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lunedì 8 settembre 2008

L'Arcigay, gli omosessuali e quell'antifascismo smemorato e di maniera.

(Max Forte) Questa non vuol'essere una polemica ma un'accusa.
L'accusa che voglio formulare all'Arcigay e agli omosessuali di quella comunità Lgbt che gestiscono portali, portalini e portaletti, blog e siti a carattere omosessuale, sia esso d'incontri che d'opinione o d'informazione è di omissione.
Sempre capaci al momento buono a tirar fuori i valori della resistenza e dell'antifascismo quando si tratta di usarli come un "ariete politico" contro quello o quell'altro soggetto pare che il mondo Lgbt, al momento di testimoniare al di fuori dai riti e dalle liturgie ideologiche o partitiche, dimenticano quegli stessi valori di democrazia, libertà e solidarietà.

La data di nascita della resistenza probabilmente si deve retrodatare al 5 settembre 1938, giorno in cui entrarono in vigore le leggi razziali in Italia. In quella data molti italiani presero coscienza di quale spaventosa piega degenerata avesse preso il fascismo grazie a quella terribile allenza con il nazismo hitleriano.

Un quadro del disagio, della repulsione, della rivolta e quindi della resistenza che provocarono tali leggi nel popolo italiano spesso sono riscontrabili in opere letterarie e cinematografiche. Ne citiamo solo due per tutte:"Il giardino dei Finzi Contini", romanzo di Giorgio Bassani e poi film di Vittorio De Sica e abbastanza recentemente il film di Ettore Scola, "Concorrenza sleale". Due opere diversissime tra loro ma che colgono il segno di quanto gli italiano fossero in disaccordo con le leggi razziali e di quanti fra loro nascosero, aiutarono e protessero gli ebrei perseguitati da leggi fasciste. La vera prima prova di resistenza appunto al fascismo.

La persecuzione ebraica probabilmente risale agli stessi tempi in cui la religione cattolica, trionfante, iniziò a preseguitare i "sodomiti". Anch'essi scacciati, incarcerati, torturati, massacrati ne più ne meno come gli ebrei. Ecco dunque che non è blasfemo dire che ebrei ed omosessuali si ritrovarono ad essere accomunati dalla persecuzione cattolica (per onor del vero, gli omosessuali furono perseguitati anche dagli integralisti ebraici) cultura all'epoca unica, come una dittatura.

Raggiunta la piena e totale libertà, nonchè uguaglianza, sotto l'Italia unita dal Risorgimento (formidabile la figura del sindaco Ernesto Nathan di Roma) con le leggi razziali gli ebrei si ritrovarono ad essere di colpo sbalzati indietro di una settantina di anni e privati di tutto dall'Italia del duce. Quella libertà gli omosessuali in Italia la raggiunsero molto tardi, perlomeno una svolta la si può datare al '68 ed alla sua rivoluzione sessuale, ma resta una libertà monca, una libertà che si potrà dire compiuta quando saranno riconosciuti e pieni diritti civili al popolo Lgbt.

Era un impegno dovuto ed importante da parte degli omosessuali, ma anche da parte dell'intero corpo Lgbt, ricordare i settant'anni dalla vergogna delle leggi razziali, eppure tutti (o quasi) se ne sono totalmente dimenticati. Perchè ce ne siamo ricordati solo noi, che, in fin dei conti, non siamo nessuno? Dov'era l'Arcigay? A trovare una motivazione ideologicamente decente per i suoi militanti (...Genova è medaglia d’oro alla Resistenza...) per giustificare l'ennesimo colpo di mano di decidere in proprio data e città in cui fare il gaypride nazionale?

Non si fa alcun cenno nel sito istituzionale di Arcigay, come non se ne trova in quello romano, milanese e non se ne trovano in quelli di quei militanti tanto attenti ed attivi nella difesa della propria libertà da dimenticare quelle altrui di questa triste ricorrenza. Il giorno della memoria non centra e non tiratelo fuori inutilmente: a noi italiani per esprimere la nostra vicinanza e solidarietà al popolo ebraico per la Shoah, non deve bastare, noi dobbiamo espiare anche per quello che ha portato alla Shoah: Le leggi razziali fasciste.
In Italia c'è un'emergenza: il neofascismo, dichiarazioni provenienti da personalità del centrodestra sono inquietanti. Occorre vigilare e ricordare, sempre e comunque. Perchè il popolo Lgbt ha dimenticato questa bruttura?

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venerdì 5 settembre 2008

Settant'anni fa le leggi razziali. Una vergogna incancellabile per quell'Italia del duce e dei Savoia.

La vigilia della IX Giornata europea della cultura ebraica coincide con i 70 anni dall'entrata in vigore delle leggi razziali. Era il 5 settembre 1938.
Liliana Segre: «Avevo 8 anni. Papà mi disse che non avrei più potuto andare a scuola».
Settant'anni fa le vergognose leggi razziali: vittime 5mila milanesi. Lo storico Nissim: provvedimenti figli dell'opportunismo politico.

(Paola D'Amico - Il Corriere della Sera) Esclusi dalle scuole statali, esattamente settant'anni fa, gli studenti e gli insegnanti ebrei di Milano ricominciarono da via Eupili. In due palazzine poco distanti dal parco Sempione, dove oggi ci sono residenze e il Centro di documentazione ebraica, che vennero trasformate in fretta e furia in edificio scolastico. Il 5 settembre del 1938, quando venne promulgato il «Regio decreto per la difesa della razza nella scuola», cadde di lunedì. Due giorni dopo, il 7 settembre, un altro decreto avrebbe bandito dalla città cinquemila ebrei stranieri, bollati come «indesiderabili».

Una pagina di storia che non va dimenticata ma che lo storico e scrittore Gabriele Nissim, alla vigilia della IX Giornata europea della cultura ebraica, che si celebra domenica in 27 paesi europei e in 58 località italiane e che quest'anno vede Milano capofila, invita a rileggere sotto una nuova chiave. «Nel nostro paese non ci fu una cultura antisemita, e le leggi razziali del '38 nacquero da un opportunismo politico. Ma se mancò una reazione da parte della Chiesa e degli intellettuali, in compenso reagì la società. Ne sono testimoni quanti si misero in gioco per salvare gli ebrei. Un numero di "giusti", anche milanesi, altissimo, come non c'è stato in altri paesi ».
Gente comune che ebbe «il coraggio di sapersi scandalizzare e contrastare il male usando la propria testa». Cosa che oggi, dice Nissim, «sembra venir meno», sottolineando la contraddizione tra i tanti «mea culpa sul passato» e il «fastidioso silenzio sui ripetuti fatti di antisemitismo che avvengono fuori del nostro paese». E' una soddisfazione «essere protagonisti di questo evento internazionale» ha detto il presidente del Consiglio comunale, Manfredi Palmeri, che ha ospitato a Palazzo Marino la presentazione della giornata europea della cultura. Con lui Renzo Gattegna, presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche italiane (Ucei) il quale ha aggiunto: «In altri paesi europei si verificano ancora casi di antisemitismo, ma in Italia sono episodi rari e la convivenza è ottima».

Ottimismo che Liliana Segre, sopravvissuta ai campi di sterminio, smorza. «Quando vennero promulgate le leggi razziali stavo per compiere 8 anni. Eravamo a tavola quando papà mi annunciò che non avrei più potuto andare alla scuola di via Ruffini. Lui, che era un ragazzo del '99 e che con mio zio era stato ufficiale nella prima guerra mondiale, fino all'ultimo aveva creduto che qui non sarebbe stato come in Germania. Tutti quelli come loro fino all'ultimo non hanno creduto. Quando ad entrambi hanno ritirato la tessera di ufficiali in congedo hanno sofferto moltissimo. Eppure, fuori, le piazze piene erano vere. Il pericolo, oggi come ieri, è l'indifferenza. Che giustifica tutto», conclude la Segre. «A distanza di tanti anni una compagna di classe ancora al mondo mi ha confidato di non aver mai capito perché ero sparita». Liliana Segre aggiunge che «il fatto che la mia famiglia fosse laicissima, integrata, aveva dato a questa espulsione da scuola un'aggravante per me. Solo in casa mia potevo essere me stessa. Fuori avevo subito imparato a tacere. Noi non potevamo avere la donna di servizio, ci bloccavano la radio su una stazione, ricevevamo telefonate anonime e minacciose. A otto anni vivevamo in un altro mondo. Non basta celebrare una giornata senza far capire la violenza dell'indifferenza che, allora come oggi, è il male assoluto».

