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mercoledì 3 settembre 2008

Gattinoni, il made in Italy nel mondo con i materiali di recupero.

Beautiful Recycle Garbage

(Panorama) Si chiama Beautiful Recycle Garbage, l’abito di Guglielmo Mariotto per Gattinoni che verrà esposto alla mostra Gothic: Dark Glamour, organizzata e curata dal direttore del FIT Fashion Institute of Technology di New York City dal quattro settembre 2008 al 21 febbraio 2009. L’abito, realizzato con materiali di riciclo, è uno dei pezzi forte della Maison Gattinoni che partecipa in qualità di ambasciatrice del Made in Italy alla mostra statunitense. Annunciata la partecipazione di tutto il gotha della moda internazionale, già presente all’esclusivo opening inaugurale di domani 4 settembre, in concomitanza con l’apertura del Fashion Week della Grande Mela. Grande l’interesse internazionale per la singolare mise in esposizione. L’eleganza della Maison Gattinoni sarà protagonista anche in Grecia, ospite della manifestazione “Cinquant’anni di moda italiana” tutta dedicata allo stile made in Italy. Palcoscenico Salonicco, in occasione della “Expò Salonicco” che si apre l’otto settembre. Lo stesso giorno, al Palais des Sport si inaugura la mostra il cui fine è raccontare la storia dei protagonisti del made in Italy attraverso una singolare esposizione di capi storici. In questo contesto, per la prima volta nella città greca, sarà possibile ammirare anche il leggendario abito indossato da Audrey Hepburn nel film del 1956 Guerra e pace. La Maison Gattinoni realizzò per la pellicola diretta da King Vidor tutti i costumi di scena e conquistò una nomination all’Oscar, sfiorando la conquista della statuetta. In passerella, a Salonicco, anche la collezione Gattinoni haute couture per l’autunno inverno 2008-2009. L’ultima sorpresa sarà l’abito “Omaggio alla Grecia”, con morbidi drappeggi e plissé su candidi chiffon. La mise vuole rappresentare il proprio omaggio alla cultura ellenica da parte della Maison Gattinoni fondata da Fernanda Gattinoni nel 1946.

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venerdì 29 agosto 2008

Emergenza Aids a New York.

Immagini da New York per il calendario Caffè River
(Panorama) Sono centomila i newyorkesi infettati dal virus dell’HIV secondo gli ultimi dati forniti dai funzionari del dipartimento della Sanità della città. Solo nel 2006 i nuovi malati nella metropoli sono stati circa cinquemila. Le statistiche rese note il 28 agosto rivelano che l’epicentro statunitense della diffusione dell’HIV è la Grande Mela. Il dipartimento della Sanità newyorkese giustifica questo “boom” con la forte presenza dei cosiddetti “gruppi a rischio”, soprattutto quelli composti da uomini omosessuali e di colore.

A scattare la fotografia reale di questa vera e propria emergenza è stata una nuova metodologia, in vigore dal 2006 e sviluppata dai Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie negli Stati Uniti, in grado di stabilire l’anno esatto in cui l’infezione è avvenuta. Si è scoperto, così, che in quello stesso anno la metà dei sieropositivi era di sesso maschile e aveva contratto l’Aids attraverso rapporti di tipo omosessuale.

A completare l’identikit delle persone colpite dal virus sempre grazie a questa tecnologia, è venuto fuori che i neri infettati dal virus dell’HIV di entrambi i sessi, invece, sono stati in media tre volte più numerosi dei bianchi. Per la dottoressa Monica Sweeney, specializzata nel controllo e la prevenzione dell’Aids, la precisione delle ultime statistiche aiuterà la città di New York anche per il futuro, soprattutto nell’ottimizzare le risorse per vincere la sua guerra contro il virus.

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lunedì 7 luglio 2008

Cultura. I misteri di Dalì tra cinema e pittura.

In mostra al Moma di New York fino a settembre quadri, bozzetti e fotogrammi che raccontano il lungo rapporto dell'artista catalano con l'arte filmica. Da Hitchock a Buñuel.
(Eleonora Attolico - L'Espresso) Maestro del surrealismo, artista prolifico ed eclettico, lungo tutta la sua carriera Salvador Dalì amò il cinema, non solo traendone ispirazione per la sua opera pittorica ma collaborando spesso con scenografi e registi. Questo aspetto della sua attività è ora al centro di una ricca retrospettiva, dal titolo Dalì: Painting and Film, inaugurata presso il Museum of Modern Art (MOMA) di New York il 29 giugno e in programma fino al 15 settembre.
Chi dovesse trovarsi nella Grande Mela durante l'estate avrà modo non solo di scoprire 130 quadri ma anche sceneggiature, disegni, lettere del geniale pittore spagnolo, nonché fotogrammi dei film ai quali diede il suo contributo. Dalì (1904-1989) non collaborò con grandi registi come Luis Buñuel, Alfred Hichcock, i fratelli Marx e Walt Disney, ma trasse anche ispirazione da una serie di pellicole per realizzare alcuni quadri importanti.

Spiega Anne Morra, curatrice della parte cinematografica della mostra: "Dalì fa parte della prima generazione di artisti che conobbero il cinema e se ne abbeverarono lungo tutto il loro percorso artistico". A Figueras, la città catalana che diede i natali al pittore, la prima sala cinematografica venne inaugurata pochi mesi prima della nascita di Dalì. In mostra si nota il fotogramma di "Un chien andalou", il film surrealista per eccellenza, realizzato nel 1929 insieme a Luis Buñuel e ispirato ai sogni dei due ideatori. La pellicola si apre con una delle prime scene horror della storia del cinema: un uomo taglia con un rasoio l'occhio di una donna (in realtà è l'occhio di un bovino).

Altro film "scandalo" realizzato dal duo Buñuel-Dalì è "L'Age D'or" del 1930. Narra l'amore impossibile tra un uomo e una donna ed è un pamphlet visionario che esalta l'amour fou contro le istituzioni-baluardo dei valori borghesi: Chiesa, Stato, Esercito. Anche qui trionfano le invenzioni visive, le paranoie psicanalitiche tra scheletri di vescovi, giraffe buttate fuori dalla finestra, pini in fiamme, e un Cristo che esce dal castello delle 120 giornate di Sodoma. Il film, finanziato da Charles de Noailles, fu proiettato per sei giorni allo Studio 28 di Parigi e venne poi devastato da squadre di estrema destra. Alcuni quadri dipinti da Dalì nello stesso periodo come "I primi giorni di primavera" (1929) e "Illumined Pleasures" (1929) traggono ispirazione dalla preparazione di questi due film.

Altre immagini "forti", su cui Dalì continuò a lavorare sono una mano mozzata, un'ascella pelosa che si trasforma in un riccio di mare, un'invasione di formiche, un gruppo di asini in decomposizione che si ritrovano in diversi quadri come "Dispositivo e mano" (1927) e le soddisfazioni del desiderio (1929). La mostra si articola in sei sale, in cui sono proiettate su maxi-schermi diversi spezzoni di film da paragonare costantemente con le opere esposte. "I primi giorni di primavera" (1929) rivela l'interesse del maestro spagnolo per la prospettiva cinematografica e per le dissolvenze. Dalì era anche uomo di grande umorismo.

