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sabato 6 settembre 2008

Milano. Venti di guerriglia urbana sull'apertura di "Cuore nero".

Dalle ore 15 i ragazzi del Torchiera tengono un presidio contro il circolo di estrema destra.

(Cronaca qui) Venti di guerriglia urbana aleggiano su Milano. Il pretesto è l’inaugurazione, oggi pomeriggio alle 17, della nuova sede di Cuore Nero, il centro sociale di ispirazione neofascista che sorgerà in via Pareto, quartiere Certosa, a soli 300 metri dalla cascina occupata Torchiera, frequentata da militanti “antifascisti”.

La base operativa sarà “Il sogno di Lohan”, ex negozio di lapidi mortuarie “regolarmente acquistato con il solo contributo dei simpatizzanti” - si legge in un comunicato. Dopo l’attentato dinamitardo che lo scorso anno distrusse il negozio, i rapporti tra le due frange militanti ora rischiano di diventare davvero esplosivi.

«Attenzione agli assembramenti di antifascisti in piazza Cimitero Maggiore» - si avverte sul sito ufficiale. I rivali del Torchiera, infatti, hanno annunciato un presidio contro l’apertura del circolo.

GUERRIGLIA URBANA
Gli scontri tra i due gruppi militanti hanno origini lontane. Nella notte del 16 marzo 2003 un giovane di nome Dax, frequentatore del centro sociale Orso (Officina di resistenza sociale), rimase ucciso dopo una lite violenta con alcuni militanti di estrema destra. Nel 2006 in corso Buenos Aires, un presidio nato per impedire il corteo di Fiamma Tricolore si concluse saccheggi e devastazioni. 26 persone, furono arrestate e 18 di loro condannati con rito abbreviato.

CUORE NERO
Cuore Nero nasce dall’idea di aprire un circolo culturale di estrema destra a Milano. Tra i suoi fondatori, Alessandro Todisco, ex irriducibile dell’Inter e Roberto Jonghi Lavarini. Il luogo prescelto non è casuale: l’ex negozio di lapidi è a due passi dal cimitero Musocco. Vicinissimo, non solo simbolicamente, al Campo X, dove sono sepolte le spoglie di un certo numero di SS, tra cui il comandante delle Brigate Nere Alessandro Pavolini.

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Le tematiche Lgbt non interessano ai piddini. Ieri sera quattro gatti al dibattito con la Concia & co.

Ieri i gay alla Festa Democratica di Firenze hanno tenuto un'assemblea che ha visto una scarsissima partecipazione di pubblico. Oggi alcuni media si sono lanciati sulla questione interpretando un clima di contenimento della tematica omosessuale interno al Partito Democratico. Per capirne di più abbiamo chiesto il parere a chi ieri era tra i protagonisti dell'iniziativa, la deputata del Pd Paola Concia.

(Aprile online) Ieri l'assemblea degli "omosessuali del Pd", annunciata dal programma ufficiale della Festa Democratica di Firenze, si è tenuta nel caldo torrido delle tre del pomeriggio, alla presenza di una decina di persone in tutto. Un'occorrenza che non è sfuggita all'occhio vigile dei media, tra cui il Corriere della Sera che oggi titola: "l'amarezza dei gay: ha vinto Paola Binetti". Ma come sono andate veramente le cose? L'abbiamo chiesto a Paola Concia, deputata del Pd e membro del Coordinamento Politico Nazionale del partito, che ieri è stata tra i protagonisti dell'iniziativa

E' vero che ieri alla Festa del Pd ha vinto la Binetti, come dice il Corsera?
No, intanto Paola Binetti non era prevista, si trovava in Terra Santa (ride). E poi non ha vinto, come è noto. In realtà si è trattato di una polemica avviata da Franco Grillini, in occasione della presentazione del suo libro che si è tenuta a seguire ieri sera, che per queste ragioni (catto-omofobiche n.d.r.) ora sta in un altro partito. Di fatto la Binetti viene spesso tirata in ballo con l'effetto che le facciamo solo un gran favore...

...parlandone...
Beh, nel mio articolo su Repubblica non l'ho mai nominata, e di fatto non la nomino mai. Tra l'altro non fa parte del gruppo dirigente di questo partito, mentre io sono nel comitato politico nazionale, per cui se la mettiamo sul piano delle gerarchie...

C'è dunque stata una forzatura da parte dei giornali?
Sì. Per carità, è carino l'articolo del Corriere, ma sul 'ricicciare' della Binetti pesa l'ultima vicenda della Englaro che ha evidenziato una conflittualità. Io faccio comunicati tutti i giorni, ma non ho mai sentito che la Binetti parla contro di me. Se continuiamo a pensare che il problema sia la Binetti ci sbagliamo. I problemi sono i nostri, di ognuno di noi interno al partito e di tutto il partito che sui temi più difficili deve avere il coraggio di dire come la pensa. Io proprio di questo rimprovero il PD, di non pronunciarsi su alcune questione come la vita e la morte, i diritti di cittadinanza, la sicurezza. Come ha fatto Veltroni sul voto agli immigrati, così il partito deve dire coma la pensa sugli altri temi. Io nel PD mi sento a casa mia, sto contribuendo al suo percorso con grande difficoltà, però non mi ci sento ospite. Penso che tutti, a partire da D'Alema, Fioroni, Franceschini, insieme a Finocchiaro e Turco per citare delle donne, i big insomma, debbano avere il coraggio di avviare un confronto, di trovare una sintesi che sia il Pd-pensiero sui diritti degli omosessuali in questo paese, che non ci sono.

Ma tutto questo ha a che vedere col fatto che ieri avete tenuto un'assemblea destinata ad avere poco seguito a causa della torrida calura pomeridiana?
L'orario l'abbiamo deciso noi. Alle sei avevamo la presentazione del libro di Franco Grillini e volevamo fare una riunione prima.

Una riunione per la quale non avevate bisogno di una platea?
No, era un'assemblea per vederci e ragionare su alcune cose, per esempio su come strutturarci.

Al di là di ieri, perché c'è poca attenzione alle tematiche omosessuali all'interno del partito?
Perché è un argomento difficile sul quale ci vuole un di più di confronto e di lavoro, perché è un tema che noi provincialoni riteniamo difficile, mentre mi pare che Barak Obama sia stato assolutamente sereno sull'argomento, come Hillary, Bill Clinton, Al Gore: tutti ne hanno parlato. Noi invece non abbiamo il coraggio di guardare alle questioni per quello che sono e di trovare delle soluzioni. Bisogna mettersi intorno a un tavolo, affrontare il problema, parlarne con i nostri iscritti e fare poi delle proposte. Di fondo scontiamo una pessima gestione politica della questione dei diritti civili nella scorsa legislatura, ed è una responsabilità di tutti, dal PD a Rifondazione.

Una pessima gestione perché l'argomento è poco sentito o perché politicamente scomodo?
Perché si affronta male. Oggi in Italia dei diritti degli omosessuali non se ne sa parlare, se ne parla con grande difficoltà. Bisogna parlarne con naturalezza: noi (omosessuali n.d.r.) siamo cittadini di questo paese. Punto.

Come pensate allora di rilanciare questi temi?
A settembre è calendarizzata la mia legge contro l'omofobia, e voglio che il partito su questo mi sostenga. Questa non è la legge di Paola Concia, questo è il Pd che sostiene la legge contro l'omofobia. Poi dobbiamo rilanciare il dibattito su che cosa sono i diritti di cittadinanza nel 2008 e far capire che idea di società abbiamo. Gli altri paesi lo hanno affrontato con delle regole che tengono insieme la comunità e alle quali tutti devono sottostare. Per portare un esempio a noi vicino, in Inghilterra, Germania, Francia e Spagna destra e sinistra non si dividono sui diritti fondamentali. Per essi ci sono delle questioni che vanno al di là dell'appartenenza al partito. In Italia, dal momento che il Pd ha una cultura politica più avanzata rispetto al centrodestra, è da noi che deve partire una proposta.

Per arrivare quindi ad una soluzione bipartisan ...
E' una eventualità che non mi scandalizza affatto. Io sono convinta che i diritti non sono né di destra né di sinistra. Chiunque governi un paese deve dare dei diritti fondamentali ai suoi cittadini, e tra questi rientrano quelli degli omosessuali. Non si può stare al buon cuore di un governo anziché di un altro. Chiederò al Pd di rilanciare un'iniziativa politica su questi temi.

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lunedì 1 settembre 2008

La politica entra nei reality con Luxuria all'"Isola" e Adinolfi alla "Talpa".

La Talpa: rimandata al 9 ottobre. E Mario Adinolfi ha detto sì.

Era ormai nell’aria un rinvio della terza edizione de La Talpa. Il reality più tormentato della tv non inizierà più, come previsto, mercoledì 17 settembre, ma giovedì 9 ottobre. Nessuna concorrenza con Carràmba, dunque: La Talpa riceverà il testimone da Primo e Ultimo, il nuovo quiz show grottesco condotto da Teo Mammucari, e sarà l’unica offerta di intrattenimento del giovedì sera contro le fiction di RaiUno e Canale 5 e Anno Zero su RaiDue.

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lunedì 25 agosto 2008

La sinistra italiana deve ritrovare la via dei diritti umani.