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lunedì 25 agosto 2008

La sinistra italiana deve ritrovare la via dei diritti umani.

(Roberto Malini e Dario Picciau) Un amico Sinto italiano, uomo di sinistra da tanti anni, ci scrive, esponendoci i suoi dubbi e le sue speranze riguardo alla posizione del suo partito nei confronti dei Rom e dei Sinti in Italia: "Cari Roberto e Dario, cari compagni, ci siamo conosciuti qualche anno fa a Bologna, durante la proiezione del vostro bel film 'L'Uovo, un'allegoria profetica che spiega, secondo me, come nasce l'intolleranza verso chi è diverso. Ho una domanda che mi assilla da tempo: è conciliabile che un 'nomade' continui a credere in questa sinistra e nelle organizzazioni per i diritti umani che essa sostiene? E' vero, il Partito Comunista e la corrente progressista non esistono più. E' anche vero che quando si parla di Rom e Sinti, non sono più così evidenti le differenze fra destra e sinistra. Ma l'alternativa per uno 'zingaro' non può essere solo l'anarchia. Cosa ne pensate?"
Rispondono Roberto Malini e Dario Picciau. Cari amici, come giustamente sottolineate, in questo frangente destra e sinistra inseguono il consenso dell'elettorato cavalcando il pericoloso "destriero" della sicurezza, che il movimento razzista, un'ideologia transpartitica, ha demagogicamente e in mala fede identificato nei Rom, nei Sinti e nei "clandestini". Una scelta xenofoba e intollerante, perché i problemi di sicurezza sono ben altri: la criminalità organizzata, la corruzione politica, l'inadeguatezza delle forze dell'ordine, la pericolosità sulle strade e negli ambienti di lavoro, la violenza razzista (i cui autori, spesso squadre armate, non vengono perseguiti dalle autorità). Riguardo poi ai crimini sessuali e alle violenze sulla persona, come Amnesty International ha ribadito attraverso diverse campagne, il nemico non è "fuori", ma "dentro": oltre il 90% di tali atti criminali vengono infatti compiuti fra le mura domestiche. Ai politici, però, fa comodo indicare, quando servono voti o consenso, un capro espiatorio indifeso ed esterno alla famiglia, simbolo - oggi come negli anni del nazifascismo - della "nazione" e della "razza": adesso gli "zingari" e i rifugiati (perché chiamare "clandestino" o addirittura "autore di reato di clandestinità" un essere umano che cerca rifugio nel nostro Paese, per sottrarsi a guerre, carestie, condizioni di indigenza inaccettabili?), domani, non ci si illuda, le altre minoranze. Votare a sinistra o impegnarsi nelle organizzazioni per i diritti umani che gravitano attorno alla sinistra è un atto di fede nel domani, un auspicio che le forze politiche che dovrebbero essere vicine alle classi sociali più vulnerabili ritrovino la loro anima. La Comunità ebraica, per esempio, sostiene la destra, che mantiene buone relazioni con Israele, ma così facendo regala il suo consenso a forze politiche antisemite, neofasciste e intolleranti. Personalmente, ribadiremo sempre e in ogni sede che le ultime elezioni politiche costituiscono un gigantesco broglio, un'immane truffa perpetrata ai danni del popolo italiano, perché è iniquo, secondo le leggi nazionali ed internazionali, condurre una campagna elettorale su basi di xenofobia e razzismo. E' necessario impegnarsi perché un fenomeno perverso come quello verificatosi in occasione del suffragio dello scorso aprile non si ripeta mai più. Non bisogna dimenticare, però, che fu proprio la sinistra ad aprire la strada all'attuale governo xenofobo, ancora più intollerante del regime di Mussolini: fu il precedente governo, infatti, a iniziare la campagna razziale, gli sgomberi senza alternativa, la persecuzione del popolo Rom. E' importante riconoscere, tuttavia che vi sono persone che si impegnano dall'interno delle forze politiche e umanitarie di sinistra per ripristinare in esse una linea di condotta tollerante e antirazzista. Tocca a loro, uomini e donne illuminati, cercare di far comprendere ai compagni che non bisogna temere di tornare sulla via dei diritti umani e che è una pericolosa devianza competere con la destra sui temi della "legalità" e della "sicurezza", per conseguire e mantenere risultati elettorali. La sinistra dei diritti umani, al contrario, deve impedire - senza eccezioni - che la controparte politica attui propaganda razziale e xenofoba. Se continuasse a imitarla, seminando fra la popolazione italiana pregiuizi e terrori immotivati, il confine che separa fascismo e antifascismo sarebbe cancellato per sempre.

Contatto:
Gruppo EveryOne
Tel: (+ 39) 334-8429527 – (+ 39) 331-3585406
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venerdì 22 agosto 2008

Colpi di caldo. I gay di destra invocano a Roma la presenza dell'esercito contro i prostituti omicidi.

No comment, non è necessario alcun commento, basta leggere quel che scrivono i gay destrorsi su come controllare la prostituzione alla Stazione Termini di Roma e con essa scongiurare altri omicidi. Può esserci qualcosa di più ridicolo? Comunque grazie, crediamo di aver scoperto dei nuovi autori per comici televisivi... perlomeno uno, il rubicondo Priori.
L'esercito con le marchette ma a fare che visto che l'esercito nulla può fare (neppure chiederti un documento) senza la presenza della polizia? Oppure il rubicondo Priori immagina altro? Orge in mimetica? Ma ci pensate... che divertimento... e soprattutto mancanza di idee e senso della politica. Povera patria!
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ROMA, OMICIDIO GAY. GAYLIB AD ALEMANNO: “MANDI L’ESERCITO A CONTROLLARE LE MARCHETTE DELLA STAZIONE TERMINI”.
Comunicato stampa.

"L’ennesima marchetta romena assassina. Basta parole. A Roma servono i fatti. Alla stazione Termini e nei luoghi di battuage gay, frequentati da potenziali assassini omofobi, deve intervenire l’esercito".
Con queste parole il vicepresidente di GayLib, Daniele Priori interviene a nome dell’associazione di centrodestra dopo la cattura del prostituto rumeno Iulian Muscocea, indagato per l’omicidio dell’architetto omosessuale Alberto Falchetti.
"Giacché l’esercito è stato inviato nelle città – prosegue Priori – e siccome tutti sanno che la stazione Termini, Valle Giulia, Montecaprino sono luoghi di ritrovo dove le marchette aspettano i clienti potenziali vittime, ci appelliamo al sindaco Alemanno e al prefetto Mosca perché si aumentino i controlli nei riguardi di questi riconoscibili quanto pericolosi ragazzi di vita. Tutto questo – conclude la nota – non per razzismo né per moralismo ma per la semplice e chiara necessità di sicurezza che emerge dopo l’ultimo violento omicidio gay a scopo di rapina".
GayLib – Il Direttivo

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venerdì 15 agosto 2008

L'Italia razzista supera ogni limite e, per bocca del prefetto di Roma, lancia una proposta aberrante: perchè non usiamo i ragazzini Rom come schiavi?

