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venerdì 5 settembre 2008

Settant'anni fa le leggi razziali. Una vergogna incancellabile per quell'Italia del duce e dei Savoia.

La vigilia della IX Giornata europea della cultura ebraica coincide con i 70 anni dall'entrata in vigore delle leggi razziali. Era il 5 settembre 1938.
Liliana Segre: «Avevo 8 anni. Papà mi disse che non avrei più potuto andare a scuola».
Settant'anni fa le vergognose leggi razziali: vittime 5mila milanesi. Lo storico Nissim: provvedimenti figli dell'opportunismo politico.

(Paola D'Amico - Il Corriere della Sera) Esclusi dalle scuole statali, esattamente settant'anni fa, gli studenti e gli insegnanti ebrei di Milano ricominciarono da via Eupili. In due palazzine poco distanti dal parco Sempione, dove oggi ci sono residenze e il Centro di documentazione ebraica, che vennero trasformate in fretta e furia in edificio scolastico. Il 5 settembre del 1938, quando venne promulgato il «Regio decreto per la difesa della razza nella scuola», cadde di lunedì. Due giorni dopo, il 7 settembre, un altro decreto avrebbe bandito dalla città cinquemila ebrei stranieri, bollati come «indesiderabili».

Una pagina di storia che non va dimenticata ma che lo storico e scrittore Gabriele Nissim, alla vigilia della IX Giornata europea della cultura ebraica, che si celebra domenica in 27 paesi europei e in 58 località italiane e che quest'anno vede Milano capofila, invita a rileggere sotto una nuova chiave. «Nel nostro paese non ci fu una cultura antisemita, e le leggi razziali del '38 nacquero da un opportunismo politico. Ma se mancò una reazione da parte della Chiesa e degli intellettuali, in compenso reagì la società. Ne sono testimoni quanti si misero in gioco per salvare gli ebrei. Un numero di "giusti", anche milanesi, altissimo, come non c'è stato in altri paesi ».
Gente comune che ebbe «il coraggio di sapersi scandalizzare e contrastare il male usando la propria testa». Cosa che oggi, dice Nissim, «sembra venir meno», sottolineando la contraddizione tra i tanti «mea culpa sul passato» e il «fastidioso silenzio sui ripetuti fatti di antisemitismo che avvengono fuori del nostro paese». E' una soddisfazione «essere protagonisti di questo evento internazionale» ha detto il presidente del Consiglio comunale, Manfredi Palmeri, che ha ospitato a Palazzo Marino la presentazione della giornata europea della cultura. Con lui Renzo Gattegna, presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche italiane (Ucei) il quale ha aggiunto: «In altri paesi europei si verificano ancora casi di antisemitismo, ma in Italia sono episodi rari e la convivenza è ottima».

Ottimismo che Liliana Segre, sopravvissuta ai campi di sterminio, smorza. «Quando vennero promulgate le leggi razziali stavo per compiere 8 anni. Eravamo a tavola quando papà mi annunciò che non avrei più potuto andare alla scuola di via Ruffini. Lui, che era un ragazzo del '99 e che con mio zio era stato ufficiale nella prima guerra mondiale, fino all'ultimo aveva creduto che qui non sarebbe stato come in Germania. Tutti quelli come loro fino all'ultimo non hanno creduto. Quando ad entrambi hanno ritirato la tessera di ufficiali in congedo hanno sofferto moltissimo. Eppure, fuori, le piazze piene erano vere. Il pericolo, oggi come ieri, è l'indifferenza. Che giustifica tutto», conclude la Segre. «A distanza di tanti anni una compagna di classe ancora al mondo mi ha confidato di non aver mai capito perché ero sparita». Liliana Segre aggiunge che «il fatto che la mia famiglia fosse laicissima, integrata, aveva dato a questa espulsione da scuola un'aggravante per me. Solo in casa mia potevo essere me stessa. Fuori avevo subito imparato a tacere. Noi non potevamo avere la donna di servizio, ci bloccavano la radio su una stazione, ricevevamo telefonate anonime e minacciose. A otto anni vivevamo in un altro mondo. Non basta celebrare una giornata senza far capire la violenza dell'indifferenza che, allora come oggi, è il male assoluto».

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sabato 30 agosto 2008

Colombia, quella silenziosa strage dei gay .

Sono 67 gli omosessuali uccisi in due anni: e i delitti restano irrisolti. La valle maledetta. Gli omicidi si concentrano nella capitale e nella valle della Cuaca, dove agiscono impuniti i paramilitari.

(Alessandra Muglia - Il Corriere della Sera) Rolando Pérez giaceva riverso in una pozza di sangue, la testa massacrata a martellate, nella sua casa, a Cartagena. Aveva 43 anni, e un «difetto»: era gay. Sarebbe questo il «movente» del delitto di questo professore universitario stando ai referti della polizia colombiana: «Tutto indica che il movente è assolutamente passionale perché questo cittadino conduceva una vita disordinata, era promiscuo e, nella sua condizione di omosessuale, aveva molti partner», andava via deciso il colonnello Carlos Mena Bravo. Quanto all'identità dell'aggressore, le indagini puntano, manco a dirlo, «a qualcuno dei suoi compagni omosessuali», precisava nel suo rapporto l'agente. E' passato più di un anno da quelle dichiarazioni ma l'assassino di Pérez resta senza volto.

Nessuna traccia nemmeno di chi ha finito brutalmente Mária Luisa Perea: lesbica, è stata ritrovata la mattina presto del 19 dicembre scorso con il volto tumefatto, seminuda, dentro uno stadio di calcio, il corpo che ancora parlava dello stupro subito prima dell'ultimo respiro. A cento metri di distanza, quindici giorni dopo, è toccato ad Andrea Anguacho, giovane trans di 29 anni, «bella di notte» con il cranio fatto a pezzi. E poi un suo collega noto nella cerchia come «La Luisa Fernanda». È lungo l'elenco dei «diversi» uccisi misteriosamente negli ultimi anni in Colombia: almeno 67 tra il 2006 e il 2007 secondo il rapporto di Colombia Diversa, Ong attiva nella difesa dei diritti di gay, lesbiche, bisessuali e trans (la categoria più colpita).

Le 356 pagine dello studio sottolineano che gli omicidi si concentrano nella capitale, Bogotà (13) e nella regione sudorientale della valle del Cauca (29), zona contesa tra la guerriglia e i paramilitari, «culturalmente allergici» ai «diversi» e passati tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90 alla conquista di quest'area, una delle regioni economicamente più dinamiche del Paese, con le sue coltivazioni di droga e il suo porto sul pacifico, Buenaventura. Qui quest'anno le vittime gay sarebbero già 22. «Questi delitti restano impuniti, mancano indagini serie da parte delle autorità» dichiara al Corriere Marcela Sanchez, direttrice esecutiva della Ong. Poi alza il tiro: «Le aggressioni agli omosessuali non avvengono soltanto per mano di semplici cittadini, ma sono spesso commesse da polizia, istituzioni educative, su su fino allo stesso governo».

La cosa più preoccupante per lei è che questi crimini vengono spesso liquidati come passionali: «Questo contribuisce non soltanto a sviare le indagini ma anche a spiegare una condotta criminale in modo banale come perdita di controllo dovuta a relazioni emotivamente molto disturbate». Nel rapporto si mette in luce come la polizia spesso abusi del suo potere: se vede una coppia omosessuale che si abbandona a effusioni in uno spazio pubblico, scatta l'arresto (arbitrario) oppure botte e insulti omofobici. «Non ci sono differenze fra il trattamento riservato ai gay nei campi di concentramento di Hitler e il modo in cui sono trattati nelle carceri colombiane. Da entrambe le parti subiscono violenze e finiscono ammazzati» - ha denunciato sul quotidiano di Bogotà El Espectador Gina Parody, senatrice che ha presentato un progetto di legge che riconosce alle coppie omosessuali (300 mila in Colombia) pari diritti rispetto a quelle etero. Una legge fermata in extremis lo scorso giugno, quando entrambe le Camere del Congresso colombiano l'avevano approvata, ma alla fine il Senato non l'ha ratificata.