(Roberto Malini e Dario Picciau) Un amico Sinto italiano, uomo di sinistra da tanti anni, ci scrive, esponendoci i suoi dubbi e le sue speranze riguardo alla posizione del suo partito nei confronti dei Rom e dei Sinti in Italia: "Cari Roberto e Dario, cari compagni, ci siamo conosciuti qualche anno fa a Bologna, durante la proiezione del vostro bel film 'L'Uovo, un'allegoria profetica che spiega, secondo me, come nasce l'intolleranza verso chi è diverso. Ho una domanda che mi assilla da tempo: è conciliabile che un 'nomade' continui a credere in questa sinistra e nelle organizzazioni per i diritti umani che essa sostiene? E' vero, il Partito Comunista e la corrente progressista non esistono più. E' anche vero che quando si parla di Rom e Sinti, non sono più così evidenti le differenze fra destra e sinistra. Ma l'alternativa per uno 'zingaro' non può essere solo l'anarchia. Cosa ne pensate?"
Rispondono Roberto Malini e Dario Picciau. Cari amici, come giustamente sottolineate, in questo frangente destra e sinistra inseguono il consenso dell'elettorato cavalcando il pericoloso "destriero" della sicurezza, che il movimento razzista, un'ideologia transpartitica, ha demagogicamente e in mala fede identificato nei Rom, nei Sinti e nei "clandestini". Una scelta xenofoba e intollerante, perché i problemi di sicurezza sono ben altri: la criminalità organizzata, la corruzione politica, l'inadeguatezza delle forze dell'ordine, la pericolosità sulle strade e negli ambienti di lavoro, la violenza razzista (i cui autori, spesso squadre armate, non vengono perseguiti dalle autorità). Riguardo poi ai crimini sessuali e alle violenze sulla persona, come Amnesty International ha ribadito attraverso diverse campagne, il nemico non è "fuori", ma "dentro": oltre il 90% di tali atti criminali vengono infatti compiuti fra le mura domestiche. Ai politici, però, fa comodo indicare, quando servono voti o consenso, un capro espiatorio indifeso ed esterno alla famiglia, simbolo - oggi come negli anni del nazifascismo - della "nazione" e della "razza": adesso gli "zingari" e i rifugiati (perché chiamare "clandestino" o addirittura "autore di reato di clandestinità" un essere umano che cerca rifugio nel nostro Paese, per sottrarsi a guerre, carestie, condizioni di indigenza inaccettabili?), domani, non ci si illuda, le altre minoranze. Votare a sinistra o impegnarsi nelle organizzazioni per i diritti umani che gravitano attorno alla sinistra è un atto di fede nel domani, un auspicio che le forze politiche che dovrebbero essere vicine alle classi sociali più vulnerabili ritrovino la loro anima. La Comunità ebraica, per esempio, sostiene la destra, che mantiene buone relazioni con Israele, ma così facendo regala il suo consenso a forze politiche antisemite, neofasciste e intolleranti. Personalmente, ribadiremo sempre e in ogni sede che le ultime elezioni politiche costituiscono un gigantesco broglio, un'immane truffa perpetrata ai danni del popolo italiano, perché è iniquo, secondo le leggi nazionali ed internazionali, condurre una campagna elettorale su basi di xenofobia e razzismo. E' necessario impegnarsi perché un fenomeno perverso come quello verificatosi in occasione del suffragio dello scorso aprile non si ripeta mai più. Non bisogna dimenticare, però, che fu proprio la sinistra ad aprire la strada all'attuale governo xenofobo, ancora più intollerante del regime di Mussolini: fu il precedente governo, infatti, a iniziare la campagna razziale, gli sgomberi senza alternativa, la persecuzione del popolo Rom. E' importante riconoscere, tuttavia che vi sono persone che si impegnano dall'interno delle forze politiche e umanitarie di sinistra per ripristinare in esse una linea di condotta tollerante e antirazzista. Tocca a loro, uomini e donne illuminati, cercare di far comprendere ai compagni che non bisogna temere di tornare sulla via dei diritti umani e che è una pericolosa devianza competere con la destra sui temi della "legalità" e della "sicurezza", per conseguire e mantenere risultati elettorali. La sinistra dei diritti umani, al contrario, deve impedire - senza eccezioni - che la controparte politica attui propaganda razziale e xenofoba. Se continuasse a imitarla, seminando fra la popolazione italiana pregiuizi e terrori immotivati, il confine che separa fascismo e antifascismo sarebbe cancellato per sempre.

Contatto:
Gruppo EveryOne
Tel: (+ 39) 334-8429527 – (+ 39) 331-3585406
www.everyonegroup.com :: info@everyonegroup.com

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Travaglio e l'Unità. Le cose che non si dovevano dire.

Leggo e rileggo il comunicato dell’editore e, lo confesso, continuo a non capire. Una sola cosa capisco: il licenziamento di Antonio Padellaro da direttore dell’Unità non dipende dal fatto che Padellaro non è abbastanza “multimediale”. Sgombero subito il campo da un paio di equivoci. Primo: sono molto affezionato al principio di autorità, nonché al motto lombardo “offelè, fa el to mestè”. Dunque riconosco agli editori il potere di nominare i direttori che più li aggradano e non penso affatto che l’umile collaboratore di un giornale debba metter becco nelle loro decisioni. Ma, siccome a questo giornale collaboro fin dal 2002, avrei preferito che qualcuno spiegasse ai lettori e ai giornalisti dell’Unità perché l’avventura di questo giornale morto nel 2000 e risorto nel 2001 grazie al duo Colombo-Padellaro, a una redazione tenace disposta a ogni sacrificio e a un pugno di editori coraggiosi debba concludersi così bruscamente e inspiegabilmente. Secondo: sono abituato a basarmi sui fatti e dunque non farò processi alle intenzioni, ergo non dirò una parola sul nuovo direttore, Concita de Gregorio, se non che è un’ottima giornalista e una persona squisita, che ho avuto modo di sentirla un paio di volte nelle ultime settimane, che mi ha garantito massima continuità e libertà, che le auguro i migliori successi.

Ma il punto è ciò che è accaduto finora, negli ultimi tre mesi sottotraccia e negli ultimi tre giorni alla luce del sole. Prima le voci. Poi l’intervista di Walter Veltroni al Corriere della sera che, all’indomani dell’acquisto dell’Unità da parte di Renato Soru, auspicava un “direttore donna”, cioè il licenziamento di Padellaro (che purtroppo è maschio). Lì s’è avvertita la prima, violenta rottura: non è usuale che un segretario di partito licenzi un direttore di giornale e indichi le caratteristiche del successore, specie se quel giornale non appartiene né a lui nè al suo partito. Se, nell’autunno del 2002, pur provenendo da tutt’altra storia e tradizione, accettai con gioia la proposta di Colombo e Padellaro, mediata dal comune amico Claudio Rinaldi, di collaborare all’Unità con una rubrica quotidiana, fu proprio perché l’Unità non era più un giornale di partito, ma un giornale libero, che rispondeva soltanto ai suoi editori, direttori e lettori. Infatti in questi sei anni mi sono sentito libero di scrivere in assoluta autonomia, senza mai subire le benchè minima censura. Ora quel fatto da troppi trascurato - l’intervista di Veltroni - comporta una svolta non da poco, un peccato originale destinato inevitabilmente a incombere sul futuro. Il secondo fatto è che l’uscita di scena di Padellaro segue, a tre anni di distanza e in qualche modo completa, quella di Colombo, l’altro direttore che aveva resuscitato l’Unità. E attende spiegazioni più plausibili delle chiacchiere sulla “multimedialità”. Il giornale va male? Pare di no, anche se paga le scarse risorse finanziarie (e pubblicitarie) e, politicamente, la grande depressione seguita al biennio della cosiddetta Unione al governo. Se dunque non è un problema di copie (la media giornaliera di 48 mila, con 274 mila lettori, è tutt’altro che disprezzabile, visti i chiari di luna, e speriamo di non doverla mai rimpiangere), è un problema “di linea”. Lo stesso che era stato sollevato nel 2005, quando fu allontanato Colombo.

Ora l’esperienza nata sette anni fa dalla straordinaria alchimia di questi due direttori, capaci di coinvolgere e coalizzare in una sorta di campo-profughi collaboratori delle più varie provenienze e culture, oggettivamente si chiude. Si finisce il lavoro e si completa il disegno avviato nel 2005, quando Furio fu defenestrato dopo mesi di mobbing praticato da ben noti ambienti Ds, insofferenti per la linea troppo autonoma, troppo aperta, diciamo pure troppo libera del giornale. Tre anni fa il disegno si compì a metà, magari nella segreta speranza che Antonio capisse l’antifona e riconsegnasse il giornale al partito che l’aveva ucciso. Padellaro, pur con la sua diversa sensibilità rispetto a Colombo, l’antifona non la capì. Continuò a scrivere e a farci scrivere in assoluta libertà. Beccandosi le reprimende più o meno sotterranee di molti politici del Pd e quelle pubbliche del Caimano. Il quale avrà tanti difetti, ma non quello di nascondere simpatie e antipatie. Lui i veri oppositori li riconosce subito e, a suo modo, li onora molto meglio di chiunque altro. Infatti, a dimostrazione del nostro successo, nei giorni delle ultime elezioni tornò a sventolare minacciosamente l’Unità additandola a nemico pubblico numero uno (chi sostiene che l’antiberlusconismo fa il gioco di Berlusconi, mentre le vere spine nel fianco del Cavaliere sono i “riformisti”, spiegherà forse un giorno perché lui abbia continuato a sventolare l’Unità, anziché Il Riformista o Europa, semprechè ne abbia notata l’esistenza). Ora, è evidente che la chiusura di questo ciclo non si deve a lui. E’ il padrone di quasi tutto, ma non ancora di tutto. Lo si deve a chi, nel centrosinistra, vedeva in questa Unità una minaccia. Salvo poi, si capisce, meravigliarsi insieme a Nanni Moretti se l’opinione pubblica latita (o forse, più propriamente, non trova sponde politiche, punti di riferimento, occasioni di manifestarsi e manifestare). Nell’Agenda Unica del Pensiero Unico del Padrone Unico, mentre la gran parte dell’opposizione dialogava o andava a rimorchio, l’Unità ha continuato a proporre pervicacemente un’altra agenda, un altro pensiero, un altro vocabolario. A dire le cose che, altrove, non si possono dire e a vedere le cose che, altrove, si preferisce non vedere. Nel paese dove, come ha detto efficacemente Gianrico Carofiglio all’Espresso, “da 15 anni Berlusconi è il padrone delle parole della politica”, perché “ha scelto lui i nomi con cui chiamare le cose e gli argomenti”, l’Unità portava ogni giorno in prima pagina altre parole, continuando ostinatamente a chiamare le cose col loro nome, non con gli pseudonimi berlusconiani e dunque “riformisti”: su questa Unità la guerra è guerra, non missione di pace; il separatismo è separatismo, non federalismo fiscale; il razzismo è razzismo, non sicurezza; il monologo è monologo, non dialogo; l’inciucio è inciucio, non riformismo; il regime è regime, non governo di destra con cui dialogare; i mafiosi sono mafiosi e i corrotti corrotti, non vittime del giustizialismo; i processi sono processi, non guerra tra giustizia e politica; le leggi incostituzionali sono leggi incostituzionali, non risposte eccessive a problemi reali; Mangano era un mafioso e chi lo beatifica non “fa una gaffe”: è come lui.

Mentre scrivo, ho appena letto l’addio di Padellaro. E mi tornano alla mente le nostre mille telefonate all’ora di pranzo (mi sveglio tardi) per decidere insieme la rubrica del giorno. Scambi di battute e trovate che nascevano cazzeggiando e ridendo fra noi fino alle lacrime e poi finivano regolarmente nel “Bananas”, poi nell’”Uliwood Party”, infine nell’”Ora d’aria”. Articoli che, come spesso ci ripetevamo, potevano uscire su un solo quotidiano: questo. Quello che dava il nome alle celebri feste estive, dalle quali sono bandito da quattro anni, pur scrivendo sull’Unità quasi ogni giorno da sei (ma ora han cambiato opportunamente nome). “Un giorno - mi diceva spesso Antonio, tra il serio e il faceto - me le faranno pagare tutte insieme, le tue rubriche, insieme al resto. Ma scrivi tutto, è troppo divertente. E poi, cazzo, si vive una volta sola…”. Ora che quel giorno è arrivato,mi sento soltanto di dirgli grazie. Per avermi sopportato, da gran signore e da liberale autentico, a suo rischio e pericolo. E’ stata una splendida avventura. Speriamo che continui ancora a lungo.