(Roberto Malini - Gruppo EveryOne*) I movimenti razzisti hanno sempre fatto uso di immagini simboliche forti, utilizzate nella propaganda per porre in rilievo la presunta superiorità di una razza rispetto a quelle perseguitate. Qualche mese fa divulgai in un forum romano un manifesto publicitario del 1930, che presentava l'immagine di un giovane lustrascarpe nero intento a lucidare gli stivali di un uomo bianco. E' un paradigma, assai conosciuto negli ambienti neofascisti e intolleranti. A Monza, un agente di polizia obbliga i ragazzini Rom - secondo alcune testimonianze - a lustrargli gli stivali, in segno di sottomissione. Poi, li umilia con una mancia. Non mi giunge inattesa la proposta del prefetto di Roma Carlo Mosca: impiegare gli adolescenti maschi di etnia Rom nell'attività di lustrascarpe - "sciuscià" è stata la definizione del prefetto - davanti ai supermercati, simbolo dell'opulenza e del potere d'acquisto dell'italiano. Non dico che Mosca abbia prospettato quest'ipotesi, che umilierebbe i giovani Rom in perpetuo di fronte agli italiani, mettendoli in ginocchio davanti a loro e alla loro opulenza, simili a schiavi, con un proposito apertamente razzista. Affermo però che l'idea di Mosca - figlia naturale della cultura imperante, improntata al'odio razziale - rappresenterebbe la piena realizzazione di un progetto di annientamento morale delle nuove generazioni Rom, progetto che è in corso da tempo, nel nostro Paese. Ve lo immaginate, il ragazzino Rom dalla pelle scura, malvestito, macilento e malinconico prostrato davanti al coetaneo italiano dalla pelle bianca, ipernutrito ad hamburger, patatine e coca-cola e intento a pulirgli le scarpe, con le labbra vicine alla pelle sintetica delle sue Nike? Di fronte alle critiche - per la verità nemmeno troppo accese, di fronte a un abominio di intolleranza inimmaginabile fino a cinque anni fa, che fa il paio con il rilievo delle impronte digitali ai bambini 'zingari' - il prefetto di Roma ha risposto: ''Non mi rimangio una sola parola. L'importante è garantire il diritto di lavorare e creare un senso di responsabilità nuovo e l'idea deve essere condivisa con le comunità Rom. La mia proposta prevede ovviamente il rispetto delle leggi italiane sul lavoro, è una proposta che riguarda solo chi è sopra i 14 anni''.
Incredibilmente, alcune personalità politiche, anche di "sinistra" ("sinistra" oggi andrebbe sempre scritto fra virgolette), difendono l'ipotesi di Mosca. Il ministro ombra della Difesa Roberta Pinotti (Pd) commenta che a suo parere l'idea di Mosca esprime "il buon senso di chi conosce il tema dei Rom e lo ha approfondito". Poi però ci ripensa e afferma che "forse però Mosca ha usato un'immagine folkloristica, per sottolineare un'esigenza che mi sento di condividere: valorizzare le capacità di questi ragazzi che sono da sempre molto bravi nei lavori manuali". Un'affermazione assurda, perché i ragazzi Rom hanno le stesse potenzialità di tutti gli altri tanto nei lavori manuali che in quelli intellettuali e sarebbe opportuno consentire loro di compiere qualsiasi genere di studio, anziché diventare gli "schiavetti" dei bianchi italiani. Ma in quest'Italia che ha perduto anche il minimo rispetto dei diritti umani, persino il presidente della Croce Rossa Massimo Barra definisce l'idea di avvilire al rango di lustrascarpe gli orgogliosi ragazzi Rom come "un fatto positivo, al di là della terminologia, una proposta da apprezzare, quella del comissario straordinario per i Rom, perché l'ozio in cui vivono questi giovani è il padre dei vizi e ciò che lo combatte è sempre positivo. Offrire lavoro, anche se si tratta di impieghi desueti e dimenticati significa andare nella direzione giusta". Che cosa penserebbero, il prefetto, il presidente della Croce Rossa e il "ministro ombra", se qualcuno mettesse in ginocchio i loro figli e li costringesse alla più umiliante delle attività, il lavoro dello schiavo?

*Per ulteriori informazioni:
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martedì 29 luglio 2008

Il Consiglio Ue censura l’Italia: “Raid violenti contro i nomadi”.

Censimento dei nomadi

(Panorama) Era venuto in Italia il 19 e 20 giugno scorsi per discutere della nuova politica italiana in materia di immigrazione e della situazione dei nomadi. E in occasione di quella visita Thomas Hammarberg, commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa ha steso la sua relazione.

Dura. Nei toni e nei concetti: “Le misure attuate in Italia non tengono conto dei diritti umani e dei principi umanitari e potrebbero fomentare altri episodi xenofobi”. Nel rapporto, reso noto oggi e composto da una ventina di pagine, Hammamberg osserva che “il ripetuto ricorso a misure legislative d’emergenza” per affrontare i problemi legati all’immigrazione sembra indicare “una incapacità di affrontare un fenomeno non nuovo” che dovrebbe quindi essere gestito attraverso leggi ordinarie e altre misure. Hammarberg guarda anche con “forte preoccupazione” ai provvedimenti che nel pacchetto sicurezza sembrano essere mirati in particolar modo ai Rom e per la volontà espressa dal governo di estendere a tutto il territorio italiano lo stato di emergenza già in vigore in tre regioni.
Hammarberg sottolinea come “la decisione di rendere la presenza illegale in Italia una aggravante nel caso in cui la persona commetta un reato, potrebbe sollevare serie questioni di proporzionalità e di discriminazione”. Anche le espulsioni di cittadini Ue condotte sulla base di motivazioni di pubblica sicurezza potrebbero sollevare, secondo il commissario, “seri dubbi di compatibilità con la Convenzione dei diritti umani”, su cui si basano le sentenze della Corte di Strasburgo.
Il commissario si è detto anche “estremamente preoccupato” per tutti gli atti di violenza avvenuti in Italia ai danni di campi nomadi “senza che vi fosse una effettiva protezione da parte delle forze dell’ordine che a loro volta” accusa Hammarberg “hanno condotto raid violenti contro gli insediamenti” di questi gruppi. Nonostante gli sforzi delle autorità, secondo il commissario, “sono stati fatti pochi progressi nell’effettiva protezione dei diritti umani dei Rom e dei Sinti“.
Hammarberg ricorda che le autorità hanno il dovere di investigare efficacemente su questi fatti e che lo Stato deve garantire la sicurezza di Rom e Sinti. “L’approvazione, diretta o indiretta, di questi atti da parte di certe forze politiche, singoli politici e da parte di alcuni organi di informazione è particolarmente preoccupante” afferma il commissario nel suo rapporto.

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martedì 15 luglio 2008

Giordano Bruno Guerri. L’Italia e le leggi razziali.

Enrico Fermi, premio Nobel per la fisica proprio nel 1938, essendo sposato con un’ebrea lasciò per protesta l’Italia.

Fino al 14 luglio 1938 il regime fascista era stato piuttosto indifferente ai problemi della razza, a parte le remore naturali di un movimento nazionalista. Mussolini non era antisemita e come lui moltissimi gerarchi. Dopo il “Manifesto degli scienziati italiani” pubblicato quel giorno (”E’ tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti”), nacquero riviste come La difesa della razza di Telesio Interlandi: ma rappresentarono soltanto il fanatismo di qualche intellettuale. In Italia, che aveva una lunga storia di invasioni e di meticciato razziale, quasi nessuno credette davvero alla “differenza biologica”.

In ogni modo è sbagliato credere, come accade spesso, che il regime fascista abbia emanato le leggi razziali per un pedissequo e passivo scimmiottamento della Germania italiana, con la quale stava sempre più stringendo un’alleanza che l’anno dopo avrebbe portato al Patto d’Acciaio. Certo, l’esempio tedesco servi da stimolo, ma Mussolini aveva – fin dalla nascita del regime – obiettivi precisi, ben prima che anche Hitler conquistasse il potere. Il principale di questi obiettivi era la trasformazione del popolo italiano: ovvero farne un popolo guerriero, con un alto senso dello Stato e della collettività, orgoglioso e fiero di sé e del proprio Paese. In questo quadro si inserisce anche la lotta alla borghesia che – se aveva portato il duce al potere – non si dimostrava abbastanza sensibile verso la figura di quell’”italiano nuovo”, duro, combattente, che si voleva formare. Proprio nel 1938, lo stesso anno delle leggi razziali, Mussolini comunicò al Consiglio Nazionale del partito di avere “individuato un nemico del nostro regime. Questo nemico ha nome borghesia.” In seguito avrebbe dato questa definizione: “Il borghese è quella persona che sta bene ed è vile.”

Le leggi razziali, più a che perseguitare l’esigua minoranza ebraica, miravano dunque a formare negli italiani uno spirito da razza guerriera, dominante e inflessibile. Va da sé che questa motivazione non allevia, casomai rende più grave, l’applicazione delle leggi razziali. Come non serve a diminuirne la gravità etica il fatto che, dopo la conquista dell’Etiopia, le leggi mirassero anche a separare gli italiani da una popolazione “inferiore” e dalla pelle scura. Né serve considerare che, prima dell’Olocausto, le leggi razziali apparivano infinitamente meno gravi di quanto sembrino a noi, che abbiamo sotto gli occhi il loro risultato finale, quello dei campi di sterminio. Né consola che la Chiesa di allora, a differenza di quella di oggi, continuasse a ritenere l’intero popolo ebraico “deicida”. A partire dal 1938 molte testate razziste riproposero integralmente vecchi e recenti articoli antisemiti della Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti, e Farinacci poté dire, in un discorso: “Se, come cattolici, siamo divenuti antisemiti, lo dobbiamo agli insegnamenti che ci furono dati dalla Chiesa durante venti secoli. (…) Noi non possiamo nel giro di poche settimane rinunciare a quella coscienza antisemita che la Chiesa ci ha formato lungo i millenni.”

