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venerdì 15 agosto 2008

Francia, authority chiede parità su congedi e reversibilità pensioni.

(Ansa) In Francia si assottiglia sempre piu' la distanza tra matrimoni e Pacs (Patti civili di solidarieta') dopo una serie di pronunce dell'Alta autorita' di lotta contro le discriminazioni (Halde) che chiedono parita' di diritti in materia di congedi familiari e reversibilita' delle pensioni per le due diverse forme di unione.
L'Halde non ha poteri legislativi diretti, ma tramite pareri e raccomandazioni puo' fornire al governo linee guida in determinati ambiti. Per quanto riguarda i diritti delle coppie legate da Pacs, nel solo 2008 si e' gia' fatta sentire tre volte.
Un primo parere, a febbraio, ha ritenuto 'discriminatoria' la mancata concessione di congedi per eventi familiari ai dipendenti uniti da un Pacs, dando al ministero del Lavoro sei mesi di tempo per fare le modifiche necessarie. Il consiglio, pero', non pare essere stato accolto, dato che dal ministero hanno fatto sapere di non ritenere il 'dispositivo normativo esistente' bisognoso di 'alcuna modifica', in quanto 'i pacs non hanno ne' come oggetto ne' come effetto la creazione di qualcosa di equivalente al matrimonio'.
Le altre due pronunce, datate maggio 2008, riguardano invece i diritti di un componente della coppia unita da Pacs in caso di decesso dell'altro: la prima chiede di estendere anche alle unioni civili il diritto alla reversibilita' della pensione (versamento al vedovo di parte della pensione del coniuge morto), mentre la seconda ritiene discriminatoria la scelta di negare al membro superstite di una coppia legata da Pacs la concessione di un 'capitale di decesso' (aiuto finanziario per le spese del funerale).
L'intensificarsi delle richieste di diritti per chi sottoscrive un pacs procede di pari passo all'aumento delle coppie che scelgono questa forma di unione, creata in Francia nel 1999: nel 2007 hanno ormai superato quota 100.000, con un aumento del 32% rispetto all'anno precedente, e solo nel 7% dei casi si trattava di coppie omosessuali. Una scelta favorita anche dalle attuali politiche fiscali del governo francese, che garantiscono a chi opta per i Pacs un regime di tassazione pressoche' analogo a quello delle coppie sposate. Continua invece, lenta ma inesorabile, la diminuzione dei matrimoni, che l'anno scorso, secondo i dati della cancelleria dello Stato, sono calati del 3%.
Le associazioni omosessuali si dicono disposte a lavorare con il governo per un miglioramento dei Pacs e giudicano ormai 'praticamente completato' l' allineamento dei diritti degli sposati e di quelli uniti con i Pacs.

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domenica 10 agosto 2008

La Francia rifiuta di riconoscere un'unione civile gay ad un inglese compagno di un francese.

Pink news con un servizio in esclusiva ci informa delle difficoltà che sta incontrando un cittadino gay inglese, Fernando Soares nel far riconoscere i propri diritti in Francia. L'uomo, 54enne, unito con un partnership act a Nigel, un 31enne francese non riesce a far riconoscere il legame dal governo di Parigi, infatti, mentre l'Inghilterra riconosce i Pacs francesi, la Francia, a sua volta, non riconosce gli equivalenti inglesi.
L'amara sorpresa Fernando la fà dopo la morte di Nigel, morto di cancro a marzo.
La coppia, trasferitasi dall’Inghilterra alla Francia, avevan acquistato una casa nella cittadina di Ceret, vicino a Perpignan, ma quando l’uomo si è rivolto al notaio per far valere i propri diritti di partner si è sentito dire che la Francia non riconosceva la loro unione e che quindi era costretto a pagare la tassazione sulle proprietà prevista dalla legislazione francese per le persone non unite civilmente.
"Non è giusto - ha dichiarato l’uomo a Pink news -perché l'Inghilterra ha stabilito il pieno riconoscimento dei Pacs francesi sul suo territorio”.
La Francia non è nuova a queste imprese liberticide infatti a maggio il governo Sarkozy tolse la cittadinanza ad un cittadino francese perde dopo le sue nozze gay contratte in Olanda e di cui abbiamo parlato.

