(Max Forte) Una notizie generica, piena zeppa di luoghi comuni per cui credibile nel clima neofascista romano (...Al grido di "froci via dall’Italia" e "fate schifo") però una decina di ragazzi che urlano a notte fonda gli inquilini delle abitazioni adiacenti la via di san Giovanni in Laterano li avrebbero sentiti e poi quel ribadire e propagandare continuamente da parte del presidente uscente dell'Arcigay di Roma "san Giovanni in Laterano, rinominata "Gay Street" perché ospita locali molto frequentati dagli omosessuali", non fa che rendere la notizia ancor più sospetta. Di sole da Marrazzo ne abbiamo prese parecchie, colpendo a destra e a manca, obbligando poi a ritrattare e chiedere scusa da parte di chi, credendogli ha stampato notizie da lui diramate.
Se i due ragazzi dopo l’aggressione hanno chiesto aiuto e denunciato l’accaduto alle forze dell’ordine, perchè è l'Arcigay a denunciare pubblicamente il fatto? Dobbiamo credere che i due, che girano mano nella mano per la gay street romana temono un coming-out e quindi preferiscono un outing anonimo da parte di Marrazzo?
Non sarà uno "spot elettorale"? Alla fine a Roma per decidere se mandare a casa o tenere Fabrizio Marrazzo mancani pochi giorni e chi ha una seppur minima cognizione del marketing sa che tutto è permesso, in amore, in guerra e in politica... Quando c'è di mezzo Fabrizio Marrazzo le cose non sono mai chiare fino in fondo e ci chiediamo il perchè? Ammetterete che di motivi per dubitare delle notizie fatte circolare da Marrazzo ne abbiamo parecchie ma quello che più ci stupisce è: Perchè questa notizia è stata diramata dall'Arcigay come titola Repubblica?
Tra l'altro ora che abbiamo scoperto che è apertamente appoggiato dal Pd, [1] [2] sicuramente per quel che ci riguarda non lo voteremo.
martedì 9 settembre 2008
Roma, aggressione a una coppia gay denunciata dall'Arcigay ma qualcuno sospetta sia uno spot elettorale.
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Etichette: aggressioni, fabrizio marrazzo, omofobia, omosessualità, patacche, roma
mercoledì 3 settembre 2008
"Il sangue e la rosa" nasce un nuovo genere quello del kolossal-patacca.
Il Sangue e i Medici, tra kolossal (?) e sitcom.
(Televisionando) “Avete mai partecipato a un’orgia?“: così si è chiusa la prima puntata de Il Sangue e la Rosa, miniserie definita kolossal con un super cast di attori, al debutto ieri su Canale 5, mentre Italia1 ironizzava sul Dr. House con Enzo Iacchetti in camice verdino alle prese con gare di sedie a rotelle e un’equipe di Medici Miei da ‘brivido’. E’ iniziata la fiction Mediaset, ma forse è il caso di fare ordine tra generi ed etichette della produzione fictional. Intanto Il Sangue e la Rosa vince la serata con 4.700.000 telespettatori e uno share del 22,9%.
Prima di affrontare nel merito Il Sangue e La Rosa, vediamo i risultati dell’Auditel: come detto Garko & co vincono la serata con uno scarto di 500.000 spettatori nei confronti di un evergreen di tutt’altro spessore, Pretty Woman, su RaiUno. Ottimo risultato per Medici Miei, che supera gli obiettivi di ascolto di Italia1 con uno share del 12% e un ascolto di 2.700.000 telespettatori.
Ma veniamo alle due fiction.
Due anni di prepararazione, tre registi, centinaia di comparse, costumi, cavalli, un cast che annovera Virna Lisi, Giancarlo Giannini, Ornella Muti, Alessandra Martines, Franco Castellano, Maurizio Mattioli, Brando Giorgi, oltre ai tre protagonisti Isabella Orsini, Gabriel Garko e Mirco Petrini: se tutto questo basta a fare un kolossal allora forse Il Sangue e la Rosa potrebbe rientrare nella categoria, nonostante la recitazione approssimativa, i dialoghi infarciti di un romanesco folk, la sceneggiatura inquietante, i personaggi (già visti) scolpiti con l’accetta, i primi piani insistiti sui begli occhi dei protagonisti. Non che ci aspettassimo molto di più, a dire il vero: la cifra realizzativa della Janus International è ben nota, anche se stavolta si è cimentata con il costume, e forse questa ‘novità’ ha ’stimolato’ una campagna promozionale da ‘evento televisivo dell’anno‘, così come del resto è stato definito nei promo di Canale 5.
In realtà Il Sangue e la Rosa si inserisce perfettamente nel filone del classico feuilleton ottocentesco. E’ vero che tutta la fiction deve molto al feuilleton, prodromo della narrativa popolare seriale, ma in questo caso si riscontra una precisa aderenza ai temi e alle storie classiche del genere. Scontro di classe, figli illegittimi di nobili orgini cresciuti da popolani, nonne desolate che partono alla ricerca della nipote perduta, matrimoni di comodo conclusi con omicidi ed eredità contese (memorabile la scena della Martines che soffoca il marito morente per paura che cambi il testamento a favore della figlia illegittima e poi si lascia andare ad un rapporto amoroso con l’amante ai piedi del defunto), il tutto condito da un triangolo poco credibile tra i tre protagonisti.
A qualcuno potrà sembrare un’eresia, ma a noi ha ricordato tanto il cartoon Georgie (ricordate?) figlia di nobili, ma consegnata a contadini, contesa dai due fratelli adottivi.
Come poi accade spesso nelle fiction di costume con eroine femminili si fa di tutto per ‘modernizzare’ la figura della protagonista, per facilitare l’immedisimazone con il pubblico. Ecco che l’Isabella Malvolti del 1835 diventa una sessantottina ante litteram: studentessa fuori sede (il padre, oste, fa tanti sacrifici per mantenerla agli studi in un collegio di suore a Roma (?)), convinta della partità tra uomini e donne, spegiudicata nelle relazioni con i maschi fin dalla tenera età, maliziosa al punto da servirsi delle sue gambe per sedare una rissa tra i suoi amici adolescenti (”siamo donne, oltre le gambe c’è di più!”).
Insomma, un melodrammone in costume che su di noi ha avuto un effetto a dir poco irritante, fin dalle prime battute, quando il precettore del nobile Giulio cerca di convincere il suo allievo dicendogli “Dovemo studia’ ir De Bello gallico!”.
Potremmo descrivere scena per scena tutta la puntata, ma non sarebbe certo corretto: in fin dei conti stiamo esprimendo un giudizio, per cui sarà meglio che vediate da voi la seconda, in onda martedì prossimo su Canale 5 alle 21.10.
Su Italia1, invece, andavano in onda i primi due episodi della sitcom Medici Miei. La coppia protagonista, Enzo Iacchetti e Giobbe Covatta, non delude, così come simpatici è il contorno di ‘caratteristi’ che completa la squadra della clinica Sanabel. Con un po’ di difficoltà abbiamo riconosciuto Silvano (Alessandro Sampaoli) di Camera Cafè, senza occhialoni e senza capello leccato, nell’anestesista Francesco, ma carino anche il dottore di colore dai capelli rasta milanesissimo e di cognome Brambilla (Bedlu Cerchiai), così come il chirurgo Impastato, dalla voce sottile e dai modi simil militari (Gianluca Impastato).
Carino soprattutto il secondo episodio, con l’impossibile intervento di riduzione del seno di Melita, guest star, e la fissa di Iacchetti che crede di essere House e mette a confronto il suo staff con quello di Gregory.
Ma anche qui la definizione di sitcom si attaglia poco al programma. La dominanza, inevitabile, delle gag e degli sketch rapidi tra Covatta e Iacchetti, l’inconsistenza delle tracce narrative, avrebbe forse reso consigliabile una formula alla Camera Café, tutta incentrata sulle singole gag e di durata raramente superiore ai 5 minuti, piuttosto che cercare di legarle ad una sorta di motivazione narrativa che dovrebbe reggere per 25′ e che comunque sfugge. Insomma situazioni e protagonisti sarebbero più adatti ad una fiction cosiddetta interstiziale che alla foruma sitcom, che mantiene, in ogni caso, una sua struttura narrativa e dei suoi schemi realizzativi.
Per carità, tra i due prodotti c’è un abisso: indovinate quello che ci è piaciuto di più e soprattutto diteci che ne pensate. E per forrtuna stasera va in onda la seconda e ultima puntata de O’ Professore.
Interviste a Fabrizio Caiazza, il vigile gay di Milano. Ma qualcuno bara, indovinate chi?
Nel giro di un ora sono apparse in rete due interviste diverse e con dichiarazioni diverse (Tuttouomini e Gay.it) rilasciate, a detta degli autori, da Fabrizio Caiazza -il vigile-reginetta di bellezza di Milano- in merito all'articolo pubblicato dal Corriere. C'è qualcosa che non quadra perchè in una dice delle cose e nell'altra il loro contrario. In cerca di fama e quindi confusionario oppure i soliti giornalisti o presunto tali che distorgono e peggio ancora mistificano.
Comunque è chiaro, lampante che uno dei due siti bara, indovinate chi, è talmente facile... e comunque che sia una notizia-patacca è evidente.
Leggi anche
Il caso del vigile Caiazza su Clubbing: Troppi omissis e poche verità.
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Etichette: bellezza, concorsi, giornalisti, patacche, questione omosessuale
martedì 8 luglio 2008
Clamorosa bufala di Dagospia sull'inesistente telefonata tra Berlusconi e Confalonieri.
Il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, con riferimento alla pubblicazione via web di una presunta sua conversazione telefonica con Berlusconi, "dichiara che si tratta di un falso e di un'evidente montatura costruita per recare grave danno alla reputazione dei soggetti interessati".
I media vengono diffidati dalla diffusione in tutto o in parte della falsa telefonata "la cui pubblicazione sarebbe gravemente e gratuitamente diffamatoria".
IL FATTO A metà pomeriggio è Dagospia.com il sito di Roberto D'Agostino a lanciare - dall'apertura di homepage - che un sito ha pubblicato quella che viene definita la trascrizione di un'intercettazione dai toni molto personali tra il presidente di Mediaset e il leader Pdl. Non vengono forniti ulteriori dettagli, né l'indirizzo del sito. Solo la stringa della durata della presunta conversazione trascritta, 8 minuti e 49 secondi. Il sito in questione si scopre in seguito avere sede nelle isole Antille: l'homepage nel tardo pomeriggio è stata oscurata e a chi si collega compare la scritta "in manuntezione"
LA DIFFIDA DI CONFALONIERI Confalonieri, si legge in una nota, "diffida quindi ogni organo di informazione alla diffusione in tutto o in parte di questa falsa telefonata. Contro chi dovesse contravvenire saranno proposte tutte le azioni giudiziarie in ogni sede competente".
GHEDINI: "RICORREREMO ALLE VIE LEGALI "In relazione alla pubblicazione in un sito Internet di una comunicazione telefonica, asseritamente intercorsa nell'ambito di un procedimento penale fra il presidente Berlusconi ed il dottor Confalonieri, si tratta con assoluta evidenza di un falso plateale completamente inventato e surrettiziamente costruito". E' Niccolò Ghedini, deputato Pdl e avvocato del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ad affermarlo in una nota. "Trattasi - spiega ancora Ghedini nella sua nota - di un testo con ogni evidenza gravemente diffamatorio e per il quale saranno esperite tutte le azioni giudiziarie del caso, diffidando chiunque nel contempo a pubblicarlo o a riprenderne anche parzialmente il contenuto".