Apprezzava Buster Keaton, Charlie Chaplin e i fratelli Marx, conobbe Harpo Marx nel 1936 e per lui scrisse diverse sceneggiature, disegnando schizzi e bozzetti. Negli anni Quaranta il nome di Dalì si legò indissolubilmente al Surrealismo. Negli Stati Uniti divenne una celebrità e partì per la California, collaborando le major hollywoodiane.
Fu ingaggiato dalla Twentieth Century Fox per realizzare tre minuti da incubo, una sequenza di "Ondata d'amore" ( Moontide, 1942) di Fritz Lang e "Archie Mayo" con Jean Gabin e Ida Lupino in cui Dalì racconta la discesa agli inferi di uno scaricatore di porto che, in preda ad uno stato di ubriachezza, uccide un uomo. Prendendo spunto dalla scena del film, realizzò schizzi e un dipinto ad olio in cui trasforma il porto in un paesaggio surrealista. Altra collaborazione eccellente fu quella con Hitchcock, per il film "Io ti salverò" (Spellbound, 1945) con Ingrid Bergman e Gregory Peck. La famosa sequenza del sogno fu disegnata dal maestro, divisa in quattro parti, e purtroppo pesantemente tagliata dal produttore David O' Selznick che accorciò il film di 20 minuti. Infine da segnalare la collaborazione con Walt Disney con il quale realizzò diversi disegni, tra questi una storia d'amore di Chronos, il dio del tempo con una ragazza. I lavori di Dalì sono poi stati ripresi recentemente dal disegnatore John Hench con una squadra della Disney che li ha rimontati insieme in un corto di sette minuti, dal titolo "Destino". Il MOMA ha organizzato per tutta l'estate la proiezione dei film secondo un calendario consultabile sul sito del museo. La mostra si chiude con un paio di chicche; tra questi il ritratto di Laurence Olivier nel "Riccardo III" (1955) a dimostrazione dell'amore di Dalì per le grandi produzioni.
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Dalì Painting and Film
MOMA, West 53rd Street, New York 10019
Tel: 001 212 708 94 00
Catalogo: Dalì & Film. Prezzo 40 $-60$ (copertina rigida)

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lunedì 30 giugno 2008

Ruslana Korshunova, il mistero della modella morta a New York. Le novità.

(Panorama) Tragico fine settimana per Ruslana Korshunova, una modella famosa, bella e dolce, di origine kazaca che viveva a New York. È morta dopo essersi gettata dalla finestra, al nono piano del suo appartamento a Manhattan. Sulla disgrazia è stata aperta un’indagine. Alcuni testimoni hanno riferito di averla vista precipitare dal balcone del suo appartamento, intorno alle 14,30 di sabato pomeriggio. Non c’erano segni di lotta o di aggressione nel suo appartamento, la modella sembra essersi suicidata.

E questo è un mistero piu grande. Cosa spinge una giovane donna, apparentemente felice, a buttarsi dalla finestra? Gli ultimi a vedere Ruslana viva sono stati il suo ex ragazzo, Artem Perchenok, e il portiere di notte, Mahmoud Nakeeb. Il primo ha precisato di averla lasciata “tranquilla ” dopo aver trascorso con lei un paio d’ore guardando il film Ghost. Il secondo ha scambiato un veloce saluto nel pomeriggio di venerdì: “Mi sembrava normale”, poi ha aggiunto “era davvero molto gentile. Diceva sempre buongiorno e buonasera”. “Non vedo alcuna ragione” ha detto un altro conoscente “perché dovesse fare una cosa del genere”. Kira Titeneva, la sua migliore amica, nata come lei ad Almaty, ha pianto: “Non prendeva droghe, non beveva, era un angelo, lavorava sempre. Era appena ritornata da Parigi, era al settimo cielo, abbiamo spettegolato al telefono”.
Aveva tutto: successo, apprezzamento della gente, speranze per il futuro. Ruslana, 20 anni, viveva nel mondo della moda dal 2003, quando era arrivata a Manhattan dal Kazakistan grazie all’intuito di Debbie Jones. Ruslana ha lavorato per le migliori agenzie di Mosca, Parigi, Londra e New York, ultimamente per l’agenzia IGM (la stessa di Kate Moss e Heidi Klum) e ha posato per firme famose. Da Marc Jacobs a DKNY, da Vera Wang a Christian Dior. Per cinque anni la modella si è divisa tra pubblicità, copertine, sfilate, servizi fotografici per riviste come Elle e Vogue che l’ha definita “una bellezza fiabesca ed eterna”. Ultimamente aveva iniziato a scrivere poesie, alternando il russo con inglese. “La vita è breve, vìola le sue regole, perdona in fretta, bacia adagio, ama veramente, ridi e non ti rammaricare mai di ciò che ti ha dato gioia”. Un’altra poesia, l’ultima trovata, datata 30 maggio, parla di amore: “L’amore è cieco, t’incendia il cuore. Non confondere l’amore col desiderio. L’amore è sole, il desiderio è solo carne. Il desiderio ti stordisce, l’amore ti dà forza”. E ancora: “L’amore non ti toglie qualcosa per darlo a un altro. È l’essenza della vita. Ma tu non dai la tua vita a un altro”.
E un’altra ancora, che forse rileva uno stato d’ animo non tranquillo: “Mi fa male, come se qualcuno avesse preso una parte di me, l’avesse strappata, calpestata e buttata. Sogno di volare, ma il mio arcobaleno è così lontano”. Il poeta e premio Nobel Joseph Brodsky (nato in URSS e vissuto e morto a New York) ha scritto una volta: “niente vale una vita…”. Ruslana avrebbe potuto realizzare il suo “sogno di volare” in un altro modo e magari trovare il suo arcobaleno. Ormai è troppo tardi.


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giovedì 29 maggio 2008

Usa. Lo stato di New York riconoscerà i matrimoni gay celebrati in altri stati dell'unione.

In California e Massachussets le nozze gay sono legali.
(Apcom) Nello Stato di New York le nozze omosessuali non vengono celebrate (ancora), ma per ordine del governatore David A. Paterson, tutti i matrimoni celebrati in altri Stati dell'Unione dovranno essere riconosciuti come validi ai fini pratici, equiparando pienamente le coppie sposate omosessuali a quelle eterosessuali. La notizia viene diffusa dal New York Times, all'indomani della storica decisione della California che dal 17 giugno ammetterà le nozze fra persone dello stesso sesso.

Lo Stato di New York quindi riconoscerà tutti i matrimoni celebrati nei due Stati americani dove gay e lesbiche possono sposarsi, ovvero California e Massachussets, ma anche in altre giurisdizioni, come il Canada e potenzialmente anche gli Stati europei come Belgio, Olanda, Spagna.

David Paterson - il primo governatore afroamericano e il primo governatore cieco di New York - era il vice dell'ex governatore Eliot Spitzer che si è dimesso dopo lo scandalo che lo ha coinvolto in un giro di prostituzione; è stato nominato il 17 marzo di quest'anno. La direttiva che ha emanato risale al 14 maggio e dovrebbe coinvolgere, secondo il New York Times, circa 1.300 fra normative, direttive, circolari che riguardano le coppie sposate, dalla presentazione della denuncia dei redditi alla concessione delle licenze da pesca. Il 17 maggio, Paterson ha presentato un video messaggio a una serata organizzata dai leader gay della Grande Mela, spiegando che la direttiva è "un grande passo verso l'uguaglianza".

In sostanza, il governatore vuole fare pressione in vista della futura possibile celebrazione dei matrimoni omosessuali anche nello Stato di New York. Paterson nella sua storia politica ha stabilito forti legami con la comunità gay. Anche il suo predecessore Spitzer l'anno scorso aveva presentato una legge per legalizzare i matrimoni omosessuali: era passata all'Assemblea (camera bassa dello Stato) dove la maggioranza è democratica, ma non al Senato di New York, dove la maggioranza è repubblicana.

Entusiastiche le reazioni dei leader gay dello Stato che sottolineano come la nuova direttiva semplifichi la vita alle coppie omosessuali che si sono sposate altrove e che finora per vedersi riconosciuti alcuni diritti non avevano altra strada che quella di fare causa alle singole istanze amministrative.