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sabato 5 luglio 2008

Giovanardi il governo e la famiglia. "Spero che in questa legislatura il dibattito sui Pacs venga accantonato".

Dubbi sulla gratuità delle adozioni e sul Garante per l'Infanzia, rilancio del quoziente familiare, riportare a una sola sede l'Osservatorio nazionale sulla famiglia.

(Vita) Il 3 luglio il sottosegretrario Carlo Giovanardi, con delega alle politiche familiari, ha presentato alla Commissione Affari Sociali della Camera il suo piano programmatico. Ecco in anteprima il suo intervento. Con qualche stoccata e la messa in discussione di parecchie idee ormai consolidate... Sul Garante dell'Infaniza, per esempio, la sintonia con il ministro Carfagna non pare proprio essere perfetta.

Una premessa
Una premessa politica: la famiglia titolare delle politiche per la famiglia di questo Governo è quella della Costituzione, fondata sul matrimonio. Io spero che in questa legislatura il dibattito sui Pacs venga accantonato, però non ho problema a dire che - al di là del dibattito ideologico – nella scorsa legislatura sono state portate avanti anche politiche vere nei confronti della famiglia, apprezzabili, anche se ora vi dirò le criticità che ho riscontrato nella loro attuazione.
Politiche concorrenti
Le politiche per la famiglia sono di competenza delle Regioni, quindi si è sempre su un confine labile. Se il Governo decide di finalizzare dei fondi per le politiche per la famiglia, non si può fare: puoi solo metterti attorno a un tavolo con le Regioni, con poi il probelma del monitoraggio dell’uso dei fondi. Faccio l’esempio della cosiddetta “triplice”, quei 100milioni di euro stanziti dal ministro Bindi per politiche tariffarie a favore delle famiglie numerose, consultori, assistenti familiari, più – in un secondo momento - 25 milioni di euro per il rientro e la permanenza in famiglia di anziani non autosufficienti. Le regioni dovevano dare almeno il 20%, però poi c’è stata la deroga e alcune ne hanno dato solo l’8%. Le diverse regioni hanno enfatizzato diversi settori. Per esempio vedo che alcune Regioni hanno presentato dei progetti per il capitolo politiche tariffarie per le famiglie numerose, ma poi lo hanno attuato solo su alcuni comuni campione ed esteso anche alle società sportive: allora non è più un intervento a favore delle famiglie numerose.

Piano per la famiglia
È in via di elaborazione, ma si pone il problema dovuto al fatto che non c’è uno strumento che riesca a prevedere quale sarà l’impatto degli interventi – qualsiasi essi siano - sulla famiglia. Il piano dovrebbe innanzitutto farsi carico di questo. C’è una bozza del prof. Donati, che dovrebbe essere portata avanti.

Asili nido
Il ministro Bindi ha avviato un piano straordinario che, seguendo Lisbona, dovrebbe portare entro il 2010 alla copertura del 33%; c’è stata un’intesa in Conferenza unificata, ma vedo due problemi: i fondi sono finalizzati alla costruzione di nuovi asili, ma poi questi nuovi asili hanno bisogno di risorse per geestrli. E pure di un monitoraggio per verificare a che punto siamo.

Un organigramma complesso
A occuprsi di famiglia c’è l’Osservatorio nazionale per l’infanza e l’adolescenza, poderoso, che ha sette sottocommisioni, che deve fornire materiale per una relazione del Governo all’Onu sulla condizione infanzia nel nostro paese e d’altra parte fare un Piano infanzia; collegato c’è il Centro di documentazione e analisi, che fa da comitato tecnico scientifico; poi ambedue hanno come braccio operativo l’Istituto degli Innocenti. C’è l’Osservatorio nazionale sulla famiglia, che adesso ha tre sedi, Bologna, Bari e Roma: io l’ho trovato fatto, ma questa tripartizione non è che mi convinca molto, ne bastava uno. Io devo nominare dei tecnici e degli esperti di famiglia, che partecipino a 16 commissioni governative… Un quadro complesso. Un riordino e una riflessione complessiva forse va fatta, per avere un quadro unitario sul soggetto unitario della famiglia.

