"C'e' il rischio che i maschi arrivino ad una sorta di overdose di rapporti sessuali con le donne".
(Agi) "Il recente boom dell'omosessualita' e soprattutto della prostituzione maschile con travestiti e viado, a mio avviso, e' dovuto all'eccessiva disponibilita' delle ragazze di oggi, al fatto che la danno via troppo facilmente".
Lo ha detto il senatore Filippo Berselli, (Pdl) intervistato da Klaus Davi. "Vorrei precisare - ha chiarito Berselli - che io sto dall'altra parte, dalla parte degli etero al mille per mille, ma spiego questo transito dall'eterosessualita all'omosessualita' come un fenomeno collegato al fatto che le ragazze sono troppo disponibili. C'e' il rischio che i maschi arrivino ad una sorta di overdose di rapporti sessuali con le donne e che quindi, forse, scelgano di passare dall'altra parte. Comunque, i ragazzi di oggi non hanno la carica sessuale che avevamo noi, forse perche' eravamo una generazione di repressi" ha proseguito Berselli aggiungere di avere "molti amici gay con i quali ho intrattenuto e intrattengo ottimi rapporti e che sono di una simpatia travolgente. Ma nessuno di loro mi ha mai fatto la corte. Non mi e' mai capitato". Berselli ha osservato che "anche nella PDL ci sono gay e lesbiche, come in tutti i contesti. Aggiungo, invece, che non credo esista nessuna lobby gay nella societa', o quantomeno non in senso di un gruppo che esercita un potere occulto. Altro discorso e', invece, per l'Arcigay gia' presieduta da Franco Grillini che aveva un senso come luogo di pressione all'interno del Partito Democratico". Quanto ai maschi che si travestono da donna per andare nei locali e nei prive', Berselli ha detto che "non saranno perseguiti se dovesse essere approvato il ddl Carfagna sulla prostituzione.
Vestirsi da donna - ha fatto notare Berselli - non e' un reato in quanto tale, ne tantomeno significa che si voglia necessariamente adescare qualcuno. Al massimo e' una carnevalata. Anche gli scambi di coppia nei parcheggi non verranno vietati, salvo che non si consumino rapporti sessuali nelle auto o in luoghi aperti al pubblico. A casa propria o nei motel le coppie scambiste possono fare, ovviamente, quello che vogliono".
mercoledì 10 settembre 2008
Senilità. Senatore Berselli (Pdl) Boom omosessualità? Si, le ragazze la danno via troppo facilmente.
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19:19:00
Etichette: dichiarazioni, omosessualità, partito democratico
lunedì 8 settembre 2008
Parla Brunetta. Si' a legge riconoscimento diritti reciprocita'. Ma se va in parlamento mancheranno i voti del Pd.
Che si chiamino Dico, Cus o Pacs, una cosa e' certa: le unioni di fatto non sono nel programma elettorale del centrodestra e quindi l'appuntamento con i diritti delle coppie conviventi non e' in agenda politica a palazzo Chigi. E' una dichiarazione a suo tempo fatta dalla Lega e nonostante questo due ministri del governo, Gianfranco Rotondi, per l'attuazione del programma, e Renato Brunetta, titolare della funzione pubblica, preparano un testo ''laico'' per riconoscere diritti e doveri di reciprocita' per le convivenze. ''Da buon laico voglio prescindere dalla sfera sessuale, e dico che le convivenze sono tutelate in maniera farragginosa dal diritto civile'', spiega Brunetta a radio 24. L'idea nata insieme a Rotondi e' quella di studiare e poi eleborare ''una sorta di codice dei diritti e doveri di reciprocita' per le convivenze che non abbia nulla a che fare con la famiglia e con il sesso. L'unica unione degna di questo nome e' la famiglia, fatta da un uomo e una donna e sancita dalla nostra Costituzione'', precisa Brunetta. Il progetto, che ''per il momento e' solo una riflessione culturale'', prevede l'assistenza in caso di malattia, la successione e i diritti relativi all'alloggio. Diritti che rendono prioritario il convivente rispetto ai parenti e che ora non sono riconosciuti. L'unica condizione imposta da Brunetta e' ''che tutto dovra' avvenire senza oneri per lo Stato le cui risorse devono essere destinate solo ed esclusivamente alla famiglia, come previsto dalla Costituzione''. Ma ciò che allarma è che se la legge dovesse approdare per l'approvazione in parlamento, non otterrebbe i voti sufficienti. Questo grazie alla trasversalità dell'integralismo cattolico presente nei vari gruppi parlamentari, soprattutto nel Pd dove la compagine capitanata dal duo Binetti-Carrà darà certamente una fiera e dura battaglia come già avvenne nella scorsa legislatura.
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12:10:00
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domenica 7 settembre 2008
Nel Pd non gira un'idea che sia una.
(Biagio De Giovanni - Il Riformista) Ipnotizzato da Berlusconi, dal berlusconismo e soprattutto dall’antiberlusconismo, il centrosinistra italiano non sembra essersi reso conto non dico dell’entità della sconfitta subita, ma del carattere periodizzante delle elezioni di aprile e delle radicali novità di storia politica che esse comportano. Per la prima volta tutte le forze che hanno governato la Prima Repubblica sono state collocate all’opposizione; per la prima volta, una coalizione di centrodestra, senza confini a destra se non marginali, governa l’Italia, priva anche del contributo di alcuni eredi della Dc; per la prima volta, nella storia dell’Italia democratica, un grande partito di centrodestra in formazione (la De era tutt’altra cosa) si va radicando nella società, e sviluppa i tratti di una sua cultura politica e si colloca in una reinterpretazione dei canoni più consolidati della stessa storia repubblicana, a muovere dal senso dello Stato unitario, ricostituendo le linee di una sua nuova e inedita legittimazione.
Quante cose stanno accadendo per la prima volta! Dinanzi a questo terremoto culturale e politico, sicuramente di portata storica, sul fronte opposto dominano scarsa consapevolezza della posta in gioco, poco coraggio di interrogare l’Italia e se stessi, e ci si divide tra un fragile gioco di rimessa e una persistente analisi paragiudiziaria del berlusconismo, visto o come una clamorosa e provvisoria(!) eccezione, o come causa ed effetto di una mucillagine sociale - che Berlusconi ha magari contribuito a produrre e che lo riproduce moltiplicato per mille - dentro la quale si vanno disperdendo i "valori" di una comunità nazionale ed emerge la "vitalità" dell’Italia peggiore. Di una analisi storico-politica non sembra che si avverta il bisogno. Su questo fronte, a parte la differente eleganza e complessità delle argomentazioni, si ritrovano insieme Eugenio Scalfari e Furio Colombo, e mi scuso con il fondatore di Repubblica per questa semplificazione che tuttavia non mi pare inappropriata. Non parlo di Antonio Di Pietro, che la sua piccola rendita la realizza proprio nella diagnosi indicata e dunque non può che riprodurla per naturale istinto di sopravvivenza.
In questo quadro, la difficoltà del centrosinistra appare anzitutto culturale, come avviene sempre quando la crisi di una forza politica è talmente profonda da toccare la struttura intima del suo sistema ideale. Il Partito democratico ha commesso un clamoroso errore nell’immaginare di poter nascere, come è stato detto, «perché il Novecento è finito», e dunque i vecchi sistemi di idee potevano semplicemente andare in soffitta. La verità è che essi erano attraversati pur sempre da un senso della storia e germinavano da una dialettica storica e politica che dava corpo e sostanza alle forze esistenti. Perché nella "melassa conflittuale" del Partito democratico non gira una idea? Forse perché, vichianamente, «natura di cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise», e se quel partito ha deciso di nascere mettendo insieme delle oligarchie almeno in parte stanche e sconfitte, rinunciando a costruire un processo autocritico di rilettura della storia d’Italia e della propria funzione nazionale, il risultato non poteva essere granché diverso. Veltroni ha provato a dare una scossa, ma si è come fermato a mezz’aria, bloccato da che cosa? Un elemento è nella sottovalutazione della strategia avversaria, di quella capacità del centrodestra di trasmettere una visione dell’Italia, di mettersi in sintonia, insieme, con gli strati più vitali e aggressivi e quelli più tradizionalisti (l’Italia peggiore nella rappresentazione di Eugenio Scalfari), in un quadro rozzo e profondo, demagogico e penetrante, parolaio e decisionista, ma capace di rimettere in discussione idee che sono state cardini della storia repubblicana. La raffinata sinistra perde il confronto proprio sulle idee, dopo aver dominato in lungo e in largo, attraverso di esse, l’Italia repubblicana? Sarebbe un bel contrapasso, ma è proprio così che si stanno svolgendo le cose. Il centrosinistra è senza idee, è come lo stanco erede di se stesso, disunito e conflittuale non sulle idee ma sulle microlotte di potere al proprio interno.
Il centrodestra sembra invece avere una visione dell’Italia, e a modo suo la porta avanti. Ha mandato in soffitta la questione meridionale, e quella decisiva rappresentazione della storia d’Italia che ha fatto perno su di essa. Il Mezzogiorno oggi dibatte sul federalismo fiscale. La questione settentrionale indica un’altra direzione alla storia d’Italia: la "rozza" Lega (ma si può star tranquilli: Colombo ci ricorda di non aver mai stretto la mano a Calderoli) ha deciso, con genuino istinto politico, le priorità di questa agenda, che costituisce un altro modo di leggere la formazione della coscienza nazionale e un’altra risposta al dualismo italiano. Il revisionismo storiografico (che non appartiene, certo, esaustivamente a un campo politico, ma che è comunque segno di una sensibilità una volta inconsistente) sta lavorando ai fianchi la lettura mitica della Resistenza e anche della Costituzione, mettendo in discussione l’enorme patrimonio di egemonia accumulato nella Dc e nel Pci per cinquant’anni. Si va incrinando il corporativismo sindacale, e si mostra che il re è nudo: il paese più sindacalizzato d’Europa - risultato del compromesso Dc-Pci - è quello con i salari più bassi d’Europa e con la strage pressocché quotidiana delle morti bianche. Alla visione di Giulio Tremonti sulla globalizzazione, al netto di tutte le ironie che si è tirato dietro, non corrisponde molto sul piano opposto se non spesso una vaga melassa cosmopolita. E si potrebbe naturalmente continuare.
Nessuno è in grado di prevedere, certo, quale fisionomia avrà l’Italia alla fine della legislatura. Ma sarà assai diversa da quella attuale, e al centrosinistra servirà un Tony Blair - dopo, mutatis mutandis, Berlusconi-Thatcher - per riprendere il filo di un proprio discorso con questa Italia che la "cultura" del centrodestra (posso utilizzare questa parola senza scandalo a sinistra?) avrà certamente contribuito a cambiare. Per ora, questa figura non si intravede. come non si intravede l’abbozzo di una nuova cultura politica, ma se non dovessero, prima o dopo, quella figura e quella cultura irrompere sulla scena politica, sarà difficile ridurre i tempi di una lunga separazione del centrosinistra italiano dall’Italia reale.
