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venerdì 28 dicembre 2007

L'editoriale di Eugenio Scalfari su Repubblica: Non nominate il nome di Dio invano.

MI HANNO molto colpito i pensieri e le parole scritte nei giorni scorsi dalla senatrice Paola Binetti e da lei affidate in una lettera al "Foglio" che, a quanto lei stessa scrive, è ormai il suo giornale di elezione. Il testo di quella lettera è stato poi integralmente ripubblicato dal "Corriere della Sera". E di nuovo la senatrice ha ripetuto e ancor più estesamente formulato i suoi pensieri in un dialogo sulla "Stampa" con Piergiorgio Odifreddi.

Il tema di questi interventi è singolare. Viene affrontato per la prima volta nel mondo e per la prima volta nella Chiesa cattolica da parte d'un cattolico militante che si riconosce in un partito ed ha un seggio nel Senato della Repubblica. Si tratta dell'intervento di Dio nella formulazione delle leggi, sollecitato dalle preghiere della senatrice devota.

Ricordo il caso per completezza di informazione. Si votò pochi giorni fa in Senato la conversione in legge del decreto sulla sicurezza. Tra le varie norme ce n'era una che configurava come reato di razzismo la discriminazione nei confronti degli omosessuali effettuata con atti o parole di istigazione a discriminare. La Chiesa si allarmò per timore che la sua predicazione che considera l'amore tra omosessuali una devianza contro natura venisse giudicata reato penalmente perseguibile. Reclamò la cancellazione di quella norma e invitò esplicitamente i parlamentari cattolici a votare contro di essa.

Si trattava con tutta evidenza d'un intervento e d'una interferenza che violavano in modo grave le disposizioni concordatarie. Talmente scoperta - quell'interferenza - da richiedere una protesta formale del governo nei confronti della Santa Sede. Protesta che invece e purtroppo non c'è stata.

Il governo però, a sua volta allarmato dai possibili effetti di quell'interferenza clericale, pose la fiducia sul decreto e sui singoli articoli. I molti parlamentari cattolici che fanno parte della maggioranza votarono la fiducia pur con qualche disagio di coscienza. La Binetti, anch'essa con qualche disagio di segno opposto, votò invece contro la fiducia, cioè contro il suo partito e il suo governo, in obbedienza al dettame della gerarchia ecclesiastica romana.
Il Partito democratico nel quale la senatrice milita decise di mostrare comprensione per il suo voto di dissenso e di non applicare nei suoi confronti alcuna censura politica.

Quanto alla norma concernente l'omofobia, essa fu approvata per un solo voto. Quello contrario della Binetti (e l'altro egualmente contrario del senatore a vita Giulio Andreotti) furono infatti compensati da altri voti. Forse ispirati, questi ultimi, dal demonio. Non si sa e non si saprà mai.

* * *

Fin qui il caso Binetti. Niente di speciale: un caso di coscienza che avrebbe potuto far cadere il governo il quale riuscì tuttavia ad ottenere la fiducia e passare ancora una volta indenne in mezzo a tante traversie.

Trasferitosi l'esame della legge alla Camera, dove il governo dispone d'una più solida maggioranza, si scoprì però che proprio quell'articolo sull'omofobia era affetto da un errore di redazione. Si menzionava infatti come punto di riferimento della norma una direttiva dell'Unione Europea contenuta in un trattato che risultò non essere quello citato ma un altro. Insomma una citazione sbagliata, un errore di sbaglio come si dice in casi analoghi con qualche ironia.
Per evitare che l'emendamento dovesse nuovamente implicare un voto del Senato, il governo decise alla fine di far cadere l'articolo in questione per poi ripresentarlo in altro modo e con altro strumento legislativo.
Normale gestione d'una situazione parlamentare complicata.

* * *

Ma ecco a questo punto insorgere un secondo caso Binetti. Ben più clamoroso del precedente, anche se per fortuna senza effetti parlamentari immediati. E sono appunto le lettere al "Foglio" e il dibattito sulla "Stampa" dove la senatrice sostiene la tesi del miracolo. L'errore di sbaglio, la citazione incomprensibilmente sbagliata non si può attribuire, secondo la Binetti, ad una trascuratezza umana. Quella trascuratezza c'è indubbiamente stata, ma non è né dolosa né colposa. E' talmente macroscopica e impensabile che non può che essere stata effetto d'un "intervento dall'Alto" - così testualmente scrive la Binetti - stimolato dalle sue preghiere.
La senatrice enumera altri casi di leggi e norme da lei ritenute indispensabili per il bene della comunità e della morale, che sono state approvate in Parlamento e da lei attribuite ad altri "interventi dall'Alto", anch'essi stimolati dalle sue preghiere.

Altre norme da lei desiderate e altre preghiere da lei elevate al cielo non hanno invece trovato ascolto (è sempre la senatrice che parla) ma ella non dispera che lo troveranno in un prossimo futuro.

Siamo di fronte ad un caso che, come ho prima accennato, non ha riscontro nella storia né parlamentare né religiosa di nessun Paese. Leggi e norme sull'approvazione delle quali si sarebbero verificati interventi di Dio in accoglienza di preghiere di parlamentari. Come giudicare simili affermazioni? Una presunzione inaudita? Un disturbo mentale? Una fede capace di muovere le montagne e quindi nel caso specifico di ottenere risultati parlamentari altrimenti inspiegabili? Una forma di fondamentalismo ideologico che può suscitare un anti-fondamentalismo di analoga natura ma di segno diverso?

* * *

Mi permetto di segnalare alla senatrice Binetti che il tipo di preghiere da lei elevate a Dio affinché intervenga nella legislazione italiana sono decisamente in contrasto con la costante dottrina della religione da lei professata.

E' curioso che la senatrice non se ne renda conto. È ancor più curioso che sia io a segnalarglielo. Ciò crea una situazione a dir poco comica. Divertente. Paradossale.

La dottrina cattolica infatti ha costantemente incoraggiato la preghiera dei suoi fedeli. La preghiera privata ma soprattutto quella liturgica, tanto meglio se effettuata pubblicamente e coralmente nelle chiese o in qualsiasi sede appropriata.

Ha anche indicato - la dottrina - quale debba essere l'oggetto della preghiera. Non già invocare Dio a compiere miracoli su casi concreti come la guarigione da una malattia o, peggio, un beneficio immediato, una promozione, una vincita alla lotteria, l'ottenimento d'un posto di lavoro e simili.

L'approvazione di un articolo o di un comma o la vittoria d'un quesito referendario non sono state mai contemplate in questa casistica, ma ritengo che possano logicamente rientrarvi. Impegnare il nome e l'intervento di Dio in questi "ex voto" avrebbe piuttosto l'aria d'una provocazione e sfiorerebbe la blasfemia violando il comandamento mosaico che fa divieto di "nominare il nome di Dio invano".

L'oggetto della preghiera deve essere solo quello di chiedere a Dio che la sua grazia discenda sull'orante, che lo aiuti a sopportare il dolore e la sofferenza, che non lo induca in tentazioni, che lo liberi dal Male (cioè dal peccato), che fortifichi il suo amore per il prossimo.
Perciò lei fa benissimo, senatrice Binetti, a pregare affinché la grazia discenda su Giuliano Ferrara (nella sua lettera al "Foglio" c'è scritto anche questo) volendo, potrebbe anche cimentarsi a chiedere che la grazia divina scenda su di me. Non me ne offenderei affatto e sarebbe carino da parte sua.

Ma coinvolgere Dio nella discussione parlamentare, questo, gentile senatrice, è una bestemmia di cui forse lei dovrebbe confessarsi. Però da un sacerdote scelto a caso. Se va da sua eminenza Ruini sarebbe sicuramente assolta in terra. In cielo non so.

Post scriptum. "Il giusto modo di pregare è un processo di purificazione interiore. Nella preghiera l'uomo deve imparare che cosa egli possa veramente chiedere a Dio, che cosa sia degno di Dio. Deve imparare che non può pregare contro l'altro. Deve imparare che non può chiedere le cose superficiali e comode che desidera al momento, la piccola speranza sbagliata che lo conduce lontano da Dio. Deve purificare i suoi desideri e le sue speranze".

Queste parole si leggono nell'enciclica "Spe Salvi" di Benedetto XVI, a pagina 64 nell'edizione dell'"Osservatore Romano". Le rilegga, senatrice, e cerchi di capirne bene il senso. Soprattutto non si autogiustifichi: il Papa, nella pagina seguente, ne fa espresso divieto.

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giovedì 27 dicembre 2007

Dopo Il Mario Mieli anche Nuova Proposta lascia il Tavolo del Comune di Roma.

(Queerblog) Dopo l’annuncio del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli di uscire dal Tavolo permanente orientamento sessuale e identità di genere promosso dal Comune di Roma in seguito alla non approvazione del Registro delle Unioni Civili un’altra associazione romana lascia.

La defezione arriva questa volta da Nuova Proposta , uomini e donne omosessuali credenti, le motivazioni dell’uscita sono più o meno le stesse del Mieli anche se, come scrivono nel comunicato pubblicato proprio sul sito del Mario Mieli,

Nuova Proposta non è un gruppo propriamente politico, per le persone cui si rivolge, per la maggior parte d’orientamento cristiano, per Nuova Proposta l’accaduto – l’ennesimo respingimento di un registro delle unioni civili – diventa ancora più grave, a seguito dell’ingerenza del Segretario di Stato Vaticano Bertone.

