
La lettera firmata Berlusconi è partita il 6 giugno: dà a Marrazzo 30 giorni di tempo, chiede di iniziare a mettere ordine nei conti. Marrazzo non ci ha pensato due volte: a costo di una resa dei conti nel Pd ha licenziato il suo assessore alla Sanità, Augusto Battaglia. Tra fondi della regione e un possibile anticipo della futura iva “federale” concesso dal Tesoro (si parla dello 0,8 per cento) il Campidoglio si potrebbe salvare. Dopodiché si tratterà di convincere le agenzie di rating, cioè il mercato: nel 2007 la Fitch aveva corretto l’outlook sul debito capitolino da “stabile” a “negativo”, mentre la Standard & Poor’s minaccia il declassamento da A+ ad A. E poi agire con mano ferma sulle controllate: Ama, Acea, Trambus, Atac.
Questione ben nota a imprenditori come Andrea Mondello, presidente della Camera di commercio. In un rapporto del gennaio 2008 osserva: “Sia per le local utility sia per le infrastrutture partecipate dagli enti locali restano sotto il profilo dell’efficienza e della produttività forti divari tra Centro-Nord e Centro-Sud”.
Meno diplomatico Salvatore Rebecchini, ex presidente della Cassa depositi e prestiti: “Abbiamo comuni con grandi patrimoni immobiliari gestiti a condizioni non di mercato, e nello stesso tempo forti indebitamenti. Gli stessi comuni si trovano ad avere partecipazioni in società quotate, come l’Acea a Roma. Un paradosso sul lato dell’attivo e del passivo: troppi debiti e scarsissima redditività”.
Comunque vada, per Alemanno la strada è segnata: a Roma poco effimero, molto lavoro e nulla da scialare.

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mercoledì 11 giugno 2008

Scoglio europeo e questione cattolica. Due nuovi casi scuotono il Pd.

Veltroni con Shultz

(Panorama) Ufficialmente la linea nel Pd è “si lavora per una posizione condivisa”. Ma in realtà le posizioni all’interno del loft restano molto lontane e “l’attivismo” del segretario Walter Veltroni mette in agitazione gli ex Dl sulla futura collocazione del partito nello scenario europeo.

Fioccano le iniziative e le acque restano agitate. Anche per la durissima presa di posizione di Famiglia cristiana, (ndr. lo stesso articolo che definisce il gaypride romano "una pagliacciata) che invita il segretario democratico a scrollarsi di dosso l’ala radicale e laicista, altrimenti finirà per perdere una fetta dell’ala cattolica. Che secondo il settimanale dei paolini soffre di “mal di Pd” e sarebbe anche pronta allo “scisma”.
Da questo punto di vista, sarà anche un caso ma il 18 e il 19 giugno Francesco Rutelli, autore di una lettera non certo tenera in merito alla questione e promotore di una riunione stamane dei “coraggiosi”, farà da padrone di casa ai leader internazionali del Pde, proprio nella nuova sede del Pd, al largo del Nazareno. per capire le mosse dell’ex vicepremier, Veltroni ha incontrato faccia a faccia Rutelli: Tre quarti d’ora di colloquio al termine del quale il presidente del Copasir spiega: “La mia posizione non è volta a mettere veti, ma nessuno pensi ad un inglobamento nella famiglia socialista. Dobbiamo costruire le condizioni ambiziose per allargare il campo delle forze riformiste, non farne una discussione solo italiana. Come farlo è il tema dei prossimi mesi”.
Getta acqua sul fuoco delle polemiche Franco Marini: “Non c’è” il rischio di una “scissione”. Sì, riconosce l’ex presidente del Senato “c’è questa fibrillazione a volte inspiegabile, un’ansia, che pure è un problema. Ma non c’è uno che voglia tornare indietro e che sia in grado di proporre cose diverse. Quindi questo rischio non esiste”. Quanto alla collocazione europea, Marini afferma: “Questo è un problema serio e una soluzione va trovata. Sono anch’io per trovare una posizione nuova anche in Europa”. Tuttavia, avverte Marini, nessuno “utilizzi la questione della collocazione europea come strumento per mettere in difficoltà il partito, io questo non lo accetterei”.
Quasi a ristabilire il giusto equilibrio tra le scelte future, Veltroni nelle prossime ore parteciperà con Massimo D’Alema al meeting dei parlamentari del Pse, ma è difficile che l’appuntamento porti soluzioni per il Pd perché, è “l’offerta” del capogruppo Martin Schulz, “il Pse è pronto ad accogliere tutti gli eletti del Pd ma dove si debba collocare il Pd nel contesto europeo è una decisione che spetta democraticamente a questo partito”. Come a dire che quello che si poteva fare il Pse l’ha fatto e la grana è tutta in mano ai vertici del Pd. E siccome, come spiega il rutelliano Paolo Gentiloni, “il sentiero è stretto”, non sono pochi quelli che tra i democratici sospettano che il tema della collocazione europea, così come altri paletti alzati nei giorni scorsi da ulivisti e prodiani, “siano strumentali per ritrovare ruoli politici e posizionarsi in vista di qualcosa che per ora non si sa ancora bene dove porti”.