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Propaganda. Mancuso accusa: E' una sinistra che non vuole sentir parlare di famiglie omosessuali e di riconoscimento della cittadinanza.

Aurelio Mancuso dell'Arcigay attacca media e Pd: hanno paura di dire che la famiglia dello steward era gay.

(Il Manifesto - Giacomo Russo Spena) Se lo sarebbe aspettato da una destra omofoba e razzista un attacco del genere. Non dalla sinistra «cosiddetta progressista e liberale». Per Aurelio Mancuso, presidente dell'Arcigay, è un colpo basso l'articolo di Francesco Merlo («Se uno steward morto diventa una bandiera gay») uscito ieri su Repubblica: «Da quelle colonne si è sparato a zero contro le libertà civili e omosessuali».

Perché lei e altri colleghi del mondo lgbt avete accusato la stampa di non aver sottolineato che lo steward Domenico Riso, morto nell'incidente aereo in Spagna, fosse omosessuale? Nella vicenda non appare un elemento importante.
Non volevamo identificare che era scomparso un omosessuale, questo non avrebbe senso. Il nocciolo è un altro. Gran parte dei media ha omesso che Riso avesse una sua vita e che in quell'incidente se ne fosse andata la sua famiglia: sia il compagno sia il bambino. In Italia si vuole continuare a ignorare il fatto che esistono le famiglie omosessuali. Se fosse morta una coppia etero i titoli dei giornali sarebbero stati: «Tragica uccisione di una famiglia italiana». No? Invece Riso è morto da solo.

Tra l'altro per realizzare la sua famiglia, Riso era stato costretto a lasciare l'Italia.
È andato a vivere in Francia per poter realizzare il suo sogno. In Italia non avrebbe potuto, non essendoci riconoscimento per le coppie dello stesso sesso.

Però la sua ira è soprattutto contro l'articolo di Merlo. Si sente tradito?
Merlo dice che non si possono riconoscere le coppie omosessuali. Lo ha detto in modo brutale e offensivo. E Repubblica non è l'organo ufficioso del Pd, forse il contrario.

In realtà Merlo fa un discorso più elaborato. Dice di voler difendere i diritti dei gay...
Non è così. In questa società non esistiamo. Non siamo soggetti di diritto. Esistono solo gli eterosessuali. E Merlo esprime il pensiero di una classe politica, culturale e intellettuale che fa riferimento alla sinistra progressista che non vuole sentir parlare di famiglie omosessuali e di riconoscimento della cittadinanza. Una classe politica complice dell'omofobia dilagante. Neanche la sinistra radicale è esente da colpe.

Parole forti. Non vede spiragli di luce neanche ora che la sinistra si trova all'opposizione?
Non è un problema di governare o meno. Questa sinistra è succube di una cultura arretrata. Se Ratzinger non avesse una sponda politica di questo tipo, noi avremmo già avuto un riconoscimento ufficiale e giuridico. Se milioni di persone sono senza diritti, la colpa sta tutta sulle spalle di questi riformisti. Tra l'altro nel Pd ci sono clerico-fascisti come i teodem.

Però adesso c'è la destra. Tempi più bui?
Non mi interessa chi governa. Spero solo che la maggioranza risponda alle nostre richieste e esigenze. Poi certo, avendo come riferimento la ministra Carfagna, che è una nullità assoluta, non avremo nessuna possibilità di strappare qualcosa. Ma ho almeno il dovere di provarci.

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domenica 24 agosto 2008

Donna Assunta Almirante da forfait alla Versiliana. Tafferugli tra militanti di destra e sinistra.

Scritta offensiva e stella a 5 punte contro 'An'.
Ancora strascichi dopo i tafferugli tra militanti di destra e sinistra che si sono verificati alla Versiliana in occasione della presentazione del libro su Almirante. Nelle vie del centro sono infatti comparse scritte offensive contro il presidente della Fondazione Versiliana Massimiliano Simoni, il sindaco Massimo Mallegni e il vice sindaco Alberto Giovannetti.

(Daniele Masseglia - La Nazione) Non si è ancora spenta l'eco dei tafferugli di martedì in Versiliana, accaduti durante un incontro su Giorgio Almirante. La contestazione di partiti e movimenti di sinistra si è infatti 'trasferita' sui muri della città, imbrattati nella notte tra mercoledì e giovedì con scritte offensive e minacciose all'indirizzo di esponenti del centrodestra, in particolare verso il presidente della Fondazione Versiliana Massimiliano Simoni, il sindaco Massimo Mallegni e il vice sindaco Alberto Giovannetti.

Le scritte, comparse in via del Teatro, nel passo tra via Stagi e via Oberdan e dietro il mercato comunale, sono state fatte con uno spray rosso e riportano come 'firma' la stella rossa a cinque punte oltre a falce e martello. Gli operai comunali hanno subito pulito i muri imbrattati. Immediato anche lo sdegno del centrodestra.

"E' puro vandalismo - commenta il sindaco Massimo Mallegni - oltre ad essere un atteggiamento volgare compiuto da persone che non conoscono il dialogo. Atti preoccupanti che non hanno l'obiettivo di arrivare ad alcun positivo risultato di confronto civile. Sono anche gesti irresponsabili contro la comunità: gli operai comunali, impegnati in altri servizi sul territorio, sono stati distolti per ripulire le pareti imbrattate".

Il gesto, di cui si sta occupando il commissariato di polizia di Forte dei Marmi, viene condannato anche da Massimiliano Simoni: "E' un clima da guerra civile: la responsabilità è di chi soffia sul fuoco, incitando alla violenza. Vediamo se l'onorevole Caprili esprimerà solidarietà per il dileggio a cui mi hanno sottoposto con quelle scritte".

Simoni esprime poi la sua vicinanza alle forze dell'ordine per i fatti di martedì: "Hanno sempre garantito il regolare svolgimento delle manifestazioni promosse in Versiliana, con senso del dovere". Sui fatti del 'caffè' emergono intanto altri particolari. Azione giovani Versilia, per bocca di Luca Pedretti e Giuseppe Vitale, parla infatti di "due telefonate anonime che prima del dibattito annunciavano la presenza di una bomba": "La Digos - spiegano - ha controllato palco e platea intorno alle 17, dopo le due telefonate. Non si può far finta di niente: sono cose gravissime. Non ci faremo intimidire e ci batteremo per un'Italia libera, democratica e pluralista".

Sui tafferugli arriva anche la testimonianza di Paolo Pieraccini, di Viareggio: "Ero presente alla rissa: è stata una vera e propria aggressione da parte dei giovani di sinistra, i quali, evidentemente ripudiati dal popolo italiano, non hanno altri sistemi per farsi sentire".

Solidarietà a Simoni, infine, da parte di Giuseppe Lucchesi, coordinatore del circolo di An di Massarosa: "Simoni è stato oggetto di un linciaggio culturale perché ha il coraggio delle proprie idee e delle proprie azioni. Un personaggio come Almirante forse è scomodo, ma non è mai stato un gerarca: era giusto che se ne parlasse. Non era apologia di fascismo".

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venerdì 22 agosto 2008

Michele Serra a La Stampa: "Bravo Veltroni. Ma non si può votare Pd: colpa della Binetti...".

(Claudio Sabelli Fioretti - La Stampa) Il mitico direttore di Cuore, l'autore di successo in televisione e in teatro, l'editorialista della Repubblica, lo scrittore di libri di successo. Michele Serra. Anche lui è entrato qualche giorno fa nel dibattito fondamentale.
Michele, togliamoci subito il pensiero: i salotti.
"Oh Gesù..."

Sapevo che saresti stato contento di questa domanda...
"I salotti... mi fa molto ridere parlarne..."

Ne hai scritto. Non ti colgo impreparato.
"Esistono salotti di diversa metratura, forma e lusso".

Ma tutti piuttosto ricchi.
"Il salotto del delegato Fiom effettivamente non si è mai visto. Ma dei salotti altolocati so poco, non li frequento".

Il salotto dell'avvocato Augusto Bianchi... Un salotto cult della sinistra milanese…
"Ci sono andato una volta. C'erano centinaia di persone affastellate… Non era un salotto, era una Curva Sud. Mi ricordava un'assemblea del '68".

E i salotti romani?
"Suspisio... Verusio... E se uno viene invitato da Suspisio e si sbaglia e va da Verusio?"

Succede molto spesso.
"E se va da Subasio?"

Senti...
"Vuoi sapere se c'è una fascia alta di intellettuali di sinistra che amano fare quel tipo di vita?"

Se lo chiedono in molti.
"Questo discorso del salotto romano inciucione mi riguarda poco. Riguarda forse Bertinotti. Capisco che possa irritare: io trovo sconveniente anche andare a Porta a Porta. Pensa da Suspasio e Verisio".

Suspisio e Verusio.
"Le borghesie urbane sono sempre più di sinistra. E i ceti popolari sono sempre più di destra. Ogni tanto mi chiedo se non sto frequentando troppi giornalisti, professori, urbanisti, architetti, scrittori. Avrei bisogno di frequentare idraulici".
I salotti hanno spaccato Rifondazione Comunista. Hai visto la polemica fra i Ferrero e i Bertinotti?
"Tanta demagogia. Però..."

Però?
"Però... i padri della sinistra... costumi più austeri..."

Togliatti forse esagerava…
"Sicuramente esagerava, però..."

Però?
"Non ce lo vedo Togliatti dalla Verasio..."

Verusio.
"O Cossutta dalla Sospesio".

Suspisio.
"Pappa e ciccia. Tutto molto romano. Mettiamo le gambe sotto lo stesso tavolo..."

Siamo all'orrendo moralismo?
"Sarebbe giusto porsi il problema della misura. Io sono stato educato da una famiglia liberale e da un partito comunista. Il risultato è che quando leggo un'intervista a Fabrizio Corona rimango sconvolto".

La misura...
"Il fatto che l'uomo più ricco d'Italia sia anche il capo del Paese è qualcosa di smisurato. Che lo stesso signore abbia sette ville in Sardegna è qualcosa di smodato. Io non sono un pauperista, la ricchezza mi piace. Ma se avessi i soldi per comperarmi la Ferrari non lo farei. L'idea che possano considerarmi burino me la vieta".