LA DIFESA DI DAGOSPIA
Ecco l'editoriale con cui dagospia spiega l'episodio:
"LA MERDA NEL VENTILATORE"
Il caso del sito che ha messo in rete una lettera falsa di una conversazione tra Berlusconi e Confalonieri è la spia delle degenerazioni che stanno avvenendo nel mondo dell’informazione. Ma prima di tutto, con l’intervento di Dagospia, abbiamo sgonfiato nel giro di pochi minuti una bufala che impazzava sul web e via passaparola. L’era della verosimiglianza è finita: perché è il modo più facile e vigliacco di gettare fango sulle persone. Che poi si giustificano: ma era tutto uno scherzo… Infatti mai abbiamo nemmeno pensato di pubblicare l’indirizzo del sito né tantomeno un testo che giudicare postribolare è poco. Ma quello che ci interessa di più è l’uso e abuso mediatico delle intercettazioni: dall’articolo di D’Avanzo su La Repubblica che fa un bignamino delle presunte conversazioni pruriginose del Cav. a “Libero” che spara il 5 luglio una fotona della Mara Carfagna in prima pagina e titola: “La ministra che ha rivitalizzato il governo”. (Ora nell’articolino Berlusconi parla semplicemente di “ministri giovani” e del loro “contributo di vitalità”, di qui alla “rivitalizzazione”…). Ma ormai la degenerazione-mediatica che sta prendendo il sopravvento preferisce, in mancanza dei fatti reali, di buttarsi sul reality. Al vero che non c’è, avanti col verosimile, ingannando tutti e infilando altra merda nel ventilatore. Ecco perché abbiamo subito precisato che, vere o false o verosimili, quelle conversazioni non sarebbero mai apparse su Dagospia. La mattina abbiamo ancora voglia di guardare la nostra faccia allo specchio. Senza vergognarsi."
martedì 17 giugno 2008
Patacche propagandistiche. Da ottobre Arcigay terrà un registro autogestito dei matrimoni gay. Violata la privacy?
Il 18-19 ottobre celebrazione di matrimoni gay in almeno 80 città.
(Ansa) Parte oggi la campagna di Arcigay per l'istituzione del primo 'Registro Autogestito' dei matrimoni gay e lesbici, che sara' inaugurato il 18-19 ottobre con la celebrazione, in contemporanea in almeno 80 citta', di nozze tra persone dello stesso sesso. Lo rende noto il presidente nazionale Aurelio Mancuso.
La nuova legge sui matrimoni gay in California, spiega Mancuso, 'ci induce a rafforzare ancor di piu' e a dare un ulteriore slancio alla nostra battaglia per il riconoscimento di pari diritti e doveri per le coppie omosessuali in Italia'. Il leader di Arcigay rende noto che 'dopo le prime celebrazioni di ieri nello stato americano, sono attese, tra oggi e domani, molte altre migliaia di coppie gay e lesbiche che si uniranno in matrimonio'. 'Dalle prime cronache delle funzioni civili - aggiunge - stanno emergendo storie commoventi come, ad esempio, quella di due donne di San Francisco che sposandosi ieri hanno potuto festeggiare i cinquant'anni della loro unione'.
Arcigay, quindi, 'portera' alla luce - afferma Mancuso - l'esistenza delle coppie omosessuali che non si e' mai voluto censire da alcun istituto di statistica, escludendole anche dalle griglie di risposte del Censimento. Da sole e da soli ci assumiamo la responsabilita' di fare cio' che la politica italiana ci ha, per ora, negato'.
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Ndr. Ma chi si fida a dare i propri dati all'Arcigay? E che dice l'Authority della privacy tenuto conto che un "matrimonio" per essere pubblico necessita di pubblicazioni? E questo sarebbe il "lobbysmo" dei gay italiani, Povera Italia.
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18:55:00
Etichette: arcigay, aurelio mancuso, matrimonio gay, patacche, propaganda, registro unioni.
sabato 14 giugno 2008
Latina. Un vergognoso articolo omofobo dalla città più fascista d'Italia.
Sei frocio? Puoi guarire!
Gli studi di Joseph Nicolosi e di Tonino Cantelmi. Il dibattito si accende anche a Latina.
(ParvaPolis) Si è chiuso questo tristissimo Gay Pride. Solo in 10.000 impegnati più nell'insulto che nella rivendicazione di presunti diritti violati. La tristezza la leggi tutta negli slogan, contro la Carfagna, in teatrini pieni di "frocessioni", di insulti al Papa e all'Opus Gay*, considerato che i cattolici non avevano nemmeno il diritto di assistere un concerto di musica sacra, in una chiesa, senza doversi per forza subire il bizzarro corteo.
Non tutti lo sanno, ma da qualche anno a questa parte c'è chi studia, con serietà, il fenomeno delle devianze sessuali. Joseph Nicolosi si occupa da diversi anni di terapia riparativa dell'omosessualità. L'omosessualità non è "normale", e questo è dimostrato sia a livello "naturale" che a livello statistico (è un disturbo che riguarda circa l'1,5% degli adulti). Inoltre Nicolosi parla di design: l'anatomia di un corpo maschile è compatibile con quella di un corpo femminile, ma non con uno del suo stesso sesso. Studi scientifici hanno dimostrato, in controtendenza a quanto sostiene l'OMS, che l'omosessualità è una malattia, che risale all'autopercezione del bambino. Il bambino ha bisogno di un legame con suo padre per sviluppare la sua identità maschile. È il senso di genere che determina l'orientamento sessuale. L'omosessuale è la persona che è carente o mancante del senso di genere. Nicolosi ha posto un netto distinguo tra gay e omosessuale. «Gli attivisti gay vorrebbero che si credesse che tutti gli omosessuali siano gay. Non è così. La parola gay indica una identità socio-politica. Omosessuale identifica invece la descrizione di un problema sessuale». Chi frequenta le cliniche che si rifanno al pensiero di Nicolosi hanno un problema omosessuale ma rifiutano l'etichetta di gay. Non vogliono essere chiamati gay perché non si riconoscono in quella identità socio-politica e con lo stile di vita gay. La causa della sofferenza di un omosessuale è la propria omosessualità, non l'omofobia della società.
Gli studi e le terapie di Nicolosi in Italia si chiamano Tonino Cantelmi, presidente dell'Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici, autore di testi interessanti come "Amori difficili", "Narciso siamo noi", "Psicologia e teologia in dialogo", "Il sesso negato". Tanta gente si rivolge a centri di cura perché non accetta come naturali le proprie pulsioni. Ma cosa sostiene chi non è d'accordo con questa nuova impostazione degli studi che recuperano l'omosessualità come malattia, come dicevano un tempo i manuali di diagnosi? Abbiamo intervistato a proposito Stela Taneva.
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*Si, leggete bene, hanno proprio scritto "Opus Gay" un lapsus? chissà...
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11:35:00
Etichette: cattolici, chiesa, neofascismo, omofobia, omosessualità, patacche
martedì 10 giugno 2008
Roma. Gaypride, polemiche sull'aggressione. Casa Pound replica: "Non siamo stati noi".
L'orgoglio gay ha sfilato sabato per le strade di Roma, dove sono stati celebrati un centinaio di matrimoni simbolici sul carro itinerante dell'Arcigay. Secondo quanto denunciato dall'Arcigay la festa è stata disturbata da un «gruppo di neofascisti» che ha tentato di fare irruzione nel corteo sventolando bandiere nere con croce celtica, ma sono stati bloccati dalle forze dell'ordine. Secondo un testimone, hanno gridato ai manifestanti «vi accoltelleremo tutti». «Erano una ventina di persone vestite in giacca e cravatta e ci hanno detto: vi accoltelliamo tutti». È il racconto di un ragazzo che dice di aver assistito alla «incursione dei fascisti» durante il corteo. «Ci hanno detto - ha proseguito - che dovevano andare ad un matrimonio e invece ci volevano aggredire». «Li conosciamo - ha detto un altro ragazzo dal carro dei centri sociali ('Strikè, 'La Torrè, 'Forte Prenestinò) - sono i fascisti del Circolo Futurista e di Casa Pound, volevano rovinarci la festa ma li abbiamo fermati». Secca la smentita da parte di Casa Pound: "Andavamo a un matrimonio".
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07:31:00
Etichette: aggressioni, arcigay, gaypride, neofascismo, patacche, roma
martedì 27 maggio 2008
Patacche. Pestaggio del Dj gay a Roma. Uno dei presunti aggressori avrebbe chiamato la sua vittima durante la diretta radio.
Ormai ai finti scoop gay.it e compagnia bella ci ha abituato tant'è che neppure i loro affezionati frequentatori li perdonano quando tirano delle sonore patacche. E' capitato ancora. Questa volta durante l'intervista telefonica ai danni di Christian Floris, il giornalista di radio Deegay aggredito la notte fra venerdì e sabato da due sconosciuti, il ragazzo ha ricevuto la telefonata da uno di loro. Timido, molto timido che non ha praticamente profferito parola per cui non è possibile sapere o immaginare si tratti di uno degli aggressori o meno. Un pò più di serietà non guasterebbe.
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L'intervista a Paolo Floris.
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Lo spezzone della presunta telefonata dell'aggressore.
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15:53:00
Etichette: aggressioni, gay it, neofascismo, omomosessualità, patacche, radio, roma, violenze
venerdì 11 aprile 2008
Cristiano Malgioglio sbarca ai provini di X Factor ma gli ascolti non salgono, anzi...
(Tvblog) Il Moige avrebbe dovuto aspettare prima di cantare vittoria. L’Osservatorio Tv del Movimento Italiano Genitori ha appena rivolto un plauso a X Factor, “un’interessante novità nel panorama televisivo” perché esente dalla volgarità e dalla rissosità di altri format (tra cui ha citato Amici). Un programma, insomma, per tutta la famiglia, in grado di stemperare liti e tensioni grazie agli inserti senza pretese a la Corrida.
Peccato che, a minare la reputazione di un prodotto ancora critico sotto il profilo degli ascolti, sia l’arrivo prevedibilissimo di una mina trash (che con la vera Mina ci ha lavorato molti, troppi anni fa): Cristiano Malgioglio. Da I Raccomandati a raccomandato della Ventura, la regina dell’Isola dei Famosi segue la sua nuova musa anche ai provini di X Factor. I suoi frivoli interventi si sprecano, tra un “adoro” fin troppo abusato e stroncature scontate. Nonostante Malgioglio nasca autore di testi e dovrebbe avere una grande competenza musicale, il suo attuale ruolo televisivo si sposa benissimo con la superficialità di giudizio della Ventura, senza costituire un vero valore aggiunto (salvo la promozione del loro mambo estivo?),
Eppure, l’ex paroliere della tigre di Cremona è riuscito nel suo scopo, viste le dichiarazioni ruffiane rilasciate sul quotidiano Libero qualche giorno fa, rivolte alla giurata bionda di X Factor, alla squadra che rappresenta e al conduttore che sta portando avanti:
“E’ uno spettacolo ben costruito, meglio di quello che l’anno scorso ha offerto la tv spagnola e più spettacolare di quello inglese. Le voci dei partecipanti sono interessanti, anche se ho trovato alcune un po’ acerbe. Mi ha colpito in modo particolare la voce di Antonio. Ottima la giuria. Morgan è simpatico nella sua veste ma ha poca esperienza nel suo ruolo. Simona Ventura è forse la più giusta. Ho anche notato che uno dei più bersagliati è Facchinetti. E’ brillante e gradevole, lasciamo spazio al piccolo Pooh, crescerà”.
