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lunedì 8 settembre 2008

La mappa del cruising gay savonese, tra anziani e vigili urbani.

Il ritrovo "storico" di via Trento e Trieste, teatro dei recenti casi più piccanti , è solo la punta dell'iceberg .

(Marco Gervino - Il Secolo XIX) La lista inizia senza dubbio con il Prolungamento a mare e poi prosegue con la zona davanti alla stazione Mongrifone (nella foto), i giardini e il parcheggio di piazza del Popolo, il piazzale vicino al casello autostradale e perfino qualche punto sul lungomare Matteotti. Sarebbe questa la mappa dei principali ritrovi gay della nostra città, cui vanno aggiunti ad esempio la zona industriale di Vado Ligure, lo spiazzo presso l'uscita dell'Autofiori ad Albenga e diversi luoghi, più o meno appartati, in Valbomida.

Un vero e proprio elenco - probabilmente incompleto - di zone "calde" dove molti (solitamente la notte, ma a volte pure di giorno) cercano avventure trasgressive con persone dello stesso sesso o anche con coppie. Nella maggioranza dei casi si tratta semplicemente di luoghi d'incontro: un cenno d'intesa, due parole per accordarsi e poi si va altrove. Talvolta però questi luoghi diventano lo scenario ideale per consumare subito il rapporto, come hanno nei giorni scorsi testimoniato i casi ripetuti nella zona del Prolungamento e in particolare in via Trento e Trieste. Un luogo dove gli incontri omosessuali sono addirittura una "tradizione" che dura ormai da molti decenni come confermano diverse testimonianze.

«Con gli episodi che sono accaduti in questi giorni sembra di essere tornati a quaranta anni fa - commenta il signor Angelo - quando avevo una ventina d'anni la zona del Prolungamento era costantemente piena di persone che cercavano rapporti omosessuali»«Fin qui non ci sarebbe stato nulla di grave - prosegue - il fatto è che alcuni provavano anche ad adescare i ragazzini, ricordo ad esempio che venivamo con gli amici a giocare al pallone e dietro le siepi c'era sempre qualche signore che ti chiamava e ti invitava ad avvicinarsi a lui».

«Il Prolungamento è sempre stato un ritrovo per gay - afferma Pier Luigi De Zordo, titolare del Sexy Shop "L'Insolito"- mi ricordo quando ero bambino io, quindi circa cinquanta anni fa, che quella è sempre stata la zona preferita per gli incontri omosessuali, soprattutto via Trento e Trieste». De Zordo, complice anche la particolarità della sua attività commerciale, rivela che spesso gli è capitato di essere "abbordato" da uomini. Inviti a cui ha sempre risposto cortesemente, ma fermamente, con un bel "no grazie" e che confermano Savona come città ricca di ritrovi per fugaci avventure gay.

«Tempo fa stavo attaccando un volantino promozionale del mio negozio a un palo davanti nei pressi della stazione ferroviaria - racconta De Zordo - e un signore mi ha adescato, prima chiedendomi se ero sposato e poi offrendomi una prestazione»«Poi questo tizio me lo sono ritrovato in negozio e lì mi ha oppure offerto dei soldi - conclude - alla fine l'ho dovuto cacciare fuori, ma non è il primo che viene nel mio sexy shop per trovare un luogo d'incontri»

Tornando al Prolungamento, anche la polizia municipale conferma che la zona è un autentico ritrovo:«Adesso c'è un tam tam con queste persone che si danno appuntamento lì - spiega il comandante Igor Aloi - c'è un continuo passaparola e si sa che quello è un giro dove si trovano facilmente persone dello stesso sesso disponibili a questi rapporti»

«Dopo i recenti fatti però stiamo intensificando i controlli e abbiamo messo nuovi cartelli che segnalano la presenza delle telecamere nella zona - aggiunge Aloi - dobbiamo evitare queste situazioni specie in un giardino pubblico dove ci sono i bambini: noi continueremo a fare sopralluoghi in zona per rassicurare soprattutto le mamme».

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domenica 7 settembre 2008

Colombia, poliziotti addestrati al rispetto dei gay.

Le forze di polizia lavoreranno di concerto con le associazioni Lgbt, per accordare meccanismi di lavoro e di tutela delle comunita' stesse.


(Ansa) La polizia di Bogota' ha annunciato oggi un programma di addestramento per 650 agenti al ''rispetto dell'identita' sessuale'' dei fermati, durante le procedure di arresto e perquisizione. Lo scrive la stampa colombiana.
Il programma, diretto principalmente al rispetto dei diritti di membri della comunita' gay della capitale della Colombia, sarebbe attivo da alcuni mesi, ma le forze di polizia lo hanno reso noto solo dopo che un rapporto di 'Colombia Diversa', associazione attiva nel rispetto dei diritti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali (Lgbt), ha denunciato che 67 omosessuali erano stati uccisi in Colombia nel biennio 2006-2007 (13 a Bogota') e che troppe volte i delitti erano stati liquidati come passionali.
Lo stesso rapporto denunciava anche le violenze di cui gli omosessuali sono vittima in carceri, caserme o scuole. Il colonnello Claudia Puentes ha fatto sapere che la polizia della capitale sta sviluppando soprattutto ''un protocollo speciale per le pattuglie che operano nelle zone dove e' piu' alta la concentrazione di membri della comunita' gay''.
Puentes ha anche fatto sapere che le forze di polizia lavoreranno di concerto con le associazioni Lgbt, per accordare meccanismi di lavoro e di tutela delle comunita' stesse.
La Colombia, dopo l'Uruguay, e' il paese latinoamericano dove i diritti degli omosessuali sono piu' tutelati. Recentemente una sentenza della Corte costituzionale ha stabilito che in condizioni di poverta', i membri delle coppie gay hanno diritto a ricevere gli alimenti proprio come accade per le coppie eterosessuali.

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sabato 6 settembre 2008

Napoli. Individuati e fermati gli aggressori di Piazza Bellini.

Riceviamo un comunicato stampa da Arcilesbica Napoli che pubblichiamo.

LE VITTIME DI PIAZZA BELLINI E ARCILESBICA NAPOLI DENUNCIANO LE VIOLENZE.
Oggi, sei settembre duemilaotto, il commissariato di polizia presso via San Biagio dei Librai ha individuato e fermato, con l’accusa di tentata violenza sessuale, lo scellerato protagonista della violenta aggressione omofoba dello scorso ventinove agosto in piazza Bellini.
Il soggetto è stato segnalato alle forze dell’ordine in seguito alla coraggiosa denuncia delle vittime, rappresentate dall’avvocato Elena Coccia e sostenute dall’ associazione Arcilesbica Napoli, che ha a sua volta sporto querela per essere venuta a conoscenza dei fatti.

Esprimono soddisfazione per l’ottimo risultato ottenuto l’avvocato Coccia per l’associazione Giuristi Democratici e Arcilesbica Npoli per il Coordinamento Campano LGT, formato da i-Ken onlus e M.I.T. Napoli, nato proprio in seguito agli episodi di violenza omofoba verificatisi nell’agosto duemilasette sempre in piazza Bellini.

Un anno quasi esatto è trascorso dall’episodio di violenza omofoba che tanto scosse ed indignò la comunità omosessuale napoletana ed eccoci costretti a dover assistere ad una nuova ondata di brutalità dove, stavolta, si è infierito contro ragazze poco più che maggiorenni,profittando del medesimo “palcoscenico”: quella piazza napoletana che ancor oggi appare più come luogo votato al conflitto che alla socializzazione e all’incontro di gruppi differenti.

Un anno è trascorso, ma non inutilmente. E' stato infatti un periodo pieno d’iniziative finalizzate al coinvolgimento della cittadinanza nella lotta all’omofobia. Forte dell’azione portata dunque avanti, riconfermiamo oggi la nostra denuncia nei confronti delle Autorità statali e locali, che mancano di portare a realizzazione pratica uno “ stato sociale di diritto” in grado di garantire a tutti i cittadini, siano essi donne, immigrati, omosessuali o transessuali, pari diritti e pari dignità, a partire dalla libertà di aggregazione e dalla coesistenza di realtà sociali e culturali diverse.