Sarebbe falsamente consolatorio sostenere che gli italiani furono impermeabili al razzismo. Soprattutto molti giovani, formati nelle scuole fasciste, aderirono all’antisemitismo, anche se fu un’adesione più ideologica che di sostanza. Suggestionati dalla propaganda, dagli esempi delle guide intellettuali e politiche, furono soprattutto affascinati dalla visione di una nuova cultura in funzione antiborghese che sarebbe nata dal concetto di razza: solo dei “puri” e dei “forti”, infatti potevano permettersi di sentirsi razzialmente superiori. E’ anche vero che, come ha dimostrato Mimmo Franzinelli nel saggio Delatori (Mondadori), non furono pochi gli italiani a esercitarsi nell’ignobile arte della denuncia di ebrei; né è consolatorio che lo facessero più per motivi di invidia sociale o di concorrenza commerciale che per vero razzismo.

Quanto alle conseguenze pratiche, il 1° settembre 1938 venne istituito presso il ministero degli Interni il Consiglio superiore per la demografia e per la razza; lo stesso giorno si stabiliva con un decreto legge che gli ebrei residenti in Italia da dopo il 31 dicembre 1918 dovevano andarsene; veniva revocata la cittadinanza italiana agli ebrei stranieri che l’avevano ottenuta dopo quella data. A tutti gli ebrei venne vietato di porre la propria residenza entro i confini del regno, agli italiani furono vietati i matrimoni con gli ebrei e ai dipendenti statali con qualsiasi straniero. Nelle scuole la discriminazione di insegnanti e allievi fu immediata.

Le uniche personalità di spicco che avversarono davvero il razzismo furono Italo Balbo, Massimo Bontempelli e Filippo Tommaso Marinetti. Enrico Fermi, premio Nobel per la fisica proprio nel 1938, essendo sposato con un’ebrea lasciò per protesta l’Italia. Gli altri intellettuali e gerarchi, invece, si adattarono all’antisemitismo al pari del popolo, forse soltanto perché‚ c’era qualcuno su cui riversare la responsabilità di un malcontento generale. Gli italiani avevano sperato che, dopo la conquista dell’Etiopia e la costruzione dell’impero, il regime si sarebbe applicato al benessere e alla crescita economica. Invece era intervenuto nella guerra di Spagna, il valore d’acquisto dei salari diminuiva, e il regime chiedeva una fede sempre più cieca. Se molti, in segreto, disapprovavano le leggi razziali, i più limitarono il proprio dissenso a sterili – o, durante la guerra, eroici - atteggiamenti di pietismo individuali.

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lunedì 30 giugno 2008

Nomadi, per la Cassazione è legittimo discriminarli se sono ladri.

(Panorama) Non considerare reato le iniziative politiche che hanno come obiettivo i comportamenti illegali di appartenenti alle minoranze etniche e non le etnie di per sé: è l’indicazione della Cassazione che accoglie il ricorso del sindaco di Verona, Flavio Tosi, entrato al ‘Palazzaccio’ con una condanna a due mesi di reclusione per “propaganda di idee discriminatorie” e uscito con l’annullamento del verdetto per nuovo esame.In particolare, la Suprema Corte osserva che quando si tratta di “temi caldi come quello della sicurezza dei cittadini” bisogna fare attenzione a non accusare i politici di commettere incitamento all’odio razziale quando intendono prendere iniziative discriminatorie non in nome della diversità razziale ma a fronte dei “comportamenti criminali” di soggetti di determinati gruppi.

Tosi, insieme ad altri quattro leghisti (Matteo Bragantini, Lucio Coletto, Enrico Corsi e Maurizio Filippi) era stato rinviato a giudizio dal pubblico ministero veronese Guido Papalia per essere stato promotore di una petizione nella quale si chiedeva “lo sgombero immediato di tutti i campi nomadi abusivi e provvisori e che l’amministrazione non realizzi nessun nuovo insediamento nel territorio comunale”. La raccolta di firme era stata pubblicizzata da manifesti con su scritto “no ai campi nomadi, firma anche tu per mandare via gli zingari”.

A carico di Tosi, all’epoca (2001) capogruppo regionale della Lega, e a riprova della volontà discriminatoria erano state considerate anche le parole da lui pronunciate: “Gli zingari” aveva detto “dovevano essere mandati via perché dove arrivavano c’erano furti”. Ma “la discriminazione” avverte la Suprema Corte “si deve fondare sulla qualità del soggetto (nero, zingaro, ebreo ecc) e non sui comportamenti. La discriminazione per l’altrui diversità è cosa diversa dalla discriminazione per l’altrui criminosità. In definitiva un soggetto può anche essere legittimamente discriminato per il suo comportamento ma non per la sua qualità di essere diverso”.

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venerdì 27 giugno 2008

Nomadi. Dopo settant'anni Maroni ha rintrodotto il concetto di razza?

(Ami) «Ieri Maroni ci ha comunicato di aver formalmente reintrodotto il concetto di razza nell'ordinamento giuridico italiano, prevedendo il censimento dei bambini rom attraverso il rilevamento delle loro impronte digitali. A quando, si chiedeva Moni Ovadia, numero tatuato sull'avambraccio?». Queste le parole del leader della Sinistra Democratica Claudio Fava, durante l'introduzione all'assemblea nazionale. «Per giustificarsi - spiega Fava - la Lega ha resuscitato la parola censimento: la stessa giustificazione che diedero i nazisti nei paesi occupati quando chiesero agli ebrei di farsi identificare e di portare una stella gialla: solo un inoffensivo censimento, spiegarono».

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giovedì 29 maggio 2008

Il "caso Brecht" nel web. Prima di tutto vennero a prendere le bufale...

(Webnews) In questo cupo periodo d’isterismi mediatico-xenofobi, sta facendo il giro del web una poesia attribuita al poeta e drammaturgo tedesco Bertolt Brecht (nella foto) che così recita:

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.

(Bertolt Brecht)

Il testo, riferito in origine allo scivolamento della società tedesca nel nazismo, rappresenta un efficace invito a, come dire, drizzare le orecchie e a ricordarsi di quanto possa essere banale e impercettibile l’instaurarsi del Male.

Testo efficace: ma letterariamente falso.

Infatti quel testo:
1) non è una poesia
2) non è di Bertolt Brecht
3) è una parafrasi, un rimaneggiamento (l’ultimo di una lunga serie).

La paternità del testo va certamente attribuita al pastore luterano e teologo tedesco Martin Niemöller (1892-1984; vedi anche qui), prima sostenitore poi oppositore del nazismo, spedito su ordine di Hitler in persona in campo di concentramento in seguito ad un sermone antinazista.

Sopravvissuto a nove anni di internamento e a Dachau, Niemöller negli anni ‘40 e ‘50 svolse un’intensa opera di predicazione a favore del pacifismo e della riconciliazione. E fu proprio durante i suoi discorsi e sermoni che enunciava il testo in questione, egli stesso variandolo alla bisogna. Testo la cui forma originale, non essendo esso mai stato fissato su stampa ma solo declamato, è tutt’ora oggetto di discussione fra gli studiosi.

Questa incertezza sulla forma iniziale, unitamente alla struttura sintetica e flessibile degli enunciati che permette di variare facilmente i soggetti (di volta in volta ebrei, comunisti, cattolici, zingari, omosessuali, sindacalisti, disabili etc etc), spiega la peculiare natura proteiforme e perennemente in fieri che ha assunto nei decenni la citazione: la quale, dagli anni ‘50 ad oggi, è rimersa un numero imprecisato di volte, e ogni volta variata e adattata all’occasione.

L’attribuzione a Brecht, invece, è probabile farina del web (pare sia cominciata in area webispanica). Viralità e non controllo delle fonti hanno fatto il resto.

Questione di lana caprina? Forse. Certo, è ancora vivo nella memoria il perculamento blogosferico massiccio cui venne sottoposto Mastella per la sua toccante interpretazione di una poesia di Neruda che non era di Neruda. E allora, forse, val la pena fare un po’ i precisini e distinguersi.

Fatto ciò, caro lettore, mi auguro che se mai verranno a prendere te o me, ci sia rimasto qualcuno a protestare. Nel primo caso cercherò di esserci, nel secondo ovviamente no.

[LA STORIA CONTINUA QUI]

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domenica 25 maggio 2008

Su proposta di Alemanno. A Roma via Giorgio Almirante, terrorista.

(Gennaro Carotenuto) In molti hanno scritto dell’Almirante antisemita e dell’Almirante massacratore repubblichino e ci vuole un tir di Maalox (o lo stomaco di Veltroni, “nulla fermerà il dialogo con il PDL”) per mandarlo giù.