Il rischio di ritrovarcelo in prima serata è in agguato, magari con l’auspicio di dare alla trasmissione qualche punto di share in più. Ma tanto valeva sceglierlo come giurato pittoresco sin dal primo istante, relegando Super Simo al mestiere che le spetta: quello di conduttrice. Di certo gli amanti dell’X Factor puro, allergici a un daytime monopolizzato dalle macchiette più che dagli artisti in gara, non gradiranno quest’ulteriore interferenza di genere, che rischia di infangare i buoni propositi del format.
D’altronde, basta ripercorrere le dichiarazioni di alcuni big della musica italiana per capire il pregiudizio insito verso il concetto di talent show in salsa catodica. Eros Ramazzotti, come riportato ha confermato di avere un conto aperto con Morgan, che aveva dichiarato di vergognarsi di essere rappresentato nel mondo da uno come lui. La sua replica è stata che Morgan, a sua volta, si trovi nel posto peggiore dove un cantante esordiente possa capitare.
A tal proposito Giua, una dei Giovani di Sanremo intervistata da SoundsBlog, si è mostrata scettica sulle opportunità offerte ai cantanti emergenti dall’intrattenimento tv:
“Non mi sono mai piaciuti i format televisivi come X Factor, mi sembra abbiano poco a che vedere con il talento e soprattutto tendono a eliminare l’idea che ci sia un grande lavoro da fare per poter emergere. Non basta il momento, o qualche caratteristica. Mi sembra un ambito piuttosto illusivo”.
Riuscirà X Factor a raggiungere l’agognato 12% senza aggravare ulteriormente la propria nomea televisiva?
lunedì 7 aprile 2008
X Factor verso la sospensione ma sarà il grande successo del 2009?
(Tvblog) Crederci sempre, arrendersi mai. E’ l’isolano motto di Antonio Marano, riciclato per lo sdoganamento della bella musica in tv ma soprattutto per il caso X Factor, che si è preso a cuore sin dall’inizio e continua a sostenere con tutto se stesso. Come emerso anche da un’intervista al portale Rockol, il direttore di Raidue non solo esclude la chiusura anticipata di quest’edizione per bassi ascolti, ma punta in alto con la promessa di un appuntamento annuale:
“Sono convinto che partendo a gennaio, prima di Sanremo, e con le solide basi che abbiamo costruito quest’anno X Factor sarà il prodotto vincente del palinsesto 2009 di RaiDue. E’ una produzione importante, ovviamente, ma costa meno dei 10 milioni di euro di cui parlano i giornali”.
Non si può dire, in questo caso, che l’Auditel costituisca l’unica voce in capitolo per sancire il futuro di una trasmissione. Secondo Marano, la forza di X Factor è di avvicinare alla tv di stato un pubblico giovane e istruito, benestante e di tendenza, collocato principalmente nel Nord Italia: ben il 18% di share tra i laureati e chi ha un diploma di scuola superiore. La media degli ascoltatori è sui quarant’anni, il che lo renderebbe secondo lui il programma più giovane della storia recente Rai. In più, il direttore della seconda rete Rai non rinuncia a puntare sulla musica in tv, annunciando l’arrivo di un’imperdibile monografia su Vasco Rossi il 29 maggio:
“Non sono soddisfatto dei numeri, ovviamente. Ma della qualità dei prodotti sì. E mi spiace che chi rimprovera sempre, e giustamente, alla Rai mancanza di coraggio, assenza di sperimentazione e incapacità di parlare ai giovani non apprezzi i nostri sforzi di creare programmi di contenuto editoriale e culturale: perché la musica è cultura, è nell’aria che respiriamo da mattina a sera. E per me non serve tanto a inseguire audience quanto a costruire una nuova identità di rete. Fare risultato è nella mia missione di direttore, ovviamente, e per essere in pari con le aspettative ci mancano, in entrambi i casi, due punti percentuali di share”.
Tra i motivi, egli addebita l’obbligo, già manifestato alla vigilia del debutto, di trasmettere la striscia in access per non dar fastidio all’Eredità. A suo parere, inoltre, anche Scalo 76 sarebbe andato meglio se fosse partito a settembre anziché a dicembre (lo slittamento è stato dettato dal fatto che gli studi non erano ancora pronti):
“Anche per Scalo 76 abbiamo in mente le modifiche da apportare e da qui alla chiusura della stagione, in giugno, collauderemo altre novità. Sto persino pensando di farne una versione itinerante estiva: potrebbe diventare il brand intorno a cui ruota tutta la programmazione musicale live di Raidue. Lo riproporremo in autunno: io lo considero uno dei miei programmi più belli in assoluto, ideato e realizzato interamente all’interno delle nostre strutture e neppure costoso, grazie alla sintonia che si è creata con produttori e discografici”.
Quanto all’ingombrante paragone con Amici, Marano ricorda i pessimi ascolti con cui è partito e fa causticamente notare l’incapacità dei suoi ex-partecipanti di sfondare nel mercato discografico:
“Se noi riusciremo nell’intento di creare un pop star avremo raggiunto il nostro obiettivo. Se poi X Factor arriverà al 12 % di share e a due milioni e mezzo di ascoltatori, meglio ancora. Possiamo farcela, ce lo dicono la curva degli ascolti e le ricerche di mercato, quando torneremo finalmente alla serata del martedì. Abbiamo iniziato di lunedì per non sovrapporci con la Champions League: avremmo dovuto chiudere in anticipo, violando i tempi e la liturgia del format. La collocazione domenicale è stata un suicidio, una tegola inaspettata: ma ci sono ovviamente ragioni superiori, siamo un servizio pubblico con tutto quel che ne consegue…”.
Intanto, per l’ultima volta di domenica, noi ci prepariamo a seguire una nuova puntata di X Factor in diretta su Tv Blog!
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08:32:00
Etichette: musica, patacche, polemiche, televisione
mercoledì 26 marzo 2008
Patacche discriminanti. Per Francesco Bruno Giuda Iscariota forse era nevrotico e gay.
Viveva in un perenne conflitto con se stesso, volendo essere il migliore e non potendolo essere.
(Agi) ''Giuda Iscariota? Nevrotico e potenzialmente omosessuale. Ponzio Pilato? Un egoista, il prototipo dei politici attuali''. Sono le conclusioni alle quali e' arrivato il crimonologo e psicopatologo forense Francesco Bruno, che ha tracciato per il sito ''papanews.it'' il profilo psicologico e criminale del traditore di Cristo e di chi lo condanno' alla crocifissione. ''Giuda - spiega - era un nevrotico. Viveva in un perenne conflitto con se stesso, volendo essere il migliore e non potendolo essere. Spesso, dietro al tradimento si nasconde questa volonta' morbosa di essere primi sapendo di non averne le capacita'''. E dietro ogni nevrosi, aggiunge il prof. Bruno, ''esiste sempre un problema a sfondo sessuale''. In particolare, ''Giuda, puo' essere considerato potenzialmente un omosessuale''. Ponzio Pilato, per il prof. Bruno, era invece ''un soggetto assolutamente 'normale', un opportunista, uno che agisce per convenienza, un uomo di potere che preferisce il compromesso alla morale e condanna un innocente come Gesu'. In un certo qual modo, rappresenta il prototipo 'ante litteram' di certi politici attuali. Quanti Ponzio Pilato esistono nella nostra classe dirigente? Un oceano, tantissimi. Come dire - conclude il crimonologo - che Ponzio Pilato ha fatto scuola ed e' rimasto in 'buona' compagnia''.
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Ndr. E' proprio vero che la mamma dei cretini è sempre incinta... Ci piacerebbe conoscere l'opinione di Monsignor Ravasi in proposito. Probabilmente non sarà d'accordo.
venerdì 7 marzo 2008
Dopo gli attacchi sui Giochi gay la Melandri puntualizza. "Appena 55mila euro su 15 milioni". Una presa in giro per una manciata di voti.
(Apcom) - Appena 55mila euro, sui 15 milioni complessivi del Fondo per gli eventi sportivi di rilevanza internazionale, andranno a finanziaria i "Gay and Lesbian Games 2009". E' quanto precisa il ministero per le Politiche Giovanili e per le Attività sportive, spiegando che il Fondo finanzia con 15 milioni di euro complessivamente 52 eventi e manifestazioni internazionali di diverse discipline sportive. Replicando agli articoli apparsi su alcuni quotidiani, il ministero sottolinea che "i 55.000 euro di finanziamento per i Gay and Lesbian Games 2009 rappresentano circa lo 0,38% del Fondo, non giustificando così il clamore dato alla notizia".
Nella lista dei progetti ammessi, sulla base dei criteri contenuti in un decreto ministeriale risalente al 25 giugno 2007, pubblicato su Gazzetta Ufficiale del 26 luglio 2007, "figurano eventi e manifestazioni relativi a numerosissime e diverse discipline sportive, a sport famosi e meno famosi, ricchi e meno ricchi, noti e meno noti", si legge in una nota del ministero guidato da Giovanna Melandri.
"Nell'iter di selezione delle molte domande pervenute - spiega ancora la nota - è stata soprattutto valutata la capacità, che è diffusa nell'intero settore sportivo italiano, di organizzare eventi di caratura e prestigio internazionale nonché di valorizzare il ruolo di promozione sociale (lotta alla discriminazione, inclusione etc) che può essere svolto dallo sport. Tra i tanti eventi, infatti, ne figurano alcuni molto noti come i Campionati Mondiali di nuoto che si terranno a Roma nel 2009 o la Finale di Champions League 2009 ed altri meno noti ma di alto valore sociale come la Coppa del Mondo di pallacanestro per disabili che si terrà nel Lazio nel 2008 ed altre iniziative promosse dal Comitato Paralimpico Nazionale, i Giochi Europei Maccabi 2007, le Universiadi di Torino 2007 e la Homeless Cup di calcio. Anche e soprattutto nei confronti di questi ultimi, lontani dai riflettori dei media, il Ministero nella valutazione delle domande ha ritenuto essere sussistenti i requisiti per ammetterli al sostegno istituzionale".
Lo sport, come ricorda il preambolo della Carta Olimpica, "ha come scopo di contribuire alla costruzione di un mondo migliore e più pacifico educando la gioventù per mezzo dello sport, praticato senza discriminazioni di alcun genere e nello spirito olimpico, che esige mutua comprensione, spirito di amicizia, solidarietà e fair-play".
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martedì 26 febbraio 2008
A Sanremo governa Chiambretti e Arcigay plaude alla Tatangelo, non bastavano Paola e Chiara?
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Mai dire: tutto tranquillo al Festival. Quando già i cronisti temevano di passare le ore della vigilia a scommettere sulle pulci saltatrici, ecco che uno sconsiderato minaccia di eseguire una personalissima cover di "Stasera mi butto".