Quest’atto di denuncia, oltre alla manifestazione di un grande coraggio personale, è forse anche il risultato di una politica per i diritti su cui molto abbiamo lavorato e lavoreremo e che rende il senso più profondo del nostro ruolo di associazioni; tuttavia, ciò non può impedirci –anche in un momento di soddisfazione- di ricordare come restino gravi le innumerevoli mancanze dell’organizzazione pubblica, che per prima dovrebbe apportare gli strumenti di sicurezza e integrazione necessari a che tra i cittadini –non solo omosessuali- fiorisca un senso di sicurezza e una cultura delle differenze.
In qualità di associazioni a tutela dei diritti civili non ci tireremo mai indietro di fronte a questi obiettivi ma siamo nelle condizioni di dovercene assumere tutto il carico, quando il perseguimento di questi dovrebbe essere prima di tutto compito dello Stato.

Insieme intendiamo continuare a lavorare per una società diversa da questa, in cui non esistano cittadini “minori” capro espiatorio dell’ignoranza e della violenza del branco. Una società dove il branco non esista. E dove la donna sia sempre persona. Ovunque. E non bastonata comunque.

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venerdì 5 settembre 2008

La politica mette il cappello sopra i poliziotti gay? Ci stanno provando.

Diritti, Pinotti: "Sostengo gli obiettivi di Polis Aperta, associazione militari omosessuali".
Il ministro della Difesa del governo ombra, Roberta Pinotti, indirizza una lettera a Polis Aperta, l’associazione che riunisce gli omosessuali della Polizia e delle Forze dell’Ordine.


A seguire il testo della lettera
Ho avuto modo di incontrare alcuni rappresentanti del primo nucleo dell'associazione la scorsa legislatura, come Presidente della Commissione Difesa della Camera.
In quell'incontro era emerso che il principale vissuto degli omosessuali all'interno dei corpi in divisa era una discriminazione strisciante, che si rendeva evidente nella poca volontà di valorizzazione professionale e produceva sofferenza umana.
Da qui l'idea di un'associazione che potesse essere di stimolo ai corpi di Polizia e delle Forze Armate a confrontarsi in modo nuovo e positivo con la questione omosessuale e promuovesse un miglioramento della vita quotidiana dei gay all'interno dei corpi militari e di polizia.
Avevo, in quell'occasione, apprezzato gli obiettivi, la serietà e la pacatezza con cui venivano esposte le diverse questioni.
Come allora, nel mio ruolo istituzionale, mi ero impegnata a sostenere quegli obiettivi, rinnovo ora, nel mio ruolo politico di Ministro della Difesa del Governo Ombra PD, la stessa disponibilità.
Con gli auguri di buon lavoro per l'incontro del 26 settembre p.v. a Bologna, vi saluto caramente.
---

Ndr. Ci stanno provando quelli del Pd. Il partito italiano con il più alto tasso di omofobi e che obbliga i gay al suo interno ad interrogarsi sul loro futuro, con un comunicato di maniera alquanto modesto in "politichese" stretto, la sconosciuta Ministro ombra a suo nome ci sta provando. Stanno provando a mettere il cappello sulle forze dell'ordine e sui militari di "Polis Aperta". Facce di bronzo? (vorremo scrivere qualcos'altro ma la decenza ce lo vieta) probabilmente qualcosa di più ed al solito male informati visto che sono almeno tre giorni che gira l'annuncio che il convegno è stato spostato da Bologna a Ferrara sempre il 26 settembre.

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Due uomini seminudi sorpresi a far sesso fra la gente, denunciati dai vigili.

(Il Secolo XIX) Savona. Sono stati sorpresi in una posa inequivocabile, l’uno attaccato all’altro, dietro la piscina coperta del Prolungamento (via Trento Trieste). Di norma quello è un posto un po’ isolato per fare jogging, per andare col cane, per una passeggiata silenziosa vista mare. Di norma. Ma per due uomini di 43 e 55 anni, uno nordafricano l’altro savonese, ieri mattina il sito si è prestato a meraviglia anche per incontrarsi e dare sfogo ai propri istinti più intimi e animaleschi.

I due sono stati sorpresi in flagrante a consumare un rapporto sessuale (omosessuale) completo proprio sul muretto che si affaccia sulle baracche del Prolungamento. Una scena impossibile da non notare in piena mattina che ha letteralmente choccato un ciclista e un passante che hanno avuto la malaugurata idea di avventurarsi su per Trento Trieste in quei minuti e sono presto ridiscesi come in preda al terrore.

È stata proprio questa “fuga” ad insospettire i vigili urbani che grazie al sistema di telecamere piazzate nei giardini e sul Priamar stavano monitorando la situazione dal Comando di via Romagnoli.

«Quel ciclista sembrava fuggire, cosa c’è di strano la sopra?» si dev’essere domandata la vigilessa davanti allo schermo.

«Così ha zoommato sullo spiazzo dietro la piscina e visto abbastanza nitidamente i due uomini che amoreggiavano alla luce del sole, semi nudi, incuranti del fatto di trovarsi in un posto pubblico - spiega il comandante Igor Aloi - la vigilessa incredula ha inviato una pattuglia sul posto per capire cosa stesse accadendo di preciso e i due sono stati sorpresi quasi in flagrante. Era difficile negare l’evidenza visto come sono stati trovati...».

All’arrivo degli agenti la scena era ancora inequivocabile e i due, sempre semisvestiti, sono stati identificati e denunciati a piede libero per atti osceni in luogo pubblico. Non è mancato l’imbarazzo per la situazione visto che entrambi, privi di precedenti penali specifici, hanno cercato di chiarire di essersi fatti un po’ prendere la mano senza quasi rendersi conto di essere in un posto tutto sommato in vista.

Della denuncia è stata avvisata anche la Procura (il pm di turno, Ubaldo Pelosi) che però non ha disposto alcun provvedimento.

«Non è la prima volta che in quel tratto dei giardini si verificano situazioni al limite - prosegue Aloi - le telecamere servono ma serve soprattutto l’aiuto della gente che quando nota qualcosa che non va deve dare l’allarme al più presto».

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giovedì 4 settembre 2008

Quel commissaro gay al "Distretto di polizia" di Canale 5 farà rinascere la serie?

(Davide Maggio - Foto: Delia Woelhert) Giovedi 4 settembre ritorna su Canale 5 Distretto di Polizia. Ebbene sì, dopo nove anni e otto edizioni, Distretto di Polizia ritorna con le solite premesse: nuove storie, nuovi personaggi, nuove avvincenti trame; e con un obiettivo preciso: arrestare la comprensibile, a tratti inevitabile (siamo all’ottava serie), parabola discendente che ha investito la serie.

Dopo lo scialbo commissario interpretato da Massimo Dapporto (ancora oggi sfuggono i motivi della scelta di un attore “anziano” in un cast e in una serie “giovane”), quest’anno il capo è Luca Benvenuto (interpretato da Simone Corrente), il poliziotto gay (”e venne il momento in cui il realismo lasciò spazio al pedagogismo”..) presente fin dalla prima edizione. Ad onor del vero, Luca è commissario pro-tempore in attesa che venga nominato il nuovo dirigente.

La consueta linea orizzontale, quella che negli anni ha caratterizzato Distretto, quest’anno appare più lineare e semplice ma comunque promettente. Infatti, l’elemento scatenante della “caccia ai cattivi” è… l’assassinio, nel bel mezzo di una rapina, di Irene Valli, ispettrice del X Tuscolano e fidanzata del collega Alessandro Berti (interpretato da Enrico Silvestrin). Ciò porterà ad un’inevitabile commistione tra sentimenti personali e doveri professionali capace di innescare nuove e interessanti dinamiche tra i poliziotti del Distretto.

