EUROPEI PIÙ A RISCHIO AIDS? E' COLPA DELL'IMPERO ROMANO.
Una ricerca francese spiega come le ex colonie romane siano più vulnerabili al virus dell'Hiv.
(Leonardo Zellino - La7) Gli antichi romani oltre a sconfiggere i barbari riuscirono anche a distruggere - e per sempre - le loro difese immunitarie. E' sconvolgente il risultato di una ricerca francese, riportata dalla rivista New Scientist, che si è interrogata sul perché la resistenza al virus dell'HIV degli europei vari spostandosi lungo il Continente. Per i ricercatori sarebbe tutta colpa dell'Impero romano: i paesi che furono colonizzati da Roma, infatti, sarebbero più vulnerabili all'Hiv. E' questione di geni: nei paesi che hanno subìto più a lungo la dominazione romana, come Spagna, Grecia, e, ovviamente, Italia, il gene che offre una certa protezione dalla malattia dell'Aids è presente con un'incidenza molto più bassa che altrove. Le malattie portate dai legionari romani, è la spiegazione degli studiosi, colpivano soprattutto le persone portatrici del gene anti-Hiv, rendendole col passare del tempo sempre più vulnerabili all'Aids.
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giovedì 4 settembre 2008
Gli europei più a rischio Hiv? La colpa è di Giulio Cesare.
mercoledì 3 settembre 2008
"Il sangue e la rosa" nasce un nuovo genere quello del kolossal-patacca.
Il Sangue e i Medici, tra kolossal (?) e sitcom.
(Televisionando) “Avete mai partecipato a un’orgia?“: così si è chiusa la prima puntata de Il Sangue e la Rosa, miniserie definita kolossal con un super cast di attori, al debutto ieri su Canale 5, mentre Italia1 ironizzava sul Dr. House con Enzo Iacchetti in camice verdino alle prese con gare di sedie a rotelle e un’equipe di Medici Miei da ‘brivido’. E’ iniziata la fiction Mediaset, ma forse è il caso di fare ordine tra generi ed etichette della produzione fictional. Intanto Il Sangue e la Rosa vince la serata con 4.700.000 telespettatori e uno share del 22,9%.
Prima di affrontare nel merito Il Sangue e La Rosa, vediamo i risultati dell’Auditel: come detto Garko & co vincono la serata con uno scarto di 500.000 spettatori nei confronti di un evergreen di tutt’altro spessore, Pretty Woman, su RaiUno. Ottimo risultato per Medici Miei, che supera gli obiettivi di ascolto di Italia1 con uno share del 12% e un ascolto di 2.700.000 telespettatori.
Ma veniamo alle due fiction.
Due anni di prepararazione, tre registi, centinaia di comparse, costumi, cavalli, un cast che annovera Virna Lisi, Giancarlo Giannini, Ornella Muti, Alessandra Martines, Franco Castellano, Maurizio Mattioli, Brando Giorgi, oltre ai tre protagonisti Isabella Orsini, Gabriel Garko e Mirco Petrini: se tutto questo basta a fare un kolossal allora forse Il Sangue e la Rosa potrebbe rientrare nella categoria, nonostante la recitazione approssimativa, i dialoghi infarciti di un romanesco folk, la sceneggiatura inquietante, i personaggi (già visti) scolpiti con l’accetta, i primi piani insistiti sui begli occhi dei protagonisti. Non che ci aspettassimo molto di più, a dire il vero: la cifra realizzativa della Janus International è ben nota, anche se stavolta si è cimentata con il costume, e forse questa ‘novità’ ha ’stimolato’ una campagna promozionale da ‘evento televisivo dell’anno‘, così come del resto è stato definito nei promo di Canale 5.
In realtà Il Sangue e la Rosa si inserisce perfettamente nel filone del classico feuilleton ottocentesco. E’ vero che tutta la fiction deve molto al feuilleton, prodromo della narrativa popolare seriale, ma in questo caso si riscontra una precisa aderenza ai temi e alle storie classiche del genere. Scontro di classe, figli illegittimi di nobili orgini cresciuti da popolani, nonne desolate che partono alla ricerca della nipote perduta, matrimoni di comodo conclusi con omicidi ed eredità contese (memorabile la scena della Martines che soffoca il marito morente per paura che cambi il testamento a favore della figlia illegittima e poi si lascia andare ad un rapporto amoroso con l’amante ai piedi del defunto), il tutto condito da un triangolo poco credibile tra i tre protagonisti.
A qualcuno potrà sembrare un’eresia, ma a noi ha ricordato tanto il cartoon Georgie (ricordate?) figlia di nobili, ma consegnata a contadini, contesa dai due fratelli adottivi.
Come poi accade spesso nelle fiction di costume con eroine femminili si fa di tutto per ‘modernizzare’ la figura della protagonista, per facilitare l’immedisimazone con il pubblico. Ecco che l’Isabella Malvolti del 1835 diventa una sessantottina ante litteram: studentessa fuori sede (il padre, oste, fa tanti sacrifici per mantenerla agli studi in un collegio di suore a Roma (?)), convinta della partità tra uomini e donne, spegiudicata nelle relazioni con i maschi fin dalla tenera età, maliziosa al punto da servirsi delle sue gambe per sedare una rissa tra i suoi amici adolescenti (”siamo donne, oltre le gambe c’è di più!”).
Insomma, un melodrammone in costume che su di noi ha avuto un effetto a dir poco irritante, fin dalle prime battute, quando il precettore del nobile Giulio cerca di convincere il suo allievo dicendogli “Dovemo studia’ ir De Bello gallico!”.
Potremmo descrivere scena per scena tutta la puntata, ma non sarebbe certo corretto: in fin dei conti stiamo esprimendo un giudizio, per cui sarà meglio che vediate da voi la seconda, in onda martedì prossimo su Canale 5 alle 21.10.
Su Italia1, invece, andavano in onda i primi due episodi della sitcom Medici Miei. La coppia protagonista, Enzo Iacchetti e Giobbe Covatta, non delude, così come simpatici è il contorno di ‘caratteristi’ che completa la squadra della clinica Sanabel. Con un po’ di difficoltà abbiamo riconosciuto Silvano (Alessandro Sampaoli) di Camera Cafè, senza occhialoni e senza capello leccato, nell’anestesista Francesco, ma carino anche il dottore di colore dai capelli rasta milanesissimo e di cognome Brambilla (Bedlu Cerchiai), così come il chirurgo Impastato, dalla voce sottile e dai modi simil militari (Gianluca Impastato).
Carino soprattutto il secondo episodio, con l’impossibile intervento di riduzione del seno di Melita, guest star, e la fissa di Iacchetti che crede di essere House e mette a confronto il suo staff con quello di Gregory.
Ma anche qui la definizione di sitcom si attaglia poco al programma. La dominanza, inevitabile, delle gag e degli sketch rapidi tra Covatta e Iacchetti, l’inconsistenza delle tracce narrative, avrebbe forse reso consigliabile una formula alla Camera Café, tutta incentrata sulle singole gag e di durata raramente superiore ai 5 minuti, piuttosto che cercare di legarle ad una sorta di motivazione narrativa che dovrebbe reggere per 25′ e che comunque sfugge. Insomma situazioni e protagonisti sarebbero più adatti ad una fiction cosiddetta interstiziale che alla foruma sitcom, che mantiene, in ogni caso, una sua struttura narrativa e dei suoi schemi realizzativi.
Per carità, tra i due prodotti c’è un abisso: indovinate quello che ci è piaciuto di più e soprattutto diteci che ne pensate. E per forrtuna stasera va in onda la seconda e ultima puntata de O’ Professore.
lunedì 1 settembre 2008
Manipolazione? Silvio riscrive la storia.
Una enciclopedia in videoclip rilegge gli eventi del mondo. andrà in tv e sul web. Al lavoro una società collegata a fininvest. Alla guida il vj Andrea pezzi. sullo sfondo un discusso guru.
(Peter Gomez - L'Espresso) Gli uffici dove gli uomini di Silvio Berlusconi provano a riscrivere la storia sono in via Maroncelli, in un cortile della vecchia Milano. Qui ormai da un anno lavorano a pieno ritmo e nel segreto quasi assoluto una quarantina di persone. Sono i dipendenti e i collaboratori di Ovo, una srl partecipata al 47 per cento da Trefinace, una società lussemburghese che fa capo alla Fininvest. Ovo ha un obiettivo, anzi una missione, creare Ovopedia la prima enciclopedia in videoclip del mondo: un'opera colossale da migliaia e migliaia di voci che tra qualche mese entrerà nelle case degli italiani via satellite, e forse sul digitale terrestre, e sul Web.
Responsabile del progetto, molto apprezzato dall'ideatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri, è un ragazzo simpatico e carino di 35 anni: l'ex vj Andrea Pezzi che presiede la società e la controlla al 53 per cento attraverso Nova Fronda, un'altra srl il cui nome si richiama direttamente al singolare credo psico-filosofico di Antonio Meneghetti, un ex frate francescano dal burrascoso passato giudiziario che negli anni '70 ha fondato l'ontopsicologia, una disciplina che ha come scopo la "formazione del leader, inteso come intuizione attiva di soluzioni per il collettivo".
Nel febbraio del 1998 l'Associazione di Ontopsicologia si è guadagnata quasi una pagina in un corposo rapporto del ministero dell'Interno su "sette religiose e i nuovi movimenti magici in Italia".
Setta o non setta, resta il fatto che Meneghetti, considerato da Pezzi "un uomo straordinario e quasi magico", propaganda teorie storico-politiche sconcertanti (vedi articolo a pag. 48). Dichiaratamente filo russo e anti americano, nei suoi scritti e nelle sue conferenze l'ex frate sostiene la necessità di "relativizzare l'olocausto ebraico", perché "bisogna ricordare che gli ebrei non sono l'unico popolo che ha sofferto e pagato". "Io ho visto", spiega, "alcuni ebrei, ma anche molti italiani, molti tedeschi, molti russi e molti austriaci, morire. Ognuno ha perso, la guerra è bestiale. Tutti abbiamo perso, tutti siamo stati cattivi, tutti siamo stati partigiani".
Così Adolf Hitler, ma pure Josif Stalin, secondo Meneghetti, vanno studiati dal punto di vista del loro essere interiore, senza mai dimenticare che "la realtà è come una partita di scacchi, in cui il vicitore fa le leggi, scrive la storia e definisce la morale". "Se avessimo potuto indagare l'obiettiva motivazione interna di un leader", dice Meneghetti, "con sorpresa di molti si sarebbe notato che le fonti culturali di un Hitler sono nella dottrina dei Dalai Lama del Tibet. Lì sono i fondamenti ispirativi che giustificano il suo modo di fare, che sostanzialmente non era un voler occupare gli altri, ma voler purificare e salvare il mondo".