Moralista... vogliamo sdoganare questa parola?
"Se non sei immorale sei moralista. Una via di mezzo?"
E coprire le tette nei quadri del Tiepolo?
"Un provvedimento assurdo proprio mentre è presidente del Consiglio il più grosso spacciatore di tette dell'Occidente".
La sinistra radicale è scomparsa. Hanno detto per overdose di cachemire.
"La sinistra radicale perde perché nessuno crede più nella rivoluzione comunista".

La sinistra radicale rappresenta anche la voglia di non arrendersi, di opporsi, di lottare, di protestare...
"Vero. Ma il progetto politico qual è? Non basta essere il serbatoio della protesta e delle incazzature..."
Se non si fosse spezzettata avrebbe superato il 4 per cento...
"Siamo alla patologia. Fa paura il livello di odio interno dove dovrebbe esserci il massimo della coesione e della socialità".
Anche all'interno del Pd non abbonda la coesione.
"C'è una schizofrenia paurosa tra componente laica e componente cattolica. Finirà malissimo".

Quindi Veltroni…
"Veltroni ha fatto la cosa giusta in un Paese che non aveva i presupposti politici per farla. La sfiga esiste".
Quale sfiga?
"La sfiga di avere i vescovi. Una zavorra spaventosa".
Aggravata dalla morte della Dc.
"Oggi i vescovi fanno politica in prima persona. Quando penso alla Dc la ricordo come un enorme paio di mutande, non immacolate ma robuste, atte a contenere le vergogne del Paese".
Che metafora schifosa.
"Finita la Dc è come se il Paese si fosse tolto le mutande. Le vergogne sono in libera uscita".

Criminalizzare Berlusconi non ha dato grandi risultati.
"Trovo ridicolo accusare qualcuno di avere l'ossessione di Berlusconi. E' come accusare un beduino di avere l'ossessione della sabbia. Non è colpa mia se Berlusconi è ovunque".
Si diceva: questa volta governerà bene perché ha sistemato i sui affari personali...
"Berlusconi governa male non perché deve sistemare i suoi affari ma perché ha una concezione della società e dello Stato sediziosa. Secondo lui le regole rompono le scatole".
Il politico non rappresenta le virtù civiche ma le basse tendenze goistiche singole...
"Da Gad Lerner, a 'L'infedele', ho avuto un piccolo scontro con Speroni, politico leghista. Lo avevo rimproverato per la sua rudezza. Fuori onda mi disse: 'Io sono maleducato perché rappresento un elettorato maleducato. Questa è la democrazia'. Da un certo punto di vista Speroni aveva detto una cosa corretta. In questo Paese si pensa sia giusto parcheggiare in seconda fila".
E quindi ci vuole qualcuno che rappresenti quelli che parcheggiano in seconda fila...
"Esatto. Ma quelli che parcheggiano in seconda fila sono già al governo".

"Limiti della democrazia, anche i coglioni votano". Grande titolo del tuo "Cuore".
"Resto convintamente democratico, un uomo un voto...".

Però...
"Ogni tanto mi viene la tentazione di pensare il contrario. Forse ci vorrebbe la patente per votare. Un esamino. Chi è il Presidente della Repubblica? Quante sono le Camere?".

Sei un vecchio borbottone...
"Se tu ti richiami alla Costituzione, ai padri costituenti, rispetto ad un magma in vorticoso cambiamento, sei un parruccone. E precettoso. Non fare così, fai cosà. Ma noi non siamo vecchissimi. Io ricordo che la parola cambiamento, si vota per cambiare, cambiamo l'Italia, era automaticamente accostata alla sinistra, persino al Pci che era un pachiderma. Ora non la usa più. O la usa a sproposito".

Che cosa ti appassiona oggi?
"Le questioni della terra, dell'alimentazione, del clima. Non ne parla nessuno in questo Paese. Sono rimasto sconcertato quando Giampaolo Pansa si scandalizzò per il fatto che nell'elenco dei 45 membri del comitato promotore del Pd, aveva visto il nome di Carlin Petrini, uno considerato un 'ghiottone'. Ma Carlin Petrini è uno dei pochi leader mondiali che abbiamo in questo Paese. Organizza la più grande rassegna mondiale di contadini. Frequenta Carlo d'Inghilterra, Vandana Shiva, gira il mondo, il suo Slow Food ha 40 mila iscritti in America. L'ultimo sussulto politico che ho avuto è stato quando un idraulico mi ha spiegato che nella mia casa di campagna dovevo mettere la geotermia, un sistema per scaldare gratis la casa. Questa è la politica. Ma non ne parla nessuno. Tranne Petrini".

Una volta eri del Pci...
"E ho apprezzato la svolta della Bolognina. Ho preso il primo anno la tessera del Pds. Poi ho lasciato perdere. Mi irritò il fatto che preferirono Napolitano a Rodotà per la presidenza della Camera. Mi dissi: siamo quelli di prima".

Solo per Rodotà?
"L'idea di creare un partito di sinistra che uscisse dalla rigida tradizione del Pci era ammaliante. Però non hanno avuto la forza di farlo. Invece di aprire le porte si pensò a conservare l'ufficio, la poltrona, l'assessorato".

Oggi?
"Oggi mi sento un moderato di sinistra".

Veltroniano? Prodiano?
"Veltroniano. Credo che sia stata un'idea giusta fondare il Pd. Ma non so se lo voterò".

Hai le idee confuse.
"C'è una spina che non si può inghiottire. La Binetti. Non sopporto la presenza dei teodem nel Pd".

E quindi?
"Mi sento totalmente in libera uscita dal punto di vista del voto. Ho votato Pd per fare mucchio e per contribuire alla diga antiberlusconiana".

Rifondazione comunista?
"Non credo. C'è qualcosa di vagamente perverso nel rivendicare la tradizione comunista. Il comunismo è stato una tragedia storica spaventosa, non ne è spendibile la nostalgia".

Qualche anno fa Marco Travaglio parlò di sinistra entrata nel palazzo con le pezze al culo e uscita rimpannucciata.
"Certamente ci sono dei casi di forte miglioramento sociale. Di più non so dire".

Però...
"Torniamo al salotti di Gandusio..."

Verusio.
"L'impulso a dire: 'Bè adesso ho cambiato ragione sociale' c'è stato. La fretta di levarsi di dosso una maschera di diversità un po' ingombrante ha portato a mosse incaute".

E quando vedevi il risotto di D'Alema, il servizio fotografico al timone del veliero, le sue scarpe da un milione, l'anticipo di 300 milioni per il suo libro stampato dalla casa editrice di Berlusconi...
"Effettivamente avrei preferito che D'Alema pubblicasse con un altro editore. Il discorso della diversità è molto complicato. Ma la domanda è: 'Si poteva evitare che da quello si passasse allo sbraco? Riusciamo a trovare una normale via di mezzo?'".

Tipo?
"Mi piace lo stile di vita normale di Veltroni, paparazzato mentre gira con l'ombrellone nella spiaggia libera".

Hai detto: "Fassino che va dalla De Filippi a fare la carrambata non mi è simpatico, mi sembra solo un travestimento".
"Era pesce fuor d'acqua, un ostaggio di un linguaggio non suo. Si intuiva benissimo l'operazione simpatia".

Prodi avrebbe vinto al posto di Veltroni?
"No. Non avrebbe vinto. Prodi è una persona perbene, ha fatto un governo di persone serie. Benissimo. Ma non si può governare un Paese dicendogli che deve farsi un gran mazzo. Qualche speranza bisogna darla".

La speranza, il sogno...
"Veltroni ha capito che la sinistra rischia di diventare una congrega di borbottatori scontenti e depressi. Se uno apre un negozio deve metterci della merce appetibile. Il negozio triste non funziona".

Chi ti piace a destra?
"Quando parla Fini dissento ma non mi offendo come quando parla Berlusconi. I post fascisti, tranne La Russa e Gasparri, mi fanno sentire meno a disagio di quelli di Forza Italia".

Giuliano Ferrara ha scritto della tua "snobistica innocenza"...
"Uno che fa un giornale da ottomila copie non può dare dello snob a uno che scrive su un giornale da settecentomila copie".

Sei snob o no?
"Ci sono aspetti della società di massa che ritengo deteriori. La cosa veramente snob e antipopolare è dare merda al popolo. Io penso che sia snob quello che a casa sua legge Proust e la sera va nel salotto della Vandusio..."

Verusio…
"E poi dice: mettiamo una bella telenovela di merda per le massaie che tanto non capiscono un cazzo. Io facevo lo gnocco fritto alla festa dell'Unità e so che il popolo non merita la merda".

Hai detto che Cuore è morto di missione compiuta. Non di missione fallita?
"Forse a vent'anni potevo illudermi che la satira potesse avere una influenza sul potere. Adesso penso che serve solo a chi la fa e a chi la legge. La satira è un vizio di minoranza".

E poi...
"Si può far satira su Calderoli? La satira è deformazione. Si può deformare il deforme?".

Ti piacciono i giornali?
"Mica tanto. Ci sono momenti in cui dico: 'Meno male che Travaglio ha scritto quell'articolo'. Ma anche momenti in cui penso che i giornali abbiano un ruolo pernicioso, che servano solo a generare ansia. Zanzare mostruose, invasioni di meduse. E' il vero pulp".

E' sempre stato così.
"Ma era l'informazione superpopolare, era Cronaca Vera. 'Violentata sei ore dallo zio su un tappeto di gran pregio', un capolavoro assoluto. Dove capisci che il peccato e la lussuria stanno nel gran pregio del tappeto. Però anche il Corriere della Sera titola: 'Meduse assediano le coste e nessuno fa niente'."

Di Rutelli hai detto: "Cerca di imporre i suoi obiettivi etico-confessionali".
"Io sono contentissimo che si sia convertito. Ma non capisco perché una cosa così privata debba influire pesantemente sulla vita del Pd".
Di Veltroni hai detto: "E' ingenuo, vulnerabile e permaloso".
"Permaloso molto".
Per esempio?
"Si è molto risentito quando ho scritto che Roma è sporca. Ma Roma è sporca. Dai tempi di Diocleziano. Un politico non deve offendersi di fronte alle critiche".

Gioco della torre. Bertinotti o Cofferati?
"Butto Bertinotti".

Cofferati...
"E' un mistero. Cinque anni fa sembrava che avesse il Paese in mano, che riuscisse a tenere insieme l'orgoglio di appartenenza e l'innovazione contro gli apparati. Tutti eravamo lì pronti a seguirlo. E poi... un mistero".

