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giovedì 28 agosto 2008

In Iran continua la caccia agli omosessuali.

(dieu nous aime chretiens et gay| via Gionata.org tradotto da Domenico Afiero) In Iran , secondo la stampa, un tribunale della provincia dell’Azerbaijan orientale, nella parte del nord-ovest del Paese, ha condannato alla pena capitale quattro persone, di cui un minorenne 17enne, a causa di un sedicente stupro di un uomo. I quattro uomini , identificati con i loro nomi Hamid, Ebrahim, Mehdi e Mohammad, negano di aver stuprato Hojat, la vittima, e affermano che la polizia li ha forzati, sotto tortura, a rendere false deposizioni.
La sentenza deve ancora essere sottoposta all’approvazione finale della Corte suprema che generalmente conferma le condanne quando si tratta di omosessuali.

Gli accusati sono omosessuali e il pretesto di stupro giustifica gli arresti e le esecuzioni capitali dei gay da parte della polizia religiosa che applica la sharia, vale a dire la legge islamica che sanziona l’omosessualità con la morte. Una vera caccia ai gay è aperta in Iran , intensificandosi negli ultimi anni. L’Iran è un vero inferno per i gay.

Il Parlamento europeo, l’ONU, il premio Nobel per la Pace Chirine Ebadi e numerose organizzazioni internazionali dei diritti dell’uomo hanno chiesto al Presidente Mahmoud Ahmadinejad e al regime islamico di Teheran di porre fine alle esecuzioni di minori quando a quest’ultimi sono contestati dei capi di imputazione. Ma il tutto è rimasto lettera morta!

La condanna e l’esecuzione dei gay sono condannate da numerosi paesi, ma in pochi sono davvero pronti ad aiutare e ad accogliere i gay iraniani perseguitati. Come al solito, molte buone intenzioni e pochi fatti da parte dei politici!
Amnesty International afferma che le autorità iraniane hanno ucciso 317 persone nel 2007, piazzando l’Iran al secondo posto dei Paesi in cui la pena di morte, subito dopo la Cina, è maggiormente applicata.

Nel 2007 , da quello che si sa , 27 iraniani sono stati condannati a morte ed uccisi per reati legati all’omosessualità.Dall’inizio dell’anno 2008 , la stampa iraniana ha annunciato la condanna a morte di almeno 11 uomini per ‘stupro omosessuale ’. Ci si chiede: perché il solo fatto di amare in maniera diversa fa scattare così tanto odio? O Signore, abbi pietà di questi giovani gay iraniani!

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giovedì 12 giugno 2008

Iran: impiccato un minorenne.

(Agenzia radicale) Un diciassettenne è stato giustiziato per impiccagione nella prigione della città settentrionale di Sanandaj. Mohammad Hassanzadeh, nel 2006, aveva ucciso un ragazzino di 10 anni. Il ragazzo è stato impiccato nonostante le autorità giudiziarie iraniane avessero sollecitato il tribunale a cercare un accordo con la famiglia della vittima.

Secondo la 'sharia', i parenti possono accettare un risarcimento in denaro, il cosiddetto 'prezzo del sangue', e consentire che il responsabile della morte del loro congiunto sconti l'ergastolo. Amnesty International ha detto che l'esecuzione capitale del 17enne è "un'altra plateale violazione da parte delle autorità iraniane dei loro obblighi internazionali".
Secondo l'ultimo rapporto di Amnesty, nonostante Teheran abbia ratificato la Convenzione dei diritti del Fanciullo, nel 2007 l'Iran ha giustiziato almeno 8 persone con meno di 18 anni d'eta' al momento del reato.

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lunedì 2 giugno 2008

L’omofobo Ahmadinejad arriva a Roma. Gli omosessuali italiani contro i cappi in piazza di Teheran.

Nel regime khomeinista essere gay è un reato. Per sodomia si finisce sulla forca, 4000 esecuzioni dal 1980.
(Il Foglio) L’articolo 109 del codice penale iraniano condanna l’omosessualità. E per chi commette il “lavat” – il reato di sodomia – è prevista la morte, sebbene, come specifica un report del 2007 di Amnesty International, la decisione spetti “alla discrezione del giudice”. I magistrati di Teheran si sono dimostrati piuttosto inclini alla discrezionalità, ma a senso unico: dal 1980 a oggi circa quattromila “raguus”, gli effeminati, i “frocetti”, sono passati tra le mani impietose del boia. Un’attività trentennale di sterminio, scoperta solo negli ultimi dieci anni dall’opinione pubblica occidentale: la barbarie delle impiccagioni in piazza, delle torture praticate dalla “polizia morale” al fine di strappare una confessione: sono un “raguus” e pratico la sodomia. La confessione, estorta con la violenza, è la condizione necessaria – spiega una denuncia di Amnesty – per procedere con la condanna a morte.

Mahmud Ahmadinejad, il presidente iraniano che ospite alla Columbia University di New York l’anno scorso ha negato l’esistenza di omossessuali nel proprio paese – “da noi in Iran non c’è ne sono” – in soli tre anni si è distinto per ferocia. Due mesi dopo la visita di Ahmadinejad alla Columbia, in Iran è stato ucciso Makwan Moloudzadeh, un ragazzo di ventun’anni colpevole di aver avuto rapporti sessuali con un altro maschio. Una relazione consumata otto anni prima del processo, quando Makwan aveva solo tredici anni. E’ stato ucciso la mattina del 5 dicembre, a Kermanshah, lembo estremo dell’Iran, al confine con il Kurdistan, nella grande città aperta che gli imperatori dell’antica Persia avevano eletta capitale culturale dell’Impero. Appeso a una corda nel cortile della prigione, a sorpresa, quasi di nascosto, perché di solito le esecuzioni di omosessuali, al tempo di Ahmadinejad, avvengono in pubblico, per dare l’esempio. Anche per strada. Si viene scaricati di fretta da un pick up Ford, prostrati a terra da uomini incappucciati, e lapidati o impiccati sul posto.

E’ accaduto migliaia di volte – quattromila morti – dalla presa del potere dei khomeinisti a Teheran. Nel 2005, anno primo del governo Ahmadinejad, l’opinione pubblica mondiale è rimasta inorridita dalle foto di due ragazzini, di diciotto e sedici anni, appesi al cappio, sulla piazza di Mashhad, la città santuario degli sciiti; due bambini colpevoli anche loro, perché sodomiti, omosessuali. Si chiamavano Mahmoud Asgari e Ayaz Marhoni, erano noti in città per i loro gusti “anomali”, così quando una sera sono scomparsi, arrestati dalla polizia morale, dalla guardia dell’ortodossia, nessuno si è scomposto. Condannati alla frusta – duecentoventotto colpi si racconta – i due ragazzi hanno trascorso quattordici mesi in prigione, prima d’essere ammazzati. Le foto dei loro corpi senza vita hanno fatto il giro del mondo, sgomento. Il governo olandese annunciò la sospensione d’urgenza dei rimpatri di cittadini iraniani illegalmente immigrati e modificò le norme di asilo, estendendo tra le motivazioni politiche e razziali, nel caso dei migranti iraniani, anche l’omosessualità.

Per ridurre le critiche, il governo di Ahmadinejad – raccontano gli operatori umanitari – spesso affianca al reato di omosessualità delle accuse diverse, come il furto o lo stupro, immaginando così di rendere più accettabile all’occidente la condanna a morte dei “raguus”. Dal 2005 il regime è anche più attento a che le foto degli impiccati non escano dal paese. “Forse quando Ahmadinejad dice che in Iran non ci sono omosessuali, crede di dire la verità – sostiene Franco Grillini, leader morale dell’Arcigay – Hanno avvilito migliaia di esseri umani, al punto da costringerli a nascondersi, per evitare la morte”. Quando i giovani Mahmoud e Ayaz furono impiccati, in Italia, Grillini, presidente onorario dell’Arcigay e allora senatore dei Ds, presentò un’interpellanza parlamentare perché “di fronte all’enormità dell’omicidio omofobico non si può tacere”.