Purtroppo, a nostro avviso, dopo la bocciatura delle delibere in esame, il tavolo di “coordinamento” non può più essere definito tale.

L’abbandono del tavolo da parte del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, presente da tempo nel territorio romano e nazionale e nel panorama culturale e politico del movimento gltq italiano, non garantisce l’indipendenza del lavoro del tavolo dalle logiche partitiche che come cristiani rigettiamo.

A malincuore prendiamo questa decisione, riconoscendo l’ottimo lavoro che, attraverso tante tortuosità “politiche”, è stato fatto con l’assessore Mariella Gramaglia prima e con l’assessore Cecilia D’Elia poi (in primis il bando per le scuole) che di cuore.

Via Circolo Mario Mieli

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lunedì 17 dicembre 2007

Norme antiomofobia. Dl sicurezza, alt di Napolitano: «Farò esame attento e rigoroso».

Ma la maggioranza presentera' lo stesso testo alla camera anche se rischia la bocciatura. Risposta alla lettera di Matteoli (An) sui «riferimenti erronei» contenuti nella norma anti-omofobia.

(Il Corriere della Sera) Una precisazione che ha il sapore della bocciatura. «La questione relativa alla norma inserita nella legge di conversione del decreto n.181, e votata dal Senato in una dizione che contiene oltretutto riferimenti erronei, merita da parte mia, per la prerogativa attribuitami dalla Costituzione di promulgazione delle leggi, un esame attento e rigoroso, che certamente non mancherà». È quanto scrive il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al capogruppo di An al Senato, Altero Matteoli, che ha diffuso il testo della lettera, in risposta all'iniziativa degli altri capigruppo dell'opposizione e ai senatori Pera e Mantovano sulla norma anti-omofobia inserita nel decreto sicurezza. Una norma, contro le discriminazioni sessuali, finita al centro della bufera causando la crisi di coscienza della senatrice teodem Paola Binetti al momento del voto di fiducia. Il ministro Mastella ha minacciato di «chiudere l' esperienza del governo» se la norma non sparirà dal decreto sicurezza.

MATTEOLI - «Apprezziamo la pronta risposta del Presidente della Repubblica. Non avevamo dubbi - è la replica di Matteoli - che Napolitano si avvarrà delle sue prerogative costituzionali. Averci ulteriormente assicurato un esame attento e rigoroso della legge di conversione del decreto legge sulla sicurezza, che contiene una norma estranea al provvedimento e riferimenti erronei, è apprezzabile e ne diamo volentieri atto al Presidente». Con la loro lettera aperta, gli esponenti del centrodestra sottolineavano al Capo dello Stato «le criticità contenute nel decreto legge sulla sicurezza e al contempo gli chiedevano di assicurare un'approvazione rispettosa della Costituzione». È a questa iniziativa che fa riferimento Napolitano nella risposta, spiegando di aver letto «appena rientrato dagli Stati Uniti, la lettera (peraltro aperta) indirizzatami da lei e da altri capigruppo e senatori della opposizione, e recapitatami ieri (13 dicembre 2007 ndr)», ringraziando «per gli argomenti che ha voluto sottoporre alla mia attenzione».

MAGGIORANZA - Dal canto suo la maggioranza non sembra voler tenere conto della precisazione di Napolitano e ha deciso di non modificare il decreto legge sulle espulsioni, che martedì affronterà la prova dell’Aula alla Camera. È questo l’orientamento che prevale nel centrosinistra: durante la riunione congiunta delle commissione Affari Costituzionali e Giustizia sarebbe emersa, infatti, la decisione di non toccare la norma anti-omofobia, che contiene «riferimenti erronei», ma di sottoporre il decreto espulsioni così com’è all’Aula.

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domenica 16 dicembre 2007

Bonanni attacca il premier "Non governa e cede alle lobby". "Lavoratori esasperati da tasse e tariffe, e non c´è più concertazione".

Il leader Cisl: è Prodi che non ha più il senso della realtà, addio politica dei redditi.

(Luca Iezzi - La Repubblica) «Prodi dice che i rincari sono fuori dalla realtà? Il senso del reale lo ha perso lui che si meraviglia e non capisce che queste cose succedono perché il Paese non è governato» Raffaele Bonanni, segretario della Cisl, è furibondo con il premier, secondo lui reo di aver abbandonato «le uniche cose sensate fatte finora: concertazione, politiche dei redditi e concorrenza. Nel caos dominano le lobbies e il governo è sempre responsabile o perché non se ne rende conto o perché le lascia fare».
Il governo è responsabile anche della speculazione sui prezzi dei beni generata dopo l´agitazione degli autotrasportatori?
«Comportamenti cinici si verificano quando ogni centro di potere pensa di potersi avvantaggiare impunemente. Le concessioni fatte agli autotrasportatori sono state bilanciate dalla richiesta di comportamenti sui prezzi? Ma il problema è generale: l´unica linea politica riconoscibile e apprezzata di Prodi si è vista con il protocollo Welfare e con le leggi sulla concorrenza. Su fisco e salari tutto si è fermato: da luglio non incontra più i sindacati e le liberalizzazioni giacciono. Così i lavoratori dipendenti sono esasperati da quattro livelli di tassazione che si scaricano sul salario mentre tariffe e prezzi che vanno per conto loro. Nel frattempo in Finanziaria si creano nuove rendite, come quell´emendamento che intende privatizzare le linee ferroviarie più redditizie, lasciando allo Stato le perdite del servizio universale. Dove sono i difensori del mercato in quel caso?».
Maggior presenza del governo significa chiedere anche prezzi amministrati?
«Ci piacerebbe, ma è fuori dalla logica di mercato e quindi impensabile. Certo serve più concorrenza i monopoli di fatto e i cartelli di aziende sono tanti. Inoltre nel campo degli alimentari qualche problema sulla filiera c´è. In ogni caso coinvolgere i sindacati e le categorie servirebbe anche ad avere più controllo sui prezzi. Invece niente, se continua così lo sciopero generale a gennaio sarà inevitabile».
La corsa dei prezzi peggiorerà il crollo dei consumi previsto per il 2008 dal centro studi Confindustria?
«È sensato che il grido d´allarme arrivi da loro ed è un buon segno per i lavoratori. Dentro Confindustria pesa ancora il manifatturiero cioè chi si pone il problema della concorrenza internazionale e della tenuta dei consumi interni. Nei servizi, come le banche e le assicurazioni, imperano atteggiamenti più cinici. Ma anche se gli industriali, come chiede il sindacato, devono concedere aumenti salariali, servono interventi sulla tassazione e sui prezzi per non vanificarli. La politica dei redditi è questa».
Dopo gli autotrasportatori, i sindacati di Alitalia minacciano un Natale di disagi. È inevitabile?
«Non abbiamo altro modo per farci sentire. La compagnia è a un passaggio cruciale e da un anno e mezzo non ci viene accordato un incontro. Vogliamo discutere in trasparenza. Invece c´è l´interesse a svendere la compagnia, probabilmente agli stranieri, come fossimo un piccolo paese, e a nascondere i veri criteri della scelta, ma noi daremo battaglia».

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venerdì 14 dicembre 2007

Gay, quel matrimonio s'ha da fare.

(L'Unità - Clara Comelli*) C’è qualcuno in Italia che vuole il riconoscimento del matrimonio civile per gli omosessuali? La risposta è affermativa. Con buona pace di chi crede, o vuole credere il contra­rio. Documento questa afferma­zione con più dati. Proposte di legge depositate in questa legislatura: una a firma di Daniele Capezzone e altri cinque deputati della Rosa nel Pugno dal titolo «Modifi­che al codice civile e altre disposi­zioni in materia di diritto a con­trarre matrimonio e di uguaglian­za giuridica tra i coniugi». Altra iniziativa parlamentare è quella di Franco Grillini: «Modifiche al codice civile per l'attuazione del principio costituzionale di ugua­glianza in materia matrimoniale». Poi, e vado a memoria, altra proposta di legge è dell'onorevole Russo Spena, sempre rivolta al ri­conoscimento del matrimonio gay. Denominatore comune di tutte queste proposte (se ne di­mentico qualcuna avrei piacere me lo si facesse notare) la rimozio­ne di qualsiasi discriminazione at­tualmente esistente in Italia che impedisce alle persone omosessuali di contrarre matrimonio e, di conseguenza, di godere degli stessi diritti, nonché doveri, delle persone eterosessuali. I Radicali hanno all'attivo, negli ultimi con­gressi, mozioni generali che riba­discono l'impegno degli stessi a sostenere l'istituto del matrimo­nio omosessuale. Sempre su di un piano politico, ma non stretta­mente parlamentare, c'è un «Manifesto per l'eguaglianza dei dirit­ti» (al quale si può aderire dal sito www.matrimoniodirittogay.it) fir­mato al momento da quasi 5 mila persone, tra cui associazioni Glbt, deputati e altri politici, personalità di spicco nel panorama cultura­le italiano, professionisti (come avvocati, professori universitari e medici) e "comuni mortali". An­che la piattaforma dell'ultimo Gay Pride svoltosi a Roma nel­l'estate scorsa ha previsto il diritto al matrimonio, all'adozione e all'omogenitorialità. Da ultimo, last but not least, un ricorso alla Corte d'Appello di Firenze voluto da una coppia gay (Matteo Pegoraro e Francesco Piomboni) la quale si è vista rifiutare dal Comune fio­rentino la domanda di pubblica­zione del loro matrimonio. Sem­pre nell'ambito strettamente giuri­dico, altri casi sono all'attenzione dei giudici che dovranno stabilire, per esempio, la conformità ai principi costituzionali e alle altre norme vigenti, di richieste come quella di una coppia di lesbiche che, dopo la rottura della loro unione, chiedono ora provvedi­menti per regolare il diritto di visita ai figli nati durante la conviven­za. Ed è proprio da questo approc­cio, squisitamente tecnico, che prende spunto anche l'Associazio­ne di cui sono Segretario, che si propone di sostenere quelle cop­pie, formate da persone dello stes­so sesso, che vogliono vedersi rico­nosciuto da un Tribunale il diritto ad unirsi in matrimonio. Ci sareb­be ora da fare delle considerazioni riguardo ai cosiddetti movimenti di liberazione che, mi sembra, tra strategie gradualistiche e fascinazioni partitiche, non vogliono prendere seriamente in considera­zione altri livelli di battaglia, co­me quello appunto del ricorso al­la legge. Ma questioni di brevità e nessuna voglia di polemica mi im­pongono di tacerle. Mi premeva solo garantire l'obiettività dell'in­formazione e dimostrare che, in Italia, c'è chi vuole il matrimonio tra omosessuali.