A rimpiazzare la scomparsa del personaggio interpretato da Francesca Inaudi troviamo Anna Foglietta che interpreta Elena Argenti, vecchia amica di Irene, già vista nel finale della scorsa stagione. Elena, orfana di entrambi i genitori, vive insieme al fratello venticinquenne, Marco, in preda ad un improvviso e oscuro cambiamento. Marco, infatti, a causa di debiti di gioco è entrato a far parte di una banda di rapinatori ed è direttamente responsabile, o crede di esserlo, della morte di Irene.

L’agente Anna Gori (interpretata Giulia Bevilacqua), invece, dopo un momento difficile troverà un nuovo grande amore in un chirurgo interpretato dall’ex “fattore” Clemente Pernarella.

Distretto di Polizia, ad oggi, nonostante cali di ascolto e di consensi, resta un unicum nel panorama italiano della fiction poiché è più vicino (o forse meno lontano) di altra serialità nostrana agli standard americani: ha (o ha avuto?) infatti personaggi ben definiti, cast azzeccato, storyline coinvolgenti. Non è chiaramente esente da difetti, come la prevedibilità o poca credibilità delle dinamiche tra i personaggi (esempi? un posto di lavoro dove sembrano quasi non esistere gerarchie, le storie d’amore tra colleghi) o l’eccesso di “politically correct” ( tutti buoni e bravi i nostri poliziotti, il gay poco “gay” sempre sul punto di “redimersi” sulla via dell’eterosessualità) è giunto all’ottava serie, record per una fiction lunga italiana.

A tal proposito si spera che l’accanimento terapeutico che Canale 5 ha riservato ad alcune serie prolungate all’inverosimile (Carabinieri su tutte) non si verifichi. Attualmente la serie, nonostante la suddetta crisi, gode ancora di discreta salute: gli ascolti seppur in calo sono al di sopra delle media di rete, uno zoccolo duro di spettatori la rende un buono strumento di controprogrammazione e alcune potenzialità inespresse potrebbero dare nuova linfa alla serie (ad esempio potrebbe diventare più “dura”). Certo è che se non si “invertisse la rotta” una scelta sensata potrebbe essere quella di varare una stagione conclusiva in modo da non cancellare ciò che di buono è stato fatto negli anni.

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Troppa legggerezza? Quando il gay diventa "velina".

(Max Forte) Queerblog a parere nostro nel suo articolo "Il vigile gay, la disinformazione e la sanzione" su Fabrizio Caiazza tratta l'argomento in modo troppo leggero, superficiale, omettendo un fatto particolarmente importante, anzi, fondamentale e mettendosi loro stessi dalla parte di chi disinforma.

Manca un pezzo.
Il nostro simpatico ghisa, forse per ingenuità o forse per furbizia sua o di qualcun'altro (in quest'ambiente c'è sempre un furbacchione..) ha posato con la divisa d'ordinanza per la foto di copertina di Clubbing di maggio (che vedete sopra e che potete scaricare qui, qui e qui).
Ma non solo, un articolo all'interno, a pagina 40, aveva il titolo che recitava in questo modo; "Fabrizio Caiazza in divisa". Tutti noi sappiamo quanto la divisa "titilli" l'immaginario gay ed il titolo, contava probabilmente soprattutto su quello. Un articolo che, a dire la verità è abbastanza insipido e non gli fa certo un bel servizio ma dove però compare anche l'indirizzo della pagina su Gaydar del nostro vigile con un nick particolarmente indicativo nonchè evocativo: Poliziottobonomi. Ci sembra quindi di capire che il nostro vigile forzi un poco la mano sul suo essere un membro delle forze dell'ordine... Oh no?

Clubbing nell'ambiente gay milanese è un giornaletto particolarmente conosciuto, è un mensile distribuito gratuitamente un pò dappertutto, locali, saune, circoli culturali, pornoshop, ecc. Probabilmente a voi è sfuggito quel particolare di una certa rilevanza della foto del nostro vigile in divisa.
E domandiamo se questo secondo voi non è grave? La divisa si indossa in servizio e non per andare al bar o in un supermercato o ad un ballo mascherato ne tantomeno in un "un servizio fotografico" a meno che questi non sia stato preventivamente concordato con i propri superiori o con l'ufficio stampa del Corpo dei Vigili Urbani. Ciò che fa in borghese il nostro simpatico, e lo ribadiamo probabilmente ingenuo vigile, sono sacrosanti affari suoi, ma ciò che fa in divisa no.

Caiazza è un Vigile Urbano con tanto di numero di matricola, divisa e quindi obblighi precisi contemplati in un regolamento che ha sottoscritto all'atto del suo arruolamento. Cerchiamo di mettere parole e fatti al proprio posto, il nostro vigile non è una velina e come tale deve essere lui il primo a rispettare e difendere le sue prerogative, insegne, doveri e diritti e tra i suoi diritti non c'è quello di trattare la divisa come un generico capo d'abbigliamento del suo guardaroba personale. Quella divisa non è sua è del Corpo dei Vigili Urbani dei milanesi e tra questi anche i gay milanesi.

Insomma informatevi ed informate meglio. Per quanto riguarda il futuro di Fabrizio Caiazza se incorre in qualche sanzione o guaio ben peggiore non possiamo che concludere con questa considerazione: Se l'è cercata e soprattutto stia attento ai furbacchioni! A lui comunque la nostra simpatia e solidarietà umana.
---

Aggiornamento.
La foto che è comparsa sulla copertina di Clubbing, pare facesse parte di un servizio fotografico commissionato dal Corpo dei Vigili Urbani di Milano per il loro calendario 2008. A l corpo negano che Caiazza ne abbia fatta esplicita richiesta per il loro utilizzo. Il che aggrava ulteriormente la posizione di Fabrizio Caiazza e forse tira in ballo giudizialmente anche l'editore di Clubbing.

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Reazione. "Agenti gay, sconveniente per l’immagine della polizia".

Un funzionario di polizia parla di ‘Polis Aperta’, associazione omosessuale di operatori delle forze dell’ordine e dell’esercito, la cui assemblea fondativa si terrà in città: "Io, uomo di Stato, mi sento profondamente a disagio".

(Enrico Barbetti - Il Resto del Carlino) Un funzionario di polizia rompe il silenzio sul meeting di ‘Polis Aperta’, associazione omosessuale di operatori delle forze dell’ordine e dell’esercito la cui assemblea fondativa si terrà a Bologna il prossimo 26 settembre. All’annuncio del presidente Nicola Cicchitti, finanziere triestino, hanno fatto seguito il plauso di numerose associazioni gay e l’imbarazzata indifferenza delle istituzioni, a cominciare da quelle in cui si anniderebbe la strisciante ‘omofobia’ che ‘Polis Aperta’ si propone di combattere.

Franco Segala, comandante della sottosezione polizia stradale Bologna Sud di Casalecchio, ha preso carta e penna e in una lettera al Carlino ha espresso il suo dissenso all’iniziativa, partendo dal presupposto che in tanti la pensano come lui senza esporsi per il timore di apparire reazionari o sessisti. "Ho letto che a Bologna il 26 settembre prossimo si terrà il primo meeting dei poliziotti gay — scrive Segala —. Io ritengo che nella nostra democrazia siano normativamente tutelate le varie espressioni sessuali e che l’omosessualità sia ormai una presa di coscienza sociale. Comprendo il disagio che in talune circostanze i gay possono incontrare, ma ciò non giustifica il loro atteggiamento da piazza".

Per il dirigente, "un meeting a Bologna è sconveniente per l’immagine degli uomini della Polizia di Stato e di tutte le forze dell’ordine. Io, come uomo dello Stato, mi sento profondamente a disagio per questa iniziativa gay di uomini in divisa; se vogliono riunirsi lo facciano pure ma non sotto il nome della polizia. Le associazioni gay sono presenti ovunque nel nostro paese: vadano in quelle già esistenti, ma abbiano rispetto per quei poliziotti che hanno ancora in questa società il valore dello Stato e della famiglia tradizionale".