Così oggi, a pochi giorni dal previsto arrivo a Roma del presidente iraniano, Grillini non ha dubbi: “Non è il benvenuto, è un mostro come Mubutu, il sanguinario dittatore omofobo del Congo. Arriva nella settimana del Gay Pride – dice – e ci noterà, perché faremo una conferenza stampa, un presidio. Ci stiamo lavorando”. Le associazioni omosessuali organizzano una grande manifestazione con i Radicali, con in prima fila Sergio Rovasio, ma anche con cattolici, ebrei e dissidenti iraniani. “Una mobilitazione collettiva – racconta Anita Friedman, ideatrice dell’associazione ebraica Gerusalemme libera – che probabilmente confluirà con quella del Riformista, martedì 3 giugno alle ore 20 in piazza di Spagna. Sarà il nostro ‘non benvenuto’ ad Ahmadinejad”.

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giovedì 29 maggio 2008

Iran. Mahmud, l’incubo dei gay.

(Il Riformista) Fu travolgente il boato degli studenti alla Columbia University dopo che il presidente iraniano Ahmadinejad, a settembre dello scorso anno, pronunciò la ormai celebre frase: «In Iran non esistono omosessuali, noi non ne abbiamo». La comunità gay è invece presente in Iran e non se la passa affatto bene, isolata dalla società e dalla famiglia e perseguitata dal regime islamico. Si dice siano 4000 gli omosessuali impiccati negli ultimi trent’anni, molti di più sono stati sottoposti a pene detentive e corporali. Il discorso di Ahmadinejad però almeno un merito lo ha avuto: da allora, la questione omosessuale è diventata importante per i media quasi quanto il nucleare. Sui blog cominciano a circolare video e testimonianze con le prime denunce di chi vive l’omosessualità come un incubo. Nascondono la loro identità sessuale, la cancellano perché potrebbe rappresentare la loro fine. In molti casi si tratta di persone cresciute in famiglie religiose, nell’angoscia di rischiare di perdere tutto. Il dramma maggiore per loro è il non riuscire a creare comunità, il non avere modo di confrontarsi e solidarizzare. Il Parco Daneshjou è il grande punto d’incontro, il famoso Parco degli Studenti, in cui gli incontri sono quanto mai nascosti per sfuggire alle retate della Polizia Morale.

Il rischio è la condanna a morte per impiccagione. Il grande tabù da combattere è per il clero la non precisa identità sessuale. L’Islam non l’accetta, non si sfugge: o uomo o donna. Una storia accaduta nel 1975, letta su un blog iraniano, chiarisce i termini della questione. E quella di Fereidoon Malakara, un giovane ragazzo gay di Tehran che lavorava presso la tv iraniana. Era molto religioso e decise di scrivere a Khomeini, durante il suo esilio francese. L’Iman risponde. Lo invita a fare la scelta, a identificarsi completamente nel sesso femminile e per questo a coprirsi e a seguire tutti i dettami della religione coranica. Scoppia la rivoluzione nel ‘79 e Fereidoon perde il lavoro. Piomba nell’incubo ed è costretto a subire l’emissione forzata di ormoni maschili, così, gli dicono i medici, avrebbe superato il problema. Tramite conoscenze riesce a fissare un appuntamento con l’Iman, lo incontra, gli parla, gli chiede aiuto. Ed è allora che Khomeini, sorpreso dalla visione diretta delle sue caratteristiche femminili deciderà di emettere una fatwa, un comando religioso utilizzato per fissare o modificare una legge. Si sarebbero permessi i cambi di sesso.

Fereidoon Malakara diventa da allora Maryam Malakara, ora è una donna. Tornando all’oggi una buona notizia va comunque registrata. Mehdi Kazemi, che rischiava la pena di morte in Iran solo per il fatto di essere gay, ha ottenuto asilo nel Regno Unito. Per The Indipendent «è una buona notizia, ma non abbastanza buona». Il quotidiano britannico non nasconde l’indignazione per un caso che la giustizia ha saputo risolvere solo dopo due anni, con un provvedimento speciale, e che secondo il giornale avrebbe dovuto invece portare a una modifica delle leggi in materia. Il ventenne Kazemi era infatti giunto in Gran Bretagna nel 2005 e l’anno successivo aveva saputo dell’esecuzione del suo ex compagno, condannato a morte per il reato di sodomia. Era stato lui, prima di morire a fare il suo nome e Kazemi, per evitare il ritorno in Iran, inoltrò immediatamente domanda di asilo. «Un minuto prima studiavo ancora a Brighton e un minuto dopo mi hanno detto che era stato firmato l’ordine di espulsione - ha detto al giornale - Pensavo di essere a un passo dalla morte, mi avevano detto che avrei potuto fare appello solo dopo essere stato rimpatriato. Mi sono detto: è impossibile, chi presenterà appello? Il mio cadavere?».

La richiesta venne respinta dalle autorità britanniche sulla base del fatto che, pur ammettendo che l’Iran condanna a morte imputati omosessuali, non esiste alcuna repressione sistematica. Kazemi insomma sarebbe stato al sicuro se avesse esercitato discrezione riguardo al suo orientamento sessuale. Una scelta vergognosa per il celebre quotidiano londinese.

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sabato 15 marzo 2008

Una terribile crudeltà. Il giovane Gay iraniano chiede asilo a Londra e l'ex compagno è giustiziato a Teheran.

Appello al governo britannico del 19enne Seyed Mehdi Kazemi dopo che la sua richiesta d'asilo non è stata accolta. Bloccata per ora la sua espulsione.

(Quotidiano Nazionale) Seyed Mehdi Kazemi, il gay iraniano di 19 anni (nella foto) che rischia la pena di morte se torna nel suo Paese d'origine, non si sente sicuro e chiede maggiori garanzie al governo britannico che ha intanto bloccato la sua espulsione.

Come riporta oggi l'Independent, il giovane iraniano, la cui richiesta d'asilo non è stata accolta dalle autorità britanniche, ha detto ieri che si sentirà sicuro solo se il ministro dell'Interno britannico, Jacqui Smith, gli garantirà personalmente il diritto di restare in Gran Bretagna.

Parlando da un centro di accoglienza a Rotterdam, dove si trova attualmente, Kazemi ha detto di temere per il suo futuro. Il giovane si era recato in Olanda per chiedere asilo lì, ma un tribunale ha detto che ciò non gli è consentito. Solo grazie alle crescenti pressioni interne e internazionali il governo di Londra ha bloccato la sua espulsione in Iran, dove l'ex compagno di Kazemi è stato giustiziato per il reato di sodomia.

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venerdì 14 marzo 2008

Lotta di classe (omosessuale) a Teheran. I ricchi godono, per i poveri è un incubo.

(Francesco De Leo - Il Riformista) Si dice siano 4000 gli omosessuali impiccati o lapidati in Iran in questi trent'anni di Repubblica Islamica. «Non è vero! Semplicemente perché non esistono», fu la risposta del presidente Ahmadinejad a chi gli chiedeva di fermare queste atrocità in un pomeriggio americano alla Columbia University. Gli echi della vicenda di Seyed Mehdi Kazemi, che potrebbe essere estradato in Iran dove rischia l'esecuzione per il reato di lavat, sodomia, non interferiscono con la campagna elettorale e trovano poco spazio sul web. Se digiti "gay" su Google, ti viene fuori il segnale rosso di stop con la scritta la pagina richiesta è bloccata in base alle leggi della Repubblica Islamica. I blog, più difficili da controllare, riportano notizie della storia. Su quello del ventiduenne Babak, si legge: «Anche a me piace l'omosessualità e spero che un giorno sarà possibile viverla anche in Iran. Sostengo la causa di Mehdi».