Simili teorie hanno una ricaduta diretta sulla linea editoriale di Ovo. In via Marroncelli, infatti, non è il solo Pezzi a frequentare i corsi a pagamento (2.500 euro) di Meneghetti, ribattezzati 'residence lideristici' e indirizzati - in Italia, in Russia e in Brasile - a "professionisti, imprenditori e politici di qualsiasi estrazione". Con lui sono seguaci del 'professore' anche il direttore editoriale Simone Ciaruffoli, un ex autore di 'Camera Cafè', la sit-com in onda su Italia 1 e l'ex direttore di produzione Andrea Andreini, proveniente dalla tv satellitare de 'Il gambero rosso', mentre in redazione circolano in numero copioso vari manuali e libri di ontopsicologia. Il risultato è per molti versi inquietante. 'L'espresso' ha potuto visionare in anteprima alcune delle videoclip finora prodotte.
In quella dedicata 'All'ascesa del nazismo', accanto a un montaggio incalzante tipico dei video musicali, accompagnato da una colonna sonora decisamente furba e coivolgente, la storia della presa del potere da parte delle croci uncinate è presentata senza indugiare in alcun tipo di giudizio storico, etico o morale. Hitler diventa così solo un leader dal fortissimo "carisma personale e dalle straordinarie virtù di oratore", mentre la questione del 'Mein Kampf', ovvero della Bibbia del nazismo, viene liquidata senza far cenno al razzismo e limitandosi a dire che nella sua opera il Führer "afferma che l'attuale declino della Germania dipende da un complotto dei comunisti e degli ebrei volto a seminare discordia e indebolire l'economia del paese".
È un po' quello che sostiene Meneghetti riferendosi all'Italia. Già nel 1997, l'ex frate scriveva: "Gli Stati Uniti - con l'appoggio del denaro ebraico (la stampa, ndr) - attraverso la 'demonizzazione' del leader hanno determinato il frammentarismo del potere del leader naturale della nostra nazione". E poi continuava dicendo che, se papa Wojtyla "va a pregare nella Sinagoga, ciò succede perché gli ebrei hanno aiutato una situazione bancaria (i debiti dello Ior, ndr)".
Insomma, viste le posizioni del 'professore', non stupisce che Hitler, stando a quanto riferiscono una serie di fonti interne a Ovo, nella biografia a lui dedicata secondo i vertici della società dovesse essere definito "un personaggio controverso", ovvero con la stessa frase che chiude il video su Stalin. Anche in questo caso viene messa in evidenza "la forza d'animo" del dittatore comunista e dopo un passaggio sui milioni di morti da lui causati "per mantenere l'ordine", la clip si conclude con queste parole: "Figura controversa del '900, l'uomo d'acciaio lascia dietro di sé un impero".
Non è un caso. Agli autori dei testi di Ovopedia, in gran parte giovani con pochissima o nessuna esperienza nel campo dell'informazione storica e scientifica, viene fornito un format preciso, che ha come comune denominatore: "La volontà".
In Ovobio, la sezione dell'enciclopedia interattiva in videoclip dedicata agli uomini che nel loro campo hanno lasciato il segno, si ordina di "mettere in luce la volontà del personaggio di raggiungere i suoi obiettivi e l'intelligenza nel saper applicare questa volontà". Mentre nel piano dell'opera Meneghetti compare tra gli "intellettuali e i mistici" cui dedicare una videoclip, accanto a figure come Aristotele, Freud, Sartre e Sant'Agostino.
Ma perché il premier ha deciso di finanziare personalmente Ovo attraverso la cassaforte di famiglia Fininvest e di inserire un suo uomo, Paolo Mazzoni, nel consiglio di amministrazione della società? Rispondere alla domanda non è semplice. Qualche dato di fatto però aiuta a capire. Già nel 2006 Meneghetti ha potuto presentare il suo libro più importante ('La psicologia del leader') alla quarta convention dei circoli giovani di Dell'Utri, mentre Pezzi nel 2005, grazie alla fortissima sponsorizzazione dell'ex assistente personale del Cavaliere e attuale parlamentare Deborah Bergamini, ha ottenuto un programma su RaiDue, 'Tornasole', in cui Meneghetti, suscitando lo sconcerto del critico televisivo del 'Corriere della Sera', Aldo Grasso, è stato tra gli ospiti d'onore. Tra gli obiettivi del 'Tornasole' c'era quello di rompere la presunta egemonia culturale della sinistra. Gli ascolti sono stati deludenti, ma quello è stato comunque un primo passo.
Poi, mentre Dell'Utri (in ottimi rapporti con Meneghetti) cercava d'intervenire sul mondo degli intellettuali con il settimanale 'il Domenicale', annunciando la scoperta dei falsi diari di Mussolini e spiegando, subito prima delle elezioni, che il Pdl "avrebbe revisionato i libri di storia, ancor oggi caratterizzati dalla retorica della Resistenza", la Fininvest si è data da fare per trovare il modo di raggiungere i giovani.
La tv interattiva di Pezzi è sembrata il sistema giusto per fare guerra a Internet
(anche perché il progetto della web tv non è stato ancora scartato), ormai divenuto il primo media nella fascia d'età compresa tra i 16 e i 26 anni. Ovo ha così cercato, finora inutilmente, di trovare spazio sulla piattaforma di Sky, ha concluso un accordo con Vodafone per fornire contenuti multimediali (Ovoday) e ha bussato al mercato delle televisioni via cavo americane. In programma c'è la produzione di 2 mila clip all'anno, al costo di circa 3 mila euro l'una, cui va aggiunto il denaro per acquisire le immagini dagli archivi. Un business insomma da 7 o 8 milioni di euro ogni 12 mesi, che nel 2007, con le produzioni effettive cominciate a settembre, ha portato la società a una perdita di quasi 2 milioni.
Marcello dell'UtriIl progetto però è più complesso. È prevista una sezione chiamata Ovonews che si dovrebbe dedicare all'approfondimento delle notizie del giorno e una di satira politica chiamata Ovospirit. Nelle riunioni in cui Pezzi e gli altri accoliti del 'professore' discutevano con la redazione i nuovi traguardi, i vertici di Ovo hanno molto insistito sulla necessità di mettere nel mirino Antonio Di Pietro che, secondo Meneghetti, durante Mani Pulite sarebbe stato un burattino nelle mani degli americani, utilizzato per distruggere le imprese italiane.
Ancora fermo è invece il capitolo di Ovowise, dei mediometraggi dedicati al pensiero politico dei grandi leader contemporanei raccontato da loro stessi. Per il primo video, in calendario c'erano 30 minuti dedicati al premier, Silvio Berlusconi. Ma il budget era basso, poco più di 35 mila euro, e la casa di produzione straniera a cui Ovo si era rivolta ha detto no.
Ma in fondo non è un problema. Pezzi è ormai ospite fisso di molte manifestazioni di Forza Italia. Con Berlusconi vanta un rapporto personale. A convincere il Cavaliere ad allargare i cordoni della borsa ci penserà lui. Perché, in fondo, anche ad Ovo o si fa la storia, o si muore.Sphere: Related Content
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sabato 23 agosto 2008
Archivio Vaticano. I Templari non erano eretici. Nessun cenno sulle accuse di omosessualità.
Filippo IV il Bello, Re di Francie, gran persecutore dei templari, in una immagine dell'epoca.
'Osservatore romano': "Processo per mettere mani su patrimonio".
I templari, l'ordine religioso-militare più potente del medioevo, sciolto da Papa Clemente V dopo che il re di Francia Filippo IV il Bello li aveva accusati di eresia, non erano affatto eretici. E' quanto emerge dall'Archivio Segreto Vaticano.
"Grazie a fortunati ritrovamenti di atti originali conservati presso l'Archivio Segreto Vaticano oggi - riferisce l''Osservatore romano' - sappiamo che la disciplina primitiva del Tempio, il suo spirito autentico, nel tempo si erano corrotti entrando in decadenza e lasciando aperta la porta alla diffusione del malcostume; ma i Templari non erano affatto diventati eretici in massa e il processo fu essenzialmente un mezzo per mettere le mani sul loro patrimonio, come del resto disse chiaramente Dante Alighieri nel canto XX del Purgatorio". Nessun cenno viene fatto circa le accuse di sodomia mosse al tempo nei confronti dei templari.
"Accade che gli appassionati, a volte persino gli storici di mestiere, subiscano il fascino della leggenda templare dimenticando di guardare con attenzione i documenti, quelli che contengono la verità", denuncia il quotidiano della Santa Sede, che ripropone un esempio di quei documenti: il testo di una preghiera "bellissima, commovente", che alcuni Templari composero durante i lunghi anni di prigionia nelle carceri di Filippo il Bello. "Fu letta durante il processo, ma gli storici non l'hanno mai valorizzata forse perché essi stessi sono incuriositi soprattutto dagli aspetti misteriosi, diciamo pure oscuri della vicenda". Secondo l''Osservatore romano', invece, "non c'è da stupirsi se poco più tardi, nel Concilio di Vienna del 1312, Papa Clemente V farà mettere agli atti che i Templari non erano eretici; e anche se costretto a chiudere l'ordine per evitare che Filippo il Bello aprisse uno scisma in seno alla Chiesa cattolica, chiarì espressamente che l'ordine del Tempio non poteva essere condannato".
sabato 16 agosto 2008
40 anni fa. La sinistra e la Cecoslovacchia: Intellettuali sui carri armati.
Dopo l’intervento delle truppe del Patto di Varsavia, molti guardarono verso il Partito comunista italiano nella speranza di cogliere qualche utile segnale. Ma il Pci sembrava essere altrettanto esitante. Luigi Longo, segretario del partito, espresse dissenso e riprovazione. Ma dopo un difficile dibattito interno, il partito finì per adottare una linea equidistante fra il riformismo di Alexander Dubcek e l’ortodossia sovietica.
Particolarmente equidistante fu Pietro Ingrao. In una dichiarazione alla Camera disse che il corso inaugurato da Dubcek e dai riformatori “non era esente da pericoli”. Anziché condannare esplicitamente l’intervento sovietico, preferì osservare che “non è la via giusta per combattere quei pericoli”. Insomma i riformatori sarebbero stati troppo imprudenti e l’Urss troppo impetuosa. Chi legge le parole di Ingrao e continua a ritenere che l’autorevolezza del Pci sia un assioma della democrazia italiana, non è incoraggiato a sbilanciarsi.
