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venerdì 27 giugno 2008

L'Unità i gay e il Nobel a Ingrid Betancourt.

L'Unità: Nobel per la pace a Ingrid Betancourt
(L'Unità) Da sei anni e chissà quanti giorni alle 5 di ogni mattina la madre di Ingrid Betancourt parla per mezz’ora alla figlia attraverso una radio diversa da ogni altra: accoglie le voci di padri, mogli e dei prigionieri delle Farc. Raccontano piccole cose della vita normale. Gli amici che salutano. Come va la scuola. Notizie tristi quando non è possibile tacere, ma Ingrid non ha saputo dalla madre che il padre era morto poco dopo il sequestro. Yolanda Pulecio de Betancourt aveva supplicato le Farc di liberarla per il funerale. Silenzio. Qualche capo Farc deve averla informata chissà come, chissà quando.

Sono quattro giorni che Yolanda Pulecio de Betancourt racconta alla figlia la novità. «Un giornale italiano ti ha proposto per il Nobel. All’appello dell’Unità, giornale fondato da Antonio Gramsci, rispondono migliaia di persone. Non solo dall’Italia: Spagna, Europa perfino dall’Amazzonia. Forse la tua vita sta cambiando… ».

Per una giusta causa è nato un comitato promotore bipartisan alla Camera dei Deputati. Primo firmatario Fabio Evangelisti, Italia dei valori: «È il primo mattone e un progetto ambizioso, su cui vogliamo coinvolgere la politica, l'associazionismo e i cittadini». Molte decine le firme raccolte tra i parlamentari, in testa Pd e Idv, seguiti dai colleghi del Pdl, Udc e Lega.

Intanto la regione Toscana sta per annunciare un comitato di premi Nobel per concretizzare la proposta dell’Unità. Perché il Nobel per la Pace non è una medaglia alla vanità ma un viatico per liberare a chi non si arrende al tornaconto. Proposta che raccoglie la reazione di protagonisti consapevoli che la distrazione di tutti può spegnere le voci non distratte. Sarebbe viva senza il Nobel per la Pace Aung San Suu Ky, prigioniera nella sua casa in Birmania, anima della democrazia che non si è spenta e spaventa i militari consolando la speranza alla gente? E Rigoberta Menchu e Perez Esquivel? Ogni giorno centinaia di lettori e non lettori firmano l’appello. Potranno i carcerieri resistere alla pressione che si allarga? Lo sapremo. Qualcosa - strana coincidenza - improvvisamente comincia a muoversi.

Per aderire all’appello: nobelperingrid[at]unita.it
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Unità tra i gay per Ingrid Betancourt.
All'appello hanno dato la loro adesione Arcigay ed il Movimento gay liberali di Milano.

Carissimi,
con la presente vi invio la mia adesione personale e quella di Arcigay alla campagna per Ingrid Bentacourt Nobel della pace.
Fraterni saluti
Aurelio Mancuso
Presidente nazionale Arcigay
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E' con grande entusiasmo che aderiamo come Movimento gay liberali di Milano all'iniziativa dell'Unità "Un Nobel per Ingrid Betancourt".
Invitiamo altresì il mondo Glbt del nostro paese e tutte le organizzazioni facenti parte del movimento gay italiano ed internazionale ad attivarsi affinché ognuno si senta impegnato e trovi il modo, nelle sue attività istituzionali, di invitare tutti i cittadini a dare il proprio consenso a questa vera e propria campagna per la difesa dei diritti umani e civili.

Movimento gay liberali di Milano
p. il direttivo
Francesco Casella

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venerdì 20 giugno 2008

Il Parlamento europeo chiede all'Iran di depenalizzare l'omosessualità.

Il Parlamento europeo ha chiesto al governo di Teheran di abolire le esecuzioni capitali dei minori e di depenalizzare il reato di sodomia.
(Yahoo notizie) Gli eurodeputati condannano "fermamente le pene di morte e le esecuzioni, in particolare quelle comminate a giovani e minorenni". Denunciano in particolare l'impiccaggione, avvenuta lo scorso 10 giugno, di Mohammad Hassan Zadeh, 17 anni, condannato per la morte di un bambino di 10 anni avvenuta nel 2006 e fanno appello alle autorità affinché rinuncino alle altre esecuzioni di giovani, specialmente a quelle di Mohammad Fadaie, Behnoud Shojaie, Saïd Jaziie e Behnam Zareh.

I deputati di Strasburgo, inoltre, chiedono la depenalizzazione delle relazioni omosessuali in tutto l'Iran dove, come sappiamo, la pena prevista per il reato di sodomia è l'impiccaggione. L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Louise Arbour aveva già lanciato, la settimana scorsa, un appello in questo senso. L'Iran è tra i paesi firmatari del patto internazionale relativo ai diritti civili e politici dal 1976 e della convenzione sui diritti dei bambini dal 1994. La firma di questi due importanti patti internazionale impegna i paesi che li sottoscrivono a non applicare la pena di morte a persone che, nel momento in cui commettono il reato, sono minorenni.
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Out of Iran. Le persecuzioni omosessuali in Iran. Servizio della Cbc.

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martedì 10 giugno 2008

Il popolo Rom esce dai campi.


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A Roma domenica migliaia di persone hanno partecipato al corteo di solidarietà per contrastare recenti atti di razzismo nei confronti delle popolazioni sinte e rom.
"Basta razzismo contro i rom", "Stop alla xenofobia" e "Non aspettiamo la shoah per intervenire": questi gli striscioni di apertura della manifestazione partita dal Colosseo e terminata al Foro Boario, dove si è tenuto un incontro fra le associazioni che hanno organizzato il corteo. In serata si è tenuto un grande concerto con tanti artisti rom.

A Roma la grande manifestazione dei Rom e Sinti contro il razzismo degli italiani. “Siamo qui oggi contro l’apartheid - Santino Spinelli, professore universitario a Chieti, musicista e intellettuale rom - e per far capire all’Italia e agli italiani che i rom non sono nomadi, che i campi sono illegali e disumani e che ci siamo riuniti oggi per la prima volta compatti a favore dei nostri diritti”.

Il corteo e' partito alle 16.00 dal Colosseo. Uomini, donne e molti bambini rom e sinti si sono radunati per protestare contro le politiche sulla sicurezza del nuovo governo Berlusconi definite "discriminatorie".
Con loro in piazza c'erano rappresentanti di associazioni e organizzazioni non governative e alcuni politici di Rifondazione comunista. Secondo Roberto Musacchio, capo delegazione al Parlamento europeo del Prc, “in Italia si fa un uso strumentale della paura come elemento di cattura del consenso elettorale. Ciò è estraneo al palcoscenico europeo. Io ho fatto un'interpellanza per dire che in Italia c'è chi mette in difficoltà l'attuazione delle politiche di integrazione che sono previste in Europa, dove esiste una direttiva contro le discriminazioni e una direttiva sul diritto di mobilità e di soggiorno per tutti i cittadini europei. Si tratta - rileva Musacchio - di pilastri invalicabili e l'Europa è attentissima che non ci siano mai fenomeni di persecuzione collettiva e che le responsabilità penali siano sempre individuali”.
Per Giovanni Russo Spena, esponente di Rifondazione comunista,”partecipare al corteo è un dovere nel momento in cui vengono violentemente negati i diritti di popolazioni come quella dei rom, che sono una ricchezza della nostra umanità. Dobbiamo creare - ha aggiunto Russo Spena - un fronte di opposizione contro la politica cupa del nostro governo. Quando si nominano i supercommissari per i rom si identifica una razza e quindi di fatto siamo culturalmente alla riproposizione delle leggi razziali. Questo sarà un punto fondamentale della ricostruzione dell'opposizione già al prossimo congresso del Prc”.
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Alexian Santino Spinelli, presidente dell' associazione Them Romano.it/newsletter.htm, promotrice del corteo svoltosi ieri nella Capitale.
"Si vuole far passare il campo nomadi - ha aggiunto, - che è una forma di segregazione razziale, addirittura come espressione culturale, come se i rom volessero vivere in questo modo. Non è vero che l'integrazione dei rom pesa sulla tasche degli italiani, perchè passa attraverso i fondi comunitari. Per i progetti di integrazione dei rom vengono stanziati fondi dell'Ue che o non sono attivati o finiscono con il finanziare progetti fasulli di pseudo associazioni di volontariato. Ai rom non arriva nulla".
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Iran, uccisi perchè "nemici di Allah".