* Clara Comelli è segretario Associazione Radicali per il Friuli Venezia Giulia.

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domenica 9 dicembre 2007

Caso Luttazzi. Aldo Grasso del Corriere della Sera difende un suo azionista, lo stesso de La7.

Forse il martirio mediatico dà alla testa. L'attacco a Ferrara, gratuito e a freddo, greve e non grottesco, è un colpo basso al direttore de La 7.

(Aldo Grasso - Il Corriere della Sera) Che triste vicenda, questa di Daniele Luttazzi. Sono dispiaciuto come se un amico mi avesse tradito: certe cose non si dicono, soprattutto in nome della libertà d'espressione; certe cose non si fanno, se si è intelligenti come intelligente è Luttazzi. L'idea che mi sono fatto è che il martirio mediatico dà alla testa. Stiamo naturalmente parlando del martirio all'italiana, con gli stipendi che continuano a correre, con i conduttori che diventano deputati, con gli approfittatori che salgono sul carro degli eroi.

Ho sempre ritenuto Luttazzi uno dei pochi comici intelligenti della nostra tv. Fin dai tempi di Magazine 3, il programma con Gloria De Antoni e Oreste De Fornari, si sapeva che il nostro andava «contenuto», che spesso amava épater lo spettatore con un frasario pesantemente ginecologico. Così con i Gialappa's, il suo periodo migliore. Lui esagerava con il macabro, loro limavano e la risata era sicura, e devastante. Poi c'è stato l'episodio di Satyricon dove Luttazzi ha pensato bene di darsi alla politica, che non è nelle sue corde. Il resto l'hanno fatto l'esilio, la schiera delle tricoteuses che affolla i teatri, i Santoro e tanti altri.

L'attacco a Giuliano Ferrara, gratuito e a freddo, greve e non grottesco, è prima di tutto un colpo basso al direttore de La 7. Antonio Campo Dall'Orto, chiamando Luttazzi, aveva dimostrato coraggio e soprattutto aveva voluto palesare che la sua rete è diversa da Rai e Mediaset. Quando un direttore ti dice che puoi scrivere o dire quello che vuoi, ti devi sentire responsabilizzato due volte: uno per quello che scrivi o dici, due per dimostrare di meritare tanta fiducia. A questo poi si aggiunge un vizio tipicamente italiano, da basso impero, la mancanza di etica aziendale, di spirito di appartenenza: non si attaccano le persone con cui si lavora. Non prima almeno di aver dato le dimissioni. Così adesso ci sono quelli che hanno buon gioco a dire: allora Berlusconi aveva ragione quando parlava di «uso criminoso del mezzo», e il martire rischia di apparire solo un insolente. Ecco, sono triste perché per una battuta infelice, Daniele Luttazzi mette a repentaglio quanto di buon ha fatto sinora: i libri, gli spettacoli, le battute fulminanti. Odia Ferrara? Trovi un modo più elegante per infilzarlo. Perché adesso non ci sarà più nessuna rete che lo chiamerà e non si può per tutta la vita fare i professionisti del martirio.

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sabato 8 dicembre 2007

Ancora sul pregiudizio anti-omosessuale nel centrodestra.

(Carmelo Palma - L'Opinione) E’ molto complicato fare i conti con la frana del pregiudizio anti-omosessuale che sta travolgendo il centro-destra italiano. Complicato per due evidentissime ragioni: la prima è che il pregiudizio anti-omosessuale è una massa indistinta e pesantissima di tradizioni, paure e culture e non un gomitolo di ragioni difficili da sbrogliare, ma pur sempre comprese razionalmente tra un capo e una coda; la seconda è che, quando parte la frana, non c’è quasi più nulla da fare: anche se la frana è "solo" ideologica. I conti si fanno dopo, quando, in mezzo alle macerie, si contano le vittime e si pensa a come e cosa ricostruire.

Le frane cambiano spesso irrimediabilmente il paesaggio. E questa frana sta cambiando il centro-destra in un modo profondo. Molti forse festeggeranno la rivincita storica di un pregiudizio giusto e razionale, finalmente liberato dalle catene del "politicamente corretto" e capace di dispiegare nella cultura e nella società il suo potenziale educativo e formativo. Io penso, al contrario, che non c’è proprio nulla da festeggiare, se il centro-destra italiano (e, soprattutto, il nuovo partito berlusconiano) vorrà somigliare al partito repubblicano di Rudolph Giuliani più che al partito "Diritto e Giustizia" dei gemelli Kaczynski.
L’altra sera al Senato c’erano molte e buone ragioni per opporsi all’introduzione surrettizia di una norma anti-discriminatoria inapplicabile, fumosamente formulata, estranea all’oggetto del cosiddetto Decreto-sicurezza e utile, forse, a risarcire simbolicamente Rifondazione Comunista e la sinistra massimalista per gli scorni subiti. Vi erano anche ragioni per paventare che i reati di opinione tornassero a farsi largo nel nostro ordinamento, non entrando dalla porta di fattispecie chiaramente tipizzate, ma passando dalla finestra di una norma anti-discriminatoria inconsistente e affidata alle cure di una magistratura militante e disponibile. Eppure, il centro-destra non si è limitato ad usare queste molte e buone ragioni che aveva a disposizione, con la dovuta durezza e con una comprensibile coerenza. Anzi, non le ha neppure usate. Le ha direttamente "abusate", in modo ideologicamente mortificante, dopo averle affogate, fino a renderle inservibili, nella palude di un ragionamento che aveva un unico argomento, un unico bersaglio, un unico nemico: il cedimento alla "cultura omosessuale". Alla fine, questo tipo di opposizione ha obiettivamente autorizzato chiunque a ritenere che, tra i partiti del centro-destra italiano, si conviene pressoché unanimemente che la discriminazione anti-omosessuale abbia una dignità e un rango (culturale e morale) più alto della discriminazione razziale o di genere.
Che insomma, per dirla in soldoni, le famiglie non avrebbero alcun diritto a esigere dal preside di una scuola insegnanti maschi, bianchi e cristiani, ma avrebbero alcuni sacrosanti diritti per esigere un insegnante eterosessuale.

Cosa legittima queste richieste, sul piano civile, politico, giuridico? Cosa ne giustifica l’urgente e simbolica attualità? Cosa ha fatto scendere in campo le truppe dell’ex Cdl? Il fatto che queste "legittime" discriminazioni corrispondano, almeno in parte, al pensiero espresso da Papa Ratzinger, in un paio di documenti redatti come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. In questo disastroso cortocircuito logico fondato sull’ipse dixit, si ripresenta peraltro un modello che ha consentito, a sinistra, di ricostruire la presentabilità civile di un altra impresentabile "cultura del pregiudizio": quella anti-ebraica. Come è noto, da decenni la sinistra anti-imperialista si è abituata a nascondere sotto il tappeto dell’antisionismo politico la "polvere" del vecchio antisemitismo razziale. Allo stesso modo, a destra si sta imparando a nascondere sotto il tappeto dell’"opposizione alla cultura gay" la polvere della vecchia discriminazione anti-omosessuale. In entrambi i casi la trama del "tappeto" è intessuta con sapienza, con abili e ricercati preziosismi: ma sotto il tappeto, la polvere rimane polvere. Per non dire di peggio.
Con il che, certo, non si può dire che il tappeto non sia migliore della polvere che nasconde: bruciare una bandiera israeliana (e difendere il relativo "diritto di opinione"), non è come bruciare gli ebrei. "Lapidare" simbolicamente i rappresentanti dell’ "anomalia omosessuale", chiedendone l’allontanamento dalle scuole, dai luoghi di educazione, dai centri di aggregazione e di divertimento dei giovani e delle famiglie perbene, in modo da arginarne il contagio sul piano
della cultura, del costume… questo colto e argomentato "lapidare" - dicevamo - non è neppure lontanamente paragonabile alla lapidazione fisica degli omosessuali, a cui ancora si dedicano con una certa costanza alcuni regimi islamici. Non sarà chi molto apprezza i frutti del relativismo, come il sottoscritto, a non cogliere tutto il peso di queste differenze "relative".