Non fu questo, tuttavia, il principale motivo della reticenza degli intellettuali di sinistra. Molti di essi sapevano ormai che l’Unione Sovietica era uno stato conservatore, governato da una oligarchia, depositario di “brevetti” falliti. Nikita Krusciov aveva distrutto il mito di Stalin ed era stato a sua volta eliminato dall’ala immobilista del partito. Vi erano ancora cose in cui credere? Certo, l’Urss era una grande potenza, utile per controllare “l’imperialismo” capitalista degli Stati Uniti e garantire gli equilibri della Guerra fredda. Ma questi erano argomenti troppo realisticamente freddi per coloro che si erano nominati profeti del progresso e si erano professionalmente dedicati all’attesa di un futuro migliore.
Se l’Urss appariva intorpidita e invecchiata, occorreva trovare qualcosa che giustificasse una nuova stagione di speranze e di attese. Questo “qualcosa”, beninteso, doveva essere di sinistra.
Come scrive Il Manifesto in quegli anni, occorre uscire dallo stalinismo, ma “da sinistra”. Occorre insomma un altro paradigma rivoluzionario, un altro “balzo in avanti”. Fra i due Sessantotto – quello delle barricate di Parigi e quello di Praga – gli intellettuali impegnati non hanno dubbi. Parigi ha indicato, anche se in modi confusi e pasticciati, nuovi modelli rivoluzionari: il Vietnam, Cuba, soprattutto la Cina comunista. Dai riformisti di Praga, invece, si sprigiona uno sgradevole odore di socialdemocrazia, l’ideologia più detestata dal massimalismo rivoluzionario e pseudorivoluzionario della sinistra italiana.
Questo spiega, incidentalmente, perché uno dei primi ad accorgersi dell’importanza di Praga, negli anni seguenti, sia stato Bettino Craxi. Il leader socialista capì che il riformismo, grazie alla Primavera cecoslovacca e alla repressione sovietica, aveva ormai ciò che in passato era stato principalmente un appannaggio dei comunisti: i suoi coraggiosi combattenti, i suoi martiri, i suoi esuli.
Quando uno di questi, Jiri Pelikan, giunse in Italia e bussò inutilmente alla porta del Pci, Craxi non esitò ad accoglierlo nel suo partito e includerlo nelle liste socialiste per le elezioni europee del 1979. Ma il fatto che il riformismo praghese fosse caduto nelle mani dei socialisti lo rendeva, agli occhi di certi intellettuali, ancora più sospettabile.
La Biennale del dissenso dette qualche conforto e qualche speranza agli oppositori dei paesi satelliti, ma in Italia sembrò a molti soltanto una mossa opportunistica del craxismo.
È giusto ricordare, tuttavia, che anche l’intellighenzia liberaldemocratica fu avara di consensi e di incoraggiamenti. Vi furono gli articoli di Enzo Bettiza sul Corriere della sera (riprodotti in un libro pubblicato recentemente da Mondadori) e altre voci liberali si levarono per segnalare l’interesse di ciò che accadeva a Praga nella primavera del 1968. Ma ciò che in quel momento più preoccupava le classi dirigenti dei paesi democratici era la creazione di un equilibrio europeo in cui i rigori della Guerra fredda venissero temperati dall’esistenza di regole condivise.
Cominciava in quel periodo la lunga marcia verso la Conferenza per la cooperazione e la sicurezza in Europa. Furono necessari tre anni per preparare i primi incontri finlandesi del 1972 e l’inizio formale dei lavori nel 1973. Ne occorreranno altri due per l’Atto unico che verrà firmato a Helsinki nell’agosto del 1975. Per quanti ritenevano che la Conferenza fosse necessaria alla pace, la Primavera di Praga fu soltanto un imbarazzante incidente di percorso.
Non fu un incidente di percorso, invece, per molti intellettuali sovietici e dei paesi satelliti. A Varsavia, a Budapest e nella stessa Praga l’esperienza del 1968 divenne il punto di partenza per nuovi progetti e per nuove esperienze. A Mosca e a Leningrado molti giovani aprirono gli occhi e cominciarono a interrogarsi sulla natura del regime in cui vivevano. Non occuparono le aule universitarie, non manifestarono nelle piazze, non imbrattarono di graffiti le mura del Cremlino, non cercarono d’infilare fiori nelle canne dei fucili della polizia. Non fecero in altre parole ciò che in Occidente era oggetto di compiaciute disquisizioni intellettuali e in Urss sarebbe stato represso con alcuni anni di prigione.
Ma il Sessantotto delle loro coscienze si fuse con il meglio della esperienza kruscioviana e concorse a creare la generazione dei “shestidesiatniki“, degli uomini degli anni Sessanta, di cui parla Giuseppe Boffa in un libro del 1995 pubblicato da Laterza (Dall’Urss alla Russia. Storia di una crisi non finita).
La loro sorte non fu migliore di quella degli intellettuali di Praga. Erano stati sconfitti all’epoca di Krusciov e sarebbero stati sconfitti ancora una volta, dopo avere sperato nelle riforme gorbacioviane, dal fallimento della perestrojka. Ma anche gli esperimenti falliti, quando sono vissuti con passione, possono essere utili alla trasformazione di un paese. Dalla Primavera di Praga, invece, gli intellettuali della sinistra italiana non seppero trarre alcun insegnamento.
E forse non hanno ancora smesso di pagare il prezzo di quella distrazione.
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martedì 12 agosto 2008
Amante e brutale, la doppia faccia di Adriano al British Museum.
Se, insomma, a Londra è appena scoppiata l’Adrianomania una ragione ci sarà. Merito dei pezzi presentati, a partire da una delle più recenti scoperte archeologiche, una colossale testa mai esposta finora raffigurante lui, l’imperatore. Barba riccioluta, sguardo fiero, fronte alta. Altri 180 oggetti, provenienti da 31 musei in tutto il mondo, alcuni mostrati per la prima volta fuori delle abituali sale in cui vengono custoditi, contribuiscono a costruire il ritratto di un uomo che a 41 anni, nel 117 d.C si trova improvvisamente alla testa di un impero. Amante delle arti ma anche stratega deciso, così deciso da non esitare quando serviva a trattare i suoi rivali con ferocia inaudita come dimostrano gli oggetti giunti da Israele che testimoniano dei circa 600 mila morti tra gli ebrei di Gerusalemme a causa della repressione dell’Imperatore. E poi c’è l’Adriano amante e amato, e il fantasma del suo grande amore Antinoo morto annegato nel Nilo nel 130 d.C. a cui dedicherà perfino un culto.
Fuori dalla magnifica villa di Tivoli, dunque, ed è la grande lezione di questa mostra, c’è tutto un mondo composto di mille sfumature. Sullo sfondo lui, il potere. Compagno bramato e detestato, ma unico vero orizzonte di un’epoca e di un’imperatore.
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venerdì 1 agosto 2008
Cinema L'amore gay tra Adriano e Antinoo. Daniel Craig nel ruolo dell'imperatore.
Daniel Craig vestira' i panni dell'imperatore romano Adriano nel nuovo film di John Boorman, come riporta l'edizione irlandese del Daily Star. La pellicola sara' concentrata soprattutto sull'amore omosessuale tra Adriano e il giovane greco Antinoo, interpretato nella pellicola da Charlie Hunnam (in foto).
Le riprese della pellicola, che sara' ispirata al romanzo "Memorie di Adriano" di Marguerite Yourcenar, prenderanno il via la prossima primavera e si terranno in Marocco, Spagna e Roma.
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giovedì 31 luglio 2008
La Storia secondo Grillini. Omosessuali al confino nell’Italia fascista. Ma che inesattezze!
(Franco Grillini - Il domani di Bologna) Il nonno è sempre il nonno e non si tocca, anche se di nome fa Benito e di cognome Mussolini. E’ così che la verace nipote si è assegnata il ruolo di difensore a tutto tondo della sua memoria litigando persino durante la campagna elettorale sui presunti meriti del fascismo e dell’augusto parente che ne fu il promotore e l’inventore.
Anche nell’intervista a KlausCondicio Alessandra Mussolini, figlia della figlia del fratello del dittatore*, non si smentisce e si lancia in una alquanto ardita difesa della presunta tolleranza del nonno verso gli omosessuali (“non li ha mai odiati”), e al solito ci ripropone il clichè degli amici omosessuali della famiglia (ormai proprio tutti per difendersi dall’accusa di omofobia parlano dei loro amici gay che non mancano mai in ogni famiglia che si rispetti).
Per la verità, come ci dice il bel libro di Lorenzo Benadusi (Il nemico dell’uomo nuovo, Feltrinelli) l’omofobia del regime era evidente, tanto più con la ventata puritana seguita alla firma dei patti lateranensi con il Vaticano dopo il 29, che non a caso è l’anno della defenestrazione per “pederastia” di Augusto Turati popolare segretario del Pnf di cui Mussolini nonno dava il seguente giudizio: “A me interessano le persone dalla cintola in su, a Turati dalla cintola in giù”. In realtà fu una congiura di palazzo a far fuori il segretario e con la stessa argomentazione un anno dopo venne di fatto destituito il successore Giuriati. L’omofobia tipica delle dittature e l’uso spregiudicato dell’accusa ritenuta infamante di immoralità, di soggiacere al “vizio contronatura”, per far fuori gli avversari interni del regime si è visto all’opera per tutto il ‘900 percorso dai regimi autoritari dall’Italia di Mussolini, alla Germania di Hitler (vedi il massacro delle Sa accusate in toto di essere omosessuali) alla Russia di Stalin che criminalizzo l’omosessualità nel 1936 mandando in Siberia un numero imprecisato di persone accusate del “vizio borghese”. E’ interessante da questo punto di vista sentire cosa dice Mussolini stesso della vicenda Turati : “La voce pubblica, agitata da Roberto Farinacci, venne catapultata su Turati, che, dal punto di vista dei rapporti con l'altro sesso, non era e non è un cherubino. Finché guidò le sorti del partito, lo sostenni. [...] Farinacci, da anni, attendeva il momento per sistemarlo, una volta per sempre. … Turati fu sommerso dalla calunnia… la sua omosessualità fu una fosca favola inventata dall'uomo di Cremona ai suoi danni. Ma, in Italia, quando la voce pubblica, comunque organizzata, colpisce, nulla è possibile fare per renderla inoperante” (citato da Benadusi).