Una tensione mai risolta, intrecciata con la crisi aperta in Parlamento dallo scontro tra il presidente Uribe e la Corte suprema, che sta indagando sulle infiltrazioni dei gruppi paramilitari e ha già mandato in carcere una trentina di parlamentari vicini al governo. «Nessuno finora ha mai avuto il coraggio di andare fino in fondo: quando qualcuno ci ha provato è stato ammazzato» osserva amaro Jesús Castañeda, colombiano della valle del Cauca rifugiatosi a Milano tre anni fa dopo che i paramilitari avevano ucciso il suo capo, l'allora direttore del parco di Tayrona.

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giovedì 28 agosto 2008

In Iran continua la caccia agli omosessuali.

(dieu nous aime chretiens et gay| via Gionata.org tradotto da Domenico Afiero) In Iran , secondo la stampa, un tribunale della provincia dell’Azerbaijan orientale, nella parte del nord-ovest del Paese, ha condannato alla pena capitale quattro persone, di cui un minorenne 17enne, a causa di un sedicente stupro di un uomo. I quattro uomini , identificati con i loro nomi Hamid, Ebrahim, Mehdi e Mohammad, negano di aver stuprato Hojat, la vittima, e affermano che la polizia li ha forzati, sotto tortura, a rendere false deposizioni.
La sentenza deve ancora essere sottoposta all’approvazione finale della Corte suprema che generalmente conferma le condanne quando si tratta di omosessuali.

Gli accusati sono omosessuali e il pretesto di stupro giustifica gli arresti e le esecuzioni capitali dei gay da parte della polizia religiosa che applica la sharia, vale a dire la legge islamica che sanziona l’omosessualità con la morte. Una vera caccia ai gay è aperta in Iran , intensificandosi negli ultimi anni. L’Iran è un vero inferno per i gay.

Il Parlamento europeo, l’ONU, il premio Nobel per la Pace Chirine Ebadi e numerose organizzazioni internazionali dei diritti dell’uomo hanno chiesto al Presidente Mahmoud Ahmadinejad e al regime islamico di Teheran di porre fine alle esecuzioni di minori quando a quest’ultimi sono contestati dei capi di imputazione. Ma il tutto è rimasto lettera morta!

La condanna e l’esecuzione dei gay sono condannate da numerosi paesi, ma in pochi sono davvero pronti ad aiutare e ad accogliere i gay iraniani perseguitati. Come al solito, molte buone intenzioni e pochi fatti da parte dei politici!
Amnesty International afferma che le autorità iraniane hanno ucciso 317 persone nel 2007, piazzando l’Iran al secondo posto dei Paesi in cui la pena di morte, subito dopo la Cina, è maggiormente applicata.

Nel 2007 , da quello che si sa , 27 iraniani sono stati condannati a morte ed uccisi per reati legati all’omosessualità.Dall’inizio dell’anno 2008 , la stampa iraniana ha annunciato la condanna a morte di almeno 11 uomini per ‘stupro omosessuale ’. Ci si chiede: perché il solo fatto di amare in maniera diversa fa scattare così tanto odio? O Signore, abbi pietà di questi giovani gay iraniani!

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giovedì 21 agosto 2008

Mamma quei turchi. La vita agra dei gay in Turchia.

Intimiditi, perquisiti, arrestati. Quando non minacciati, picchiati, violentati. O uccisi in delitti d'onore come Ahmet. L'inchiesta de "Il Manifesto".
Sono i lesbian-gay-bisexual-trans, quelli di Istanbul come quelli dei paesini in Anatolia. Costretti dall'esercito a esibire foto e video per certificare quella loro malattia chiamata omosessualità.

(Orsola Casagrande - Il Manifesto) L'appuntamento è nel pomeriggio alla sede di Lambda, l'associazione che riunisce gay, lesbiche, transessuali, transgender a Istanbul. In una stradina laterale, Lambda è a due passi dal cuore della città sul Bosforo, Istiklal Caddesi, la piazza Taksim. In un piccolo edificio dietro l'angolo di una stazione di polizia, all'ultimo piano con la porta di Lambda si apre un mondo che non è molto visibile. Anche se è estremamente attivo e vivace. Sorridente e molto cordiale, Ruzgar sarà un po' la guida dentro questa altra Istanbul. Che è fatta di determinazione, coraggio e tanta violenza e soprusi, da parte delle autorità come da parte di organizzazioni omofobiche e individui che coltivano il culto di una società macha, complice l'esercito che qui è più che una presenza pesante: tre colpi di stato in trent'anni, un servizio di leva obbligatorio lungo e violento, un battage pubblicitario insistente. Il culto della nazione, dello stato, del laicismo protetto dalle forze armate, il papà severo della Turchia. Disciplina e regole, pugno di ferro che significa repressione di quanti dissentono, e non solo politicamente. A farne le spese i kurdi e le altre etnie che popolano la Turchia, le donne naturalmente, e anche chi vive una sessualità altra. Le storie di abusi e violenze si moltiplicano.

A Lambda in questi giorni si parla di un omicidio che fa molto discutere. E' stato definito il primo caso di omicidio «d'onore» che ha come vittima un omosessuale. Ahmet Yildiz aveva 26 anni, studiava fisica all'università. L'anno scorso aveva rappresentato la Turchia a una iniziativa internazionale di gay a San Francisco. Stava uscendo da un caffè sul Bosforo, qualche settimana fa. Qualcuno gli ha sparato. Lo studente, anche se gravemente ferito, ha cercato di fuggire ma è svenuto. E'morto all'ospedale qualche ora dopo essere stato ricoverato. Per molti amici Ahmet è la prima vittima di quei crimini d'onore che riguardano le donne in Turchia (come in altri paesi mediorientali ma anche europei, non ultima l'Italia). Vittima di una guerra tra la vecchia mentalità omofobica e una nuova crescente cultura delle libertà civili, l'ha definito qualcuno. Perché se è vero che i gay in Turchia sono oggi più visibili (soprattutto nelle metropoli, diverso il discorso nelle zone rurali e nei piccoli centri) è anche vero che questa visibilità li rende più esposti alla violenza. Il coming out, cioè il dichiarare pubblicamente la propria sessualità altra, è ancora molto difficile in Turchia. Significa emarginazione, violenza, scherno, addirittura il licenziamento in alcuni posti di lavoro. Significa pressioni da parte della famiglia, spesso incapace di accettare un figlio o una figlia con un'altra sessualità. Che è considerata una malattia. Lo dimostra in maniera violenta l'umiliazione di chi, omosessuale, chiede di non fare il servizio militare.

Il nome di Mehmet Tarhan ricorre spesso sulle labbra di chi frequenta Lambda e non solo. E' un nome diventato noto anche a livello internazionale. Nel 2005 i vertici militari chiesero a Mehmet Tarhan, kurdo e obiettore di coscienza, di dimostrare la sua omosessualità - perché l'omosessualità è considerata una malattia e come tale va dimostrata. Le prove richieste erano fotografie o video di rapporti sessuali che provassero l'omosessualità del giovane. Tarhan aveva chiesto di non fare il servizio militare in quanto obiettore di coscienza e non in quanto omosessuale. Seguirono mesi di carcere e violenze inaudite che ancora, tre anni dopo, non si sono ancora esaurite.

In una ricerca condotta da Lambda, il 29% dei 27 uomini che avevano chiesto di non svolgere il servizio militare nel 2006 aveva dovuto fornire ai vertici militari «prova» della propria omosessualità. Il 62% era stato sottoposto a una umiliante visita anale. L'associazione diritti umani (Ihd) ricorda che l'omosessualità di una persona in Turchia deve essere determinata da uno psichiatra e che se ci si rifiuta di essere visitati da uno psichiatra si finisce con il dover svolgere il servizio militare. Che non è certo una passeggiatta per nessuno in Turchia, men che meno per i gay, costretti a subire le violenze dei commilitoni.