Nella precaria democrazia dei Paesi Arabi c’è spazio anche per l’omofobia. Quella dal volto peggiore. Fatta di condanne, che giungono dopo processi quasi inesistenti, e di punizioni disumane e silenziose che mettono sul patibolo gay, lesbiche e trans colpevoli di aver violato la marmorea tradizione islamica.

(Anna Giuffrida - CCS News) “Quando un uomo monta un altro uomo, il trono di Dio trema”. Corano alla mano e sulle bocca i versi degli Hadith, i detti del Profeta Maometto, i giuristi e gli uomini di “cultura” impongono la loro condanna.
Il crimine-peccato dell’omosessualità, previsto nella sharia per abominazione e perversione contro il diritto di Allah, punisce i musulmani credenti e non con atroci torture o a cinque anni di carcere abbinati ad una fustigazione purificatrice, fino a prevedere la castrazione chimica. E a volte per educare il popolo contro simili violazioni si ricorre anche alla pena esemplare. Come nel caso di due gay, uno dei quali 15enne, impiccati sulla pubblica piazza alcuni anni fa dopo essersi dichiarati omosessuali.

Una spesso silenziosa strage che costringe alla fuga tanti uomini e donne che, rifiutati dalla religione che professano e dallo Stato cui appartengono, cercano protezione altrove. Solo nell’ultimo anno sono due i casi che a fatica hanno raccolto l’interesse politico internazionale. Protagonista una lesbica, Pegah Emambakhsh, e un giovane gay, Seyed Medhi Kazemi, entrambi iraniani e con un destino simile. Quello del rischio di vedersi rifiutato il diritto d’asilo, dal Regno unito e dalla moderna Olanda, e decisi a restituirli al mittente come fossero un pericoloso pacco-bomba. Conseguenza di un timore, legittimo, del terrorismo e di un intento, meno apprezzabile, di non turbare i rapporti con la fonte energetica dell’industria ed economia occidentali.

La vicenda, che si è conclusa con la semplice applicazione della Convenzione dell’ONU sui diritti dei perseguitati, ha avuto un lieto fine soprattutto per l’intervento di organizzazioni internazionali molte delle quali anche musulmane. In un tam tam interattivo da un capo all’altro del mondo c’è chi dà voce a questi clandestini in patria e cerca di fermare questa “guerra culturale” promossa dalle frange fondamentaliste.
Una lotta iniziata nel maggio 2002 con l’arresto dei tanti frequentatori della discoteca egiziana Queen Boat, uno dei locali sorti come ritrovo e rifugio per gli omosessuali, e che aveva di fondo una vendetta politica. Il primo arresto di massa per “fallir”, depravazione, e culto blasfemo che aprirà le porte ad un vero conflitto.

Dal Nilo si è infatti esteso giungendo in Palestina, dove la “persecuzione” escogita nuovi sistemi. Come quello di prelevare i gay da casa con l’accusa di collaborazionismo, di essere spie degli israeliani, e picchiarli.
Ma tra tradizioni, dialoghi tra politica e religione imposti ormai come monologhi, e assenza delle tutele elementari in nome della tolleranza c’è spazio anche per le contraddizioni. Proficue, stavolta. Quelle del Libano che, pur non avendo una legislatura che tuteli dall’omofobia, è uno dei Paesi arabi più tolleranti. Come anche il Marocco che, dopo essere stato per secoli con la capitale Casablanca meta preferita degli occidentali in cerca di una identità, resta nella lista dei più “virtuosi” per la condizione dei gay.

Il Gay Pride, “cantiere pensoso e colorato” come lo ha definito la Lega islamica Anti-diffamazione che ha preso parte all’edizione romana di questi giorni, deve guardare di più a questo angolo buio del mondo. Perché la lotta per i diritti inizia dal rimettere la giusta distanza tra la “nozione di peccato indotto dal fanatismo religioso e la libera scelta di credenti e non credenti”.

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lunedì 2 giugno 2008

Discriminazioni. Parla zulu! E poi roghi e pestaggi».

(Marco Boccitto - Il Manifesto) Thomas è gay. Nell'avanzato Sudafrica sperava di trovare riparo anche dagli insulti e dalle violenze quotidiane a cui era abituato, ma non conosceva ancora l'orgoglio machista degli zulu.
Nel campo improvvisato all'interno della stazione di polizia di Cleveland, una ragnatela malferma di teli di plastica che occupa per intero il cortile su cui si affaccia il dormitorio degli agenti, si respira un'atmosfera tutto sommato serena.
Sarà per il tiepido sole invernale che scalda le ossa dopo le piogge e il freddo intenso dei giorni scorsi, sarà per l'arrivo di nuovi operatori della Croce rossa e di altri riservisti della polizia con le loro pettorine gialle, che cercano di darsi da fare come possono. O sarà semplicemente che il peggio è passato. Almeno così sembra alle 1700 persone che hanno trovato rifugio qui. Tra loro ci sono 70 donne incinte e 160 bambini. E stupisce vedere come i piccoli, solitamente anarchici e indipendenti, se ne restano appiccicati alle gonne delle mamme. Come sempre accade nelle tragedie, i loro disegni raccontano i fatti più e meglio di qualsiasi reportage. Ce n'è uno che dopo aver disegnato quello che ha visto nei giorni caldi delle violenze prova a raffigurare quello che vede adesso: una fila di panni stesi, perché nonostante l'area sia sovraffollata, si è riusciti comunque a organizzare anche uno spazio lavanderia.

Una fila lunga e ordinata si snoda verso i tavolini dove si procede a registrare gli sfollati, quasi tutti privi di documenti. Vengono prese le generalità e le impronte digitali, viene assegnato un numero. Al polso di quelli che decidono di non far rientro nel loro paese viene applicato un braccialetto azzurro, tipo quelli dei villaggi-vacanza, con la scritta «Cleveland». Ne esibisce uno anche Thomas, 19 anni, da Bulawayo, seconda città dello Zimbabwe. «Ho deciso di venire qui circa un anno fa - racconta - dopo aver perso entrambi i genitori. I miei fratelli, che hanno un padre diverso dal mio, mi hanno buttato fuori di casa dicendomi di tornare solo se trovavo i soldi per comprare una lapide da mettere sulla tomba di nostra madre». Thomas è gay. Nell'avanzato Sudafrica sperava di trovare riparo anche dagli insulti e dalle violenze quotidiane a cui era abituato, ma non conosceva ancora l'orgoglio machista degli zulu. «Sono entrati nel negozio di parrucchiere in cui lavoravo come garzone armati di machete, hanno ucciso il mio boss e hanno appicato il fuoco a tutto gridando frasi oscene contro gli stranieri e gli omosessuali. Sono vivo per un pelo». Non tornerà a casa, per ora, perché nonostante tutto spera ancora di rifarsi una vita da queste parti.