Che il fascismo avesse le minoranze nel mirino, quella omosessuale compresa, non è in dubbio, tant'è che la stessa nipote del duce lo ammette come dato di fatto storico. In seguito all’emanazione delle leggi razziali molti prefetti vedranno nell’omosessualità e nella pratica omosessuale un reato politico passibile di confino. E’ quello che succede ad alcune centinaia di persone che vengono arrestate e deportate soprattutto alle isole Tremiti ma anche in altri luoghi di “villeggiatura” come li ha definiti Berlusconi.
Per esempio Ponza dove era detenuto Pertini che ne parla ad una intervista a Silverio Corvisieri. I detenuti omosessuali erano isolati dagli altri detenuti politici che non li amavano ne li aiutavano. L’omofobia era forte anche tra i confinati politici e i detenuti comuni. Tra angherie e stenti l’esperienza del confino per gli omosessuali si conclude nel 1941 quando il regime aveva bisogno di concentrarsi sui detenuti politici mentre per gli autori del “turpe vizio” si incentivava l’istituto dell’ammonizione prefettizia.
Fino al 1986 di questa persecuzione si sapeva poco o nulla perché la storiografia ufficiale non riteneva molto importante studiare ed approfondire l'argomento. Soltanto alcuni film, peraltro pregevoli, avevano affrontato il tema come “Gli occhiali d’oro” tratto dal libro di Bassani e il famosissimo film di Ettore Scola “Una giornata particolare” dove, ironia della sorte, la protagonista è proprio una straordinaria Sofia Loren zia di primo grado di Alessandra Mussolini**.
L'archivio degli omosessuali confinati dal fascismo fu scoperto dal sottoscritto con l'aiuto della sezione bolognese dell'Aned (associazione nazionale deportati dal fascismo e nazismo) e del suo leader storico Osvaldo Corazza in collaborazione con la sezione romana dell'Anppia, associazione nazionale perseguitati politici italiana antifascisti.
All’archivio di stato erano conservati decine e decine di fascicoli riguardanti in confinati omosessuali con tanto di foto segnaletiche e con tutta la storia della loro detenzione. Un materiale incredibilmente interessante che per la prima volta poteva essere consultato e fotocopiato grazie ad una legge che consentiva di superare i 70 anni previsti per questo tipo di studio essendo la materia di carattere storico.
Fu in questo modo che in qualità di presidente Arcigay di quel tempo (1986), diedi incarico a Giovanni Dall'Orto di studiare la drammatica vicenda dei perseguitati e confinati omosessuali dal fascismo. In sostanza quindi è stata Arcigay a sollevare la questione, a trovare gli archivi, e a consentire agli storici di ricostruire la verità delle persecuzioni agli omosessuali dopo l'entrata in vigore delle leggi razziali.
Successivamente è stato scritto un bellissimo saggio sul tema da parte di Gianfranco Goretti e Tommaso Giartosio dal titolo “La città e l'isola”, Donzelli, e un altro bel libro a fumetti di Luca De Sanctis e Sara Colaone, “In Italia sono tutti maschi”, Kappa edizioni, presentato in occasione del pride bolognese.
Di certo si può dire che la dittatura fascista non costruì i fornì crematori –ma aiutò i nazisti ad alimentarli-, ed anche probabile, come dice Alessandra Mussolini, che i vari gerarchi avessero tra i loro amici persone omosessuali, ma ciò non toglie che rimanga l'imperitura vergogna delle leggi razziali che consentirono ad alcuni “zelanti” prefetti, di interpretare il comportamento omosessuale come reato politico esattamente come succede oggi nell'Iran di Ahmadinejad, come successe nella Germania di Hitler e come accadde nell'Unione sovietica di Stalin.
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*Ad un politico non è ammessa l'gnoranza, nella storia contemporanea, quella stessa storia che consegnerà l'Italia alla democrazia dopo le tragedie della dittatura e della guerra. Alessandra Mussolini, è figlia di Romano Mussolini (ultimo figlio maschio del duce e di donna Rachele) e di Maria Scicolone sorella di Sofia, in arte Sophia Loren. Il fratello del duce, Arnaldo non risulta abbia avuto figlie ma solo un figlio maschio mortogli prematuramente.
** Il ridicolo in tutta questa storia è che anche Alessandra Mussolini ha una piccola parte nel film, quello di Maria Luisa. Un film totalmente antifascista e di denuncia per quello che riguardava la condizione femminile ed omosessuale. Era l'epoca in cui aveva la "nipotina" ambizioni "artistiche"... Sapeva Alessandra che stava recitando in un film che denunciava in modo molto duro il regime di suo nonno? Probabilmente no...
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martedì 29 luglio 2008
I gay postfascisti difendono la Mussolini per bocca di un suo "Ministro penombra"...
(Redazione) Questa destra vergognosa, impresentabile ed incapace di governare, trova nella Mussolini una spalla degna dello spirito di revisionismo che la anima. Dopo le risibili dichiarazioni dell'on.le Mussolini (e che comunque non hanno aggiunto ne tolto nulla alla violenta dittatura di Mussolini), autoelettasi "Presidente del Governo penombra", sul duce ed i gay, ecco saltar fuori i gay postfascisti che con il loro solito comunicatino dove solidarizzano con la Mussolini condividendone pensieri e parole. Probabilmente le bordate di critiche mosse contro l'on.le Mussolini da ogni parte, hanno obbligato quelli di GayLib a prendere carta e penna tentando di buttar giù qualche parola di solidarietà, che, al solito, han fatto più male che bene alla causa omosessuale. Il giorno che impareranno a tacere su certi temi ed a riflettere maggiormente, è ancora lontano a quanto sembra. Al solito l'Oliari (tra l'altro eletto dalla Mussolini ministro del governo penombra...) dimentica quel "grido di battaglia" lanciato dalla nipote del duce e di Sophia Loren.. : "Meglio fascista che frocio"! Come dire... "Camerati a noi!
E la Mussolini per attirare l'attenzione è maestra, usa tutti i mezzi proprio come suo nonno... Un comunicato, quello di GayLib, che si commenta da solo, zeppo di inesattezze, mistificazioni e faziosità.
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SBAGLIATO MINIMIZZARE LE APERTURE DI ALESSANDRA MUSSOLINI IN MATERIA DI ADOZIONI E DI COPPIE GAY.
“Sbaglia chi minimizza le aperture della Mussolini alle adozioni e alle coppie di fatto: i diritti civili non sono monopolio delle sinistre e trovo puerili le reazioni denigratorie alle sue coraggiose dichiarazioni“. Lo afferma in una nota Enrico Oliari, presidente di GayLib (gay di centrodestra), il quale sostiene che “l’intervista rilasciata a Klauscondicio denota il grado di sensibilità dell’on. Alessandra Mussolini e tutti sappiamo quanto siano importanti tali posizioni espresse nel centro-destra: essere europei significa anche rimuovere le discriminazioni per le coppie omoaffettive, non solo percepire contributi economici”. Oliari ha poi concluso sostenendo che “con le solite, volute, esagerazioni nell’intervista si è parlato di 10.000 omosessuali confinati durante il fascismo: trovo francamente ingiusto che si strumentalizzino i drammi personali ai fini dialettico-politici arrivando a inventare la storia. Gli omosessuali confinati erano infatti circa trecento, quasi sempre per motivi riconducibili ad altri reati (prostituzione, ricatto…) e l’Italia restò, anche durante il Ventennio, l’unico Paese a non avere una legge contro i gay, mentre negli altri Paesi vi erano le prigioni, i Lager ed i Gulag (gli ultimi condannati in Russia sono del 1993)”.
Enrico Oliari
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lunedì 28 luglio 2008
La Mussolini in un'intervista dice sì alle adozioni per le coppie omosessuali.
La deputata: «Non sono d'accordo nel lasciare i bambini negli istituti».
(La Stampa) «Sì alle adozioni ai single. Si anche alle coppie di fatto». L’apertura, a sorpresa, arriva da Alessandra Mussolini, deputata del Pdl e presidente della Commissione bicamerale per l’Infanzia, in un’intervista a «Klauscondicio», la trasmissione che Klaus Davi conduce su YouTube. «L’idea che ci possa essere una legge che consenta anche in Italia l’adozione ai single mi trova d’accordo – ha detto la Mussolini -. Molti bambini, infatti, hanno un miglior rapporto con un’unica persona, anche single, quindi se un individuo riesce a dare amore ad un bambino ed a toglierlo dall’istituto per me va bene. Mentre, non sono d’accordo a lasciare i bambini negli istituti, neanche con la legge sulle adozioni, che impedisce alle coppie di poter adottare un bambino richiedendo l’assenso dei genitori della coppia richiedente e, soprattutto, non sono d’accordo con la legge che non prevede le coppie di fatto ed i single». Il deputato del Pdl, inoltre, racconta che suo nonno, Benito, «non odiava i gay. Non nego affatto il dato storico- dice la Mussolini, riferendosi ai circa diecimila omosessuali mandati al confino durante il regime fascista- ma dipingere la famiglia Mussolini come omofoba è sbagliato».
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mercoledì 23 luglio 2008
Grande attesa a Londra per la mostra sull'imperatore Adriano.
Adriano: L'impero, il conflitto. Attesa per una delle mostre più imponenti degli ultimi dieci anni.
(Deborah Ameri - Il Messaggero) Sarà il neo sindaco conservatore Boris Johnson, grande appassionato di storia romana, a inaugurare quella che già viene definita una delle mostre più imponenti degli ultimi dieci anni: “Adriano: l’impero e il conflitto”, che apre i battenti domani al British Museum (fino al 26 ottobre).
Quella sull’imperatore romano, che governò il primo impero globalizzato della storia, è uno dei grandi eventi, attesissimi a Londra, che segue il successo riscosso in primavera dall’esercito di terracotta cinese.
«La vita di Publio Elio Adriano, che resse l’impero dal 117 al 138 d.C. è quanto mai attuale spiega il curatore Thorsten Opper Appena salito al potere ritirò le truppe dalla Mesopotamia, l’attuale Iraq. Un argomento caldo in questo periodo, il che rende la sua figura molto vicina a noi».