«L'omosessualità in Iran è vissuta in due modi - ci dice Firouzeh Khosrovani, giovane documentarista iraniana appena rientrata da Roma per la presentazione del suo ultimo lavoro -Esistono due dimensioni totalmente differenti del fenomeno in Iran. C'è la condizione degli appartenenti all'alta società iraniana, che vivono la loro sessualità con tranquillità e divertimento. È il loro tenore di vita a permetterglielo, sono l'altro Iran, quello del nord di Teheran, grande vita, feste private, palestre da favola, ristoranti e auto di gran lusso. Per loro è tutto vissuto come un sogno, non hanno da nascondere nulla. Anzi è tendenza, fashion. Sono sempre in viaggio, hanno grande cultura e parlano più lingue. La comunità in cui vivono non interagisce con il regime, non ha bisogno di permessi, pratiche, uffici e burocrazia, anzi li protegge, isolandoli dai guai». È la Teheran privata che vive nel chiuso dei grandi appartenenti alle pendici dei Monti Alborz, che incontri al ristorante Boulevard, o al Monsun, se apprezzi la cucina asiatica. Ma in assoluto il posto più frequentato è il Sadaf, una palestra che trova eguali in Medio Oriente soltanto a Dubai, anni luce lontano dal Park Daneshjou, «l'altra dimensione di cui parlavo», racconta Firouzeh al Riformista. Questo è il posto frequentato da quelli per cui l'omosessualità è un incubo, «devono nascondere giocoforza la loro identità sessuale, cancellarla, potrebbe rappresentare la loro fine. In molti casi sono cresciuti in famiglie religiose, nell'angoscia di rischiare di perdere tutto. Il dramma maggiore per loro è che non riescono a creare comunità, non hanno modo di confrontarsi e solidarizzare». Conosce quel parco, Antonia Shoraka, critica cinematografica iraniana. «È all'incrocio tra le vie Enghelab e Hafez, dove dall'imbrunire ragazzi gay si prostituiscono. Molti di loro provengono dalla provincia di Teheran, allontanati dalle loro famiglie, vivono lì la loro disperazione. Ho conosciuto un ragazzo di Rasht, un centro vicino al Mar Caspio. Mi raccontava di aver cercato mille lavori diversi, di averne cominciati tanti, sempre abbandonati, perché denigrato e disprezzato per il solo fatto di essere gay. Nel parco tante volte - continua la Shoraka - il ragazzo era stato fermato e picchiato dalla Polizia Morale. Funziona così, se dai troppo nell'occhio ti arrestano, se eviti di metterti in mostra, tante volte ti tollerano».

L'avvocato Nasrin Sotoudeh difende i minorenni condannati a morte. Al telefono dal suo studio nel centro di Teheran, dice al Riformista: «L'essere gay di per sé non è un reato per la legislazione penale iraniana. Il problema è che quando sono scoperti nel praticare rapporti omosessuali, sono perseguiti nella stessa maniera di coloro che praticano rapporti extramatrimoniali con l'altro sesso. La differenza è nella pena. Gli omosessuali sono condannati a morte per impiccagione, gli adulteri alla lapidazione, chi fa sesso fuori dal matrimonio viene frustato». Le chiediamo se abbia mai difeso un omosessuale. «No, non mi è mai capitato. Però le dico, non avrei potuto comunque far molto. La legge islamica lascia poco spazio alla difesa. In presenza di testimone o dopo confessione, il gay sarebbe comunque condannato a morte. Non avrebbe via di scampo. L'unica arma in mano alla difesa è l'impossibile dimostrazione che il rapporto non sia stato consumato».

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martedì 11 marzo 2008

L'Olanda nega l'asilo al giovane gay che rischia la pena di morte.

(Adnkronos) Le autorita' olandesi hanno oggi comunicato a Seyed Medhi Kazemi, il ragazzo gay iraniano di 21 anni che rischia in Iran la pena di morte a causa della sua omosessualita', di aver respinto la sua richiesta di asilo. Entro 72 ore verra' quindi rimpatriato in Gran Bretagna dove e' quasi certa la sua deportazione in Iran. Medhi Kazemi e' finito nel mirino delle autorita' iraniane perche' il suo nome, insieme a quello di molti altri, era stato fatto dal suo ex compagno, torturato e poi giustiziato in Iran con l'accusa di sodomia. Secondo quanto si legge in una nota dei Radicali, domani l'assemblea del Parlamento europeo, su iniziativa dei deputati europei Marco Cappato e Marco Pannella, e grazie alla mobilitazione di altri 60 deputati europei, discutera' una risoluzione d'urgenza su questa vicenda. Nel testo si chiede che la Gran Bretagna applichi le direttive europee sul riconoscimento dello status di rifugiato alle persone che necessitano di protezione internazionale. Il Partito radicale nonviolento, Nessuno Tocchi Caino e l'Associazione radicale Certi Diritti, insieme al Gruppo Everyone, si stanno mobilitando in queste ore per scongiurare la deportazione in Iran di Medhi.

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venerdì 7 marzo 2008

Inghilterra. Negato l'asilo ad una lesbica iraniana. Dovrà rientrare in Iran dove rischia la morte.

Firmata petizione per salvare vita a 19enne gay iraniano.
In Gran Bretagna sono decine gli iraniani omosessuali che rischiano il rimpatrio in una nazione dove rischiano la morte.

(Apcom) Una lesbica iraniana, scappata in Gran Bretagna dopo che la sua partner è stata arrestata e condannata a morte, ha perso la sua battaglia: Londra le ha negato l'asilo e ora è costretta a rientrare in patria dove rischia la morte. L'Independent rende noto il caso dopo essersi mobilitato ieri, con un articolo a tutta pagina, per il 19enne gay iraniano che rischia l'estradizione dal Regno Unito e il rimpatrio in Iran dove, quasi sicuramente, sarà giustiziato per 'sodomia'.

L'ultimo caso riguarda Pegah Emambakhsh, 40 anni, scappata in Inghilterra nel 2005. La sua compagna, ora in in prigione, rischia la lapidazione. In Iran le lesbiche vengono punite con 100 frustrate ma al terzo arresto vengono giustiziate.

I due casi hanno scatenato proteste a livello internazionale e i rappresentanti per i diritti dei gay chiedono una moratoria per omosessuali e lesbiche iraniane che chiedono asilo a Londra. Oltre 60 parlamentari hanno firmato una petizione per chiedere al premier Gordon brown di revocare la decisione su Mehdi Kazemi, il 19enne iraniano, scappato in Olanda dopo il rifiuto dell'Home Office. I gruppi gay affermano che in Gran Bretagna sono decine gli iraniani omosessuali che rischiano il rimpatrio in una nazione dove saranno perseguitati.

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giovedì 6 marzo 2008

In Iran è condannato a morte. Estradizione gay, si mobilita l'Independent.

(Tiscali notizie) L'Independent si mobilita sul caso di Mehdi Kazemi, il 19enne gay iraniano che rischia l'estradizione nel Regno Unito per essere deportato in Iran e, quasi sicuramente, giustiziato per "sodomia". Il quotidiano britannico, da sempre in prima linea nella difesa dei diritti umani - da lì è partito il recente appello internazionale per salvare dalla condanna a morte il giornalista afgano Kambakhsh - dedica la prima pagina a quella che viene giudicata "una decisione di vita o di morte". Il titolo è in bella mostra sullo sfondo rosso sangue e la foto di un giovane con gli occhi bendati, in attesa dell'impiccagione: "Un giovane gay ha chiesto asilo in Inghilterra dopo che il suo fidanzato è stato giustiziato per omosessualità - si legge - allora perché il governo britannico è così determinato a rispedirlo a Teheran, dove rischia con ogni probabilità l'esecuzione?".