(Il Tempo) Ti affacci dall'Ariston e vedi quello sul tetto, i pompieri sotto col telone che si dicono sottovoce "se si lancia si sfracella", e i curiosi con il videofonino che lo incitano all'atto estremo. Così poi magari il film del suicidio finisce su YouTube. Ma è Sanremo o Real Tv? Pippo temeva di replicare la vecchia gag dell'arrampicata sulla balaustra, poi tutto finisce bene. Niente sangue sui fiori.
Rosso relativo. Ma il Festival è di destra o di sinistra? E se si considerano veltroniane almeno un terzo delle canzoni, le altre da che parte pendono? Dai kolkoz spuntano gli ultrà post-sovietici della Sinistra Arcobaleno. Che vorrebbero alla kermesse il leggendario coro dell'Armata Rossa. Con Del Noce pronto a baciare le salme di Breznev e Andropov.
Mimmo e Gianni. La diretta si apre con l'omaggio al mezzo secolo di "Nel blu dipinto di blu". Morandi interpreta Modugno con degno understatement, canta su un filo, spalanca le braccia nel gesto catartico: eppure gli basterebbero le mani. Enigma: perché invece di "Volare" pronuncia "Folare" come un tedesco? Il Papa benedice da lontano.
Ultrapippi. Chiambretti esce con una giacca bianca rubata ai camerieri del Casinò, e scarpe tricolori sospette di vilipendio alla bandiera. Capisci subito che governa lui, come Raul Castro. Infatti dice: «Pippo ha fatto un passo indietro, come Fidel». Fruga Del Noce alla ricerca di un telefonino («impari da Saccà sulle intercettazioni»), poi escono i dodici sosia di Baudo («presi in Cina, con 20 euro te ne danno tre più un resto di Amadeus»). Le maschere di gomma, però, somigliano a Fini.
La botola. Altro messaggio subliminale: per evitare favoritismi politici Pippone esce da un buco sul palco. Al centro, però: molto demitiano. Inutile il tentativo chiambrettiano di accreditare il presentatore come una spia del Kgb, o di farlo scivolare su calembour come «Sia Clemente, non faccia Casini, si comporti da Cavaliere». Dal pullman di Veltroni trasecolano.
La chiameremo Andrea. Gnocca imperiale, e molto umana. Il balletto stile 007 è sbagliato, e le streghe dell'Ariston le fanno perdere la voce, prima di un crollo emotivo sulla spalla di Baudone. La Osvart ammette che sul permesso di soggiorno è qualificata come «domestica». Più tardi dice sommessamente che occorrerebbe dedicare una giornata alla «festa dell'uomo». In milioni di case italiane, le mogli picchiano preventivamente i mariti. Viva Andrea. Con quella bocca può dire ciò che vuole.
Ariston, Cremlino. Spunta il redivivo (e svociato) Cutugno che annuncia di essere tornato dalla Russia dopo un concerto in onore dell'Armata Rossa (again). Dietro le quinte cercano la firma di Toto sulla dichiarazione di apoliticità.
Musica. Dopo un'ora tutti hanno già finito le pizzette e la Fanta ma nessuno ha badato alle canzoni, tranne a quella della talentuosa L'Aura. Poi arriva Frankie Hi Nrg ed è come mettere le dita nella presa della corrente. Intro morriconiana, trombe mariachi, ritornello virale. Invaderà allegramente le radio. Nonna Carmelina fatica a seguire le parole, ma eccole lì sparate in bella vista sulla sepolcrale scenografia del palco. Tutto un profluvio di "tangenti", "vallette nude sotto lo zerbino", "cappucci sulle fronti" e "furbetti del quartierino". "Non si fa la rivoluzione, l'hanno detto in televisione", urla il rapper. Che può contare sui voti dei nostalgici di Silvestri, e di chiunque abbia il fegato a pezzi e le orecchie aperte.
High School. Stamani tutti i bimbi con le occhiaie sui banchi: è tarda sera quando spuntano gli eroi della versione italiana del musical. Che non valgono Zac Efron e compagnia originale, ma tanto i piccoli sono mezzo addormentati..
Ancora musica. Fabrizio Moro piace anche in versione sentimental-vaschista, Anna Tatangelo chiede l'appoggio del circolo «elettorale» della sua Sora: il Paese natio si è diviso sull'amico gay, mentre le lobby omosessuali* plaudono. Canzone confezionata per vincere, non guasterebbe un po' più di cuore e meno glamour vocale. Classico Zarrillo, vibrante Bennato, ammaliante Gazzè. A Tricarico serve un diapason.
Promossi. I quattro giovani che accedono alla finale: Frank Head, Milagro, la dirompente Giua e Valerio Sanzotta, promessa di un folk rock che dà un senso alla memoria e al coraggio di dire le cose.
Troppo forte? Ma quale Hollywood: con Verdone si risparmia. Anche se quel pover'uomo non può essere sempre il salvagente di Sanremo. Le gag? Usurate. Fa più ridere Kravitz, quando ondeggia sul refrain della pippiana "Donna Rosa".
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SanRemo: Arcigay, importante la canzone della Tatangelo.
Così commenta Aurelio Mancuso, presidente dell'Arcigay.
(Vita) "Il testo non e' entusiasmante, alcune affermazioni sono figlie di stereotipi, ma nel complesso la canzone della Tatangelo, di cui e' autore Gigi D'Alessio, e' un contributo importante per respingere l'odio omofobico che sta dilagando nel paese".
Il presidente dell'Arcigay, Aurelio Mancuso, giudica cosi' il brano "Il mio amico", interpretato da Anna Tatangelo al Festival di Sanremo. "Aver voluto dedicare al proprio truccatore una canzone dai tratti struggenti, inserendo anche affermazioni importanti, rende meritoria -prosegue Mancuso- la presenza della cantante nella popolare kermesse di Sanremo. 'Il mio amico' e' un omaggio sicuramente a Claudio, ma anche a tutti quei gay che subiscono il pregiudizio, patiscono la solitudine sociale, e s'interrogano sul proprio futuro".
"Per fortuna molti gay e lesbiche, nonostante che nella societa' italiana non sia facile vivere alla luce del sole, riescono a costruire rapporti d'amore stabili e duraturi. 'Che male c'e' se ami un uomo come te' e' una delle frasi che vorremmo ascoltare oltre che dal palco del Teatro Ariston, anche -conclude Mancuso- nelle aule parlamentari. Grazie Anna Tatangelo".
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Sanremo 2008: Anna Tatangelo e la fiera delle banalità.
(Gaywave) Era la canzone più attesa di questo Festival di San Remo. In tanti, dopo le numerose polemiche, aspettavano di ascoltare questo brano di Anna Tatangelo dedicato all’amico gay.
Poteva la giovane amante del già patetico Gigi D’Alessio fare di peggio? No. “Il mio Amico” è quanto di più ridicolo e banale sia stato scritto per raccontare una storia d’amore e d’amcizia gay.
Tralasciando lo stile neomelodico e ripetitivo del brano, ed evitando di dare giudizi sulle qualità canore della ragazza, vogliamo soffermarci sul testo di questo pezzo, esaminarlo con voi. Perché a ben vedere di peggio, forse, non poteva essere scritto.
Che ci crediate oppure no la Tatangelo ha cantato questi versi osceni:
“Il mio amico che non dorme mai di notte
Resta sveglio fino a quando fa mattina
Con il viso stanco e ancora di po’ di trucco
lascia i sogni chiusi dentro ad un cuscino
Fa di tutto per assomigliarmi tanto vuole amare come me”
“Il mio amico avvolto dentro l’amarezza
Mi fa tanta tenerezza”
“Dimmi che male c’è
Se ami un altro come te
L’amore non ha sesso
Il brivido è lo stesso”
“Il mio amico cerca un nuovo fidanzato
Perché l’altro già da un pezzo l’ha tradito
Dorme spesso accanto a me dentro al mio letto
E si lascia accarezzare come un gatto”
“Il mio amico mi confida le sue cose
Anche quelle che non sa
Poi mi guarda mentre spegne il suo sorriso
Spera sempre in quell’amore che non ha”
“Nel cammino dell’amore
Scende sempre quel dolore dentro te
C’è chi ti guarda con disprezzo
Perché ha il cuore di un pupazzo dentro”
“Se a chi dice che non sei normale
Tu non piangere su quello che non sei
Lui non sa che pure tu sei
Uguale a noi e che siamo figli dello stesso Dio”
Dimmi che male c’è
Bene. Quello che è chiaro è che l’amico della Tatangelo (a quanto pare la canzone è dedicata al suo truccatore nonché vecchio amico di infanzia) è uno di quei gay da vizietto: truccato, molto femminile, paranoioco ed infelice.
E sembra anche abbastanza chiaro che la Tatangelo lo tratta come un peluche, meravigliandosi quasi che il ragazzo possa anche non essere così timido e insicuro quando lo accoglie nel suo letto e lo accarezza come un gatto (?).
Un’accozzaglia di banalità quasi offensive, che raccontano il mondo di gay come un universo di persone infelici che vorrebbero essere donne, frustrati da ciò che la natura gli ha procurato: umiliazioni e insulti.
Per carità, sappiamo bene che ci sono ancora oggi situazioni in cui i gay vengono maltrattati e derisi e che in giro qualche omofobo ancora c’è, ma c’è modo e modo di raccontare certe cose, senza necessarimente renderle così patetiche e strappalacrime.
Quello che è evidente di questa canzone è che la “brava” Tatangelo e il suo amante-pigmaglione-tutor Gigi D’Alessio (è lui l’autore di tale meraviglia, non dimentichiamolo) hanno portato a San Remo una canzone furba che vuole intenerire, non far ragionare, con l’obiettivo chiaro di commuovere, senza lanciare alcun messaggio concreto ed utile.
Il nostro timore, reale e possibile, è che questo brano diventi una hit e che saremo costretti a sorbircelo in radio, continuamente, nei prossimi mesi. Che Dio (lo stesso Dio degli eterosessuali, come anche precisa la “bella” Anna) ci aiuti?
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Emergenza Mediaset: Il Grande Fratello battuto da Nostra Signora di Lourdes .
Gli ascolti premiano Bruno Vespa, mentre al Grande Fratello va in onda una puntata densa di sentimenti. Tra l'arrapamenti e lacrime e...
(G. M.) Non facciamo gli ipocriti, quest'anno il Grande Fratello è triste, mesto, terribilmente noioso e non bastano tutte le trappole messe in giro dalla sua redazione per accalappiare il pubblico. Andiamo per ordine e decifriamo tutte queste trappole "acchiappa-ascolto".
Fin'ora sono stati buttati, soprattutto in rete, una serie di pettegolezzi e chiacchere: troviamo una famigliola surreale con dei figli maschi in odore di omosessualità. Che ci sia un gay (o più? e maschio e/o femmina non importa...) è un dato evidente, si tratta di aspettare e perlomeno questo sembrerebbe più discreto di Jonathan (ricordate? uno degli attuali artefici del detto "In Tv dove c'è un gay c'è il checca-trash"...).
Il trans "a modo" truccatrice per la M. V. Brambilla a Telelibertà che poi si scopre mettere in mostra tette a destra e a sinistra. La schiaffeggiata da Albano. Il bel brasiliano, Thiago, dal faccino dolce, che sembra il mantenuto della moglie alquanto incartapecorita e del quale si dice abbia girato dei film porno dove ha messo a disposizione il suo popò, evenienza questa però smentita dai gay stessi, salvo poi in futuro, chissà, magari in un'emergenza peggio di questa, tirare fuori qualche fotogramma.