Ben pochi invece si sono soffermati sul fatto che Giorgio Almirante fu amnistiato solo perché ultrasettantenne dal reato di favoreggiamento aggravato agli autori della strage di Peteano, nella quale tre carabinieri furono fatti saltare in aria.

Giorgio Almirante, il grande statista al quale Gianfranco Fini rende omaggio e Gianni Alemanno vuol dedicare una strada romana, per la legge italiana è però un terrorista complice dell’assassinio di tre carabinieri. Ecco tutta la storia.

Il 31 maggio 1972, in Peteano di Sagrado, in provincia di Gorizia, mentre in televisione trasmettevano Inter-Ajax, morirono dilaniati in un attentato il brigadiere Antonio Ferraro di 31 anni e i carabinieri Donato Poveromo e Franco Bongiovanni di 33 e 23 anni. Rimasero gravemente feriti il tenente Francesco Speziale e il brigadiere Giuseppe Zazzaro.

Nonostante i morti fossero tre poveri carabinieri (nella foto), immediatamente una cortina di depistaggi fu elevata per coprire i responsabili. Come per Piazza Fontana si diede per anni la colpa ai rossi; la strategia della tensione serviva per quello e funzionava così. pateano_3Tra i principali depistatori vi fu il generale Dino Mingarelli, condanna confermata in Cassazione nel 1992 per falso materiale ed ideologico e per soppressione di prove, e il generale piduista Giovanbattista Palumbo, che all’epoca era comandante della divisione Pastrengo di Milano e che aveva competenza su tutto il Norditalia, che inventò la pista rossa di sana pianta. Per difendere gli assassini di tre carabinieri due dei maggiori in grado dell’arma delle vittime, per anni ne fecero di tutti i colori, manomettendo e facendo sparire le prove, come si legge nelle sentenze e come racconta benissimo il giudice Felice Casson in un libro intervista che uscirà in futuro.

La strage avvenne a 15 giorni dall’omicidio Calabresi e tre settimane dopo le elezioni politiche del 7 maggio nelle quali l’MSI era cresciuto fino all’8.67%, massimo storico e ad un passo dal PSI. I colpevoli materiali della strage, condannati all’ergastolo con sentenza definitiva, erano gli iscritti all’MSI friulano Carlo Cicuttini e Vincenzo Vinciguerra insieme ad Ivano Boccaccio, ucciso pochi mesi dopo i fatti in uno strano tentativo di dirottamento aereo all’aeroporto di Ronchi dei Legionari, in ottobre. Con Peteano c’entrano tutti, i vertici dei carabinieri, l’MSI (al quale erano iscritti tutti i terroristi) la P2, Gladio, i servizi italiani e la CIA nel pieno della strategia della tensione. Destabilizzare per stabilizzare.

Per trappolare la 500 di Peteano furono usati materiali di Gladio conservati ad Aurisina e tecniche che venivano insegnate alla Folgore a Pisa. Risoltosi il problema di Boccaccio, restavano Cicuttini e Vinciguerra. Abbiamo già detto che la strategia della tensione serviva a destabilizzare per stabilizzare e proprio l’MSI la stava capitalizzando, come il voto del 7 maggio aveva appena dimostrato. E quindi i camerati andavano salvati. E qui interviene il nostro. Dopo la morte di Boccaccio a Ronchi, Vinciguerra e Cicuttini, segretario dell’MSI a San Giovanni a Natisone, in provincia di Udine, che faceva i comizi con Giorgio Almirante, nonostante non fossero ancora stati inquisiti per Peteano (le piste fasulle staranno in piedi per anni), si erano comunque resi latitanti. Latitanza dorata nella Spagna di Francisco Franco, dove il loro punto di riferimento era Stefano delle Chiaie e dove con questo si dedicavano al traffico d’armi. Cicuttini sposò perfino la figlia di un generale. C’era un solo punto debole del piano: la voce di Cicuttini registrata sia nei comizi dell’MSI sia nella telefonata con la quale Cicuttini attira i carabinieri nella trappola a Peteano.

E fu proprio Giorgio Almirante, il fascista in doppio petto, quello rispettabile, quello con il senso dello Stato, a proteggere l’autore della strage di Peteano fino a mandargli 34.650 dollari statunitensi in Spagna proprio per operarsi alle corde vocali. Ciò è processualmente provato. Almirante consegnò personalmente i soldi all’avvocato goriziano Eno Pascoli che li fece avere a Cicuttini a Madrid, via Svizzera. Almirante e Pascoli, incriminati per favoreggiamento dell’autore della strage di Peteano furono rinviati a giudizio insieme. Ma mentre Pascoli sarà condannato, la condanna di Almirante seguirà un corso diverso. Il capo dell’MSI godeva infatti dell’immunità parlamentare dietro la quale si trincerò perfino per evitare di essere interrogato. La tirò avanti per anni di battaglie nelle quali non fu mai in dubbio la sua colpevolezza, finché non intervenne un’amnistia praticamente ad personam, della quale beneficiava solo in quanto ultrasettantenne. Giorgio Almirante, l’uomo d’ordine, dovette chiedere per sé l’amnistia perché il dibattimento lo avrebbe condannato e ne beneficiò (mentre il suo complice fu condannato) per il reato di favoreggiamento aggravato degli autori (militanti e dirigenti del suo partito) di un attentato terroristico nel quale vennero uccisi tre carabinieri. Non si parla di violenza politica o di strada, di giovani di destra e sinistra che si fronteggiavano e a volte si ammazzavano; stiamo parlando del peggiore stragismo. Dedichiamogli una strada, lo merita: Via Giorgio Almirante, terrorista.

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martedì 6 maggio 2008

Il demone della violenza.

(Michele Brambilla - Il Giornale) Chissà da quale profondo mistero arriva la violenza che porta cinque ragazzi a massacrare un uomo di 29 anni solo perché si è rifiutato di dar loro una sigaretta. Certo non arriva dai facili schemi con cui da un paio di giorni si cerca di spiegare l’accaduto: il fascismo, il razzismo, la Verona leghista. Sono tempi in cui la politica cerca di strumentalizzare ogni cosa, e in questo non ci sono innocenti né a sinistra né a destra. Ma davvero dovrebbero esserci dei limiti per rendere improponibili certe dichiarazioni che offendono più l’intelligenza di chi le pronuncia che quella di chi le ascolta. Un ex ministro come Paolo Ferrero ha tirato in ballo perfino la recente campagna elettorale: «I linguaggi bellici e le discriminazioni possono portare voti ma seminano odio». E purtroppo anche Veltroni, che è un uomo intelligente e solitamente misurato, è caduto nella trappola: «Siamo davanti a un’aggressione di tipo neofascista che non può e non deve essere sottovalutata».
Chiunque avesse sfogliato un po’ di fretta i giornali di ieri mattina, si sarebbe così convinto che la vittima dell’aggressione di Verona è un immigrato, oppure un gay, oppure ancora uno di sinistra. Insomma un «diverso» o un «nemico», a seconda di come titolavano i giornali. Solo chi ha avuto la pazienza di entrare nelle righe degli articoli si è accorto che l’aggredito è un italiano; un italiano di Santa Maria di Negrar, provincia di Verona; un italiano che con la politica non c’entra niente, ma proprio niente. Eppure la confusione è andata avanti tutto il giorno, anche una tv eccellente nell’informazione come Sky ha lanciato un sondaggio per chiedere agli italiani se il fatto di Verona è un segnale allarmante di una nuova «ondata di intolleranza». Ma intolleranza verso chi e che cosa? Verso chi non offre sigarette?
Molto opportunamente, invece, Lucia Annunziata ha messo insieme, su La Stampa, il fattaccio di Verona con quello di Torino, dove alcuni vigili sono stati aggrediti in pieno centro, piazza Vittorio Veneto, a poche decine di metri dalla casa del sindaco Chiamparino. Se a Verona è stata una sigaretta a scatenare la violenza, a Torino è stata una multa: chi l’ha presa ha sferrato un pugno in faccia a un vigile, è stato arrestato, ma almeno duecento persone sono intervenute in sua difesa lanciando pietre e bottiglie contro gli agenti. Sono due storie diverse: ma in comune c’è un’esplosione di violenza che pare immotivata, comunque non proporzionata alla causa scatenante. Lucia Annunziata ha avuto dunque il merito di non cadere nella semplificazione retorica dell’antifascismo, e ha colto giustamente in questi episodi il segno di un’inquietudine generale.