Oltre ai due Stati che ammettono le nozze omosessuali, nell'Unione ce ne sono altri come New Jersey e Vermont che ammettono una forma di unione civile.

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mercoledì 14 maggio 2008

Al ristorante cacciata dal bagno delle donne perchè lesbica, Condannato il ristorante.

(Ap) Lesbica, e dall'abbigliamento tutt'altro che femminile, ha denunciato un ristorante del Grenwich Village per essere stata cacciata dal bagno delle donne dove era entrata dopo l'ultima sfilata del Gay Pride. Versione dei fatti contestata dagli accusati che ad ogni modo, informa il Trasngender legal defense and education fund, hanno deciso di patteggiare prima che la causa approdasse in tribunale: 35.000 dollari di risarcimento.

Una somma alla quale i proprietari del ristorante (la Caliente Cab Company) ha aggiunto anche un significativo emendamento al manuale di condotta per i suoi dipendenti: la policy anti-dicriminatoria riguarda anche l'identità di genere. E un capitolo ad hoc disciplina anche le regole per l'utilizzo dei servizi igienici del locale.

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domenica 3 febbraio 2008

Omosessualità. Lo stato di New York riconosce i matrimoni gay celebrati altrove.

E' il primo caso negli Stati Uniti. L'Unione per i Diritti Civili grida vittoria.

(La Stampa) Lo stato di New York riconosce e considera valide le unioni omosessuali anche se queste sono state sancite in altri Stati o in altre nazioni. Lo ha sancito una sentenza della Corte Suprema locale. La legge era già in vigore per le coppie eterosessuali, e ora la decisione del tribunale ha definitivamente equiparato le unioni tra partner dello stesso sesso con quelle tradizionali. "E' una grande vittoria per le famiglie, per la giustizia e per i diritti umani" ha dichiarato dopo la sentenza Donna Lieberman, direttrice della sede di New York dell'Unione per le Libertà Civili. E' la prima volta che una decisione simile viene presa nel paese.

I giudici hanno deliberato sul caso di Patricia Martinez e della sua compagna Lisa Golden. La coppia aveva ufficializzato per la prima volta l'unione nel 2001 in Vermont, per poi sposarsi in Canada nel 2004. Le leggi dello stato di New York non prevedono le unioni civili tra partner dello stesso sesso, ma riconoscono alcuni benefici alle coppie omosessuali di fatto, come l'estensione della copertura sanitaria. Le autorità pubbliche non hanno tuttavia alcun potere per imporre la stessa politica anche alle aziende private.

Negli Stati Uniti solo il Massachusetts riconosce i matrimoni tra coniugi dello stesso sesso, mentre alcuni altri stati permettono le unioni civili gay. In 25 Stati, invece, specifici emendamenti costituzionali impediscono qualsiasi legalizzazione delle coppie omosessuali.

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giovedì 24 gennaio 2008

Il premio Nobel Al Gore e diritti Gay.

(dal nostro corrispondente Fabrizio Gentili) Al Gore ha registrato e messo in rete il seguente video.
Tra i punti salienti di questo inaspettato regalo alla comunità gay internazionale del Premio Nobel, l'affermazione che la promozione di ogni politica che sfavorisce il riconoscimento delle coppie di fatto, non solo e' discriminatoria, ma fomenta promiscuità', caposaldo della polemica demagogica delle destre religiose, non solo in Italia ed in America. L'ex futuro presidente degli Stati Uniti, come sarcasticamente si definisce, si spinge a dire come dovremmo invece promuovere la stessa fedeltà' al proprio partner senza riguardo all'orientamento sessuale.
La cosa da non sottovalutare tra le righe di questo video, è che il già' vicepresidente, e' stato al centro di lunghi pettegolezzi politici che paventavano una sua candidatura alle imminenti elezioni, con tanto di annuncio alla scorsa cerimonia degli Oscar, che mai si verifico', ma ai quali lo stesso Gore aveva smentito dimostrando come non intendesse usare una piattaforma intrattenitiva per i suoi annunci politici.
Insomma con una crescente speranza che il suo indipendente alleato/amico della costa Est, il presente sindaco di New York, multimiliardario, Mike Bloomberg, possa invece presto annunciare la sua candidatura, ed e' risaputo che i due la vedano alla stessa maniera su questi argomenti, come su molti altri, incluso politiche estere ed ambientaliste.
La speranza di una candidatura Bloomberg-Gore, se non addirittura Gore-Bloomberg, potrebbe veramente rendere queste elezioni di novembre le più' accanite e frizzanti degli ultimi 12 anni. Di cambiamenti se ne aspettano tanti, e non e' escluso, che alle volti ci si possa lasciar trasportare da futuristici ideali meno cupi dello status quo.
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giovedì 17 gennaio 2008

Tendenze. La moda nasce in strada e finisce in Rete. È boom dei siti che si occupano di «street fashion».

E molti blogger frequentano le sfilate milanesi in cerca di ispirazione.

(Daniele Lorenzetti - Il Corriere della Sera) La rivoluzione dei blog? Sta contagiando anche il mondo della moda. Sono infatti in costante aumento i siti di «street fashion» che scovano stili e tendenze con un occhio all'uomo della strada. Il loro momento d'oro sono le settimane del pret-à-porter (quella della moda maschile è in corso in questi giorni a Milano), quando il popolo dei fashion victims, eccentrico, bizzarro, provocatorio, invade come uno sciame le capitali del settore. Sono loro, gli stylist, i buyer e i giornalisti da "Il diavolo veste Prada" gli arbitri che osservano, annotano, inventano la moda che verrà. Le foto dell'abbigliamento "di strada" da tempo si sono fatte largo anche sulla stampa "seria": prima le riviste di tendenza, come The Face o I-D, ora persino il New York Times, ospitano una rubrica apposita, e periodiche gallerie di personaggi.

IN RETE - Ma il vero boom si sta compiendo su Internet: una controrivoluzione della moda dal basso che scalza egemonie consolidate, promuove stilisti emergenti e ancora ignorati dal circuito dell'informazione. Tra i siti più popolari c'è quello del fashion blogger Matthew L. Gates, che insieme a tre amici, fotografa gli abiti delle persone per strada a San Francisco, fuori dai locali e poi le posta in www.streetfancy.blogspot.com. Nato nel mese di agosto 2006, «Street Fancy» riceve più di 11.000 visite al mese, soprattutto da studenti d'arte in cerca di ispirazione. Tra i pionieri del nuovo anche facehunter.blogspot.com; ma il catalogo è lunghissimo, da Londra a Helsinki, da New York a Shanghai. Forse il più celebre fashion blogger è Scott Schuman, inventore di The Sartorialist (www.thesartorialist.blogspot.com). La pellicola di Shumann è morbida, elegante, e i suoi soggetti come proiettati in un mondo da sogno. Con la sua bravura questo newyorkese dagli occhi azzurri e l'aria impeccabile, giacca sartoriale e foulard di seta, si è conquistato un incarico da freelance per GQ Magazine e style.com e ora è un divo del settore. A Milano lo si vede appostato al di fuori delle location per immortalare il popolo delle sfilate. «Mi piace scovare personaggi che mescolano stili diversi - dice fuori dal defilé Ferragamo - Cosa penso dello stile milanese? C'è un grande lusso, un senso di estrema qualità e design, una morbidezza e assenza di aggressività... è, come dire, semplicemente bello...».

LA SFIDA - Ma se il Sartorialist è entrato nell'elenco dei 100 blog più influenti del 2007 della rivista Time, ha subito trovato emulatori. Fosco Giulianelli, italiano residente a Stoccolma, ha lanciato il network www.thefashionist.se e presidia pure lui l'uscita delle sfilate milanesi. E adesso, al di là dei blog di moda, anche i siti di social networking come MySpace e Share Your Look stanno lanciandosi nel settore. Su ShareYourLook.com, gli utenti pubblicano regolarmente le foto degli abiti che indossano: per sfidare il conformismo «total look» delle griffes e avvicinarsi almeno un poco al famoso quarto d'ora di celebrità.