In giro non ci sono scene di disperazione ma solo tanti occhi rossi e una grande, dolente compostezza. In realtà motivi per agitarsi ce ne sarebbero, eccome. «Ci hanno appena detto che il campo sarà smantellato entro un paio di giorni - dice Felix, anche lui zimbabwano però di Harare, la capitale -, ma nessuno sa dirci dove ci porteranno. Sappiamo solo che il posto prescelto dista una cinquantina di miglia». Nel paese da sei mesi, aveva appena trovato impiego come supplente di geografia e matematica in una scuola secondaria. «Ora rischio seriamente di perdere il posto, ma non ho scelta, non posso tornare a casa così, senza nulla». Poco più in là Frankie, professione muratore, 26 anni, tiene una bambina di sei mesi in braccio mentre sua moglie è andata in cerca di cibo. Punta il dito contro gli zulu, mentre i suoi amici annuiscono con l'espressione grave: «Sono tornati a ballare e a cantare nelle strade, con le lance e i costumi tradizionali, come ai tempi dell'apartheid... Stavolta però il nemico eravamo noi. Qui ci sentiamo abbastanza sicuri, ma il problema è che anche i poliziotti sono zulu e anche molti operatori umanitari, così restiamo un po' sospettosi».

Gli zimbabwani che stanno qui sono quasi tutti di etnia ndebele, ovvero parlano quasi la stessa lingua degli zulu. Ebbene è stato quel «quasi» a essergli fatale, una sfumatura di troppo nell'accento... Danny, un elettricista immigrato da ben 13 anni, finisce il racconto: «Gli assalitori chiedevano prima di dire qualcosa in zulu, poi iniziavano i pestaggi e i roghi».

Due donne che sembrano uscite dal nulla trasportano un pentolone di porridge. Ma nessuno si muove, perché è riservato ai bambini. I grandi ricevono qualche fetta di pane, fagioli in scatola e un po' di tè. Poco dopo riappare la madre della bimba con una scodella. Si chiama Marion e mostra le ferite che si è procurata sul palmo delle mani nel tentativo di ripararsi dalle bastonate. Anche lei è d'accordo nel restare: «Vedrai - dice - anche quelli che sono partiti torneranno, tempo due o tre settimane e saranno tutti di nuovo qui. Che la situazioni migliori o meno, non c'è proprio nulla che li trattenga a casa».

Ma se la situazione non migliora, nessuno sembra disposto a tornare alle proprie attività. Troppo fresco è il ricordo del modo in cui questa gente è stata cacciata dalle proprie case e dai propri negozi, che poi sono semplici chioschetti in legno e lamiera messi su alla bell'e meglio, per ipotizzare un ritorno alla normalità. Un cartello annuncia che alle 5 del mattino partono i bus per chi intende tornare in Zimbabwe. In quanti sono partiti? Risposta: nessuno, perché nessuno li ha visti quei bus. Tra 15 e 30 mila mozambicani hanno girato i tacchi e sono tornati al di là del fiume Limpopo. Ma per chi arriva dallo Zimbabwe è diverso. A casa hanno lasciato una quantità di problemi economici e politici, disoccupazione e fame, che finché qualcuno li protegge preferiscono restare. La cosa che colpisce è che tutti parlano sottovoce, come chi ha deciso di rompere un lungo silenzio. Un silenzio preceduto dalle grida di terrore della notte in cui ha perso i suoi beni, la casa, la dignità e qualche conoscente finito bruciato o con la testa spaccata. Gente che si è costruita onestamente quel poco che aveva, attraverso anni di duri sacrifici, e con una fiammata improvvisa ha perso tutto. C'è chi è qui da una settimana, chi da due. L'ondata xenofoba ha raggiunto Cleveland, appena dieci minuti di macchina dal centro città, solo in un un secondo tempo.

Un po' in disparte se ne sta un gruppo di congolesi. Sfogliano riviste sportive e ascoltano frizzante musica soukous da un piccolo registratore a cassette, quasi come se niente fosse. «I congolesi sono così - dice un poliziotto indicandoli -. Anche quando le circostanze sono drammatiche, la prima cosa che fanno è mettere su una discoteca». Patrick è scappato dalla regione del Nord Kivu in fiamme, è stato un po' a Kinshasa e poi ha puntato tutto sul Sudafrica. «Onestamente pensavo di essermi lasciato il peggio alle spalle, invece eccomi qui». Anche Emmanuel viene dalla Repubblica democratica del Congo, è calmo ma per niente rassegnato: «Finché qualcuno si prende la briga di proteggere le nostre vite noi restiamo. Se poi il governo riuscirà a sensibilizzare la gente che ci vuole cacciare via con una seria campagna contro la xenofobia - aggiunge - il problema verrà sicuramente risolto. Ci vorrà del tempo, ma noi siamo fiduciosi». Quando si dice l'afro-ottimismo.
Anche negli spot in onda alla tv, gli sponsor dei prossimi mondiali di calcio continuano a investire sul 2010, esaltando spassionatamente lo «spirito africano» dell'evento. Per fortuna non ci sono tv, nei campi.

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lunedì 12 maggio 2008

Pangea day. Dal satellite a Youtube in difesa dei diritti umani.

Tanti filmati proiettati in contemporanea in 180 nazioni con un unico obbiettivo: unire il mondo attraverso il potere dei film.

(La7) "Dancing Queen" è stato realizzato in India con un cellulare, e partecipa all'evento nato da un'idea della documentarista americana Jehane Noujaim sotto l'egida della TED Conference di New York (Technology, Entertainment e Design Foundation).
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martedì 29 aprile 2008

Iran: Cappato, Commissione Ue condanna violazione diritti omosessuali.

'Da oggi i Paesi europei non potranno più dire di non sapere'.
(Aki) La Commissione europea ha espresso una "dura condanna" contro il regime teocratico iraniano e ha dichiarato per la prima volta in "modo inequivocabile" di essere "consapevole del fatto che in Iran l'omosessualità consensuale tra adulti è perseguibile a termini di legge. Parimenti, il diritto alla privacy risulta regolarmente violato dai guardiani religiosi, i quali effettuano incursioni nelle abitazioni e in altri luoghi privati alla ricerca di comportamenti 'devianti', tra cui la condotta omosessuale. Inoltre, sono stati denunciati anche casi di condanna a morte e maltrattamenti per omosessualità consensuale in Iran". Lo riferisce in una nota diffusa a Bruxelles l'europarlamentare, Marco Cappato, riportando il testo della risposta dell'esecutivo Ue a un'interrogazione scritta presentata da Marco Pannella.

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martedì 15 aprile 2008

Dopo le elezioni: ora tutti al lavoro per i Diritti.

(Cristina Monceri - Secondo protocollo) Finita finalmente la lunga e massacrante campagna elettorale, sancito il vincitore e garantita al Paese una solida maggioranza, non rimane altro che rimboccarsi le maniche e iniziare con lena a lavorare sui punti che maggiormente sono di interesse per quanto riguarda la salvaguardia del Diritto.

Non entreremo naturalmente nel contesto prettamente politico ma ci limiteremo a fare i complimenti ai vincitori e a lanciare nel contempo qualche appello a chi da oggi dovrà iniziare questa nuova avventura politica, a partire naturalmente dal campo che più ci riguarda direttamente, quello cioè dei Diritti Umani e della Cooperazione allo sviluppo, mettendo in risalto quegli argomenti che la nostra organizzazione sta trattando, senza per questo voler apparire come coloro che iniziano a chiedere a man bassa, ma ci terremmo a evidenziare alcuni punti che, secondo noi, sono da affrontare con una certa solerzia.

Sicuramente l’area che più ci interessa è quella riguardante l’estero e quindi (giocoforza) il Ministero degli Affari Esteri, a prescindere da chi sarà il prossimo Ministro degli Esteri anche se (sembra) che Berlusconi abbia fatto il nome di Frattini (ieri sera alla 7), considerando che un ruolo importante lo avranno anche i vice ministri che si spera siano persone dotate di esperienza “sul campo”.

Partendo quindi dagli esteri la prima cosa che ci viene in mente di chiedere è un aumento sensibile delle risorse destinate a questo fondamentale Ministero il quale negli ultimi anni è stato letteralmente cannibalizzato rendendolo di fatto una macchina assolutamente imperfetta e spesso purtroppo inadeguata, pur avendo al suo interno personaggi validissimi e molto preparati. Lo abbiamo visto nella questione riguardante i detenuti italiani all’estero dove, pur essendoci persone veramente valide a seguire le varie e difficili vicende, le risorse che hanno per fare il proprio lavoro sono davvero misere quando non inesistenti.