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15:55:00
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Arturo Parisi: ecco dove Veltroni ha sbagliato.
(Panorama) Tutto inizia dall’inizio. Frase buona per il titolo di un film, ma anche (veltronianamente) per la breve storia del Partito democratico, la sua fondazione, la sua sorprendente crisi prematura. “Tutto inizia dall’inizio” dice a Panorama Arturo Parisi, progettista dell’Ulivo ieri e oppositore interno del Pd di Walter Veltroni oggi. L’ex ministro della Difesa nel centrosinistra è uno dei pochi che possa dire a testa alta: l’avevo detto. Ha dimostrato nuragica durezza nel criticare il ponte di comando del loft e nel chiedere il ritorno del centrosinistra a una rinnovata formula dell’Ulivo. I dialoghi dei consiglieri di Romano Prodi sulle primarie nel Pd, intercettati nell’ambito dell’inchiesta Siemens dalla procura di Bolzano, non lasciano spazio a dubbi politici: il presidente del Consiglio Prodi cercava di contrastare la vittoria annunciata di Veltroni per evitare quella che nei colloqui privati viene chiamata “farsa” del candidato unico, o quasi.
“Invece di candidarsi alla leadership del nuovo partito per succedere poi nella premiership del nuovo governo, Veltroni rovesciò la sequenza, candidandosi immediatamente alla premiership e in quanto tale alla leadership del partito” ricorda Parisi. Ovi e Cavazza parlano delle primarie del Pd nei giorni che precedono l’investitura ufficiale di Veltroni. Prima della discesa in campo di Rosy Bindi ed Enrico Letta, candidati deboli destinati a soccombere al cospetto della macchina elettorale dei Ds e degli ex dc di Franco Marini.
“Nelle prime scelte sta tutto lo sviluppo successivo. Innanzitutto nella sua investitura unanimistica da parte dell’apparato, che riconobbe in lui l’unico candidato spendibile nella gara di popolarità con Silvio Berlusconi, anche se il meno adatto a fondare un partito. E poi nel discorso del Lingotto, che proponeva un programma per un nuovo governo e non un progetto di un partito nuovo. Tutto il resto ne viene di conseguenza” continua Parisi in un flashback che, alla luce degli avvenimenti e delle scelte fatte da Veltroni, è rivelatore degli errori compiuti.
Parisi è un gentiluomo e non dice quali errori ha compiuto Prodi. Il primo, lampante, è non avere ostacolato subito e alla luce del sole la corsa semisolitaria di Veltroni, appoggiando la linea sostenuta da Parisi invece di affidarsi alle sortite spuntate e discutibili dei suoi consiglieri più pratici di business che di politica. Quando discutono del progetto per le primarie, la porta del confronto con Veltroni, duro e spietato come può capitare in politica, è ancora aperta. I Ds inoltre sono nel vortice del caso Unipol: il 22 maggio 2007 Il Giornale apre il caso Visco-Guardia di finanza, mentre a metà luglio 2007 il magistrato di Milano Clementina Forleo trasmette al Parlamento le trascrizioni di 68 delle intercettazioni sulle scalate di Antonveneta, Bnl e Rcs Mediagroup e cita politici della Quercia del calibro di Piero Fassino, Massimo D’Alema e Nicola Latorre, chiedendo di poterle utilizzare.
L’allora maggioranza di centrosinistra è allo sbando, pressata dalle procure di Nord (Milano, inchiesta Unipol) e Sud (Catanzaro, inchiesta Why not), si dibatte in una crisi strisciante. Il procuratore di Catanzaro Luigi De Magistris iscrive il 13 luglio 2007 Romano Prodi nel registro degli indagati dell’inchiesta Why not e qualche mese dopo, il 14 ottobre 2007 (ironia della sorte, giorno delle primarie del Pd), tra gli indagati finisce anche il ministro della Giustizia, Clemente Mastella.
Ds e Margherita si trovano nel pieno di una tempesta politico-giudiziaria mentre è in corso la delicata costruzione del Pd, le rispettive leadership sono ammaccate e il vento anticasta le travolge. In ordine sparso, e confusamente in cerca d’autore, trovano rabdomanticamente l’uomo della salvezza in Veltroni, ma il sindaco di Roma non vuole avversari e ha un atteggiamento liquidatorio nei confronti del Professore di Bologna. “Dietro il sostegno formale a Prodi c’era la contestazione dei limiti e delle contraddizioni del suo governo” sostiene Parisi. Politicamente si consuma la frattura con la sinistra radicale, il piano secondo Parisi è chiaro: “In vista di una accelerata sostituzione del governo, c’era la separazione consensuale concordata con Fausto Bertinotti, guidata dall’illusione che dividersi da buoni fratelli fosse per ambedue elettoralmente più redditizio che arrivare a un vero confronto su un progetto politico. Mentre Berlusconi portava a ulteriore avanzamento, con le buone e con le cattive, il processo di unificazione del polo di centrodestra iniziato nel 1994, Veltroni metteva fine a quel processo proclamando la discontinuità con i 15 anni della esperienza dell’Ulivo” ricorda l’ex ministro della Difesa.
La rottura dell’esperienza ulivista per Parisi è l’origine della crisi del partito guidato da Veltroni: “Il Pd invece di riproporsi in continuità con l’Ulivo come il baricentro, la guida e il timone del campo di centrosinistra, esattamente come il Pdl nell’altro polo, proponeva la sua parzialità come totalità guidato dall’illusione di battere pressoché in solitudine lo schieramento avverso”.
Lanfranco Tenaglia, ministro ombra della Giustizia del Pd
Il disegno veltroniano fallisce, prima che nell’urna, nelle manovre delle primarie, quando è chiara la volontà di depotenziare i prodiani ed escludere outsider di peso scarsamente controllabili come Marco Pannella e Antonio Di Pietro. Con il senno di poi, la defenestrazione dalle primarie dei radicali e del leader dell’Italia dei valori è stata la premessa degli smarcamenti dei radicali e, nel caso di Di Pietro, della costruzione di una linea alternativa nell’opposizione che oggi drena consensi alla base del Pd ed è una delle ragioni più gravi della crisi di leadership di Veltroni, che nel frattempo ha perso pure Prodi, dimessosi dalla presidenza del Pd alla vigilia delle elezioni.
Il destino con il Pd si diverte a giocare a dadi, i dalemiani che nel 2007, anche sotto la pressione giudiziaria, avevano digerito il boccone amaro della scelta di Veltroni (avversario storico di Massimo D’Alema) si ritrovano di nuovo nel mirino della magistratura.
In questi giorni la procura di Milano ha chiesto nuovamente al Parlamento di poter utilizzare le intercettazioni che riguardano il senatore Nicola Latorre, braccio destro di D’Alema. Riemerge così il fascicolo depositato da Clementina Forleo nel luglio 2007 sul caso Unipol. Veltroni finora non ha voluto ascoltare chi nel centrosinistra chiede un riequilibrio del rapporto tra magistratura e politica e ha scelto di non tagliare il cordone ombelicale con la magistratura associata, come testimonia la nomina dell’ex magistrato Lanfranco Tenaglia a ministro ombra della Giustizia. Veltroni finora aveva tratto vantaggio da questa situazione, ma oggi rischia di pagarne le conseguenze, il gioco infatti sta per sfuggirgli di mano. D’Alema si è sottratto all’abbraccio di Walter e manovra nel partito con l’associazione Red, mentre i prodiani, sempre più esacerbati e solitari, sembrano già con la valigia in mano. Tutto inizia dall’inizio. Anche la fine.
sabato 6 settembre 2008
I gay piddini snobbano i dibatti Lgbt? Provate a seguirli e capirete il perchè! Il video integrale.
Si è scritto e si è detto del deserto attorno ad un importante dibattito sui diritti Lgbt e sul futuro dei gay nel Pd nel corso della Festa Democratica di Firenze. Non si può fare miglior giustizia a questo evento mettendo in rete i video (messi a disposizione da Radio radical e che ringraziamo) che testimoniano ciò che i vari ospiti si sono detti. A parte la mediocrità politica, l'imbarazzo forse dovuto al vuoto attorno a loro, dobbiamo prendere atto come gay da chi siamo rappresentati nel Pd.
Una sorta di imbarazzante "Quartetto Cetra" di regime che non trova le parole giuste. Il panorama è a dir poco desolante, vi basterà seguire il dibattito e, da sadici, vi auguriamo di arrivare fino in fondo.
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13:42:00
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Le tematiche Lgbt non interessano ai piddini. Ieri sera quattro gatti al dibattito con la Concia & co.
Ieri i gay alla Festa Democratica di Firenze hanno tenuto un'assemblea che ha visto una scarsissima partecipazione di pubblico. Oggi alcuni media si sono lanciati sulla questione interpretando un clima di contenimento della tematica omosessuale interno al Partito Democratico. Per capirne di più abbiamo chiesto il parere a chi ieri era tra i protagonisti dell'iniziativa, la deputata del Pd Paola Concia.
(Aprile online) Ieri l'assemblea degli "omosessuali del Pd", annunciata dal programma ufficiale della Festa Democratica di Firenze, si è tenuta nel caldo torrido delle tre del pomeriggio, alla presenza di una decina di persone in tutto. Un'occorrenza che non è sfuggita all'occhio vigile dei media, tra cui il Corriere della Sera che oggi titola: "l'amarezza dei gay: ha vinto Paola Binetti". Ma come sono andate veramente le cose? L'abbiamo chiesto a Paola Concia, deputata del Pd e membro del Coordinamento Politico Nazionale del partito, che ieri è stata tra i protagonisti dell'iniziativa
E' vero che ieri alla Festa del Pd ha vinto la Binetti, come dice il Corsera?
No, intanto Paola Binetti non era prevista, si trovava in Terra Santa (ride). E poi non ha vinto, come è noto. In realtà si è trattato di una polemica avviata da Franco Grillini, in occasione della presentazione del suo libro che si è tenuta a seguire ieri sera, che per queste ragioni (catto-omofobiche n.d.r.) ora sta in un altro partito. Di fatto la Binetti viene spesso tirata in ballo con l'effetto che le facciamo solo un gran favore...
...parlandone...
Beh, nel mio articolo su Repubblica non l'ho mai nominata, e di fatto non la nomino mai. Tra l'altro non fa parte del gruppo dirigente di questo partito, mentre io sono nel comitato politico nazionale, per cui se la mettiamo sul piano delle gerarchie...