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domenica 6 gennaio 2008

Massimiliano Gioni: L’arte contemporanea sono io.

(Elena Molinari - Panorama) Persino la Romania incuriosisce più dell’Italia i collezionisti stranieri. E mentre a New York, Londra e anche Madrid gli artisti si sono buttati nel nuovo millennio postindustriale, ecologico e iconoclasta, un curatore italiano per trovare un movimento artistico di rottura deve tornare all’Arte povera: di 40 anni fa. Oppure imparare l’inglese e andare a organizzare mostre altrove, dove ci sono spazi e pubblico per opere non convenzionali. Peccato che i curatori e gli artisti italiani non lo facciano abbastanza.

Non vuole fare polemica Massimiliano Gioni, 34 anni, direttore delle mostre speciali del New Museum of contemporary art di New York e, dal 2003, direttore artistico della Fondazione Trussardi. Ma parlando a ruota libera nella nuova sede del New Museum, un palazzo fatto di sette scatole sovrapposte e incastrato in mezzo a due minute palazzine in uno dei quartieri più bohémien di New York, le sue opinioni sull’arte contemporanea nostrana escono senza filtri.
Il palazzo del New Museum nella Bowery, firmato dallo studio Sejima e Nishizawa-Sanaa, è composito, come la mostra che Gioni e i due altri curatori del museo, Richard Flood e Laura Hoptman, hanno ideato per inaugurare la nuova sede e per sintetizzare alcuni elementi chiave dell’estetica del XXI secolo. Un secolo che si è aperto con la caduta delle Torri gemelle, con i buddha afghani ridotti in polvere e con la statua di Saddam Hussein trascinata al suolo. Con scene di distruzione, insomma. “Non a caso la mostra, Unmonumental, mette in evidenza un ritorno alla tecnica dell’assemblaggio e del collage, a circa 100 anni dalla sua nascita, e l’uso di oggetti trovati, di forme frammentarie, fragili, improvvisate e instabili” spiega Gioni. “E celebra l’apertura di questo monumentale edificio ricordando che i monumenti sono effimeri e che le idee che li ispirano vanno sempre messe in discussione”.
Non cercate nomi italiani fra gli artisti in mostra. “Non ce ne sono” taglia corto Gioni. A voler proprio vedere, si può trovare qualcosa di italiano “nella tendenza al riutilizzo dei materiali: è un’eredità appunto dell’Arte povera”. Poi però Gioni deve ammettere che il linguaggio di forme e colori che si articola in questi giorni nelle sale del museo è più assordante ed eccessivo di qualsiasi lavoro si possa trovare a Roma, Milano o Spoleto. “Questa è arte nata in metropoli popolate di rifiuti, con cui l’artista impara prima a convivere e poi decide di inserire nel suo lavoro”.
Una sensibilità che da noi manca e non perché le nostre città siano più pulite. “L’arte contemporanea in Italia è più formalistica. Non sa ancora essere così aggressiva. È dominata da una tradizione di ricerca dell’equilibrio e della bellezza. Può essere un pregio, ma anche un limite. Anche quando l’arte italiana arriva a eccessi, come quella di Maurizio Cattelan, cerca sempre una misura”.
Gioni, che tramite la Fondazione Trussardi ha portato Cattelan a Milano e poi con lui e la curatrice Ali Subotnick ha fondato una galleria (la Wrong Gallery a New York e poi alla Tate Modern di Londra), quindi progettato una Biennale (Berlino) e inventato una rivista d’arte (Charley), non accuserebbe mai l’artista padovano di non essere audace. Ricorda bene le polemiche che accompagnarono l’impiccagione di tre bambini-manichini firmati da Cattelan in piazza XXIV Maggio a Milano.
Ma un Cattelan, un Francesco Vezzoli o una Vanessa Beecroft non bastano a liberare l’arte contemporanea italiana da una letargia che secondo Gioni la rende sempre meno interessante agli occhi del mondo.
“Non siamo più esotici solo perché siamo italiani. Ora i curatori americani vanno in Europa dell’Est o in Cina. E noi intanto non abbiamo saputo costruire un sistema espositivo come quello della Gran Bretagna, della Germania e della Spagna”. Le istituzioni italiane, infatti, “non percepiscono l’arte contemporanea come strumento di promozione del Paese”.
Gioni allora ha deciso di fare come i suoi modelli, Germano Celant e Francesco Bonami, ed è andato a cercare altrove quello che manca in Italia. “La mia domanda a questo punto è: riusciranno gli artisti italiani a trasformare le debolezze della nostra società in punti di forza? A fare come Giorgio Morandi, che ha raccontato con ossessiva ripetizione un piccolo mondo, riuscendo così a dargli un valore universale?”.
Gioni non ha risposte, torna a parlare della sua Unmonumental, che gli dà più certezze. E che è impressionante, con le sue enormi composizioni multiformi, sgraziate e variopinte che dominano lo spazio vuoto e silenzioso del museo. Vuoto per poco: presto compariranno sui muri 13 opere di collage bidimensionali commissionate ad altrettanti artisti internazionali. E silenzioso fino a febbraio, quando arriveranno i rumori e le sinfonie di altri 13 artisti. “La mostra stessa è un lavoro di collage” spiega Gioni.
A marzo sarà sostituita da tre esposizioni, una per piano, una per ogni curatore del museo: Gioni, Richard Flood e Laura Hoptman. Lui allestirà quella del giovane artista americano Paul Chan, che presenterà luci e ombre proiettate sul pavimento, che il pubblico potrà attraversare e calpestare.
Pensare a Chan lo fa tornare all’Italia. “L’unico posto in Italia dove qualcosa del genere sarebbe possibile è la Fondazione Trussardi. Lì facciamo cose incredibili. Il 29 gennaio useremo per la prima volta Palazzo Litta a Milano. Si esibiranno Peter Fischli e David Weiss, un duo artistico svizzero, tra i piu importanti innovatori dell’arte contemporanea. Penso che il New Museum mi abbia voluto per questo tipo di lavoro che ho fatto e perché l’aiutassi a reinventare la sua identità”.
I paragoni fra Milano e New York, però, si fermano qui. “La differenza più grossa la fa il pubblico. L’audience qui è incredibile. Per l’inaugurazione della nuova sede il New Museum è rimasto aperto 33 ore di fila. Ed era sempre pieno, anche alle 4 di notte. Sono passate 30 mila persone. A Milano invece ogni progetto è una sfida. Non si sa mai come il pubblico o la critica reagiranno. E ogni mostra non convenzionale ha un effetto dirompente, quindi anche una funzione educativa”.
Appena arrivato a lavorare a New York Gioni ha avuto l’impressione di essere entrato in una comunità artistica dove nessuna opera è isolata, ma si inserisce in un contesto fatto di film, libri, altri quadri e altre sculture e abitato non solo di critici e collezionisti, come pure di famiglie con i bambini al seguito. “Una tradizione tutta newyorkese, che da noi non esiste”. E che è stata alimentata, a detta di Gioni, anche dalla pubblicità, con la quale gli artisti più giovani hanno un rapporto quasi simbiotico.
“Gli artisti degli anni Novanta sono cresciuti masticando riviste e immagini di moda, della televisione, della pubblicità. Più o meno consciamente ne hanno adottato le strategie, trovandosi a usare un linguaggio più immediato. I mezzi di comunicazione di massa ricambiano il favore offrendo loro più spazi e appropriandosi delle loro immagini. Quindi oggi si può facilmente convivere con le opere di artisti come Matthew Barney, Damien Hirst o Jeff Koons, anche senza averle mai viste in una galleria”.
E soprattutto senza averne mai comprata una, visto che la media dei pezzi d’arte contemporanea battuti alle aste è oggi vicina al milione di dollari.
“L’impennata dei prezzi nell’arte è incredibile e può essere un problema” continua Gioni. “Il potere del denaro è così forte che si tende a interpretare il valore dell’opera in base al suo costo. Ma in realtà il valore commerciale delle opere è sempre meno un segno del successo dell’artista”. Se però i prezzi crollassero, ammette, il sistema delle gallerie potrebbe arrestarsi di colpo. “Ogni anno galleristi e curatori si dicono che più in alto di così non si può andare, che è l’inizio della fine, che non si venderà niente. Poi arriva un’ondata di nuovi compratori, come i russi o i cinesi, si segna un nuovo record di vendite e tutti tirano un sospiro di sollievo”.