Sempre in materia di esteri, negli ultimi tempi abbiamo assistito alla progressiva riduzione delle risorse destinate alla Cooperazione allo sviluppo e alla divulgazione dei Diritti Umani, come se questo fondamentale settore altro non fosse che solo un comparto di serie B. A tal proposito vorremmo ricordare che la prima forma di lotta all’immigrazione selvaggia e incontrollata è proprio lo sviluppo locale e la divulgazione dei Diritti in quei Paesi da dove arriva più forte la pressione migratoria.

Occorrerà poi recuperare la posizione che l’Italia merita in seno all’Europa e alle Nazioni Unite, dove il nostro Paese dovrà di nuovo far sentire il proprio peso, specie nelle vicende riguardanti aree importanti del pianeta, quali per esempio il Medio Oriente, il Corno d’Africa (storicamente legato all’Italia) e la lotta al terrorismo e alla povertà, due settori questi molto più legati di quanto si pensi perchè il terrorismo, specie quello islamico, attecchisce dove la povertà e l’ignoranza sono più forti.

Sarebbero tante le cose da dire, ma lo faremo volta per volta che si affronteranno i vari problemi. Per ora ci vorremmo limitare ad augurare al nuovo esecutivo un buon lavoro nella speranza che finalmente la politica riprenda il ruolo che le compete e che abbandoni definitivamente quel modo di fare saccente e arrogante che non accetta critiche da nessuno arrivando a malcelate forme di intimidazione con coloro che, al di fuori da qualsiasi contesto politico, si permettono di evidenziare gli umani errori o, peggio ancora, di criticare le linee politiche incoerenti o pericolose. E’ necessario un confronto aperto e costruttivo tra politica e società civile, un confronto che metta da parte le ideologie e che privilegi gli obbiettivi comuni. Buon lavoro quindi al nuovo Governo e che si inizi subito a garantire il Diritto sia in Italia che all’estero.

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martedì 4 marzo 2008

Asilo, omosessualità e religione: Una proposta per l’Europa.

(Elisa Arduini - Secondo protocollo) Se c’è una cosa che il caso di Pegah Emambakhsh ci ha insegnato è che in Europa, salvo poche eccezioni, il fatto di essere omosessuale non costituisce un valido motivo per ottenere l’asilo, anche se proprio per questo motivo si è in pericolo nel proprio Paese di origine.

Questo è dovuto al fatto che la condizione di omosessualità è difficilmente provabile mentre una richiesta di asilo necessita di prove certe in merito al motivo per cui detto asilo viene richiesto. In teoria il rischio che si corre è quello di vedersi piombare addosso migliaia di richieste di asilo basate unicamente sul fatto di essere un o una omosessuale anche se in pratica non lo si è, solo per il fatto di poter ottenere, per questo motivo, l’asilo.

Se questo può essere un timore comprensibile in quanto l’asilo va concesso solo quando ci sono i requisiti per poterlo richiedere, lo è molto meno la strumentalizzazione che si tende a fare delle varie vicende in corso, una strumentalizzazione volta principalmente a ottenere un giusto riconoscimento dell’essere omosessuale ma che rischia immancabilmente di nuocere a chi, per altri motivi, è costretto a scappare dal proprio paese d’origine.

E’ il caso di moltissime donne provenienti dai paesi dove è in vigore la cosiddetta Sharia, la legge islamica che nelle sue applicazioni più estremiste porta la donna a essere fortemente discriminata e oggetto di gravissime violazioni dei Diritti Umani.

Proprio in questi giorni è in corso una accesa polemica in seno al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite riguardo al diritto o meno di criticare una religione. Nella fattispecie, la polemica è stata innescata dalla pubblicazione in diversi organi di stampa di una riflessione critica, lanciata dalla Lega internazionale contro il razzismo e l'antisemitismo e sottoscritta da personalità quali Elie Wiesel, Georges Charpak, Alain Finkielkraut e Claude Lanzmann.

Il controverso documento attacca con veemenza il Consiglio dei Diritti Umani in quanto “il suo funzionamento interno, le coalizioni e le alleanze che vi si costituiscono, i testi discussi e la terminologia utilizzata annientano la libertà d'espressione, legittimano l'oppressione delle donne e stigmatizzano sistematicamente le democrazie occidentali”. In pratica si sostiene che i paesi islamici usano la loro presenza nel Consiglio per bloccare le riforme che da più parti vengono richieste in merito al Diritto delle donne nei Paesi islamici.

Tuttavia, se il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite è praticamente bloccato da queste accese dispute, non lo è l’Europa che invece può legiferare in maniera del tutto autonoma in merito alla concessione dell’asilo a coloro che, per ragioni religiose o per le applicazioni di leggi discriminanti come la Sharia, sono soggetti nei loro Paesi di origine a forti limitazioni dei Diritti Fondamentali.

Per questo riteniamo che a livello europeo vadano introdotte norme chiare che consentano di ottenere l’asilo e la protezione a chi, a causa di leggi fortemente discriminanti e basate su errate interpretazioni religiose, si trova oggettivamente in pericolo nel proprio Paese di origine. E’ chiaro che una tale richiesta coinvolgerebbe immancabilmente anche chi si dichiara omosessuale ma va detto che la difficoltà di dimostrare tale circostanza ne limita fortemente l’applicazione. Discorso diverso per le donne provenienti dai Paesi dove viene applicata la Sharia che , al contrario, si vedrebbero aperta una strada che in molti casi salverebbe loro la vita.

Una decisione in tal senso darebbe innanzi tutto un forte segnale ai Paesi che applicano rigorosamente la Sharia, andando molto oltre la semplice indignazione che emerge ogni volta che si viene a conoscenza di episodi di violenza e barbarie ai danni di donne che vivono in detti Paesi, ma soprattutto scatenerebbe una reazione a catena che potrebbe portare le donne musulmane a prendere coscienza dei loro Diritti e a chiedere con forza il loro rispetto.

Per questo nei prossimi giorni in collaborazione con diversi europarlamentari presenteremo una proposta volta a rendere più agevole il riconoscimento del Diritto di Asilo a quelle donne che provengono da quei paesi dove viene applicata la Sharia, paesi come l’Iran, l’Arabia Saudita e tanti altri che fino ad oggi si sono nascosti dietro al dito del rispetto della religione, un rispetto che però calpesta palesemente il Diritto delle persone, il quale non può essere in nessun caso prevaricato.

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giovedì 21 febbraio 2008

Gay africani e arabi si dichiarano, ma online.

(Andrew Heavens - Reuters Italia) Quando Alì ha cominciato a scrivere sul blog che è sudanese e gay, non si è reso conto che andava ad aggiungersi a tutta una serie di omosessuali africani e mediorientali che, di fronte all'ostilità e alla repressione, hanno dichiarato i propri orientamenti sessuali online.