C'è dunque stata una forzatura da parte dei giornali?
Sì. Per carità, è carino l'articolo del Corriere, ma sul 'ricicciare' della Binetti pesa l'ultima vicenda della Englaro che ha evidenziato una conflittualità. Io faccio comunicati tutti i giorni, ma non ho mai sentito che la Binetti parla contro di me. Se continuiamo a pensare che il problema sia la Binetti ci sbagliamo. I problemi sono i nostri, di ognuno di noi interno al partito e di tutto il partito che sui temi più difficili deve avere il coraggio di dire come la pensa. Io proprio di questo rimprovero il PD, di non pronunciarsi su alcune questione come la vita e la morte, i diritti di cittadinanza, la sicurezza. Come ha fatto Veltroni sul voto agli immigrati, così il partito deve dire coma la pensa sugli altri temi. Io nel PD mi sento a casa mia, sto contribuendo al suo percorso con grande difficoltà, però non mi ci sento ospite. Penso che tutti, a partire da D'Alema, Fioroni, Franceschini, insieme a Finocchiaro e Turco per citare delle donne, i big insomma, debbano avere il coraggio di avviare un confronto, di trovare una sintesi che sia il Pd-pensiero sui diritti degli omosessuali in questo paese, che non ci sono.
Ma tutto questo ha a che vedere col fatto che ieri avete tenuto un'assemblea destinata ad avere poco seguito a causa della torrida calura pomeridiana?
L'orario l'abbiamo deciso noi. Alle sei avevamo la presentazione del libro di Franco Grillini e volevamo fare una riunione prima.
Una riunione per la quale non avevate bisogno di una platea?
No, era un'assemblea per vederci e ragionare su alcune cose, per esempio su come strutturarci.
Al di là di ieri, perché c'è poca attenzione alle tematiche omosessuali all'interno del partito?
Perché è un argomento difficile sul quale ci vuole un di più di confronto e di lavoro, perché è un tema che noi provincialoni riteniamo difficile, mentre mi pare che Barak Obama sia stato assolutamente sereno sull'argomento, come Hillary, Bill Clinton, Al Gore: tutti ne hanno parlato. Noi invece non abbiamo il coraggio di guardare alle questioni per quello che sono e di trovare delle soluzioni. Bisogna mettersi intorno a un tavolo, affrontare il problema, parlarne con i nostri iscritti e fare poi delle proposte. Di fondo scontiamo una pessima gestione politica della questione dei diritti civili nella scorsa legislatura, ed è una responsabilità di tutti, dal PD a Rifondazione.
Una pessima gestione perché l'argomento è poco sentito o perché politicamente scomodo?
Perché si affronta male. Oggi in Italia dei diritti degli omosessuali non se ne sa parlare, se ne parla con grande difficoltà. Bisogna parlarne con naturalezza: noi (omosessuali n.d.r.) siamo cittadini di questo paese. Punto.
Come pensate allora di rilanciare questi temi?
A settembre è calendarizzata la mia legge contro l'omofobia, e voglio che il partito su questo mi sostenga. Questa non è la legge di Paola Concia, questo è il Pd che sostiene la legge contro l'omofobia. Poi dobbiamo rilanciare il dibattito su che cosa sono i diritti di cittadinanza nel 2008 e far capire che idea di società abbiamo. Gli altri paesi lo hanno affrontato con delle regole che tengono insieme la comunità e alle quali tutti devono sottostare. Per portare un esempio a noi vicino, in Inghilterra, Germania, Francia e Spagna destra e sinistra non si dividono sui diritti fondamentali. Per essi ci sono delle questioni che vanno al di là dell'appartenenza al partito. In Italia, dal momento che il Pd ha una cultura politica più avanzata rispetto al centrodestra, è da noi che deve partire una proposta.
Per arrivare quindi ad una soluzione bipartisan ...
E' una eventualità che non mi scandalizza affatto. Io sono convinta che i diritti non sono né di destra né di sinistra. Chiunque governi un paese deve dare dei diritti fondamentali ai suoi cittadini, e tra questi rientrano quelli degli omosessuali. Non si può stare al buon cuore di un governo anziché di un altro. Chiederò al Pd di rilanciare un'iniziativa politica su questi temi.
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venerdì 5 settembre 2008
La politica mette il cappello sopra i poliziotti gay? Ci stanno provando.
Diritti, Pinotti: "Sostengo gli obiettivi di Polis Aperta, associazione militari omosessuali".
Il ministro della Difesa del governo ombra, Roberta Pinotti, indirizza una lettera a Polis Aperta, l’associazione che riunisce gli omosessuali della Polizia e delle Forze dell’Ordine.
A seguire il testo della lettera
Ho avuto modo di incontrare alcuni rappresentanti del primo nucleo dell'associazione la scorsa legislatura, come Presidente della Commissione Difesa della Camera.
In quell'incontro era emerso che il principale vissuto degli omosessuali all'interno dei corpi in divisa era una discriminazione strisciante, che si rendeva evidente nella poca volontà di valorizzazione professionale e produceva sofferenza umana.
Da qui l'idea di un'associazione che potesse essere di stimolo ai corpi di Polizia e delle Forze Armate a confrontarsi in modo nuovo e positivo con la questione omosessuale e promuovesse un miglioramento della vita quotidiana dei gay all'interno dei corpi militari e di polizia.
Avevo, in quell'occasione, apprezzato gli obiettivi, la serietà e la pacatezza con cui venivano esposte le diverse questioni.
Come allora, nel mio ruolo istituzionale, mi ero impegnata a sostenere quegli obiettivi, rinnovo ora, nel mio ruolo politico di Ministro della Difesa del Governo Ombra PD, la stessa disponibilità.
Con gli auguri di buon lavoro per l'incontro del 26 settembre p.v. a Bologna, vi saluto caramente.
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Ndr. Ci stanno provando quelli del Pd. Il partito italiano con il più alto tasso di omofobi e che obbliga i gay al suo interno ad interrogarsi sul loro futuro, con un comunicato di maniera alquanto modesto in "politichese" stretto, la sconosciuta Ministro ombra a suo nome ci sta provando. Stanno provando a mettere il cappello sulle forze dell'ordine e sui militari di "Polis Aperta". Facce di bronzo? (vorremo scrivere qualcos'altro ma la decenza ce lo vieta) probabilmente qualcosa di più ed al solito male informati visto che sono almeno tre giorni che gira l'annuncio che il convegno è stato spostato da Bologna a Ferrara sempre il 26 settembre.
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20:39:00
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E La Repubblica torna a parlare dei gay.
PD. L'AMAREZZA DEI GAY: HA VINTO PAOLA BINETTI.
Dibattiti a Firenze e a Bologna. La Concia: "Nel Pd siamo anche noi padroni di casa". "Non la daremo vinta alla Binetti" alle Feste la sfida di gay e lesbiche.
(Alessandra Longo - La Repubblica) C´è un detto abruzzese che, per dare l´idea di uno che non molla l´osso, anche se il vento è contrario, dice: «Come i rospi alle sassate». Gli tiri le pietre ma loro non fanno una piega, o quasi. Paola Concia, che è di Avezzano, cita parole d´infanzia per descrivere come si sentono i gay in questo Paese, ma anche, direbbe Crozza, dentro il Partito democratico.
L´assemblea degli «omosessuali del Pd», annunciata nel programma ufficiale della Festa Democratica di Firenze, va in scena in un primo pomeriggio assolato e deserto, caldo umido da sauna, una decina di persone ad ascoltare quel che più che altro è uno sfogo "particulare" dentro il momento di low profile collettivo: «D´Alema ha detto che il partito si deve dare una mossa - riassume la deputata Concia, in tailleur pantalone rosso Pci - Sono d´accordo, ma una mossa se la dia anche lui, se la diano tutti. Il Pd deve avere il coraggio di rappresentare la mia vita, di guardare in faccia le persone e rispondere alle loro domande reali, concrete, deve affrontare le cose difficili, invece di evitarle e prendere tempo». Parlare, per esempio, dei «centomila bambini figli di coppie omosessuali» che vivono in Italia, tornare alla carica sul tema dei diritti di cittadinanza, «riempire il vuoto, la lacuna, di un partito che si va costruendo», dandogli una fisionomia laica, in sintonia con gli standard europei.
C´è voglia di battagliare, «di non dargliela vinta alla Binetti». Concia, e con lei il piemontese Andrea Benedino e il milanese Marco Volante, hanno fatto la scelta di rimanere dentro il Pd: «Il Gayleft non c´è più. Adesso noi siamo il Pd, anche noi padroni di casa, noi transessuali, noi lesbiche, noi gay». Sullo sfondo, sono assaliti da un dubbio esistenziale sulla natura del loro nuovo partito: «Ma saremo ancora progressisti?», si chiede Volante. Si risponde da solo, con una battuta amara: «Se fosse italiana, la signora "Barracuda" Palin, vice di Mc Cain, potrebbe stare benissimo nel Pd. Di sicuro è più a sinistra della Binetti».
La Binetti: eccolo il nome, il simbolo più evocato, più temuto, pronunciato con un filo di voce, scuotendo la testa. Franco Grillini che, nel Pd, non è mai entrato, le riconosce il primato sul campo: «Le ha vinte tutte. Basti pensare al voto sul caso Englaro alla Camera. È lei che comanda». L´invidia va ai democratici di Obama: «Il 7 per cento dei delegati a Denver era gay. E non c´è comizio in cui Obama non citi i loro diritti».
Qui, alla festa di Firenze, tutti seri, tutti concentrati a trovare il varco politico per «andare avanti, perché la politica ha dei doveri nei confronti della società, la fa crescere o arretrare, ne determina gli umori, gli orientamenti». Altra musica a Bologna. Dalla Festa provinciale dell´Unità (così si chiama ancora), stesso partito, giungono voci di un´atmosfera più leggera, più spettacolare, complice lo stand delle Drag Queen, da anni ospiti dei compagni locali. Mercoledì sera, mentre D´Alema a Firenze parlava di un Pd «che ha bisogno di tornare fra la gente», Drag Marcella, all´anagrafe Marco Leardini , si toglieva la parrucca di scena davanti a centinaia di persone e la sbatteva sul tavolo urlando: «Basta pregiudizi!». Dice Drag Marcella: «Quelli della Margherita rompono un po´ le palle ma io vado avanti lo stesso e riempio la piazza. Il 17 farò uno spettacolo con 15 drag queen sul palco, ci sarà una sadomaso e parleremo di tutto, anche dei Dico.». Concia commenta cauta: «Se il messaggio del partito è: "Guardate come siamo tolleranti", va bene lo stesso. O meglio: a me delle drag queen non me ne frega niente, io voglio fare le leggi in Parlamento con chi ci sta perché i diritti civili non sono né di destra né di sinistra. Al momento, la Carfagna non batte un colpo e, quando lo batte, di solito è anche peggio. Ma noi non molliamo». Sì, gli omosessuali del Pd sono di struttura resistente sia pur un po´ abbacchiati: «Finisce che il precedente governo Berlusconi ha fatto di più del centrosinistra». Citano la direttiva europea sulle discriminazioni nei posti di lavoro (peraltro «recepita malissimo»), le inserzioni pubblicitarie di Forza Italia sul sito ufficiale dei gay, e i messaggi «subliminali» di Dolce e Gabbana, grandi elettori del Cavaliere. Bisogna che il Pd si dia una mossa. I gay stanno lì in attesa, «come i rospi alle sassate.».