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sabato 5 gennaio 2008

Presidenziali Usa. Ecco perché Giuliani ha scelto di perdere l’Iowa per vincere l’America.

(Christian Rocca) Des Moines (Iowa). C’erano tutti tranne uno, ieri notte in Iowa, al primo caucus elettorale del lungo e laborioso ciclo politico che nel novembre 2008 porterà all’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti. In prima fila ovviamente gli aspiranti presidenti democratici e repubblicani. E poi i militanti di partito, i consiglieri, gli staff, i finanziatori delle campagne elettorali, migliaia di giornalisti e blogger, centinaia di cameraman e fotografi, osservatori, esperti, studenti. Da settimane non si trovava una camera d’albergo o un posto in aereo o una macchina a noleggio. Il sistema dei trasporti locali è andato in tilt, prendere un taxi è stata un’impresa. Al ristorante Centro di Des Moines, gli staff dei candidati si rubavano a vicenda le prenotazioni dei tavoli, mentre alcuni bar della capitale sono stati trasformati in set televisivi, da dove i network hanno trasmesso in diretta i talk show politici. “Andatevene dalla nostra città, levatevi di torno, anche se la sanità per tutti sarebbe un’ottima cosa”, dice il testo di una canzone, “The Caucus Lament”, scritto per l’occasione da una rock band locale. Tutta l’America sembrava fosse in Iowa, tranne una persona. Non una qualunque, ma il candidato che i sondaggi nazionali continuano a indicare come il favorito del gruppo repubblicano: Rudy Giuliani. L’ex sindaco di New York non si è curato del caucus e ha trascorso la vigilia in New Hampshire e il giorno del voto in Florida.
La strategia di Giuliani è perdere l’Iowa per conquistare l’America. La scelta è stata in parte obbligata dal calendario e dalla tradizione politica dei primi stati in cui si è votato ieri e in cui si voterà nei prossimi giorni, ma è anche una decisione studiata a tavolino dagli strateghi di colui che la neo-obamiana Oprah Winfrey nei giorni dell’11 settembre aveva definito “America’s Mayor, il sindaco d’America”. Giuliani punta sul 29 gennaio, il giorno in cui si voterà in Florida e saranno distribuiti più della metà dei delegati. E poi sul “super tuesday” del 5 febbraio, quando si apriranno le urne negli stati più grandi. Gli osservatori e un po’ anche i sondaggi cominciano a dubitare di questa scelta nazionale di Giuliani, ma se avrà ragione lui in fututo tutto questo clamore intorno al voto in Iowa, e poi in New Hampshire, potrebbe attenuarsi. L’approccio tradizionale, inaugurato da Jimmy Carter e Bill Clinton, è stato seguito da tutti gli altri. L’idea è che una vittoria o un buon piazzamento in Iowa e New Hampshire garantiscano un’inerzia positiva in termini di spazi tv, soldi e sondaggi necessaria a conquistare la nomination.
La candidatura di Giuliani, malgrado gli scetticismi strategici, resta quella che continua a preoccupare di più il mondo liberal. I grandi giornali non lesinano articoli e inchieste negative, volte a smontare l’immagine di leader efficiente, efficace e risoluto che Giuliani trasmette agli elettori. Il suo ultimo spot elettorale mostra le immagini di attentati terroristici, alternate a manifestazioni di radicali islamici di ogni tipo. Lo spot descrive “un nemico senza frontiere, un odio senza confini, un popolo abusato, una religione tradita, una potenza nucleare nel caos, uomini pazzi pronti a creare disordine, leader assassinati, democrazia sotto attacco e Osama bin Laden ancora minaccioso”. E, infine, conclude: “In un mondo in cui la prossima crisi sta per arrivare, l’America ha bisogno di un leader che sia pronto”.
La stampa però da mesi prova a smontare questa immagine, da ultimo il New Yorker, raccontando un Giuliani inefficiente e autore di errori decisionali che avrebbero potuto salvare parecchie vite l’11 settembre. Nel mondo dei media nessuno crede nelle sue possibilita di vittoria, eppure i democratici sono spaventati. Ai loro occhi Giuliani ha gli stessi difetti di Bush, ma al cubo: si circonda di amici da cui pretende fedeltà assoluta, non ascolta le critiche e adora esercitare fino ai limiti, se non oltre, il potere esecutivo. A New York, da sindaco, governava ingaggiando violente battaglie amministrative con avversari e critici. I liberal si chiedono con terrore che cosa potrebbe combinare nel mondo avendo a disposizione l’esercito e i codici nucleari. Giuliani spera che gli elettori si pongano la stessa domanda, perché saranno costretti a riconoscere che con lui al comando l’America sarà più protetta e sicura.

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mercoledì 2 gennaio 2008

Il sindaco di New York ha deciso di correre per la Casa Bianca. La scommessa del supersindaco: "Bloomberg in pista contro tutti".

L'ufficializzazione solo il 5 febbraio. La vigilia del voto in Iowa. Così il miliardario prepara la sua corsa. Lunedì lancerà un appello ai candidati per superare gli steccati di parte.

(Mario Calabresi - La Repubblica) Ogni mattina appena sale sulla sua Chevrolet Suburbans per andare dalla 79esima strada dove abita fino a City Hall, in fondo a Manhattan, spegne il telefonino e si mette ad ascoltare dall'autoradio il suo corso di spagnolo in cd. Chi ha viaggiato con lui racconta che ripete diligentemente ogni esercizio ad alta voce e poi prima di scendere commenta orgoglioso che il suo spagnolo sta proprio migliorando. Michael Bloomberg, imprenditore miliardario e sindaco di New York, non lascia nulla al caso, cura ogni particolare, studia ogni scenario e vuole essere pronto a correre per la presidenza degli Stati Uniti. "Ha perfino pensato - ci confida un suo intimo amico, che lo sostiene nell'avventura politica da anni e oggi lo immagina già alla Casa Bianca - al voto degli ispanici. Il suo ragionamento è che i repubblicani lo stanno perdendo completamente con la loro politica anti-immigrati, mentre lui pensa di conquistarli, anche con comizi in spagnolo".

Nato a Boston 65 anni fa da una famiglia ebrea russa, il 142esimo uomo più ricco del mondo è tornato ad occupare le prime pagine dei giornali per la sua voglia sempre più forte di lanciarsi nella corsa alla presidenza. Alla vigilia dell'inizio delle elezioni primarie, mentre quindici candidati - otto democratici e sette repubblicani - aspettano il primo verdetto degli elettori dell'Iowa dopo essersi sfidati a colpi di comizi, trasferte in pullman e in aereo e migliaia di spot, l'attenzione si è spostata su New York.