È proprio il parallelo che la stampa britannica ha tracciato tra Adriano e Barack Obama, il candidato democratico alla presidenza Usa, ad aver attirato l’interesse del pubblico. Sono già stati venduti 12mila biglietti e a Londra è ufficialmente Adriano-mania. La Bbc ha mandato in onda in prima serata un documentario, seguitissimo, sull’imperatore, curato dallo storico Dan Snow. E c’è grande attesa per il film che il regista inglese John Boorman sta per girare in Marocco sulla vita del condottiero, basato sul romanzo Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar del 1951.
Proprio parti dei manoscritti originali e delle note dell’autrice aprono il percorso della mostra londinese. Ieri gli operai stavano ancora collocando gli ultimi dei 180 reperti, che provengono da 31 musei sparsi per il mondo e che sono stati raccolti sotto la cupola della Reading Room, la sala di lettura del British, una sorta di versione vittoriana del Pantheon, fatto costruire da Adriano. Il percorso dell’esibizione celebra l’uomo, lo statista, il soldato. Per la prima volta vengono esposte parti di una statua alta cinque metri, appena scoperta a Sagalassos in Turchia. Sono inediti pure i marmi lavorati ritrovati da poco nella sontuosa villa di Tivoli. Alcuni oggetti lasciano per la prima volta i musei di Israele: si tratta dei reperti della grande rivolta giudaica del 132 d.C. Per esempio una lettera scritta da Shimon bar Kokhba, il capo dei rivoluzionari ebrei.
È un approccio globale alla vita dell’imperatore, passato alla storia come il Graeculus (il piccolo greco), amante dell’arte, dell’architettura e perdutamente innamorato di Antinoo, nonostante il matrimonio con Vibia Sabina.
Opper rivela anche che una delle statue più note di Adriano, drappeggiato in sofisticati abiti greci, sarebbe in realtà un falso. «La testa dell’imperatore è stata posta sul corpo di qualcun altro, forse un notabile di Cirene, dove la statua è stata ritrovata», spiega.
L’amore omosessuale dell’imperatore è un altro dei temi chiave. Dopo la morte di Antinoo, annegato nel Nilo in circostanze misteriose, Adriano ricopre l’impero di sue immagini, fonda una città e la chiama con il suo nome, gli dedica più statue che a sé stesso e lo celebra come un Dio. «Un lato dell’imperatore che lo rende umano e, ancora una volta, molto attuale», conclude Opper.
martedì 15 luglio 2008
Unioni omosessuali. Il vento dello scisma sulla chiesa anglicana esiliata a Lambeth.
474 anni fa, il distacco da Roma. Oggi la chiesa inglese si riduce a “un telaio fragile” e preoccupa il Papa.
(Giulio Meotti - Il Foglio) Unioni omosessuali in chiesa bollate come “blasfeme”, comunità leggendarie come quella di George Washington che decidono di emigrare nella chiesa nigeriana, 500 prelati pronti ad abbandonare la comunione e una leadership tacciata di “apostasia”. Quattrocentosettantaquattro anni dopo l’Act of Supremacy che sancì il distacco da Roma, e la nascita della chiesa d’Inghilterra di Enrico VIII, gli anglicani sono a un passo dallo scisma. L’ala conservatrice, espressione delle comunità di Africa, Asia, Australia e Sudamerica insieme con alcune comunità statunitensi, ha deciso di marcare le distanze dai liberal, accusati di tollerare i sacerdoti gay e ordinare i vescovi donne. Lo fa annunciando il boicottaggio della conferenza di Lambeth che si tiene ogni dieci anni e che sabato aprirà i lavori. Sul Time magazine l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams ha definito la sua chiesa “un telaio fragile come mai lo è stato finora”. Forte di 11 mila sacerdoti tra cui 291 vescovi, la corrente scissionista rivendica di rappresentare 35 dei 77 milioni di anglicani di tutto il mondo.
All’origine dello strappo, la nomina a vescovo nel 2003 di Gene Robinson, omosessuale dichiarato non invitato a Lambeth, e la celebrazione di matrimoni gay in Canada e in Inghilterra. Da allora la faida sulla questione omosessuale ha finito per travolgere la “via di mezzo”, come si è sempre definita la chiesa anglicana. La vicenda avrà ripercussioni americane, dove la comunione episcopaliana, che esprime anche John McCain, è stata la prima a dividersi sulla questione gay. Due anni fa sette parrocchie della Virginia che si oppongono alla “benedizione” delle coppie gay scelsero di abbandonare la chiesa episcopaliana, quella dei Padri fondatori, quella che ha dato undici presidenti agli Stati Uniti, per entrare nella chiesa nigeriana. Due di queste comunità sono fra le più antiche d’America, Truro Church di Fairfax e Falls Church, frequentata anche dal presidente Washington. Oggi sono missioni della chiesa diretta da Peter Akinola, una sorta di “papa nero” con i suoi 18 milioni di fedeli, la più grande comunità della congregazione riformata. Un mese fa il matrimonio di due preti gay, Peter Cowell e David Lord, celebrato in aperta sfida al vescovo di Londra Richard Chartress e in una delle più gloriose chiese della capitale, Saint Bartholomew the Great, ha accelerato il processo scismatico. Sono 38 le province scissioniste, la metà delle province anglicane, in “una decisione epocale, mai vista nei cinquecento anni di storia anglicana” (così Williams). I vescovi di Uganda, Nigeria, Ruanda e di Sydney non saranno a Lambeth. Tra i primi a reagire l’arcivescovo Akinola: “Il diavolo è entrato nella chiesa”.
Prelati pronti a tornare con i “papisti”
Alasdair Milibank è un teologo e filosofo tra i maggiori del Regno Unito, un anglicano di ferro che si è formato a Cambridge alla scuola di Rowan Williams. Milibank è l’anima del movimento Radical Ortodoxy, con il quale da vent’anni ha dato vita a una battaglia per superare ogni riduzionismo secolarista della chiesa anglicana. “La conferenza di Lambeth è l’ultima chance per evitare uno scisma altrimenti certo”, dice al Foglio Milibank. “Ma forse è troppo tardi. Nella comunione anglicana tutto è ormai spaccato su linee geografiche, più che fra bianchi e neri. In Gran Bretagna è maggioritaria la posizione liberal, ma è sempre più importante quella evangelica. L’Inghilterra è un paese vittima, più che altrove, di una secolarizzazione forsennata. In Nigeria c’è una comunità conservatrice, basata sulla Bibbia e contraria all’ordinazione dei gay. Il Sud Africa è molto anglocattolico. Molto dipende da chi evangelizzò quelle terre”. Per Milibank a Lambeth sarà a giudizio l’autorità di Williams, che non fa mistero di aver ordinato in passato sacerdoti gay e propone un’analisi scritturale molto indulgente in materia. “Williams non ha più scelte. Deve cercare di puntare tutto sulla relazione con i cattolici, la ripresa del dialogo per l’unità e il rinnovamento della tradizione rappresentata da Roma. Ma deve essere più fermo anche sulla natura sacramentale della chiesa anglicana, l’idea di una chiesa scritturale. Williams è un uomo non ambizioso nella gestione del potere, ma questo è anche il suo limite nell’imporre una linea”.
Williams vede crescere l’influenza del vescovo di Rochester, Michael Nazir-Ali. “E’ un anglicano molto evangelico, ma meno cattolico di quanto si pensi, basta pensare che si rifiuta di venire a Lambeth, unico fra i britannici. Il suo obiettivo è denunciare la disintegrazione della cultura comune di matrice anglosassone. Le sue idee sono molto corrette sulla decadenza del mondo in cui viviamo, ma per lui tutto si basa sulla Scrittura. Nazir-Ali sarà decisivo nella rottura, ma non sarà in grado di assumerne la guida”. Milibank fa un pronostico. “Forse sarà leader Thomas Wright, il vescovo di Durham, è un evangelico moderato ponte tra Williams e Nazir-Ali. Sospetto un movimento enorme di rottura nella comunione, ma in futuro scomparirà. Vedremo forse una chiesa indipendente in Nigeria”. La questione anglicana è doppiamente decisiva: “Per mantenere l’unità globale dentro le differenze culturali e perché dal Concilio Vaticano II in avanti si è imposto il tema della differenza sessuale. E l’anglicanesimo è un grande laboratorio di questa dimensione”.
Nel 1994, quando la chiesa anglicana ha dato via libera all’ordinazione delle donne, la comunione perse 500 membri passati tutti al campo “papista”. Oggi la leadership di Williams non si estende oltre le province “bianche”. Negli anni Settanta c’erano cinque milioni di anglicani in Nigeria e 16 diocesi. Oggi sono 18 milioni e 80 diocesi. Nei paesi “bianchi” sono fermi a tre milioni. Quando Williams avallò la legge sulle coppie gay, Akinola abrogò dallo statuto nigeriano la frase “in comunione con Canterbury”. Henry Orombi, arcivescovo dell’Uganda, ha definito “blasfema” la cerimonia gay di Saint Bartholomew, mentre il nigeriano Akinola ha detto che la leadership è “apostata”. L’arcivesvovo di York, John Sentamu, ha paragonato Lambeth a un “parlamentino”. “E’ inaccettabile che omosessuali praticanti diventino preti” ha tuonato il vescovo di Sydney, Robert Forsyth, che incontrerà Benedetto XVI in Australia per la Giornata mondiale della gioventù.
Il vescovo anglicano di Ebbsfleet, Andrew Burnham, ha detto di voler passare alla chiesa cattolica insieme ad altri prelati. Burnham ha incontrato nei giorni scorsi il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, William Levada, e il presidente del Pontificio consiglio per l’Unità, Walter Kasper, che sarà a Lambeth. “E’ il desiderio di molti esponenti del clero anglicano che chiedono di entrare in piena comunione con la chiesa di Roma”. Stephen Parkinson, direttore di “Forward in Faith”, ha detto: “E’ la destinazione più ovvia. Nel 1992-93 molti di coloro che lasciarono la chiesa d’Inghilterra entrarono in quella romana”.
Rinomato storico della chiesa, fra i massimi esperti del Concilio Vaticano II, di cui ha curato una monumentale storia pubblicata in più lingue, Alberto Melloni vede tre aspetti fondamentali dietro a Lambeth. “Da un lato c’è la questione conciliare: Lambeth fa emergere le difficoltà dentro ogni chiesa. La composizione dei gruppi a Lambeth non è diversa da quella nella chiesa evangelica, battista o cattolica. Ci sono gruppi per i quali, davanti ai cambiamenti morali, le chiese siano obbligate a rispondere subito. Da qui il fatto di porre a tema i diritti della donna, l’eguaglianza e l’orientamento sessuale. Conservatori e aperturisti si assomigliano molto, pensano che da lì passi la credibilità della chiesa”. La seconda questione riguarda il ministero. “La questione delle donne parte da un principio conservatore di disciplina ecclesiastica: per governare la chiesa servono i vescovi. E’ la grande questione che conta più del sesso dei vescovi. Queste chiese subiscono emorragie enormi di pentecostali che rifiutano l’autorità ministeriale”.