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Democratici L'amarezza dei gay: ha vinto Paola Binetti.
(Il Corriere della Sera) Nel suo «Ecce omo», lo scrive con una certa nitidezza: «Sull'altare di questo Pd sono stati sacrificati gay e lesbiche». Nel 2007 Franco Grillini lasciò i Ds: «Erano arrivati i clerico-fascisti. E i fatti mi danno ragione: la Binetti vince 15-0».
Superstite nel Pd è Paola Concia. Che dà ragione a D'Alema: «Sì, diamoci una mossa: ma anche su gay e lesbiche». Andrea Benedino, nella segreteria piemontese del Pd, tesse le lodi, si fa per dire, di Silvio Berlusconi: «Chiese il voto su un sito gay, in cambio di meno tasse. E ha usato anche testimonial come Dolce e Gabbana». Aggiunge il presidente onorario Arcigay Sergio Lo Giudice: «L'unica legge mai passata contro la discriminazione l'ha fatta Berlusconi nel 2003».
«Obbligata dalla Ue», corregge la Concia. «Sì e anche un pastrocchio», concede Lo Giudice. Ma pur sempre una legge.
Paradossale, perché, aggiunge la Concia, «il ministro Carfagna non batte un colpo. E quando lo batte è meglio se sta zitta».
Resta il Pd. La Concia prova a starci dentro. Ma, a voler cogliere una marginalità anche simbolica, l'assemblea degli omosessuali è alle 3 di pomeriggio, a festa ancora chiusa. Spettatori non giornalisti, nessuno.
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martedì 2 settembre 2008
Alla Festa democratica i compagni si fan pagare il coperto.
(Tommaso Farina - Libero) La Festa dell’Unità ha cambiato nome, ma non proposta gastronomica. La salamella impera sovrana, nonostante i tentativi di esotismo già visti l’anno scorso. Attorno al Palasharp, fino al 22 settembre, la prima Festa Democratica di Milano ospiterà non solo dibattiti politici e approfondimenti assortiti, ma anche l’usuale vasta scelta di munizioni da bocca, per tutti i gusti e per tutte le tasche. Però nulla batte la salamella alla griglia. E nemmeno le costine di maiale. «Le altre cose saranno buone, ma le costine hanno una marcia in più. Del resto, dove si può mangiarle, se non alla festa dell’Unità? Al ristorante mica te le fanno», ammette un cinquantenne che, alla pizzeria-griglieria, sta cominciando un’ampia porzione delle medesime costine (4.50 euro). La salamella costa meno, 3.50 euro, ed è molto onesta, saporita, con l’obbligatorio profumo di fumo che ne attesta la provenienza da un vero fuoco di legna. Wurstel? Costata di manzo? Qualcuno li richiede, ma alla griglieria, ove si viene serviti da svelte e gentili signore di mezza età, i capisaldi sono l’accoppiata immarcescibile di cui abbiamo appena parlato. Come l’anno scorso, le soddisfazioni maggiori arrivano dalle cose più “popolari”. Il Ristorante Valtellina, anche nel 2008 accanto al Palasharp, non presenta un menù proprio estivo: pappardelle al cervo, risotto alla luganegarostisciada (lonza, pancetta, polenta), fagioli con le cipolle, pizzoccheri (5,50 euro), cassoeula. A quest’ultima abbiamo stavolta deciso di rinunciare, ma il sostituto, la polenta vuncia (polenta al formaggio e burro, 4,80 euro) è parsa all’altezza del compito. Da bere, vini valtellinesi. Nel conto, preventivate 1,50 euro di coperto (non come al Savini, dov’è abolito…). Il coperto è presente anche in ristoranti festaioli con qualche pretesa in più, tipo Il Porcino, dedicato a funghi e simili. Menù abbastanza vasto, servizio solerte coordinato da arzillo e incravattato signore. Qualche saggio: insalata di porcini (5,50 euro), risotto coi funghi (5 euro), lasagne ai funghi (5 euro, non malvage), porcini (8,50 euro, questi sì malvagi, decisamente dolciastri e acquosi), porcini alla griglia (11 euro). Da bere, Merlot biologico (8,20 euro). Altri ristoranti? L’Osteria del gnocco fritto (gnocchi fritti con salumi); l’Enoteca (piattarelli di prodotti tipici anche ben ricercati); i Sapori del Mare, specialità pesce (ci sono anche le trenette all’astice, 15 euro); la paninoteca-piadineria. Ma pure nel 2008, la chicca è costituita dal ristorante tibetano. Venerdì, quando l’abbiamo visitato, il digiuno dei monaci non era ancora cominciato, così poteva capitare di sedersi nel tavolo vicino a quello dei tibetani, e ordinare un piatto di Momo (6 euro), ravioli di carne simili a quelli cinesi, ma con un ripieno abbastanza diverso. Sarà cambiato il nome (e alcuni dei “camerieri” hanno ancora la parannanza col vecchio logo), ma i capisaldi culinari della Festa per eccellenza ci sono tutti, e gli aficionados li vogliono sempre.
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lunedì 25 agosto 2008
Travaglio e l'Unità. Le cose che non si dovevano dire.
Leggo e rileggo il comunicato dell’editore e, lo confesso, continuo a non capire. Una sola cosa capisco: il licenziamento di Antonio Padellaro da direttore dell’Unità non dipende dal fatto che Padellaro non è abbastanza “multimediale”. Sgombero subito il campo da un paio di equivoci. Primo: sono molto affezionato al principio di autorità, nonché al motto lombardo “offelè, fa el to mestè”. Dunque riconosco agli editori il potere di nominare i direttori che più li aggradano e non penso affatto che l’umile collaboratore di un giornale debba metter becco nelle loro decisioni. Ma, siccome a questo giornale collaboro fin dal 2002, avrei preferito che qualcuno spiegasse ai lettori e ai giornalisti dell’Unità perché l’avventura di questo giornale morto nel 2000 e risorto nel 2001 grazie al duo Colombo-Padellaro, a una redazione tenace disposta a ogni sacrificio e a un pugno di editori coraggiosi debba concludersi così bruscamente e inspiegabilmente. Secondo: sono abituato a basarmi sui fatti e dunque non farò processi alle intenzioni, ergo non dirò una parola sul nuovo direttore, Concita de Gregorio, se non che è un’ottima giornalista e una persona squisita, che ho avuto modo di sentirla un paio di volte nelle ultime settimane, che mi ha garantito massima continuità e libertà, che le auguro i migliori successi.
Ma il punto è ciò che è accaduto finora, negli ultimi tre mesi sottotraccia e negli ultimi tre giorni alla luce del sole. Prima le voci. Poi l’intervista di Walter Veltroni al Corriere della sera che, all’indomani dell’acquisto dell’Unità da parte di Renato Soru, auspicava un “direttore donna”, cioè il licenziamento di Padellaro (che purtroppo è maschio). Lì s’è avvertita la prima, violenta rottura: non è usuale che un segretario di partito licenzi un direttore di giornale e indichi le caratteristiche del successore, specie se quel giornale non appartiene né a lui nè al suo partito. Se, nell’autunno del 2002, pur provenendo da tutt’altra storia e tradizione, accettai con gioia la proposta di Colombo e Padellaro, mediata dal comune amico Claudio Rinaldi, di collaborare all’Unità con una rubrica quotidiana, fu proprio perché l’Unità non era più un giornale di partito, ma un giornale libero, che rispondeva soltanto ai suoi editori, direttori e lettori. Infatti in questi sei anni mi sono sentito libero di scrivere in assoluta autonomia, senza mai subire le benchè minima censura. Ora quel fatto da troppi trascurato - l’intervista di Veltroni - comporta una svolta non da poco, un peccato originale destinato inevitabilmente a incombere sul futuro. Il secondo fatto è che l’uscita di scena di Padellaro segue, a tre anni di distanza e in qualche modo completa, quella di Colombo, l’altro direttore che aveva resuscitato l’Unità. E attende spiegazioni più plausibili delle chiacchiere sulla “multimedialità”. Il giornale va male? Pare di no, anche se paga le scarse risorse finanziarie (e pubblicitarie) e, politicamente, la grande depressione seguita al biennio della cosiddetta Unione al governo. Se dunque non è un problema di copie (la media giornaliera di 48 mila, con 274 mila lettori, è tutt’altro che disprezzabile, visti i chiari di luna, e speriamo di non doverla mai rimpiangere), è un problema “di linea”. Lo stesso che era stato sollevato nel 2005, quando fu allontanato Colombo.