Il problema è che però in nessun paese dell’Occidente avanzato la "pacifica" militanza antisionista o anti-omosessuale (espressione di un intangibile diritto di opinione) è in grado di costituire, in quota parte, la piattaforma politica di un grande partito di governo. Qui sta il nodo politico che nel centro-destra italiano qualcuno si dovrebbe sbrigare a sciogliere, prima di finirne
definitivamente strangolato. Né Cameron, né Sarkozy, né la Merkel, né Giuliani civettano amabilmente con i combattenti delle "lobby anti-gay", fino a riservare loro una pressoché
esclusiva rappresentanza politica. Non sarebbe un grande risultato se in Italia, dopo avere avuto un governo con la kefiah, con ministri e segretari di partito che marciavano insieme a chi urlava "Dieci, cento, mille Nassiriya", si facesse spazio ad un governo di inquisitori morali, sempre pronti ad urlare "Anatema", e a rendere la vita civile degli omosessuali un anticipo di quel terribile inferno che li aspetterebbe, a quanto pare, nell’al di là.

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venerdì 7 dicembre 2007

La7: Governo, uscita di sicurezza.

(La7) Al centro del dibattito il voto del Senato sul "pacchetto sicurezza" atteso per questa sera.
Ospiti in studio con Andrea Molino: Paolo Ferrero, Ministro per la Solidarietà Sociale; il sen. Alfredo Mantovano di Alleanza Nazionale; l'on. Fabrizio Cicchitto di Forza Italia; l'on. Antonello Soro del Partito Democratico e Amedeo La Mattina de La Stampa.
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I gay non hanno accesso al paradiso. Il Linguaggio dell'Apocalisse.

(GayLib) E' ormai palese che l'Italia è uno Stato per definizione cristiano. Così come nel mondo ci sono Stati islamici più o meno ortodossi, a differenza degli altri dell'Unione europea, la Repubblica italiana ha ricollocato nella geopolitica una presenza "visibile" di Stato cristiano, precisamente cattolico. Nei decenni trascorsi, in linea con l'Europa, molto è stato fatto per separare l'entità religiosa dalla sfera statale; oggi, le distanze sono indubbiamente accorciate. La cartina di tornasole è la questione travagliatissima delle unioni civili, ma si potrebbe continuare con i finanziamenti ingenti alla chiesa cattolica, con il veto di fatto opposto a qualsiasi iniziativa di legge a carattere acattolico. Gli argomenti usati dallo Stato cristiano sono sempre gli stessi: allontanarsi dalla tradizione religiosa di questo Paese, comporterebbe la fine dei legami sociali, un'inesorabile abbandono verso l'Apocalisse.
Il linguaggio cattolico, ormai assunto dai tre quarti della classe politica, non più solo dal centro destra, si è trasformato fino ad assumere toni tipicamente apocalittici: se passano le unioni civili si distruggerà la famiglia, se si privilegia la scienza alla religione diventeremo tutti disumani, la tecnologia è l'anticamera della catastrofe, se vince l'ateismo avremo milioni di morti, le ideologie sono scomparse, i mass media e le lobby massoniche controllano tutto, solo Dio e Bush vi salveranno, Zapatero porta la Spagna alla deriva, a Bruxelles sono tutti pedofili e così via.

Lo Stato cristiano, invece, conosce soltanto privilegi. Lasciamo stare i privilegi politici e finanziari nell'essere cristiano (con le maxifusioni le banche sono ormai tutte cattoliche) ai diversi livelli della gerarchia sociale ed ecclesiastica, che anche questi ci sono.
Qui si parla del privilegio di essere cristiano, appunto, o comunque di esserne vicino per mentalità o adesione politica (od opportunista). In esso, l'eterosessuale di stretta osservanza possiede il privilegio di essere tale e di essere considerato salvatore del mondo contro chi lo vuole "alla rovescia". Come eterosessuale ufficiale egli ha dei diritti -come per esempio l'accesso al paradiso - che i gay non hanno e non devono avere nemmeno se essenziali e fondamentali.
Perché un omosessuale che non abbandona il suo compagno è già un allievo di Satana. La forma più rigida del contrasto tra i gay e lo Stato è dunque il contrasto religioso: lo Stato cristiano non può, per sua essenza, emancipare gli omosessuali.
Lo Stato cristiano rispetto all'omosessuale può comportarsi soltanto da Stato cristiano, cioè secondo il suo sistema del privilegio, poiché esso permette l'isolamento dell'omosessuale dagli altri cittadini, facendogli però sentire l'oppressione tanto più severamente quanto più il gay si trova in contrasto rispetto alla religione dominante.
Al gay si contrappone la dichiarata cristianità dello Stato.

Roberto Schena

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Patacche. L'arcobaleno in fondo a sinistra.

(sdz aiap) Facili profeti. Quando si tratta di politica italiana andiamo sempre sul sicuro. E così ieri è stato presentato, con un po' di incertezze, il nuovo simbolo del raggruppamento dei partitini di sinistra che andrà sotto il nome "la Sinistra l'Arcobaleno", non sappiamo se con virgola, trattino o punto nel mezzo.

Che si tratti di gente poco avvezza alla comunicazione lo dimostra la riunione di ieri. Là dove Veltroni aveva fatto della presentazione del nuovo simbolo del Pd un evento mediatico, in cui spacciare la favoletta del "giovane grafico molisano", e Berlusconi aveva organizzato addirittura un plebiscito ai gazebo, i dirigenti di Rc, Pdci, Sinistra democratica e Verdi sono usciti dal meeting cercando di nascondere il marchio che avevano sotto braccio.

Per diverse ore è poi circolato un marchio, definito un "tratto grafico" (sic!), con la scritta l'arcobaleno in uno script tipo Mistral fino a quando i Verdi hanno fatto sapere che la versione da loro approvata prevedeva la scritta in un carattere molto più grande (anche se più piccolo de La Sinistra). Il nuovo simbolo rappresenta dunque una grande vittoria tipografica, quanto politica, di Alfonso Pecoraro Scanio (uno capace a suo tempo di firmare i propri manifesti elettorali). Con le pive nel sacco, se ne esce invece Marco Rizzo e il Pdci che insistevano per il mantenimento nel simbolo della falce e martello e che già oggi minacciano di invalidare la scelta.

Il nuovo marchio nasce vecchio. Rossi e Verdi, su fondo bianco, vanno a formare ancora un altro tricolore nazionale mentre sotto campeggiano, nell'arcobaleno, le pennellate multicolori, un effetto grafico che funesta i simboli politici fin dai tempi de "I progressisti" nel 1994.
Non è escluso che questo simbolo venga utilizzato solo per gli "stati genarali" della costituenda formazione politica che si terranno sabato e domenica prossimi.

[A lato presentiamo due delle proposte scartate per il logo de La sinistra, presentate da Sinistra democratica e realizzate dallo studio Lance Libere di Bologna]

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domenica 2 dicembre 2007

Russia: Vladimir Luxuria denuncia l'arresto di un attivista gay mentre andava a votare.

(Adnkronos) - Nikolaj Aleksieev, organizzatore dell'ultimo gay pride a Mosca, e' stato arrestato assieme ad altre 15 persone mentre si recava alle urne per le elezioni parlamentari. Lo ha denunciato all'ADNKRONOS la deputata di Rifondazione Vladimir Luxuria, che ha trovato sulla sua segreteria telefonica un messaggio del compagno di Aleksieev.

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sabato 1 dicembre 2007

Riciclaggio. Bologna: Grillini si candida a sindaco.

(Bologna 2000) Il deputato socialista Franco Grillini si e' ufficialmente candidato, con l'appoggio dei socialisti, a sindaco di Bologna per le prossime elezioni amministrative.
Il presidente onorario di Arcigay e' sceso, cosi', ufficialmente in campo con un intervento nella sala gremita di Cappella Farnese all'interno di Palazzo D'Accursio.
Grillini ha detto: "Bologna non puo' essere il luogo della rottamazione dei politici italiani" ma deve essere rappresentata da un sindaco "non paracadutato".
---

Ndr. Giri di valzer. L'on. Franco Grillini cerca un'altra collocazione ma mi sa che stavolta gli andrà male, dovrà accontentarsi e che comunque, per lui, sarà sempre tanto. Diciamoci la verità Grillini si accontenterà di un assessorato datogli dal candidato più forte tra i due che andranno al ballottaggio e a cui il Presidente emerito di Arcigay farà confluire i suoi voti. Siamo gay, non babbei. (Aspis)

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Belpietro: Inclemenza sospetta per Clementina.

Clementina Forleo durante la puntata di Anno Zero di Michele Santoro, su rai Due, dedicata alla giustizia
L’Editoriale
(Panorama) Non mi sono mai piaciuti i giudici che vanno in tv. E ho sempre diffidato anche di quelli che sentenziano dalle pagine dei giornali invece che dalle aule dei tribunali. Dunque non posso dire di aver apprezzato gli interventi di Luigi De Magistris e Clementina Forleo ad Anno zero, la trasmissione di Michele Santoro. Avrei preferito che restassero a casa, a fare il loro mestiere, che è quello di servitori dello Stato e non di comparse televisive.

Ma non mi piacciono neppure le azioni disciplinari che si sono abbattute sul pm di Catanzaro e sul gip di Milano. Per ragioni diverse, i due sono stati deferiti al Consiglio superiore della magistratura e rischiano una sanzione. Intendiamoci: nulla di grave, al massimo un trasferimento. Ma è proprio questo il punto. Dagli anni Novanta in poi siamo abituati agli sconfinamenti delle toghe. Nel ‘94 Antonio Di Pietro e i suoi colleghi lanciarono un appello in tv contro una legge del governo Amato e per ottenerne la cancellazione minacciarono le dimissioni in blocco. Vari pm hanno emesso, con interviste e ordinanze, pesanti giudizi politici, ma nessuno è mai stato indotto a far le valigie, neppure per raggiungere l’ufficio accanto.