Roberto, il simil-venditore stereotipato alla Publitalia, piangente e che sembra il nipote babbeo del povero Guido Nicheli, il cumenda dei films dei Vanzina. E che dire poi degli abiti della "stitica" Marcuzzi, un vero insulto al tanto invidiato "made in Italy".
Insomma come si dice a Rimini una "patacca" veramente colossale, ieri sera poi è stato sparso del sale sulla casa del GF8 -quasi a stabilirne la definitiva sconfitta- raso al suolo dai risultati ottenuti da Bruno Vespa.
"Si tratta di un risultato straordinario, anche dal punto di vista psicologico", commenta Vespa. "Puntavo su un buon risultato, ma non mi sarei aspettato di battere il Grande Fratello con una trasmissione a sfondo spirituale. Il Grande Fratello è esattamente l'antitesi di Lourdes e, in generale, l'offerta tv di ieri sera era gigantesca".
Più che le parole di Vespa sono i numeri dell'Auditel a parlar chiaro: il risultato di ascolto dello speciale Porta a Porta su Lourdes, che ieri in prima serata su Raiuno ha ottenuto 5 milioni 494 mila telespettatori pari al 21.52% di share, battendo in sovrapposizione il Grande Fratello su Canale 5. Dalle 21:17 alle 23:18, infatti, il programma di Vespa ha avuto il 21.43% con 5 milioni 492 mila spettatori, contro il 20.79% con 5 milioni 302 mila del reality di Canale 5.
Lo speciale sui 150 anni di Lourdes "ha avuto punte di 6 milioni 650 mila spettatori: ripeto - conclude Vespa - avere più di sei milioni e mezzo di persone che guardano una trasmissione sulla Madonna, qualche riflessione la porta". Già eccome se la porta, infatti à emergenza a Mediaset. Chissà cosa s'inventeranno, già perchè, parliamoci chiaro, qualsiasi cosa succede sarà un'invenzione.
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martedì 15 gennaio 2008
E' carnevale! Anche per gli "ortodossi" pro gay...?
I simpatici amici di Napoligaypress, hanno pubblicato questo articolo corredato dalla foto sopra:
Il Vescovo Ortodosso Climaco Mappelli* è stato fermato domenica scorsa fuori dallo Stato del Vaticano, in Piazza Pio XII, dopo la manifestazione di commemorazione di Alfredo Ormanno, (“martire” del movimento omosessuale che si diede fuoco dieci anni fa in Piazza San Pietro, come segno di protesta contro l’omofobia delle gerarchie vaticane).
Il prelato ha dichiarato alla stampa di aver “notato che c’era anche la gendarmeria Vaticana” al momento del fermo.
Gli è stata comminata una sanzione amministrativa perché ha assistito ad una manifestazione autorizzata vestito con abito ecclesiastico (articolo 408/1 del codice penale). Inoltre gli è stata sequestra la stola (foto).Specifichiamo che il vescovo ortodosso è più sobrio del Pontefice e quindi nessuno si immagini stole di ermellino, mantelli con risvolti in pelliccia e scarpette scamosciate rosso Prada. Il (poco) ortodosso Vescovo era semplicemente vestito da Vescovo!
Intanto l’On. Grillini ha presentato una interrogazione parlamentare. Attendiamo, quindi, con laica e stoica pazienza che ci venga data una risposta del governo per quanto accaduto.
foto: napoligaypress.it
Stessa importanza alla notizia, ovviamente è stata data da GayNews, giornale online diretto da Franco Grillini con grande enfasi e dovizia di particolari. Ma perchè riportiamo la notizia? Per un dettaglio molto banale: ci hanno fatto notare che l'abito indossato dal Vescovo Ortodosso Climaco Mappelli non è quello previsto dalla regola ortodossa, appunto. Non esiste infatti il nella chiesa ortodossa, sia essa greca che russa che bulgara che romena, greco-cipriota, ecc. il colore "rosso cardinale" nelle loro vesti (esiste il rosso nei paramenti liturgici) peculiarità soprattutto cattolica e pure il cappello è poco "ortodosso".
E chi conosce gli ortodossi sa quanto essi siano estremamente tradizionalisti ed "ortodossi" appunto, soprattutto nelle vesti e nei paramenti e omofobi ne più ne meno di quanto lo è la Chiesa cattolica. Questo "vescovo" o si è creato una sua personale chiesa "ortodossa" scismatica nei confronti della chiesa madre che, pare comunque essere quella russa (il nostro Vescovo non è nuovo a queste uscite anti-vaticane).
Saremmo curiosi di sapere a chi fa riferimento, chi l'ha fatto vescovo, chi sono i suoi fedeli, dove sono, ecc. scusate se abbiamo qualche legittimo dubbio.
In redazione, e non solo, si pensa sia una trovata forse del bravo Presidente dell'Arcigay romana Fabrizio Marrazzo (con lui seminascosto a sinistra nella foto) , così bravo ed unico nei "colpi di teatro". Oh forse, in questo caso, se non lui qualcun'altro, che dato il periodo, ha fatto un giro a Cinecittà per inventare un colpo di "carnevale"...
Siamo sospettosi lo ammettiamo ma ultimamente dalle parti di Roma ne sono successe troppe!
*Le notizie inserite in Wikio, come per Wikipedia sono a cura di qualsiasi persona le voglia inserire o ggiornare e quindi totalmente prive di un qualsiasi riscontro delle fonti se non sono inserite (e qui non ci sono). In questo caso sono state inserite da tale Jeanfelix he probabilmente è un nome d'arte di non sappiamo chi....Sphere: Related Content
giovedì 3 gennaio 2008
Il "caso" Marrazzo. Quando le minacce fanno ridere.
(River-blog) Sulla base della mia esperienza lavorativa, posso dire che ci sono tre tipi di minacce di morte: quelle vere, quasi mai “pubblicizzate”, ma segnalate alle autorità competenti, che, in silenzio, lavorano a rintracciare, se possibile, i loro autori e a proteggere l’oggetto di quelle attezioni; quelle “firmate” da un mitomane o, comunque, uno non sano di testa, che lasciano il tempo che trovano, perché la persona non ha gli strumenti per portarle a termine; infine, quelle palesemente finte, spedite dalla stessa persona cui sono dirette o, comunque, da qualcuno in sintonia con il ricevente.
Quando leggo di questo o quel politico che annuncia sconvolto alle agenzie o ai giornali di aver ricevuto minacce di morte sento sempre puzza di bruciato. Insomma: il Sud è pieno di persone che, ogni giorno, rischiano la vita, e che di segnali così ne ricevono a centinaia. Non esagero. Ho saputo di gente minacciata di morte, che non si è mai sognata di fare un comunicato stampa. Ecco perché credo che chi venga minacciato sul serio farebbe bene a mantenere un basso profilo.
Poco fa l’ArciGay di Roma ha diramato un comunicato stampa (vedi) per annunciare che il suo presidente, Fabrizio Marrazzo, ha ricevuto via sms e via telefono delle minacce di morte. Prima considerazione: tutti gli sms sono “registrati” nella centrale del gestore telefonico. Chi l’ha mandato non doveva essere furbo. In questi sms si scriveva che “l’Arcigay deve fallire miseramente e che il suo presidente verrà assassinato e non avrà sepoltura decente se non si dimette dall’Arcigay“. A me un sms così avrebbe già fatto sorridere. Ma il nostro presidente va oltre, e dichiara: “Le minacce che mi sono state fatte, sicuramente hanno turbato a me ed alle persone a me care queste giornate che dovevano essere di festa, ma non ci fanno indietreggiare di un passo nell’azione che da anni svolgiamo per contrastare l’omofobia nella città di Roma“. Bene, bravo, bis. Ma non ha mai sentito parlare di “attendibilità” di una minaccia?
mercoledì 2 gennaio 2008
Bufale di inizio anno. Vi racconto come non sono guarita dall’omosessualità.
(Parole non dette) Testimonianza di Darlene Bogle (Los Angeles) del 27 giugno 2007
Nell’estate del 2007 si è tenuta a Los Angeles, in California, la conferenza di quanti si sono sottoposti ai trattamenti finalizzati al cambiamento dell'orientamento omosessuale. Pratica molto propagandata da numerose chiese e dai risultati devastanti per la personalità. Vi segnalo la testimonianza di Darlene Bogle, una ex leader di Exodus, un movimento “cristiano” che propone questo tipo di iniziative. Ecco il racconto della sua esperienza nei gruppi di “guarigione dall’omosessualtà”.
Ciao. Mi chiamo Darlene Bogle. Grazie per avermi dato l’opportunità di condividere le nostre storie. Innanzitutto, vi dico perchè sono qui. Io ho diretto “Paraklete Ministries”, un’attività affiliata ad Exodus a Hayward (California), che includeva preghiera, studio biblico e counseling individuale. Ero anche l’assistente del pastore della Chiesa di Foursquare.
Come leader di Exodus, ho viaggiato per tutto il paese, parlando e presenziando in molte trasmissioni televisive locali e nazionali come Sally Jesse Raphael, Jerry Springer e 48 ore sulla CBS.
Ho tenuto seminari alle conferenze annuali di Exodus sul processo di essere “messi in salvo dall’omosessualità” e sui benefici di guarire “il bambino dentro di noi” attraverso la preghiera. Ho scritto due libri, “La lunga strada per l’amore” e “Stranieri in terra cristiana”.
Il mio messaggio era chiaro: essere gay è una scelta che puoi, anzi dovresti, cambiare per essere cristiano. Ero sincera nel messaggio che lanciavo. Dio non odiava i gay ma l’omosessualità non era il suo piano perfetto per le nostre vite.
Per oltre dieci anni, il mio ruolo in Exodus e nella chiesa locale, unito a discorsi e presentazioni di libri, contribuì a non farmi avere una vita privata. Ero così focalizzata nell’aiutare gli altri con i loro conflitti che persi l’abilità di ascoltare i miei sentimenti.
Io pensavo che questa perdita di emozione fosse la conferma che ero veramente una ex-gay, malgrado il fatto che mai avevo desiderato una relazione con un uomo e mi tenessi strette le amiche del mio stesso sesso.
Poi, nel 1990 mentre insegnavo a un ritiro di donne a Foursquare in California, ebbi un’esperienza che cambiò la mia teologia, la mia vita e la mia missione! Avevo appena iniziato il mio seminario “Guarire lo Spirito disordinato”, quando una donna entrò e si sedette in prima fila. Lei aveva lunghi capelli neri ricci e un sorriso contagioso.
I suoi occhi fissavano i miei, e anche se i libri dicono che non ci sono cose come l’amore a prima vista, il mio cuore la sapeva più lunga. Il suo nome era Des.
Io camminai all’altro lato della stanza, raccontando come al solito il mio percorso di guarigione, ma il mio cervello stava andando in confusione con pensieri ed emozioni che io pensavo morti e sepolti. Immaginate, se potete, il mio shock e il mio orrore quando capii in quel momento che quello che stavo insegnando era una bugia.
Seppi in quell’istante che Dio ci aveva portate l’una dall’altra! Pregammo e lessi la Bibbia con l’intento di evidenziare l’amore, non il peccato.Ogni parte delle Scritture che noi leggevamo era in favore dell’amore che ora condividevamo.