Il tema della collocazione europea si intreccia con la questione cattolica, tornata prepotentemente di attualità dopo l’editoriale di Famiglia Cristiana. Il settimanale cattolico non è stato certo tenero, con la leadership del Pd, paventando addirittura una uscita di ex Dl dal partito: “Una parte consistente dei deputati dell’ex Margherita” scrive il giornale “si sta interrogando sul perché della loro permanenza nel Pd, col rischio che possano prendere la stessa decisione degli elettori. Perché dovrebbero fare la ‘riserva indiana’ nel Pd? Oltre che minoranza, sarebbero minoritari e insignificanti. Chi ha più sentito Bobba o la Binetti?”. Insomma: “Veltroni ha tradito le attese dei cattolici”. E si fa condizionare troppo dai radicali.
Le reazioni del Pd non si fanno attendere. Secondo Antonello Soro, capogruppo dei democratici alla Camera, “non fa un buon servizio ai cattolici, di cui si dice portavoce, un giornale che si esprime con una tale faziosità”. L’omologa al Senato Anna Finocchiaro si dice stupita dalla durezza dei toni. Ma soprattutto, l’attacco del settimanale viene respinto con decisione dai cattolici del Pd. Luigi Zanda si dice “mortificato e addolorato per le anticipazioni di Famiglia cristiana sul Partito democratico e sul suo segretario”. Fioroni definisce l’editoriale “ingiusto e crudele”. E perfino Paola Binetti si smarca: “Il mio impegno è dentro il Pd”.

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martedì 3 giugno 2008

La svolta di Veltroni: Compagni, vi rivoglio bene.

Walter Veltroni

(Stefano Brusadelli - Panorama) Rapporti con Rifondazione, motori indietro. Nel loft del Pd, assorbite con qualche ammaccatura le turbolenze postelettorali, è tornata l’ora della real- politik. Nella primavera del 2009 non ci sono solo le elezioni europee: si vota per rinnovare le amministrazioni di due regioni (Campania e Sardegna), di 65 province (Milano compresa) e di 4.500 comuni, tra i quali Firenze, Bologna, Ferrara, Cesena, Avellino, Bari, Messina, Lecce. L’indebolita leadership di Walter Veltroni non sembra in grado di reggere anche il ridimensionamento del Pd nella mappa del potere locale. Così, un po’ paludata con le formule del politichese (”Non abbiamo preclusioni per nessuno, conta l’accordo sul nostro programma” ha precisato il segretario a Milano il 24 maggio), è tornata in campo la disponibilità a ritrovare un’intesa a tutto campo con gli orfani di Fausto Bertinotti. E già alle provinciali di Palermo del 15 e 16 giugno il candidato sostenuto dal Pd, Franco Piro, sarà lo stesso di Rifondazione.