Ora l’esperienza nata sette anni fa dalla straordinaria alchimia di questi due direttori, capaci di coinvolgere e coalizzare in una sorta di campo-profughi collaboratori delle più varie provenienze e culture, oggettivamente si chiude. Si finisce il lavoro e si completa il disegno avviato nel 2005, quando Furio fu defenestrato dopo mesi di mobbing praticato da ben noti ambienti Ds, insofferenti per la linea troppo autonoma, troppo aperta, diciamo pure troppo libera del giornale. Tre anni fa il disegno si compì a metà, magari nella segreta speranza che Antonio capisse l’antifona e riconsegnasse il giornale al partito che l’aveva ucciso. Padellaro, pur con la sua diversa sensibilità rispetto a Colombo, l’antifona non la capì. Continuò a scrivere e a farci scrivere in assoluta libertà. Beccandosi le reprimende più o meno sotterranee di molti politici del Pd e quelle pubbliche del Caimano. Il quale avrà tanti difetti, ma non quello di nascondere simpatie e antipatie. Lui i veri oppositori li riconosce subito e, a suo modo, li onora molto meglio di chiunque altro. Infatti, a dimostrazione del nostro successo, nei giorni delle ultime elezioni tornò a sventolare minacciosamente l’Unità additandola a nemico pubblico numero uno (chi sostiene che l’antiberlusconismo fa il gioco di Berlusconi, mentre le vere spine nel fianco del Cavaliere sono i “riformisti”, spiegherà forse un giorno perché lui abbia continuato a sventolare l’Unità, anziché Il Riformista o Europa, semprechè ne abbia notata l’esistenza). Ora, è evidente che la chiusura di questo ciclo non si deve a lui. E’ il padrone di quasi tutto, ma non ancora di tutto. Lo si deve a chi, nel centrosinistra, vedeva in questa Unità una minaccia. Salvo poi, si capisce, meravigliarsi insieme a Nanni Moretti se l’opinione pubblica latita (o forse, più propriamente, non trova sponde politiche, punti di riferimento, occasioni di manifestarsi e manifestare). Nell’Agenda Unica del Pensiero Unico del Padrone Unico, mentre la gran parte dell’opposizione dialogava o andava a rimorchio, l’Unità ha continuato a proporre pervicacemente un’altra agenda, un altro pensiero, un altro vocabolario. A dire le cose che, altrove, non si possono dire e a vedere le cose che, altrove, si preferisce non vedere. Nel paese dove, come ha detto efficacemente Gianrico Carofiglio all’Espresso, “da 15 anni Berlusconi è il padrone delle parole della politica”, perché “ha scelto lui i nomi con cui chiamare le cose e gli argomenti”, l’Unità portava ogni giorno in prima pagina altre parole, continuando ostinatamente a chiamare le cose col loro nome, non con gli pseudonimi berlusconiani e dunque “riformisti”: su questa Unità la guerra è guerra, non missione di pace; il separatismo è separatismo, non federalismo fiscale; il razzismo è razzismo, non sicurezza; il monologo è monologo, non dialogo; l’inciucio è inciucio, non riformismo; il regime è regime, non governo di destra con cui dialogare; i mafiosi sono mafiosi e i corrotti corrotti, non vittime del giustizialismo; i processi sono processi, non guerra tra giustizia e politica; le leggi incostituzionali sono leggi incostituzionali, non risposte eccessive a problemi reali; Mangano era un mafioso e chi lo beatifica non “fa una gaffe”: è come lui.
Mentre scrivo, ho appena letto l’addio di Padellaro. E mi tornano alla mente le nostre mille telefonate all’ora di pranzo (mi sveglio tardi) per decidere insieme la rubrica del giorno. Scambi di battute e trovate che nascevano cazzeggiando e ridendo fra noi fino alle lacrime e poi finivano regolarmente nel “Bananas”, poi nell’”Uliwood Party”, infine nell’”Ora d’aria”. Articoli che, come spesso ci ripetevamo, potevano uscire su un solo quotidiano: questo. Quello che dava il nome alle celebri feste estive, dalle quali sono bandito da quattro anni, pur scrivendo sull’Unità quasi ogni giorno da sei (ma ora han cambiato opportunamente nome). “Un giorno - mi diceva spesso Antonio, tra il serio e il faceto - me le faranno pagare tutte insieme, le tue rubriche, insieme al resto. Ma scrivi tutto, è troppo divertente. E poi, cazzo, si vive una volta sola…”. Ora che quel giorno è arrivato,mi sento soltanto di dirgli grazie. Per avermi sopportato, da gran signore e da liberale autentico, a suo rischio e pericolo. E’ stata una splendida avventura. Speriamo che continui ancora a lungo.
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venerdì 22 agosto 2008
Michele Serra a La Stampa: "Bravo Veltroni. Ma non si può votare Pd: colpa della Binetti...".
(Claudio Sabelli Fioretti - La Stampa) Il mitico direttore di Cuore, l'autore di successo in televisione e in teatro, l'editorialista della Repubblica, lo scrittore di libri di successo. Michele Serra. Anche lui è entrato qualche giorno fa nel dibattito fondamentale.
Michele, togliamoci subito il pensiero: i salotti.
"Oh Gesù..."
Sapevo che saresti stato contento di questa domanda...
"I salotti... mi fa molto ridere parlarne..."
Ne hai scritto. Non ti colgo impreparato.
"Esistono salotti di diversa metratura, forma e lusso".
Ma tutti piuttosto ricchi.
"Il salotto del delegato Fiom effettivamente non si è mai visto. Ma dei salotti altolocati so poco, non li frequento".
Il salotto dell'avvocato Augusto Bianchi... Un salotto cult della sinistra milanese…
"Ci sono andato una volta. C'erano centinaia di persone affastellate… Non era un salotto, era una Curva Sud. Mi ricordava un'assemblea del '68".
E i salotti romani?
"Suspisio... Verusio... E se uno viene invitato da Suspisio e si sbaglia e va da Verusio?"
Succede molto spesso.
"E se va da Subasio?"
Senti...
"Vuoi sapere se c'è una fascia alta di intellettuali di sinistra che amano fare quel tipo di vita?"
Se lo chiedono in molti.
"Questo discorso del salotto romano inciucione mi riguarda poco. Riguarda forse Bertinotti. Capisco che possa irritare: io trovo sconveniente anche andare a Porta a Porta. Pensa da Suspasio e Verisio".
Suspisio e Verusio.
"Le borghesie urbane sono sempre più di sinistra. E i ceti popolari sono sempre più di destra. Ogni tanto mi chiedo se non sto frequentando troppi giornalisti, professori, urbanisti, architetti, scrittori. Avrei bisogno di frequentare idraulici".
I salotti hanno spaccato Rifondazione Comunista. Hai visto la polemica fra i Ferrero e i Bertinotti?
"Tanta demagogia. Però..."
Però?
"Però... i padri della sinistra... costumi più austeri..."
Togliatti forse esagerava…
"Sicuramente esagerava, però..."
Però?
"Non ce lo vedo Togliatti dalla Verasio..."
Verusio.
"O Cossutta dalla Sospesio".
Suspisio.
"Pappa e ciccia. Tutto molto romano. Mettiamo le gambe sotto lo stesso tavolo..."
Siamo all'orrendo moralismo?
"Sarebbe giusto porsi il problema della misura. Io sono stato educato da una famiglia liberale e da un partito comunista. Il risultato è che quando leggo un'intervista a Fabrizio Corona rimango sconvolto".
La misura...
"Il fatto che l'uomo più ricco d'Italia sia anche il capo del Paese è qualcosa di smisurato. Che lo stesso signore abbia sette ville in Sardegna è qualcosa di smodato. Io non sono un pauperista, la ricchezza mi piace. Ma se avessi i soldi per comperarmi la Ferrari non lo farei. L'idea che possano considerarmi burino me la vieta".
Moralista... vogliamo sdoganare questa parola?
"Se non sei immorale sei moralista. Una via di mezzo?"
E coprire le tette nei quadri del Tiepolo?
"Un provvedimento assurdo proprio mentre è presidente del Consiglio il più grosso spacciatore di tette dell'Occidente".
La sinistra radicale è scomparsa. Hanno detto per overdose di cachemire.
"La sinistra radicale perde perché nessuno crede più nella rivoluzione comunista".
La sinistra radicale rappresenta anche la voglia di non arrendersi, di opporsi, di lottare, di protestare...
"Vero. Ma il progetto politico qual è? Non basta essere il serbatoio della protesta e delle incazzature..."
Se non si fosse spezzettata avrebbe superato il 4 per cento...
"Siamo alla patologia. Fa paura il livello di odio interno dove dovrebbe esserci il massimo della coesione e della socialità".
Anche all'interno del Pd non abbonda la coesione.
"C'è una schizofrenia paurosa tra componente laica e componente cattolica. Finirà malissimo".
Quindi Veltroni…
"Veltroni ha fatto la cosa giusta in un Paese che non aveva i presupposti politici per farla. La sfiga esiste".
Quale sfiga?
"La sfiga di avere i vescovi. Una zavorra spaventosa".
Aggravata dalla morte della Dc.
"Oggi i vescovi fanno politica in prima persona. Quando penso alla Dc la ricordo come un enorme paio di mutande, non immacolate ma robuste, atte a contenere le vergogne del Paese".
Che metafora schifosa.
"Finita la Dc è come se il Paese si fosse tolto le mutande. Le vergogne sono in libera uscita".
Criminalizzare Berlusconi non ha dato grandi risultati.
"Trovo ridicolo accusare qualcuno di avere l'ossessione di Berlusconi. E' come accusare un beduino di avere l'ossessione della sabbia. Non è colpa mia se Berlusconi è ovunque".
Si diceva: questa volta governerà bene perché ha sistemato i sui affari personali...
"Berlusconi governa male non perché deve sistemare i suoi affari ma perché ha una concezione della società e dello Stato sediziosa. Secondo lui le regole rompono le scatole".
Il politico non rappresenta le virtù civiche ma le basse tendenze goistiche singole...
"Da Gad Lerner, a 'L'infedele', ho avuto un piccolo scontro con Speroni, politico leghista. Lo avevo rimproverato per la sua rudezza. Fuori onda mi disse: 'Io sono maleducato perché rappresento un elettorato maleducato. Questa è la democrazia'. Da un certo punto di vista Speroni aveva detto una cosa corretta. In questo Paese si pensa sia giusto parcheggiare in seconda fila".
E quindi ci vuole qualcuno che rappresenti quelli che parcheggiano in seconda fila...
"Esatto. Ma quelli che parcheggiano in seconda fila sono già al governo".
"Limiti della democrazia, anche i coglioni votano". Grande titolo del tuo "Cuore".
"Resto convintamente democratico, un uomo un voto...".
Però...
"Ogni tanto mi viene la tentazione di pensare il contrario. Forse ci vorrebbe la patente per votare. Un esamino. Chi è il Presidente della Repubblica? Quante sono le Camere?".
Sei un vecchio borbottone...
"Se tu ti richiami alla Costituzione, ai padri costituenti, rispetto ad un magma in vorticoso cambiamento, sei un parruccone. E precettoso. Non fare così, fai cosà. Ma noi non siamo vecchissimi. Io ricordo che la parola cambiamento, si vota per cambiare, cambiamo l'Italia, era automaticamente accostata alla sinistra, persino al Pci che era un pachiderma. Ora non la usa più. O la usa a sproposito".
Che cosa ti appassiona oggi?
"Le questioni della terra, dell'alimentazione, del clima. Non ne parla nessuno in questo Paese. Sono rimasto sconcertato quando Giampaolo Pansa si scandalizzò per il fatto che nell'elenco dei 45 membri del comitato promotore del Pd, aveva visto il nome di Carlin Petrini, uno considerato un 'ghiottone'. Ma Carlin Petrini è uno dei pochi leader mondiali che abbiamo in questo Paese. Organizza la più grande rassegna mondiale di contadini. Frequenta Carlo d'Inghilterra, Vandana Shiva, gira il mondo, il suo Slow Food ha 40 mila iscritti in America. L'ultimo sussulto politico che ho avuto è stato quando un idraulico mi ha spiegato che nella mia casa di campagna dovevo mettere la geotermia, un sistema per scaldare gratis la casa. Questa è la politica. Ma non ne parla nessuno. Tranne Petrini".