Prima il Washington Post, poi tutti i quotidiani della Grande Mela hanno rilanciato l'idea di una candidatura del sindaco come indipendente. Anche se, dopo aver dato il via al conto alla rovescia del Capodanno a Times Square, Bloomberg ha assicurato davanti alle telecamere di non volersi candidare, non ci crede più nessuno. Anche perché i suoi amici e collaboratori si muovono ormai freneticamente per rendere possibile la sfida.

Lunedì prossimo, 7 gennaio, un gruppo di influenti "saggi" dei due schieramenti, preoccupati dall'eccesso di scontro politico, lo hanno invitato all'università dell'Oklahoma per lanciare un appello ai candidati per superare gli steccati di parte e lavorare insieme per il bene dell'America. L'ex governatore e senatore David Boren, un democratico centrista, che ha organizzato l'incontro con l'ex senatore della Georgia Sam Nunn, ha rotto gli indugi: "Se entro i primi di marzo i candidati non avranno trovato un approccio bipartisan per affrontare le sfide fondamentali del Paese chiederemo a Bloomberg di mettersi in pista".

L'amico che viaggia in macchina con lui e che con lui è nella lista di Forbes dei più ricchi d'America è molto più esplicito e - con la garanzia di non essere citato - si lascia andare a confidenze: "Sono sicuro, Michael scenderà in campo, lo farà probabilmente il 6 febbraio, dopo il supermartedì quando voteranno 23 Stati. Quel giorno si conosceranno i due candidati e se appariranno logori e troppo di parte, come Hillary Clinton o Giuliani o Mike Huckabee, allora farà il grande passo. Davanti a elettori stanchi, stufi, delusi, si presenta lui e spariglia: "Ecco la novità, l'uomo nuovo" e in quattro mesi, entro l'estate, è in grado di imporsi con una campagna nazionale di spot televisivi".

Resta il dubbio del suo rapporto con Barack Obama, nella famosa colazione a due fatta sotto gli occhi delle telecamere esattamente un mese fa si racconta che abbiano sottoscritto un patto di non belligeranza: troppi due "uomini nuovi" nello stesso momento. In quel caso Bloomberg potrebbe non correre.

Con una fortuna stimata in 11 miliardi di dollari, dopo aver speso 150 milioni per farsi eleggere sindaco - più di quanto abbiano raccolto in un anno la Clinton e Obama - è in grado serenamente di pagarsi la campagna da solo. Chiediamo all'amico se però questo eccesso di ricchezza non possa essere un limite agli occhi degli elettori: "No, assolutamente no, anzi è l'unico che può dire: farò la politica per i cittadini e non per le lobby e le aziende che mi hanno pagato la campagna elettorale e non dimentichiamoci che per il suo lavoro da sindaco ha rinunciato allo stipendio e riceve solo la cifra simbolica di un dollaro l'anno".

Nella pianificazione della campagna, Bloomberg, che si schernisce di essere troppo basso e troppo ebreo newyorkese per arrivare alla Casa Bianca, sa che avrà bisogno di un buon consigliere di politica estera e di relazioni internazionali, per questo ha cominciato ad "andare a lezione" da Henry Kissinger e da Nancy Soderbergh, ex ambasciatrice all'Onu sotto la presidenza di Bill Clinton. Ha anche cominciato ad immaginare un vice e starebbe pensando ad un militare, il nome è top secret ma sarebbe un generale in grado di garantire chi mettesse in discussione la sua capacità di rispondere alla minaccia del terrorismo.
La domanda ora è se i soldi possono riuscire a convincere gli americani e a farlo diventare popolare ovunque: secondo un recente sondaggio Pew è conosciuto solo dal 65 per cento degli elettori e non più di un decimo di questi lo voterebbe. Ma lui è convinto che basti far passare il messaggio della politica del risultato concreto e i risultati ottenuti a New York sono lusinghieri.

L'ultimo è l'aver ridotto il numero dei reati in città alla cifra più bassa dal 1963: nell'ultimo anno sono state uccise 492 persone, nel 1990 gli omicidi erano stati 2.245. Le battaglie che l'hanno reso famoso sono soprattutto quelle ambientaliste e per l'efficienza amministrativa e finanziaria della città, ma alcune sue convinzioni - è favorevole ai limiti al commercio delle armi, al diritto di scelta delle donne per l'aborto, ai matrimoni tra persone dello stesso sesso ed è per l'abolizione della pena di morte - lo rendono troppo "progressista" per una gran parte degli elettori.

Intanto lui prepara la festa per la madre Charlotte che domani compirà 99 anni ed è in ottima salute.Il più grande sostenitore del sindaco però non è il suo amico miliardario ma è il proprietario del negozio di hot dog Gray's Papaya, all'angolo tra la 72esima strada e Broadway che all'immenso cartello sulla vetrina "Corri Mike, corri!", ha aggiunto la scritta: "Nel giorno dell'inaugurazione della sua presidenza hot dog gratis per tutti".

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domenica 23 dicembre 2007

New York s'inchina a Celeste Moratti e al Teatro patologico di Dario D'Ambrosi.

(Rita Sala - Il Messaggero) Ha debuttato a Roma qualche settimana fa, al Teatro Colosseo. In quell’occasione, nonostante fosse la vigilia di un incontro importante come Juventus-Inter, il presidente nerazzurro, Massimo Moratti, scelse il palcoscenico, la “prima” di una pièce drammatica, dolorosa e bellissima in cui sua figlia Celeste, attrice del Teatro Patologico di Dario D’Ambrosi, interpreta il ruolo di un ragazzino cresciuto in un pollaio. Lo spettacolo, I giorni di Antonio, diventato Days of Antonio, ha sedotto ieri sera anche New York, dove Dario, Celeste e gli altri interpreti “patologici” sono andati in scena al Café La Mama, il celebre spazio off Broadway di Ellen Stewart.

Tutto esaurito in platea (D’Ambrosi è il suo teatro sono, nella Grande Mela, amatissimi). In prima fila, il critico del New York Times (il “terribile” Zimmerman, che ha sempre, per Dario e i suoi lavori, parole di grande encomio), nonché i corteggiatissimi recensori di Backstage e del Village Voice. Alla prova generale dell’altra sera ha assistito un pubblico di addetti al lavoro del teatro newyorkese che sono rimasti assolutamente colpiti dalla storia e dall’interpretazione di Celeste Moratti, intensa, forte, struggente nei panni del ragazzo che parlava pigolando, come le galline sue compagne di vita. Sono state apprezzate sia la tragedia (che viene dalla cronaca), sia l’assurda, ma efficace ironia con la quale D’Ambrosi la ripropone. Fra i vip di ieri sera, oltre a Moratti, Ivana Tramp, Julie Taymor (la regista di Titus, Across The Universe) e Ben Gazzara.

La pièce, storia vera di un bambino nato a Veredo (in Lombardia) all'inizio del secolo scorso, una gamba-moncherino, tronca al ginocchio e, per genitori, una coppia di contadini. Antonio - questo il nome del piccolo - viene rinchiuso, per vergogna e per evidente inutilità (non può servire a coltivare la terra, quindi non può neanche occupare un posto dentro casa) nel pollaio. Dalle galline impara a muoversi e a parlare. La madre lo incontra solo quando stende i panni e divide il mangime tra lui e le sue compagne di cella, poi lo lascia lì, a beccare il suo mais.