Ora si dà il caso che De Magistris indagasse sul presidente del Consiglio Romano Prodi e sul ministro della Giustizia Clemente Mastella, e che Forleo fosse alle prese con le famose intercettazioni telefoniche di Massimo D’Alema e Piero Fassino sul caso Unipol. Il sospetto che le azioni disciplinari siano un modo per chiudere vicende giudiziarie che imbarazzano l’attuale maggioranza di governo è dunque legittimo. È vero che a De Magistris è stata tolta l’inchiesta, con un provvedimento d’avocazione che ricorda la Prima repubblica, ed è pur vero che con un escamotage il Parlamento ha evitato a D’Alema di dover rispondere delle imbarazzanti telefonate con Giovanni Consorte, rinviando tutto a Bruxelles, ma i due magistrati non sembrano voler demordere: De Magistris insiste con altre inchieste, Forleo rilancia con le pressioni subite per il caso Unipol.

Le azioni contro i due però non mi stupiscono, ma anzi mi richiamano alla mente la storia di due donne con la toga che negli anni indagarono su affari e tangenti che ruotavano intorno al mondo della sinistra. Tiziana Parenti incappò nelle centinaia di milioni incassati da Primo Greganti, un funzionario del Pci, ma si scontrò con il suo capo, il procuratore Gerardo D’Ambrosio. Lei disse d’essere stata delegittimata, lasciò il pool e fu candidata da Forza Italia per una sola legislatura. D’Ambrosio oggi è senatore del Partito democratico. Ma ancor più interessante è la storia di Giuseppina Geremia, che si mise a ficcare il naso negli appalti per i treni ad alta velocità e aprì un fascicolo su una società fondata da Prodi. Dopo qualche tempo Geremia fu trasferita. Naturalmente ci fu qualche polemica, ma all’epoca Michele Santoro si occupava d’altro e Geremia non era il tipo che dà interviste o scrive sentenze sui giornali. L’inchiesta fu dunque archiviata.
Naturalmente accadrà la stessa cosa anche a quelle di Catanzaro e Milano. Così nessuno ci spiegherà se davvero vi sia qualcosa di penalmente rilevante nelle migliaia di intercettazioni telefoniche disposte da De Magistris, né perché le telefonate di D’Alema e dei furbetti del Botteghino siano rimaste quasi 2 anni nel cassetto. A proposito: ma i ritardi nelle indagini o le dimenticanze dei magistrati non meritano mai un’azione disciplinare?
maurizio.belpietro@mondadori.it

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Clamoroso all’Onu: l’Italia è pronta a votare a favore dell’occupazione militare americana in Iraq.

(Christian Rocca) New York. Segnatevi la data. Tra il 10 e il 20 dicembre prossimo il governo italiano voterà formalmente all’Onu a favore dell’occupazione militare americana in Iraq, malgrado la posizione politica ufficiale della maggioranza di centrosinistra sia notoriamente di segno opposto. I fatti. Il 31 dicembre scade il mandato Onu che autorizza la presenza in Iraq dell’esercito di George W. Bush, come previsto dalla risoluzione 1723 adottata, come le precedenti, su precisa richiesta del nuovo governo iracheno nato dalla destituzione forzosa di Saddam Hussein.
Gli americani e gli iracheni in queste ore stanno trattando i dettagli del loro patto strategico bilaterale sulla sicurezza che prevede l’ulteriore presenza in Iraq dei militari americani guidati dal generale David Petraeus. Nel giro di una settimana, al massimo due, il governo di Baghdad invierà proprio alla Rappresentanza italiana alle Nazioni Unite una lettera di richiesta di rinnovo del mandato Onu, accompagnata informalmente da una bozza di risoluzione già concordata con gli americani. Da lì a pochi giorni, il dossier Iraq verrà discusso al Consiglio di Sicurezza e, prevedono fonti diplomatiche al Palazzo di vetro, sarà certamente approvato come peraltro succede ogni anno dal 2003.
Per l’Italia, però, si tratta di una prima volta. E come tutte le prime volte, potrebbe nascere qualche imbarazzo politico e mediatico per il governo Prodi. L’Italia, infatti, è entrata nel Consiglio di sicurezza soltanto a gennaio di quest’anno. In precedenza, sia ai tempi del governo Berlusconi sia con l’attuale governo, non ha mai avuto l’opportunità di esprimere un voto sulla presenza dei militari americani e della forza multinazionale in Iraq. Questo dicembre, inoltre, è anche il mese in cui l’Italia presiederà il Consiglio di sicurezza, un evento talmente raro che le Poste italiane hanno deciso di emettere un apposito francobollo. Sicché l’intera questione del rinnovo del mandato militare americano – adottato ex capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, quello cioè che autorizza l’uso della forza – sarà gestita dall’ambasciatore italiano all’Onu Marcello Spatafora.
(segue dalla prima pagina) Il rinnovo del mandato Onu agli americani non riguarda la missione politica, civile e umanitaria delle Nazioni Unite. In gioco non c’è la necessità di un maggiore coinvolgimento della comunità internazionale nella ricostruzione dell’Iraq e nel processo di riconciliazione nazionale. Su questo punto l’Italia ha già espresso ad agosto un voto favorevole, quando il Consiglio di sicurezza ha rinnovato e ampliato il mandato della missione Unami in Iraq. Il mandato da rinnovare è la missione militare Mnf (Multinational Force - Iraq), il cui slogan che compare in testa al sito ufficiale mnf-iraq.com è il famigerato “Operation Iraqi Freedom” di Donald Rumsfeld. Con il voto di dicembre, l’Italia di Romano Prodi e Massimo D’Alema, di Fausto Bertinotti e Oliviero Diliberto tornerà a far parte dei volenterosi alleati della politica irachena di Bush.
Mercoledì, a Otto e mezzo, il ministro degli Esteri D’Alema ha detto che l’eventuale estensione del mandato sarebbe comunque una risposta della comunità internazionale a una richiesta del governo iracheno. La posizione del ministro è formalmente corretta, anche se il governo iracheno richiede la presenza delle forze multinazionali fin dal primo giorno del suo insediamento a Baghdad. A questa richiesta irachena, peraltro, il governo Prodi appena insediatosi dopo la vittoria elettorale del 2006 aveva replicato con il ritiro (concordato e ordinato, non alla Zapatero) delle truppe italiane da Nassiryah.
La richiesta irachena, infine, nasce da un continuo e serrato confronto con gli americani. Il presidente Bush e il premier Nouri al Maliki hanno appena siglato un patto strategico bilaterale, mentre i loro diplomatici stanno definendo il linguaggio della lettera che arriverà sulla scrivania dell’ambasciatore Spatafora. Gli iracheni hanno bisogno degli americani, ma per ragioni di politica interna vorrebbero compiere un passo avanti verso la piena sovranità. Un’ipotesi su cui stanno discutendo è l’inserimento di una clausola che vieta di rinnovare ulteriormente il mandato militare, ma è improbabile che ci si arrivi. Gli americani condividono la preoccupazione irachena, ma vorrebbero mantenere una certa flessibilità d’azione.
Al Palazzo di vetro si prevede che la lettera irachena (e americana) arrivi al Consiglio di sicurezza tra il 3 e il 10 dicembre. In una decina di giorni, la questione verrà chiusa. L’unica cosa certa è il rinnovo del mandato. Qualche dubbio c’è sull’atteggiamento di Indonesia e Sudafrica, ma soprattutto della Russia che potrebbe provare a ostacolare il percorso per ottenere qualcosa su dossier che le stanno a più cuore, come il Kosovo. L’Italia, invece, è responsabilmente pronta a votare a favore di un altro anno di occupazione militare dell’Iraq.

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venerdì 30 novembre 2007

Strategia Cavaliere: il leader taglia e ricuci.

(Panorama) Sciolgo o non sciolgo? Alla fine il Cav invece di sciogliere ha scelto: la rete.

Quindi Forza Italia non muore e il nuovo partito (Pdl o Ppl, la scelta nel fine settimana) sarà un network di cui faranno parte i partiti della Cdl, i circoli e chi vorrà entrare della società civile. I maligni, e pure molti alleati, sostengono che a Silvio Berlusconi siano stati messi sotto il naso i sondaggi che, da solo, non lo vedevano vincente. D’altra parte non avrebbe potuto prendere il 51%, visto che anche le rilevazioni più rosee lo davano al 37%. E allora dopo giorni di grande fibrillazione tra gli azzurri, mercoledì mattina di buon ora è stata decisiva una riunione a palazzo Grazioli con i vertici del partito. Il punto di riferimento della nuova formazione sarà il Partito popolare europeo, e ci sarà un direttivo costituente al quale prenderanno parte tutti i leader e i segretari dei partiti che vorranno confluire nel Pdl in proporzione alla consistenza dei partiti stessi e, a fianco e in un secondo momento, ci sarà un esecutivo più ristretto.
Come spiegare l’ammorbidimento del Cavaliere? Il riformatore liberale di Forza Italia, Benedetto Della Vedova, prova a decriptare per Panorama.it l’ultima mossa del Cavaliere: “C’è un momento per accelerare e un momento per approfondire il dialogo e il progetto. Ieri Berlusconi ha approfondito il dialogo”. E solo così si può spiegare la mutazione dal Berlusconi-capopopolo di Milano fino a quello che a palazzo Grazioli ha tracciato la road map del futuro centrodestra ai suoi fedelissimi.
Uno che a Berlusconi parla e dà consigli, il segretario del Partito Repubblicano, Francesco Nucara, a Panorama.it spiega: “Ai più potranno sembrare tentennamenti e giravolte del Cavaliere. Ma lui il disegno c’è l’ha ben chiaro in testa. Il partito nuovo lo vuole fare e con quest’ultima decisione ha voluto dare la possibilità a Fini e Casini di rientrare”. Un pensiero, quello del leader repubblicano, che sembrerebbe confermato proprio dalle parole del leader del centrodestra, che ieri a passeggio per Roma ha dichiarato: “Spero che possano entrare anche An e Udc”.