"Io spero vivamente — conclude la lettera del poliziotto — che qualcuno fermi questo irrefrenabile delirio che nella nostra società sta assumendo toni imbarazzanti". Gli iscritti a ‘Polis Aperta’ sono 200 in tutta Italia. "Per molti di noi — spiegano i portavoce — il timore non è quello di una ritorsione violenta quanto della discriminazione strisciante; e il disagio per il machismo quotidiano che chi è in divisa è costretto a vivere". La scelta di Bologna come luogo del primo meeting ufficiale non è affatto casuale: oltre che culla del movimento gay nazionale, la città delle Due Torri ha ospitato le prime riunioni ‘carbonare’ del gruppo, a casa di Franco Grillini.

"Questo convegno ci consentirà di porre al ministero dell’Interno questioni già sollevate più volte nel corso degli anni — ricorda Grillini —. Il primo incontro di cui ho memoria risale al lontano luglio 1987". Ne seguirono altri, tra cui "il 19 agosto 1994, quello con l’allora ministro Maroni, che disse ‘sì’ a tutta la nostra piattaforma: speriamo che nel frattempo non abbia cambiato idea". A ospitare l’assemblea sarà il circolo Arcigay ‘Cassero’, come conferma il presidente Emiliano Zaino, che esprime "soddisfazione per l’apertura in un ambiente tanto ostico a questo tipo di tematiche: fino a poco tempo fa sarebbe stato impossibile pensare a un’associazione gay che nasce fra i lavoratori delle forze di polizia e dell’esercito".

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mercoledì 3 settembre 2008

Bologna. Cambia sesso, da vigile a vigilessa. "I miei colleghi mi hanno accettato".

La storia L'esperienza di un bolognese di 31 anni operato al Sant'Orsola.

(Benedetta Boldrin - Il Corriere della Sera, edizione di Bologna) «A Bologna si sta meglio che in altre città: se ti spieghi la gente può capire». Stefano ha 31 anni e fa il vigile in un comune del bolognese. Ma fino a cinque anni fa si chiamava Katia. Aveva 21 anni quando ha chiamato il consultorio del Mit per la prima volta e 25 quando è stato operato al Sant'Orsola, diventando uomo. Con una storia travagliata alle spalle, e una psicanalisi ancora da seguire, dice di essere «riuscito a farsi accettare dai colleghi». E, superate le difficoltà con i genitori, ora vive vicino a loro. Con due cani, che gli servono «per sublimare il fatto di non avere figli».

Quando ha capito che non si sentiva una donna?
«Già a due anni, ricordo che quando giocavo con un'amica lei faceva la principessa e io il cavaliere. Poi mi hanno spiegato che ero una femmina e la sera mi addormentavo sperando di svegliarmi maschio».

Poi, l'adolescenza.
«Stavo male. Non sapevo bene chi fossero i trans, pensai di essere lesbica e a 18 anni lo dissi ai miei. La presero malissimo. Mi allontanai da loro».

Come decise, invece, la strada del cambio di sesso?
«Incontrai un ragazzo di cui mi innamorai: era una donna ma diceva di sentirsi un uomo. Mi resi conto che volevo essere come lui. Un giorno decisi di tagliare i capelli e mettermi solo jeans e maglie larghe».

Cominciava a sentirsi meglio?
«No, perché nessuno mi riconosceva come maschio. La prima volta che una persona si rivolse a me al maschile, fui felice per tre giorni: capii che andavo nella direzione giusta».

E decise di chiamare il Mit.
«Anche quello fu un momento di forte crisi: avevo faticato per accettarmi come lesbica, ora la mia vita prendeva un'altra piega. Il mio compagno mi lasciò, perché voleva stare con una donna. Dopo un po', dissi a casa e al lavoro della mia svolta».
Il suo cambiamento è stato accettato?
«I miei mi hanno ripreso in casa, anche se c'è voluto del tempo perché si rivolgessero a me al maschile».

E i suoi colleghi?
«Nel complesso mi sento accettato. Ho parlato con tutti, mi hanno fatto le domande più assurde. Ho venduto la mia privacy pur di aiutare gli altri a capirmi».

Poi, l'operazione.
«Mi hanno asportato utero, ovaie e seno. Non ho fatto la ricostruzione. Quasi nessuno la fa, anche perché questa chirurgia non dà ancora risultati ottimali».

Si è mai sentito discriminato?
«No. Ma credo dipenda molto da come ci si pone. Io ho parlato tanto con chi mi stava attorno. Manca la cultura, in genere, di cos'è un trans, ma a Bologna si sta meglio che altrove».

In che senso?
«Qui se ti spieghi la gente può capire».

Ha mai pensato di aver sbagliato tutto?
«Ogni tanto. Ma se sai chi sei, puoi anche metterti in discussione».

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Nicola Cicchitti da Trieste, il finanziere che guida il coming-out dei poliziotti gay.

Il nostro timore non è quello di una ritorsione violenta ma di una discriminazione strisciante. Ci preoccupa il machismo quotidiano che chi è in divisa è costretto a vivere.

(Maddalena Rebecca - Il Piccolo) Lui il «coming out» l’ha fatto tanto tempo fa. E ora si batte perchè anche gli altri poliziotti, fiamme gialle, carabinieri e militari omosessuali d’Italia trovino il coraggio per uscire allo scoperto e abbandonare la clandestinità.

Nicola Cicchitti, finanziere trentenne in servizio da dieci anni a Trieste, ha fatto della lotta ai pregiudizi radicati nelle caserme e nelle questure del Paese una vera e propria missione. La porta avanti da presidente di «Polis aperta», l’associazione che sta per organizzare a Bologna il primo meeting nazionale di gay e lesbiche in divisa.

Un evento a cui Cicchitti, originario della Calabria ma ormai triestino d’adozione, laureato in economia aziendale e molto attivo nel mondo del volontariato, lavora da mesi. L’idea, maturata anche grazie ai suoi contatti con i rappresentanti delle altre 14 associazioni europee di gay con le stellette, è quella di riuscire a portare a fine settembre nel capoluogo romagnolo decine di uomini e donne appartenenti a forze dell’ordine ed esercito.

Omosessuali di ogni età e provenienza, accomunati dalla volontà di cambiare le cose e decisi quindi a partecipare alla stesura del nuovo statuto dell’associazione e a definire un programma di iniziative che aiutino a superare lo «stato medievale in cui versa il sistema dei regolamenti interni alle forze di polizia relativamente all’orientamento sessuale».

«Per molti di noi - spiega Nicola Cicchitti - il timore non è quello di una ritorsione violenta, quanto della discriminazione strisciante. A preoccupare è il disagio per il machismo quotidiano che chi è in divisa è costretto a vivere. Un disagio fatto di battute e linguaggi, lo stesso che le donne entrate nell’Esercito e in Polizia hanno contribuito a cambiare, senza tuttavia riuscire a cancellarlo».

Di qui l’appello lanciato dal presidente di «Polis aperta» ad unire le forze per reagire e cambiare una mentalità oscurantista ancora dura a morire. La stessa, ammettono alcuni dei 200 soci dell’associazione, che si traduce spesso in provvedimenti quanto meno sospetti, come cambi di mansioni e trasferimenti coatti.

Ed è proprio per evitare questo tipo di rischi che la stragrande maggioranza dei gay in divisa, a Trieste come a Palermo, rinuncia a manifestare liberamente il proprio orientamento, posticipando il momento dell’«outing» in reparto. «Non puoi mai sapere come reagiranno i tuoi superiori - scrive un poliziotto nel blog della comunità degli omosessuali con le stellette -. Ed è comunque sempre difficile dimostrare che un trasferimento punitivo è arrivato perchè si è scoperto che sei gay e non per ”esigenze di servizio” come dicono le motivazioni ufficiali».