Infine il problema dello scisma. “Dopo un secolo di ecumenismo e dopo aver fallito i grandi appuntamenti di unità, come quello 1983 con gli anglicani sui cui l’allora cardinale Joseph Ratzinger in persona si impegnò in modo contrario, le rotture sono aumentate. Quando i vescovi cambiano chiesa, intere comunità trasmigano di chiesa in chiesa. L’anglicanesimo è da sempre una via a metà fra il cattolicesimo romano e la riforma radicale. Sono state le società protestanti di Londra a immaginare l’unità delle chiese. Poi c’è la struttura di governo della chiesa come comunione di chiese locali con un governo sinodale. L’anglicanesimo è un grande sismografo per sorvegliare le tendenze contemporanee. Basta vedere il palazzo di Lambeth, con i suoi quattro pilastri che rappresentano scrittura, credo, battesimo e ministero. Lambeth è l’immagine dell’unità delle chiese”.
Il saggista cattolico Vittorio Messori ricorda che gli anglicani non hanno diritto al titolo di chiesa. “Come ha ricordato Ratzinger, è chiesa solo se ha successione apostolica. E’ una sorta di barzelletta la comunità anglicana. All’inizio era la lussuria di un re. Oggi sono una barzelletta perché la regina ha lo stesso ruolo del Papa e sulle questioni teologiche, come il peccato originale o l’immacolata concezione, ci vuole un voto dei Lord”. Per questo, aggiunge Messori, c’è continua diaspora verso Roma. “L’anglicanesimo è la Camera dei Lord in preghiera. La loro unica funzione è fare della chiacchiera sull’attualità ogni domenica mattina. Ormai fra i fedeli sono più numerosi i musulmani degli anglicani. Da questa chiesa non c’è nulla da imparare. Rincorrono le mode del mondo. E allora via, in nome della Bibbia benediciamo l’omosessualità. E’ patetica questa rincorsa che va avanti da un secolo. Il cardinale Henry Newman alla fine decise di uscire. E gli Stati Uniti non sono nati forse da coloni in fuga dall’inquisizione anglicana?”. Un pensiero, infine, sull’ecumenismo fallito. “Lo si pretende soltanto dai cattolici. L’unione sarebbe possibile, già Paolo VI li aveva implorati, ma non se gli anglicani rincorrono lo spirito del tempo. Le loro decisioni sono radicalmente antiecumeniche. Non ci si riavvicina a una chiesa che ordina sacerdoti gay e fa una lesbica vescovo. L’Inghilterra è ormai un deserto religioso”.
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mercoledì 9 luglio 2008
Un'estate a tutto sesso su Canale 5.
L'estate "calda" di Canale 5.
Arrivano The Tudors e Dirty Sexy Money.
(TGCom) Scandali, lussuria, tradimenti e ossessioni alla corte di Enrico VIII, interpretato da Jonathan Rhys Meyers, e poi vendette e intrighi in una potente dinastia newyorkese, guidata da Donald Sutherland: con due serial statunitensi dai cast di tutto rispetto, The Tudors e Dirty Sexy Money, si accende dal 3 luglio l'estate "calda" di Canale 5. Si comincia con il dramma storico The Tudors (già proposto su Mya).
La serie racconta i primi anni del regno di Enrico VIII di Inghilterra puntare sulla vita amorosa e politica dell'ambizioso e monarca. A dare il volto a Enrico VIII, il sovrano che per la fissazione di concepire un erede si sposò ben sei volte, decapitò e ripudiò le sue mogli, è Jonathan Rhys Meyers. The Tudors ha raccolto ottimi ascolti in America, conquistando in particolare i giovani (dai 17 ai 24 anni) e mettendo d'accordo telespettatori e critica, e ha fatto incetta di premi: ben sette agli ultimi Irish Film and Television Awards. Nel cast ci sono anche Sam Neill (il cardinale Wolsey), Jeremy Northam (Tommaso Moro), Maria Doyle Kennedy (Caterina d'Aragona), Natalie Dormer (Anna Bolena), Steven Waddington (il duca di Buckingham) e Gabrielle Anwar (Margaret).
Da agosto toccherà poi alle dieci puntate di Dirty Sexy Money, eletta da Entertainment Weekly e Variety come la miglior nuova serie dell'anno. Nick George (Peter Krause) è un avvocato idealista che, dopo la tragica morte del padre Dutch, prende il suo posto come avvocato di fiducia per la facoltosa famiglia Darling. La potente dinastia, che dietro l'aspetto glamour e patinato nasconde segreti e bizzarre abitudini, è composta dal patriarca Tripp Darling (Donald Sutherland) e dalla depressa moglie Letitia (Jill Clayburgh) con i loro cinque figli: il primogenito Patrick (William Baldwin) in procinto di candidarsi al Senato degli Stati Uniti, che dietro l'aria di figlio modello nasconde molti segreti, tra i quali un amante transessuale con il quale tradisce la moglie; la svampita Karen (Natalie Zea), pronta a sposarsi per la quarta volta, ma da sempre follemente innamorata di Nick; i gemelli Jeremy (Seth Gabel) "adolescente" di 25 anni che passa il suo tempo tra feste, celebrità e partite di poker (seminandosi dietro non pochi scandali a discapito della famiglia), e Juliet (Samaire Armstrong), con atteggiamenti alla Paris Hilton solo per nascondere una forte insicurezza. Infine Brian (Glenn Fitzgerald), pastore protestante, che dietro la facciata di perfetto religioso nasconde un animo superficiale, opportunista e calcolatore, ma anche sensibile in molti degli atteggiamenti verso il figlio illegittimo, suo unico segreto da nascondere alla perfetta famiglia.
La serie, prodotta dagli Abc Studios, è stata creata da Craig Wright (Brothers & Sisters, Lost, Six Feet Under).
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Una scena particolarmente spinta di The Tudors.
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Dirty sexy money.
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lunedì 7 luglio 2008
Libri. Vita e cultura gay.
Storici di nove Paesi per una storia dell’omosessualità. Dall’antichità a oggi attraverso saggi e immagini. Arte, letteratura, fotografie documentarie. Per una visione completa dell’amore tra persone...
(Daniela Fiacco - Exibart) Si fa certamente notare per l’ambizione questo progetto a cura di Robert Aldrich, docente di Storia europea alla University of Sidney. Infatti, una storia “universale” dell’omosessualità richiederebbe una valanga di tomi per essere trattata con perizia di dettaglio. Questo libro, invece, ci prova con quasi quattrocento pagine, il che richiede una certa abilità di sintesi e presuppone il rischio di scadere nel già detto. Sicuramente, a quest’opera non manca la capacità di offrire un ripasso scrupoloso e soprattutto un’ampia visione di base, un primo mattoncino su cui maturare un’idea approfondita del rapporto fra storia, politica, omosessualità e linguaggi artistici.
Sì, perché l’aspetto più interessante del libro, oltre alla piacevole chiarezza dello stile, è l’ampia scelta d’immagini e riferimenti all’arte. Dalla letteratura ai documenti storici, dalla pittura alla fotografia, cogliendo pienamente quel rapporto sottile di reciproche influenze fra la storia e i fenomeni artistici. Un buon libro, nel senso più canonico dell’espressione. Viene quindi spontaneo interrogarsi sulle reali ragioni per cui in Italia sia stato rifiutato più volte prima di essere pubblicato da Cicero (la casa editrice inglese Thames & Hudson lo ha pubblicato per prima e vanta varie traduzioni in tutto il mondo).
L’impianto storiografico è dei più classici: dall’antichità classica greco-romana, tra sessualità non colpevolizzata e rigidi schemi sociali, fino al macabro Medioevo, tra roghi e persecuzioni. Dall’epoca moderna alle battaglie degli anni ’60-’70 fino al problema tuttora attuale dell’Aids, dagli anni ’80 in poi. Europa, Americhe, Medio oriente, Africa, Asia e Australia a più riprese tra condanne, rivendicazione, diritti conquistati e diritti negati, fino alla realtà odierna, dove la situazione appare quanto mai ambigua e problematica.
Scrive Gert Hekma a conclusione del libro: “In molte città del mondo si è sviluppata una scena gay vivace e il movimento gay, fondato sull’identità, ha riscontrato alcuni successi, soprattutto nell’Europa occidentale e in Sudafrica. D’altro canto in varie parti del mondo vi sono forti tendenze omofobe, soprattutto nei paesi musulmani e lì dove le varie denominazioni cristiane protestano la loro condanna. La persecuzione di gay e lesbiche continua, a volte da parte di istituzioni statali, spesso da parte di privati”. E la previsione resta ambigua: “Il futuro è aperto, ma la direzione verso la quale porterà l’emancipazione rimane oscura.
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ALDRICH ROBERT
VITA E CULTURA GAY. STORIA UNIVERSALE DELL'OMOSESSUALITA' DALL'ANTICHITA' A OGGI
Editore: CICERO
Numero di pagine: 384, Prezzo: € 48,00
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Etichette: letteratura, libri, questione omosessuale, storia
mercoledì 2 luglio 2008
Pirati e sodomia? Una fantasia.
Pirati, armi improprie dei potenti.
(Valerio Evangelisti - Il Corriere della Sera) Philip Gosse riesce in un'operazione apparentemente impossibile: condensare in un numero limitato di capitoli un tema ampio che abbraccia diversi secoli e differenti quadranti del mondo, come la storia della pirateria. Lo fa con onestà, capacità di sintesi e chiarezza narrativa. Soprattutto, evita le seduzioni a cui si è prestata di recente certa saggistica, di matrice soprattutto libertaria, che ha scorto nelle «repubbliche dei pirati» (secondo la definizione di Hakim Bey, Le repubbliche dei pirati, Shake 2008) il regno dell'utopia, o addirittura della rivoluzione sessuale. Pure sciocchezze, visto che dai Fratelli della Costa fino a Jean Lafitte e oltre, per non parlare di tempi più remoti, i fuorilegge del mare hanno sempre unito, alle attività consuete di rapina, quella altrettanto fruttuosa di mercanti di schiavi.