Ma Berlusconi si è convinto da solo? Probabilmente le trattative hanno avuto una parte importante. Sempre Nucara rivela: “Diciamo che l’uscita di ieri è il frutto del lavoro delle diplomazie che lavoravano dal giorno della svolta del predellino di San Babila”.
Il lavorìo della diplomazia è confermato a da uno dei colonnelli di Alleanza Nazionale, Maurizio Gasparri: “Mi sembra normale che si cerchi un recupero. Sono gli elettori che ci vogliono tutti insieme”. Poi Gasparri lancia una mano tesa: “Per ora c’è ancora troppa confusione. Ci vorrebbe un tavolo politico per fare chiarezza nel centrodestra”.
Una diplomazia che però il leader dell’Udc, Pierferdinando Casini, non ha colto: ieri dopo il vertice con Walter Veltroni (che venerdì 30 vedrà anche il Cav.), si è lasciato scappare una battuta dal sapore anti-Cav: “Preparatevi al colpo di scena ragazzi: domani salgo sul tetto della Camera e fondo qualcosa…”. Ma Casini non è stato il solo: Gianfranco Fini a Matrix ha sbarrato la strada di un eventuale ritorno a palazzo Chigi di Berlusconi: “Non è detto che sarà premier”.
Chi invece se la rideva ieri erano gli azzurri. Molto più rilassati che nei giorni precedenti: sui divanetti del Transatlantico di Montecitorio, affollatissimo di deputati che votavano la fiducia sul welfare, dove normalmente si siedono gli onorevoli di Forza Italia, i sorrisi si sprecavano.

In via Torino a Milano, sede dei Circoli della LibertÃ

E fiorivano le leggende su una Michela Vittoria Brambilla molto arrabbiata: alcuni sostengono di averla vista in un bar del centro di Roma che sbraitava contro la decisione antiscioglimento di Forza Italia. Più di un deputato ha sogghignato: “Ma come poteva la segretaria di Confcommercio pensare di poter sciogliere un partito del 30%…”

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mercoledì 28 novembre 2007

Destra di classe.

Tengono le liste di sinistra. Ma la sorpresa del voto nelle scuole è l'exploit della destra. Grazie a nuovi leader. E programmi concreti. Ecco i risultati da Nord a Sud.

(Andrea Benvenuti - L'Espresso) Maniglie antipanico e scale antincendio, più ginnastica per tutti, libri e biglietti dell'autobus a prezzi stracciati, gite naturalistiche e lotta senza quartiere alle lezioni nelle aule scantinato. Altro che global. Gli studenti dei licei e degli istituti tecnici italiani sono molto local. Pensano più a curarsi il giardino dietro casa che a piantare alberi dall'altra parte dell'oceano. Ricorrono alla politica per soddisfare un'esigenza concreta, si permettono pochi voli pindarici e guardano soprattutto alle proprie tasche. Lo confermano i risultati delle elezioni per il rinnovo dei rappresentanti dei consigli d'istituto e quelli delle consulte provinciali di cui fanno parte due studenti per ciascun liceo e istituto tecnico professionale.

La generazione iPod, blogghista e youtubista preferisce la riunione di condominio all'impegno sui grandi temi della globalizzazione, si fida solo di chi conosce, ha archiviato il conflitto dell'appartenenza ideologica e sceglie, di volta in volta, sulla base di gusti, simpatie e affinità elettive. Addio alle tessere Per partiti e sindacati sarebbe duro fare proselitismo nelle aule di questi giovani. Del resto, i dati lo confermano. E lo spaccato è più che convincente se si pensa che oltre due milioni e mezzo di ragazzi di 5 mila sedi scolastiche hanno scelto candidati pragmatici, al di là dell'appartenenza politica. "Beh, magari avessero partecipato tutti, l'indifferenza è forte ma negli ultimi anni sta aumentando la partecipazione dei più giovani", dice Eleonora Lorenzi, 17 anni, liceo scientifico Rambaldi Valeriani di Imola, candidata nella lista degli Studenti di sinistra, la prima dei due eletti alla consulta provinciale.
Due le parole d'ordine della sua campagna elettorale: creatività e sicurezza. Mostre fotografiche, corsi di pittura e ricreazione in cortile perché, per adesso, "l'intervallo si fa in aula o dentro la scuola, fuori è pericoloso uscire". L'altro posto per la consulta provinciale è andato a un ragazzo di Comunione e liberazione, che fa parte di Gioventù studentesca, il movimento fondato da don Giussani. Pure lui ha chiesto i voti per mettere a posto il cortile, ma la proposta leader è stata quella dei corsi di orientamento universitario. "In tutta la regione, le liste di sinistra tengono, tengono", aggiunge Eleonora.

Eppure, in questo viaggio lungo il Paese, la sensazione è un'altra. In Emilia Romagna e nelle regioni rosse le organizzazioni degli studenti che si rifanno alla sinistra non retrocedono. Ma aumentano i voti per le liste di destra, in particolare quelle legate a Blocco studentesco e Lotta studentesca. "Rispetto all'anno scorso, abbiamo triplicato voti ed eletti. Nelle consulte provinciali ora abbiamo 13 rappresentanti contro i quattro del 2006", dice Daniele Pinti, coordinatore provinciale di Forza nuova, 21 anni, studente universitario che organizza quelli delle superiori. Il contraccolpo alla fine del predominio della sinistra si sente nel Lazio e in Toscana.
A cominciare da Firenze. "Dopo 60 anni di egemonia politica, le cose stanno cambiando", dice Stefano De Marco, 17 anni, iscritto al liceo Buontalenti, vicepresidente fiorentino di Azione studentesca voluta da An e vicepresidente della consulta studentesca. Stessa cosa si è ripetuta anche al liceo Castelnuovo. Oltre 160 voti per Matteo Conti di As: tre punti nel programma e poche parole d'ordine. "Agevolazioni per gli studenti sull'acquisto dei libri, apertura delle scuole durante il pomeriggio, abolizione del testo unico". Certo il rapporto è ancora di uno a tre, ma a sbaragliare destra e sinistra è l'entrata in scena dei 'cani sciolti'. Fare una ricognizione delle liste svincolate dall'appartenenza partitica è difficile ma, da Nord a Sud, proliferano piccole sigle e movimenti trasversali. Ci sono i rimandati, gli studenti irriverenti, i nuclei studenteschi, gli studenti incazzati. Hanno presentato candidati senza ottenere eletti, poche decine di voti in ciascuna scuola ed è passato il principio della frammentazione. Addio politica, ora basta che due-tre studenti si mettano insieme e il gioco è fatto. Tra queste nuove aggregazioni, è il caso degli studenti del Vaffa Fioroni che guardano a destra e, pochi giorni fa, hanno organizzato presidi in tutta Italia contro le proposte del ministro sul recupero dei crediti e il nuovo esame di riparazione. Il risultato è stato un flop, "tutta colpa della pioggia", dicono i vaffisti, ma il movimento si riduce a un sito web e qualche comunicato. Più interessante le proposte contenute nelle liste. Come l'installazione dei pannelli fotovoltaici al liceo classico Vivona di Roma presentati da tre ragazzi che "ce l'hanno sul tetto del condominio", oppure la richiesta della "navetta gratis" all'Istituto agrario Scartabelli di Imola e al liceo scientifico Pacinotti di Bologna, la lista per il risparmio energetico con le lampadine a basso consumo al liceo classico Colombo di Genova e pure la lista per l'abbattimento del muro abusivo al liceo scientifico Adrano, a Catania.

Catania Al liceo scientifico Ettore Maiorano la parte del leone l'ha fatta la lista dell'Mpa, il Movimento per l'autonomia di Raffaele Lombardo. Le proposte degli Studenti di sinistra non sono passate. "Qui la situazione è raccapricciante: oltre cento studenti accalcati in quattro aule, un ragazzo è costretto a stare in piedi perché non ha il banco", spiega Luca Pasinato. Altro che liste fantasiose. A Catania la situazione è drammatica.

Al liceo scientifico di Adrano sono state presentate tre liste. Tutte avevano in testa lo stesso punto: l'abbattimento del muro abusivo costruito nella casa del custode dove fanno lezione due classi di 28 studenti l'una. È dall'anno scorso che va avanti questa situazione, "senza permessi e autorizzazioni", dicono gli studenti. In alcune scuole, come al liceo scientifico di Giarre, mancano le uscite di emergenza, e "alcuni ragazzi studiano dentro i garage". Proprio in questa scuola, alla consulta provinciale, è stato eletto uno studente di Lotta studentesca che ha messo a segno anche un altro seggio all'Itis Archimede Lotta Studentesca. "Ma al di là di destra o sinistra e di schieramenti, ci batteremo insieme perché questa vergogna finisca al più presto".