Veltroni o D'Alema?
"Butto D'Alema. Ha troppo disprezzo per la società di massa. E' un aristocratico. E' uno convinto che le piccole avanguardie cambieranno il mondo, che lui va avanti e il popolo seguirà. Veltroni è molto più moderno. A volte è un po' troppo marketing. Però ha capito che la politica è una faccenda di massa. D'Alema crede che la politica sia una partita a scacchi tra persone molto abili, tra intelligenze".
D'Alema è molto intelligente…
"Ma non ha capito che l'intelligenza non basta".

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venerdì 1 agosto 2008

Chi li ha visti? Che fine han fatto i politici trombati? Da dove ricavano il nuovo stipendio?

Erano ministri e segretari, potenti e onnipresenti in tv. La disfatta della sinistra li ha travolti. Ora fanno i nonni, si danno al pilates o ai libri. Senza più uffici né auto blu.
(Marco Damilano e Denise Pardo - L'Espresso) Di questi tempi l'isteria rossa ha un sintomo, lo scatolone da trasloco, e un nome, la sindrome Besancenot, dal nome di Olivier, mesto trotzkista francese, politico quando ci sono le elezioni, postino, quando regolarmente le perde. Prima di Chianciano, regolamento dei conti rifondaroli, Paolo Ferrero stava già sviluppando gli anticorpi del morbo. Poi la salvezza: l'elezione a segretario di un partito a pezzi come il cofano della sua Mercedes, comprata di terza mano e a rate (ovvio), divelto dopo un corpo a corpo con un palo sulla strada del Festival dell'economia di Trento.

Così ora, Ferrero, che a Roma abita con tre compagni e una compagna, nel senso di fidanzata, in un appartamento simil casa del popolo, ha il ruolo. La scampa lui. Ma la sindrome si abbatte su Franco Giordano. Ecco l'ennesima vittima. Ad aprile, aveva perso il seggio da deputato come tutto il politburo della sinistra radical-arcobaleno. A maggio, l'altra mazzata: dimissioni da segretario di partito. Adesso, l'apocalisse, l'addio ai benefit della falce e martello che aveva mantenuto nonostante la perdita dell'amata carica: la segretaria, l'addetto stampa, il portaborse, la macchina (l'unica del partito) con autista, il compagno della vigilanza, la mazzetta dei giornali ad personam. E, ora l'odiato Ferrero installato nella nobile poltrona. Perdipiù con una pregevole opera di Mario Schifano alle spalle. E lui, Giordano, a spasso come un co.co.co. a curare l'orto di Massa Martana. Il cataclisma berlusconiano e veltroniano delle elezioni continua a farsi sentire. È il neo liberismo applicato al Parlamento, un fenomeno mai visto in Italia prima, dove la politica assicurava il posto fisso. Il 13 aprile ha spazzato via tutto. Nessun protezionismo, nessuna cassa integrazione, ma invece una massa di precari messi in mobilità dagli elettori e dai loro partiti, sottratti alla catena di montaggio dei pastoni dei tg, dei take d'agenzia, e degli estenuanti turni notturni da Bruno Vespa.

Ai giardinetti, ai giardinetti! Vincenzo Visco, ex Dracula delle tasse, si dedica intensamente ai suoi addominali. Dai 740 ai muscoli alla Rocco Siffredi: tutti i giorni a fare Pilates, la ginnastica Usa, con la sua personal trainer su e giù sull'apposita panca. Dopo anni di potere ininterrotto, Palazzo Chigi, Authority, Viminale, Giuliano Amato si è fatto mettere la linea veloce di Internet nel posto che ha meno frequentato negli ultimi decenni: casa sua. Al Tennis club di Orbetello, fino ad aprile, nei week end era impossibile trovare un campo libero per palleggiare vicino al ministro dell'Interno, nota racchetta. Ora, per le prenotazioni non c'è più nessun problema. Amato c'è sempre. Ma adesso è soltanto il presidente onorario del circolo.
Oliviero Diliberto i voti non li ha persi. Solo che a votarlo mica sono gli italiani. Ma gli studenti del suo corso di diritto romano all'università di Roma, lezioni e udienze ogni lunedì e venerdì "Sono al terzo posto nella hit parade dell'indice di gradimento di tutta la facoltà", si pavoneggia lui, beato chi si accontenta.
A Ceppaloni, invece, l'anticamera di Clemente Mastella è vuota come un night di giorno. L'uomo che ha mandato tutto il governo di centro sinistra a casa, sverna nella villa avita, macina vasche nella piscina a forma di vongola e si è messo a dieta. Con un metro professionale da sarto, misura compiaciuto il dimagrimento del prosperoso collo, si confronta con la fedele colf e rilascia amene dichiarazioni sul cinguettio degli uccellini. Nella giornata dei desaparecidos della politica, è calato un silenzio che è un urlo di dolore. Una mortificazione. Quella che notarono mille anni prima, gli imberbi Pier Ferdinando Casini e Marco Follini ricevuti dal dinosauro doroteo Mariano Rumor. "Hai visto? Ci ha dedicato un'ora" gongolava Follini. E Casini, già allora ben più smagato: " Deve essere al punto più basso. Il telefono non ha mai squillato".

Cosa non si fa pur di restare a galla Un libro, un'autobiografia, un pamphlet. Franco Grillini, leader del movimento gay, ne sta preparando uno sui suoi sette anni in Parlamento ("echeggiando i 'Sette anni in Tibet' del mio adorato Brad Pitt"). Intanto gira l'Italia a presentare quello appena uscito: 'Ecce omo'. Gli manca il seggio. Ma non la fantasia per affrontare la giornata. Dirige il giornale telematico 'Gay news'. Vuole rilanciare l'associazione giornalisti gay. Riaprire la gay tv, mentre si fa vedere in Parlamento come lobbista, inutile specificare per chi. Soprattutto, ha presieduto la giuria Mister Gay Italia 2008, dove Mister Bergamo ha stracciato Mister Veneto e Mister Pegaso alla presenza, avvisa il sito grillinesco, di un'autorità internazionale. Nientepopodimeno che Morten Ruda, presidente di mister Gay Europa. Quanto di meglio per presentarsi tra dieci mesi come candidato sindaco di Bologna contro Sergio Cofferati.

In quanto a iniziative di peso, Willer Bordon, mica è da meno. Con bandana rossa al collo, ammicca sexy dal suo eccitante sito. C'è la Willer newsletter, avvincente. C'è Willer Bordonanche Willer su YouTube, per chi avesse bisogno di altre dosi. In carne e ossa, gira l'Italia. Per presentare un libro? Macché. Willer è un tipo molto più sofisticato. Ha scritto una prefazione. Neanche da solo. Ma a quattro mani con la forzista Gabriella Carlucci. Per inciso, il libro l'hanno partorito altri. Titolo evocativo: 'Il mercante e l'artista', (e chissà chi è l'artista della coppia) sulla fondamentale tax shelter per il cinema. Ma è solo un assaggio, aspettando il Willer evento previsto per l'autunno. L'astuzia massima. La straordinaria abilità, acquistata in vent'anni di piroette politiche, dell'omelette rivoltata. In192 pagine Bordon spiega 'Perché sono uscito dalla casta'. Chi? Bordon? Certo." In un Parlamento che non fa il suo lavoro non si può restare. Per fare politica occorre uscire dalla politica, questa è la mia scelta di vita". Ma non è stata la politica a mollare lui?
Faccio alla Gore In realtà, i neo precari dovrebbero pensare in grande. Fare il salto, iscriversi almeno al British council. E studiare da Al Gore, trombato alle presidenziali del 2000 contro George W. Bush, sfigato in politica, capace di trasformare la disfatta in un conto miliardario nobilitato persino dal premio Nobel e dall'aura di guardiano della Terra. Cosa c'è di meglio che costruire una fondazione, un think tank, un pensatoio, insomma un posto dove andare la mattina e un qualcosa da scrivere su un biglietto da visita? Molto democratic, oltretutto. E compassionevole. È la formula Prodi che il Professore sta portando nella sua 'Fondazione per la pace e la cooperazione fra i popoli', ambizioso progetto che lo piazza nel club degli statisti senza trono, i Blair, gli Chirac tutti costretti a ingolfare le agende di vertici dei paesi africani e indù dopo anni felici a gestire il potere.

Ora bisogna gestire la fase desaparecido, il terribile pericolo della dissolvenza. E soprattutto il rischio che il 9 agosto, giorno del compleanno dell'ex premier, il castello di famiglia di Bebbio, da anni pellegrinaggio di cronisti e clientes, e del clan parentale al completo, oltre un centinaio, costretto a omaggiare Romano il Grande, mostri invece del solito pienone, vistose e desolanti defaillance. Intanto, annunciato da un inquietante count down da Cape Canaveral su Internet in inglese, sì, in inglese ("2 days, 20 hours, 30 minutes, 11 seconds") è appena decollata la fondazione Università Verde dell'ecocreatura, ex ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio in combutta con Gianfranco Amendola. Un'iniziativa di cui effettivamente il paese sentiva la mancanza. Al Pecoraro, il Gore di Salerno, felice come un pomodoro biologico fino al giorno della sconfitta, ora ha una nuova gravità. Camicia bianca, volto preoccupato, lancia l'allarme clima, la fondazione e anche la tv sat: "Bisogna costruire l'humus culturale per rigenerare l'ambiente e salvare il pianeta". Traduzione dal pecorarese: "Aiuto, rischio l'estinzione, riportatemi nel mio habitat: Montecitorio e Porta a porta".
Il fuorisede rosso Almeno Pecoraro è riuscito a far eleggere alla guida dei Verdi Grazia Francescato, la sua candidata. Fausto Bertinotti invece è virtualmente senza partito dopo l'elezione di Ferrero. Di più. Senza neanche una stanza in viale del Policlinico, sede di Rifondazione, al pari di Giordano, e dei suoi fedelissimi Gennaro Migliore, Alfonso Gianni. Per carità, una fondazione ce l'ha pure lui, almeno fino alla fine della legislatura. Quella della Camera che gli spetta come ex presidente. Quasi una beffa della sorte per l'ex sindacalista, l'amico del sub comandante Marcos e di Chávez, seduto ora su una poltrona da Bucciarelli Ducci. Intanto, Craxi fa la fondazione Craxi. Bobo non perde tempo e valorizza ancora una volta il marchio. Dopo aver annunciato che la suddetta nascerà in autunno e porterà il nome del capostipite Bettino, l'ex sottosegretario agli Esteri del governo Prodi è volato da mamma ad Hammamet. Non senza aver rilasciato ai giornali pirotecniche dichiarazioni che soprattutto grazie a lui: 1) l'Italia è stata riammessa nel Consiglio di sicurezza dell'Onu; 2) ha ottenuto la moratoria sulla pena di morte; 3) Milano si è presa l'Expo. E anche che molte aziende sarebbero ghiotte di avere una sua consulenza. L'agenzia di viaggi 'Socialisti disoccupati nel mondo' ha avuto il suo bel da fare. Lui in Tunisia. Enrico Boselli, il segretario che passerà alla storia per aver condotto i socialisti alla scomparsa dal Parlamento, in Messico, tra Acapulco e lo Yucatan. Un lungo tour, dopo mesi passati a ciondolare in tuta con la borsa della palestra a Piazza Euclide a Roma, nel cuore del quartiere Parioli. E il partito o quel che ne resta? Ufficialmente nelle mani del neo segretario Riccardo Nencini, in realtà è pilotato da Gavino Angius. Travestito da amorevole nonno con secchiello e paletta sulle coste sarde a giocare con le nipotine, o nei parchi romani a spingere l'altalena, l'ex capogruppo al Senato dei Ds, un tempo polifonico dichiaratore analogico, digitale e satellitare, coltiva il progetto di traghettare i socialisti nel partito democratico in vista delle elezioni europee. Per dare man forte all'amico di sempre: Massimo D'Alema.