Ma nel giro di pochi giorni al suo blog, black-gay-arab.blogspot.com, hanno iniziato a giungere diversi messaggi.
"Continua così", ha scritto da Dubai il blogger 'Gay by nature'. "Sii fiero e blogga nel modo in cui sei", scrive il kuwaitiano 'ayboyweekly'. A seguire, commenti post e link almeno metà dei quali da paesi della Lega Araba, tra cui Egitto, Algeria, Bahrain e Marocco.
Alì, che indica come propria città Khartoum ma vive in Qatar, è finito in una piccola rete di auto-sostegno di persone che hanno aperto siti web sulla propria sessualità, pur mantenendo segreta la propria identità.
La cautela è cruciale: gli atti omosessuali sono illegali nella maggior parte dei paesi africani e in Medio Oriente, con pene che vanno da diversi anni di prigione alla morte.
"L'idea era partita come un diario. Volevo scrivere quello che ho in testa e in gran parte sull'omosessualità", ha detto Alì a Reuters via e-mail. "A dire il vero, non mi aspettavo tante risposte".
Nel clima attuale, i blogger dicono di aver raggiunto un grande risultato anche solo dichiarando la propria nazionalità e l'orientamento sessuale.
"Se non avete mai sentito o visto dei gay in Sudan allora permettetemi di dirvi che 'Voi non vivete nel mondo reale'", ha scritto Alì in un messaggio ad altri blogger sudanesi. "Sono sudanese e anche un gay fiero".
I sentimenti di Alì trovano eco in un mini-manifesto sul blog "Rants and raves of a Kenyan gay man" (Deliri e farneticazioni di un gay keniota) che sentenzia: "Il gay keniota è un mito e potresti non incontrarne mai uno in vita tua. Comunque, io e molti altri esistiamo; solo, non apertamente. Questo blog è stato creato per consentire l'accesso alla mia psiche, che rappresento migliaia di noi che non siamo rappresentati".

NOTIZIE E ABUSI
Questa forma limitata di coming out, di dichiarasi omosessuali, è valsa ai blogger sia abusi che critiche attraverso i commenti ai loro blog o messaggi di posta elettronica.
Alcuni dei blogger usano il diario in rete per condividere le gioie e i dolori della vita da gay - il dilemma se dichiararsi ai propri amici e genitori, i rischi di incontrarsi in noti bar gay o, secondo il blogger "...and then God created Men!" le gioie di Sharm el-Sheikh, noto luogo di villeggiatura in Egitto .
Altri hanno trasformato i loro blog in notiziari, specializzandosi su notizie di persecuzioni contro omosessuali nella loro zona ma anche all'estero. Il blog GayUganda ha scritto dell'arresto di gay in Senegal questo mese. A gennaio, Blackgayarab ha pubblicato video di presunti abusi della polizia in Iraq.
Il keniota "Rants and Raves" ha scritto che persone gay sono bersagli della violenza elettorale in Kenya, mentre il blogger Gukira ha parlato delle presunte violenze sessuali contro ragazzi nel corso degli scontri. Afriboy ha organizzato un'asta delle sue opere d'arte erotiche per raccogliere fondi che servano ad "aiutare la mia comunità in Kenya".
C'è stato anche un vasto dibattito sulle dichiarazioni del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad del settembre scorso sull'omosessualità nel suo paese.
Il numero totale di blogger gay nella regione è ancora relativamente piccolo, secondo i pochi siti web che monitorano la scena.
"C'è un certo numero di persone della comunità (omosessuale) che bloggano sia dall'Africa che dall'estero, ma è ancora abbastanza sporadico", dice il blogger nigeriano Sokari Ekine, che gestisce un elenco di blog lesbici, gay, bisessuali e transgender sul proprio sito web Black Looks.

MODI PER INCONTRARSI
Sacche di gay che usano i blog cominciano a emergere qui e lì.
Ci sono blog che fanno da ponte nel mondo che parla arabo tra il Marocco e gli Emirati Arabi Uniti. C'è un circolo di auto-assistenza di blogger gay in Kenya e Uganda e un pugno di siti gestiti da gay nigeriani.
Poi c'è il Sud Africa, dove il riconoscimento costituzionale dei diritti degli omosessuali ha incoraggiato molti blogger a dichiararsi apertamente.
"Non preservo affatto il mio anonimato. Abbraccio la nostra costituzione, che ci dà il diritto di libertà di parola... Non c'è niente di sbagliato in quello che sto facendo", dice Matuba Mahlatjie, del blog My Haven.
Oltre la blogosfera, le chat room su Internet e i siti comunitari sono spesso uno dei metodi più sicuri per i gay africani e arabi di incontrarsi, lontano dallo sguardo di una società ostile.
"E' quello che facevo all'inizio, voglio dire: cercavo altri finché non li ho trovati", dice Gug, l'autore del blog GayUganda.
"Oh sì, amo la Rete, e penso sia uno strumento che ha fatto uscire noi gay ugandesi e africani dai nostri villaggi e ci ha fatto capire che l'omofobia del parroco non è una opinione universale. Sorpresa!".

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lunedì 18 febbraio 2008

Iran: Radicali chiedono incontro ad Ambasciatore Roma su gay condannati.

(Ansa) Un incontro urgente ad Abolfazl Zohrevand, ambasciatore iraniano in Italia, per discutere del caso dei due ragazzi condannati a morte in Iran perché omosessuali. E' quanto ha chiesto con una lettera al diplomatico iraniano il Gruppo EveryOne. Un'iniziativa alla quale hanno aderito il Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito assieme a Nessuno Tocchi Caino.
“Continua – si legge infatti in una nota dei Radicali – la mobilitazione internazionale per salvare i due ragazzi condannati a morte in Iran perché omosessuali. In pochi giorni oltre 12.500 persone hanno sottoscritto la petizione (www.petitiononline.com/irangay) rivolta alle autorità iraniane per salvare la vita di Hamzeh Chavi e Loghman Hamzehpour. I due ragazzi, di 18 e 19 anni sono stati arrestati a Sardasht, nell'Azerbaijan Iraniano, lo scorso 23 gennaio, con le accuse di "mohareb" e "lavat" (essere nemici di Allah e sodomia); hanno confessato, sotto tortura, di amarsi e rischiano ora la pena di morte”.
“Il Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito con Nessuno Tocchi Caino aderisce all’iniziativa del Gruppo EveryOne che ha indirizzato una lettera ad Abolfazl Zohrevand, Ambasciatore in Italia della Repubblica Islamica dell'Iran, in cui si chiede un incontro urgente per discutere del caso dei due giovani, che sta suscitando clamore in tutto il mondo, e – conclude la nota – della preoccupante situazione sulla violazione dei diritti umani in corso nel Paese”.

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domenica 17 febbraio 2008

Giamaica, attivisti gay chiedono asilo politico in Canada

Sono attivisti del gruppo J-Flag.
Hanno chiesto rifugio e asilo in Canada. Sono alcuni attivisti del J-Flag Jamaica's Forum for Lesbians, All-Sexuals and Gays. Gareth Henry, che parlò al Gay Pride di Londra dello scorso anno ha dichiarato alla rete CBC News che tredici suoi amici sono stati uccisi nell'ultimo anno. La situazione delle persone omosessuali in Giamaica è sempre più drammatica. La feroce omofobia dei cittadini del paese rende praticamente impossibile una normale esistenza, come è anche testimoniato anche dalle canzoni di alcuni rapper giamaicani che inviatno apertamente e uccidere gli omosessuali e come denunciato più volte dalle organizzazioni Internazionali per la difesa dei Diritti Umani. Il sesso tra uomini è illegale per la legislazione giamaicana e può portare a condanne fino a dieci anni e ai lavori forzati.

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lunedì 28 gennaio 2008

Nordafricano chiede asilo in Friuli perchè gay.

Venne violentato da bambino. È riuscito ad accettare la propria omosessualità dopo l’incontro con una psicologa - Se rientrasse nel suo Paese, che applica la legge musulmana, dovrebbe scontare il carcere.

(Il Gazzettino) Corre il rischio di finire nelle galere del suo Paese per anni, sottoposto al lubidrio, alle vessazioni, alle violenze, perchè omosessuale, un nordafricano che ormai da vent'anni vive in Italia, dove giunse ragazzino, e attualmente si trova in provincia di Udine. La battaglia legale che lo vede protagonista non ha precedenti. Il suo avvocato - che appartiene al foro di Udine e resta anonimo per non svelare l'identità del cliente -, ha impugnato il decreto di espulsione emesso nel dicembre scorso dal Prefetto di Trieste che contiene l'ordine di lasciare il territorio nazionale e l'udienza è ormai imminente. Sul piano legale ci si richiamerà alla recentissima sentenza della Cassazione depositata il 18 gennaio 2008 che ha precisato in che contesto possa essere assolto lo straniero che non rispetti l'ordine di allontanamento perchè omosessuale: occorre che la tendenza sessuale sia punita dal codice nel suo Paese e va accertata la cittadinanza.