Ma il motivo di questa inquietudine è difficilmente afferrabile. Lucia Annunziata lo attribuisce alla rottura del patto di fiducia tra istituzioni e cittadini, e c’è senz’altro del vero. Però basta l’antipolitica a spiegare la violenza di Verona? Che è stata cieca e gratuita come quella di Arancia Meccanica? Che è stata violenza per la violenza, male per il male? Basta, o la risposta è nell’uomo, nella sua essenza più intima?
Per la prima volta nella storia, in Europa non ci sono guerre fra Stati da oltre sessant’anni; i conflitti sociali permangono, ma sono infinitamente meno gravi che in passato. Eppure l’aggressività riemerge ciclicamente. I primi ventenni senza guerra hanno dato vita al Sessantotto, e poi ai terribili anni Settanta, quasi a dimostrare che non c’è generazione che non abbia desiderio di menare le mani. La violenza rialza sempre la testa, hanno persino cancellato i soldatini e le pistole dai giocattoli dei bambini, i quali oggi smanettano con videogames di inaudita ferocia.
L’origine della violenza è all’interno di ciascuno di noi, nasce come reazione ad aspettative che vanno deluse. La cultura, l’educazione, a volte le convinzioni politiche e religiose ci frenano nella stragrande maggioranza delle situazioni. Ma da qualche parte il mostro riemerge, e a volte s’organizza in bande in cui l’ideologia - così come la fede calcistica per quanto riguarda gli ultrà - è solo un pretesto, una divisa. Non è un caso se spesso queste bande, come quella di Verona, attingono soprattutto ai simboli e alle idee che la storia ha sconfitto: la violenza ha bisogno, per nutrirsi e per alimentarsi, di rancori e di rabbia. Ecco perché nessuno crea una «Brigata Royal Air Force» o «Us Army», ma ci si rasa la testa e ci si mette una croce uncinata da qualche parte prima di ammazzare uno che non ti dà una sigaretta.

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Verona, morto il giovane aggredito.

(Sky tg24) E' deceduto nell'ospedale di Borgo Trento a Verona, dove era ricoverato in coma, Nicola Tommasoli, il giovane ridotto in fin di vita in seguito ad un pestaggio la notte del primo maggio. Sul fronte investigativo, gli inquirenti hanno tenuto una conferenza stampa in cui è stato confermato l'arresto di altri due aggressori che hanno già confessato.
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Dopo i drammatici fatti di Verona, che hanno portato alla morte di un giovane picchiato da alcuni giovani di estrema destra, a SKY TG24 parla il sindaco della città, il leghista Luca Tosi.
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lunedì 5 maggio 2008

Futuri ministri. Anche Roberto Calderoli ce lo meritiamo.

(Gennaro Carotenuto - Giornalismo partecipativo) Mi dicono che né Al Jazeera né altri media arabi abbiano dedicato un solo secondo al "caso Calderoli", che occupa le prime pagine dei nostri giornali come se fossimo sul punto di essere attaccati dalla Libia. Le cose da dire sull’uomo del Maiale day e delle magliette islamofobe sono poche, quattro per l’esattezza, e anche molto chiare, perfino ovvie.

1) E’ divertente vedere come un paese occidentale rifiuti ad un terzo, in questo caso un paese arabo, il diritto d’ingerirsi nei fatti propri ma poi s’ingerisce quotidianamente nei fatti dei paesi arabi, per esempio presumendo di andare a costruire democrazie in Iraq o Afghanistan o stabilendo che per motivi meramente geopolitici la dittatura di Moubarak in Egitto sia una democrazia.

Se la Libia non deve dire della Lega Nord, perché noi riteniamo di avere il diritto di dire di Hezbollah?

2) E’ dubbio che l’ex quarta sponda non abbia il diritto d’ingerirsi nei fatti italiani e dire la propria su chi ci governa, non foss’altro per il genocidio della Cirenaica e altre cosucce che gli italiani non hanno piacere di ricordare. Gli abbiamo mandato Rodolfo Graziani, non possono dire la loro su Calderoli? E poi non fu Silvio Berlusconi a definire Gheddafi, "campione della libertà"? E da un "campione della libertà" non possiamo accettare neanche un consiglio?

3) E’ però evidente che deve essere politica di Stato, indipendente dalle maggioranze, quella di difendere i membri dei governi passati, presenti e futuri da ingerenze straniere. Quindi bene ha fatto D’Alema a difendere Calderoli, nonostante qualcosa strida. Con le dovute differenze, D’Alema avrebbe dovuto per esempio difendere Berlusconi quando è stato attaccato dall’Economist o altri prestigiosi (sic) media e giudicato unfit (inadatto) a governare l’Italia. Per non parlare di una certa ambasciata che sta in Via Veneto… E’ evidente che ci siano due pesi e due misure, gli anglosassoni possono ingerirsi, gli arabi no.

4) La cosa più terribile di questa vicenda è che la Libia ha ragione. Un razzista fanatico, omofobo e sessista come Roberto Calderoli (in calce alcune sue dichiarazioni) non dovrebbe fare neanche l’amministratore di condominio, figuriamoci il Ministro della Repubblica. Gli italiani hanno però perso la capacità sia di scandalizzarsi, sia di lottare contro vergogne come quella di avere Calderoli ministro.

Oramai tutto e normale in questo sciagurato paese e abbiamo bisogno che ci ricordino dalla Libia che così non è: NON E’ NORMALE AVERE CALDEROLI MINISTRO.

Il Calderoli horror show (potrebbe continuare)

«La civiltà gay ha trasformato la Padania in un ricettacolo di culattoni… Qua rischiamo di diventare un popolo di ricchioni».

«[Quella dei mondiali 2006] è una vittoria dell’identità italiana, di una squadra che ha schierato lombardi, napoletani, veneti e calabresi e che ha battuto una squadra, la Francia, che, per ottenere dei risultati, ha sacrificato la sua identità schierando negri, musulmani e comunisti».

«La fogna va bonificata e visto che Napoli oggi è diventata una fogna bisogna eliminare tutti i topi, con qualsiasi strumento, e non solo fingere di farlo perché magari anche i topi votano».

«Dare il voto agli extracomunitari, non mi sembra il caso, un paese civile non può fare votare dei bingo-bongo che fino a qualche anno fa stavano ancora sugli alberi».

«Andremo a Bruxelles noi padani, porteremo un po’ di saggezza della croce a quel popolo di pedofili!».
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Verona e Padova, tolleranza zero? Ricordate il giudice Carnevale?

(Gennaro Carotenuto - Giornalismo partecipativo) A Verona, la città più razzista d’Italia, delle ronde e della tolleranza zero, un ragazzo veronese è in coma, massacrato di botte non da cinque egiziani o romeni, come ti aspetteresti leggendo il giornale, ma da cinque bravi ragazzi veronesi.

Gli avevano chiesto una sigaretta, lui aveva rifiutato, i cinque bravi ragazzi veronesi, parlavano in dialetto, l’hanno preso a calci e pugni fino a non poterne più e ora lotta tra la vita e la morte. La notizia, terribile, fa fatica a farsi spazio, ma pensate che show sarebbe stato se i massacratori fossero stati stranieri.

Al GR la corrispondente dal Veneto ci ha addirittura tenuto a mettere una chiosa senza senso: “un fatto di cronaca che sarebbe potuto accadere ovunque”. E chissà, magari i cinque bravi ragazzi sono di quelli che pensano (pensano?) che le ronde contro gli immigrati siano necessarie.

A Padova intanto, un cittadino marocchino incarcerato in attesa di giudizio perché accusato di aver stuprato una ragazza un anno fa, è stato scarcerato. Malissimo, vergogna! Guardo meglio, è stato scarcerato perché un testimone aveva due avvocati e solo uno dei due era stato convocato. Vizio di forma, errore, magistratura incapace o che rema contro.

Ricordo meglio, io ho memoria.

Esattamente per lo stesso motivo il famoso giudice Corrado Carnevale annullò il maxiprocesso contro la mafia nel 1987. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino avevano lavorato dieci anni, per un processo che portò a 19 ergastoli e migliaia di anni di carcere. Tutto annullato perché uno dei due avvocati di un testimone minore, anni prima della sentenza, non aveva ricevuto una raccomandata di convocazione. Sono passati 21 anni.

Metto insieme le due notizie e penso che questo paese è irredimibile.

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venerdì 25 gennaio 2008

Verso il Giorno della Memoria. Il Colle: la Shoah fu preparata dalle leggi razziali fasciste.