A spingere di più per la correzione di rotta sono stati i dalemiani, da sempre scettici sull’autosufficienza veltroniana e antichi fautori di un centrosinistra il più possibile polifonico, dall’Udc al Prc.
Pur consapevole che il risultato della primavera 2009 sarà decisivo per il segretario, il numero due dei senatori Nicola La Torre, autorevole voce della componente dalemiana, spiega che il ripristino di un sistema di alleanze con la sinistra radicale “va ben al di là del destino personale di Veltroni. Il radicamento del Pd dipenderà anche dalla nostra capacità di governare negli enti locali, e con l’avvicinarsi della stagione federalista non possiamo correre il rischio di lasciare interi pezzi d’Italia al centrodestra, alterando l’equilibrio democratico del Paese”. Un modo per dire che, soprattutto al Nord, non sarà il caso di fare gli schizzinosi con Rifondazione, pena il ritrovarsi con un bicolore Pdl-Lega dal Po in su.
Ma gli stessi toni si ritrovano nelle parole di un ex dc, oggi molto vicino a Veltroni, come il presidente dei deputati Antonello Soro. “Sul piano locale” sostiene “trovare convergenze su un programma condiviso sarà più facile di quanto lo sia ritrovarle su un programma di governo generale per l’Italia. Tanto più che in regioni, province e comuni governiamo insieme da anni e con soddisfazione reciproca”.
Soro annuncia a Panorama che Pd e Prc saranno alleati alle regionali della Sardegna, la sua regione. Dove il 13 e 14 aprile il Pdl ha prevalso sul Pd-Idv con 2,8 punti percentuali di vantaggio, un risultato che si sarebbe potuto capovolgere se il 3,6 per cento della Sinistra arcobaleno si fosse aggiunto ai voti veltroniani.
Basta osservare la geografia delle alleanze locali per misurare l’importanza del rapporto tra le due forze principali dell’ex Unione. Il centrosinistra governa in comuni importanti come Torino, Genova, Venezia, Napoli, Bari, Perugia, Cagliari, Foggia, Taranto e Cosenza grazie all’intesa tra il Pd e il partito (ex) bertinottiano. E lo stesso avviene in ben 10 regioni: Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Abruzzo, Campania, Puglia e Sardegna.
Già le amministrative di Roma, dove Francesco Rutelli è stato sconfitto per un soffio da Gianni Alemanno anche per la renitenza della sinistra radicale a votarlo nel ballottaggio dopo la rottura sul piano nazionale, è stato un chiaro segnale d’allarme. Se al secondo turno gli elettori della sinistra pura e dura se ne resteranno a casa, nel 2009 per il Pd si prospetta un bagno di sangue.
Persino nelle parole di un moderato come Marco Follini, ex segretario dell’Udc approdato al Pd, traspare la consapevolezza che l’autosufficienza è suicida. “Non è più tempo di preamboli Forlani” dice ricordando il documento con il quale nel 1980 l’allora segretario della Dc vietò intese locali con il Pci, “la politica italiana ha una sua naturale complessità, che non può essere compressa più di tanto”.
La ricucitura, naturalmente, ha come condizione la disponibilità di Rifondazione, che dopo il disastro dell’Arcobaleno resta in campo come l’unica forza consistente della sinistra radicale.
Il governatore della Puglia Nichi Vendola e l’ex ministro Paolo Ferrero si sfideranno per la leadership al congresso di Chianciano, dal 25 al 27 luglio. In caso di vittoria del primo, molto appoggiato dai dalemiani, nessun problema. Ma pure nell’altro caso le previsioni sussurrate nel partito dicono che l’accordo si farà lo stesso, solo con qualche asperità in più.
Per il Prc, soprattutto dopo l’uscita dal Parlamento, restare nelle amministrazioni locali è vitale. Peserà, piuttosto, la vicenda della riforma della legge elettorale europea. “Noi” dice l’ex sottosegretario Alfonso Gianni “possiamo stringere accordi anche con chi ha linee diverse sul piano nazionale, ma non con chi ci vuole cancellare”.
È un esplicito ammonimento al Pd perché respinga la proposta berlusconiana di sbarramento al 5 per cento. Una soglia (tabella sotto) che metterebbe il Prc fuori gioco anche a Strasburgo. Con il duplice, disastroso effetto di privarlo del finanziamento pubblico (circa 2 milioni di euro a legislatura per ogni punto percentuale, a condizione di eleggere almeno un eurodeputato) e di costringerlo alla raccolta delle firme per potersi presentare alle prossime elezioni politiche. Questa palla, adesso, deve giocarla Veltroni.
(hanno collaborato Antonio Calitri ed Emanuele Costanti)

La tabella delle elezioni europee

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lunedì 12 maggio 2008

Si riunisce il "governo ombra".

(Sky tg24) Alla Camera si riunisce per la prima volta il "governo ombra" di Walter Veltroni. Per i vertici del Pd si tratta di un'iniziativa, sul modello anglossasone, volta a vigilare sull'operato dell'Esecutivo e presentare proposta alternative.
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martedì 6 maggio 2008

Il demone della violenza.