L'uomo ha domandato per due volte asilo politico.

Al chiuso dello studio legale ripercorre le tappe della sua vita segnata, già in tenera età, da una violenza sessuale. Non l'unica perchè quando il suo orientamento sessuale divenne noto, a 16 anni, venne nuovamente stuprato da connazionali che in quel modo intendevano dargli "una lezione". Orrore su orrore. Intanto lui non comprendeva se stesso, viveva come una foglia al vento.

Lavorava in agricoltura in Meridione, in seguito trovò posto in Friuli come operaio. Ma i rapporti con i connazionali si mantenevano difficili e persino la sua famiglia, quando le voci arrivarono fino a casa, lo respinse.

Cercò rifugio nell'alcol, si ridusse a cercare incontri anche mercenari. «Non si può immaginare come si vive...tutti ti usano e tutti di condannano» mormora.

E commise degli errori, anche gravi, a causa del conflitto interiore che viveva e dell'abuso alcolico, che gli costarono la perdita della libertà. Ma proprio in carcere iniziò un nuovo percorso grazie all'incontro con uno psicologo e un pastore. «Ho scoperto la vita in carcere. Ho capito che sono omosessuale e che non devo scappare via. Voglio vivere».

Ha rinunciato al bicchiere (prosegue il trattamento per non ricascarci) e ha cercato conforto nella religione.

«Io ho bisogno di potermi rivolgere a Dio e di essere accettato - spiega -. Ma mi è proibito entrare in moschea, in cimitero, stare vicino a una persona deceduta...mi cacciano via».

«Il rischio insito nel ritorno in Patria dell'uomo non è solo quello di essere perseguitato (nel caso addirittura perseguitato penalmente) nel proprio Paese, quanto quello di veder compresso fino alla soppressione un diritto che la nostra stessa Costituzione riconosce inviolabile, vale a dire quello alla manifestazione e promozione della personalità umana di cui all'articolo 2 della Carta» rileva l'avvocato.

E sottolinea un punto: «Un ordinamento è davvero coerente con i principi di uguaglianza e tutela delle libertà e dei diritti riconosciuti in quanto riesca a garantirli non solo al soggetto irreprensibile ma anche e soprattutto a chi ha sbagliato».

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sabato 26 gennaio 2008

Il giorno della memoria: perché non allargarlo?

(Agenzia radicale) Cos'è il genocidio? E' la eliminazione razziale, politica e culturale di un gruppo, tesa ad eliminarne la lingua, la religione, le tradizioni.Il Dizionario di Politica dell'Utet (1983) a pagina 465 offre una definizione più ampia e precisa, riportando l'articolo 2 della Convenzione delle Nazioni Unite, approvata il 9 dicembre 1948 dall'Assemblea generale.

I casi di genocidio sono:

  1. uccisione di membri del gruppo;
  2. attentato grave all'integrità fisica o mentale dei membri del gruppo;
  3. sottomissione intenzionale del gruppo a condizioni di esistenza dirette a provocare la sua distruzione fisica totale o parziale;
  4. misure tendenti a impedire le nascite nell'ambito del gruppo;
  5. trasferimento forzato di fanciulli di un gruppo in un altro gruppo.

Alla luce di tali indicazioni, si possono riscontrare tantissimi genocidi nelle due variabili di spazio e tempo.

I più vicini a noi si sono verificati nella vecchia Jugoslavia con le pulizie etniche.

Oltre ai lager hitleriani ci furono i gulag staliniani, dove milioni di deportati trovarono la morte. Spesso erano intere popolazioni non gradite ai capi di turno.

Si affollano tanti e tanti momenti della nostra storia e appaiono uomini e donne atterriti, ragazzi che piangono, implorano.

Culture calpestate senza alcun motivo o per biechi interessi.

Sono interi popoli, continenti che dovrebbero alzare la loro voce e farsi ricordare.

Allora in questa ottica il giorno della memoria dovrebbe essere dedicato ai genocidi di tutti i tempi.

Potrebbe essere, quel giorno, un momento di riflessione per tutto il nostro passato, troppo spesso macchiato di sangue innocente.

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sabato 19 gennaio 2008

"Immigrato gay, può restare se a casa rischia persecuzioni".

Sentenza della Cassazione, la Cdl protesta.
Ma il senatore leghista Polledri approva: giusto sottrarli alle leggi islamiche.

(Vladimiro Polchi - La Repubblica) Un immigrato omosessuale non può essere espulso dall´Italia, se nel Paese d´origine rischia la galera. E´ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, con la sentenza 2907.
Protagonista del caso, all´esame dalla I Sezione Penale, è un clandestino rimasto in Italia nonostante l´ordine d´espulsione. Il tribunale di Modena ha assolto il ragazzo perché nel suo Paese d´origine (Marocco) la sua omosessualità sarebbe oggetto di persecuzione. La Cassazione ha però accolto il ricorso del procuratore, perché i giudici modenesi non avrebbero adeguatamente dimostrato la nazionalità del ragazzo, né che in Marocco esistano davvero leggi che perseguitano i gay. Nel nuovo giudizio, il giudice dovrà ora verificare se «alla stregua del codice penale marocchino sia penalmente sanzionata l´omosessualità come pratica personale e non soltanto la manifestazione esteriore di impudicizia sessuale». In quest´ultimo caso, insiste la Cassazione, «non sussisterebbe il rischio grave e inaccettabile di persecuzione» tale da giustificare la disobbedienza all´ordine di allontanamento. Ciò detto, la Cassazione ribadisce comunque il principio che un immigrato espulso può rimanere in Italia, se è omosessuale e può essere penalmente perseguito nel suo Stato. Viene così avallata un pratica ormai comune tra le 7 commissioni territoriali per il riconoscimento dello status di rifugiato, che da tempo contemplano l´omosessualità tra le ragioni di concessioni di un permesso di soggiorno per ragioni umanitarie.

La sentenza degli ermellini non piace però al centrodestra, che si affretta a criticarla. Secondo Luca Volontè (Udc), «dopo la sentenza basterà dichiarare di essere gay per evitare l´espulsione». Fuori dal coro dell´opposizione il senatore leghista Massimo Polledri, per il quale la decisione «è legittima perché nei paesi islamici i gay sono perseguitati». Tira un sospiro di sollievo il ministro Barbara Pollastrini: «E´ una sentenza saggia e coerente con la normativa europea recepita dal Parlamento italiano». Soddisfatta l´Arcigay, perché si rende giustizia ai «perseguitati».

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venerdì 18 gennaio 2008

Per la cassazione un perseguitato gay nel suo paese può restare in Italia.

Anche se espulso, ma solo se omosessualità nel suo Stato è reato.

(Apcom) - La Cassazione spezza una lancia in favore dei diritti dei gay: gli extracomunitari espulsi e, nonostante questo, rimasti in Italia, non sono punibili penalmente a patto che nel loro paese l'omosessualità sia un reato e non "soltanto la manifestazione esteriore di impudicizia sessuale". E' quanto si evince dalla sentenza n. 2907 depositata oggi dalla prima sezione penale della Suprema Corte.
E' il caso di un marocchino che non aveva ottemperato all'ordine di allontanamento disposto dal questore perché, aveva detto, aveva paura di essere perseguitato nel suo paese a causa della sua omosessualità. Poi, aveva avuto guai con la giustizia in quanto aveva violato l'articolo 14 della Bossi-Fini rimanendo in Italia. Il Tribunale di Modena aveva deciso di assolverlo perché, aveva spiegato, "attese la condizione di omosessualità dell'imputato e la possibilità di essere perseguitato nel proprio paese - Marocco - avendo riguardo alla legislazione ivi vigente, sussistesse un giustificato motivo dell'inosservanza addebitata allo straniero".