Una volta eri del Pci...
"E ho apprezzato la svolta della Bolognina. Ho preso il primo anno la tessera del Pds. Poi ho lasciato perdere. Mi irritò il fatto che preferirono Napolitano a Rodotà per la presidenza della Camera. Mi dissi: siamo quelli di prima".
Solo per Rodotà?
"L'idea di creare un partito di sinistra che uscisse dalla rigida tradizione del Pci era ammaliante. Però non hanno avuto la forza di farlo. Invece di aprire le porte si pensò a conservare l'ufficio, la poltrona, l'assessorato".
Oggi?
"Oggi mi sento un moderato di sinistra".
Veltroniano? Prodiano?
"Veltroniano. Credo che sia stata un'idea giusta fondare il Pd. Ma non so se lo voterò".
Hai le idee confuse.
"C'è una spina che non si può inghiottire. La Binetti. Non sopporto la presenza dei teodem nel Pd".
E quindi?
"Mi sento totalmente in libera uscita dal punto di vista del voto. Ho votato Pd per fare mucchio e per contribuire alla diga antiberlusconiana".
Rifondazione comunista?
"Non credo. C'è qualcosa di vagamente perverso nel rivendicare la tradizione comunista. Il comunismo è stato una tragedia storica spaventosa, non ne è spendibile la nostalgia".
Qualche anno fa Marco Travaglio parlò di sinistra entrata nel palazzo con le pezze al culo e uscita rimpannucciata.
"Certamente ci sono dei casi di forte miglioramento sociale. Di più non so dire".
Però...
"Torniamo al salotti di Gandusio..."
Verusio.
"L'impulso a dire: 'Bè adesso ho cambiato ragione sociale' c'è stato. La fretta di levarsi di dosso una maschera di diversità un po' ingombrante ha portato a mosse incaute".
E quando vedevi il risotto di D'Alema, il servizio fotografico al timone del veliero, le sue scarpe da un milione, l'anticipo di 300 milioni per il suo libro stampato dalla casa editrice di Berlusconi...
"Effettivamente avrei preferito che D'Alema pubblicasse con un altro editore. Il discorso della diversità è molto complicato. Ma la domanda è: 'Si poteva evitare che da quello si passasse allo sbraco? Riusciamo a trovare una normale via di mezzo?'".
Tipo?
"Mi piace lo stile di vita normale di Veltroni, paparazzato mentre gira con l'ombrellone nella spiaggia libera".
Hai detto: "Fassino che va dalla De Filippi a fare la carrambata non mi è simpatico, mi sembra solo un travestimento".
"Era pesce fuor d'acqua, un ostaggio di un linguaggio non suo. Si intuiva benissimo l'operazione simpatia".
Prodi avrebbe vinto al posto di Veltroni?
"No. Non avrebbe vinto. Prodi è una persona perbene, ha fatto un governo di persone serie. Benissimo. Ma non si può governare un Paese dicendogli che deve farsi un gran mazzo. Qualche speranza bisogna darla".
La speranza, il sogno...
"Veltroni ha capito che la sinistra rischia di diventare una congrega di borbottatori scontenti e depressi. Se uno apre un negozio deve metterci della merce appetibile. Il negozio triste non funziona".
Chi ti piace a destra?
"Quando parla Fini dissento ma non mi offendo come quando parla Berlusconi. I post fascisti, tranne La Russa e Gasparri, mi fanno sentire meno a disagio di quelli di Forza Italia".
Giuliano Ferrara ha scritto della tua "snobistica innocenza"...
"Uno che fa un giornale da ottomila copie non può dare dello snob a uno che scrive su un giornale da settecentomila copie".
Sei snob o no?
"Ci sono aspetti della società di massa che ritengo deteriori. La cosa veramente snob e antipopolare è dare merda al popolo. Io penso che sia snob quello che a casa sua legge Proust e la sera va nel salotto della Vandusio..."
Verusio…
"E poi dice: mettiamo una bella telenovela di merda per le massaie che tanto non capiscono un cazzo. Io facevo lo gnocco fritto alla festa dell'Unità e so che il popolo non merita la merda".
Hai detto che Cuore è morto di missione compiuta. Non di missione fallita?
"Forse a vent'anni potevo illudermi che la satira potesse avere una influenza sul potere. Adesso penso che serve solo a chi la fa e a chi la legge. La satira è un vizio di minoranza".
E poi...
"Si può far satira su Calderoli? La satira è deformazione. Si può deformare il deforme?".
Ti piacciono i giornali?
"Mica tanto. Ci sono momenti in cui dico: 'Meno male che Travaglio ha scritto quell'articolo'. Ma anche momenti in cui penso che i giornali abbiano un ruolo pernicioso, che servano solo a generare ansia. Zanzare mostruose, invasioni di meduse. E' il vero pulp".
E' sempre stato così.
"Ma era l'informazione superpopolare, era Cronaca Vera. 'Violentata sei ore dallo zio su un tappeto di gran pregio', un capolavoro assoluto. Dove capisci che il peccato e la lussuria stanno nel gran pregio del tappeto. Però anche il Corriere della Sera titola: 'Meduse assediano le coste e nessuno fa niente'."
Di Rutelli hai detto: "Cerca di imporre i suoi obiettivi etico-confessionali".
"Io sono contentissimo che si sia convertito. Ma non capisco perché una cosa così privata debba influire pesantemente sulla vita del Pd".
Di Veltroni hai detto: "E' ingenuo, vulnerabile e permaloso".
"Permaloso molto".
Per esempio?
"Si è molto risentito quando ho scritto che Roma è sporca. Ma Roma è sporca. Dai tempi di Diocleziano. Un politico non deve offendersi di fronte alle critiche".
Gioco della torre. Bertinotti o Cofferati?
"Butto Bertinotti".
Cofferati...
"E' un mistero. Cinque anni fa sembrava che avesse il Paese in mano, che riuscisse a tenere insieme l'orgoglio di appartenenza e l'innovazione contro gli apparati. Tutti eravamo lì pronti a seguirlo. E poi... un mistero".
Veltroni o D'Alema?
"Butto D'Alema. Ha troppo disprezzo per la società di massa. E' un aristocratico. E' uno convinto che le piccole avanguardie cambieranno il mondo, che lui va avanti e il popolo seguirà. Veltroni è molto più moderno. A volte è un po' troppo marketing. Però ha capito che la politica è una faccenda di massa. D'Alema crede che la politica sia una partita a scacchi tra persone molto abili, tra intelligenze".
D'Alema è molto intelligente…
"Ma non ha capito che l'intelligenza non basta".
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Il Pd si prepara alla prima kermesse. Ma Veltroni ha poco da festeggiare.
Ma la pazienza non può spegnere i piccoli e grandi focolai che minacciano Veltroni dai fronti regionali, quello piemontese in primis (sul quale l’intervento del leader non è bastato a placare le polemiche), seguito da quello sardo, (ma anche da quello fiorentino, quello abruzzese, e via via in tutte i territori che saranno coinvolti nekla prossima tornata di amministrative, nel 2009).
E allora, proprio per la legge della “liquidità” del partito, i fronti periferici rischiano di diventare un nodo a livello nazionale: è qui che tornano a farsi sentire i detrattori del partito senza struttura, con Arturo Parisi in prima fila a chiedere più democrazia e un repentino congresso. La proposta di andare al confronto aperto non è nuova, e la voce dell’ex ministro della Difesa non è l’unica a levarsi in favore di un confronto in tempi rapidi: anche il sindaco di Venezia Massimo Cacciari, in un’intervista al Mattino, preme per “aprire finalmente una vera fase congressuale con mozioni chiaramente definite sulle quali confrontarsi e andare a un congresso che elegga un gruppo dirigente non fittizio ma reale”. I problemi del Pd, per Cacciari, nascono dalla mancanza di “struttura” del partito, e da una direzione, “attorno a Veltroni” che è “assolutamente non rappresentativa: sono persone di cui nessuno conosce l’esistenza, senza autorevolezza”. Ci va giù duro, il sindaco filosofo. E va in coppia con le bordate di Parisi: la colpa di Veltroni è quella di aver fatto “troppo poco, ma soprattutto, troppo tardi”. Si riconvochi presto l’Assemblea costituente, quindi, per decidere la linea del partito in modo “democratico”, senza aspettare che l’esito delle europee, anch’esse nel 2009, diventi “quasi un sostituto di un congresso di partito”.
L’idea del congresso anticipato, però, non convince tutto il partito. Giorgio Merlo è sicuro che non sia “la ricetta giusta per rilanciare il partito democratico”. Dello stesso parere Giorgio Tonini, fedelissimo di Veltroni, secondo il quale “che ci siano delle sbavature è nell’ordine delle cose”. Ma la via congressuale non è la soluzione: “A volte ho l’impressione” dice il senatore democratico “che nostri autorevoli dirigenti difettino di pazienza”. Il partito ha attraversato “una serie di passaggi difficili e tutti per la prima volta”. Bisogna saper aspettare, quindi, perchè “non si può avere subito tutto e il contrario di tutto”.
Pazientare, quindi. Vai a dirlo ai dirigenti locali. E agli iscritti. Qua e là per lo Stivale, il clima che si respira in casa democratica non è per niente entusiasmante. In Sardegna, a casa di Parisi, il segretario regionale Cabras si è dimesso a luglio perché non è riuscito a trovare un candidato alternativo a Soru per il 2009. A Firenze, Leonardo Domenici lascerà dopo il suo secondo mandato e già si profila uno scontro tra due candidature, l’ormai “famoso” assessore alla sicurezza, Graziano Cioni (che chiede le primarie ma non si è ancora scoperto) e una collega di giunta, l’assessore all’Istruzione, Daniela Lastri; senza dimenticare che anche il presidente della provincia, il rutelliano Matteo Renzi, starebbe facendo un pensierino su Palazzo Vecchio.
In Abruzzo la partita è addirittura più ravvicinata: per sostituire l’ex governatore Ottaviano Del Turco, dimessosi dopo l’inchiesta sulla sanità regionale, si andrà al voto il 30 novembre. E per quella data, il Pd dovrà contrastare, con i pochi uomini rimasti, l’attacco scagliato dal riottoso alleato Antonio Di Pietro. A Napoli bisognerà vedere come finirà la partita di Antonio Bassolino che ha annunciato di volersi dimettere l’anno prossimo da governatore della Campania; finora al primo voto interno per la segreteria provinciale del Pd, il veltroniano Luigi Nicolais ha battuto il bassoliniano Andrea Cozzolino.