Il quotidiano ripercorre la vicenda di Kazemi, - Il giovane è "arrivato a Londra per imparare l'inglese nel 2004 e ha poi scoperto che il suo fidanzato era stato arrestato dalla polizia iraniana, accusato di sodomia e impiccato". In una telefonata con il padre rimasto in Iran, Kazemi apprende che prima dell'impiccagione nell'aprile 2006, il suo fidanzato sotto interrogatorio fece il suo nome fra i partner con cui aveva avuto rapporti. Temendo per la sua incolumità, Kazemi richiede quindi asilo nel Regno Unito, asilo che gli viene negato alla fine del 2007.

Si è rifugiato in Olanda ma è stato arrestato - "Terrorizzato dalla prospettiva di deportazione, il giovane iraniano ha fatto un tentativo disperato di evitare l'estradizione e ha lasciato il Regno Unito per l'Olanda, dov'è attualmente detenuto fra le proteste degli attivisti in difesa dei diritti umani" scrive l'Independent. Ieri, riferisce il giornale, Kazemi è apparso in tribunale per chiedere alle autorità dei Paesi Bassi di non estradarlo nel Regno Unito, da cui quasi di certo sarà rimpatriato in Iran.

Kazemi ha scritto al ministro dell'Interno, Jacqui Smith - "Non sono venuto nel Regno Unito per chiedere asilo. Ero venuto per studiare e poi fare ritorno nel mio paese. Ma negli ultimi mesi la mia situazione è cambiata. Le autorità iraniane hanno scoperto che sono omosessuale e mi stanno dando la caccia". "Non posso frenare la mia attrazione nei confronti degli uomini - ha sostenuto nella lettera - E' qualcosa con cui dovrò convivere per il resto della mia esistenza. Sono nato con queste emozioni, e non le posso cambiare, ma sfortunatamente non posso esprimere le mie emozioni in Iran. Se ci torno sarò condannato e giustiziato, proprio come il mio ex".

Il destino del giovane è ora appeso al verdetto della corte olandese - Stabilirà se dargli il permesso di chiedere asilo nei Paesi bassi o estradarlo nel Regno Unito. Il suo caso ha già scatenato le proteste dei principali gruppi internazionali per i diritti gay, e non solo. In Italia si sono mobilitati, in particolare, il Gruppo EveryOne e i Radicali. Stando alle ong iraniane sui diritti umani, oltre 4mila fra gay e lesbiche sono stati giustiziati dalla Rivoluzione islamica del 1979. L'ultimo caso di pena di morte imposta a un omosessuale ha riguardato un 21enne, Makwan Moloudzadeh, impiccato in dicembre dopo la condanna per sodomia, o 'lavat', che è una pena capitale per la legge iraniana. Dall'Home Office, denuncia l'Independent, ammettono che in Iran ci sono state esecuzioni di omosessuali ma, "senza motivo respingono l'accusa di una sistematica repressione di gay e lesbiche".

Il parere del governo britannico - Al momento nessuna dichiarazione ufficiale sui singoli casi, ma si limita a sottolineare il suo "impegno a fornire protezione agli individui per cui è dimostrabile un bisogno reale, in accordo con gli impegni derivanti dal diritto internazionale. Se la richiesta d'asilo è respinta, esiste il diritto di appello a un giudice indipendente, e il rimpatrio è previsto soltanto per coloro che, in base al processo di richiesta di asilo e ai tribunali indipendenti, non risultano avere bisogno della protezione internazionale".

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lunedì 25 febbraio 2008

Ragazzo gay iraniano rischia espulsione dall'Inghilterra all'Iran con il pericolo di essere condannato a morte.

Si chiama Seyed Mehdi Kazemi, ha poco meno di vent’anni ed è uno dei membri del Gruppo EveryOne. E’ un iraniano omosessuale che a novembre 2005 si è recato da Teheran a Londra per motivi di studio, e che è stato costretto a richiedere l’asilo come rifugiato all’Home Office del Regno Unito in seguito alla scoperta, da parte delle autorità iraniane, della sua relazione omosessuale con un altro ragazzo, già condannato a morte e giustiziato nell’aprile del 2006.

(ImgPress) Parham, il suo partner dall’età di 15 anni, era stato infatti arrestato dalla polizia di Teheran con la fatidica accusa di “lavat” (sodomia) dopo essere stato colto dalle autorità iraniane in compagnia di un altro ragazzo, mentre Medhi già soggiornava in Inghilterra e frequentava il college. Nel corso di un interrogatorio in carcere, Parham è stato costretto dai suoi aguzzini a riferire nomi e cognomi di tutti gli uomini con cui aveva intrattenuto relazioni, tra cui lo stesso Mehdi. La polizia iraniana si è già presentata a casa del padre di Mehdi, a Teheran, intimandogli la custodia del figlio per sottoporlo a giudizio. E’ di pochi mesi fa il verdetto negativo dell’Home Office Britannico, che ha respinto la richiesta d'asilo: Medhi dovrà essere re-impatriato nel suo Paese d’origine perché, secondo il Governo Britannico, non corre rischi di alcun tipo. Medhi è dunque fuggito clandestinamente dall’Inghilterra, intenzionato a raggiungere il Canada, ma è stato fermato dalla polizia di frontiera tedesca. Una volta ascoltata la sua storia, è stato mandato in Olanda (nota per concedere lo status di rifugiati ai gay iraniani), in consegna sempre alle forze di polizia. Tuttavia, il Regno Unito ha presentato in questi giorni all’Olanda una richiesta formale di ripresa in consegna, secondo il Trattato di Dublino e secondo il regolamento CE 343/2003, di Mehdi, per poi provvedere alla sua deportazione in Iran.

Omar Kuddus, dell’associazione Gay Asylum UK, racconta al Gruppo EveryOne di aver ricevuto una telefonata da Mehdi il 18 febbraio scorso, nella quale il ragazzo lo ha informato che è già stato fissato il volo che martedì 26 febbraio lo riporterà in Inghilterra: partirà alle 8 del mattino (ora olandese) da Schiphol, l’aeroporto di Amsterdam, e arriverà a Heatrhrow, Londra, intorno alle 8.30 del mattino (ora inglese).

“Chiediamo una forte presa di posizione dell’Unione Europea, con un commissariamento nei confronti del Governo di Brown” dichiarano i leader del Gruppo EveryOne, che ha preso in consegna il caso, Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. “Il Regno Unito continua imperterrito nel violare le convenzioni internazionali sui diritti umani e sui diritti dei rifugiati, nonché le direttive e i regolamenti europei che disciplinano le richieste di asilo: lo ha fatto con la lesbica iraniana Pegah Emambakhsh, negandole lo status di rifugiata per non poter provare la sua omosessualità; lo ha ripetuto, appena un mese fa,” continuano “con la vergognosa deportazione nel Ghana di Ama Sumani, malata terminale di cancro che aveva chiesto disperatamente di potersi curare in Inghilterra, a causa dell’impossibilità di farlo nel suo Paese d’origine”.

Il Gruppo EveryOne chiede ufficialmente al Parlamento Europeo e all’Alto Commissario per i Rifugiati dell’ONU, António Guterres, di far sì che venga subito fermata la deportazione del ragazzo e venga concesso allo stesso, nell’immediato, lo status di rifugiato. E’ di appena il 31 gennaio scorso la presa di posizione della Commissione Europea, secondo cui “gli Stati membri non possono espellere o rifiutare lo status di rifugiato alle persone omosessuali senza tenere conto del loro orientamento sessuale, delle informazioni sulla relativa situazione nel paese di origine, ivi comprese le disposizioni legislative e regolamentari e il modo in cui sono applicate.

E’ ora che quanto espresso dalla Commissione europea divenga realtà” concludono i rappresentanti di EveryOne. “Invitiamo tutta la società civile a esprimere il proprio sdegno nei confronti dell’operato del Governo Britannico, che mina ai valori della libertà e della dignità stessa della persona”. La storia completa del giovane, nonché la sua testimonianza, inviata all'Iranian Queer Organization, sarà presto disponibile in italiano sul sito www.everyonegroup.com.