Roma Pareggio al liceo Visconti, Nomentano e Mamiani passano di testimone, affermazione delle liste di estrema destra al Pertini e Amaldi, scuole dell'ottavo Municipio, a due passi dai campi nomadi di Tor Bella Monaca. È andato in scena nella capitale il vero confronto tra le liste di destra e sinistra. Poco spazio alla fantasia. Qui il voto ha determinato nuove paternità. Quelli di Azione studentesca dicono di aver portato a casa "110 eletti per la consulta provinciale" e di aver piazzato rappresentanti nei consigli di istituto in 50 scuole. "Ci siamo improvvisati giardinieri e imbianchini per ripulire la scuola, siamo andati a vedere dove finiscono i nostri soldi e siamo stati premiati", racconta Andrea Moi, di Azione studentesca, 17 anni, quarta classe al Terzo istituto d'arte, lista Vola solo chi osa farlo. Al liceo Vivona dell'Eur, quartiere agiato, la spuntano le liste di sinistra, ma avanza il Blocco studentesco che ha eletto un candidato al consiglio di istituto. Il suo nome è Edoardo Di Luzzio, 17 anni, e tre parole chiave: un solo libro di testo, pannelli fotovoltaici e più ginnastica. Elena Abrusci, 17 anni, Studenti di sinistra, è stata l'altra eletta, prima con 512 voti. Adora Shakespeare e la pallavolo, ha presentato un programma tutto cinema e teatro. "Questa scuola ha enormi potenzialità, abbiamo vinto un premio alla Festa del Cinema di Roma, uno dei nostri studenti ha partecipato alle Olimpiadi della matematica. Quello che ci serve sono risorse e uno sponsor esterno". Discorso a parte per il Liceo linguistico Caetani, 900 alunni molto affollati, tutto in mano all'estrema destra. Qui al Blocco studentesco e a Lotta studentesca sono andati due seggi su quattro, mentre il rappresentante di istituto alla sinistra. Ludovica, 18 anni, milita in Ls da un anno, è stata votata per la consulta provinciale. Tutto muscoli e palestra? "Macché, io ho presentato cose concrete, mi piace il confronto e ho chiesto di non spostare cinque classi allo stadio della Farnesina per fare ginnastica. E vogliamo parlare delle classi nei sotterranei della scuola? Una vergogna". Altro che bicipiti.

Catania Al liceo scientifico Ettore Maiorano la parte del leone l'ha fatta la lista dell'Mpa, il Movimento per l'autonomia di Raffaele Lombardo. Le proposte degli Studenti di sinistra non sono passate. "Qui la situazione è raccapricciante: oltre cento studenti accalcati in quattro aule, un ragazzo è costretto a stare in piedi perché non ha il banco", spiega Luca Pasinato. Altro che liste fantasiose. A Catania la situazione è drammatica.

Al liceo scientifico di Adrano sono state presentate tre liste. Tutte avevano in testa lo stesso punto: l'abbattimento del muro abusivo costruito nella casa del custode dove fanno lezione due classi di 28 studenti l'una. È dall'anno scorso che va avanti questa situazione, "senza permessi e autorizzazioni", dicono gli studenti. In alcune scuole, come al liceo scientifico di Giarre, mancano le uscite di emergenza, e "alcuni ragazzi studiano dentro i garage". Proprio in questa scuola, alla consulta provinciale, è stato eletto uno studente di Lotta studentesca che ha messo a segno anche un altro seggio all'Itis Archimede Lotta Studentesca. "Ma al di là di destra o sinistra e di schieramenti, ci batteremo insieme perché questa vergogna finisca al più presto".

hanno collaborato Simone Innocenti e Olga Piscitelli

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domenica 25 novembre 2007

AN: ma qualcuno sa dove vuole andare?

(Giordano Bruno Guerri - Il Giornale) Dove va An? Io proprio non lo so, ammesso che qualcuno lo sappia, anche al suo interno. So però dove non può andare, per non perdere ogni identità. Non può andare verso il centro degli ex Dc, dove diventerebbe una corrente - più o meno vasta - della destra democristiana. Non può rincorrere i gruppi, vecchi e nuovi, che si sono formati alla sua destra, dove si troverebbe in una impensabile posizione pre-Fiuggi. Potrebbe, certo, confluire nel Partito (o Popolo) della Libertà, ma è un'ipotesi scartata a priori dal suo gruppo dirigente o - almeno - da Gianfranco Fini. Il problema di An è dunque, prima di tutto, darsi un'identità che la distingua dal polpettone degli ex dc, dalla destra massimalista e dal nuovo partito di Silvio Berlusconi.

Non condivido il pessimismo totale manifestato da Stenio Solinas su queste pagine. An ha espresso uomini che si sono dimostrati capaci di governare e di cambiare. E la fondazione Fare Futuro sembra la prova della volontà di guardare in avanti, piuttosto che indietro. Già nel luglio del 2006 Fini dette alcune indicazioni sulla svolta da dare al suo partito: il quale doveva trovare un suo punto di convergenza «tra cultura nazionale cattolica e socialismo riformista»; doveva essere capace di «rappresentare un'area vasta e plurale di culture e sensibilità diverse»; doveva pensare «al cittadino come persona, non solo come consumatore o lavoratore»; infatti, aggiunse, c'è nella destra «un'identità più profonda e quindi un senso etico della vita, spirituale o anche religioso». Tutte belle cose, certo, ma che non hanno avuto ancora modo di concretizzarsi, speriamo solo a causa delle contingenze politiche. E che, comunque, non identificano in modo abbastanza netto un partito che non può, pena una crisi fatale, scendere sotto la soglia del 10 per cento.
Semplificando, mi sembra siano due le aree politiche e culturali ancora sgombre che An potrebbe occupare. Una è quella della destra libertaria americana, per la quale mi batto - inascoltatissimo - da anni. Se sono inascoltato un motivo c'è, e evidentemente ho torto: l'elettorato di An e la sua classe dirigente non sono né pronti né intenzionati a compiere il gran salto che li porterebbe dalla destra più antica, quella postfascista, a quella libertaria. Per la crescita di questa destra nuova bisognerà far crescere, come una pianta di serra, i Radicali Liberali di Benedetto Della Vedova, sperando che ricevano altra linfa dal ritrovato Daniele Capezzone e dai pannelliani che dovessero seguire il suo esempio. Allora rimane soltanto lo spazio per un partito modernamente conservatore. Attentissimo, cioè, a delineare i confini fra un conservatorismo aperto ai cambiamenti della società e quello perdente e dannoso di chi pensa che solo il vecchio è buono. Un sano conservatorismo sarebbe, per esempio, difendere l'identità italiana dall'omologazione europea: uno spazio di manovra ancora vergine nella nostra politica.

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venerdì 23 novembre 2007

Milano in imbarazzo per la visita del Dalai Lama. Sgarbi: «Lo porterò io ad Arcore».

Agenda semivuota Formigoni annuncia un incontro, «ma non al Pirellone». La città teme di perdere l’Expo 2015 per le ritorsioni di Pechino.

(Elisabetta Soglio - Il Corriere della Sera) Il Dalai Lama mette in imbarazzo le istituzioni milanesi. Il Premio Nobel per la Pace sarà in città dal 5 al 9 dicembre prossimo, ma la sua agenda non è ancora definita. Di certo, dal 7 al 9 la guida spirituale dei buddisti terrà alcuni insegnamenti sul tema «La via della Pace» al Palasharp. Ma chi sta organizzando l’evento non ha ancora definito i termini degli appuntamenti con sindaco, presidente della Provincia e presidente della Regione. O meglio. Il sindaco Letizia Moratti avrebbe già risposto alla richiesta di un incontro spiegando che in quei giorni (durante i quali sarà in visita istituzionale a Milano il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e saranno in città anche ambasciatori e consoli invitati per la Prima Scaligera della sera di Sant’Ambrogio) aveva già impegni pregressi.

La palla dovrebbe rimbalzare al presidente del Consiglio comunale, Manfredi Palmeri, che però non ha ancora ricevuto indicazioni ufficiali. In compenso, l’assessore Vittorio Sgarbi rompe gli indugi: «Riceverò io il Dalai Lama. C’erano effettivamente stati alcuni imbarazzi in giunta quando si era trattato di decidere se dare o meno il patrocinio all’iniziativa del Palasharp. Alla fine, dietro mia insistenza, il patrocinio è stato concesso, quindi non vedo il problema». Di più: «Chiederò a Berlusconi che anche lui lo riceva ad Arcore: lo ha fatto con gli ispettori dell’Expo, perché non dovrebbe farlo col Dalai Lama? », si chiede Sgarbi. «Il problema—tuona la capogruppo dell’Ulivo, Marilena Adamo— esiste eccome. Ed è legato al fatto che si fanno calcoli di opportunità in vista del voto della Cina per l’assegnazione dell’Expo, si stanno perdendo di vista le regole della buona educazione e dei doveri istituzionali ».

La questione del patrocinio, in effetti, era stata posta in aula dalla mozione dei consiglieri Andrea Fanzago ed Ettore Martinelli: «Gli organizzatori aspettavano da un anno una risposta che è arrivata il 21 ottobre scorso. Tra l’altro, dei tre giorni al Palasharp, solo uno è offerto gratuitamente». L’imbarazzo travalica i portoni di Palazzo Marino. Dagli uffici del Governatore della Regione, Roberto Formigoni, viene fatto sapere che «ci sarà un incontro, ma non al Pirellone». Anche il presidente della Provincia, Filippo Penati, non riceverà il Dalai Lama nella sede di Palazzo Isimbardi: «Faremo una visita privata esterna». In compenso, la Provincia ha patrocinato la tre giorni al Palasharp pagando alcuni annunci pubblicitari usciti sui giornali con il logo istituzionale. E c’è il caso di Cologno Monzese, comune dell’hinterland che ospita una delle più vaste comunità buddiste del Paese, dove il Dalai Lama verrà ricevuto l’8 dicembre. Il consiglio comunale ha deciso di concedere la cittadinanza onoraria a Sua Santità, ma il centrodestra ha votato contro l’iniziativa. Imbarazzante, no?