Pazientare, quindi, come dicono i veltroniani? Quel che si aspettano, i big nazionali e i colonnelli locali de Pd, è una risposta del segretario, che potrebbe arrivare proprio dal palco della festa nazionale di Firenze.
giovedì 21 agosto 2008
Sergio Cofferati: "Questo Pd è senz'anima". Colloquio con il candidato sindaco.
Veltroni non si discute. Ma senza congresso il partito non ha programma e valori definiti. Parola di sindaco.
(Gigi Riva - L'Espresso) Ci vorrebbe un congresso. Anzi, si doveva farlo subito dopo la disfatta elettorale di aprile. Perché un congresso disegna la struttura del partito, ne definisce i valori e il programma: cose che oggi nel Partito democratico sono molto confuse. Sergio Cofferati lo chiede in questa intervista con 'L'espresso', però non si illude. Gli diranno di 'no' perché si è preferita la formula dell'assemblea programmatica, dopo la quale non ci sarà più il tempo: troppo vicine le scadenze elettorali, amministrative ed europee.
Cofferati, un congresso serve, talvolta, a mettere in discussione il leader. Walter Veltroni è sotto pressione. Si fanno i nomi di possibili successori (Enrico Letta, Pier Luigi Bersani) e quelli dei congiurati (il solito Massimo D'Alema).
"Non è in discussione la leadership. Il segretario è Veltroni. È stato scelto con la validazione più ampia ed efficace possibile. Detto questo io sono convinto che un congresso avremmo dovuto organizzarlo subito dopo il voto per poterlo chiudere entro l'anno e affrontare le prossime scadenze elettorali avendo risolto il problema".
Se non è in discussione la leadership, che cosa merita un chiarimento?
"Un partito di massa ha bisogno di una struttura flessibile ma ben definita. E radicata nel territorio. Un partito deve avere una presenza in tutti i luoghi. Quando si esamina il fenomeno Lega e si resta sorpresi dai suoi risultati in certe zone, si trascura il fatto che in quelle zone la Lega è capillare e strutturata".
Come un tempo la Dc e il Pci.
"Appunto. Il Pd non può pensare di essere un partito di massa senza un punto di partenza che sia il partito di modello novecentesco. Quello è il punto più antico ma indispensabile. Poi ci sono altri livelli più flessibili dove dibattere, Internet, la tv, la stampa. Io vado in sezione e discuto con gli altri. Poi i militanti si confrontano con chi la pensa come loro, o anche no, attraverso gli altri strumenti. Ciascuno dei quali non è risolutivo in sé, vanno usati insieme".
Insomma la modernità inserita su una struttura classica. Andrebbe bene se non fosse che alla sinistra pare venire meno quella base volontaristica che era l'anima delle sezioni e che ora pare appartenere alla Lega.
"È vero. Ma una struttura la si costruisce solo con un congresso. Perché è in quella occasione che si contano gli iscritti, si definisce un programma fondamentale, la Magna Charta che è poi la ragion d'essere per la quale si sta insieme. Il congresso poi stabilisce cosa fare in coerenza col programma e a quel punto possono nascere opzioni diverse perché condividiamo gli stessi valori ma pensiamo a un modo diverso per attuarli. Le mozioni danno origine alle correnti in un percorso trasparente e limpido".
Le correnti, invece, sono nate prima...
"Oggi soffriamo perché siamo nati di corsa, non abbiamo una struttura definita o l'abbiamo solo vagamente annunciata. E allora ci portiamo dietro le correnti dei Popolari (neanche della Margherita, dei Popolari) o dei Ds, che si sono tra loro affiancate e sovrapposte".
La fusione fredda tra il riformismo post comunista e cattolico presenta crisi di rigetto?
"La fusione fredda andava fatta. Adesso non ci si può fermare ecco tutto. E allora le mozioni per un congresso sarebbero servite a rimescolare le carte oltre le posizioni date di partenza. La Conferenza programmatica a cui andiamo incontro è importante ma non risolutiva per questi problemi".
Andrete alle prossime scadenze elettorali senza aver definito questa benedetta struttura.
"Ed è un guaio. Il segretario nazionale e quelli regionali sono stati eletti in un modo, gli altri livelli di direzione in un altro, in qualche caso si è preceduto per cooptazione. Se eleggi il segretario nazionale con le primarie anche gli altri devono avere la stessa legittimazione. E invece per il Parlamento non l'abbiamo fatto. L'anno prossimo i cittadini andranno a votare candidati alle amministrative sottoposti alle primarie e candidati alle europee che non avranno fatto lo stesso percorso. Non va bene".
Lei cita le amministrative. Il caso Chiamparino e le polemiche seguite dimostrano come, fatta la tara di tutto il resto, c'è un problema di rapporto tra il centro del partito e la periferia.
"Il problema del rapporto che i livelli istituzionali, come i sindaci, devono avere col partito è vecchio come il mondo. Chi esercita un ruolo istituzionale credo debba avere e utilizzare la necessaria autonomia. Il che non vuol dire essere in disaccordo col proprio partito, ma che le decisioni a livello locale hanno sedi proprie".
Lei è sempre un fautore del Partito del Nord?
"Sì. Ci sono degli elementi che identificano dei confini socio-economici. Il Nord, compresa l'Emilia Romagna, hanno le stesse dinamiche di rapporti economici e sociali che andrebbero riconosciuti. Non per creare un altro partito e il suo leader, idea che non mi ha mai sfiorato, ma per orientare delle scelte che servano a un determinato territorio".
Un territorio cui la sinistra non sa più parlare.
"È parzialmente vero. In Emilia Romagna il rapporto tra istituzioni e mondo delle imprese è sempre stato fecondo. E nessuno può sostenere che non succedeva altrettanto a Genova-Torino-Milano per citare il triangolo industriale classico".
Trapassato remoto. Poi qualcosa si è rotto.
"La grande impresa è entrata in crisi. Il fenomeno della piccola e media impresa emergente non è stato osservato con sufficiente attenzione dalla sinistra".
Se da una parte il Pd è accusato di non aver capito la 'modernità' di alcune aree del Paese, dall'altra gli si imputa di non essere di sinistra o di non esserlo sufficientemente.
"Io non credo. La nostra radice è il riformismo di sinistra che in Italia è sempre stato forte almeno come quello cattolico. Quella radice non deve scomparire".
Un po' generico. Di quali valori si riempie di contenuti il Pd?
"Il riformismo ha come obiettivo il cambiamento della società, dunque della vita delle persone. Ciò avviene in un sistema di diritti riconosciuti e rispettati. L'emancipazione delle classi più deboli arriva quando si coniuga il miglioramento delle condizioni materiali con la dignità e i diritti".
Caliamo nel pratico l'assunto teorico.
"Bisogna agire per dare ai ragazzi la prospettiva di un lavoro stabile e culturalmente ricco. Ma se a quel lavoro non fosse riconosciuta la giusta mercede, per usare un termine antico, e i necessari diritti, ecco che si lederebbe la dignità di quella persona e di quel lavoro".
Una volta risolti i problemi interni, poi il Pd si deve porre il problema di come vincere.
"Stabilito un programma, bisogna poi essere coerenti e rigorosi, pochi punti ben definiti. L'obiettivo deve essere quello di vincere e governare. Non semplicemente di vincere come è successo in passato. Il limite dell'Unione è stato proprio quello: ha vinto ma non è stata in grado di governare. Allora la coerenza. Non si possono tenere insieme protezionismo e mercato, welfare e filantropia, che sono, ad esempio, le contraddizioni che esploderanno nella coalizione attualmente al governo".
Insomma la base è un programma. Da attuare con chi? Guardando al centro di Casini, aprendo di nuovo a sinistra?
"Il Pd è il più forte partito di opposizione. Semmai sono gli altri che devono guardare a noi. Il centro del campo dell'opposizione è nostro. Partiamo da lì".Sphere: Related Content
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martedì 19 agosto 2008
L'ultimo regalo di Veltroni. Assegnato all'associazione un locale di 460 mq a Testaccio con un canone mensile di solo 230 euro.
(Rita Smordoni - Il Giornale) Come pagare 230 euro al mese per un megalocale a Testaccio e vivere felici. Ovvero la vicenda di uno spazio commerciale di ben 460 metri quadri in centro storico assegnato senza gara all'Arcigay. La quarta puntata dell'inchiesta sull'Ater di Roma tocca da vicino una delle tante pagine paradossali della gestione del patrimonio immobiliare di proprietà dell'ente.
L'episodio inizia a fine anno 2007, quando il consiglio d'amministrazione dell'Ater, presieduto dall'avvocato Petrucci, a ridosso delle festività natalizie vara (in giorni diversi) due delibere. La prima per consentire allo stesso cda di assegnare direttamente senza bando locali di proprietà Ater ad associazioni che si siano distinte per attività meritevoli in campo sociale. Quindi a discrezione del cda. La seconda per assegnare all'Arcigay i locali di via Nicola Zabaglia, al civico 14-16, a Testaccio.
Quattrocento metri quadrati nel piano terra, più un seminterrato di altri sessanta. L'ideale per la nuova, futura sede dell'Arcigay. In una via centralissima nel cuore di un rione molto frequentato, accanto a decine di pub, ristoranti, spazi musicali. L'operazione, però, non passa sotto silenzio. «Un regalo di fine anno», lo definisce subito Alessandro Cochi, consigliere di An al Comune di Roma: «Non si può fare una assegnazione del genere senza che sia stato fatto un regolare bando pubblico - contesta il consigliere -. È un vero e proprio regalo di natale che l'Ater e la sinistra fanno, contravvenendo alle regole di trasparenza e di una corretta gestione. Inoltre, "scavalcando" le richieste di assegnazione fatte dalle associazioni sociali e di volontariato del territorio e,per di più, non tenendo conto di nessuna graduatoria». Ragioni per la quale, Cochi presenta un'interrogazione al consiglio comunale: «La mia non è omofobia - dichiara - ma la difesa dei più elementari diritti in materia di regole e di trasparenza».
Veltroni però dopo un mese si dimette, il consiglio comunale si scioglie, nessuno risponde al consigliere di An. Passa acqua sotto i ponti. Il 4 agosto 2008 la maggioranza di sinistra in Regione Lazio approva l'assestamento di bilancio. Compreso l'emendamento che taglia, fino all'80 per cento, gli affitti a partiti, onlus e circoli culturali nei locali commerciali dell'Ater. Il famoso super-sconto. E ora c'è chi fa i conti in tasca all'Arcigay.