Bertinotti: intolleranza contraria all'idea stessa di umanità.
Napolitano: antisemitismo ancora presente, combattiamolo.
Il capo dello Stato: non dimentichiamo gli orrori. Amato: la maggior parte degli italiani non reagì.

(Il Corriere della Sera) «Noi non abbiamo dimenticato e non dimenticheremo mai la Shoah». E poi: «A settembre saranno passati 70 anni dalle leggi razziali emanate dal regime fascista, che di fatto prepararono l'Olocausto anche in Italia».
Si sono commossi i quattro Giusti saliti ieri al Quirinale alle parole che il presidente Giorgio Napolitano ha pronunciato con fermezza in una giornata difficile per le istituzioni, in cui l'Italia aveva deciso anche di rendere omaggio alla memoria dell'Olocausto. Ma nessuno, ieri, ha rinunciato alle iniziative come quella promossa alla Camera dei deputati, dove il presidente Fausto Bertinotti prima della rappresentazione sulla Risiera di San Sabba ha condannato i rigurgito di «razzismo e antisemitismo » e «ogni intolleranza contraria all'idea di umanità », o come la mostra al Senato su Vito Volterra e Carlo Levi, in cui Franco Marini ha voluto ricordare i due senatori «perseguitati » dal fascismo.
Ma la giornata è stata segnata soprattutto dalle parole del Quirinale contro le leggi razziali del '38. «Non dimentichiamo — ha detto il capo dello Stato — gli orrori dell'antisemitismo, che è ancora presente in alcune dottrine e che va contrastato.
Non dimentichiamo neppure i Giusti d'Italia...». Ma non dimentichiamo neanche le leggi razziali, che spianarono la strada alla Shoah. Una «somma ingiustizia», così le ha definite il presidente delle comunità ebraiche Renzo Gattegna, contrapposta alla «superiore giustizia di coloro che violandole riaccesero un barlume di speranza ». «Amarissima, inattesa sorpresa per molti — così il ministro dell'interno Giuliano Amato — contro cui la maggior parte degli italiani non reagì come moralmente sarebbe stato giusto».
Poi il capo dello Stato ha consegnato le medaglie d'oro ad Elsa Poianella che a Portogruaro ospitò gli ebrei Falk in un sottoscala, a Virginia Brandone che nell'astigiano salvò i Luzzatti, a monsignore Beniamino Schivo che a Città di Castello salvò i Korn, a Mario Martella che a Roma nascose i Sabbadini, al notaio Elio Gallina che nel trevigiano procurò documenti falsi agli ebrei.
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Domenica su Radiotre: Uomini e Profeti.
il sabato e la domenica alle 9.30 e alle 10.15.

L'omosessualita nel Terzo Reich: perche' anche quello sterminio?
Il 27 gennaio sara`la Giornata della Memoria: una giornata sul crinale tra tragedia e speranza, per capire oggi la cause della persecuzione e la sopraffazione. L'omosessualita nel Terzo Reich: perche' anche quello sterminio? In questa puntata le riflessioni della storica Emma Fattorini e lo scrittore Stefano Levi Della Torre.

Libri:
Massimo Consoli, Homocaust. Il nazismo e la persecuzione degli omosessuali, Kaos edizioni

Le ragioni di un silenzio. La persecuzione degli omosessuali durante il nazismo e il fascismo, Circolo Pink (a cura), 2002

Lorenzo Benadusi, Il nemico dell'uomo nuovo. L'omosessualità nell'esperimento totalitario fascista, Feltrinelli

Gianfranco Goretti, Tommaso Giartosio, La citta` e l'isola. Omosessuali al confino nell'Italia Fascista, Donzelli, 2006

George Mosse, Sessualità e nazionalismo, Laterza

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martedì 15 gennaio 2008

Shoah: Giorno Della Memoria 2008, Oltre 200 Iniziative In Toscana.

"Il muro dei nomi" del Memorial della Shoah di Parigi. Su esso sono incisi i nomi dei 76.000 ebrei francesi mandati dai nazisti nei campi di concentramento tra il 1942 e il 1944 e mai più tornati.

(Adnkronos) - Si avvicina il 27 gennaio e la Toscana si appresta a celebrare in grande stile il Giorno della Memoria 2008. In tutta la regione sono stati organizzati oltre 200 eventi: rappresentazioni teatrali, incontri, proiezioni, rassegne, dibattiti, testimonianze di chi ha vissuto in prima persona quei giorni drammatici. Il clou si terra' a Firenze, al Mandela Forum, il 28 gennaio a partire dalle ore 9: attesi piu' di 7.000 studenti da tutta la Toscana che incontreranno testimoni della Shoah e di altri stermini del '900 e registi di fama internazionale. Sempre a partire dal 28 gennaio (fino al 30) in programma un convegno internazionale nell'Aula Magna dell'Universita' di Firenze.

Mercoledi' 16 gennaio, alle ore 13, nella sala Gonfalone a Palazzo Panciatichi (via Cavour 4) verra' presentato il calendario con tutte le iniziative. Alla conferenza stampa parteciperanno il presidente della Giunta regionale Claudio Martini, quello del Consiglio Riccardo Nencini, l'assessore alla cultura Paolo Cocchi e il presidente del Forum per i problemi della pace e della guerra Dimitri D'Andrea.

Nel corso dell'incontro con i giornalisti sara' presentato il manoscritto originale del documento firmato il 5 settembre a San Rossore da Vittorio Emanuele e Mussolini, uno dei provvedimenti promulgati nel 1938 nell'ambito delle famigerate 'leggi razziali'.

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lunedì 24 dicembre 2007

Italiani brava gente? Non ora, non oggi, non sempre.

(Sabrina Bergamini - Imgpress) Saranno forse depressi, saranno antipolitici per istinto o per vocazione, saranno menefreghisti per spirito di conservazione, saranno disillusi per spirito di contestazione, saranno pavidi con i forti e forti con i deboli o alla ricerca dell’uomo forte con il sorriso stirato e pseudogiovanile che li prenda per mano sollevandoli dal peso delle decisioni e della responsabilità collettiva. Ma sono, e questo sta diventando purtroppo una certezza, anche altro: sono un po’ più razzisti, alla faccia degli “italiani brava gente” che erano (eravamo) soliti raccontarsi. Non dappertutto, non sempre, non necessariamente in maggioranza. Ma i segnali che arrivano da certe dichiarazioni e da certe cronache che rimbalzano sulle pagine nazionali raccontano di un’Italia che volge pericolosamente all’intolleranza. E così, in quel di Treviso, accade che l’amministrazione leghista sfratti la comunità musulmana in preghiera da un centro sportivo messo a disposizione da un imprenditore locale e costringa i fedeli a stendere i tappeti per la preghiera in un parcheggio, davanti a una fila di automobili in sosta e a un paio di cartelloni pubblicitari. Democrazia in salsa padano-veneta ammantata di ipocrita legalismo. Ed è solo l’ultima di una lunga serie di atti e dichiarazioni xenofobe e islamofobe di cui la Lega si sta facendo portavoce nel silenzio generale delle società civile, se è vero quanto riporta l’editoriale del giornale locale “La Tribuna” citato sulla Repubblica: “Ciò che stupisce è che pochi, pochissimi, nella cosiddetta società civile, anche di fronte alle manifestazioni più brutali e vergognose di intolleranza, fanno sentire la loro voce”. Quale futuro ha un Paese arroccato su se stesso che attacca una comunità in preghiera per il solo fatto che la preghiera non è quella di Natale? Quale futuro ha un Paese che accetta similitudini naziste contro gli immigrati, che aizza la guerra fra poveri, che vede lo straniero solo come un pericolo e che di volta in volta cerca un “nemico” da attaccare per garantirsi un facile appiglio agli istinti della pancia? C’è da chiedersi quale identità potrà mai rivendicare, o meglio di quale identità potrà truccarsi il volto un Paese che brandisce l’identità come un monolite da giocare contro tutto quello che non è compreso nei confini di un rigido standard fittizio – e dunque “fuori tutti”: italiani di colore, musulmani in blocco, gay e lesbiche e trans e “omofans”, famiglie allargate e felici, cattolici che credono nell’uguaglianza e nella fratellanza, atei devoti alla Costituzione e alla libertà di religione, puri in spirito e spiriti liberi. In tempi natalizi e alla vigilia di un nuovo anno, non basta sventolare il commento del New York Times e dividersi fra sostenitori delle italiche virtù e affossatori dello spirito d’Italia come se si trattasse di un derby di calcio in cui il tifoso non è (e non deve essere) sportivo per vocazione. Niente lamenti, né indifferenza. Ma solo la consapevolezza che troppe sono le divisioni artificiali, gli steccati e i muri e le divisioni ideologiche che stanno chiamando a nuove crociate fra un “noi” e un “loro” – dove gli altri sono, di volta in volta e a seconda del discorso, i musulmani, gli immigrati, le donne, i gay, i disoccupati, i bamboccioni, gli avversari sportivi e quelli politici. L’Italia forse non è depressa come ci raccontano. Ma non è neanche nobile come talvolta si racconta.