Oggi nelle grandi città come Istanbul, Ankara, Izmir gay, lesbiche e trans sono più visibili ma non certo più protetti, nemmeno legalmente. Negli anni Ottanta (subito dopo il golpe) e Novanta i bar frequentati dai gay venivano regolarmente perquisiti dalla polizia. Molti venivano arrestati, le conferenze omosessuali venivano vietate. La situazione un ventennio dopo non è migliorata di tanto. Quello che è inarrestabile è la capacità di organizzarsi dei Lgbt. Che non si arrendono, come ha dimostrato la grande manifestazione del Pride 2007 e 2008 a Taksim, nel cuore di Istanbul. Non una passeggiata, ma è stato fatto. In tribunale, associazioni gay e lesbiche ci finiscono regolarmente per offesa ai valori della famiglia, per offesa al pudore, per favoreggiamento della prostituzione. Riviste come Kaos vengono vietate un mese sì e un mese no. Ma continuano la loro battaglia per i diritti di tutti.

La Turchia ha discusso e rielaborato il codice penale per armonizzare le proprie leggi a quelle europee in vista di un possibile, per quanto ancora lontano, ingresso nella Ue. Ma la discriminazione nei confronti di Lgbt rimane alta. Anche se grazie al coming out di molte personalità del mondo dello spettacolo e della cultura si discute sempre di più di diritti delle persone a prescindere dai loro orientamenti sessuali. Curiosamente, tra i cantanti più amati in questa nazione macho-centrica ci sono due trans come Zeki Muren e Bulent Ersoy, quest'ultimo sotto processo per aver «diffamato le forze armate»: in una trasmissione televisiva molto seguita Ersoy aveva etto che se avesse avuto un figlio avrebbe fatto di tutto per non fargli svolgere il servizio militare.

L'ultimo rapporto di Human Rights Watch riporta alcuni dati preoccupanti. Per esempio da uno studio commissionato dal governo sulla violenza contro gay, lesbiche e trans si evince che il 37% degli intervistati ha subito violenza fisica, il 28% violenza sessuale. Soltanto il 26% delle vittime di questa violenza si sono rivolte alla polizia. La sensazione che chi commette violenza contro gli omosessuali goda di una impunità quasi totale è forte. E soprattutto non ci si fida della polizia. «Sono tante le storie che ascoltiamo qui dentro - dice Ruzgar - di maltrattamenti nelle stazioni di polizia, durante le perquisizioni nelle case».
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L'INTERVISTA
"Che umiliazione quelle prove alla visita di leva".

Ruzgar è una delle volontarie di Lambda.
Partiamo proprio dall'associazione. Quando è nata, cosa fate?
Lambda è stato aperto nel 1993 e io sono una volontaria dal 2004. All'inizio c'erano molti uomini gay tra i fondatori, poi con gli anni sono arrivate lesbiche e trans. L'idea era quella di aprire una associazione ma anche un centro culturale, in altre parole di fornire uno spazio dove la comunità gay potesse incontrarsi. Abbiamo cambiato un paio di sedi e ora siamo in questo ufficio che è anche centro culturale, biblioteca, videoteca. Nel 2006 abbiamo chiesto lo status legale e lo abbiamo ottenuto.

Ma la repressione contro di voi non è finita?
Tutt'altro. In questi anni sono stati aperti contro di noi diversi procedimenti penali. Questo ultimo è cominciato dicendo che gay, lesbian eccetera non erano termini turchi ma inglesi e quindi non potevano essere usati. Poi hanno cominciato a dire che si favoriva la prostituzione. Il pubblico ministero ha chiesto la chiusura dell'associazione perché siamo un pericolo per i valori tradizionali della famiglia.

Ritorniamo alle attività del centro.
Abbiamo una piccola biblioteca, una videoteca, organizziamo serate a tema, ma non vogliamo che questo diventi uno spazio di autoreclusione dei gay, quindi lavoriamo molto anche fuori dalla sede di Lambda. Per questo organizziamo numerose iniziative, manifestazioni colorate, di strada. E poi negli ultimi due anni siamo riusciti, non senza sforzi enormi, a organizzare un Pride qui a Istanbul. Inoltre abbiamo attivato da qualche mese anche una help line, Un servizio che sta riscuotendo grosso successo, nel senso che è molto utilizzata e questo ci ha confermato di quanto siano soli gli omosessuali in questo paese. Raccogliamo denunce da ogni parte del paese. A volte chiamano le famiglie e a volte sono giovani che vogliono sapere come vivere la loro sessualità, come parlare, uscire allo scoperto. Perché il grosso problema qui è uscire allo scoperto. L'altra grande questione, per gli uomini, riguarda il servizio militare. L'omosessualità è vista dall'esercito come una malattia. Bisogna sottostare a un trattamento davvero umiliante. Chiedono prove della tua omosessualità. Che vuol dire portare dei video o delle foto che provano la tua omosessualità.

La violenza però si registra anche in strada e a volte anche in famiglia.
Sì purtroppo c'è molta violenza anche per strada. Ti confesso che a volte anch'io ho paura a tornare a casa da sola, ti rendi subito conto che la gente ti guarda strano. Ma soprattutto ci sono gang di ragazzi organizzati che vanno a colpire i gay o i trans. Ecco, i trans sono oggi forse i più colpiti dalla violenza, perché se sei trans immediatamente ti associano con una prostituta. Anche la polizia usa molta violenza, raccogliamo molte denunce contro le forze dell'ordine, ma va da sé che questa violenza rimane impunita.

Che aria si respira all'università?
Dipende molto dall'università. Io ho studiato qui a Istanbul. Non mi sono mai nascosta, vivo la mia sessualità apertamente e sono stata fortunata perché nella mia università ho trovato gente pronta a ascoltare, se non a accettare. Certo mi rendo conto che la gente mi guarda strano, ma per esempio i miei insegnanti sono stati molto aperti. Rimangono molto pesanti invece le discriminazioni sul posto di lavoro. Si può essere licenziati se si è gay o lesbiche. E, di nuovo, se sei trans molto spesso non ti danno nemmeno il lavoro.

Fare «coming out» non è mai facile. Per te come è stato?
Intanto va detto che c'è una enorme differenza tra quello che avviene nelle grandi città e quello che avviene nei piccoli paesi. Pensa a un paesino o un villaggio dell'Anatolia: «uscire» è molto più difficile. Detto questo, il coming out non è mai facile, anche se la tua famiglia è aperta. E qui faccio un esempio personale. La mia famiglia è stata da subito molto aperta e solidale, mi ha sempre detto di vivere tranquillamente la mia sessualità, ma anche loro mi chiedono di non fare troppa... pubblicità. Comunque c'è il timore che qualcuno della famiglia, qualche parente sappia, ti veda. I miei sono solidali, ma mi continuano a dire che la mia sessualità è un fatto privato.

Com'è stato il Pride?
Molto bello, un'esperienza di crescita importante. E' stato difficile organizzarlo ma ce l'abbiamo fatta, la polizia ha cercato di vietarlo ma siamo riusciti lo stesso a farci vedere. Credo che la cosa più importante sia il fatto che ogni giorno ci sono nuove associazioni che nascono in diverse città. E' importante che la gente si organizzi e questo sta accadendo, non solo nelle grandi città.

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martedì 19 agosto 2008

Roma, scritte omofobe a San Giovanni. In tanti nel quartiere a cancellarle.

Ieri mattina si sono messi in tanti, tra residenti e commercianti, a cancellare quelle scritte nere con spugnette abrasive e acido.

(Beatrice Picchi - Il Messaggero) Si è affacciata al balcone e le ha viste: quelle scritte lasciate con il pennarello nero sulle panchine - gay nei forni subito, via i froci dal quartiere - erano più che un’offesa, riaprivano delle ferite, delle umiliazioni. La signora ha fotografato gli insulti e ha portato quelle immagini ai proprietari del locale proprio sotto casa, una coppia gay che gestisce la gelateria nell’ormai nota e affollata via San Giovanni in Laterano-gay street. «Non capiamo chi e cosa possa aver spinto a scrivere quegli insulti - dicono i gestori - abbiamo ottimi rapporti con i residenti, siamo qui da anni ormai e mai era successa una cosa simile». Secondo le prime ricostruzionie le scritte potrebbero essere state fatte nel finesettimana di Ferragosto.