In scena, conosciamo Antonio diciottenne in manicomio (il ruolo, complicatissimo, è della Moratti), dove è stato rinchiuso per aver avuto, scappando dalla stia, un rapporto con una prostituta, trovata sulla strada provinciale. E' in stanza con Giacomo (lo stesso D'Ambrosi), un alienato con disturbi ossessivi-compulsivi legati all'olfatto e alla pulizia. Tramite i due, lo spettatore entra nelle pieghe agghiaccianti delle dinamiche manicomiali. Aggirando pietismi e retorica, Antonio traccia il percorso di un essere umano alla scoperta della propria identità, un tragitto che finisce dove due vite si scontrano allo specchio, generando un corto circuito fatale. Dario D'Ambrosi e il suo Teatro Patologico indagano da 20 anni nelle pieghe del disturbo mentale: una ricerca nata da una osservazione diretta, “sul campo”, l'ospedale psichiatrico “Paolo Pini” di Milano, nel quale l'attore è regista si è fece internare per conoscere le sfaccettature della follia.

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martedì 18 dicembre 2007

Lucien Freud, nevrosi d'artista. Le tele, i disegni e le acqueforti del pittore sono in mostra al MOMA di New York fino al 10 marzo 2008.

E svelano un mondo di ritratti, soprattutto familiari, venati di tragicità e sensualità.

(Eleonora Attolico - L'Espresso) Lucian Freud osserva la realtà, una realtà che a volte disturba. La mette a nudo, scruta l'animo umano attraverso il ritratto. Evidenzia i segni della vita e le sofferenze e continua a stupire per tragicità e sensualità. Nipote di Sigmund, padre della psicanalisi, Lucian è considerato uno dei massimi artisti figurativi viventi. L'impasto spesso dei dipinti, i tratti ripetuti e nervosi delle acqueforti e dei disegni rivelano tutta l'intensità del suo lavoro. Ora una retrospettiva dal titolo 'Lucian Freud: The Painter's Etchings' presso il Museum of Modern Art di New York rende omaggio alla sua attività artistica, focalizzandosi non solo su tele e disegni ma anche, appunto, sulle acqueforti, una tecnica meno nota al grande pubblico.

L'esposizione, inaugurata il 16 dicembre e aperta fino al 10 marzo 2008, propone un centinaio di opere del pittore: circa una settantina di acqueforti, 22 quadri e 7 disegni, disposti nello spazio del MOMA in modo tale da trasmettere al visitatore la capacità sinergica e la straordinaria abilità di Freud nel cimentarsi con queste tre tecniche espressive.

Nato a Berlino nel 1922, Lucien si rifugiò con la famiglia a Londra nel 1933 per sfuggire alle persecuzioni razziali in Germania, diventando cittadino britannico nel 1939. Da allora ha sempre vissuto in Inghilterra. Negli anni Quaranta il suo percorso artistico cominciò proprio con le acqueforti, che poi abbandonò per oltre un trentennio. Ricominciò nel 1982, quasi casualmente, quando gli venne proposta la pubblicazione di un libro monografico, in edizione limitata; per l'edizione realizzò una quindicina di acqueforti, tredici delle quali incluse nella mostra newyorkese.

I soggetti scelti dall'artista sono quasi sempre parenti, amici o persone a lui vicine. Con qualche eccezione: un personaggio che affascinò Freud fu l'australiano Leigh Bowery, eccentrico uomo di spettacolo e designer, scomparso nel 1994, che fu un re delle notti londinesi. I suoi soggetti Lucien Freud li fa rimanere in posa per molte ore di fila. Del resto, i tempi per la realizzazione di un'opera sono lunghi: impiega un anno per un dipinto e diversi mesi per un'acquaforte. In mostra si riconoscono la madre Lucie, la figlia Bella, oggi affermata stilista di moda a Londra, ma anche il levriero Pluto a cui era molto affezionato. A proposito della scelta dei suoi modelli l'artista spiega:" Descrivo me stesso ed il mio ambiente, le persone a cui voglio bene, le mie stanze e ciò che conosco".

Lucian Freud: The Painter's Etchings
MOMA, The Museum of Modern Art
11 West 53 Street
New York
Dal 16 dicembre al 10 marzo 2006

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mercoledì 5 dicembre 2007

New York: «Turisti gay cercasi» Spot, inserzioni e 30 milioni di dollari già stanziati dal sindaco Bloomberg. «Sono ricchi e spendaccioni».

Obiettivo: Portare 50 milioni di visitatori entro il 2015.

(Alessandro Farkas - Il Corriere della Sera) «Turisti gay cercasi». Non è una battuta: per la prima volta nella storia, la città di New York ha deciso di corteggiare attivamente i gay e le lesbiche, per convincerli a trascorrere una vacanza nella Grande Mela. Lo rivela alla stampa Usa un portavoce dell’amministrazione Bloomberg, secondo cui il comune di New York prevede di spendere 30 milioni di dollari per attrarre i gay di oltre 20 nazioni sulle rive dell’Hudson. «Contiamo di portare 50 milioni di visitatori nella Big Apple entro il 2015», spiega il portavoce, «i gay sono uno dei gruppi più importanti».

LA CAMPAGNA PUBBLICITARIA - E infatti la NYC & Company, l’agenzia turistica della città, ha già pubblicato un’inserzione di tre pagine sul prossimo numero della rivista gay «Out». Spot pubblicitari appariranno presto su «Logo», il network nazionale via cavo che trasmette programmi per lesbiche e gay 24 ore su 24. E se non bastasse i siti web gay, bisessuali e transgender presto saranno inondati di pubblicità che invitano ad approfittare degli speciali sconti offerti ai gay a San Valentino dai più leggendari ristoranti e alberghi di New York. Come mai questo improvviso interesse per i gay? «Oltre ad essere un segmento demografico in enorme espansione, i gay sono statisticamente più ricchi, sofisticati e spendaccioni», replica un funzionario del comune. «In altre parole: sono i clienti ideali per la nostra industria del turismo. In ripresa dopo la crisi dell’11 settembre».

L'INIZIATIVA - In una città dove persino l’ex sindaco conservatore e repubblicano Rudy Giuliani vantava politiche pro-gay, esistono centinaia di locali, spettacoli teatrali, gallerie d’arte, ristoranti e boutique disegnati per attrarre soprattutto un pubblico gay. Come dimostra il sito http://nycvisit.com/content/index.cfm?pagePkey=168. «Il nostro messaggio è chiaro - spiega Christine Quinn, la prima portavoce del Comune apertamente gay -. Questa è New York ed è una città per tutti, dalle famiglie, ai singoli, alle coppie gay». L’unico neo dell’iniziativa? «Essere arrivata tardi - replica la Quinn - Un’omissione che ha ovviamente danneggiato la nostra città. Perché il turismo porta soldi, idee e cultura. Quindi lavoreremo molto sodo per correggere questa lacuna».

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sabato 1 dicembre 2007

New York celebra Pier Paolo Pasolini.

(Blogfriends) Poeta, giornalista, scrittore, pittore, regista. Non è possibile sintetizzare l'opera e l'arte di Pier Paolo Pasolini (nella foto con Totò), intellettuale e narratore del dopoguerra ucciso nel 1975, all'età di 53 anni. A diciassette anni dall'ultima retrospettiva al MoMA, Pasolini torna a New York che fino al 18 dicembre celebrerà l'artista italiano con Pier Paolo Pasolini: Poet of ashes, un fitto calendario di mostre, seminari, incontri, proiezioni, spettacoli teatrali, letture, appuntamenti musicali e cinematografici. "Nessuna singola istituzione, forma d'arte o tendenza politica può contenere le sue energie, arrabbiate e squisite", ha scritto il New York Times nell'articolo dedicato agli incontri pasoliniani che verranno ospitati da diverse istituzioni newyorchesi, come il Lincoln Center, che ha in programma la rassegna cinematografica Epifanie Eretiche, e l'Istituto italiano di cultura, che celebrerà il "poeta delle ceneri" con mostre, letture e conferenze. Pur spaziando dal grande schermo alla prosa, dal romanzo alla poesia, Pasolini non è molto conosciuto negli Stati Uniti. L'ultima retrospettiva al Museum of Modern Art risale del 1990 ma ancora Pasolini, sempre secondo il New York Times "l'artista più prodigiosamente talentuoso prodotto dall'Italia", offre materia di acceso dibattito. Il poeta emarginato e ribelle, nato a Bologna nel '22 e cresciuto a Casarsa, in Friuli, visitò New York nell'estate del 1966. Lì conobbe Allen Ginsberg, scrittore e omosessuale come lui. E lì avrebbe voluto ambientare un film su san Paolo, che non fu mai realizzato. Repubblica.it

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giovedì 22 novembre 2007

Speciale New York. Richard Prince è approdato al Guggenheim.