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lunedì 18 febbraio 2008

Iran: Radicali chiedono incontro ad Ambasciatore Roma su gay condannati.

(Ansa) Un incontro urgente ad Abolfazl Zohrevand, ambasciatore iraniano in Italia, per discutere del caso dei due ragazzi condannati a morte in Iran perché omosessuali. E' quanto ha chiesto con una lettera al diplomatico iraniano il Gruppo EveryOne. Un'iniziativa alla quale hanno aderito il Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito assieme a Nessuno Tocchi Caino.
“Continua – si legge infatti in una nota dei Radicali – la mobilitazione internazionale per salvare i due ragazzi condannati a morte in Iran perché omosessuali. In pochi giorni oltre 12.500 persone hanno sottoscritto la petizione (www.petitiononline.com/irangay) rivolta alle autorità iraniane per salvare la vita di Hamzeh Chavi e Loghman Hamzehpour. I due ragazzi, di 18 e 19 anni sono stati arrestati a Sardasht, nell'Azerbaijan Iraniano, lo scorso 23 gennaio, con le accuse di "mohareb" e "lavat" (essere nemici di Allah e sodomia); hanno confessato, sotto tortura, di amarsi e rischiano ora la pena di morte”.
“Il Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito con Nessuno Tocchi Caino aderisce all’iniziativa del Gruppo EveryOne che ha indirizzato una lettera ad Abolfazl Zohrevand, Ambasciatore in Italia della Repubblica Islamica dell'Iran, in cui si chiede un incontro urgente per discutere del caso dei due giovani, che sta suscitando clamore in tutto il mondo, e – conclude la nota – della preoccupante situazione sulla violazione dei diritti umani in corso nel Paese”.

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mercoledì 6 febbraio 2008

Gay, Iran: Bene risoluzione parlamento europeo. Continua la raccolta delle firme per i due giovani gay condannati.

Gruppo Everyone: “ora Javier Solana chieda con coraggio la liberazione di Hamzeh e Loghman”.
Migliaia di firme alla petizione on line per salvare la vita ai due giovani iraniani arrestati per “lavat” e “mohareb”. Dopo l’approvazione della risoluzione del PE, everyone chiede maggiore coraggio all’europa.

(Liberoreporter) Il 31 gennaio 2008, anche come risposta alla “campagna per la vita in Iran” avviata dal Gruppo EveryOne, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione sostenuta da PPE/DE, PSE, ALDE e UEN sulle questioni relative alle attività nucleari e ai diritti umani in Iran. Il Parlamento ha espresso la propria «profonda preoccupazione» circa il deterioramento della situazione dei diritti umani nel Paese, «specialmente dalle elezioni presidenziali del giugno 2005». Ha chiesto quindi alle autorità iraniane di garantire a tutte le persone il diritto di esercitare i propri diritti civili e le libertà politiche. Più in particolare, il Parlamento ha condannato fermamente le sentenze capitali e le esecuzioni in Iran, in particolare quelle eseguite contro minorenni, e ha sollecitato le autorità iraniane a rispettare le garanzie normative riconosciute a livello internazionale per i minori. Ha invitato inoltre l'Iran ad applicare la risoluzione adottata recentemente in sede ONU sulla moratoria a tutte le esecuzioni, nonché a eliminare, de jure e de facto, tutte le forme di tortura e le altre forme di trattamento e di pene crudeli, disumane e degradanti (tra cui la fustigazione e l'amputazione), a rispettare il diritto a un giusto processo e a cessare l'impunità per le violazioni dei diritti umani.
“Un’ottimo passo dell’Europa” dichiarano i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau “ma è necessario fare di più. Ce lo impone la nostra coscienza civile, ce lo impongono le migliaia di vite in bilico per le decisioni di pochi fondamentalisti”.
Il Gruppo EveryOne chiede ufficialmente all’Alto Rappresentate per la politica estera e di sicurezza comune del PE, Javier Solana, di chiedere con coraggio ad Amadhinejad l’immediata scarcerazione di Hamzeh Chavi e Loghman Hamzehpour, i due ragazzi di 18 e 19 anni arrestati il 23 gennaio scorso a Sardasht, nell’Azerbaijan iraniano, accusati di “mohareb” (nemici di Allah) e “lavat” (sodomia), reati per i quali è prevista l’impiccagione. “Le vite di Hamzeh e Loghman non valgono più di quelle delle migliaia di dissidenti, prigionieri politici, giornalisti, attivisti, donne e uomini innocenti attualmente sotto tortura nelle carceri iraniane” dicono Malini, Pegoraro e Picciau “ma la liberazione dei due giovanissimi, divenuti un simbolo in tutto il mondo, costituirebbe un passo fondamentale per l’inizio di un dialogo con le autorità iraniane sul tema dei diritti umani. L’Europa” conclude EveryOne “deve trovare il coraggio di porre delle condizioni importanti per il proseguo delle trattative internazionali”.
Continua, nel frattempo, la petizione su www.petitiononline.com/irangay – che per il momento ha avuto oltre 8.000 sottoscrittori da tutto il mondo –, lanciata da EveryOne per evitare l’esecuzione dei due ragazzi e chiedere un intervento ufficiale dell’Alto Commissariato per le Nazioni Unite Louise Arbour.

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lunedì 4 febbraio 2008

Gay, Iran, Seimila firma per fermare la condanna a morte di Hamzeh e Loghman. Ne occorrono altre.

(Imgpress) La petizione lanciata dal Gruppo EveryOne per la vita di Hamzeh Chavi e Loghman Hamzehpour (www.petitiononline.com/irangay), i due ragazzi di 18 e 19 anni arrestati a Sardasht, nell'Azerbaijan iraniano, il 23 gennaio scorso con le accuse di “Mohareb” (nemici di Allah) e “lavat” (sodomia) – reati per i quali, secondo il codice penale iraniano, è prevista la pena di morte –, ha raggiunto in pochi giorni oltre 6.000 firmatari da tutto il mondo. La mobilitazione, sostenuta anche da Nessuno Tocchi Caino e dal Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito, cresce di minuto in minuto, raggiungendo media, blog e siti web di tutto il mondo. “Ci auguriamo” dicono i leader di EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau “che le Nazioni Unite si mobilitino quanto prima per evitare un’ennesima tragedia. La vita di Hamzeh e Loghman è in bilico, e la probabilità della loro salvezza è minima. Tuttavia” tengono a precisare gli attivisti “la vicenda di Hamzeh e Loghman non deve passare inosservata. Il regime di Ahmadinejad ha già oppresso troppe vittime innocenti: dissidenti, omosessuali, giornalisti alla ricerca della verità, attivisti per i diritti umani, uomini e donne, ragazzi e ragazze, accusati di reati assurdi e usati come capri espiatori di una follia fondamentalista”. E’ di ieri la notizia (fonte agenzia iraniana Irna) che il capo supremo della magistratura iraniana, l'ayatollah Mahmoud Hashemi – destinario anche lui delle petizione del Gruppo EveryOne – ha stabilito tramite decreto che le esecuzioni in Iran non si terranno più pubblicamente. Il decreto prevede inoltre la messa al bando della pubblicazione di fotografie e della trasmissione di immagini relative alle esecuzioni. Il Gruppo EveryOne chiede aiuto ai media nazionali e internazionali affinché diffondano le voci della verità, della libertà, della pace e della giustizia, condannando apertamente le azioni repressive perpetrate dalla Repubblica Islamica dell’Iran, che si configurano ogni giorno di più come un crimine contro l’umanità di proporzioni incalcolabili. “Ci affidiamo all’Alto Commissario per i Diritti Umani Louise Arbour,” concludono i rappresentanti del Gruppo “alla sua sensibilità e al suo senso di giustizia, affinché vengano espresse indignazione e una dura condanna internazionale per quanto sta accadendo”.