Adozioni internazionali
Un tema che anche oggi [ieri, ndr] è sui giornali. Problema serio per la domanda, la complssità delle procedure, che riguarda anche una sempre maggior severità dei paesi d’origine, che pretendono cose che a noi sembarno incongrue ma che per loro sono importanti. Una semplificazione delle procedure si scontra quindi con la volontà di questi paesi, che chiedono procedure complesse e approfondite. Nella scorsa legislatura c’è stato un giusto provvedimento per dare 1.200 euro a tutte le coppie adottanti, una cifra che più o meno copre i costi nazionali, ed è stata avanzata la richesta di gratuità totale dell’adozione internazionale, su cui occorre aprire una riflessione: è anche vero però che per accedere all’adozione bisogna garantire un certo reddito e che i paesi d’origine sono sempre più rigidi anche su questo. Se lo Stato si fa interamente carico delle spese è un problema, nell’ottica delle priorità, bisogna fare delle scelte.

Minori
Ci sono progetti anche governativi e parlamentari sull’istuzione del Garante nazionale per l’Infanzia, in campo c’è la riforma dei Tribunali dei minori per arrivare a un Tribunale per la famiglia. Sul Garante aprirei una riflessione parlamentare approfondita per ragionare sulla sua funzione, i suoi compiti, gli interventi che può fare… Bisogna capire come il Garante si rapporta con i tribunali per i minori… Negli ultimi anni abbiamo visto una moltiplicazione degli organi di garanzia, ma alcuni ora chiudono preché non ce n’era bisogno.

Fisco
È il problema forse più importante, ma non è di competenza mia. Prendo atto con soddisfazione che anche ieri Tremonti ha ribadito pubblicamente un’attenzione fiscale per le famiglie. Io ribadisico che siamo orientati a una politica di deduzioni fiscali, che quindi aderiamo a quanto è stato indicato dal Forum delle associazioni familiari con le 1milione e passa firme raccolte, per arrivare poi - col tempo e le risorse necessarie - al quoziente familiare. È un po’ come scoprire l’acqua calda, anche se è difficile da realizzare: le politiche fiscali devono riconoscere che avere figli non è una questione privata ma questione importante per il futuro sociale del paese

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lunedì 5 maggio 2008

Cambia sesso, divorzia dalla moglie e la risposa con un Pacs.


(River-blog) Martin e Linda si sono sposati 30 anni fa, nel 1977. Anno dopo anno, Martin (foto sotto) matura la convinzione e il desiderio di cambiare sesso: decisione che comunica alla sua metà nel 1998. Il tutto avviene con operazioni su operazioni e un costo di circa 25mila euro. Quando il cambio di sesso è andato a buon fine, Martin - nuovo nome Emma - è praticamente costretto a separarsi dalla moglie: solo così facendo, lo Stato gli avrebbe riconosciuto ufficialmente il cambio di identità. Ma a quel punto la coppia, che ha continuato a vivere insieme, si è trovata di fronte ad un problema di natura economica: entrambi, divorziando, dovevano rinunciare ad alcuni benefici di natura fiscale e pensionistica. La soluzione? Sposarsi di nuovo grazie alle unioni civili riconosciute nel Regno Unito. Secondo le statistiche ufficiali, da quando le unioni civili sono state introdotte, nel dicembre 2005, circa 27mila coppie hanno potuto beneficiarne. Ma un’associazione per la tutela dei transessuali, la Beaumont Society, chiede modifiche legislative, per evitare che si ripetano casi come quello di Martin/Emma e della moglie. “Sarebbe più logico che una coppia non fosse costretta a divorziare per vedere riconosciuti gli stessi diritti. Chiediamo quindi che sia possibile continuare a essere sposati, anche se uno dei due partner ha cambiato sesso”.

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venerdì 14 marzo 2008

Stasera premiere romana de "Improvvisamente l'inverno scorso".