L'ultima spiaggia Giardinetto per giardinetto, l'europarlamento almeno è un parco dignitoso. Ma per i desaparecidos è soprattutto l'ultima spiaggia. L'ultima scialuppa per scappare dalla vita da pensionato sia pure di lusso: saranno fuori dal potere, ma il conto in banca non è certo rosso, con vitalizi che variano dai tremila ai diecimila euro al mese. E con i partiti che continuano indisturbati a intascare rimborsi elettorali milionari fino al 2011 e al 2013. Spiccioli, si fa per dire, da investire l'anno prossimo alle europee. Si parla d'Europa ma si combatte in Irpinia. Tutti ad aspettare l'8 agosto, giorno di gaudio e notte di San Ciriaco. Già si preparano i doni, caciocavalli sopraffini, bottiglie del vino Don Ciriaco, mazzi di carte personalizzati per le amate partite a tresette. Quel giorno come da tradizione, come se il tempo fosse pietrificato, l'ottantenne De Mita dopo la cena spiega agli indigeni adoranti la stagione che verrà.

Questa è la prima volta dal 1963 che è fuori dal Parlamento. Dallo schiaffo del loft, non si è più visto in Transatlantico. Si è ritirato nel feudo di Nusco, ma non è stato con le mani in mano. Desaparecido sì, ma non fesso. Le giornate le trascorre curando il 'territorio': asl, comunità montane, l'acquedotto dell'Alto calore. Come un giovane disobbediente, ha fatto saltare la giunta provinciale di Avellino. E un bel pezzo di Pd campano, a partire dal capogruppo regionale Mario Sena, aspetta un suo cenno ora che è passato all'Udc. Un attivismo che tra un cinguettio e l'altro, tiene Mastella con il fiato sospeso. Ha annunciato che è pronto con il partito di Casini a rientrare in politica da soldato semplice a Bruxelles. Però dannazione, tra lui e il seggio europeo, la storia ha infilato il suo antico maestro. La cosa sta in mano a Ciriaco che deve decidere se candidarsi lui o fare finalmente il bel gesto da padre nobile e consegnare lo scettro del comando a un delfino. Se dopo anni di incomprensioni e litigi, fosse Clemente sarebbe un finale strappacore. Una happy end e un segno di speranza per la lunga schiera del neo precariato del potere politico, anime in pena finite nel purgatorio di giardinetti, blog e traslocatori.

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mercoledì 30 luglio 2008

Die Linke o morte, l’inutile telenovela a sinistra del PD.

(Giornalettismo) Vi è qualcosa di sinceramente paradossale in ciò che succede “alla sinistra del Pd“. Un obiettivo politico - e un “fratello maggiore” di un certo successo - c’era. Ovvero la Die Linke tedesca, per quanto il paragone a taluni possa sembrare orribile; stiamo ai fatti: “Nelle elezioni del 2005 il partito ha ottenuto l’8,7% dei voti con 51 seggi e gode di un rilevante potere politico [...]. Nelle elezioni comunali in Sassonia, svoltesi l’8 giugno 2008, l partito ha raggiunto il 18,7% “. C’era anche il tempo, anche se non tantissimo, e un paio di fuoriusciti dal PD che potevano portare il tutto a una somiglianza impressionante. Quando Cesare Salvi cominciò a “farsi notare”, scavalcando in commissione il neonato Partito Democratico nel dibattito sulla legge sui Dico. Insomma, l’Oskar La Fontaine c’era, e il resto poteva arrivare.

Questi sono i risultati di un sondaggio - di certo senza alcuna valenza scientifica - proposto su Repubblica ieri: il 75% vedono o uno solo oppure nessun partito alla sinistra del PD. Non sarà indicativo del campione, non rappresenterà il pensiero di tutti quelli che si identificano in quell’area, tutto

quel che volete: è comunque significativo. E invece Rifondazione Comunista tira fuori il congresso più surreale della storia, con tanto di riesumazione della salma (politica) di Fausto Bertinotti forse direttamente da una di quelle feste alle quali da presidente della Camera raramente mancava, dando modo a tutti di ammirare la sua abilità come ballerino. Segue un Nichi Vendola che se ne va prima della fine del conteggio dei risultati, dopo essersi accorto che non vincerà perché ha raggiunto una maggioranza relativa e non assoluta, e il parterre finale spetta all’ex ministro Paolo Ferrero, un cristiano valdese che finalmente è arrivato a sedersi sullo scranno più alto di un partito che si chiama ancora “comunista“. Volessimo sfottere, tireremmo in ballo il sogno nascosto di Aldo Moro finalmente realizzatosi. Se non fosse che Ferrero ha vinto in nome dell’antivendolismo, quando altre liste in ballo si sono coalizzate pur di dare un segnale di “rinnovamento” cacciando via il pupillo e l’erede designato di Bertinotti.

Poi ci sarebbe il Partito dei Comunisti d’Italia: “I punti di unione tra Diliberto e la Rifondazione di Ferrero-Grassi-Pegolo e Giannini sono anche molti altri: il comunismo, la lotta di classe, i simboli, il no ad ogni ipotesi di riedizione dell’Arcobaleno, e più di tutto il no ad ogni accordo col Pd. Insomma, forte identità, quasi settarismo, molto a sinistra e molto dal basso, molto di lotta e mai più di governo. Opposizione a vita e mani libere“. In pratica, un club del bridge. Fortemente orientato “al popolo, al sociale, al precariato, alla rivoluzione d’Ottobre e bla bla bla“, ma un club del bridge. Poi c’è una “costituente di Sd“, il cui leader è Claudio G. Fava. Le parole sono buone - “Gli elettori ci dicono mai più ciascuno a guardia del proprio museo e ci chiedono di riorganizzare la sinistra in un campo molto più vasto e inclusivo. Invece, cantare Bandiera Rossa è come fare la guardia al proprio museo” - le idee distintive, per ora, pochine. Cosa si vuole, in economia e nel welfare, nella propria idea di paese non si dice. In una parola: ombelicale, per ora.

A dare un plus di surrealità al tutto ci sono i Verdi. Che hanno eletto Grazia Francescato come portavoce, in continuità con la gestione di Alfonso Pecoraro Scanio. I maggiorenti del partito saranno di sicuro coscienti che Pecoraro non è stato esattamente il ministro più amato tra quelli del fu governo Prodi. Figuracce folkloristiche rimediate leggendo male la colonnina di mercurio (sono cose che capitano), e poco convincenti difese d’ufficio nell’emergenza monnezza di Napoli. Fino all’accusa di corruzione: “Secondo l’ ipotesi accusatoria, il ministro, grazie a questi rapporti, e ai favori fatti e ricevuti, avrebbe viaggiato in Italia e all’ estero (Europa, Americhe, Caraibi) non pagando una lira di tasca sua“. La Francescato aveva come alternativa Marco Boato detto “er bozza“, un garantista di ferro fin troppo apprezzato dal Foglio. E arriviamo al tocco di drammatico in quest’atmosfera surreale: dentro Rifondazione si vive qualche ripensamento a proposito delle giunte nelle quali governa insieme al PD. Potrebbe rompere l’alleanza su tutta la linea, anche locale. Giusto per dare un segnale politico forte. Ora, riconsiderate tutto quello che ho detto dall’inizio, e ditemi la verità: a voi questi sembrano normali? Oppure ha ragione chi dice “Falce e macello”?

Nel frattempo, Leonardo scrive un post sulla Fallaci da togliersi il cappello, dotato di un finale fantastico: “Riposa in pace. Un giorno voglio andare a sussurrarlo sulla tua tomba. Solo per tendere l’orecchio e sentire che dallo sdegno ti rivolti. Vecchia stronza, beh, sì – un po’ mi manchi“. Il governo viene battuto in aula sul decreto Milleproroghe per colpa dell’Mpa e della Lega. Francesco Giavazzi, con la sua solita causticità, demolisce la governance duale in riferimento a Piazzetta Cuccia, e chiude così: “Che cosa c’entra con tutto questo la politica? Probabilmente nulla. Tranne se da domani la nuova Mediobanca cominciasse a partecipare a operazioni giustificate da un supposto «interesse nazionale», come il salvataggio di Alitalia, anziché dall’interesse dei suoi azionisti, in primis dei risparmiatori che hanno investito nella banca“. Felici di non essere dei visionari. E, sempre a proposito della meravigliosa Alitalia, ecco a voi l’ennesimo articolo in cui si descrive la nuova cordata. Ma il pezzo comincia dicendo che forse il piano industriale di Air France non sarebbe potuto andare in porto: excusatio non petita? Comunque: “Ai nomi già circolati (Benetton, Riva, Marcegaglia, Aponte, Fossati e Ligresti) si potrebbero aggiungere due banche d’affari come la Morgan Stanley e Nomura e due fondi di private equity (Equinox e Clessidra). Intesa — se richiesta — con tutta probabilità sottoscriverà anch’essa il 10% del capitale“. Toto, ed è questa la notizia, potrebbe decidere di vendere Air One alla cordata per euro 300 milioni diconsi 300 milioni. Diciamolo: se andasse così, bisognerebbe girarne un altro, di film sugli “audaci colpi dei soliti ignoti“.

Vignetta di Artefatti

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lunedì 28 luglio 2008

Ferrero nuovo segretario di Rifondazione con otto voti di scarto Vendola sconfitto: "No scissione".

Il VII congresso di Rifondazione comunista si chiude con spaccatura netta.
Otto voti di scarto incoronano l'ex ministro. Aria di una nuova scissione.
Il nuovo leader: "Ha vinto una coalizione politica. Rilancio il partito dal basso e da sinistra". Il governatore della Puglia: "Un grosso errore. Così finisce questo partito".