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venerdì 1 febbraio 2008

Petizione per la vita di Hamzeh e Loghman: due giovani gay che si amano e rischiano la condanna a morte in Iran.

E non dimentichiamoci di Pegah: il Regno Unito potrebbe consegnarla al boia.

La Repubblica Islamica dell'Iran perseguita gli omosessuali, i dissidenti e i liberi pensatori, attuando nei loro confronti una politica criminale. Le relazioni omosessuali in Iran sono considerate un crimine passibile di sadiche punizioni corporali e della pena di morte.

Il 23 gennaio 2008 Hamzeh Chavi e Loghman Hamzehpour, due ragazzi gay di appena 18 e 19 anni, sono stati arrestati a Sardasht, nell'Azerbaijan iraniano. Le autorità usano metodi di tortura fisica e psicologica per ottenere le confessioni delle persone che cadono nelle loro mani, e i due giovani hanno ammesso di amarsi, di avere una relazione sentimentale. La loro confessione è bastata perché il tribunale islamico li rinviasse a giudizio con due accuse gravissime: Mohareb, il reato di chi è "nemico di Allah" e Lavat, sodomia.
Il codice penale iraniano prevede la forca per gli omosessuali, che sono considerati "nemici di Allah". In Iran esistono tuttavia anche personalità politiche e religiose moderate, che vorrebbero cambiare le cose ed evitare che tanti innocenti perdano la vita. Il popolo iraniano per la maggior parte è contrario all'orrore delle condanne alla forca e alla lapidazione; solo pochi fondamentalisti ritengono che tortura e fustigazione siano strumenti leciti. I movimenti clandestini per i diritti umani si battono con eroismo contro queste pratiche barbariche e a rischio delle loro vite cercano di costruire un Iran migliore, in cui le minoranze siano rispettate e la vita umana torni a essere un valore. Migliaia di islamici ritengono che Allah sia un Dio d'amore e che la pena di morte e le punizioni corporali crudeli siano crimini contro l'umanità. Ricordiamo che il 5 dicembre 2007 un ragazzo iraniano innocente fu martirizzato dal regime di Teheran e quindi assassinato sulla forca.

Da tutto il mondo, in risposta alla campagna per la vita di Makwan Moloudzadeh avviata dal Gruppo EveryOne, migliaia di islamici, cristiani, induisti, buddisti e laici avevano inviato fiori rossi e bianchi al presidente Ahmadinejad e ai giudici dell'Iran: rossi, perché non fosse versato sangue innocente; bianchi per supplicare i carnefici di risparmiare la vita di un altro condannato senza alcuna colpa. Una grande campagna internazionale che è servita solo a ritardare un'esecuzione già decisa. Così Makwan è oggi il simbolo del martirio di tanti innocenti, vittime di un regime spietato. Ricordiamo che anche Pegah Emambakhsh, lesbica iraniana che si trova attualmente nel Regno Unito, in attesa del giudizio in appello, rischia di essere deporata in Iran, verso la tortura e la lapidazione. Il Gruppo EveryOne ha ricevuto notizie poco confortanti dal Regno Unito, dove la Corte d'Appello è orientata a non concedere asilo all'iraniana, in spregio a tutte le Convenzioni internazionali. Pegah è annientata dall'atteggiamento del governo inglese e ci ha comunicato di essere stanca di lottare, di non voler più apparire sulle pagine dei giornali, di non credere più a quela che Anne Frank definì "l'intima bontà dell'uomo".

Dobbiamo rispettare la volontà di Pegah, ma dobbiamo essere pronti a dire no al governo del Regno Unito, che ha abbandonato la via del rispetto dei diritti delle donne, degli omosessuali, dei rifugiati. Dobbiamo essere pronti a sollevare un coro di proteste, in tutto il mondo, per fermare la mano del boia e dei suoi complici. Ecco perché vi invitiamo a dedicare a questa petizione qualche minuto del vostro tempo; aderite con la vostra firma e poi inviate una protesta a tutti gli indirizzi indicati qui sotto, perché molte vite umane e il concetto stesso di giustizia, il valore stesso dei Diritti Umani, sono in gioco.

PetitionOnline
Fai clic qui per firmare
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Per sostenere la petizione e protestare contro queste gravissime violazioni dei diritti umani, ti preghiamo di inviare e-mail e, ove possibile, fax di protesta a:

dr-ahmadinejad@president.ir
info@dadgostary-tehran.ir
infoDesk@ohchr.org
iranembassy@hotmail.com
info@iran-embassy.org.uk

Ambasciata iraniana in Italia
00162 Roma (RM)
Via Nomentana, 361
06 86328493
06 86391029

Iranian Ambassador
Embassy of Iran
16 Prince’s Gate
London SW7 1PT
info@iran-embassy.org.uk
Tel: 020 7225 3000
Fax: 020 7589 4440

Per sostenere la campagna di concessione dell’asilo a Pegah Emambakhsh, invia anche un’e-mail di protesta a:

smithjj@parliament.uk
public.enquiries@homeoffice.gsi.gov.uk
asylum@iglhrc.org

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mercoledì 30 gennaio 2008

Il caso della lesbica Pegah Emambakhsh: Il Governo Britannico ci spiega le sue verità.

(Miriam Bolaffi - Secondo protocollo) Ricorderete tutti la storia di Pegah Emambakhsh, la presunta lesbica iraniana la cui storia ha tenuto tutti con il fiato sospeso per diversi giorni lo scorso mese di agosto, quando la Gran Bretagna intendeva deportarla in Iran nonostante rischiasse la pena di morte per lapidazione.

Allora il web fu un’esplosione di solidarietà verso questa fragile donna iraniana. Ci furono petizioni, migliaia di mail furono spedite al Foreign Office, gruppi per la difesa dei diritti umani si mobilitarono in massa per far si che non venisse deportata. Persino il Governo italiano e molti politici si mossero, dando la disponibilità ad ospitare Pegah nel caso la Gran Bretagna avesse continuato con l’intenzione di deportarla.

Tutte queste pressioni portarono all’ultimo secondo alla momentanea scarcerazione di Pegah e di conseguenza allontanarono lo spettro della deportazione, questo in attesa che un tribunale rivedesse la sua posizione di “richiedente asilo” e soprattutto che rivedesse le motivazioni che la spingevano a tale richiesta.

Di Pegah non se ne è più parlato, forse anche per espresso volere della ragazza o delle autorità britanniche che in attesa di giudizio avrebbero preferito il silenzio sulla vicenda, questo fino a oggi, fino a quando cioè sono tornate alla ribalta voci non verificate riguardanti la deportazione di Pegah.

Allarmati da queste voci abbiamo chiesto, per correttezza e prima di tutti, informazioni all’associazione inglese che all’epoca si era interessata alla ragazza iraniana dando nel contempo, come allora, la nostra completa disponibilità nel caso queste voci fossero risultate vere. Dopo due settimane non è arrivata nessuna risposta se non qualche scaribarile in merito a chi fosse la persona che curava gli interessi di Pegah. Un vero mistero. Eppure crediamo fermamente che il bene di Pegah vada oltre qualsiasi protagonismo o interesse personale.

Partendo da questo presupposto ci siamo quindi attivati attraverso alcune conoscenze iraniane in Gran Bretagna e soprattutto attraverso un contatto diretto con il Foreign Office Britannico. Per la verità non ci aspettavamo alcuna risposta dai britannici, invece con nostro estremo stupore abbiamo trovato alcune persone molto collaborative che ci hanno spiegato con chiarezza l’attuale situazione di Pegah Emambakhsh.

Innanzi tutto va detto che la prima richiesta di asilo, basata esclusivamente sul fatto che la ragazza fosse omosessuale, era fondamentalmente sbagliata, non tanto per il fatto in se, quanto piuttosto perché la legge internazionale impone al richiedente asilo di dimostrare con chiarezza il motivo per cui detto asilo viene richiesto, cosa chiaramente impossibile nel caso di omosessualità in quanto, a meno che non si pretenda un rapporto sessuale pubblico, la condizione di omosessuale riguarda la sfera emotiva e personale.