Capii per la prima volta quanto restrittivo e limitante il mio messaggio di grazia era diventato. Io era libera per la prima volta in 15 anni. Poche settimane dopo mi fu chiesto di lasciare la chiesa e fui rimossa dalle attività di Exodus.
Des ed io iniziammo insieme un viaggio lungo 12 anni, che ho raccontato nel mio nuovo libro “Un viaggio lesbico cristiano”. Scoprii un grande mondo di gay cristiani e come Saul nel Nuovo Testamento, vidi.
Io non avevo lasciato perdere il ministero pastorale, ma avevo trovato molte opportunità di condividere l’incondizionato amore di Dio e guarire la verità all’interno della comunità gay e lesbica.
Nel 2005, dopo una lunga battaglia, Des morì di cancro al seno. Prima di morire, lei mi incaricò di raccontare la nostra storia e di essere voce per la comunità gay e lesbica. Prima che incontrassi Des, consideravo me stessa “ex gay” perchè avevo cessato di avere una vita sessuale attiva, e spesi il mio tempo a promuovere il “cambiamento” negli altri.
Quando questi cambiamenti non avvenivano, le persone che erano in cura da me frequentemente chiedevano quanto tempo ci voleva ai desideri per cambiare. Io mentivo e li incoraggiavo a continuare a pregare e leggere la Bibbia.
Quando chiedevano quanto tempo ci avessi impiegato io, evitavo di rispondere. Il mio cuore era nel giusto, ma il mio messaggio no. Mi scuso con quelle persone e con quelle famiglie che credettero al mio messaggio secondo cui cambiare era necessario per essere accettabili di fronte a Dio.
In anni recenti, ho visto il danno causato dal rifiuto di sè, dalla vergogna e dall’amore ingabbiato. Mi scuso da parte mia per aver presentato un Dio che ama a certe condizioni e chiedo perdono per il messaggio di falsa verità di cui parlavo per conto di Exodus.
Il cuore mi fa male appena sento le molte storie di abusi e suicidi di uomini e donne che non avrebbero potuto cambiare il loro orientamento, contrariamente a quanto Exodus e altre iniziative cristiane dicevano loro.
Una delle ragazze che frequentavano le nostre attività divenne così depressa per l’impossibilità di cambiare che si gettò da un ponte piuttosto che continuare la battaglia. Mi fu detto che non era colpa mia, ma il mio cuore la sapeva più lunga.
La mia vocazione oggi è rivolta a quelle iniziative pastorali che si propongono di ascoltare queste storie con il cuore e di cessare di lanciare messaggi che danneggiano famiglie e persone omosessuali. Essere dalla parte della verità, ma non della falsa verità di cambiamenti obbligatori per essere accettabili di fronte a Dio.
Ci sono cose da cambiare nelle nostre vite, ma il nostro orientamento sessuale non è ciò che è necessario guarire. Io auspico che arrivi un tempo di guarigione per celebrare la vita di Cristo con tutti i suoi figli.
Se ci sono altri leader ex-gay che sono giunti a capire e ad abbracciare la grazia di Dio come gay e lesbiche, li incoraggio ad andare avanti e a unirsi al processo di guarigione e riconciliazione.
Questa è la ragione per cui sto andando avanti e sto accettando le responsabilità per il messaggio che davo in passato, ed è la ragione per cui sto lanciando un messaggio di speranza per il nostro futuro di gay e lesbiche nella comunità e nella chiesa.
domenica 23 dicembre 2007
A proposito del giornalista fintosi gay con un prete. Dagli Usa una segnalazione.
Ci scrive Fabrizio a proposito dell'articolo: Giornalista di Liberazione si finge gay con un prete. Per sei mesi in "terapia cattolica".
"Vivendo negli Stati Uniti mi rendo conto che dilaga in ambienti religiosi la convinzione che esista una possibile cura, che pena.
Su una nota umoristica, vorrei far notare una pellicola di fine secolo di grande divertimento ironia:"
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Sei gay? Vieni da noi, ti curiamo. «La sua è una malattia leggera, possiamo curarla bene...».
Diario di sei mesi in terapia... Il racconto di un cronista che ha frequentato per mesi un corso organizzato da un gruppo ultracattolico - Gli ho detto: «Sono gay». Mi hanno risposto: «La sua è una malattia leggera, possiamo curarla bene...»
(Daniele Vari - Liberazione) L'appuntamento è con Don Giacomo nella sede delle edizioni Paoline poco lontano dalla Garbatella, ex quartiere popolare di Roma. Un incontro per definire tempi e modi del mio ingresso in un gruppo terapeutico per guarire dall'omosessualità. Un appuntamento sudato: i sedicenti guaritori di gay, almeno in Italia, non vogliono troppa pubblicità. Per rintracciare quello italiano ho dovuto chiamare un gruppo omologo svizzero che mi ha girato la sede milanese di "Obiettivo Chaire", un'associazione ultracattolica che organizza, sì, incontri terapeutici, ma soltanto a Milano. Alla fine mi indicano Don Giacomo qui a Roma, un giovane prelato che, dicono loro, può aiutarmi. E ora, dopo quel lungo peregrinare, ci sono: finalmente sono di fronte allo studio di Don Giacomo. La prima tappa del mio percorso di "guarigione". Un percorso durato circa sei mesi nei quali mi sono ritrovato immerso in un mondo parallelo fatto di reticenze, mezze verità, ambiguità e strane alleanze tra ambienti del Vaticano e alcuni gruppi di psicologi guidati dal Professor Tonino Cantelmi, presidente e fondatore dell'Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici e docente di psicologia all'Università Gregoriana.
Ma prima c'è don Giacomo, il primo livello di valutazione della "gravità del paziente" spetta infatti a lui, a un rappresentante della Chiesa cattolica. Don Giacomo è gentile. Dopo vari colloqui telefonici nei quali, con molta discrezione e molto tatto, mi chiede i motivi che mi spingono verso questa terapia, arriva il momento dell'incontro. Dopo una breve presentazione, inizia il colloquio vero e proprio.
Le domande fondamentali sono due o tre: quanti rapporti omosessuali ho consumato, con quale frequenza e le sensazioni che ho provato. Gli racconto quasi tutta la verità, tutta tranne il fatto che sono un giornalista e che non sono omosessuale. Gli dico che sono sposato, che ho un bambina e butto lì un paio di esperienze omosessuali legate alla mia adolescenza e la preoccupazione che quelle esperienze possano tornare a galla e rovinare il mio matrimonio. Don Giacomo ascolta con partecipazione. Poi inizia il lavoro d'indagine per capire le ragioni della mia omosessualità. Mi chiede dei miei genitori, del rapporto con mia madre - rispetto alla quale tiro fuori un bel conflitto. Fa sempre bene, penso: ai preti e agli psicologi piace - gli racconto del ruolo marginale di mio padre, dei rapporti sessuali con mia moglie, le relazioni interpersonali e così via. Una scannerizzazione superficiale ma completa del mio vissuto.
Poi la domanda: «Quando è stata la prima volta, Davide», mi chiede Don Giacomo. Gli racconto di un mio compagno di liceo, di tale Luca, col quale ero molto amico e di come quell'amicizia, col tempo e in modo del tutto inaspettato, si fosse trasformata in relazione sessuale. Don Giacomo ascolta con attenzione e partecipazione. Mi vede provato e cambia discorso: «Credi in Dio?» mi chiede. Io rispondo che provengo da una famiglia molto religiosa ma che no, non ho mai praticato. Ma ultimamente, aggiungo, sento rinascere in me qualcosa di diverso. È il momento più delicato, il momento in cui bisogna scegliere se andare fino in fondo passando sopra le sincere convinzioni religiose di Don Giacomo, oppure finirla lì e andarsene.
E' come se mi prendessi gioco della sua fede, e forse nessuno mi da il diritto di arrivare fino a quel punto. Poi mi convinco che nella realtà quotidiana questi "guaritori di omosessuali" fanno solo danni: prendono una persona, nella gran parte dei casi spinta dalla famiglia, gli raccontano che la propria omosessualità è una deviazione dalla norma e la invitano a intraprendere, con loro, un percorso di guarigione, anzi, di "riparazione". Ed allora decido di andare avanti e raccolgo l'appello di Don Giacomo: «Preghiamo insieme?».
«La strada verso la mia presunta salvezza comincia con un incontro per definire tempi e modi del mio ingresso in un gruppo terapeutico per guarire dall'omosessualità»
Mi forzo, e da ateo convinto prego con lui. Finito il momento di raccoglimento Don Giacomo, con la stessa delicatezza, mi invita a continuare il mio racconto. «La tua relazione con Luca - mi dice - è stata passiva o solo attiva?». Don Giacomo vuol sapere se ho «subito» oppure no una penetrazione. Deve essere solo quello il discrimine fondamentale per capire se davanti a sé c'è un vero omosessuale. «Attivo e passivo», dico di botto. «E mi è anche piaciuto», rispondo quasi in senso di sfida, di fronte a quella domanda così volgare. Volgare non per la cosa in sé, quanto, piuttosto perchè per la prima volta inizio a intravedere, o almeno così mi sembra, i veri pensieri di quel prete così giovane e cordiale. Uno squarcio che smaschera il giudizio che ha di me, anzi, di "quelli come me".
Don Giacomo annuisce in modo austero e poi mi chiede di parlargli degli altri rapporti. A quel punto tiro fuori una relazione fugace con un altro ragazzo "consumata" dopo il matrimonio. Don Giacomo mi invita a raccontare le sensazioni che avevo provato. Io mi invento un «senso di sporcizia morale» che vivo e mi porto dentro tuttora. Il giovane prete è silenzioso. Mi benedice e mi tranquillizza. «La tua omosessualità - dice - è molto superficiale. Io credo che tu sia pronto per iniziare il percorso di guarigione».
A quel punto sono io che faccio qualche domanda e chiedo lumi su quello che lui chiama "percorso". Don Giacomo, grosso modo, mi spiega che quasi tutti gli omosessuali hanno subito un trauma o qualcosa del genere che ha interrotto la "naturale" costruzione della vera identità sessuale. «Per questo - dice - servono terapie riparative. Per riprendere in mano quel vissuto, trovare la frattura e ridefinire la propria identità di genere. Tu sei in uno stato di confusione sessuale, devi farti aiutare per ridefinire la tua sessualità in modo corretto». Perfetto, sono pronto per iniziare il "percorso". Don Giacomo prende un pezzo di carta e scrive telefono e indirizzo del Professor Tonino Cantelmi, «chiamalo tra una settimana, digli che ti mando io, lui saprà già tutto». Mi benedice e mi congeda.
***
Il primo incontro con il professor Cantelmi
Lo studio del professor Tonino Cantelmi - Presidente dell'Istituto di Terapia Cognitivo interpersonale, c'è scritto nella targhetta - è un porto di mare nel quale transitano e approdano le preoccupazioni e le angosce di varia umanità: ragazzini, adolescenti, mamme, nonne. C'è di tutto in quello studio. Io mi accomodo e attendo di essere chiamato. Lui, il professore, ogni tanto esce e saluta il paziente di turno. Con tutti ha un rapporto molto confidenziale, tutti lo chiamano Tonino.