(Gaytoday) La distribuzione dei documentari, soprattutto quelli scomodi, si sa che in Italia ha vita difficile. Addirittura "Redacted" di Brian De Palma (in realtà una via di mezzo tra fiction e documentario), che tanti applausi aveva ricevuto a Venezia, non avrà una distribuzione nella sale italiane, ma passerà direttamente su Sky.
Possiamo dunque immaginare i problemi e i no categorici che avranno incontrato i registi Gustav Hofer e Luca Ragazzi del film "Improvvisamente l'inverno scorso", presentato con successo al Festival di Berlino nella sezione "Panorama", che ha ricevuto la menzione speciale della giuria "Manfred Salzgeber", dedicato a lungometraggi innovativi.
Il film segue i due registi, in coppia da otto anni, che vengono investiti (insieme a milioni di altri omosessuali) da un'ondata di omofobia quando il governo decide nel febbraio 2007 di presentare il disegno di legge sui DiCo. Molte le interviste a gente comune, parlamentari, di destra e di sinistra, e associazioni religiose.
Ma se Maometto non va alla montagna... E i due registi coraggiosamente hanno allora scelto di portare il loro film in un vero e proprio tour nelle principali città italiane.
Premiere a Roma venerdì 14 Marzo ore 21 all'Apollo 11 c/o Itis Galilei - Via Conteverde, 51 (Piazza Vittorio). A seguire le date certe sono: 20 Marzo Bari, 25 Marzo Trieste, 26 Marzo Pordenone, 27 Marzo Udine, 28 Marzo Lecco, 3 Aprile Padova, 5 Aprile Campobasso, 7 Aprile Torino, 8 Aprile Mantova, 9 Aprile Reggio Emilia, 10 Aprile Bergamo, 16 e 20 Aprile Bolzano. Ma altre se ne vanno aggiungendo giorno dopo giorno. Per ulteriori informazioni potete visitare il sito del film.
Venerdì sera a Roma sono stati invitati inoltre Barbara Pollastrini, Franco Grillini, Vladimir Luxuria e Cesare Salvi, oltre a Veronica Pivetti che al film presta la sua voce.
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mercoledì 13 febbraio 2008

La Prestigiacomo a Ferrara, giù le mani dall'aborto e a GayLib: 'L'elettorato cattolico si può fidare: non faremo mai i Pacs'.

(Apcom) - "Rispetto Giuliano Ferrara ma non è utile alla politica la sua iniziativa. Avvelenerà il clima, non perché la sua non sia una battaglia legittima. Anch'io sono pro vita e non pro aborto, però dobbiamo piantarla di criminalizzare le donne che compiono una scelta che è drammatica". Lo afferma Stefania Prestigiacomo, esponente di Forza Italia, in un'intervista alla 'Repubblica'.

La parlamentare sostiene che il possibile futuro governo Berlusconi "non toccherà la legge sull'aborto" anche perché "l'aborto non è questione che possa entrare a far parte del programma elettorale, non sono queste le priorità di cui la gente vuole discutere che riguardano il potere d'acquisto, i salari bassi, la vita quotidiana".

Prestigiacomo puntualizza che il leader del Pdl Silvio Berlusconi sull'argomento "ha sempre parlato di libertà di coscienza". Non ci sarà nessuna modifica alla 194. Sarà piuttosto applicata meglio, con adeguate politiche di sostegno alle donne. In questa legislatura con una maggioranza risicata nessuno dell'opposizione di centrodestra si è "sognato di proporre lo smantellamento della 194. C'è molto da fare invece sulla prevenzione".

L'ex ministro delle pari opportunità sottolinea comunque che "l'elettorato cattolico ha a cuore i temi della famiglia e sa che del centrodestra ci si può fidare. Noi non faremo mai i Pacs".

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lunedì 28 gennaio 2008

«Crematemi», ma non basta la parola del vedovo gay.

Francese morto a Venezia in un incidente: l’ultimo saluto bloccato per 15 giorni. È stato necessario il consenso di un nipote - Coppia unita nei Pacs in base all’ordinamento di Parigi non riconosciuto in Italia. Un’odissea burocratica per rispettare le volontà del defunto.