(Claudio Fusani - La Repubblica) Paolo Ferrero diventa segretario di Rifondazione comunista con otto voti di vantaggio (142 sì, 134 no), davanti a una sala con i pugni alzati che intona "Bandiera Rossa", spaccando il partito e lasciando macerie. Nichi Vendola e i bertinottiani, da sempre la maggioranza, sono sconfitti con il 47,7 per cento dei delegati. "Questa scelta è un grave errore, il partito diventa un guazzabuglio" dice il governatore della Puglia. E annuncia: "Noi non ce ne andiamo, continuiamo la nostra battaglia, non ci sarà scissione ma non entriamo in segreteria". Nasce l'area "Rifondazione da sinistra".

Il VII congresso di RC, quello che in un modo o nell'altro doveva lasciare il segno nella storia del partito che più di tutti ha perso le elezioni, è raccontato da numeri e alcune istantanee: cinque mozioni; quattro giorni di liti e accuse furibonde; due mesi di recriminazioni e tiri mancini; riunioni notturne e agguati; i dieci minuti di applausi per Bertinotti e la speranza lunga un pugno di ore di una ricomposizione; i cori "Bella ciao" e "Bandiera rossa" urlati da una parte come se fossero di quella sola invece che di tutti. Un delegato anziano, di Firenze, che ancora poche ore prima dello sfacelo prende per un braccio Gennaro Migliore e Paolo Ferrero, li mette uno di fronte all'altro, e li prega: "Smettete di litigare, che ci avete fatto piangere". L'ex cossuttiano Claudio Grassi, per giorni l'uomo della mediazione che ancora ieri diceva, dal palco: "Nichi, Paolo, parlatevi perché se Rifondazione si divide in due, Rifondazione finisce". Non si sono parlati. Non a sufficienza.

Momenti e situazioni che difficilmente saranno superati e digeriti. Come la votazione, oggi all'ora di pranzo, dei due documenti contrapposti avvenuta con chiamata nominale: per tre ore i 646 "compagni" e "compagne" che non si fidano più l'uno dell'altro, sono sfilati davanti al microfono per dire nome, cognome e numero del documento votato. Qualcosa di surreale. Esercizio di democrazia, si dirà. Poteva immaginare Rifondazione di arrivare a questo?

La squadra vincente. Ha vinto, alla fine, Ferrero, arrivato qui col 40 per cento dei voti. E' riuscito a ribaltare storia, numeri, tradizione e prospettive di un partito diventato "verticistico e leaderistico". Lui, invece, che è stato l'unico ministro di Rc nel governo Prodi, è l'uomo della ripartenza "dal basso, a sinistra", che non parla col Pd, di lotta dura e pura e non di governo, che fa della lotta di classe e dell'anticapitalismo i cardini del programma e giudica "l'unità a sinistra" il più grave errore degli ultimi anni. Insieme a lui, per mettere insieme il 50,5 per cento, un gruppo di trotzkisti e di duri e puri della falce e del martello; Ramon Mantovani "nostalgico del partito del '95 che non ha espulso Nichi"; il giovane Maurizio Acerbo, ex deputato dell'Unione; il cossuttiano Claudio Grassi, che fino all'ultimo ha cercato una mediazione, e Giovanni Russo Spena, capogruppo al Senato nel governo Prodi. Curioso destino: Russo Spena e Ferrero sono ex di Democrazia proletaria. Chi si rivede, vent'anni dopo.

Il segretario incoronato. E' stanco Ferrero. E preoccupato. Fedele al principio "prima la linea politica, poi il leader", è diventato candidato alla segreteria poche ore prima del voto, dopo un tormentone durato giorni e solo perché indicato dai suoi nel Cpn, il parlamentino del partito. Precisa che "il congresso è stato vinto da una coalizione che ha un accordo su una base politica basata su tre elementi: Rifondazione c'è oggi e domani; rilancio di un'opposizione sociale al governo Berlusconi e maggiore autonomia dal Pd anche se non usciremo dalle giunte locali". Non è vero che "siamo un fortino" e "staremo più col popolo e meno in tv".


Vendola: "Questa è la fine del partito". Il governatore della Puglia lascia il congresso prima che la conta finisca. Dopo un giorno di speculazioni sulla sua rinuncia alla segreteria, rilanciate fin dalla mattina da quelli dell'area Ferrero, Vendola resta candidato fino alla riunione del Comitato politico nazionale, il parlamentino che vota il segretario. Solo in quella sede, alle 18, con i numeri nero su bianco, si ritira. Annuncia che i suoi voteranno contro Ferrero e che non entreranno in segreteria "per evitare qualsiasi compromissione con una linea che non ha il fiato per risollevare la sinistra". E' stata, dice, una battaglia "importante, appassionata e durissima". Per la sinistra "non è un colpo mortale ma una battuta d'arresto. Noi non abbandoniamo questa battaglia".

Prima della votazione dei due documenti - 1 per Ferrero-Russo Spena; 2 per Vendola-Migliore - il governatore era stato ancora più duro. E sanguigno. "Sono sconfitto ma sereno - aveva detto - Considero questo congresso il compimento della sconfitta politica di aprile, la ratifica di un arretramento culturale perché ho sentito cose di una volgarità straordinaria, ben oltre la decenza e la fine del partito della Rifondazione comunista". Poi, per mettere a tacere voci di una scissione, "noi, con il nostro 47,7 per cento, non ce ne andiamo, stiamo qua a costruire la nostra battaglia". Quella che vince oggi, precisa, è "una maggioranza ricreata con alchimie".

La notte dei lunghi coltelli. Il dramma politico dentro Rifondazione diventa irrecuperabile nella notte tra sabato e domenica, riunioni e incontri fino all'alba per cercare una mediazione a cui però vengono chiuse tutte le porte. Viene bocciata in Commisione Statuto l'idea del Pesidente del partito da affiancare al segretario, due cariche per due anime. Finisce male l'incontro Bertinotti-Grassi. Ancora peggio in Commissione politica, sempre di notte, dove Gennaro Migliore (mozione 2) si presenta con un documento di possibile mediazione ma si trova solo davanti una situazione già predefinita: Ferrero ha riunito in un solo documento altre due posizioni, Pegolo-Giannini (documento 3, "per rilanciare il conflitto sociale") e Bellotti (mozione 4, "per la falce e il martello"). Sommando minoranze, la maggioranza Vendola finisce sotto. Un colpo di scena. Sono le tre di notte. Finiscono adesso quasi tutte le speranze.

Mascia: "Vi prendete un simbolo ma buttate un partito". Le tensioni della notte si replicano in mattinata, nell'assemblea che deve votare le mozioni. Restano due soli documenti. Il primo lo legge Giovanni Russo Spena (1-3-4): dice "no alla Costituente di sinistra", "no a qualsiasi alleanza con il Pd", parla di "ricostruzione dal basso e da sinistra", di "lotta di classe e al capitalismo", di "lanciare nuovi referendum sul sociale", soprattutto che la nuova Rifondazione "dovrà decidere non da posizioni di vertice ma in nome del pluralismo interno". Qualche fischio, molti applausi, sala divisa come sempre. Poi prende la parola Graziella Mascia, per la piattaforma 2. E si arriva a un passo dalla rissa. "Nel documento appena letto - contesta Mascia - ci sono cose molto gravi rispetto alla storia di Rifondazione. La mozione 2 (Vendola ndr) presenta un altro documento e afferma che in questo congresso si è impedito di cercare una soluzione unitaria. Sapete, si può tenere il simbolo di un partito e insieme buttarne via la storia". Fischi, applausi, cori, due distinte tifoserie.

Il congresso finisce così. Cosa succede adesso a sinistra del Pd è domanda difficile. Di sicuro oltre a Sinistra democratica di Mussi e Fava, c'è un gruppo di Verdi che fanno capo allo sconfitto Marco Boato e a un pugno di socialisti. E c'è l'area "Rifondazione da sinistra": la guida Vendola, Bertinotti darà più che una mano, ha molti giovani (Migliore, De Palma, De Cristoforo, Fratoianni) e donne lucide e agguerrite (Deiana). Farà sentire la sua voce e il suo peso. Andrà in piazza molto presto. Avrà gli artigli. E non solo quelle poesie così citate e così dileggiate durante il congresso.

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domenica 27 luglio 2008

Rifondazione, Nichi Vendola verso il ritiro.

Ferrero verso l'elezione a segretario. I bertinottiani: «Non ci sarà scissione» Salta l'ultima mediazione, nessun accordo su documento comune. Migliore: «Faremo opposizione nel partito».
(Il Corriere della Sera) Sono ripresi in un clima di tensione e contestazioni i lavori della giornata conclusiva del congresso di Rifondazione. Ed è ormai rottura definitiva tra i due gruppi pro-Vendola e pro-Ferrero. Graziella Mascia spiega i motivi del perché voterà la mozione di Vendola e non appoggerà il documento sostenuto dalle altre quattro mozioni. Tensione alle stelle quando Giovanni Russo Spena, che sostiene la mozione di Ferrero, ha letto il documento nel quale si delinea la nuova rotta di Rifondazione. «In questo documento - ha contestato Mascia - ci sono cose molto gravi rispetto alla storia di Rifondazione. La mozione 2 presenta un altro documento e afferma che in questo congresso si è impedito di cercare una soluzione unitaria». Si litiga anche sui numeri: Alfio Nicotra della mozione 1 ha annunciato che la commissione elettorale aveva trovato l'accordo sul fatto che i componenti del comitato politico, che eleggeranno il segretario, sono 280. Ma dalla sala si sono subito levati brusii e critiche e Rosa Rinaldi ha preso la parola per dire che la mozione 2, guidata da Nichi Vendola, aveva dato il via libera a un "parlamentino" di 240 membri. L'esito delle contestazioni è stata l'immediata riconvocazione della commissione elettorale.

RIUNIONE NOTTURNA - Intanto non si esclude un nuovo colpo di scena nella giornata decisiva con l'elezione del segretario. L'estremo tentativo di trovare un accordo tra la mozione 2 che fa capo a Nichi Vendola e gli esponenti del documento 1 di Paolo Ferrero è saltato dopo una lunga riunione notturna della commissione politica. L'ala vendoliana, a quanto si apprende, ritiene inaccettabile il testo di un eventuale documento su cui convergano le altre quattro mozioni. A questo punto i delegati della mozione 2 si sono riuniti per studiare la risposta e come restare nel partito dopo l'ormai probabile elezione di Ferrero a segretario. A questo punto è ritenuto possibile il ritiro del governatore pugliese dalla corsa alla leadership anche se di fatto resta l'unico candidato.