E già ieri mattina si sono messi in tanti, tra residenti e commercianti, a cancellare quelle scritte nere con spugnette abrasive e acido. Una pulizia che riporta alla mente battaglie che Arcigay e altre storiche associazioni portano avanti da anni, battaglie contro pregiudizi e cattiverie, che possono cominciare anche creando una strada e facendola diventare negli ultimi sette anni un punto di riferimento per la comunità gay e lesbica di tutta la città, ma anche di quella straniera. Ogni sera la strada si anima, la gente si diverte, ci sono tre locali, una pizzeria, la gelateria, nemmeno duecento metri all’ombra del Colosseo dove la notte è più bello così stare insieme.

«Noi siamo una coppia gay - raccontano i giovani proprietari di Icecreamsbears - e ci rivolgiamo prevalentemente ad un pubblico gay è vero, ma abbiamo sempre avuto ottimi rapporti con i residenti, queste scritte sono un chiaro attacco alla nostra attività, e speriamo che le istituzioni ci sostengano attuando un cambiamenti culturali nel quartiere, tramite eventi nella strada, in modo da evitare altri spiacevoli episodi come l'incendio del Coming Out o le aggressioni».

Per il presidente di Arcigay Roma Fabrizio Marrazzo, queste scritte «indicano come la strumentalizzazione politica della strada alimenti l'odio verso lesbiche, gay e trans, che non proviene dai residenti, che si sono anche espressi in modo favorevole alla pedonalizzazione della via». Già, la pedonalizzazione, anche questa è stata una delle tante battaglie delle associazioni, momentaneamente sospesa, «è vero che il presidente del primo municipio, Corsetti, ci ha dato il suo no alla pedonalizzazione di quei pochi metri di via San Giovanni in Laterano, ma noi ci riproveremo direttamente con il Campidoglio», assicura Marrazzo certo che chiudere la strada al traffico delle auto comporta solo vantaggi, anche ai residenti. Come un programma di serate culturali sotto le stelle, mostre o incontri che contribuirebbero anche ad aumentare il dialogo con la città e contrastare l’omofobia. Perché si può cominciare anche da una strada per cambiare

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domenica 3 agosto 2008

Catania. "Scrivi poesie, quindi sei gay". Stuprato in carcere dai boss.

Era in un penitenziario catanese: «Gli omosessuali vivono nel terrore»-
(La Stampa) «Scrivere poesie è da arruso, da finocchio, e così meriti di essere sodomizzato». Detto fatto. Un gruppo di otto mafiosi ha punito l’affiliato «scrittore di versi» con violenza di gruppo su un ragazzo, peraltro anche lui membro del clan , per il solo fatto che scriveva poesie. Il tutto è avvenuto in un carcere, Piazza Lanza a Catania, oltre due anni fa, ma solo oggi l’avvocato del giovane violentato ha deciso di renderlo pubblico davanti alle telecamere di Klauscondicio, la trasmissione di Klaus Davi su You Tube.
A parlare al massmediologo è Antonio Fiumefreddo, noto penalista, ma anche sovrintendente del Teatro Bellini di Catania. «Ho deciso di rendere pubblico il fatto dopo la denuncia del giudice Antonio Ingroia, che ha rivelato come i boss, anche solo sospettati di omosessualità, vivano in un clima di terrore. Ingroia ha ricordato il caso di Johnny D’Amato, boss mafioso usa, assassinato perchè gay. Ma non è il solo caso. Io ne so qualcosa visto che nella mia carriera ho difeso un ventenne indagato per associazione mafiosa e detenuto nel carcere catanese di Piazza Lanza. Il ragazzo - racconta Fiumefreddo - scriveva poesie e aveva modi che potremmo definire effeminati. Non so nemmeno se fosse omosessuale, ma per il suo modo di essere, per la sensibilità artistica e le sue poesie d’amore, venne ritenuto dagli altri detenuti omosessuale e venne trattato in carcere come tale. Fu violentato da un gruppo di otto detenuti, tutti in carcere per gli stessi reati, e fu costretto al ricovero in infermeria. Oggi - rivela a Klaus Davi l’avvocato Fiumefreddo - il ragazzo è ancora in carcere, ma per quell’episodio non ci fu alcuna conseguenza o punizione per i suoi aggressori».

Come è possibile, ha incalzato Davi, che simili reati restino impuniti? «Spesso - ha dichiarato Fiumefreddo - il tutto si riduce ad una segnalazione con una circolare interna al carcere. L’episodio raccontato non è l’unico, credo che sia accaduto anche molte altre volte. Di queste cose non si parla. Sono storie che si mantengono nella sfera molto intima ma che gli avvocati, i magistrati e gli operatori delle carcerari conoscono molto bene».
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giovedì 31 luglio 2008

Uganda: attivista Lgbtq arrestato illegalmente e torturato.

Ne da notizia il sito Tetù.com che ci informa circa l'arrestato e e la tortura da parte della polizia che pretendeva in questo modo di avere informazioni sul movimento LGBT ugandese, poi rilasciato ricoperto di lividi e ferite. Lo comunica la Commissione internazionale per i Diritti di gay e lesbiche (IGLHRC). La vittima e' Usaam Mukwaaya, gia' arrestato nel giugno scorso e poi rilasciato.

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La Storia secondo Grillini. Omosessuali al confino nell’Italia fascista. Ma che inesattezze!