(Lorenzo Mayer - Il Gazzettino) Per la legge francese erano regolarmente uniti. Ma questo in Italia non fa testo. Niente cremazione o passaggio di eredità se ad indicare queste ultime volontà non è un componente della famiglia tradizionale, ma un compagno dello stesso sesso. È quanto insegna la storia di un cittadino francese, morto il 12 gennaio scorso dopo essere stato investito da un'auto al Lido di Venezia. Solo ieri mattina - dopo aver rintracciato un nipote - è potuta avvenire la cremazione.

Così anche l'ultimo viaggio, o le pratiche per la successione e l'eredità, possono trasformarsi in un'impresa se, pur vivendo da oltre dieci anni a Venezia, si è poi soggetti ad un ordinamento giuridico diverso da quello italiano, in questo caso francese, che non corrisponde alla legislazione nazionale. Solo ieri mattina, al cimitero di San Michele di Venezia, si è svolta la cerimonia funebre, a quindici giorni di distanza dal tragico incidente, con la cremazione così come lo stesso defunto aveva disposto. Sono state rispettate le sue ultime volontà. Ma la procedura è stata tutt'altro che facile.

L'uomo di 80 anni, nato a Chateau Villan, ufficialmente era residente a Parigi, anche se da parecchi anni viveva al Lido. Il 15 novembre 1999, il Parlamento francese ha approvato la legge numero 944 dal titolo "Du pacte civil de solidarité et du concubinage". Il provvedimento disciplina l'unione tra due persone, diversa dal matrimonio, che viene definita "il Patto civile di solidarietà": anche tra persone dello stesso sesso. L'anziano investito al Lido da nove anni era, infatti, unito regolarmente, anche sotto l'aspetto civile, ad un compagno. Ma questo non l'ha messo ai ripari dalla burocrazia. Dopo la pensione i due, che stavano insieme da circa quarant'anni, avevano deciso, di comune accordo, di stabilirsi a Venezia. La loro era unione, però, era riconosciuta in Francia, ma non in Italia, dove i Pacs sono al centro della contesa politica. E quindi qui, visto che il compagno era l'unico familiare dell'uomo, non sarebbe potuta avvenire la cremazione. Ci sono volute due settimane di attesa, quasi snervante, per il "vedovo" e gli amici per arrivare ad una soluzione del "caso" dando all'anziano l'ultimo saluto secondo la sua volontà. Un ruolo determinante l'ha avuta la professionalità dimostrata dai dipendenti dell'Ufficio anagrafe del Lido, che hanno preso a cuore la vicenda.

In base alla legge francese, il Patto civile di solidarietà è un contratto stipulato da due persone fisiche maggiorenni, di sesso diverso o del medesimo sesso, per organizzare la loro vita comune. Il Patto viene concluso mediante dichiarazione congiunta presso la cancelleria del tribunale d'istanza del luogo dove fissano la loro residenza comune ed è soggetta a registrazione. Con la stipula nascono in capo ai partners una serie di obblighi e diritti sia economici che sociali tra i quali anche le disposizioni delle ultime volontà, in caso di morte, e il passaggio dell'eredità. Ma quando negli uffici della municipalità del Lido si è presentato il compagno per chiedere la cremazione ed esprimere le ultime volontà del defunto, gli addetti, pur comprendendo la vicenda, si sono trovati impossibilitati ad accogliere una tale richiesta. Per la legge italiana l'interlocutore che avevano davanti non era certo un familiare e non aveva, quindi, alcun diritto.

I dipendenti, capita la delicatezza della questione, si sono messi al lavoro. Dopo una settimana di ricerche e contatti, anche con l'ambasciata francese, sono riusciti a risalire ad un nipote che ha autorizzato la cremazione. «Un "caso" limite - spiegano dall'Ufficio anagrafe della Municipalità del Lido - ma queste situazioni sono destinate a diventare sempre più frequenti, visto una società sempre più multiculturale».

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martedì 15 gennaio 2008

Francia. Ultimo censimento 63.753.000 di abitanti, +0.6% sul 2007. Nascite, la maggioranza da coppie non sposate.

(Apcom) - La Francia conta al primo gennaio di quest'anno 63.753.000 di abitanti, vale a dire 361.000 (+0,6%) in più rispetto all'anno precedente, secondo i dati provvisori resi pubblici stamane dall'Insee, l'Istituto di statistica francese.