L’impegno di Nicola Cicchitti, comunque, non è rivolto solo alla dimensione nazionale.
Il giovane finanziere, infatti, è attivo da tempo anche nel tessuto cittadino.
Vicepresidente del circolo Arcigay-Arcilesbica di Trieste è inoltre componente della direzione provinciale del Partito democratico e ha fatto parte della Costituente regionale dello stesso Pd. Di recente ha poi partecipato alla raccolta di firme a favore dei diritti civili e di cittadinanza a favore di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.

La sua, insomma, è un’attività intensa e instancabile che, probabilmente, ha dovuto anche fare i conti con qualche ostilità e più di qualche mugugno.

Chissà se può aver dato a fastidio a qualcuno anche il blog che il finanziere Cicchitti aveva aperto lo scorso luglio con l’idea, si legge nel messaggio inaugurale di «creare uno spazio aperto, dove poter comunicare un mio pensiero, una mia idea, il mio modo di vedere le cose!». Inutile, infatti, tentare di aprire l’archivio del blog per leggere tutti i commenti inseriti dal finanziere trentenne nelle settimane scorse. L’operazione è resa vana dalla comparsa di un’eloquente scritta blu: «spiacenti, il blog all'indirizzo nicolacicchitti.blogspot.com è stato rimosso».

Impossibile chiederne ragione al diretto interessato. «Nico», come si firma nel blog, è partito qualche giorno fa per le vacanze. Vacanze vere, spiega nell’ultimo messaggio leggibile, vale a dire lontane da cellulari e computer, e caretterizzate solo da buone letture e ottime compagnie.

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Alla gara gay in divisa, vigile nei guai. Vince un concorso di bellezza negli Usa. Ora rischia la sospensione.

Il comandante: doveva chiedere il permesso per indossare l'uniforme.

(Michele Focarete - Il Corriere della Sera) È il vigile gay più sexy del mondo. Ha sbaragliato più di 46 mila concorrenti arrivati a New York da 162 nazioni. È stato incoronato come il «più bello in uniforme». Adesso, però, rischia un provvedimento disciplinare.

Al suo rientro dagli States il comandante della polizia locale di Milano, Emiliano Bezzon, lo ha convocato dicendogli: «Lei avrebbe dovuto chiedere il permesso per indossare la divisa. Deciderà la commissione disciplinare del Comune». Protagonista della vicenda, Fabrizio Caiazza, 33 anni, napoletano di origine, milanese d'adozione, un fisico palestrato per un 1,80 di altezza. Le sue foto, che si possono trovare su Internet. L'avventura del «ghisa», in forza al nucleo radiomobile come motociclista da oltre sette anni, inizia lo scorso maggio quando, per la prima volta, decide di iscriversi al concorso per soli uomini. E vola in terra americana, nella Grande Mela. Il tramite è il sito internet www.gaydar.it che consente ai poliziotti a stelle e strisce e a colleghi come Fabrizio di mettersi in mostra. Il vigile di Milano sbaraglia tutti. Vince e si guadagna lo scettro del più fascinoso, un contratto come modello per Gaydar e un premio di 15 mila euro. Soldi che gli serviranno «per finanziarmi gli studi universitari». «Sono molto contento — aveva dichiarato Fabrizio subito dopo la premiazione — che un italiano abbia vinto. Ho tenuto alta la reputazione degli uomini italiani in tutto il mondo. Il fascino poi della divisa, credo abbia influito non poco sull'esito finale».

Ma è proprio a causa della divisa che adesso il vigile meneghino rischia un provvedimento disciplinare. Il regolamento, infatti, «impone agli agenti di comportarsi in modo dignitoso e decoroso anche fuori dal servizio...». «E fuori dal servizio — è il commento di molti suoi colleghi — avrebbe dovuto sfilare per conto suo, a suo nome e non usando la divisa, senza tra l'altro chiedere il permesso al comandante che rappresenta il corpo dei vigili urbani di Milano». Insomma c'è malcontento tra i 300 agenti che compongono il reparto. Qualcuno addirittura parla di «utilizzo improprio della divisa, in modo mercenario». «Ognuno è libero di avere le tendenze sessuali che più gli aggradano — spiega una vigilessa che conosce bene Fabrizio — ma quando si è un pubblico ufficiale non si può andare a un concorso per gay con addosso la divisa. È un modo per screditare l'intero corpo». Fabrizio Caiazza, una volta spenti i riflettori della kermesse e passata la sbornia della vittoria, era tornato a Milano e aveva esternato la propria gioia a colleghi e amici. Aveva anche continuato a correre sulla sua moto in giro per la città per far rispettare il codice della strada. Preparato e rigoroso come sempre. Senza fare sconti a nessuno. Fino all'altro giorno. Quando, accompagnato da un delegato sindacale, si è dovuto presentare davanti al suo capo per dare spiegazioni. Per giustificare il suo comportamento nella notte gay americana.

Il sindacalista ha parlato di «buona fede». «È la prima volta che ha partecipato a un concorso di questo tipo. Lo ha fatto quasi per gioco», ha spiegato al comandante. A questo punto la patata bollente è stata girata al Comune: finirà sul tavolo di chi si occupa di sanzioni disciplinari per i propri dipendenti. L'episodio rischia di mettere in imbarazzo il vicesindaco Riccardo De Corato, assessore anche alla sicurezza. Da lui, infatti, dipendono gli agenti di polizia locale. Fabrizio Caiazza non rischia il licenziamento, ma potrebbero sospenderlo dal servizio anche per sei mesi con relativa riduzione della metà dello stipendio. La brutta notizia per lui arriva proprio nel giorno in cui si è deciso che il 26 settembre si terrà il primo meeting dei poliziotti gay a Bologna, nel quale si decideranno statuto e iniziative. Per fare uscire i gay in uniforme dalla clandestinità.
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martedì 2 settembre 2008

"Basta con la clandestinità", a Bologna il meeting dei poliziotti gay,

Si chiama "Polis Aperta". Il presidente: troppe discriminazioni. Agenti e militari fondano la prima associazione italiana. Venerdì 26 settembre, a Bologna, il primo incontro.

(Vera Schiavazzi - Il Corriere della Sera) Ministro La Russa aspettaci, stiamo arrivando. Poliziotti, Carabinieri, uomini e donne della Guardia di Finanza, dell'Esercito e dell'aeronautica gay e lesbiche escono allo scoperto anche in Italia, dopo una lunga stagione di incertezze e clandestinità. E venerdì 26 settembre, a Bologna, volteranno pagina: la loro associazione, «Polis Aperta», la prima e l'unica nel nostro Paese, riunirà il suo direttivo per darsi un nuovo Statuto e un programma di iniziative, in un grande coming out collettivo. Nonostante la decisione, presa anche in seguito alle pressioni degli altri gruppi europei, a cominciare dagli spagnoli di Gaylespol che hanno organizzato l'ultimo raduno internazionale a Barcellona, è ancora molto difficile trovare gay e lesbiche in divisa disposti a parlare, e non a caso per alcuni è più facile che per altri: Vito Raimondi, torinese, è un finanziere come il triestino Nicola Cicchitti, presidente di Polis Aperta. «Per molti di noi — racconta — il timore non è quello di una ritorsione violenta, quanto della discriminazione strisciante. E il disagio per il machismo quotidiano che chi è in divisa è costretto a vivere, fatto di battute e di linguaggi, lo stesso che le donne entrate nell'esercito e in Polizia hanno contribuito a cambiare, senza tuttavia riuscire a cancellarlo».