CORRENTE 'SINISTRA' - Ma Vendola non sta con le mani in mano. Contro il documento messo a punto nella notte da Ferrero in accordo con esponenti dell'area politica di Claudio Grassi in direzione di una maggiore autonomia del partito (con tanto di uscita da alcune amministrazioni locali oggi governate assieme al Pd), il governatore avrebbe preparato la contromossa, dando indicazione ai suoi delegati di non sostenerlo più ma di votare soltanto contro Ferrero: «Così - spiegano alcuni delegati - l'ex ministro si troverebbe alla guida di una macchina senza però la struttura alla base». Contestualmente, l'area che fa riferimento al governatore della Puglia darebbe vita a una corrente ('La Sinistra') nella prospettiva più avanti di organizzare una vera e propria costituente.

«NESSUNA SCISSIONE» - Ma l'ex gruppo dirigente che appoggia Vendola esclude in ogni caso l'ipotesi scissione. L'ex capogruppo alla Camera Gennaro Migliore: «Noi abbiamo fatto la storia di questo partito, non ce ne andiamo, faremo un'opposizione ampia e larga dentro il partito per portare avanti il nostro progetto di unità a sinistra». Amaro l'ex segretario Franco Giordano: «Ci abbiamo provato in tutti i modi, volevamo disperatamente recuperare l'ipotesi unitaria. Nichi ci ha provato con tutte le forze, ma c'è un documento di tutte le minoranze contro l'unica mozione che ha presentato un progetto per salvare Rifondazione». Di diverso avviso Ramon Mantovani, esponente della mozione 1: «C'è stata una riunione della commissione politica e la mozione 2 l'ha abbandonata. Li è stato elaborato un testo in cui si dice cosa deve fare Rifondazione. Sono molti i punti che ci uniscono anche con la mozione 2, se quest'ultima non avesse voluto impostare la discussione congressuale su una linea come se fosse l'unica possibile» ha detto in un'intervista a Radio Popolare. Mantovani insiste sulla necessità che per il partito vi sia «una gestione diversa rispetto a quella tenuta fino ad ora, solo a maggioranza».

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lunedì 14 luglio 2008

Passa la mozione Vendola ma è bocciata la costituente di sinistra.

(Ansa) La mozione Vendola e' prima al congresso della federazione romana del Prc con il 48% dei voti, contro il 42,7% di quella Ferrero ma la maggioranza dell'assise vota un ordine del giorno con cui boccia la costituente di sinistra.
Questo il risultato dopo tre giorni di lavori aperti dal segretario uscente Massimiliano Smeriglio, che ha lasciato l'incarico di segretario. In seguito alle decisioni prese dalla commissione nazionale su alcuni ricorsi, come informa una nota della federazione, su un totale di 2.395 voti la mozione 1 (Acerbo-Ferrero) raggiunge il 42,7%, la 2 (Vendola) si attesta al 48%, la 3 (Pegolo) al 5%, la 4 (Bellotti) e la 5 (De Cesaris) al 2% circa.
In base alle percentuali raggiunte da ciascuna mozione, sono stati votati e decisi i 25 delegati romani e regionali che andranno al congresso nazionale di Chianciano (24-27 luglio). Tra questi Patrizia Sentinelli, Massimiliano Smeriglio e Luigi Nieri.
E' stato inoltre costituito il Comitato politico federale, formato da 110 eletti. A partire dai prossimi giorni verranno avviate le consultazioni dei nuovi organismi dirigenti per eleggere il nuovo segretario e i membri della segreteria della federazione.
Il voto dopo il congresso di Chianciano. ''La costituente di sinistra di Vendola, sostenuta dal segretario uscente Smeriglio e' stata bocciata dal congresso - ha detto il portavoce della mozione Ferrero, Alessandro Cardulli - l'ordine del giorno conclusivo approvato con 191 voti favorevoli, 187 contrari e 8 astenuti afferma che l'ipotesi politica della costituente non si e' affermata e risulta non maggioritaria''. Nel documento si sottolinea che ''l'ipotesi di superamento del Prc in una nuova formazione della sinistra non ha spazio e possibilita' ne' oggi ne' domani''.

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sabato 28 giugno 2008

Gay Pride, parole d’ordine: “Dignità, parità, laicità”.

Gay Pride 2008

(Panorama) Un’acclamatissima Vladimir Luxuria, con una tiara in testa e un gonnellino bianco, ha aperto il corteo: sullo striscione d’apertura del ‘Bologna Pride’ le tre parole d’ordine della manifestazione: “Dignità, parità, laicità”. A tenerlo ci sono, tra gli altri, Aurelio Mancuso, presidente nazionale di Arcigay, Marcella Di Folco, leader del Movimento transessuali italiani (in mise nera in segno di lutto, ha spiegato) e l’ex deputata Luxuria. “Avevano previsto una Bologna grigia e nuvolosa, siamo venuti a colorare questa città”, ha spiegato Vladimir Luxuria. In testa la tiara con la scritta ‘No angel’. Alla domanda sul perché di quella scritta, ha risposto: “Perché, meno male, non sono un angelo”. A sfilare in corteo anche Nicki Vendola, presidente della Regione Puglia, Vittoria Franco, ‘ministro ombra’ del Pd per le Pari opportunità, e Sergio Lo Giudice, presidente onorario di Arcigay. Lungo il percorso molti cartelli a favore della laicità ed anche uno dal tono un po’ spinto rivolto al ministro Carfagna: “Carfy, te la sbatto in faccia la cravatta”, che allude all’invito rivolto dal ministro ad un Pride meno appariscente in giacca e cravatta. E in attesa dei Pacs o Dico che non arrivano Alessandro Grisolini di Firenze e Bernard Vandal del Quebec si sono uniti in matrimonio simbolicamente davanti al consigliere comunale di Sinistra Arcobaleno Alessandro Zan di Padova, che introdusse l’anagrafe delle coppie di fatto. A sancire il matrimonio simbolico una foto e un bacio.

I partiti sono fuori dal Gay Pride. Ma per Franco Grillini, storico leader del Movimento Gay ed ex deputato, manifestare significa fare politica: “La politica dei partiti è scarsamente presente, perché ormai da tempo quelli che in Parlamento hanno abbandonato la battaglia per i diritti politici, ma il Gay Pride è una festa della politica”. Anche Nichi Vendola ha partecipato fin dalla partenza del pre-corteo al Gay Pride nazionale di Bologna. “Non è essere qui è davvero uno spreco, c’è un’energia formidabile è il punto fondamentale per ricominciare battaglie di libertà” ha detto il presidente della Regione Puglia “è una contraddizione non essere qui a fare opposizione ad una destra di ‘acchiappafantasmi’. È un vero peccato che il Pd non ci sia, ma non parlo solo del Pd, tutti quelli che hanno a cuore la domanda di libertà del paese non possono non essere qui”. “Questo pride è diverso perché si sente nel Paese un forte vento di intolleranza” ha spiegato “sono tornate a parlare e a vincere culture regressive. Sulla diversità si gioca una partita cruciale per la democrazia”.


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giovedì 26 giugno 2008

Gianni Cuperlo. Quei fratelli coltelli del Pd.

Ha attaccato la leadership del Pd e ora è il sorvegliato speciale dai big del partito. E fa mea culpa: "Se i dirigenti sono sempre gli stessi è colpa dei giovani che non sono emersi".
(Colloquio con Gianni Cuperlo - L'Espresso) Una nuova generazione al potere? Gianni Cuperlo, sorvegliato speciale dai big del Pd dopo il suo attacco alla leadership, cita il poeta Umberto Saba, triestino come lui, per descrivere il male oscuro del partito. "Nel '45 disse che il problema dell'Italia è che non siamo fondati sul parricidio, ma sul fratricidio. Invece di allearci per uccidere il padre ci facciamo fuori tra noi. Con l'aggravante che in politica, spesso, i fratelli tendono a mettersi d'accordo con il padre per far fuori gli altri fratelli, i loro coetanei".

Sembra il racconto della vita interna dei Ds ieri e del Pd oggi. Veltroni e D'Alema eternamente contro e a galla e voi 'giovani' eternamente emergenti...
"Sia chiaro: se la foto di gruppo dei dirigenti negli ultimi quindici anni non è cambiata la colpa non è di quelli che sono rimasti, ma di quelli che non sono emersi. È nostra".

Cosa dovreste fare ora per recuperare il tempo perduto?
"Non dobbiamo avere paura di misurarci con il confronto e anche con il conflitto di idee, di opinioni, di culture. Nel mio vecchio partito, dopo lo scontro del '94 tra D'Alema e Veltroni per la successione a Occhetto, si è coltivata la rimozione del conflitto. Credo che nel Pd dobbiamo superare questa ideologia dell'unità, la mitologia dell'unanimismo che ci ha impedito di confrontarci e di crescere. L'unità è un risultato cui approdi alla fine, non puoi avere paura, sopire, impedire, inibire la formazione del nuovo soggetto".

È quello che sta succedendo nel Pd?
"All'ultima assemblea ho ascoltato tanti interventi, del tutto condivisibili. Solo che se chiudevi gli occhi avresti potuto tranquillamente collocarli nel 2001, sette o otto anni fa. Dopo la sconfitta del 2001 non abbiamo fatto quello che ha fatto in Inghilterra il New Labour. Tra il 1979 e il 1997 sono passati diciotto anni, un'intera generazione: alla fine il Labour è tornato al governo con Blair, ma era un partito completamente diverso. Noi questo rinnovamento profondo non l'abbiamo compiuto. Perfino il Pd è stata vissuto dai gruppi dirigenti come una scelta inerziale. L'idea più coraggiosa e radicale che abbiamo concepito è stata gestita con gli strumenti dell'ordinaria amministrazione. Questo ci dice che il rinnovamento non è un problema solo generazionale. Ci sono persone che sono molto più libere di pensare anche se più anziane. Serve una nuova leadership collettiva".

Leadership collettiva sa di scorciatoia per non affrontare di petto la questione del cambio del leader, del segretario...
"Franceschini dice che Veltroni sarà il candidato premier anche nel 2013 e io non ho nulla in contrario. Anzi, lo ripeto per l'ennesima volta: alle elezioni del 13 aprile senza Veltroni saremmo stati travolti. Ora però Veltroni e gli altri dirigenti devono aiutare il Pd in questo processo. Devono far uscire allo scoperto idee, proposte, suggestioni, rigenerare le cellule di questo corpo che sta male perché ogni sconfitta è dolorosa, ma senza letture consolatorie".

Qual è il rischio, altrimenti?
"Il rischio è che il Pd non trovi una ragion d'essere che ne giustifichi l'esistenza. Non possiamo fare un partito che si adatta come una coperta sulla società italiana, sulle sue pieghe e sulle sue colline. Non dobbiamo solo dare una rappresentazione, dobbiamo dare una rappresentanza a un popolo. Altrimenti il progetto fallisce".

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