Si è quindi tentato di far rientrare Pegah in un gruppo sociale perseguitato, ma continuando sempre a battere esclusivamente sulla presunta omosessualità della ragazza e quindi a rischio di persecuzione. Si sono quindi mobilitati i gruppi omosessuali di tutto il mondo, facendo di Pegah una vera e propria bandiera di una battaglia (anche politica) sui diritti degli omosessuali e non sui diritti di Pegah stessa o delle donne iraniane, escludendo dalla richiesta di asilo tutte le altre voci che invece le avrebbero garantito l’asilo.

Fermo restando il problema della “presunta” omosessualità della ragazza, è limpido che nel caso venisse deportata in Iran Pegah rischierebbe la vita, non solo perché ormai è “la lesbica iraniana” ma anche per tanti altri motivi che vanno dalla persecuzione religiosa alla discriminazione sessuale in quanto donna, fino al tradimento e chi più ne ha più ne metta. Di certo ai giudici iraniani non mancano gli argomenti per condannarla a morte.

Tuttavia rimane il problema della richiesta di asilo impostata esclusivamente sulla omosessualità di Pegah, richiesta che allo stato attuale non può essere accolta così com’è in quanto aprirebbe un caso di immensa portata sui richiedenti asilo e che comunque necessiterebbe di un apposito decreto che riconosca la “non dimostrabilità” della propria omosessualità Una cosa, questa, che potrebbe avere un rovescio della medaglia e aprire la strada della richiesta di asilo a chiunque si dichiari omosessuale pur non essendolo.

Chiarito questo aspetto fondamentale, non rimane altro che presentare la richiesta di asilo per Pegah sotto un’altra forma che non sia esclusivamente basata sulla presunta omosessualità della ragazza, ma soprattutto occorre mettere da parte gli interessi politici dei vari personaggi che ruotano attorno a questa vicenda i quali vorrebbero creare un precedente che, in questo momento, la Gran Bretagna non si può permettere. Insomma occorre mettere il bene di Pegah al di sopra di qualsiasi interesse politico o personale. Lo so che il caso può offrire una grande visibilità, ma cercare la notorietà a discapito della salvaguardia della vita di Pegah non è ammissibile. Prima deve venire il bene e il diritto di Pegah, se poi ne avanza chi vuole potrà attribuirsi i meriti che ritiene e farsi bello di fronte al mondo, ma non prima e non a discapito delle possibilità “reali” che Pegah ha di rimanere in Gran Bretagna.

Per la cronaca, l’avvocato che segue la vicenda sta preparando una richiesta di asilo basata anche su altre argomentazioni che permettano al Governo britannico di accettarla senza necessariamente creare un precedente pericoloso. In ogni caso (anche in quello in cui le venga rifiutato l’asilo) Pegah non verrebbe deportata in Iran ma verrebbe espulsa verso un qualsiasi paese disposto a ospitarla, tra i quali ricordiamo c’è l’Italia. Non verrebbe nemmeno accettata una eventuale richiesta di estradizione fatta dall’Iran essendoci in Europa il divieto di estradare qualsiasi persona verso paesi dove la persona estradata sia a rischio di condanna capitale o disumana.

Concludo ribadendo la necessità di rimanere vigili ma senza falsi allarmismi e soprattutto senza campagne medianiche mirate a ottenere un ritorno di immagine o politico a discapito della salute, già fragile, di Pegah Emambakhsk.

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martedì 15 gennaio 2008

Video-choc! Makwan Moloudzadeh il giovane condannato a morte per omosessualità, filmato sul suo letto di morte.

Immagini molto forti, fredde e crudeli.

Il filmato amatoriale, girato con un cellulare, mostra il cadavere del giovane Makwan Moloudzadeh steso sul freddo marmo di un obitorio poco dopo la sua esecuzione ed è pervenuto alla redazione della rivista francese Têtu che ne fa un articolo.

Un secondo video, probabilmente girato dai familiari, ha in sottofondo il pianto di parenti o amici ed anch'esso come il primo, è altrettanto freddo e preciso nella crudezza delle sue immagini ed è stato pubblicato da un blog in lingua farsi.

Immagini agghiaccianti soprattutto quelle che mostrano i chiari segni della corda utilizzata per l'impiccagione. Un vero e proprio pugno nello stomaco che non ci permette alcun commento in quanto sono immagini che parlano da sole aldilà della retorica di maniera.

ATTENZIONE
Sono immagini molto forti.
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Il secondo video.

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giovedì 10 gennaio 2008

Iran. Persecuzione degli omosessuali.

(Dimitri Buffa - L'Opinione) In Iran continuano le esecuzioni, in Europa continua l’incoscienza nei rapporti con Teheran. Ieri, nella stessa giornata, sono arrivate due notizie che avvalorano questo assunto. La prima notizia riguarda due uomini che, in quanto omosessuali sono stati condannati a morte mediante una forma di esecuzione particolarmente barbara: saranno gettati da un monte chiusi dentro un sacco e legati insieme. Se dovessero sopravvivere saranno entrambi impiccati. Questa è infatti la giustizia dei mullah che non farà alcuno sconto per Tayab e Yazdan. Nessuno, peraltro, di questo ormai si meraviglia più visto che nel solo ultimo mese, dopo l’approvazione dell’astratta moratoria sulla pena di morte all’Onu, sono state giustiziate tre donne, di cui una incinta, per reati come adulterio, omicidio e offesa alla morale. Ma è la seconda notizia invece a scuotere gli animi degli europei: ricordate la lesbica iraniana Pegah Emambakhsh? Quella per cui si mobilitò tutta l’opinione pubblica europea affinché l’Inghilterra non la estradasse in Iran dove sarebbe condannata a morte per il solo fatto della sua omosessualità?

Ebbene ieri si è saputo che dei tre giudici che dovranno decidere sul suo status di rifugiata politica in Gran Bretagna uno sarebbe contrario e un altro incerto. Secondo l’agenzia di stampa secondoprotocollo.org, sempre in contatto con credibili fonti della resistenza iraniana, i giudici inglesi si vorrebbero lavare pilatescamente le mani del destino della donna. E non concedendole l’asilo politico potrebbero determinarne l’espulsione verso Teheran pur salvando le forme di non concedere l’estradizione per un “non reato” come l’omosessualità. Una tipica soluzione all’europea atta anche a salvaguardare i rapporti commerciali tra Gran Bretagna e Iran. Per cui è probabile che per Pegah ci si dovrà rimobilitare ancora una volta, magari per accoglierla qui da noi in Italia.

Certo, proprio in un momento in cui il regime si trova in immensi problemi sia interni che esterni, dall’interno è circondato dalla dissidenza popolare e da manifestazioni anche violente di tutti i ceti sociali (l’ultima è stata quella di Zahedan in cui i pasdaran hanno aperto il fuoco sui manifestanti uccidendo e ferendo numerose persone) e all’esterno c’è la minaccia concreta di un incidente militare con gli Stati Uniti, l’Europa sceglie ancora una volta un approccio opportunistico e smidollato con Teheran. Con qualche eccezione: è di ieri infatti la notizia che la Germania ha espulso un diplomatico iraniano coinvolto nell’acquisto di materiale nucleare. Almeno la Merkel, quindi, sembra avere presente la portata della minaccia. Speriamo che anche Gordon Brown si renda conto che con uno stato canaglia come l’Iran non si possono avere “amichevoli rapporti giudiziari”.

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venerdì 4 gennaio 2008

Iran, due giovani omosessuali chiusi in un sacco e gettati da un dirupo.

Una pena riservata agli omosessuali secondo i dettami d'amore della legge integralista voluta da Ahmadinejiad e soci.