(Michele Brambilla - Il Giornale) Chissà da quale profondo mistero arriva la violenza che porta cinque ragazzi a massacrare un uomo di 29 anni solo perché si è rifiutato di dar loro una sigaretta. Certo non arriva dai facili schemi con cui da un paio di giorni si cerca di spiegare l’accaduto: il fascismo, il razzismo, la Verona leghista. Sono tempi in cui la politica cerca di strumentalizzare ogni cosa, e in questo non ci sono innocenti né a sinistra né a destra. Ma davvero dovrebbero esserci dei limiti per rendere improponibili certe dichiarazioni che offendono più l’intelligenza di chi le pronuncia che quella di chi le ascolta. Un ex ministro come Paolo Ferrero ha tirato in ballo perfino la recente campagna elettorale: «I linguaggi bellici e le discriminazioni possono portare voti ma seminano odio». E purtroppo anche Veltroni, che è un uomo intelligente e solitamente misurato, è caduto nella trappola: «Siamo davanti a un’aggressione di tipo neofascista che non può e non deve essere sottovalutata».
Chiunque avesse sfogliato un po’ di fretta i giornali di ieri mattina, si sarebbe così convinto che la vittima dell’aggressione di Verona è un immigrato, oppure un gay, oppure ancora uno di sinistra. Insomma un «diverso» o un «nemico», a seconda di come titolavano i giornali. Solo chi ha avuto la pazienza di entrare nelle righe degli articoli si è accorto che l’aggredito è un italiano; un italiano di Santa Maria di Negrar, provincia di Verona; un italiano che con la politica non c’entra niente, ma proprio niente. Eppure la confusione è andata avanti tutto il giorno, anche una tv eccellente nell’informazione come Sky ha lanciato un sondaggio per chiedere agli italiani se il fatto di Verona è un segnale allarmante di una nuova «ondata di intolleranza». Ma intolleranza verso chi e che cosa? Verso chi non offre sigarette?
Molto opportunamente, invece, Lucia Annunziata ha messo insieme, su La Stampa, il fattaccio di Verona con quello di Torino, dove alcuni vigili sono stati aggrediti in pieno centro, piazza Vittorio Veneto, a poche decine di metri dalla casa del sindaco Chiamparino. Se a Verona è stata una sigaretta a scatenare la violenza, a Torino è stata una multa: chi l’ha presa ha sferrato un pugno in faccia a un vigile, è stato arrestato, ma almeno duecento persone sono intervenute in sua difesa lanciando pietre e bottiglie contro gli agenti. Sono due storie diverse: ma in comune c’è un’esplosione di violenza che pare immotivata, comunque non proporzionata alla causa scatenante. Lucia Annunziata ha avuto dunque il merito di non cadere nella semplificazione retorica dell’antifascismo, e ha colto giustamente in questi episodi il segno di un’inquietudine generale.

Ma il motivo di questa inquietudine è difficilmente afferrabile. Lucia Annunziata lo attribuisce alla rottura del patto di fiducia tra istituzioni e cittadini, e c’è senz’altro del vero. Però basta l’antipolitica a spiegare la violenza di Verona? Che è stata cieca e gratuita come quella di Arancia Meccanica? Che è stata violenza per la violenza, male per il male? Basta, o la risposta è nell’uomo, nella sua essenza più intima?
Per la prima volta nella storia, in Europa non ci sono guerre fra Stati da oltre sessant’anni; i conflitti sociali permangono, ma sono infinitamente meno gravi che in passato. Eppure l’aggressività riemerge ciclicamente. I primi ventenni senza guerra hanno dato vita al Sessantotto, e poi ai terribili anni Settanta, quasi a dimostrare che non c’è generazione che non abbia desiderio di menare le mani. La violenza rialza sempre la testa, hanno persino cancellato i soldatini e le pistole dai giocattoli dei bambini, i quali oggi smanettano con videogames di inaudita ferocia.
L’origine della violenza è all’interno di ciascuno di noi, nasce come reazione ad aspettative che vanno deluse. La cultura, l’educazione, a volte le convinzioni politiche e religiose ci frenano nella stragrande maggioranza delle situazioni. Ma da qualche parte il mostro riemerge, e a volte s’organizza in bande in cui l’ideologia - così come la fede calcistica per quanto riguarda gli ultrà - è solo un pretesto, una divisa. Non è un caso se spesso queste bande, come quella di Verona, attingono soprattutto ai simboli e alle idee che la storia ha sconfitto: la violenza ha bisogno, per nutrirsi e per alimentarsi, di rancori e di rabbia. Ecco perché nessuno crea una «Brigata Royal Air Force» o «Us Army», ma ci si rasa la testa e ci si mette una croce uncinata da qualche parte prima di ammazzare uno che non ti dà una sigaretta.

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