Finalmente arriva il mio momento. Raccolgo le idee per evitare di contraddirmi rispetto alla storia che ho raccontato a Don Giacomo qualche settimana prima. Ripasso lo schema, i nomi inventati dei miei falsi amanti e mi infilo nello studio del Professore. Lui mi squadra, mi sorride e mi fa accomodare. «Sono Davide, gli dico, mi manda Don Giacomo». Lui annuisce - «con quel nome mi ha inserito nella categoria omosessuale pentito», penso tra me - e mi invita a raccontare la mia storia. A quel punto riparto con la vicenda del Liceo, della mia relazione col mio compagno di banco e dei timori rispetto al mio matrimonio dopo un'altra relazione avuta con un ragazzo un paio d'anni fa.
«Che tipo di rapporti hai avuto?», mi chiede Cantelmi.
Io faccio finta di non capire.
«Voglio dire - continua il Professore - hai avuto rapporti completi?».
Annuisco, ma aspetto che il professore esca dalla sua tana e mi ponga la domanda, la domanda con la D maiuscola, in modo diretto. E lui non mi delude: «Insomma Davide - mi dice schietto - sei stato anche passivo nei tuoi rapporti?».
Ci risiamo, penso tra me. «Sì», rispondo. Decido di fare la parte del laconico. Da un lato perchè ho paura di contraddirmi, dall'altro perchè voglio vedere le abilità del professore in azione. Son curioso di capire in che modo si muove. Come lavora. Ma lui mi sorprende e dopo quell'unica risposta, pronto a sbarazzarsi di me, prende carta e penna e scrive il nome di una collega: «Lei è la dottoressa Cacace - mi dice mentre mi porge il bigliettino - è una mia assistente, contattala a mio nome. Lei saprà già tutto». Mi sembra di rivedere un film già visto. Comunque io non voglio perdere l'occasione di ritrovarmi di fronte al "guru" italiano dei guaritori di gay e allora rilancio prima che lui mi liquidi. «Senta dottore - gli dico con il massimo di gentilezza - io vorrei capire di preciso cosa mi aspetta». «Nulla di particolare - fa lui - la dottoressa ti farà un test..»
«Un test?», faccio eco io
«Sì, un test»
«Un test per misurare il mio grado di omosessualità?», incalzo.
«Beh! In un certo senso sì», fa lui.
«Scusi - gli chiedo - ma cos'è di preciso l'omosessualità?»
A quel punto Cantelmi si accomoda, allunga le braccia sul tavolo e comincia: «Io - esordisce - parlerei della tua omosessualità, non di omosessualità in genere. Diciamo che noi siamo un gruppo di psicologi che cercano di aiutare persone in difficoltà. La nostra è una terapia riparativa»
***
La terapia riparativa: l'omosessualità come il comunismo
Si sentiva parlare da tempo di questi taumaturghi del sesso deviato. Una moda che spopola nel Nord America grazie al lavoro di molti gruppi legati alla Chiesa, e che segue l'insegnamento e la pratica di Joseph Nicolosi, presidente della Narth, National Association for Research and Therapy of Homosexuality. Uno psicologo clinico, questo Joseph Nicolosi, un "santone" che vanta ben 500 casi di «gay trattati» e curati - proprio così, «gay trattati» - e che ha tirato fuori dal cilindro della propria stregoneria psichiatrica la cosiddetta "terapia riparativa" il cui scopo dichiarato è quello di «ricondurre all'orientamento eterosessuale le persone omosessuali». Un messaggio che in Italia è stato ripreso e rilanciato dal Professor Tonino Cantelmi, presidente e fondatore dell'Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici e docente di psicologia all'Università Gregoriana. Insomma, il guru italiano della terapia riparativa, una persona legata a doppio nodo al Vaticano e intorno al quale è nato un gruppo di lavoro formato da cinque, sei giovani psicologi che seguono le terapie individuali dei futuri e "riparati" eterosessuali.
Questa della terapia riparativa è storia antica. Già nel 2005, la rivista Gay Pride pubblicò un lungo articolo nel quale ne metteva in dubbio ogni validità e attendibilità scientifica. Franco Grillini, presidente onorario dell'Arcigay, presentò anche un'interrogazione parlamentare per bloccare, tramite gli ordini professionali, la terapia riparativa. Anche per questo uno come J.M. van den Aardweg, lo psicoterapeuta americano che ha scritto "Omosessualità & speranza", parla di lobby gay all'assalto della scientificità. Tanto per capire cosa si muove dietro questa presunta terapia riparativa, lo stesso van den Aardweg sostiene - lo ha fatto in una recente intervista per "Acquaviva2000, cultura cattolica in rete" - che molti omosessuali «presentano seri disturbi mentali, o hanno sviluppato un comportamento omosessuale di proporzioni tali che non sarebbe tanto sbagliato chiamarli "malati"». Non solo, van den Aardweg è convinto che per colpa del movimento gay, «le masse non assimileranno mai completamente la concezione antinaturale che viene loro imposta. Andrà come con il comunismo. Molti, probabilmente i più, presteranno all'innaturale "religione" omosessuale un culto formale, dettatogli dalla paura, ma si finirà col crederci sempre di meno».
Questi sono gli illustri scienziati che sponsorizzano la terapia riparativa. Ancora più esplicite le parole d'ordine del già citato gruppo ultracattolico "Obiettivo Chaire": «Accompagnamento spirituale, psicologico e medico; attenzione rivolta a genitori, insegnanti ed educatori al fine di prevenire l'insorgere di tendenze omosessuali nei ragazzi, negli adolescenti e nei giovani; ricerca delle cause(spirituali, psicologiche, culturali, storiche) che contribuiscono alla diffusione di atteggiamenti contrari alla legge naturale, riconoscibile dalla ragione rettamente formata».
Poi l'immancabile Joseph Nicolosi, lo psicologo-clinico americano che ha inventato la terapia riparativa. A giorni sarà in Italia per aggiornare i suoi seguaci e illustrare loro, verosimilmente, le ultime novità della sua terapia. Queste le idee di fondo: primo, alla luce delle scienze sociali la forma di famiglia ideale per favorire un sano sviluppo del bambino è il modello tradizionale di matrimonio eterosessuale; secondo, l'identità sessuale si forma in un'età precoce sulla base di " fattori biologici, psicologici e sociali"; terzo, esistono numerosi esempi di persone che sono riuscite a cambiare il loro comportamento, identità, stimoli o fantasie sessuali.
A sostegno di queste tesi sono nati i movimenti "ex-gay", persone "riparate" e spesso convertite al cattolicesimo che hanno lo scopo dichiarato di dimostrare che dall'omosessualità è possibile "guarire". Il bello della faccenda è che sempre più gruppi di "ex gay" vengono sciolti per il fatto che molti associati hanno ri-trovato un partner dello stesso sesso proprio in quell'organizzazione.
***
La terapia riparativa di Cantelmi
Cantelmi cerca di adattare su di me, sul mio caso, le ragioni di quella terapia. Parla di traumi infantili che generano confusione in un mondo già pieno di contraddizioni e di liquidità nei rapporti interpersonali. Il tutto per spiegare che in un certo senso i comportamenti della persona omosessualità sono indotti da questa schizofrenia esterna. Non solo omosessuali però. Il professor Cantelmi è infatti convinto, e me lo spiega, che la nostra epoca è caratterizzata da una grossa compulsività sessuale: una dipendenza che colpisce migliaia di persone e tra questi tanti, tantissimi giovani. Mi parla di «relazioni malate con il sesso», di «perdita di controllo» e così via.
«E in tutto questo, l'omosessualità?», chiedo io.
«Beh, il mio studio è pieno. Abbiamo la fila. Ci sono centinaia di ragazzi che chiedono aiuto».
«Vede - dico cercando di stanarlo - io non so bene se sono omosessuale. Non capisco se sono vittima di una sorta di disagio psichico o se devo assecondare queste mie pulsioni».
«Non preoccuparti Davide - mi dice sereno e sorridente - dal tuo profilo mi sembra di poter parlare di una ansia generalizzata e di una leggera nevrosi che in qualche modo condiziona e devia le tue scelte sessuali. Ora faremo il test e avremo più elementi per poter scegliere la terapia migliore».
***
Il Test ed i discepoli del professore e la cura
La dottoressa Cristina Cacace dell'Istituto di terapia cognitivo interpersonale diretto da Cantelmi mi accoglie sorridente nel suo studio. Mi osserva, anzi mi scruta con insistenza. «Ora mi becca - penso io - scopre che sono un infiltrato e mi caccia». E invece no. Evidentemente la diagnosi del Professor Cantelmi deve avermi suggestionato. Un po' nevrotico, perseguitato, mi ci sento davvero. Fatto sta che lei mi invita con gentilezza nel suo studio targato Ikea, mi fa accomodare e mi interroga: nome, cognome, età, indirizzo, telefono e stato civile. Io rispondo senza esitare e attendo, anche qui, "la" domanda . Ma la dottoressa Cacace già sa e non c'è bisogno di alcuna premessa.
Saltiamo direttamente ai particolari più intimi: quante volte, e fino a che punto. «Fino a che punto in che senso?», chiedo io. Lei sorride. Mi chiedo se lei, giovane psicologa, crede davvero alle follie e alla violenza di questa benedetta "terapia riparativa" oppure se è li, in quel piccolo studio solo perchè non trova nulla di meglio. Ma i miei pensieri vengono interrotti dalla domanda della dottoressa:
«Davide, i tuoi rapporti omosessuali sono stati solo attivi o anche passivi»? Sento un forte disagio di fronte a quella domanda ricorrente, ossessiva. Mi viene in mente il lato pruriginoso e voyeuristico di chi la pone. Alla fine rispondo come ho già risposto a Don Giacomo e al professor Cantelmi: «Sì, attivo e passivo». Poi racconto anche a lei del mio rapporto conflittuale con mia madre, delle assenze di mio padre e aggiungo che ogni tanto, da piccolo,venivo scambiato per bambina.
La giovane assistente di Cantelmi annuisce gravemente e mi fissa l'appuntamento per il test di personalità. «Dopo il test - mi dice prima di accompagnarmi alla porta - sapremo meglio come trattare la tua situazione».
Pochi giorni dopo sono di nuovo lì e scopro che il Test dura circa quattro ore ed è nient'altro che il cosiddetto "Test Minnesota" quello che utilizzano le forze armate di mezzo mondo per selezionare il proprio personale. Seicento domande circa che dovrebbero dare risposte su eventuali deviazioni del candidato: ipocondria, depressione, isteria, deviazione psicopatica, mascolinità o femminilità, paranoia, psicastenia, schizofrenia, ipomania e introversione sociale. Un pout-pourri che, tra le altre cose, dovrebbe mettere in luce le mie tendenze omosessuali. Comunque la dottoressa mi dà i fogli, un penna e mi piazza in corridoio. Inizio a scorrere le domande: «Hai avuto esperienze molto strane?»; oppure, «Ti piacerebbe essere un fioraio?». A quest'ultima rispondo di sì spinto dalla banalità della considerazione; Forse chi sceglie di fare il fioraio, secondo loro, ha una predisposizione ha diventare un po'checca.