(Franco Grillini - Il domani di Bologna) Il nonno è sempre il nonno e non si tocca, anche se di nome fa Benito e di cognome Mussolini. E’ così che la verace nipote si è assegnata il ruolo di difensore a tutto tondo della sua memoria litigando persino durante la campagna elettorale sui presunti meriti del fascismo e dell’augusto parente che ne fu il promotore e l’inventore.
Anche nell’intervista a KlausCondicio Alessandra Mussolini, figlia della figlia del fratello del dittatore*, non si smentisce e si lancia in una alquanto ardita difesa della presunta tolleranza del nonno verso gli omosessuali (“non li ha mai odiati”), e al solito ci ripropone il clichè degli amici omosessuali della famiglia (ormai proprio tutti per difendersi dall’accusa di omofobia parlano dei loro amici gay che non mancano mai in ogni famiglia che si rispetti).
Per la verità, come ci dice il bel libro di Lorenzo Benadusi (Il nemico dell’uomo nuovo, Feltrinelli) l’omofobia del regime era evidente, tanto più con la ventata puritana seguita alla firma dei patti lateranensi con il Vaticano dopo il 29, che non a caso è l’anno della defenestrazione per “pederastia” di Augusto Turati popolare segretario del Pnf di cui Mussolini nonno dava il seguente giudizio: “A me interessano le persone dalla cintola in su, a Turati dalla cintola in giù”. In realtà fu una congiura di palazzo a far fuori il segretario e con la stessa argomentazione un anno dopo venne di fatto destituito il successore Giuriati. L’omofobia tipica delle dittature e l’uso spregiudicato dell’accusa ritenuta infamante di immoralità, di soggiacere al “vizio contronatura”, per far fuori gli avversari interni del regime si è visto all’opera per tutto il ‘900 percorso dai regimi autoritari dall’Italia di Mussolini, alla Germania di Hitler (vedi il massacro delle Sa accusate in toto di essere omosessuali) alla Russia di Stalin che criminalizzo l’omosessualità nel 1936 mandando in Siberia un numero imprecisato di persone accusate del “vizio borghese”. E’ interessante da questo punto di vista sentire cosa dice Mussolini stesso della vicenda Turati : “La voce pubblica, agitata da Roberto Farinacci, venne catapultata su Turati, che, dal punto di vista dei rapporti con l'altro sesso, non era e non è un cherubino. Finché guidò le sorti del partito, lo sostenni. [...] Farinacci, da anni, attendeva il momento per sistemarlo, una volta per sempre. … Turati fu sommerso dalla calunnia… la sua omosessualità fu una fosca favola inventata dall'uomo di Cremona ai suoi danni. Ma, in Italia, quando la voce pubblica, comunque organizzata, colpisce, nulla è possibile fare per renderla inoperante” (citato da Benadusi).
Che il fascismo avesse le minoranze nel mirino, quella omosessuale compresa, non è in dubbio, tant'è che la stessa nipote del duce lo ammette come dato di fatto storico. In seguito all’emanazione delle leggi razziali molti prefetti vedranno nell’omosessualità e nella pratica omosessuale un reato politico passibile di confino. E’ quello che succede ad alcune centinaia di persone che vengono arrestate e deportate soprattutto alle isole Tremiti ma anche in altri luoghi di “villeggiatura” come li ha definiti Berlusconi.
Per esempio Ponza dove era detenuto Pertini che ne parla ad una intervista a Silverio Corvisieri. I detenuti omosessuali erano isolati dagli altri detenuti politici che non li amavano ne li aiutavano. L’omofobia era forte anche tra i confinati politici e i detenuti comuni. Tra angherie e stenti l’esperienza del confino per gli omosessuali si conclude nel 1941 quando il regime aveva bisogno di concentrarsi sui detenuti politici mentre per gli autori del “turpe vizio” si incentivava l’istituto dell’ammonizione prefettizia.
Fino al 1986 di questa persecuzione si sapeva poco o nulla perché la storiografia ufficiale non riteneva molto importante studiare ed approfondire l'argomento. Soltanto alcuni film, peraltro pregevoli, avevano affrontato il tema come “Gli occhiali d’oro” tratto dal libro di Bassani e il famosissimo film di Ettore Scola “Una giornata particolare” dove, ironia della sorte, la protagonista è proprio una straordinaria Sofia Loren zia di primo grado di Alessandra Mussolini**.
L'archivio degli omosessuali confinati dal fascismo fu scoperto dal sottoscritto con l'aiuto della sezione bolognese dell'Aned (associazione nazionale deportati dal fascismo e nazismo) e del suo leader storico Osvaldo Corazza in collaborazione con la sezione romana dell'Anppia, associazione nazionale perseguitati politici italiana antifascisti.
All’archivio di stato erano conservati decine e decine di fascicoli riguardanti in confinati omosessuali con tanto di foto segnaletiche e con tutta la storia della loro detenzione. Un materiale incredibilmente interessante che per la prima volta poteva essere consultato e fotocopiato grazie ad una legge che consentiva di superare i 70 anni previsti per questo tipo di studio essendo la materia di carattere storico.
Fu in questo modo che in qualità di presidente Arcigay di quel tempo (1986), diedi incarico a Giovanni Dall'Orto di studiare la drammatica vicenda dei perseguitati e confinati omosessuali dal fascismo. In sostanza quindi è stata Arcigay a sollevare la questione, a trovare gli archivi, e a consentire agli storici di ricostruire la verità delle persecuzioni agli omosessuali dopo l'entrata in vigore delle leggi razziali.
Successivamente è stato scritto un bellissimo saggio sul tema da parte di Gianfranco Goretti e Tommaso Giartosio dal titolo “La città e l'isola”, Donzelli, e un altro bel libro a fumetti di Luca De Sanctis e Sara Colaone, “In Italia sono tutti maschi”, Kappa edizioni, presentato in occasione del pride bolognese.
Di certo si può dire che la dittatura fascista non costruì i fornì crematori –ma aiutò i nazisti ad alimentarli-, ed anche probabile, come dice Alessandra Mussolini, che i vari gerarchi avessero tra i loro amici persone omosessuali, ma ciò non toglie che rimanga l'imperitura vergogna delle leggi razziali che consentirono ad alcuni “zelanti” prefetti, di interpretare il comportamento omosessuale come reato politico esattamente come succede oggi nell'Iran di Ahmadinejad, come successe nella Germania di Hitler e come accadde nell'Unione sovietica di Stalin.
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*Ad un politico non è ammessa l'gnoranza, nella storia contemporanea, quella stessa storia che consegnerà l'Italia alla democrazia dopo le tragedie della dittatura e della guerra. Alessandra Mussolini, è figlia di Romano Mussolini (ultimo figlio maschio del duce e di donna Rachele) e di Maria Scicolone sorella di Sofia, in arte Sophia Loren. Il fratello del duce, Arnaldo non risulta abbia avuto figlie ma solo un figlio maschio mortogli prematuramente.

** Il ridicolo in tutta questa storia è che anche Alessandra Mussolini ha una piccola parte nel
film, quello di Maria Luisa. Un film totalmente antifascista e di denuncia per quello che riguardava la condizione femminile ed omosessuale. Era l'epoca in cui aveva la "nipotina" ambizioni "artistiche"... Sapeva Alessandra che stava recitando in un film che denunciava in modo molto duro il regime di suo nonno? Probabilmente no...

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lunedì 28 luglio 2008

La Mussolini in un'intervista dice sì alle adozioni per le coppie omosessuali.

La deputata: «Non sono d'accordo nel lasciare i bambini negli istituti».
(La Stampa) «Sì alle adozioni ai single. Si anche alle coppie di fatto». L’apertura, a sorpresa, arriva da Alessandra Mussolini, deputata del Pdl e presidente della Commissione bicamerale per l’Infanzia, in un’intervista a «Klauscondicio», la trasmissione che Klaus Davi conduce su YouTube. «L’idea che ci possa essere una legge che consenta anche in Italia l’adozione ai single mi trova d’accordo – ha detto la Mussolini -. Molti bambini, infatti, hanno un miglior rapporto con un’unica persona, anche single, quindi se un individuo riesce a dare amore ad un bambino ed a toglierlo dall’istituto per me va bene. Mentre, non sono d’accordo a lasciare i bambini negli istituti, neanche con la legge sulle adozioni, che impedisce alle coppie di poter adottare un bambino richiedendo l’assenso dei genitori della coppia richiedente e, soprattutto, non sono d’accordo con la legge che non prevede le coppie di fatto ed i single». Il deputato del Pdl, inoltre, racconta che suo nonno, Benito, «non odiava i gay. Non nego affatto il dato storico- dice la Mussolini, riferendosi ai circa diecimila omosessuali mandati al confino durante il regime fascista- ma dipingere la famiglia Mussolini come omofoba è sbagliato».

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martedì 15 luglio 2008

Giordano Bruno Guerri. L’Italia e le leggi razziali.

Enrico Fermi, premio Nobel per la fisica proprio nel 1938, essendo sposato con un’ebrea lasciò per protesta l’Italia.

Fino al 14 luglio 1938 il regime fascista era stato piuttosto indifferente ai problemi della razza, a parte le remore naturali di un movimento nazionalista. Mussolini non era antisemita e come lui moltissimi gerarchi. Dopo il “Manifesto degli scienziati italiani” pubblicato quel giorno (”E’ tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti”), nacquero riviste come La difesa della razza di Telesio Interlandi: ma rappresentarono soltanto il fanatismo di qualche intellettuale. In Italia, che aveva una lunga storia di invasioni e di meticciato razziale, quasi nessuno credette davvero alla “differenza biologica”.

In ogni modo è sbagliato credere, come accade spesso, che il regime fascista abbia emanato le leggi razziali per un pedissequo e passivo scimmiottamento della Germania italiana, con la quale stava sempre più stringendo un’alleanza che l’anno dopo avrebbe portato al Patto d’Acciaio. Certo, l’esempio tedesco servi da stimolo, ma Mussolini aveva – fin dalla nascita del regime – obiettivi precisi, ben prima che anche Hitler conquistasse il potere. Il principale di questi obiettivi era la trasformazione del popolo italiano: ovvero farne un popolo guerriero, con un alto senso dello Stato e della collettività, orgoglioso e fiero di sé e del proprio Paese. In questo quadro si inserisce anche la lotta alla borghesia che – se aveva portato il duce al potere – non si dimostrava abbastanza sensibile verso la figura di quell’”italiano nuovo”, duro, combattente, che si voleva formare. Proprio nel 1938, lo stesso anno delle leggi razziali, Mussolini comunicò al Consiglio Nazionale del partito di avere “individuato un nemico del nostro regime. Questo nemico ha nome borghesia.” In seguito avrebbe dato questa definizione: “Il borghese è quella persona che sta bene ed è vile.”