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martedì 11 dicembre 2007

E’ caccia all’ebreo in Venezuela: Chavez sempre più vicino ad Ahmadinejad.

(Miriam Bolaffi - Il secondo protocollo) Ci sono molte cose che legano i due leader di Venezuela e Iran, Hugo Chavez e Mahmoud Ahmadinejad, una di queste è senza dubbio il profondo odio che hanno verso gli ebrei. Le ultime dichiarazioni del leader maximo venezuelano non lasciano infatti adito a dubbi, senza contare le azioni di polizia effettuate contro le sedi di associazioni ebree in Venezuela.

Ma andiamo con ordine: la ADL (Anti-Defamation League) ha denunciato come oltraggiose le ultime dichiarazioni del presidente Hugo Chavez che ha paragonato l’offensiva israeliana contro Hezbollah alla stregua di una azione nazista. Queste dichiarazioni seguono di pochi giorni l’irruzione della polizia nei locali della comunità ebraica a Caracas. Il timore è che Chavez stia alzando il tiro su Israele con l’intenzione di colpire gli ebrei venezuelani.

Sono centinaia infatti gli ebrei venezuelani che stanno letteralmente fuggendo dal paese, come testimoniano le organizzazioni umanitarie presenti a Miami, una scena che purtroppo ricorda altri periodi, quelli si nazisti. Gerusalemme ha richiamato il suo ambasciatore a Caracas, ufficialmente per consultazioni, ma è chiaro che l’atteggiamento verso gli ebrei del leader maximo venezuelano preoccupa non poco. Se poi ci aggiungiamo le ultime dichiarazioni che sembrano essere in configurazione antisemita e non - come si vorrebbe far credere - antisionista, la frittata è fatta.

A dire il vero la svolta antisemita di Hugo Chavez non arriva come un fulmine a ciel sereno e non ha nessuna configurazione politica, salvo il flebile apporto che la comunità ebraica venezuelana ha dato all’opposizione, un apporto che non può certo preoccupare Chavez. E’ invece vero che più di una volta il presidente venezuelano ha puntato il dito sugli ebrei, un atteggiamento che ricorda da vicino quello di Hitler nella Germania pre-olocausto.

Non nascondiamo di essere preoccupati in merito alla politica di Hugo Chavez, sempre più vicina all’Iran e ai sistemi dei Mullah, sistemi che fino ad oggi hanno portato solo morte e violazioni dei diritti per il popolo iraniano.

Invitiamo pertanto la comunità internazionale a prendere un posizione ferma in merito alle discriminazioni verso la popolazione di fede ebraica residente in Venezuela e a vigilare attentamente affinché non vi siano più atti di antisemitismo. Se necessario chiediamo che la stessa Comunità Internazionale si assuma le proprie responsabilità e faccio tutto quanto necessario affinché agli ebrei venezuelani venga garantita ogni forma di Diritto.

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Riapriamo il Diario. Pochi redattori. Grandi inchieste. Un milione di investimento.

Quindicinale. Così Formenton e Deaglio vogliono rilanciare il giornale.

(Roberto di Caro - L'Espresso) Lo sanno tutte e due, Luca Formenton, l'editore, e Enrico Deaglio, il direttore, che il quindicinale è una periodicità da matti: solo un devotissimo amante va in edicola un sabato sì e uno no in cerca dell'amata rivista. In Italia si ricordano giusto il lenzuolo avanguardista 'Quindici', la comunista eretica 'Nuovasocietà' e gli 'Albi della Rosa' di Topolino, in Germania 'Brigitte' di pizzi e budini, "...ma in America, agli esordi, la 'New York Review of books'", chiosa Deaglio, più intrigato che intimorito dalla scommessa. Chiuso come settimanale il 7 settembre scorso dopo 11 anni di onorato servizio ma con una tiratura ridotta a 8 mila copie e un passivo 2007 di quasi 500 mila euro tutti sulle spalle di Formenton, 'Diario' riapre il 15 gennaio con la nuova periodicità, 25 numeri l'anno più tre o quattro speciali monografici extra e una serie di novità non da poco. Sarà in formato quadrotto, 22 per 26 centimetri, da 120 a 160 pagine, brossurato, in elegante carta da libro, concepito perché il lettore lo conservi in biblioteca anziché cestinarlo a fine lettura. La grafica? "Richiamerà quella dei grandi giornali progressisti americani fra il 1890 e il 1910", si compiace Deaglio. "Diceva Verdi, torniamo all'antico, sarà un progresso", parola di Formenton. Insomma una sciccheria, al costo di euro sette. A ogni numero allegheranno un poster, schema di un argomento "attraverso gli strumenti della cartografia o della pittura": tipo i paginoni dell''Espresso colore' anni Settanta che di un fenomeno ti raccontavano visivamente origini storiche, ascendenze culturali e stato presente.

Bene, ma dentro le pagine che cosa ci si troverà? "Le inchieste vecchia maniera, di 'sani princìpi'", risponde Deaglio. E siccome questo ha fatto per 11 anni, è la continuità che tiene a rimarcare. "È inutile", aggiungono, "rincorrere un'attualità spesso fittizia: la si afferra meglio uscendone, aggirandola, commentandola. O producendola". E citano gli exploit da 70-100 mila copie con quei numeri su memoria, berlusconeide, G8 con foto e cronache dei partecipanti; fino a 'Quando c'era Silvio', il film autoprodotto dalla Luben production (Luca Beppe Enrico, dove Beppe è il giornalista e documentarista Cremagnani) sui brogli alle ultime politiche, 160 mila copie vendute in quel mare pieno di insidie che è sempre stata per 'Diario' l'edicola: con l'unico rammarico che il traino sulle vendite del settimanale risultò minimo. Dovesse uscire oggi, Deaglio titolerebbe sul 'dialogo di Veltroni con il Duce vecchio', ovviamente Berlusconi. Formenton ci metterebbe un pezzo in controtendenza sulla sicurezza: "Siamo proprio certi che sia così scarsa? In Europa la criminalità comune è calata del 35 per cento". O, di nuovo Deaglio, un carnet sulla settimana in cui, "dall'omicidio di Giovanna Reggiani ai decreti antiromeni poi caduti nel dimenticatoio, stavamo ufficialmente per diventare un paese razzista".

Con quanti soldi, giornalisti, pubblicità si riparte? "Ci investo un milione di euro in un biennio", risponde Formenton, "per il momento" unico proprietario di Editoriale Diario: se poi le cose andranno bene, magari la porterà nel Gruppo il Saggiatore, che Luca divide con suo fratello Mattia. Il break-even è 10 mila copie di vendita più il recupero dei 4 mila abbonati che aveva il settimanale. Redazione a ranghi ridottissimi: il direttore, Giacomo Papi, Andrea Jacchia, probabilmente altri due, e molti collaboratori, anche giovani. Il bubbone è la pubblicità: "Berlusconi ci ha tagliato le gambe", attacca Deaglio, ma Formenton lo blocca: "Detesto i piagnistei sulla pubblicità". Non resta che esorcizzarlo, il fantasma. A cominciare dai bilanci: "Non la contabilizzeremo preventivamente nei piani finanziari. La raccoglieremo internamente e, dichiarandolo in calce a ogni numero, servirà all'inserzionista per comprare abbonamenti e destinarli a chi vuole: ai suoi clienti, a un gruppo di carcerati, magari ai 2.800 costituendi del Pd". Già, il Partito democratico. Alle primarie Formenton è andato a votare, ma non quella "vecchia pantegana della sinistra" (parole sue) di Deaglio. Un conto, infatti, è la memoria viva: il 15 dicembre in edicola doppio dvd con gli 11 anni di 'Diario' più i tre film, il 27 gennaio il numero annuale sulla memoria dell'Olocausto e il film di Cremagnani e Deaglio sul recupero dei 50 mila morti ammazzati dalla silenziosa dittatura franchista. Altro conto sono "la retorica, il linguaggio frusto di una sinistra obsoleta, immobile, e per questo assai malconcia". A queste stantìe pantomime, il rinato 'Diario' non sembra intenzionato a fare sconti.

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