D'un tratto vengo colpito e distratto dalla presenza silenziosa di una signora e di un giovane adolescente. Sono madre e figlio. Lui mi sembra particolarmente timido, a disagio. Non posso saperlo, ma potrebbe benissimo trattarsi di un ragazzino forzato dalla madre per arginare, almeno finché è in tempo, la «propria devianza omosessuale». Di nuovo penso a quanto sia angusta questa pratica e a quanta violenza abbia in sé. Penso alla pressione che può subire un ragazzino di 15-16 anni che sta scoprendo la propria sessualità. La preoccupazione, spesso in buona fede, dei genitori e la scelta di far qualcosa per fermare quella "scoperta" piuttosto che accoglierla e sostenerla. Poi la signora e il ragazzino si infilano in una delle tante stanze dello studio degli allievi di Cantelmi e io torno al mio test infinito: «Hai mai compiuto pratiche sessuali insolite?»; «Ti piaceva giocare con le bambole?»; «Qualcuno controlla la tua mente?»; «Hai spesso il desiderio di essere di sesso opposto al tuo?»; «L'uomo dovrebbe essere il capo famiglia?»...
Finite le domande, torno in stanza dalla dottoressa.
Lei ripone le mie scartoffie che già contengono il risultato del mio "grado di omosessualità" e tira fuori una decina di cartoncini colorati da figure bizzarre. Sono le macchie del test di Rorschach. Spruzzi indefiniti di colore, che agiscono in modo inconscio attivando reazioni proiettive. Insomma, di fronte a quelle macchie sono invitato a rintracciare e comunicare figure sensate. Io mi lancio sforzandomi di vedere peni, vagine, ani e così via. Individuo anche un paio di feti appesi per il cordone ombelicale. Dò il peggio di me, cercando di convincere la dottoressa Cacace che la mia sessualità è particolarmente deviata, talmente corrotta e omosessuale da meritare le sue cure. Ma lei, di fronte al mio sproloquio genitale non fa una piega: sfila uno dopo l'altro i cartoncini del test e prende diligentemente appunti.
Nel frattempo si accosta a me ed io non trattengo un'occhiata fugace alla scollatura. Lei, sorpresa, si ritrae, si copre e mi guarda con imbarazzo. Insomma, dopo tutto quel parlare della mia omosessualità probabilmente sono caduto nella banalità di voler riaffermare la mia "mascolinità" di fronte a una donna. Per la prima volta, in un certo senso, vivo sulla mia pelle la forza e la violenza del condizionamento sociale e culturale che vivono i gay. Poi, riprendo con le mie figure...
***
I risultati del test, quanto sono omosessuale?
«Non molto, la tua omosessualità è davvero sfumata», mi dice la dottoressa Cacace mostrandomi una ventina di pagine che contengono la mia "diagnosi". «Omosessualità sfumata», proprio così. A quel punto chiedo maggiori spiegazioni. «Allora, io direi che siamo di fronte ad una nevrosi che ha indotto una deviazione sessuale - continua lei - sarà il professor Cantelmi a spiegarti meglio.
Dopo qualche giorno sono di nuovo nella sala d'attesa del professore. La sensazione è la stessa: un porto di mare aperto a tutti i "casi umani". Cantelmi, cortese e accogliente come sempre, sfoglia i risultati del mio test e mi parla di "leggera nevrosi e depressione" che avrebbe indotto la mia deviazione sessuale, l'uscita dai binari di una sessualità sana e consapevole. «Tu non sei propriamente un omosessuale», mi dice. «La tua mi sembra più una preoccupazione determinata da alcuni episodi legati all'infanzia». Poi attacca con il conflitto con mia madre e l'assenza di mio padre, da me del tutto inventata, che mi avrebbe privato di una figura maschile forte, una figura di riferimento su cui avrei dovuto modellare la mia sessualità e definire il mio genere. Dunque non sono del tutto omosessuale.
Forse la terapia è già iniziata. Negare la mia omosessualità è il primo passo verso la "guarigione". Probabilmente è una modalità per iniziare a smontare la convinzione del "paziente". Sentirsi dire, «non sei propriamente omosessuale», forse, significa iniziare a destrutturare la personalità dell'individuo, le sue convinzioni e metterlo di fronte al fatto - un fatto certificato da uno psicologo - che la sua omosessualità non è mai esistita. Anzi, che l'omosessualità in sé non esiste se non nei termini di una deviazione dalla norma, dall'unica norma reale: l'eterosessualità.
«A questo punto - continua poi il professore - si tratta di andare a ripescare quelle fratture e superarle attraverso una terapia adeguata».
«Che tipo di terapia?» chiedo io. «Una terapia individuale. Ti seguirà un mio assistente, ma io - mi tranquillizza - sarò costantemente informato dei tuoi progressi». «Ma io sapevo di gruppi di mutuo-aiuto, pensavo che mi inserisse lì».
«I gruppi ci sono - mi dice lui - ma sono gruppi con persone che hanno una forte devianza sessuale. Non credo che sia la terapia migliore per il tuo stato. Non so, vedremo».
Io non mollo la presa e cerco di scoprire cosa accade dentro quei gruppi.
«Sono gruppi di persone guidate da psicoterapeuti che condividono le propria esperienza verso un percorso riparativo», aggiunge frettolosamente Cantelmi. Poi si alza, mi dà il numero di telefono dell'ennesimo psicologo, ovviamente un altro assistente, e mi regala un libro: "Oltre l'omosessualità" di Joseph Nicolosi.
Nicolosi, proprio lui, il guru dei guaritori, il creatore della terapia riparativa, quello che vanta ben 500 casi di «gay trattati», anzi, riparati. «Leggilo - mi dice - troverai situazioni simili alla tua. Persone come te che ce l'hanno fatta».
***
Il libro di Nicolosi
Oltre l'omosessualità" di Joseph Nicolosi è una raccolta di storie di vita. Otto storie di omosessuali corretti, riparati, e un'appendice finale sulle modalità della terapia. Tra loro Albert, un trentenne che «parla con tono leggermente effeminato e la nostalgia - sottolinea Nicolosi - di un bambino perduto». E in effetti il problema di Albert, racconta Nicolosi nel suo libro, è proprio il suo attaccamento al mondo perduto dell'infanzia. Di qui un'illustrazione delle caratteristiche ricorrenti nelle persone omosessuali: attrazione distaccata per il proprio corpo, prime esperienze sessuali con altri bambini, ipermasturbazione, - «gli omosessuali - spiega Nicolosi - si masturbano più spesso degli eterosessuali: è un tentativo di stabilire un contatto rituale con il pene» - e una figura materna opprimente. A quel punto l'obiettivo del dottor Nicolosi è quello di «sviluppare un senso più solido della mascolinità» di Albert. Come? Innanzi tutto affrancandosi dall'opprimente legame materno, coltivando amicizie maschili non sessuali e facendo lunghi giri in bicicletta. Lunghi giri in bicicletta, proprio così. Finalmente arrivano i primi progressi: Albert riesce a controllare la masturbazione, si distacca dalla madre, non salta addosso al suo amico e continua a girare in bici per il quartiere. «Le stanno succedendo proprio delle belle cose», confida il dottore ad Albert. Tre anni dopo Albert ha una voce sicura, ogni inflessione femminile è sparita, si è «staccato emotivamente dagli altri maschi e dalla mascolinità», e si è affrancato dal controllo materno: la colpa originaria, la causa della sua omosessualità; Albert si è anche fidanzato con una ragazza. Insomma è riparato. Ed è riparato perchè «ha afferrato - commenta Nicolosi - il concetto del falso sé»: la falsa identità gay che l'esterno ti impone. «No, non sono gay», è l'ultimo commento di Albert prima di iniziare la sua nuova vita da eterosessuale.
Altra vicenda interessante raccontata da Nicolosi è quella di Tom: «Un uomo straordinariamente bello, alto circa 1m e 80, occhi azzurri e ben vestito». (chissà che anche Nicolosi non tradisca una tendenza omosessuale: il guaritore dei gay che scopre di essere gay, un grande classico già visto mille volte). Tom è sposato, ma separato a causa di una relazione con un altro ragazzo: «Andy, un ventiquattrenne irresistibile». Nicolosi è chiaro con Tom: «Se lei vuole divorziare da sua moglie e iniziare la sua nuova vita con il suo amante gay io non la seguo». Il fatto è che Tom si sente vuoto senza la moglie e i figli e non sa come presentarsi in società, come tirare fuori la sua omosessualità.
Un paio di buone ragioni per iniziare la terapia riparativa. Il fatto è che, almeno per Nicolosi, Tom è un omosessuale anomalo: «Non ha problemi di affermazione nei confronti degli altri uomini, in affari è deciso e risoluto ed è estroverso. Ma sotto sotto - svela Nicolosi - ha la fragilità emotiva tipica degli omosessuali». A farla breve, Tom ha una paura nera di perdere la moglie e i figli e ritrovarsi solo perché «le relazioni omosessuali sono senza futuro». A quel punto Nicolosi incontra la moglie di Tom che ha tutta l'intenzione di collaborare per riportare il marito sulla retta via. Un lavoro che riesce, ma i segni dell'omosessualità hanno lasciato la loro traccia indelebile: Tom è Hiv positivo e di lì a poco muore.
Il messaggio, meglio, l'avvertimento di Nicolosi è fin troppo chiaro: attenzione, di omosessualità si può guarire ma anche morire.
***
Prove di guarigione
Quando torno nello studio del professor Cantelmi scopro che la mia guarigione è nelle mani di un suo giovanissimo assistente. Anche lui sfoglia i risultati del mio test, e inizia a parlare del percorso che abbiamo davanti.
«Ripercorreremo il conflitto con tua madre, l'assenza di tuo padre, cercando di ricomporre le fratture che hanno generato la confusione».
«Confusione?»
«Si, certo, confusione di genere. Ma prima Davide - continua il giovane dottore - parlami della tue esperienze omosessuali».
Per la quarta volta mi ritrovo a parlare del mio compagno di Liceo e racconto delle paure del mio matrimonio. Ma la Domanda arriva: «Davide, i tuoi rapporti sono stati completi?».
«Vuol sapere se l'ho preso nel di dietro dottore? Sì, due volte», rispondo seccato. Lui sorride imbarazzato. Ma in effetti è proprio quello che voleva sapere. Poi si riprende e attacca. «Vorrei anche sapere le sensazioni che hai provato».
Sull'orlo dell'esaurimento per quelle domande così ripetitive e di basso livello, attacco un pilotto infinito. Gli racconto, invento, ogni particolare. Gli parlo dell'eccitazione del rapporto omosessuale maschile, del senso di trasgressione e richiamo alla mente alcuni passaggi particolarmente suggestivi e "scabrosi" descritti da uno dei pazienti del libro di Nicolosi. Lui si beve tutto e prende diligentemente appunti. Finalmente gli ho offerto il "malato" che è in me e mi sembra visibilmente soddisfatto.
Io inizio a provare un senso di nausea. Nausea per Don Giacomo, per il professor Cantelmi e per i suoi giovani assistenti.
Sono passati sei mesi dal mio primo incontro e a questo punto mi sembra di non riuscire a sopportare oltre. Mi rendo conto che in questo lungo periodo abbiamo solo parlato del mio didietro. Per la prima volta realizzo che nessuno di loro mi ha mai chiesto se mi era capitato di innamorarmi di qualche uomo. Nessuno ha mai voluto sapere le mie emozioni di fronte ai rapporti omosessuali. Possibile che non gli interessi altro che il numero di penetrazioni "subite"? Il giovane psicologo mi fissa un nuovo appuntamento. Io lo saluto e sparisco. Non metterò mai più piede in quello studio. Ormai ne so abbastanza.
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Redazione
alle
19:48:00
Etichette: chiesa, fede, omofobia, omosessualità, patacche, preti, psicologia, religione







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