Speciale New York. Richard Prince è approdato al Guggenheim
dal nostro inviato a New York AndyGaspy

(Menchic.it) Fino a gennaio dell’anno prossimo è possibile ammirare la sua esilarante mostra di foto, e quadri, rappresentati da un lato l’america on the road, quella fatta di Harley e birre, cowboy e cavalli, dall’altro una realtà pop-moderna che gli permesso essere considerato l’erede di Andy Wahrol.
Ritratti di Rock-star come Courney Love, immagini di un giovane Jonathan-Rhys-Meyers ai tempi di Velvet Goldmine (fil cult del 1998) e dipinti di infermiere versione erotic-toy del duemila si possono osservare agli ultimi due piani del museo, e continua lunga tutta la spirale, simbolo della galleria, che conduce all’atrio centrale.
Questo personaggio eclettico, nato a brooklyn nel ’49, è uno dei più alti esponenti di arte moderna, mondiale. Da vent’anni continua a stupire e giocare con l’arte, il cinema, la fotografia e scrittura fino ad arrivare a lavorare per la “maison” Louis Vuitton, collaborando con Marc Jacobs per la nuova collezione di borse.

Oltre a questa esposizione temporanea, “SPIRITUAL AMERICA by Richard Price”, ovviamente il Guggeneheim, offre la sua classica importantissima raccolta permanente dei maggiori esempi di surrealismo, cubismo ed espressionismo.
Chagall, Piccasso , Kandisky e Pollock sono solo alcuni dei nomi presenti qui, che hanno reso questa galleria una delle più visitate al mondo e tappa d’obbligo per chi è a New York, soprattutto in questo periodo, dove la pioggia e il freddo spingono i newyorkesi a rifugiarsi nei numerosi musei della città. Vi consiglio i giorni della settimana per evitare di trovare code infinite.

Attenzione però, perché l’edificio, ultima grande opera di Frank Writght dalla particolare forma a spirale, è attualmente in restauro, quindi pur essendo aperte tutte le sale e sia possibile accedere completamente a tutto il museo, l’esterno, è purtroppo coperto dalle impalcature.

Richard Prince “Spiritual America” @
Salomn R. Guggenheim Museum
1071 Fifth Ave. (89th street).
New York.
Sab – Merc. 10am - 5.45pm
Ven. 10am – 7.45pm
Giov. Chiuso.
(212) 423-3500

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venerdì 16 novembre 2007

Speciale New York. Parliamo di Hell’s Kitchen.

Speciale New York. Parliamo di Hell’s Kitchen
(Menchic dal nostro inviato a New York A.Gasparini) Una delle zone più “hot” di Manhattan, in questo momento è sicuramente Hell’s Kitchen (l’ ononimo quartiere che diede nel 1998 il titolo al film, con Agelina Jolie) nel centro della città. Ad ovest di Time square, tra Central Park e Chelsea, i newyorkesi già stufi di Soho & Noho, rimasti ancora prima scelta per il “vintage shopping”, si sono trasferiti per la cena.

Quasi ogni incrocio offre un ristorante dall’atmosfera lunge e soft, quindi avrete l’imbarazzo della scelta ma vi consiglio caldamente di fermarvi al “44&x “ al 622 Tenth Ave, all’angolo con la 44th strada.

Prenotando un po’ in anticipo si riesce a cenare tranquillamente, ma in ogni caso se la fortuna non è con voi, potete fermarvi all’imponente bancone dietro i tavoli e sorseggiare qualche cocktail (i vini sono sconsigliati, in quanto hanno solo bottiglie Californiane o Australiane) e aspettare che si liberi un tavolo, o meglio ancora andare al 626 10th Ave, pochi metri piu a nord, dove c è il “44 ½ “ adibito esclusivamente a bar pre and post dinner.

Gli arredamenti sono ricercati e curati, dominano il legno e il marmo in un contrasto particolare che rende l’ambiente raffinato e accogliente, compresi i “restrooms” al piano inferiore, che sembrano quasi rubati a qualche reggia europea, ricchi di specchi e candele. Il menù (che tra l’altro si può consultare on line, come per la maggior parte dei ristoranti qui a new york) è dei piu vari: dalle zuppe, insalate, e primi caldi agli innumerevoli piatti di carni e pollo, serviti in numerevoli combinazioni.

La musica è creata a seconda della serata, durante la settimana rappresenta in pieno quello che il ristorante vuole essere, il nuovo “salotto” della città, nel week end il sottofondo si fa più carico, con le musiche dei migliori Dj americani.
Una particolarità che aiuta alla scelta del posto per la vostra cena, oltre ad essere frequentato in gran parte da newyorkesi, sono le cameriere e i camerieri, attentamente selezionati, per bella presenza e cordialità ed è anche grazie a loro che lo slogan del locale: “ A little bit of haven in hell…”.
Ottima scelta anche per un pranzo veloce, con un atmosfera ovviamente molto più rilassata, e il brunch domenicale.
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44&X
622 tenth ave. @ corner of 44th st.
+1 212.977.1170
44andx.com

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giovedì 15 novembre 2007

L’arte italiana in mostra a New York.


(Panorama) Si chiama Senso Unico la collettiva dedicata a sette artisti italiani e uno albanese (ma adottato dall’Italia), in esposizione fino al 7 gennaio 2008 al P.S.1 di New York, uno dei musei d’arte contemporanea più importanti al mondo (affiliato al MoMa, il Museum of Modern Art).

Silvia Grilli è andata a vedere la mostra per First, e ha intervistato alcuni degli artisti coinvolti. La maggioranza di loro vive fuori dai confini nazionali, ma tutti conservano l’influenza delle origini nei loro lavori: Paola Pivi, Francesco Vezzoli, Vanessa Beecroft, Rä Di Martino, Paolo Canevari, Angelo Filomeno, Pietro Roccasalva e Adrian Paci.

Leggi tutto il servizio (è nel numero di novembre, da pagina 147), e guarda la GALLERY con alcune delle opere in mostra.

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sabato 13 ottobre 2007

Nudo a New York (con cellulare).

(BlogFriends) Solo a New York: un uomo nudo ha passeggiato tra la folla di Times Square nell'indifferenza divertita dei passanti. E sempre solo a New York, il giovanotto di Brooklyn è stato immortalato mentre chiacchierava e mandava sms come se nulla fosse sul cellulare. Josh Drummer, commediografo di 26 anni laureato a Yale, è stato fotografatissimo prima di venir fermato dalla polizia che lo ha «beccato» privo anche di documento di identità.
L'Adamo di Times Square, la cui performance è apparsa sul 'New York Post', è stato quindi portato all'ospedale Bellevue per una valutazione del suo stato mentale.
Non è la prima volta che nella strade di New York, dove la gente è abituata a tutto, un uomo nudo riesce a passare quasi inosservato tra la folla.
Era successo l'anno scorso a febbraio, quando un giovane di colore aveva percorso di buon passo First Avenue prima di venir fermato all'ingresso delle Nazioni Unite quando aveva cercato di entrare senza documenti (dal sito www.nypost.com)

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