Contro questa decisione ha fatto ricorso ai giudici del Palazzaccio la Procura di Bologna ottenendo una riapertura del caso (ricorso accolto con rinvio) per due motivi: i giudici emiliani, a parere del collegio di legittimità, non avevano accertato che il 35enne straniero fosse, non soltanto nato in Marocco, ma avesse la cittadinanza marocchina a tutti gli effetti. Non solo. Poi avrebbero dovuto accertarsi che in quello Stato l'omosessualità è un vero e proprio reato e comporta "il rischio di una grave persecuzione". Insomma, l'ordine di allontanamento del questore è inesigibile se "lo straniero sia cittadino del Marocco di guisa che, come tale, ed in ragione della propria appartenenza a comunità sociale e familiare, egli potrebbe fare ritorno soltanto in quel paese; che alla stregua della previsione del Codice penale di detto paese sia penalmente sanzionata proprio l'omosessualità come pratica personale e non soltanto la manifestazione esteriore di impudicizia sessuale". Insomma ora la Corte di Bologna dovrà valutare tutti questi elementi prima di decidere se giustificare o meno la violazione posta in essere al marocchino che, incurante dell'ordine del questore, è rimasto in Italia.

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domenica 23 dicembre 2007

La questione omosessuale in Bulgaria. L'80% dei bulgari hanno un'attitudine negativa verso gli omosessuali.

Sociologi dell'agenzia Skala hanno condotto una ricerca pubblicata il 20 dicembre in un seminario a Borovets, secondo la quale monta un'allarmante intolleranza verso le diverse etnie e quanti hanno orientamenti sessuali non-tradizionali

(Mahalla) [...] Secondo la ricerca [...], il 68% degli intervistati non solo sono a conoscenza della discriminazione etnica, ma l'accettano come qualcosa di normale, [...] anche da chi la subisce.

I ricercatori trovano che l'avversione etnica tra Turchi e Rom è più profonda, di quella tra i due gruppi e l'etnia Bulgara.

Il 39% dell'etnia Turca dice di aver subito discriminazioni, il 12,5% fisicamente ed il 17,3% psicologicamente.

D'altro canto, il 37,7% dell'etnia Turca non accetterebbe che i propri figli si sposassero con un Bulgaro/a, e fino al 70% non accetterebbe un matrimonio con un/a Rom. Il 36% dell'etnia Turca non vorrebbe lavorare nella stessa stanza di un Rom, il 34% dicono di non volere amici Rom, ed il 54,6% non vogliono mandare i loro figli a scuola con i Rom.

I Rom sono più negativi nella loro attitudine verso i Turchi che verso i Bulgari. Circa il 5% dei Rom non manderebbe i propri figli a scuola con i Bulgari, comparato al 27,6% che non li manderebbe a scuola con i Turchi. Oltre un quarto dei Rom non accetterebbero che i loro figli/e si sposassero con i Bulgari o i Turchi.

Oltre metà dei Rom dice di essere stato vittima di discriminazione motivata etnicamente, sino al 62% dice di incontrare regolarmente situazioni che violano i loro diritti.

Mentre l'83% degli intervistati pensa che i proprietari di edifici senza accesso facilitato per le disabilità dovrebbero essere sanzionati ed il 92% dice di non avere niente in contrario a lavorare nella stessa stanza di un disabile, solo l'11% accetterebbe che i suoi figli ne sposassero uno. Il 29% dice di non sapere come comunicare con persone con disabilità.

I sociologi dicono che la società bulgara mostra una forte omofobia. Circa l'80% dei Bulgari hanno un'attitudine negativa verso gli omosessuali, nel 53% estremamente negativa. Solo il 17% dice che potrebbero parlare tranquillamente con qualcuno che sanno essere omosessuale. Circa metà degli intervistati dicono di non volere lavorare nella stessa stanza di in omosessuale e tre quarti non vorrebbero averlo come amico. Il 70% non manderebbero i loro figli a scuola, se sapessero che l'insegnante è omosessuale. Metà dei Bulgari non accetterebbero un figlio omosessuale.

I ricercatori non hanno trovato discriminazione sul campo religioso, con l'eccezione dell'attitudine verso la chiesa evangelica, che, dicono, ha più carattere politico che religioso.

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giovedì 20 dicembre 2007

Usa: gli indiani Lakota "rompono" con il governo di Washington.

(Agenzia radicale) Gli indiani Lakota - una delle tribu' Sioux piu' leggendarie, che ha dato alla storia figure come Toro Seduto e Cavallo Pazzo - hanno stracciato i trattati con gli Stati Uniti. Una delegazione di leader indiani ha consegnato un messaggio al Dipartimento di Stato, annunciando la recessione unilaterale dgli accordi firmati con il governo federale, alcuni piu' di 150 anni fa: adesso quei trattati non sono altro "che parole senza senso su carta priva di valore", hanno denunciato i leader della tribu', in una conferenza stampa convocata per render noto il clamoroso gesto. Nel mirino le ripetute violazioni dei trattati, "per rubare la nostra cultura, le nostre terre e la nostra capacita' di mantenere il nostro stile di vita", ha denunciato Russel Means, uno dei piu' famosi attivisti indiani dei diritti umani. L'"annessione" della terra dei nativi indiani ha fatto si' che alcune delle tribu' piu' orgogliose della loro identita' siano diventate "facsmili dei bianchi". I territori Lakota spazionano in cinque Stati: Nebraska, South Dakota, North Dakota, Montana e Wyoming. "Non siamo piu' cittadini statunitensi e tutti coloro che vivono nell'area dei cinque Stati del nostro territorio sono liberi di unirsi a noi", ha continuato Russell Means, annunciando tra l'altro che, a coloro che rinunceranno alla nazionalita' statunitense, saranno consegnati nuovi passaporti e patenti di guida e, nella nuova entita' statale, non si dovranno piu' pagare le tasse. "Abbiamo 33 trattati con gli Stati Uniti che non sono stati rispettati", ha aggiunto Phyllis Young, colui che aiuto' a organizzare la prima conferenza sugli indigeni, a Ginevra nel 1977. I Lakota Sioux furono una delle piu' temibili tribu' di pellerossa, che con Sitting Bull (Toro Seduto) riuscirono a battere il generale Custer nella battaglia di little Big Horn, del 1876. Oggi pero' la media dei suicidi, tra gli adolescenti Lakota, e' 150 volte superiore a quella statunitense; la mortalita' infantile e' cinque volte piu' alta; e la disoccupazione e' una costante.

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lunedì 17 dicembre 2007

I giovani di Forza Italia e la libertà per gli studenti e gli omosessuali Iraniani.