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Rai-Mediaset: Crespi, 31 parlamentari intercettati.

Il caso L'inchiesta sulla bancarotta del sondaggista. Dall'ex premier a Bobo Craxi: registrazioni «di sponda», no dei pm alle sbobinature .

(Corriere della Sera) Trentuno parlamentari intercettati indirettamente. Da Silvio Berlusconi a Giulio Tremonti, da Francesco Cossiga a Bobo Craxi, da Cesare Previti a Sandro Bondi, da Claudio Scajola a Paolo Bonaiuti, da Maurizio Gasparri a Francesco Storace, dall'avvocato Niccolò Ghedini a Katia Bellillo: tanti sono i deputati e i senatori che, tra giugno 2004 e febbraio 2005, l'inchiesta milanese sulla bancarotta della Hdc di Luigi Crespi (l'ex sondaggista di Berlusconi arrestato nel 2005) si è trovata a intercettare di sponda: cioè imbattendovisi quali interlocutori o degli indagati intercettati (come lo stesso Crespi) o di persone non indagate ma con l'utenza in quel momento ugualmente sotto controllo dei pm (come l'ex presidente di Patrimonio spa Massimo Ponzellini, oggi presidente di Impregilo, o Nicolò Querci, vicepresidente di Rti, la società delle tv Mediaset).

Ma diversamente da altri recenti incroci tra politica e inchieste, queste intercettazioni resteranno patrimonio solo di chi le ha captate e ascoltate. Perché, questa estate, i pm Pedio e Pellicano le hanno ritenute tutte di contenuto penalmente non rilevante, nei confronti sia dei politici sia dei loro interlocutori (compresi gli indagati). Non le hanno fatte perciò trascrivere alla GdF, e neanche riassumere nei «brogliacci», schede che in due righe indicano data-orario-interlocutori e argomento del colloquio: in ossequio alla legge Boato, di recente però bocciata dalla Consulta nella parte in cui vietava di utilizzarle almeno contro i non-parlamentari, sono state stralciate dal processo. E nessuno dei difensori, ammessi ad ascoltarle, ne ha chiesto l'utilizzo.
Si sono così «perse», fra esse, ad esempio tre telefonate di Berlusconi con Deborah Bergamini (sua ex segretaria, poi al marketing Rai), che ne ha anche una con Bondi, Cicchitto, Massimo Baldini, Paolo Ricciotti e Katia Bellillo. Berlusconi, da premier, ne ha poi dodici con Querci (alla testa delle 3 reti tv di Mediaset). Tante quelle di Bobo Craxi con i fratelli Crespi. In decine è Alfredo Messina (n.2 di Mediolanum, teste nei processi Sme a Berlusconi e Previti) a parlare con l'avvocato Ghedini e lo stesso Previti. Dieci i contatti fra Tremonti e un manager di Crespi, Marini. L'inchiesta Hdc si è già conclusa con accuse di concorso nella bancarotta a Crespi, a Fiorani e al manager Publitalia Pravadelli; e i pm, che non hanno mai indagato Berlusconi o Tremonti nonostante le prospettazioni di Crespi, hanno derubricato in favoreggiamento l'accusa al presidente Mediaset, Fedele Confalonieri, «il dottore» di talune intercettazioni tra Messina e Crespi. Ma anche qui la Procura ha ritenuto irrilevanti per l'indagine (e dunque non ha fatto trascrivere) la montagna di telefonate fra gli intercettati e i non-politici (come i dirigenti di Rai e Mediaset). Diversamente però da quelle con i politici, di queste telefonate restano agli atti i brogliacci GdF.

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giovedì 22 novembre 2007

I Brambilla boys alla conquista del Veneto.

Giovani e pronti a cambiare la politica: «Finalmente a casa i parrucconi». E intanto An intima ai suoi iscritti di scegliere dove stare.

(Simonetta Zanetti - Il Mattino di Padova) Dopo l’euforia, paura. E confusione. Nemmeno il tempo di esaurire la sbornia di applausi per il futuro concepimento del partito della Libertà che in Forza Italia parte la “sindrome di San Silvestro”, il terrore sinistro di fare la fine del vecchio coccio la notte di Capodanno, defenestrato dopo anni di fedeli servigi, per far spazio alle nuove stoviglie. Nel suo show il cavaliere l’ha detto: basta con i vecchi parrucconi, è il momento dei giovani. Che non aspettavano altro. E rincarano la dose. Lo conferma il 21enne Mattia Perencin uno dei boys veneti di Michela Vittoria Brambilla - assieme a Enoch Soranzo (Padova) e Valerio Corradi (Verona) - in qualità di portavoce dei circoli del Trevigiano e, a suo dire, il più giovane in assoluto a ricoprire questo ruolo: «E’ passata la linea di mandare a casa i parrucconi per fare spazio a volti nuovi, sotto i 40 anni, e al tempo stesso credibili - sostiene Perencin già presidente del circolo Facca di Soligo - finalmente lavoro e trasparenza che ci contraddistinguono vengono premiati». Guardano al futuro carichi come molle, i boys veneti ma, buone intenzioni a parte, nessuno sa ancora cosa accadrà. Quasi tutte le domande non hanno ancora una risposta: che fine farà Fi, ingloberà nuovi alleati fino a scoppiare? E secondo quali gerarchie si confronterà con loro? Chi eleggerà chi? «Molte cose non sono chiare nemmeno a noi - prosegue Perencin - stiamo aspettando direttive, così come tutti gli iscritti a Fi. In queste ore si sta verificando un vero e proprio assalto alla diligenza dei “vecchi” dirigenti nell’estremo tentativo di riciclarsi per conservare la poltrona». E come la mettiamo con i nomi importanti, che in Veneto hanno fatto la storia del partito di Berlusconi? Cioè: che si fa con Galan, difeso a spada tratta - ce ne fosse bisogno - dai circoli del Buon governo? «In questi 15 anni ha amministrato benissimo - prosegue Perencin - per cui gli auguro di andare avanti, magari investendo di più sui giovani quando farà la sua prossima squadra. Certo tre legislature non sono poche. Forse potrebbe continuare a dare il suo contributo facendo un passo indietro, come fanno molti grandi registi, e lasciando a noi giovani la possibilità di crescere».
E mentre il popolo che guarda a Berlusconi - sia esso di diretta discendenza azzurra o figlio dei circoli della Brambilla o di Dell’Utri - si interroga sul suo futuro, anche gli alleati della Cdl si dibattono nell’incertezza e, nel dubbio, mettono le mani avanti. Sabato in sede di coordinamento regionale An porrà i suoi iscritti di fronte a una scelta: superato il senso associazionistico dei circoli, i militanti dovranno scegliere dove stare. «Noi lo dicevamo da tempo che i circoli erano uno strumento ad uso e consumo di Fi o meglio di Berlusconi - conferma il consigliere regionale Piergiorgio Cortelazzo - al tempo le adesioni sono state fatte in virtù di uno spirito unitario all’interno della Cdl ma questo non significa che il passaggio al nuovo partito sia altrettanto automatico». Proprio dal partito di Fini arriva il portavoce dei circoli di Padova Enoch Soranzo, 34 anni. Se la sua investitura suona già come una scelta di svolta, lui tuttavia, prova a glissare: «Spero che il partito comprenda le esigenze che arrivano da un tessuto sociale che si è rivelato particolarmente ampio - sostiene - del resto le istanze poste dalla gente sono inconfutabili ed invitano a superare i vecchi schemi, lasciando spazio a chi ha voglia di spendersi sul campo». I giovani scalpitano e i «vecchi» fremono. Pertanto, se da un lato è quantomeno inverosimile che il ruolo di Giancarlo Galan possa essere messo in discussione, al sottobosco della politica che in questi anni ha viaggiato sfruttando venti favorevoli, non resta che munirsi di scarpe comode e tornare in piazza a raccogliere consensi. I criteri di organizzazione del nuovo partito - ancora inesistenti - tornano ad essere essenziali ben oltre i nomi. «La scelta del sistema elettorale è fondamentale - garantisce il consigliere regionale Leonardo Padrin cercando di mettere un po’ d’ordine nel delirio collettivo - bisogna capire se si vuol dare alla base l’opportunità di scegliere attraverso le primarie o se invece si riterrà di percorrere la strada della nuova legge elettorale, puntando sulla preferenza. I tempi non saranno così immediati. Più apriamo alla partecipazione, più facile sarà mettere fine alla casta». Al popolo azzurro non resta che aspettare nuove indicazioni: «Stiamo ancora cercando di capire il senso e le possibilità dell’ultima invenzione del presidente Berlusconi» sostiene Stefano Svegliado, coordinatore provinciale uscente a Padova «I parrucconi stanno facendo di tutto per non perdere il treno. Credo che sia importante non bloccare questa ondata di democrazia e che i congressi, così come i tesseramenti, rappresentino una prima fase della trasformazione di Fi da “partito di plastica” a “partito vero”. E che non verrà buttato a mare niente».

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