(Hervè Joseph Lebrun - Lamanicatagliata.com) Lo riporta il quotidiano Qods, ripreso dal sito iran-resist.org: due giovani sono stati rinchiusi in un sacco e gettati da un dirupo nei dintorni della città di Chiraz. La condanna dei due giovani è stata confermata lo scorso 2 gennaio dalla Corte Suprema. I due giovani, Tayab e Yazdan, sono stati chiusi in un sacco prima di essere gettati da un alto dirupo. Con questa nuova esecuzione si manifesta l'alta compassione della sharia davanti agli omosessuali che, nel caso sopravvivano al salto nel vuoto, saranno impiccati.

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giovedì 27 dicembre 2007

Pena di morte, il NYT contro il Texas: Stato senza pietà.

(Panorama) In un editoriale, il secondo in una settimana contro la pena di morte, il New York Times ha criticato il Texas, “stato senza pietà“‘, per la “vergognosa distinzione ” di essere l’ “indiscussa capitale delle esecuzioni”.

L’editoriale prende le mosse da un servizio di ieri in prima pagina in cui, cifre alla mano, si dimostrava che negli ultimi tre anni la percentuale di esecuzioni effettuate in Texas era salita dal 32 al 60 per cento su scala nazionale. “Le tradizionali ragioni per opporsi alla pena di more sono più vere che mai”, scrive il quotidiano: “E’ una barbarie, è imposta con criteri discriminatori, è troppo soggetta a errori”. Il Times osserva che “tutti gli stati americani dovrebbero abolire la pena capitale “, ma che se il Texas non è disposto a farlo, “dovrebbe per lo meno aprire una revisione di un sistema che produce così tante esecuzioni e che è così selvaggiamente in disaccordo con il resto del paese “. Il quotidiano di New York aveva dedicato un editoriale alla pena di morte il 20 dicembre, appoggiando il voto all’Assemblea Generale dell’Onu sulla moratoria delle esecuzioni.

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domenica 23 dicembre 2007

Iran: le donne non esistono. E gli omosessuali s'impiccano.

Zara, impiccata ieri a Teheran, come Raheleh aveva ucciso suo marito dopo anni di violenze subite, mentre uno degli uomini saliti sul patibolo, Qassem, era accusato di stupro e rapporti omosessuali con 15 adolescenti.

(Cenerentola si ribella) Neanche nello storico giorno del voto sulla moratoria della pena di morte all’Onu, il boia ha fermato la sua mano. Quattro persone sono morte ieri mattina nel famigerato carcere di Evin. Una delle vittime è Zahra Nazemian, gli altri, di cui si è avuta notizia solo ad esecuzione avvenuta sono: Qasem, 28, Reza, 28 and Erfan S, 27, tutti e tre condannati per omicidio. È stata posticipata di due settimane, invece, l’esecuzione di Raheleh Zamani. I genitori del marito hanno deciso di concedere alla donna 14 giorni in più per trovare i soldi necessari a pagare il prezzo del sangue. Ricordiamo che Raheleh Zamani uccise il marito due anni fa al culmine della disperazione per i continui abusi e violenze cui era sottoposta da anni e che il marito non le risparmiava neanche di fronte ai bambini. Abbiamo due settimane per evitare che venga uccisa l’ennesima vittima della violenza. Bisogna inondare di lettere, di fax e di mail di protesta i recapiti dell’ambasciata iraniana in Italia.

Ma soprattutto bisogna scrivere ai parlamentari, al governo affinché siano i nostri rappresentanti a dare voce alla nostra indignazione. Oltretutto è ormai giunta l’ora, dopo quanto accaduto ieri, di lavorare seriamente affinché il dossier sui diritti umani in Iran venga discusso dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. “Le proteste non aiutano più”- ha affermato Mahmood Amiry-Moghaddam, portavoce del sito Iran Human Rights, e vincitore del premio Amnesty International (sezione norvegese) per i diritti umani 2007- “è ora che il caso iraniano venga deferito al Consiglio di Sicurezza dell’ONU”.

Anche Zara, impiccata ieri a Teheran, come Raheleh aveva ucciso suo marito dopo anni di violenze subite, mentre uno degli uomini saliti sul patibolo, Qassem, era accusato di stupro e rapporti omosessuali con 15 adolescenti. La stampa di Teheran ha pubblicato con un certo risalto la notizia dell'esecuzione di queste condanne a morte, nemmeno una riga, invece all'approvazione della risoluzione presentata dall'Italia sulla moratoria internazionale della pena capitale. Solo l'Irna, l'agenzia ufficiale iraniana, in un dispaccio da New York accennava al risultato del voto all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, sottolineando che ''questo tipo di risoluzioni non comportano obblighi di nessun genere per i paesi membri''.

Intanto per le donne sono tempi bui quelli che vivono quotidianamente, senza alcun riconoscimento professionale. Accade con le atlete, vere e proprie campionesse, cui è impedito di gareggiare, e accade ancora come nel caso di Samira Norouzi, la prima pilota iraniana abilitata a far volare un aereo commerciale con passeggeri a bordo, e che non potendo frequentare i corsi professionali in Iran, - ha conseguito dopo 13 mesi di studio, il diploma di abilitazione ai voli commerciali nelle Filippine, ma una volta tornata in patria si è vista negare il diritto al lavoro solo perché è donna. Laureata all'Università di Teheran in ingegneria aerea, a 19 anni prende anche il brevetto degli aerei ultralight, il secondo, dopo che a soli 15 anni era divenuta la più giovane pilota del Paese. Una volta laureata, pur passando l'esame di ammissione all'unica scuola per i piloti della Repubblica Islamica, Samira viene esclusa. Sempre con la stessa motivazione: “sei una donna”.

''Ho un diploma riconosciuto dall'Icao (International civil aviation organization, ndr) che mi abilita a esercitare come pilota ovunque nel mondo, anche nel mio paese, ma nessuno vuole assumermi'', ha raccontato Samira all’agenzia Aki. ''Quando ero nelle Filippine ricevetti varie offerte di lavoro, ma volevo volare su aerei che battessero bandiera iraniana, ho sempre sognato di essere la prima pilota donna del mio paese''. Ma, dopo aver superato negli ultimi due anni i concorsi indetti da diverse compagnie aeree della Repubblica Islamica, ogni volta è stata scartata in quanto donna. ''La compagnia Mahan, dopo che avevo superato l'esame scritto, mi ha anche intervistata e mi hanno comunicato che avevo superato eccellentemente tutte le prove, ma poi non mi hanno mai chiamata e hanno preso tutti quelli che nella graduatoria erano sotto di me'', racconta Samira. La giovane pilota, però, non intende arrendersi. La compagnia Aseman, una linea aerea privata, ha assunto una pilota donna. ''Una grande vittoria per tutti noi, spero che anche le altre compagnie aeree dimostrino lo stesso coraggio'', dice in conclusione, ma aggiunge che se continueranno a sbatterle la porta in faccia perchè donna,’'allora cercherò lavoro all'estero, dove il sesso non è più motivo di discriminazione''.

Ma non possono certo abbandonare in massa il Paese le donne che non indossano l’l'hijab, e che ieri si sono viste minacciate di morte insieme ai loro mariti, dall’ dell'hojatolislam Gholam Reza Hassani, guida della preghiera di venerdì della città di Urumieh, nell'Azerbaijan iraniano. ''Non riesco a capire - ha tuonato Hassani - come mai queste donne che non rispettano l'hijab, 28 anni dopo la nascita della Repubblica Islamica, sono ancora vive''. ''Queste donne, e i loro mariti e i loro padri devono morire'', ha aggiunto il rappresentante dell'ayatollah Seyyed Ali Khamenei, pronunciate mentre alcune femministe vengono accusate dall'autorità giudiziaria di appartenenza a banda armata e di attività sovversive contro la sicurezza dello Stato. Parole che assumono un rilievo particolare e potrebbero scatenare una caccia alle donne che non rispettano alla lettera il codice d'abbigliamento islamico.

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