Quanto alla libera sessualità, coincideva con quella dei bordelli. Le donne pirata, di cui tanto si è favoleggiato, furono in Occidente due sole, Anne Bonnie e Mary Read, trascinate in quella vita dai loro uomini e accettate perché si fingevano maschi (non dovevano essere tanto belle). E nemmeno è vero che tra pirati si praticasse liberamente l'omosessualità, come ha sostenuto B. R. Burg in uno studio pochissimo documentato ( Pirati e sodomia, Eleuthera 1994). La sessualità era libera con le prostitute, le schiave, le indigene caraibiche vendute dai loro mariti. Donne acquistabili, dunque. Si manifestava in forma di violenza carnale nelle città che i pirati riuscivano a conquistare, fossero barbareschi oppure filibustieri del Nuovo Mondo. Quanto alle pratiche omosessuali, erano quelle comuni alla vita di bordo, sotto tutte le latitudini. Ne facevano le spese soprattutto i mozzi, cioè ragazzini e adolescenti provenienti dai brefotrofi e imbarcati a forza. I filibustieri erano a volte omosessuali al largo, eterosessuali a terra.
Eppure la leggenda di una pirateria «liberatrice» ha preso piede, sull'onda di film di successo e dei vecchi romanzi salgariani. Va comunque detto che la composizione della Filibusta vi si prestava. Canaglie di tutto il mondo, certamente. La definizione di Marcus Rediker, autore del libro omonimo (Eleuthera 2007), è di sicuro appropriata. Rematori evasi dalle galere, eretici perseguitati, ex detenuti, disertori, contrabbandieri, fanatici e delinquenti. Un'umanità turbolenta, stretta da un solo ideale: arricchirsi in fretta, sperperare in fretta, e poi morire in fretta.
Philip Gosse evita le secche dell'idealizzazione a oltranza e, con rapidi cenni, riconduce il fenomeno piratesco alla sfera che gli compete: il banditismo. Al tempo stesso, non cade nell'anglocentrismo proprio di tanti autori inglesi e americani. Costoro hanno definito i primi decenni del '700 come l'«età d'oro della pirateria» soprattutto in virtù di un volume, firmato Capitano Johnson e da taluni attribuito a Daniel Defoe ( Storia generale dei pirati, edizioni Cavallo di ferro 2006), ricco di documentazione sulle gesta degli ultimi filibustieri inglesi della Giamaica. In realtà, se di «età d'oro» si vuole parlare, ci si dovrebbe riferire alla seconda metà del secolo precedente (come ha dimostrato Cruz Apestegui, in Piratas en el Caribe, edizioni Lunwerg 2000). Fu allora che i ladrones del mar del Nordamerica smisero di limitarsi a depredare i galeoni spagnoli di passaggio, e cominciarono a prendere d'assalto le più ricche colonie costiere, travolgendone le difese.
Fu l'epoca dell'Olonese, di Henry Morgan, di Roc il Brasiliano, di Laurens de Graaf. Forti, anzi fortissimi, perché incoraggiati dal Re Sole, in guerra con la Spagna. Nel XVII secolo venne meno, di fatto, la distinzione mai troppo chiarita tra pirata e corsaro. Se il secondo, all'epoca di sir Francis Drake, aveva goduto di una «patente di corsa» che quasi lo aggregava alla marina militare del suo Paese, i pirati, lungi dall'essere «liberi professionisti» della rapina in mare, quasi sempre godevano di una lettera d'incarico del governatore francese dell'isola di Tortuga o di quello inglese della Giamaica. A loro consegnavano, solitamente, il dieci per cento di quanto predato.
In definitiva, i pirati furono spesso strumento di guerre politiche combattute a distanza e con mezzi non convenzionali, e i loro momenti di declino coincisero con le fasi in cui le potenze committenti ritenevano di non avere più bisogno dei loro servigi. Il declino definitivo e irreversibile si ebbe poi agli albori del XX secolo, quando le navi, meglio difese, diventarono una preda troppo difficile per essere redditizia. Ciò non impedì che episodi di guerra da corsa si avessero anche durante il secondo conflitto mondiale, sia attorno all'Europa che in Asia, con comandanti di navigli militari o di sommergibili autorizzati dai comandi a navigare liberamente e ad affondare e depredare qualsiasi imbarcazione nemica incontrassero. L'introduzione del radar mise fine anche a questa estrema appendice, poco romantica, della pirateria.
Rimasero sul mare, invece, i contrabbandieri. A essa si può ascrivere la pirateria ancora esistente, che ha visto nel 2007 centinaia di assalti a yacht, cargo e persino petroliere, a opera di
gang organizzate dedite principalmente al contrabbando e attive sulle coste africane, cinesi, malesi oppure, ancora una volta, nei Caraibi. Sconcerta, in questo revival piratesco, l'estrema ferocia dei protagonisti, armati adesso di AK 47 e degli strumenti della moderna tecnologia.
I pirati del passato non erano meno crudeli degli attuali, e forse lo erano di più. L'Olonese che fa tagliare mani e piedi agli spagnoli catturati e, in un caso, divora il cuore di uno di essi sotto gli occhi dei compagni; Roc il Brasiliano che fa arrostire alcuni prigionieri e obbliga gli altri a nutrirsi dei loro corpi; Montauban che si diverte a sfilare le budella dal ventre di nemici ancora vivi. Non sono precisamente gesta da eroi libertari, né da Che Guevara in pectore; anche perché il fine, ossessivo, di tanta ferocia è uno solo: la sete di denaro.
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martedì 1 luglio 2008
A Capri ripaperta la via Krupp. Nel 1901 i socialisti tedeschi lo accusarono di essere omosessuale.
(Il mattino di Napoli) Capri. Una giornata storica. Non solo per i capresi. Perchè via Krupp è conosciuta nel mondo ed è rimasta chiusa per trentadue infiniti anni, a causa di una frana staccatasi dal costone roccioso che fiancheggia la lunga e sinuosa sequenza dei tornanti. Anni di impasse. Di amarezza. Di aspre polemiche per un angolo di bellezza stratosferica che sembrava per sempre perduto. «Onore a noi che non ci siamo mai arresi», sussurrano i capresi. Nuda la cronaca. Tortuoso come quei tornanti l'iter dei finanziamenti. Nel 2004 il Comune di Capri viene incluso in graduatoria e ottiene dalla Regione sei milioni di euro. La Regione successivamente stanzia altri 800mila euro (fondi Por) destinati agli interventi ultimativi, al rifacimento dell'assetto stradale e dei muretti di contenimento. Alla fine, il restauro - firmato dall'ingegner Gianluca Salvia - si presenta curatissimo, raffinato, credibile. Insomma, all'altezza della strada «più bella del mondo». Una consolazione dopo le terribili e ripetute paure che il serpentone scavato nella roccia ha più volte suscitato. Ottobre 2005, per esempio. Quando, dopo tre giorni di pioggia, uno smottamento fa tremare via Krupp nell’area ancora transitabile, dove già esiste per fortuna la rete paramassi. Intervengono i vigili del fuoco. Si procede a sgomberi. Si spera nel futuro. È un percorso magico, stagliato nella roccia. Un groviglio di giravolte. Un invito a nozze per il turismo colto che da sempre arriva a Capri per ripercorrere strade e suggestioni del mitico Grand Tour. La suggestione è assicurata: sono le stesse stradine frequentate, per esempio, da Lenin e da Gorky, che qui aveva casa e trascorreva lunghi periodi di riflessione e riposo. La strada dei sogni. A realizzarla, insieme a molte altre opere assai ardite, fu all'alba del '900 un ingegnere-architetto napoletano dal cognome forestiero, Emilio Mayer, che contribuì con la sua straordinaria creatività a trasformare e a modernizzare Capri. Fu lui a progettare le vie provinciali per collegare Marina grande con il centro dell'isola. Fu lui a collegare Capri ad Anacapri. Dal sito che oggi occupa la mitica Piazzetta, l'ingegnere fece sloggiare il carcere. E così nacque quello che oggi è il «salotto del mondo». Per via Krupp il «miracolo» fu possibile solo grazie a quelle 46mila lire che costituivano il costo inizialmente previsto per l'opera. A sborsare il denaro fu colui che all'epoca era l'uomo più ricco d'Europa, il tedesco Friedrich Alfred Krupp, titolare delle officine di famiglia che a Essen si estendevano per 400 ettari e occupavano 40mila operai. Rotaie, vagoni ferroviari, ancore e scafi. I Krupp erano definiti «i re dei cannoni». Perchè ne fabbricavano di ogni tipo. Alfred Fritz Krupp, sposato e papà di due bambine, non era solo un capitano di industria, ma anche cultore di scienze e in particolare di biologia marina. Lui era di salute cagionevole: soffriva di vertigini, pressione alta, asma. I medici perciò gli imposero di trascorrere buona parte dell'anno sul mare. Fu per questo che nel 1898 sbarcò a Capri. Dove portò il suo yacht «Maya», che mise a disposizione dell'Acquario di Napoli. Krupp restò a Capri per quattro anni, tra allontanamenti e ritorni. La strada, la via Krupp, doveva essere lunga 1346 metri e 60 centimetri. L'incarico operativo all'ingegner Mayer fu affidato nel 1900. E fu subito polemica. Violenta e senza esclusione di colpi, specie da parte del giornale di sinistra di Napoli, «La propaganda», che - convinto che Krupp fosse schierato sul versante opposto - mise in giro voci su una sua presunta omosessualità. Veleni giunti fino al paese natale di Krupp: l'organo del partito socialista tedesco, il «Vorwarts», scrisse che «l'uomo più ricco di Germania indulge a pratiche omosessuali con giovani capresi». Oscura e carica di dubbi fu la morte di Fritz Krupp: era il 1902 quando lo ritrovarono morto nella sua villa una mattina di novembre. Infarto, la spiegazione ufficiale. Ma nessuno vide il cadavere. E in tanti pensarono che l'industriale si fosse tolto la vita.
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domenica 29 giugno 2008
The Tudors, il dramma storico va in tv.