Le leggi razziali, più a che perseguitare l’esigua minoranza ebraica, miravano dunque a formare negli italiani uno spirito da razza guerriera, dominante e inflessibile. Va da sé che questa motivazione non allevia, casomai rende più grave, l’applicazione delle leggi razziali. Come non serve a diminuirne la gravità etica il fatto che, dopo la conquista dell’Etiopia, le leggi mirassero anche a separare gli italiani da una popolazione “inferiore” e dalla pelle scura. Né serve considerare che, prima dell’Olocausto, le leggi razziali apparivano infinitamente meno gravi di quanto sembrino a noi, che abbiamo sotto gli occhi il loro risultato finale, quello dei campi di sterminio. Né consola che la Chiesa di allora, a differenza di quella di oggi, continuasse a ritenere l’intero popolo ebraico “deicida”. A partire dal 1938 molte testate razziste riproposero integralmente vecchi e recenti articoli antisemiti della Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti, e Farinacci poté dire, in un discorso: “Se, come cattolici, siamo divenuti antisemiti, lo dobbiamo agli insegnamenti che ci furono dati dalla Chiesa durante venti secoli. (…) Noi non possiamo nel giro di poche settimane rinunciare a quella coscienza antisemita che la Chiesa ci ha formato lungo i millenni.”

Sarebbe falsamente consolatorio sostenere che gli italiani furono impermeabili al razzismo. Soprattutto molti giovani, formati nelle scuole fasciste, aderirono all’antisemitismo, anche se fu un’adesione più ideologica che di sostanza. Suggestionati dalla propaganda, dagli esempi delle guide intellettuali e politiche, furono soprattutto affascinati dalla visione di una nuova cultura in funzione antiborghese che sarebbe nata dal concetto di razza: solo dei “puri” e dei “forti”, infatti potevano permettersi di sentirsi razzialmente superiori. E’ anche vero che, come ha dimostrato Mimmo Franzinelli nel saggio Delatori (Mondadori), non furono pochi gli italiani a esercitarsi nell’ignobile arte della denuncia di ebrei; né è consolatorio che lo facessero più per motivi di invidia sociale o di concorrenza commerciale che per vero razzismo.

Quanto alle conseguenze pratiche, il 1° settembre 1938 venne istituito presso il ministero degli Interni il Consiglio superiore per la demografia e per la razza; lo stesso giorno si stabiliva con un decreto legge che gli ebrei residenti in Italia da dopo il 31 dicembre 1918 dovevano andarsene; veniva revocata la cittadinanza italiana agli ebrei stranieri che l’avevano ottenuta dopo quella data. A tutti gli ebrei venne vietato di porre la propria residenza entro i confini del regno, agli italiani furono vietati i matrimoni con gli ebrei e ai dipendenti statali con qualsiasi straniero. Nelle scuole la discriminazione di insegnanti e allievi fu immediata.

Le uniche personalità di spicco che avversarono davvero il razzismo furono Italo Balbo, Massimo Bontempelli e Filippo Tommaso Marinetti. Enrico Fermi, premio Nobel per la fisica proprio nel 1938, essendo sposato con un’ebrea lasciò per protesta l’Italia. Gli altri intellettuali e gerarchi, invece, si adattarono all’antisemitismo al pari del popolo, forse soltanto perché‚ c’era qualcuno su cui riversare la responsabilità di un malcontento generale. Gli italiani avevano sperato che, dopo la conquista dell’Etiopia e la costruzione dell’impero, il regime si sarebbe applicato al benessere e alla crescita economica. Invece era intervenuto nella guerra di Spagna, il valore d’acquisto dei salari diminuiva, e il regime chiedeva una fede sempre più cieca. Se molti, in segreto, disapprovavano le leggi razziali, i più limitarono il proprio dissenso a sterili – o, durante la guerra, eroici - atteggiamenti di pietismo individuali.

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lunedì 7 luglio 2008

Iran, pena di morte per i blogger “nemici di Dio”.

(Panorama) Impiccagione, taglio della mano destra e del piede sinistro, oppure esilio: sono le pene previste in una proposta di legge arrivata al Parlamento iraniano per punire quei blogger colpevoli di promuovere corruzione, apostasia e prostituzione attraverso internet. Pena di morte, quindi, per coloro che diventano mohareb, nemici di Dio. A una prima lettura i parlamentari di Teheran hanno approvato il testo a larga maggioranza: 180 voti favorevoli, 29 contrari, 10 astenuti. Nonostante l’ostilità delle autorità, cento blogger hanno firmato una petizione per chiedere di eliminare la censura della Rete.

Quanto contano in Iran le opinioni espresse sui blog? Secondo l’università di Harvard è lo spazio pubblico più aperto per le discussioni, tenendo conto del controllo sui mass media (stampa, televisione, radio) nella Repubblica islamica (la ricerca in pdf). Alcuni giovani iraniani che scrivono online sono critici verso il regime. Ma sul web discutono anche di altri argomenti: diritti umani, religione, cultura e poesia, un tema che appassiona soprattutto il pubblico femminile. Scrivono gli autori dello studio: “L’essenza della democrazia non è la regola della maggioranza, ma come la maggioranza è formata”. Sono spiragli di libertà che sembrano preoccupare le autorità in una nazione in cui l’età media della popolazione è di 26 anni (in Italia è di 42). E siti popolari come Facebook e Flickr sono già stati bloccati. La scure di Teheran si è già abbattuta sui giornalisti. Reporter senza frontiere, inoltre, denuncia che l’anno scorso due cronisti trentenni, Hassanpour e Botimar, sono stati condannati a morte per “attività sovversive contro la sicurezza nazionale”: la pena capitale è stata riconfermata per Hassanpour, Botimar è in attesa della nuova sentenza.

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martedì 1 luglio 2008

Neofascisti bolognesi contro il gaypride con parole farneticanti.

(Gli italici) Gioventù italiana Bologna - Bononia 189 a.C. disapprova il Gay Pride che si “celebra” oggi A Bologna. Al di là delle scelte individuali che sono libere e legittime, non è però ammissibile che si blocchi una città per dar spazio ad una carnevalata che non ha nessun obiettivo se non quello di scandalizzare e “trasgredire”. Precisiamo che non avremmo accettato una manifestazione simile nemmeno se i protagonisti fossero stati gli eterosessuali. Il sesso attiene all’intimità della persona e non può essere “sbattuto” in faccia a chiunque in piazza. Riteniamo che la trasgressione fine a sé stessa sia irrazionale ed abbia l’effetto di offendere la comunità nelle regole che sottendono alla civile convivenza. Pensiamo che non esista il problema della discriminazione degli omosessuali in Italia, né tanto meno a Bologna. Tale manifestazione partecipa al tentativo, perpetrato in modi diversi e penetranti, di imporre un modello sociale alternativo e disgregante. Ci riferiamo, in particolare, alle norme sull’omofobia imposte dall’oligarchia europea agli stati nazionali, le quali, in oltraggio alla democrazia, violerebbero, qualora ratificate anche in Italia, il principio della libertà di manifestazione del pensiero sancito dall’art. 21 della Costituzione. Ribadito che le scelte sessuali di ognuno non sono in discussione, attenendo, tuttavia, al privato ed alla intimità, teniamo a ribadire che l’unico modello sociale da tutelare e promuovere sia quello fondato sulla famiglia tradizionale: uomo, donna, figli; il solo in grado di permettere alla natura umana di riprodursi e non estinguersi.