Il rapporto Insee conferma anche alcune tendenze già rilevate negli ultimi anni: nel 2007 le nascite fuori dal matrimonio sono divenute la maggioranza e l'aspettativa di vita è aumentata di tre mesi lo scorso anno per raggiungere i 77,5 anni per gli uomini e gli 84,4 per le donne.

Nel 2007 sono nate 816.500 persone, contro 526.500 decessi, vale a dire un surplus di 290.000 persone. Ad esso si aggiunge un saldo migratorio di 71.000 persone, in diminuzione rispetto al dato di 91.000 del 2006.

I matrimoni sono diminuiti da 274.084 nel 2006 a 266.500 l'anno successivo. L'età media degli sposi è di 31,3 anni, per le spose di 29,3 anni. I Pacs continuano ad avere il vento in poppa, in tutto 350mila dal 1999: lo scorso anno sono stati 73mila, 77mila l'anno precedente. Nel 2006 solo il 7% dei Pacs è stato stipulato da coppie omosessuali.

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sabato 29 dicembre 2007

Coppie di fatto: la patata bollente dei Dico scotta ancora nel 2008.

Piazza Farnese, a Roma, piena per la manifestazione a sostegno del disegno di legge sui Dico | Ansa
(Panorama) Non piacevano i Pacs (i Patti Civili di Solidarietà: leggi qui e qui), la prima ipotesi di regolamentazione delle coppie di fatto. Sgraditi anche i Dico (Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi), contro cui si era sollevata la crociata del popolo del Family day del 12 maggio scorso. Dispersi tra i faldoni delle proposte di legge del Parlamento anche i Cus, ovvero i contratti di unione solidale, secondo il testo presentato dal presidente della commissione Giustizia del Senato Cesare Salvi (Sinistra Democratica), dovrebbero tornare alla ribalta nei primi mesi del 2008. Di fatto, finisce il 2007 e l’Italia ancora non riesce a dotarsi di una legge che regolamenti diritti e doveri delle coppie conviventi, non dello stesso sesso.

E non è detto che ci riesca nemmeno l’anno prossimo, almeno sentendo gli umori di maggioranza e opposizione, di cui si fa portavoce il ministro della Famiglia, Rosy Bindi: “I Cus, contratti di unione solidale, non troveranno la maggioranza in Parlamento, anche a causa di alcuni profili incostituzionali”. E non c’entra il risentimento della Bindi, che con la collega Barbara Pollastrini aveva buttato giù, l’8 febbraio scorso, il disegno di legge sui Dico ora sostituito dal testo Salvi. L’analisi è squisitamente politica: “Il Governo ha fatto il suo dovere, ma il Parlamento è sovrano”. Una lettura che non lascia scampo alle interpretazioni: da Palazzo Chigi il diktat è di “lavarsene le mani”, in modo che il disegno di legge (osteggiato dal Vaticano, dall’opposizione e da ampie fette cattoliche della maggioranza: i teodem confluiti nel Pd e i Mastellani del Campanile) non metta a repentaglio il già traballante esecutivo. Basta sentire il ministro della Giustizia, a proposito della clamorosa bocciatura al comune di Roma del registro per le unioni civili, per averne conferma: “La sinistra voleva dare uno schiaffo al Vaticano e pure ai cattolici ma non c’è riuscita. Erano in gioco dei valori, i nostri valori e dunque era necessario tenere il punto come abbiamo già fatto in Parlamento”.
Argomento buono per scaldare gli animi in campagna elettorale, i Cus (o Dico che dir si voglia) sono diventati un tema scomodo quando si è trattato di trovare maggioranze e convergenze attorno a una proposta in grado di superare gli attuali schieramenti parlamentari. Le ultime notizie che si hanno sulla proposta risalgono a inizio dicembre, quando i Cus di Salvi hanno superato lo scoglio del comitato ristretto della Commissione Giustizia e dei 1500 emendamenti. E nonostante le associazioni di omosessuali, i socialisti di Boselli, i radicali di Bonino, Sd, Rc, Pcdi, Verdi, una parte consistente del Pd abbiano già cantato vittoria, l’iter è ancora lungo e travagliato. Secondo lo stesso presidente Salvi: “È ragionevole prevedere che il Senato esaminerà i Cus all’inizio di febbraio”. E allora se ne vedranno delle belle: la maggioranza sui diritti dei conviventi rischia palesemente il divorzio. Esattamente come lo ha rischiato sui capitoli della Finanziaria, del pacchetto sicurezza e della riforma del welfare. Con la differenza che, arrivando in Aula dopo la verifica d’inizio anno chiesta a Prodi dalla Sinistra-Arcobaleno, e con la manciata di voti di vantaggio che il premier vanta a Palazzo Madama, il Prof. non potrà più lavarsene le mani e sperare nel senso di responsabilità degli alleati di sinistra.