(Sit tibi terra levis) Il 21 dicembre Forza Italia Giovani organizzerà una manifestazione su questo tema, caro alla coordinatrice nazionale Beatrice Lorenzin e a tutti noi degli esteri o interessati agli human rights. Molti non lo sanno, ma Forza Italia Giovani è impegnata anche su questo fronte… Riporto allora il comunicato stampa e un articolo interessante pubblicato su “L’Occidentale” sul tema: ovvero sulle terribili violazioni e repressioni che subiscono gli studenti iraniani tutti i giorni, senza che la comunità internazionale se ne renda più di tanto conto…

Beatrice Lorenzin, Coordinatore Nazionale di Forza Italia Giovani, in una nota dichiara:
“Ad un anno dalle contestazioni studentesche per la libertà di espressione in Iran continua la repressione sanguinaria del regime del Presidente Ahmadinejad.
Arrivano notizie terribili riguardo alla violazione dei diritti umani e civili degli studenti di Teheran, così come le persecuzioni nei confronti degli omosessuali che finiscono sul patibolo. Nei giorni scorsi altre 5 persone sono state arrestate.
I ragazzi continuano a sparire e soltanto le foto mostrate durante le manifestazioni non autorizzate danno un volto alla dissidenza iraniana.
I Giovani di Forza Italia e gli Studenti per la Libertà danno il loro sostegno a quanti in Iran stanno lottando per la conquista della libertà di espressione a rischio anche della propria vita.” “Bisogna aiutare i giovani iraniani a liberarsi degli ayatollah”

Di seguito L'Intervista ad Amir Abbas Fakhravar di Emiliano Stornelli:
"Tra i dissidenti che hanno animato la Conferenza di Roma “Fighting for Democracy in the Islamic World”, l’iraniano Amir Abbas Fakhravar è quello che più ha attirato l’attenzione dei media e di quanti hanno partecipato all’evento. Per la sua giovane età, 32 anni, e soprattutto per la sua vicenda personale: leader del movimento studentesco in lotta contro il regime degli ayatollah, è stato il primo prigioniero politico iraniano a subire la cosiddetta ‘tortura bianca’, una forma particolarmente efferata di tortura che lo ha costretto - per 222 giorni - in una cella acusticamente isolata, con fortissima illuminazione al neon costantemente accesa e disposta in modo da riflettere tremolante il color crema delle pareti. Privato pure del sonno, il cibo non era altro che riso, servito in piatti anch’essi bianchi. Eppure Amir Abbas è riuscito a sopravvivere e a riprendersi la libertà. Dopo essere entrato alla facoltà di legge, vincendo dal carcere il concorso d’ammissione, ha fatto perdere le sue tracce durante un permesso ottenuto per dare un esame. Le autorità gli hanno dato la caccia per dieci mesi, la polizia aveva persino l’ordine di sparare a vista contro di lui. Alla fine Amir Abbas ce l’ha fatta ed è riuscito a raggiungere gli Stati Uniti, da dove continua a combattere la teocrazia khomeinista, con l’obiettivo di unificare l’eterogenea opposizione iraniana per muoverla come un solo uomo contro il regime oppressore e sanguinario di Teheran. Nella sua testimonianza alla Conferenza di Roma ha spiegato come gli ayatollah, servendosi dell’istruzione pubblica, abbiano dato vita a un sistema educativo che fin dall’infanzia (de)forma le menti e i cuori degli iraniani all’odio verso l’Occidente, incarnato dagli Stati Uniti, gli ebrei e Israele.
Di questo ha parlato anche all’Occidentale. A quale dottrina si ispira il sistema educativo iraniano? Subito dopo la presa del potere nel 1979, Khomeini diede avviò alla cosiddetta ‘rivoluzione culturale’. Le università rimasero chiuse per quattro anni, il tempo di fare piazza pulita dell’educazione precedente, procedere al cambiamento degli insegnanti (molti dei quali furono espulsi o uccisi) e introdurre nuovi libri di testo. I nuovi libri erano pieni d’odio verso le altre religioni, quella ebraica in particolare, e l’odio nei confronti degli Stati Uniti e Israele era il nostro pane quotidiano. Molti libri si aprivano con la frase di Khomeini “il vero leader è il ragazzo di 12 anni che cinge attorno a sé una granata e con essa si fa esplodere. Sarà costui a bere il vino puro del paradiso”.
Quali erano i metodi d’insegnamento? La scuola elementare in Iran inizia a sette anni. Ricordo che dovevamo raderci a zero i capelli e che eravamo costretti ad indossare uniformi scure. Era proibito giocare, andare a scuola era come essere in una caserma militare. Dovevamo cantare “Morte all’America! Morte a Israele!”. Ogni giorno, in continuazione, i maestri ci ripetevano che gli Stati Uniti erano il ‘Grande Satana’ e li rappresentavano come una creatura malvagia, dalle unghie lunghe e insanguinate; un dracula dai denti affilati che indossava una bandiera a stelle e strisce. Ma noi non avevamo la minima idea di cosa fossero gli Stati Uniti. Ci dicevano che quella terribile creatura era assetata del sangue dei giovani, specie dei giovani iraniani. Anche gli ebrei erano dipinti come esseri dalla natura malvagia. Sui muri delle scuole c’era spesso scritto “Israele deve essere cancellata dalla carta geografica”.
Poi cos’è accaduto nelle università? Nei campus si diffuse la consapevolezza dell’inganno cui eravamo tutti sottoposti. Le domande, le richieste di chiarimenti, le nostre curiosità rimanevano tutte senza risposta. A quel punto, cominciammo a comunicare con l’esterno grazie a internet. Il potere magico di internet ci venne in soccorso, aiutandoci a capire che il mondo esterno non era quello che ci veniva descritto dalle autorità.
Quale fu il ruolo di internet nella contestazione al regime? Internet divenne un formidabile strumento di lotta contro il regime. Gli ayatollah non avevano ancora compreso le potenzialità di questo strumento cui gli studenti avevano accesso. I messaggi che circolavano nella rete non erano sottoposti al rigido sistema di filtri che c’è oggi. Capimmo allora di poter sfidare l’educazione fondamentalista e mettere il regime in difficoltà. Fu così che si costituì il movimento studentesco e iniziò la contestazione.
Perché la rivolta fallì? Era il 9 luglio del 1999. Frequentavo la scuola di medicina, ero in ospedale quando vidi un mio compagno volare giù dal tetto del palazzo della polizia; vidi poi altri amici e studenti arrestati. La rivolta durò sei giorni, potevamo davvero rovesciare il regime. Molti esponenti della teocrazia avevano già preparato la fuga, ma ci venne a mancare il supporto internazionale e quello dei mezzi di comunicazione: non riuscimmo a far sentire alla gente la nostra voce. Un anno dopo ero in carcere.
Il sistema educativo di oggi è cambiato? Sì, e in peggio. Con Ahmadinejad è iniziata la ‘nuova rivoluzione culturale’, su spinta del religioso Mesbahe Jazdi, mentore del presidente iraniano. Il lavaggio del cervello è diventato ancora più pericoloso che in passato. I nuovi libri elevano la cultura del martirio a cardine del sistema educativo. Considerando che il 75 per cento della popolazione è sotto i 35 anni e che gli studenti sono circa 20 milioni (2 milioni gli universitari), avremo una nazione popolata da potenziali terroristi suicidi. Questo è l’obiettivo del regime e se non verrà fermato lo raggiungerà. Il mondo libero deve intervenire per il bene dei giovani iraniani.
Che può fare la comunità internazionale per liberare l’Iran? Deve accrescere la pressione internazionale sul regime e deve dare maggiore sostegno all’opposizione interna. Le organizzazioni internazionali e i paesi democratici devono stringere la corda delle sanzioni politiche ed economiche, mentre i mezzi di comunicazione occidentali devono penetrare maggiormente in Iran, così da convincere la popolazione che è davvero possibile rovesciare il regime dall’interno."

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domenica 16 dicembre 2007

Luci al Colosseo per l'abolizione della pena di morte in New Jersey.

(06 blog) Il monumento certamente più caratteristico della Capitale verrà illuminato per celebrare la decisione da parte dello stato americano del New Jersey, di abolire la pena di morte. L’evento, che si ripete ogniqualvolta un paese decide di lasciarsi alle spalle la pena capitale, avverrà tra qualche giorno, quando la commutazione in carcere a vita, già approvata ieri dal Parlamento del New Jersey con 44 voti a favore e 36 contro, sarà firmata e ratificata dal Governatore Jon Corzine.

Tale decisione assume rilevanza storica: non c’era mai stato infatti un voto simile dal 1965, quando i due stati dell’Iowa e del West Virginia votarono per l’abolizione della pena di morte. Secondo gli analisti, la votazione del New Jersey va a rappresentare il fatto che la pubblica opinione negli Stati Uniti si stia indirizzando verso una completa abolizione della pena capitale.

link | Nessuno tocchi Caino

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