Antonio Del Prete
Resp. Provinciale Gioventù italiana Bologna
www.bononia189ac.it

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mercoledì 25 giugno 2008

In Bielorussia, gay come criminali.

(River-blog) Edward Tarletski è un attivista omosessuale, impegnato nella difficile e, aggiungo io, rischiosa lotta per i diritti dei gay in Bielorussia. Un Paese in cui i gay sono oggetto, sempre più spesso, di aggressioni, anche feroci. Anche Edward è stato recentemente picchiato da un gruppo di omofobi. Rientrando nella sua abitazione di Minsk, Edward è stato circondato da 3 persone, di età compresa tra i 20 e i 25 anni: “Stavo per entrare nel portone, quando uno di loro mi ha chiamato per cognome. A quel punto un altro mi ha sferrato un pugno in faccia, facendomi cadere in terra”. Calci e altri pugni hanno completato l’”opera”. L’uomo non presenterà denuncia alla polizia: “Sarebbe una perdita di tempo. La polizia ha un atteggiamento sprezzante verso noi gay. E’ la terza aggressione che subisco in cinque anni”. Edward è il fondatore di Lambda Belarus, la prima organizzazione gay del Paese. Pochi giorni prima quell’episodio, un altro ragazzo lo aveva affrontato, in un parco, prendendolo a cazzotti e spezzandogli un dente. L’elenco di casi di questo genere è lungo. La scorsa settimana, due giovanissimi sono stati picchiati da 4 skinhead, che hanno urlato frasi contro i gay. Domenica scorsa, il 24 enne Slava è stato malmenato dal proprietario del locale in cui si trovava: “Mi ha chiuso dentro, e mi ha picchiato”: la polizia è venuta, ma non ha fatto niente. “Ci hanno portato in commissariato, anche il proprietario del locale: la cosa assurda, è che lo hanno fatto andare via, senza neanche identificarlo. E’ assurdo che ci trattino sempre come dei criminali”. L’ultimo caso è avvenuto ieri: due signori, sui 40 anni di età, sono stati presi a pugni nei pressi di una spiaggia.

La foto di Edward vale più di ogni eventuale considerazione sull’omofobia.

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Presentato a Bologna il libro "In Italia son tutti maschi". Cronaca semiseria.

(Falcon 82) Alla fine ieri pomeriggio esco presto da lavoro e incontro Matteo per fare due passi in giro per Bologna.

Si aggrega anche il suo ex prof di Matematica e tra una chiacchiera e l’altra, google ci avvisa che da lì a 5 minuti inizia la presentazione di “IN ITALIA SONO TUTTI MASCHI” di Luca de Santis e Sara Colaone.
Si tratta di un’interessantissima graphic novel che racconta della situazione degli omosessuali italiani al confino durante il periodo fascista. L’incontro è moderato dal quel bell’ometto di Massimiliano De Giovanni.

Davanti all’ingresso della libreria troviamo anche Giulio e Nino (che ieri tra l’altro ha compiuto 27 anni di favolosità). Entriamo e cerchiamo da sederci. Io e Matteo ci sediamo di lato e siamo un po’ coperti da una cassa acustica. Dietro di noi Grillini che manda sms (o giocava a Snake?)
Ad un certo punto della discussione arriva questa favolosa vecchina che si piazza accanto a me.

Ed è l’inizio della fine!

Inizia: (continua qui...)

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martedì 24 giugno 2008

Bulgaria. Per contrastare il gaypride indetta la "Settimana dell'intolleranza".

(Yahoo notizie) Proclamare la settimana dell'intolleranza. Questa l'esplicita iniziativa con cui l'Unione nazionale bulgara, partito ultranazionalista, intende rispondere al Gay Pride di Sofia, in programma sabato prossimo 28 giugno.

E' la prima edizione della giornata dell'orgoglio gay nella capitale bulgara, e in tutta l'area balcanica e non sembra destinato a cadere nell'indifferenza. Secondo le dichiarazioni riportate dalla Sofia news agency, il leader dell'Unione, Boyan Rasate ritiene che in Bulgaria "gli omossessuali godano di una forte protezione politica". In particolare "ci sono molti più omosessuali all'interno dei partiti politici di quanto si pensi".

Rasate è cosi' corso ai rimedi proclamando la settimana dell'intolleranza, che prevede una serie di iniziative compresa una tavola rotonda che studi "come restringere le idee omosessuali nella società". Secca la risposta di Aksiniya Gencheva (nella foto), del movimento omosessuale bulgaro "Gemini", che bolla l'iniziativa di Rasate come anticostituzionale e allerta "ci aspettiamo che attivisti di estrema destra organizzino una manifestazione di protesta nel giorno della parata gay".

Boyan Rasate e il su partito politico passarono già agli onori della cronaca nel 2007 grazie al piano di mettere in piedi una "guarda nazionale" parallela, con propri simoboli e divise, con lo scopo "di proteggere la maggioranza della popolazione dall'ondata criminale rom".

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In un libro gli atti del processo "Oscar Wilde".

(Roberto Barbolini - Panorama) «A Oscar Wilde, che posa da sodomita». Quando, giovedì 28 febbraio 1895, il portiere dell’Albermale club gli consegnò, con tanto di errore d’ortografia, l’offensivo biglietto del marchese di Queensberry, forse Wilde non immaginava di aver già profetizzato a rovescio la propria sventura in uno dei suo celebri paradossi: «La moderazione è una cosa fatale. Nulla ha più successo dell’eccesso». Smodato per partito preso estetico, oltreché per nascita irlandese, fu proprio a causa del suo successo nell’eccesso che Oscar Fingal O’Flahertie Wills Wilde venne ipocritamente crocifisso ai valori del perbenismo e della moderazione da quella stessa società vittoriana di cui era stato il fascinoso animale da salotto, che lui divertiva con il suo spirito caustico e le pose da dandy anticonformista. A rovinarlo fu una passione travolgente, all’insegna di quella specie di amore «che non osa dire il suo nome», per un apollineo rampollo dell’aristocrazia: Alfred Douglas, Bosie per gli amici.

Si conobbero nel 1891, l’anno del Ritratto di Dorian Gray: l’attrazione di Oscar per Bosie sembra in effetti ricalcare quella di Basil per Dorian nel romanzo, inverando l’aforisma wildiano secondo cui la vita imita l’arte. Per Bosie, narciso bizzoso, lo scrittore perse subito la testa e, successivamente, la reputazione. Finché il padre del ragazzo, il rozzo marchese di Queensberry, si fece un punto d’onore di troncare quella relazione pericolosa. Dopo essersi presentato a una prima teatrale di Wilde con un allusivo mazzo di ortaggi, Queensberry gli spedì il famigerato biglietto in cui l’accusava di pose sodomitiche. Fu l’inizio della catastrofe.

Su istigazione di Bosie, Wilde querelò Queensberry e lo fece arrestare. Ma il dibattimento si ritorse contro di lui e, dopo due successivi processi, lo scrittore fu condannato per omosessualità a 2 anni di lavori forzati nel duro carcere di Reading. Wilde non sopravvisse a lungo alla sua dannazione sociale: morì a Parigi, il 30 novembre 1900, a soli 46 anni.

Ora gli atti del Primo processo di Oscar Wilde - Regina contro Queensberry sono resi disponibili in italiano dalla Ubulibri, a cura di Paolo Orlandelli e Paolo Iorio, che si sono basati sui verbali del processo, ritrovati nel 2000 alla British Library. Le risposte del divino Oscar sono sempre brillanti, ma suonano a tratti altezzose. Arroccato sulla difensiva, sente progressivamente avvicinarsi la catastrofe per amore della quale ha incessantemente cospirato contro se stesso.

Bosie, in quanto aristocratico, fu tenuto lontano dallo scandalo, ma a caldo difese l’amico in un articolo sul Mercure de France in cui, citando la pleiade omosessuale da Platone a Cellini, da Shakespeare a Michelangelo, si proclamava «fiero di essere stato amato da un grand’uomo e fiero di aver sofferto per lui». Riemerso dall’oblio soltanto nel 2002, l’articolo esce per la prima volta in Italia in appendice a Io e Oscar Wilde, le inedite memorie di Alfred Douglas curate da Orlandelli per le edizioni della libreria Croce.