Oggi, gli aderenti a Polis Aperta che hanno un nome e un cognome e partecipano liberamente alle prime attività pubbliche dell'associazione sono circa duecento. C'è chi ha fatto il suo coming out personale pur essendo un Carabiniere, in uno dei corpi cioè ritenuti più tradizionali, e chi invece preferisce non comparire anche se nella vita fa il vigile urbano: «Non puoi sapere come reagiranno i superiori, ed è comunque difficile dimostrare che un trasferimento "punitivo" è arrivato perché si è scoperto che sei gay e non per "esigenze di servizio", come dice la motivazione ufficiale ». La regola italiana, dunque, è «non chiedere, non dire»: «Mi è capitato di incontrare in discoteca colleghi che appena mi vedevano si giravano dal-l'altra parte — spiega Raimondi —. Al Gay Pride di Biella ero con il mio compagno e un collega che fino a quel momento era rimasto ai margini della manifestazione vedendomi sotto il palco è venuto a salutarci. È stato un grande momento, la dimostrazione che dobbiamo renderci visibili». Una richiesta che viaggia anche attraverso la rete, negli appelli accorati di chi è entrato — dopo una richiesta e un filtro iniziale — nei gruppi di discussione del sito web.tiscali. it/polisaperta. Scrive «Genova in divisa»: «Caro gruppo, faccio quest'ultimo tentativo poi la smetto, perché mi pare di essere rimasto l'unico in tutta la Liguria... Se c'è qualche collega di qualunque corpo, civile o militare, mi farebbe molto piacere scambiare idee con lui su come si vive e si lavora a Genova essendo gay e portando una divisa». Giulio, nuovo iscritto dal Sud, aggiunge: «Vorrei confrontarmi con altri militari che si trovano a vivere la loro omosessualità tra mille difficoltà nelle caserme italiane ». Al ministro della Difesa, Polis Aperta chiede di poter essere riconosciuta come associazione mista e senza finalità sindacali, in modo da aggirare ogni divieto. All'ordine del giorno di Bologna c'è anche un programma di incontri e l'elezione di delegati regionali. Ma, soprattutto, l'idea di poter cambiare dall'interno una mentalità ancora prevalente tra le forze dell'ordine, creando gruppi di poliziotti gay («siamo una risorsa, non un problema») capaci di formare i colleghi insegnando loro a intervenire in caso di reati o violenze che riguardano gli omosessuali. Come già avviene in Spagna, dove sono i gay della Guardia Civil a tenere corsi anti- discriminazione.

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sabato 30 agosto 2008

Roma: Controlli in locale a luci rosse, 100 persone identificate.

I controlli verranno estesi anche ad altri locali compresi quelli frequentati da omosessuali.

Cento persone sono state identificate dopo controlli in un locale a luci rosse di Roma, il Paradise. I poliziotti hanno sorpreso molti dei clienti in atteggiamenti intimi o in procinto di consumare rapporti sessuali. I vigili urbani, che hanno coadiuvato la polizia nei controlli, stanno verificando le autorizzazioni amministrative. Voci insistenti danno per imminenti controlli in altri locali tra cui quelli frequentati da omosessuali.

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mercoledì 27 agosto 2008

Fanno sesso sul marciapiede, fermati dalla polizia un italiano e una tunisina.

L'uomo italiano 29enne,la donna tunisina senza permesso soggiorno

(Apcom) Stavano consumando, in pieno giorno, un rapporto sessuale su un marciapiede in via Marsala: sorpreso dalla Municipale, l'uomo si è scagliato contro gli agenti che, per ridurlo alla ragione, sono stati costretti a fare uso del key defender in dotazione.

Il fatto è avvenuto ieri alle 18.40 in via Marsala, al numero 71, ed è intervenuta la Municipale del I gruppo: l'uomo, anche dopo essere stato colpito con il key defendere, ha continuato a cercare di colpire con calci e pugni tutti coloro che cercavano di calmarlo.

Sul posto sono intervenuti anche altri agenti dalla vicina postazione di Via Marsala 73, richiamati dalla confusione che si era creata sul posto, ma la situazione non è cambiata e mentre si cercava di ammanettarlo, per limitarne la sua furia, il 29enne è riuscito a sbattere ripetutamente contro il muro un vigile tanto da causargli lesioni personali giudicate guaribili in tre giorni dai sanitari dell'Ospedale "San Giacomo".

Una volta ammanettato è stato condotto all'interno degli Uffici dove ha continuato a minacciare di morte tutti i presenti e le loro famiglie.

Per sedare il furibondo 29enne è stato necessario ricorrere all'intervento del medico in servizio presso il Pronto Soccorso all'interno della Stazione Termini.

Ovviamente arrestato dovrà rispondere oltre che di atti osceni in luogo pubblico anche di resistenza, minaccia e lesioni a Pubblico Ufficiale. La donna, A.S. tunisina di 35 anni, senza fissa dimora e senza permesso di soggiorno, è stata denunciata.

I due, con molti precedenti penali e senza documenti di identità, sono stati accompagnati presso l'Ufficio Interregionale di Polizia Scientifica della Questura di Roma per l'identificazione.

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Perchè Ahmet Yildiz, ragazzo gay turco, è stato assassinato?

(Digayproject) Sono passate tre settimane da quando l'assassinio di Ahmet ha scosso la comunità di gay, lesbiche, bisessuali, transessuali e travestiti (GLBTT) turca. Nonostante ciò la polizia e le autorità giudiziarie non hanno ancora azzardato alcuna ipotesi sull'accaduto. Non si sa chi abbia commesso l'omicidio, non si conosce il movente, e questo non ha fatto che accrescere la preoccupazione all'interno della comunità.
L'associazione Kaos Gl (Ankara) ha inviato una lettera alla polizia che si sta occupando del caso al fine di capire a che punto siano le indagini, e ha annunciato alla stampa che non permetterà che l'omicidio di Ahmet Yildiz venga dimenticato.

Perchè Ahmet Yildiz è stato ucciso?
Ahmet è stato ucciso a causa del suo orientamento sessuale o per altre ragioni? Qualcuno l'ha ucciso per rispettare le vecchie tradizioni sull'onore? Si tratta di un crimine basato sull'odio? Non si può ancora dire. Tutto quello che sappiamo è che Ahmet Yildiz era omosessuale, è stato ostracizzato dalla sua famiglia a causa del suo orientamento sessuale e ha condiviso il suo dolore con la comunità GLBT.
In Turchia è normale che alcune persone possano essere uccise solo perchè vogliono avere una relazione gay alla luce del sole.
Fino ad oggi, nessuna giustizia è stata fatta per i gay, le lesbiche, i bisessuali, i transessuali e travestiti turchi che sono stati uccisi a causa del genere o del loro orientamento.
Gli assassini, che spesso provengono dalla famiglia stessa delle vittime, vengono protetti e sostenuti dalla famiglia in nome dell'onore, mentre in sede di giudizio ottengono il minimo della pena, grazie ad assurde attenuanti.