«Il canone di via Zabaglia è di 4mila euro al mese - calcola il consigliere comunale del Pdl, Marco Di Cosimo -. Esattamente 3300 euro più Iva. Ma l'Arcigay ha rivendicato nel contratto lavori di ristrutturazione per 50mila euro, che per legge vanno scontati fino al 70 per cento sull'affitto. Se l'associazione reclamerà adesso l'applicazione della nuova legge regionale (e non vedo perché non dovrebbe), difficilmente l'Ater potrà dire di no. Sommando tutto, alla fine l'Arcigay pagherà dai 230 ai 240 euro al mese di canone. Per i prossimi 6 anni. Non male in un rione come Testaccio», conclude. Di Cosimo, oggi delegato di Alemanno per l'emergenza abitativa, è stato per un paio d'anni presidente della stessa Ater di Roma. Ricorda ancora le liste chilometriche di associazioni in attesa dell'assegnazione di locali. Tutte «dimenticate» o quasi dall'attuale cda. «Si è fatta eccezione solo per lo storico Roma Club Testaccio - dice - cui l'Ater, con la stessa delibera di dicembre dell'Arcigay, ha assegnato un locale in via Ghiberti». Peccato che il Roma Club debba pagare per 80 metri quadri circa 1500 euro (più Iva) al mese. Insomma, fatti i conti, in proporzione tre volte l'Arcigay. Un'ulteriore discriminazione di cui non si capisce la natura.
giovedì 14 agosto 2008
Roma. Ater, affitti scontati agli "amici". E c'è anche l'Arcigay.
(Rita Smordoni - Il Giornale) Due righe e zac! Una bella sforbiciata. Nel maxi-emendamento approvato alla Pisana la notte del 4 agosto, grazie a un colpo di mano dell’ultima ora di ex esponenti Ds, è passata una norma che consente all’Ater di abbattere fino all’80 per cento gli affitti, per le associazioni non a fini di lucro, dei locali commerciali. Un maxi-sconto da far saltare i bilanci. Altro che saldi di fine stagione. A Roma associazioni culturali, polisportive, sezioni di partito, onlus, già assegnatarie di locali dell’Ater, o richiedenti, potranno beneficiare a quattro soldi di locali in vie residenziali e di alto reddito commerciale. Prati, Delle Vittorie, Testaccio, Salario, San Saba, Ostiense. È bastato un tratto di penna, una votazione nel cuore della notte.
La denuncia è del consigliere regionale Francesco Lollobrigida, An-Pdl. «Le strategie sulle politiche abitative di Piero Marrazzo e del neoassessore alla casa Di Carlo si sono mostrate nella loro piena essenza in quest’ultima manovra di assestamento. Mentre sempre più cittadini non riescono a ottenere un alloggio né a pagare la pigione, la maggioranza di centrosinistra ha ridotto dell’80 per cento gli affitti dei locali già assegnati o da assegnare ad associazioni senza fini di lucro. Tra queste, guarda caso, decine di sezioni di partiti di centrosinistra o associazioni “amiche”», rimarca l’esponente del Pdl.
Quali esattamente? Di Carlo l’altra notte faceva ampi cenni con la testa, ma teneva la bocca cucita. Lollobrigida preannuncia per settembre una formale richiesta a Marrazzo per avere tutto l’elenco: «Sappiamo già che dentro ci sono decine di sedi di Pd, Sinistra Arcobaleno, Idv di Di Pietro. Ma anche una sfilza di associazioni di discutibile utilità sociale. In lista ci sarebbe perfino un circolo del Psdi, estinto da anni. In quella sede chi c’è oggi?». La denuncia di Lollobrigida, che riguarda Roma, nel resto del Lazio c’è poco o niente, ricorda molto da vicino l’analoga denuncia di qualche anno fa dell’allora consigliere Andrea Augello. Sezioni e circoli Pds-Ds, Rifondazione, ex Dc. Sigle dimenticate da anni. Partito monarchico, associazione anarchici. Si sa, agli amici (specie se di vecchia data) è difficile sbattere la porta in faccia. Anni e anni di affitti arretrati, mai riscossi (e neppure richiesti) dai vertici dell’allora Iacp. Una montagna di quattrini, 10 anni fa in lire, oggi in euro.
Nei locali dell’Ater trovano (o troveranno) posto pure associazioni di centrodestra. Ma sono le classiche mosche bianche, si conteranno sulle dita di una mano. Complessivamente beneficeranno del «regalo» almeno 300 fra circoli di partito e onlus vicine alla sinistra. Parecchi locali si trovano in vie centrali. In media sul libero mercato varrebbero almeno mille euro al mese di pigione ognuno. «Complessivamente l’Ater perderà 3,6 milioni di euro all’anno», calcola il consigliere comunale Marco Di Cosimo, delegato del sindaco Alemanno per l’emergenza abitativa: «C’è per esempio l’Arcigay, che a dicembre 2007 ha avuto assegnato un megalocale a Testaccio (in via Nicola Zabaglia, ndr) di 450 metri quadri a circa 4mila euro al mese. Con lo sconto e in virtù dei lavori fatti dentro, adesso l’Arcigay pagherà 239 euro al mese per i prossimi 6 anni. Non male, nel cuore di Testaccio». «Lo scandalo consiste nel fatto che l’Ater è in crisi economica e piena di debiti - aggiunge Lollobrigida -. L’unica voce attiva sono i locali commerciali. In questo modo ora saranno “regalati” e verranno a diminuire le risorse in favore degli inquilini. Non una sola riga, al contrario, è stata dedicata in questa manovra agli impegni assunti con il comune di Roma meno di un mese fa».
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sabato 9 agosto 2008
Retroscena/ In Rifondazione è "divorzio di fatto". E Vendola già "flirta" con D'Alema.
La battaglia di Chianciano Terme che ha visto prevalere di stretta misura Paolo Ferrero su Nichi Vendola ha lasciato aperte tutte le ferite all'interno di Rifondazione Comunista. Il Governatore della Puglia e i suoi fedelissimi per il momento restano in stand by, continuano a condurre la loro battaglia all'interno del Prc tentando di far emergere all'esterno la contrapposizione con l'ex ministro della Solidarietà Sociale. L'ipotesi di una clamorosa scissione, dunque, non è una questione delle prossime settimane.
L'appuntamento chiave saranno le elezioni europee del prossimo anno, previste a fine promavera. Rifondazione si presenterà da sola, non più con gli altri partiti della sinistra radicali nell'Arcobaleno, e la soglia minima per evitare il terremoto è il 4%. Un obiettivo molto ambizioso, stando almeno agli ultimi sondaggi. Un risultato inferiore scatenerebbe nuove liti all'interno del Prc, con la corrente di Vendola pronta a chiedere la testa di Ferrero - responsabile a quel punto di non aver risollevato il partito dopo il crollo del 13-14 aprile - e a sovvertire gli equilibri di potere interni.
La prima strada quindi sarà la battaglia interna per portare il presidente della Puglia alla segreteria, ma se il blitz dovesse fallire, nonostante un probabile ennesimo flop elettorale, l'unica soluzione sarebbe quella del divorzio. Una separazione dolorosa, una scissione che lascerebbe a Ferrero metà Rifondazione - alla ricerca di un accordo con i Comunisti Italiani - e che porterebbe l'altra parte, quella di Vendola, a creare una federazione con Sinistra Democratica e con i Verdi (i rapporti tra la Francescato e il Governatore pugliese sono molto buoni). Il punto finale sarebbe quello di un'intesa elettorale con il Partito Democratico, partendo dal dialogo con Massimo D'Alema.
Anzi - sottolineano con forza gli uomini di Vendola - la speranza è che a quel punto, tra circa dodici mesi, l'ex ministro degli Esteri abbia sostituito Walter Veltroni alla guida dei Democratici. Le strade dei due big del Prc sono quindi destinate a dividersi. Qualche mese di forzata convivenza, poi tutto esploderà dopo le Europee. Ed ecco perché Ferrero ha chiesto al presidente del Consiglio di non inserire alcun sbarramento nella riforma elettorale, proprio per evitare che una seconda clamorosa esclusione dal Parlamento (questa volta quello di Strasburgo-Bruxelles) renda ancora più difficile la competizione con Vendola.
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martedì 5 agosto 2008
Il Pd non ha correnti ma canali tv...
Youdem.tv, la televisione, radio, giornale on-line del Parito Democratico.
Inaugurazione il 14 ottobre. Veltroni: "Non è un canale televisivo...ma una struttura aperta".
(Agenzia radicale) La data di inizio delle trasmissioni è il 14 ottobre. In quella data inizieranno attraverso il web, il satellite, i telefonini, i programmi di "Youdem.tv" che negli auspici dei vertici del Partito Democratico dovrebbe essere oltre che una televisione, anche un giornale on-line e una radio che concretizzi quel modello di struttura aperta che come ha detto alla conferenza stampa di presentazione Walter Veltroni "...e punta a coinvolgere i contributi di cittadini e utenti perché il nostro riferimento è il linguaggio dentro la rete e non la vecchia tv".
Fare un "racconto dell'Italia" è l'obiettivo, ha sintetizzato Vincenzo Cerami, della tv democratica - così come ci informa l'agenzia ANSA - che partirà ad un anno dalle primarie che incoronarono Veltroni a leader del Pd. Un anniversario che cadrà in un momento cruciale a livello di vita politica e di impegni e "al quale - ha assicurato il capo dei democratici - dovremo presentarci accelerando quel profilo di innovazione del partito ai primi mesi della sua nascita".
Ovviamente la nascita della Tv del Partito Democratico non ha potuto non sollevare qualche domanda impertinente partendo proprio dal fatto che questa struttura nasce quasi in concomitanza con la tv satellitare dell'Associazione ‘Red" che nasce come è noto da una costola di ‘Italianieuropei' ispirata da Massimo D'Alema.
Logico quindi che ne sono nate valutazioni e insinuazioni che riportano la discussione interna al Pd alla filosofia del vecchio duello sotterraneo tra appunto Veltroni e D'Alema. "Il problema - si sfoga Veltroni, che reagisce con fastidio ad un giornalista che gli chiede appunto questo, - è che voi, prima di noi, siete inchiodati a questa idea dei duellanti. Questa è la tv del partito - scrive ancora l' ANSA - e non dei veltroniani anche perché se ci fossero i veltroniani io non ci apparterrei. E non capisco perché se 'Italianieuropei' o altri fanno iniziative del genere dovremmo impedire che accada".
Fin qui la versione ufficiale. Il resto, come è ovvio, sarà affidato al tempo, che si incaricherà di spiegarci come stanno effettivamente le cose.
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