E tuttavia, qui, il filisteismo morale dà luogo a un autentico voltafaccia. Il Bosie del 1912, offeso dalle accuse rivoltegli da Wilde nel De Profundis, non esita a screditare il suo vecchio idolo con punte di astiosa volgarità: «Mancava di umiltà esattamente come mancava di blasone»; «La fortuna di Wilde è dovuta al fatto che è stato in prigione e che ha scritto delle sconcezze».

Lo accusa addirittura di averlo plagiato, salvo demolirne l’opera (eccetto la Ballata del carcere di Reading), o definire superficiali i suoi aforismi. Senza capire che c’è molta più verità nella cosiddetta superficialità del vecchio Oscar che in tanta falsa profondità. Ha detto bene Jorge Luis Borges: ci si deve arrendere al «fatto documentabile ed elementare che Wilde, quasi sempre, ha ragione».

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sabato 21 giugno 2008

Arabia Saudita arrestati 21 presunti omosessuali dalla polizia religiosa.

Inviata su ordine della Commissione per propagazione della Virtù.
(AP) La polizia religiosa avrebbe arrestato ieri ventuno presunti omosessuali e confiscato grandi quantità di bevande alcoliche durante un assembramento a Qatif, nell'est del Paese. Lo ha annunciato oggi il quotidiano saudita 'al Medina' secondo il quale la Commissione per la propagazione della Virtù e la prevenzione del Vizio avrebbe inviato sul posto le forze dell'ordine per procedere all'arresto degli uomini.

In Arabia Saudita l'omosessualità viene considerata un peccato contro l'islam e perciò proibita, come in molte altre nazioni di fede musulmana. Gli accusati vengono bastonati e puniti con pene detentive.

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Sotto il fascismo in Italia sono tutti maschi. Un libro che parla di gay al confino.

"In Italia sono tutti maschi", di Luca de Santis e Sara Colaone, parla di fascismo, ipocrisia, amicizia, scandali dimenticati, ma soprattutto di due uomini lontani per età e comportamento, il cui incontro riuscirà e rievocare e forse esorcizzare i fantasmi del passato. Le loro vicende s'intrecciano in una graphic novel di ampio respiro, che da un lato ci fa sentire la voce dei testimoni e dall'altro ci mostra l'affanno e l'urgenza di chi a distanza di tempo cerca ancora di capire e di raccontare.

Un libro, una mostra e tanta voglia di raccontare
Le leggi razziali dell'Italia fascista non menzionavano provvedimenti contro gli omosessuali: non ce n’era bisogno, disse Mussolini, poiché in Italia gli uomini non potevano essere che maschi, attivi e virili.
La realtà fu ben altra.
Dal 1938 al 1943 molti omosessuali italiani furono mandati al confino nelle isole. Quasi trecento giovani “femminielli”, “arrusi”, “buchi” furono così sradicati dalla propria vita, bollati ufficialmente come nemici della Patria.
Cinquant'anni dopo, il documentarista Rocco si mette sulle tracce dell'ex confinato Antonio, per riportare alla luce quella storia dimenticata, ma si trova a fare i conti con tutto il dolore che i ricordi possono provocare.

In Italia sono tutti maschi, di Luca de Santis e Sara Colaone, parla di fascismo, ipocrisia, amicizia, scandali dimenticati, ma soprattutto di due uomini lontani per età e comportamento, il cui incontro riuscirà e rievocare e forse esorcizzare i fantasmi del passato. Le loro vicende s'intrecciano in una graphic novel di ampio respiro, che da un lato ci fa sentire la voce dei testimoni e dall'altro ci mostra l'affanno e l'urgenza di chi a distanza di tempo cerca ancora di capire e di raccontare.
L’introduzione al volume è firmata da Tommaso Giartosio e Gianfranco Goretti, autori del saggio “La città e l'isola. Omosessuali al confino nell'Italia fascista”.
In appendice, intervista a Giuseppe B., omosessuale confinato nel periodo fascista, a cura di Giovanni Dall’Orto, giornalista, scrittore e storico direttore del mensile “Pride”.

Due gli appuntamenti da non perdere:
• Incontro: Martedì 24 giugno 2008, alle ore 18:00, presso la Libreria MELBOOKSTORE (Via Rizzoli, Bologna) presentazione della graphic novel IN ITALIA SONO TUTTI MASCHI.
Intervengono gli autori Luca de Santis e Sara Colaone, e Massimiliano De Giovanni, autore della graphic novel MATTEO E ENRICO e docente di Teoria e Tecnica della Sceneggiatura all'Accademia di Belle Arti di Bologna.
• Mostra: Giovedì 26 giugno 2008, alle ore 18:30, presso l'Istituto Storico Parri (via Sant'Isaia 18, Bologna) inaugurazione della mostra di tavole e documenti dal volume IN ITALIA SONO TUTTI MASCHI.

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venerdì 20 giugno 2008

Il Parlamento europeo chiede all'Iran di depenalizzare l'omosessualità.

Il Parlamento europeo ha chiesto al governo di Teheran di abolire le esecuzioni capitali dei minori e di depenalizzare il reato di sodomia.
(Yahoo notizie) Gli eurodeputati condannano "fermamente le pene di morte e le esecuzioni, in particolare quelle comminate a giovani e minorenni". Denunciano in particolare l'impiccaggione, avvenuta lo scorso 10 giugno, di Mohammad Hassan Zadeh, 17 anni, condannato per la morte di un bambino di 10 anni avvenuta nel 2006 e fanno appello alle autorità affinché rinuncino alle altre esecuzioni di giovani, specialmente a quelle di Mohammad Fadaie, Behnoud Shojaie, Saïd Jaziie e Behnam Zareh.

I deputati di Strasburgo, inoltre, chiedono la depenalizzazione delle relazioni omosessuali in tutto l'Iran dove, come sappiamo, la pena prevista per il reato di sodomia è l'impiccaggione. L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Louise Arbour aveva già lanciato, la settimana scorsa, un appello in questo senso. L'Iran è tra i paesi firmatari del patto internazionale relativo ai diritti civili e politici dal 1976 e della convenzione sui diritti dei bambini dal 1994. La firma di questi due importanti patti internazionale impegna i paesi che li sottoscrivono a non applicare la pena di morte a persone che, nel momento in cui commettono il reato, sono minorenni.
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Out of Iran. Le persecuzioni omosessuali in Iran. Servizio della Cbc.

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mercoledì 18 giugno 2008

I gay russi si appellano alla corte europea per i divieti al gaypride.

(Ansa) Gli organizzatori del Gay pride di Mosca hanno inviato una protesta alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo chiedendo di costringere le autorita' russe a pagare una multa di 30.000 euro per aver negato loro il diritto di manifestare nel giugno 2007. 'La richiesta - ha detto all'agenzia Interfax Nikolai Alekseiev, uno dei principali organizzatori - e' solo la prima per una serie di picchetti di minoranze sessuali banditi a Mosca, oltre alla parata del Gay pride. Altre simili proteste stanno vivendo preparate per essere inviate alla Corte di Strasburgo'.

Le comunita' gay hanno anche chiesto che al sindaco di Mosca Iuri Luzhkov (nella foto), uno dei principali oppositori delle manifestazioni di omosessuali, venga vietato l'ingresso nei paesi dell'Unione europea. 'Le autorita' di Mosca hanno in pratica bandito ogni evento pubblico che coinvolgesse gay e lesbiche nella capitale, il che contraddice sia le leggi russe che la Convenzione europea sui diritti umani', ha detto Alekseiev. Alla Corte di Strasburgo giacciono gia' due querele contro le autorita' di Mosca per la decisione di vietare le parate del Gay pride nel maggio 2006 e nel maggio 2007, ha aggiunto l'esponente della comunita' omosessuale moscovita.

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