In Italia The Tudors farà sicuramente discutere per le scene di sesso esplicito sia etero sia gay. Il fine, hanno detto i produttori, è di analizzare quel che si nasconde dietro il temperamento immorale e la testardaggine di mettere necessariamente al mondo un figlio maschio che indussero il sovrano a sposarsi sei volte ed a far decapitare o ripudiare le sue mogli. La vicenda inizia quando Enrico VIII ha circa 30 anni e sta preparando la guerra alla Francia. La rivista Variety ha definito la serie “grande, audace, sfarzosa, con giochi politici intriganti, scenografie regali e costumi assolutamente incantevoli”. Il prodotto è il più costoso in assoluto della storia di Showtime, canale a pagamento USA: è costato 38 milioni di dollari. A seguirlo, sia oltre oceano sia su Mya /Premium Gallery, un pubblico giovane dai 18 ai 24 anni. Anna Bolena è interpretata da Natalie Dormer, Tommaso Moro da Jeremy Northam. Nel ruolo del duca di Buckingham c’è invece Steven Waddington.
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mercoledì 25 giugno 2008
A proposito del romanzo di Leavitt. Gli Apostoli libertini dell'era vittoriana.
(L'Espresso) Nati nel corso dell'800 come società segreta composta da un'élite di intellettuali dell'Università di Cambridge, gli Apostoli sono diventati nel corso del '900 l'emblema del libertarismo in ambito filosofico e del libertinismo in ambito sessuale. In realtà l'identificazione è di per sé una forzatura, gli Apostoli infatti erano nati come società segreta, ma con fini fondamentalmente conservatori, il fondatore George Tomlinson, sarebbe diventato un importante vescovo anglicano. Ma anche nella forzatura c'è molta verità. Gli Apostoli conobbero infatti il loro momento d'oro in due decenni, quelli racchiusi a cavallo dell'inizio del secolo fino alla Prima guerra mondiale (l'epoca di cui parla il romanzo di Leavitt), quando si trasfusero nel gruppo di Bloomsbury.
Scelsero di ritrovarsi fuori dall'Università per poter ammettere al circolo anche le donne. A spingere in questa direzione erano i filosofi George Edward Moore e Bertrand Russell, l'economista John Maynard Keynes, il matematico Godfrey Harold Hardy (il protagonista dell'articolo a fianco) e intellettuali come Lytton Strachey e Leonard Woolf, marito della scrittrice Virginia. Anche Wittgenstein partecipò a qualche riunione del gruppo. Gli Apostoli a Bloomsbury hanno posto in modo radicale la questione del legame inscindibile fra liberazione intellettuale e liberazione personale: contestando ogni forma di legame, accademico, familiare. Molti di loro furono omosessuali.
Marxismo e omosessualità sono fra le caratteristiche più note dei membri del gruppo che conobbe dopo la Seconda guerra mondiale un nuovo momento di fama quando alcuni suoi membri, come Guy Burgess, Anthony Blunt (nella foto e curatore delle opera d'arte della regina), Donald MacLean e Kim Philby (scappato in Urss) furono accusati di spionaggio in favore dell'Unione Sovietica. Anche in questo caso l'omosessualità di Burgess e Blunt fu posta in evidenza come caratteristica del gruppo, ma con fini denigratori: Blunt infatti fu accusato di aver manipolato e reclutato Burgess.
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sabato 7 giugno 2008
Quando la "gaya" destra sale in cattedra diventa noisa.
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Lo "Chic pride" delle ragazze in frac e peplo.
(Roberta Tatafiore - Il Secolo) Oggi al comune di Roma accade qualcosa di speciale dopo che qualcosa di specialissimo è già accaduto. Mi riferisco al primo incontro tra il sindaco Alemanno e le associazioni omo-lesbo-bisex-tans cittadine di una settimana fa e al convegno “Gay Pride Made in Italy, quale modello?” del pomeriggio, organizzato dal DI’Gay Project romano, patrocinato dagli assessorati alle politiche culturali del Comune e della Provincia. Mi aspetto scintille, di quelle che quando scoppiettano non bruciano ma accalorano piacevolmente i volti.
Infatti: il tradizionale corteo del 7 giugno, a Roma, sarà il banco di prova di una svolta, e non solo perché è cambiato il colore politico dell’amministrazione capitolina. Infatti serpeggiano nuove domande tra il popolo organizzato delle e degli uguali-diversi fin dal giorno dopo l’imponente, e divertente, appuntamento dell’anno scorso: nudità o decoro? Provocazione o captatio benevolentie? Manifestazione ghettizzata per mostrare la forza dell’opposizione o presenza diffusa per affermare (come suggerisce Daniele Priori) che “tutta nostra è la città”? Di questo si palerà.
L’anno scorso c’ero e non è da me scandalizzarsi per i giovani maschi seducenti in tanga o per le trans svestite da francobolli di stoffa. Notavo però che le lesbiche (mai così tante) erano tutte vestite come quando vanno all’università, al lavoro o stanno a casa. Perché? Lungi da me imputare la differenza all’innata purezza femminile, all’altrettanto innata impurità maschile e alla
sfacciataggine connaturata alle trans: tutte e tutti siamo la storia che abbiamo alle spalle. Ho perciò molto apprezzato che tra le proposte presentate al sindaco dal Gay Lib ci sia quella di istituire un archivio storico aperto agli studiosi e agli studenti intitolato a Massimo Consoli, ricostruttore di storia, il quale, nella sua vita piena di affetti e di passioni, ha scritto libri
esemplari e catalogato lo scibile omosex. Una delle sue ultime genialate è legata al nome di Karl Heinrich Ulrichs giudice mancato a causa del suo coming-out ottocentesco e guglielmino. Colui che per primo apre una breccia contro le persecuzioni legali dei “diversi”, infatti, nasce in un paesino tedesco nel 1825 e muore a L’Aquila nel 1895. Già ammalato, Consoli si reca colà, va alla ricerca della tomba e la trova: sbriciolata, affossata e coperta da rovi. Smuove mari e monti, con la sua consueta grazia, informando tanto le autorità civili quanto quelle religiose su chi sia e perché sia così importante quel sepolto sconosciuto. Oggi la tomba è salva.
Ulrichs è troppo precursore dei tempi per esibire l’orgoglio del corpo omosessuale, ma la nudità maschile come affermazione della bellezza e della cura del sé, è il tratto che caratterizza la pamplettistica “di movimento” a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, per impulso di un altro grande tedesco: Hans Magnus Hirschfeld. Medico e filosofo, è il primo a creare una vera e propria
corrente d’opinione a favore della depenalizzazione del reato di omosessualità.
(Il che avrà corso solo dopo la seconda guerra mondiale.) Hirschfeld vive nella capitale del Reich, dove i processi per omosessualità sono all’ordine del giorno e la galera per i rei, pure. Che però non lo toccano perché lui si muove come un pesce nell’acqua grazie alla fama di studioso e alle conoscenze nelle alte sfere dell’impero. Dirige un ambulatorio sanitario e un centro studi nei quali
vengono curate e classificate tutte le devianze sessuali possibili: maschili, femminili e quant’altro. La classificazione serve a fondare la teoria dell’omosessualità come “terzo sesso”, che al medico-filosofo sta molto a cuore.
La cura consiste nella “terapia dell’accettazione” che vuol dire anche fornire ai pazienti un attestato di “malattia” per ottenere il permesso della polizia a indossare in pubblico abiti non conformi allo stato anagrafico. Già, perché la passione del travestimento è clamorosa nei maschi (l’hit è il frac con calze e giarrettiere al posto dei pantaloni) ma piace anche alle femmine che adorano indossare tanto pantaloni neri e candide camicie a piegoline quanto fantasmagorici abiti da sera stile cafè chantant. Tutte e tutti trans-vestiten, vagano nella notte berlinese per club e ritrovi privati. Il loro luogo simbolo è il café Eldorado.
Nel 1910 Hirschfeld conosce il dottor Benjamin, sessuologo alle prime armi interessato a coloro che non stanno a proprio agio con il sesso genetico.
L’intenzione dei due è di trovare una cura per lenire le sofferenze di queste creature. Ma arriva la guerra e poi il Nazismo: Hirschfeld emigra in Svizzera dove morirà, Benjamin si trasferisce negli Stati Uniti. A San Francisco apre uno studio di consulenza sessuale. Transessuali di ambo i sessi, che non sanno ancora di chiamarsi tali, accorrono perché vengono curati con miscugli di
ormoni, mentre se vanno o vengono mandati dagli psichiatri vengono sottoposti alla psicoterapia freudiana e se non funziona per riportarli sulla via gentica, con l’elettroshock e la lobotomia. Nel 1953 il dottor Harry Bejamin stupisce il mondo e l’America presentando al pubblico George William Jorgensen, ufficiale danese, operata e con seni da maggiorata. Il New York Daily News titola: "Ex-GI becomes blond beauty". Bellezza bionda. Si capisce perché le trans da uomo a
donna non resistano ai lustrini e alle paillettes, anche se non fanno per mestiere le mine vaganti del sesso commerciale ma le cassiere al supermercato. E si capisce perché quella delle donne omosessuali sia tutta un’altra storia.
Persecuzione legale vera e propria nei loro confronti non c’è mai stata. La loro sessualità, per quanto considerata pericolosa, è stata diluita nella “naturale propensione femminile alle perversioni”. Storicamente, del resto, è dimostrato che esse ricavano i loro spazi di libertà grazie al minor interesse che la legge e la scienza dimostrano nei loro confronti. Inoltre emergono, come singole e come “gruppo”, più tardi degli uomini.
Se l’eldorado berlinese degli anni 10, 20 e 30 dell’ultimo secolo del secondo millennio è il loro primo palcoscenico – un palcoscenico straordinariamente democratico che raduna dalle operaie alle contesse - la Parigi del pre e post terza guerra mondiale é “tutta la loro città”. Si muovono tra caffè e ristoranti, mostre artistiche, convegni letterari. Cosmopolite, vengono da tutti i paesi europei e dagli Usa. Sono scrittrici, libraie, fotografe, giornaliste, pittrici, perfettamente integrate nell’industria culturale delle due epoche e nella società “mista” intellettual-borghese dei tempi. Tranne la scrittrice Gertrude Stein che infagotta la corpulenta figura in informi gonne e blusotti,
sono elegantissime e per lo più molto femminili. Una delle “regine”, l’americana Janet Flanner, corrispondente per il New Yorker, di bellezza severa strepitosa, nelle serate più mondane indossa morbidi pepli. Solo in tempo di guerra, predilige la divisa militare US, ma le sue labbra sono sempre tinte di rossetto. Così la vediamo in una foto assieme a Ernest Hemingway. In un epoca in cui le società occidentali non sono ancora così di ma massa, il lesbismo é connotato da
un tocco di classe e rappresenta le élites femminili. Questo vorrà pur dire qualcosa.









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