Onore o odio?
Ahmet Yildiz, in uno scritto in cui descrive il suo rapporto con i famigliari, usa l'espressione "pistola alla tempia" un numero impressionenate di volte per far capire quanto fosse sotto pressione e quanto fossero violenti gli insulti ricevuti dalla famiglia.
Viene quindi istintivo chiedersi se sia stato proprio chi gli era più vicino a "puntargli alla tempia" quella pistola che lo ha ammazzato, giustificato dall'ancora diffusissima tradizione dell' "omicidio d'onore". Dopo che un giornale indipendente ha pubblicato la storia dal titolo "primo omicidio d'onore gay in Turchia", altri media hanno trovato il coraggio di chiamare le cose col loro nome, "omicidio d'onore gay".
Ahmet Yildiz però non è stato il primo gay ad essere ucciso. Anche se fosse stato ucciso per una questione d'onore, certo non è il primo omicidio d'onore gay che avviene in Turchia. Sebbene molti altri casi non siano stati presi in considerazione dalla stampa, e quindi siano rimasti nell'ombra, non è la prima volta che si sente parlare di uccisioni di omosessuali. Un caso molto popolare è quello di un ragazzo gay di Kahramanmaras condannato a morte dalla sua famiglia: il fratello maggiore infatti ha confessato di averlo ucciso perchè "ci aveva disonorato e la famiglia aveva bisogno di ripulirsi da quest'onta".
La dinamica dei fatti ancora non si conosce. Nonostante ciò, la completa indifferenza della famiglia durante il funerale (il cadavere è stato abbandonato in obitorio per una settimana) danno l'impressione che il fatto non abbia riscosso poi molto stupore.
Naturalmente, parte della famiglia starà piangendo la perdita di Ahmed YIldiz (chiunque sia l'assassino e qualunque siano state le sue ragioni), nonostante ciò altri si sentiranno sollevati perchè il loro onore è stato ripulito.
Attendiamo spiegazioni dalla polizia di Istanbul.
Un omicidio dev'essere spiegato in base al movente e alle circostanze.
Il chiarimento di questo omicidio è un dovere, non solo per il processo ma anche per quanto riguarda le implicazioni politiche e sociali.
Ecco perchè stiamo continuando a fare pressioni sulla polizia di Istanbul affinchè ci dia le risposte che stiamo cercando. Perchè sembra che stiano insabbiando la sua morte?
Speriamo che i Media regiscano al nostro appello in modo responsabile.
Nella copertura dei Media del fatto, si è solo detto che Ahmed Yildiz "è stato ucciso perchè gay". I giornali devo smettere di trattare come leggeri pettegolezzi le storie di chi viene ammazzato solo perchè gay, come fosse una parabola sistematica che tutti i GLBTT devono prima o poi percorrere.
Certi articoli che incoraggiano e danno nuovi impulsi ai più bassi istinti omofobici rende la vita dei GLBTT un inferno e devono essere fermati.
Anche la comunità GLBTT è parte di questa società e la discriminazione è un reato.
Speriamo che i Media agiscano in modo sensibile e responsabile nel parlare di fatti che riguardano la comunità GLBTT e che ci assistano affinchè questo omicidio venga risolto nel più breve tempo possibile.

Kaos Gl
E-mail: kaosgl@kaosgl.org

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lunedì 25 agosto 2008

Padova, controlli al Gay village. Multato perchè senza licenza superalcolici.

Il blitz delle forze dell'ordine

(Il Corriere veneto) Tutto in ordine o quasi tra i chioschi del «Padova Pride village», la rassegna di cultura e spettacoli gay che dal primo di agosto sta vivacizzando i padiglioni abbandonati dell'ex foro boario di Corso Australia.

Ieri sera poco dopo le 23 sono entrati i tecnici del settore amministrativo della polizia municipale assieme ai colleghi della questura. Verifiche sul rispetto della normativa anti incendio sono state effettuate dai vigili del fuoco, mentre militari della guardia di finanza hanno controllato la regolarità del “biglietto” di 5 euro fatto pagare all'ingresso e due agenti accompagnati dal cane antidroga hanno dato una “annusata” tra i presenti per scoprire eventuali spacciatori di droga.

Alla fine di quasi tre ore di controlli il risultato è stato quello di una sanzione amministrativa da 308 euro ad un chiosco che teneva sotto il bancone alcune bottiglie di super alcolici, in mancanza di una apposita licenza per la mescita di bevande con gradazione alcolica superiore ai 21 gradi.

Multa che per altro i gestori hanno intenzione di contestare visto che i superalcolici servono alla realizzazione di cocktail, quindi realizzando bevande che non raggiungono il limite per il cambio di licenza temporanea.

L'unico particolare che desta qualche allarme tra il popolo del Pride village sono i frequenti episodi di danneggiamento delle auto in sosta: qualche cliente nei giorni scorsi ha denunciato di aver ritrovato l'auto parcheggiata con una o più ruote forate.

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venerdì 22 agosto 2008

"Checca guarda come cammini" Botte e maltrattamenti a Genova da poliziotti.

Un trentenne accusa la polizia ferroviaria e la questura: "Mi hanno preso le impronte digitali".

(Andrea Milluzzi - Liberazione) "Guarda come cammini, ricchione"; "Sbirri di merda" e inizia l'inseguimento. Non è il copione di un film, è la storia che Nicola (il nome è di fantasia, Ndr) si è deciso a raccontare a Liberazione tre mesi dopo averla vissuta in prima persona. E' il 28 maggio 2008, Nicola sta aspettando un treno alla stazione di Genova Piazza Principe quando avviene questo scambio di battute con i due agenti della Polfer. Dopo le offese, Nicola inizia a correre e esce dalla stazione, mettendo un po' di metri fra lui e gli agenti. A quel punto loro fanno una telefonata e da una macchina ferma là davanti esce una persona che blocca Nicola permettendo agli agenti di raggiungerlo. Subito dopo Nicola si è trovato con la faccia al muro, picchiato alle spalle sempre al grido di "frocio, sei sieropositivo, fatti curare". La tappa al pronto soccorso del Galliera è obbligata. Arrivato sanguinante in ambulanza, a Nicola viene assegnato un codice verde e cinque giorni (diventati 10 dopo la visita del medico di famiglia) di prognosi per «trauma escoriato al cuoio capelluto, soffusioni cutanee al collo e un'escoriazione alla spalla destra». Tradotto: botte in testa, sulle spalle e una presa energica al collo da dietro.

Uscito dall'ospedale, Nicola si reca alla questura per denunciare quanto avvenuto, ma anche là la musica non cambia di molto. Ripartono le offese e Nicola viene portato in una cella della questura accanto ad un'altra dove è rinchiuso un nomade. Passa un po' di tempo e arrivano i due agenti della Ferroviaria accusati dell'aggressione, Nicola li riconosce, ma nessuno dei presenti gli dà ascolto. Dopo un'altra serie di "frocio" e "sieropositivo", Nicola passa nella cella del nomade («dove il puzzo di piscio era insopportabile» racconta) e chiede i nomi dei vari agenti con la minaccia di denunciarli. Non riceve - ovviamente - risposta finché gli dicono di alzarsi per andare da un legale. La destinazione non è però un ufficio, bensì la polizia scientifica dove a Nicola vengono fatte le foto, prese le generalità e pure le impronte digitali («che quindi non è un trattamento riservato solo agli immigrati» sottolinea). Il tutto finisce in un database, ma non dà origine ad alcuna denuncia nei confronti di Nicola. Una raccolta dati pro forma, insomma.

Nicola viene dalla Calabria, riconosce dall'accento che uno degli agenti è suo conterraneo. Ne approfitta per prendere qualche informazione e riceve un consiglio: «Non denunciare nulla, potresti rovinare le famiglie di questi agenti». Nicola allora fa passare un po' di tempo e alla fine si decide a sporgere denuncia presso la Procura di Genova. E' il 26 giugno scorso, e da allora non ha ricevuto più notizie. Ha quindi deciso di rendere pubblica la storia, «perché sono una persona civil e non mi va di vivere in un Paese razzista e intollerante».

C'è dunque da aspettarsi che la Procura del capoluogo ligure stia facendo gli accertamenti del caso per accertare quanto successo. I telefoni degli uffici giudiziari squillano a vuoto, trovandoci in un pomeriggio di pieno agosto, ma la speranza è che venga fatta luce su quanto accaduto precisamente in quel 28 maggio scorso in una città che ultimamente sta guadagnandosi gli onori della cronaca soprattutto per episodi di violenza e intolleranza. D'altronde non è che i diretti interessati aiutino a fugare eventuali dubbi. Raggiunti telefonicamente gli uffici della Polfer, tutto quello che otteniamo è una sorta di intimidazione: «Lei non deve scrivere e non capisco la sua insistenza. La farò parlare con i miei superiori, se vorranno. Ma non ho una posizione ufficiale per lei» è la risposta che otteniamo. Fatto notare che fare domande è il nostro lavoro, ci viene risposto che «le carte su quanto accaduto ci sono arrivate stamattina e non è andata per niente come racconta il ragazzo,ci sono testimoni oculari a conferma». Ma come è andata non è dato saperlo.

Nicola ha 30 anni, viene da un paesino calabrese, e a Genova si è pure iscritto a Rifondazione comunista. Si trasferisce a Genova nel 1999 per studiare a giurisprudenza grazie al sostegno economico del padre. Un sostegno che adesso non gli permette di pagarsi un avvocato, tanto che la denuncia alla Procura l'ha scritta da solo. Quel giorno era alla stazione di Genova per andare a Imperia a parlare con la sua professoressa di francese. A Imperia però, il 28 maggio non ci è mai arrivato. «Non sono gay, non ho precedenti né penali né civili, non capisco perché si siano accaniti contro di me. Al mio piccolo paese, dove la mentalità è pure più "conservatrice" di quella che ho trovato in città non mi è mai successo niente. Da quando sono a Genova mi è successo di tutto» racconta Nicola. Gay o presunti tali, extracomunitari o presunti tali: sembra che la nuova Italia targata Lega e militari nessuno si possa sentire più al sicuro. A Roma hanno portato in caserma due ragazze peruviane hanno passato una notte in cella perché gli agenti le avevano scambiate per prostitute (sugli scalini di Santa Maria della Vittoria!), adesso la storia di Nicola. E chissà quante altre ce ne sono che non vengono denunciate per paura. «Ma io non ho interesse a vivere in un Paese così» dice ora Nicola. Qualcuno ci dica che non sarà questa l'Italia del futuro.

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Calabria, un pregiudicato ha costretto minore a rapporto, arrestato.

(Agr) La squadra mobile ha arrestato un pregiudicato con l'accusa di aver costretto con la minaccia un minore straniero ad un rapporto sessuale. A spedire in carcere Antonio Saverio Cogliandro, di 41 anni, è stato il Gip del tribunale di Reggio Calabria Kate Tassone, che ha accolto la richiesta del pm. Secondo quanto hanno accertato i poliziotti, l'uomo, con la scusa di dare un passaggio, ha portato a casa sua lo studente, residente in un'altra provincia, e minacciandolo con un coltello lo ha costretto a prestazioni sessuali. A denunciare il fatto è stata la stessa vittima.

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giovedì 21 agosto 2008

Roma: chiuso il caso dell'omicidio Falchetti. Complimenti alla polizia da parte di esponenti Lgbt.

(Agenzia radicale) Il delitto di via Valiero è già un caso chiuso. In sole trentasei ore, come ha precisato il questore vicario di Roma Marcello Cardona, la questura ha rintracciato l'assassino. Lo hanno preso alle stazione di Civitavecchia mentre tentava di partire per Ventimiglia. Si chiama Iulian Muscocea l'uomo accusato dell'omicidio di Alberto Falchetti, architetto romano trovato morto nella serata di lunedì.

Insieme ai controlli sul traffico telefonico delle utenze intestate alla vittima, si sono rivelati fondamentali i rilievi effettuati nell'appartamento di Falchetti: il sospettato è stato infatti tradito da un'impronta digitale lasciata su una bottiglia di birra. Gli inquirenti lo hanno identificato grazie ad un confronto con le impronte presenti nella banca dati della polizia: nel luglio dello scorso anno l'uomo, romeno, era stato fermato durante un controllo alla Stazione Termini, la stazione centrale della capitale.

Muscocea è stato fermato la sera di martedì e nella giornata di ieri è stato sottoposto ad un lungo interrogatorio. Si trovava a Civitavecchia con un amico per tentare di partire per la Spagna ma la nave che cercava parte solo nei giorni dispari, di qui il tentativo di allontanarsi dall'Italia in treno.
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Felicitazioni per la straordinaria prova di efficienza alla polizia romana sono state espresse dalla portavoce del Comitato promotore per Federica Pezzoli Presidente di Arcigay Roma e dall'ex on.le Grillini.

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Omicidio Aurelio. Com'è andata: Massacrato di botte da un romeno dopo l’incontro gay.

(Stefania Scarpa - Il Giornale) Sì, la vittima conosceva il suo assassino. Ma da poche ore: quelle trascorse tra il primo incontro, avvenuto domenica sera in un cinema nei pressi della stazione Termini, e la morte di Alberto Falchetti, l’architetto omosessuale di 59 anni trovato cadavere lunedì pomeriggio dalla donna di servizio nel suo appartamento in via Agostino Valiero all’Aurelio. Falchetti sarebbe stato ucciso da Iulian Muscosea, un romeno di 26 anni, che ieri è stato fermato dalla polizia e sottoposto a un interrogatorio nel corso del quale avrebbe ammesso alcune responsabilità.
Secondo la ricostruzione fatta dagli agenti della squadra mobile, e illustrata dal vicedirigente Giovanna Petrocca, Falchetti dopo l’incontro con il giovane e aitante romeno (è alto 1,85 e molto muscoloso) lo avrebbe invitato a casa sua per un rapporto sessuale, forse in cambio di denaro. Una volta nell’appartamento di via Valiero, i due avrebbero litigato, non si sa se dopo aver consumato il rapporto. La stazza e la giovane età del romeno avrebbero facilmente avuto la meglio di Falchetti, che sarebbe stato ripetutamente colpito con calci e pugni, senza uso di corpi contundenti. Vedendo Falchetti esanime, Iulian M. avrebbe pensato che era svenuto e ne ha approfittato per svaligiare l’appartamento, rubando un personal computer, denaro contante, macchine fotografiche, un braccialetto. Poi avrebbe messo la refurtiva in un borsone e sarebbe fuggito. Nelle ore successive al delitto, il giovane romeno si sarebbe prima di tutto liberato della merce rubatan vendendola a una moldava per 550 euro e quindi, avendo saputo della morte dell’architetto, avrebbe deciso di cambiare aria, lasciando Roma in compagnia di un connazionale a cui aveva confidato il delitto. I due avrebbero voluto imbarcarsi per la Spagna a bordo di un traghetto in partenza da Civitavecchia. Ma ieri traghetti per Barcellona non ce n’erano, e i due anno deciso di dirigersi a Nord con un treno. Ed è proprio nella sala d’attesa della stazione della città portuale che Iulian e il suo amico sono stati visti martedì sera e il presunto assassino riconosciuto sulla base della foto e delle generalità alle quali le forze dell’ordine erano risalite grazie a un’impornta digitale rinvenuta su una bottiglia di birra ritrovata in casa dell’architetto. Il giovane romeno era incensurato, ma le sue impronte digitali erano state rilevate lo scorso anno dagli agenti della polizia di Stato nel corso di alcuni controlli alla stazione Termini, dove Iulian M. era stato sorpreso in atteggiamenti ritenuti sospetti.
La posizione dell’altro romeno e della moldava sono ancora al vaglio degli inquirenti e i due sono stati a lungo interrogati dagli inquirenti. «L’indagine è stata risolta in meno di 36 ore - ha detto il vicequestore vicario Marcello Cardona - e questo solo grazie alla sinergia nata tra gli operatori della polizia di Stato che hanno lavorato ininterrottamente per due giorni. Determinante è stato il controllo del territorio. Da quando si è avuta la certezza che sulla scena del crimine era stato presente anche un cittadino romeno, preziosa è stata anche la collaborazione della polizia romena».
Preoccupato per l’ennesimo «omocidio» è Franco Grillini, il presidente dell’associzione dei giornalisti omosessuali. «Con l’ennesimo efferato assassinio di un omosessuale Roma si conferma capitale europea degli ”omocidi“ e dell’emergenza omofobia. Da tempo il movimento ha proposto una serie di misure preventive che però faticano ad essere adottate. In primo luogo una legge anti omofobia che metta l’Italia sullo stesso piano degli altri paesi europei con una normativa che preveda l’aggravante per i reati commessi in base all’orientamento sessuale. Occorrerebbe inoltre, in collaborazione con le istituzioni, rilanciare una seria campagna di prevenzione per allertare gli omosessuali romani a maggior rischio, quelli cioè che si rivolgono al mondo della prostituzione degli extracomunitari, in particolare da quelli provenienti dall’Est europeo».
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