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sabato 22 dicembre 2007

Il lupo, l'agnello e i diritti.

(Moni Ovadia - L'Unità) La parabola del lupo che si abbevera a monte di un ruscello e accusa l’agnello, il quale beve a valle, di intorbidargli l’acqua è piuttosto nota. Essa rappresenta molto bene la prepotenza del più forte esercitata sul debole con un’argomentazione deliberatamente assurda per affermare una prerogativa di potere ammantandola con un inverosimile rapporto causa effetto. Questa mi pare essere la situazione che si è creata nel nostro paese in merito allo statuto giuridico pubblico delle unioni di fatto e in particolare a quelle fra omosessuali. Una parte delle gerarchie vaticane, devotissimi cattolici, teocon vari, in solido con divorziati e pluridivorziati appartenenti ad entrambe gli schieramenti politici, si oppongono ai «Dico» o a qualsivoglia altra modalità di riconoscimento pubblico delle unioni di fatto. Costoro essendo maggioranza nel paese o ritenendosi tale si comportano come il lupo vaneggiando di azioni di provocazione o di disturbo da parte dell’agnello. Con argomentazioni assurde, agitano inesistenti «questioni eticamente sensibili», accusano l’agnello di intorbidare le purissime acque della morale cattolica, quando le acque frequentate dall’agnello sgorgano da un’altra fonte, quella del libero pensiero e del diritto delle minoranze e, se si sentono alle corde, inventano capziosamente aggressioni laiciste inesistenti per passare dalla parte delle vittime. Il risultato di questa propaganda «lupesca» è inesorabilmente la negazione della piena titolarità di cittadinanza a chi non si sottomette al volere del prepotente. Uno stato democratico non può tollerare questo stato di cose senza perdere il suo carattere di stato di diritto e senza cadere in intollerabili forme di perversione del senso comune e dei più basilari criteri di equità nei confronti di ogni essere umano. Un esempio? Le nostra legislazione tollera senza problemi né scandali che una coppia eterosessuale si sposi, divorzi e si risposi più volte, tollera che ogni donna o uomo possa costituire un “n-numero” di unioni matrimoniali, ciascuna con figli e dare vita a famiglie allargate con intrecci multipli, ritiene pienamente lecito che ciascun coniuge abbia amanti ad libitum senza che questo sia motivo di colpa nelle cause di divorzio, ritiene pienamente legittimo che figli nati dalle nozze di un coniuge con la prima moglie convolino a giuste nozze con figli di primo letto di una seconda moglie e quindi che tutte queste famiglie formino una tribù aperta o una famiglia super allargata. Ma, se due gay, o due lesbiche che vivono insieme condividendo amore, affetto, gioie, dolori, cure, progetti chiedono una forma di unione pubblicamente sancita allora ecco che i custodi della morale strillano al vulnus contro la sacra famiglia. Ci sarebbe da ridere se questo démi-pensée camuffato da morale cristiana non ferisse nell’intimo centinaia di migliaia di persone. Sulle coppie di fatto, i Dico, Pacs o altre formule di unione pubblicamente riconosciute non c’è nessuna discussione da fare. Il Pd e le altre forze dell’Unione devono uscire da questo pantano che rappresenta un gravissimo vulnus alla democrazia con una legge ferma e seria se in non vogliono sprofondare nelle sabbie mobili dell’intolleranza, residuo penoso di un tempo oppressivo e tristo. La legge potrebbe essere votata con il concorso dei laici di ogni schieramento. Per superare questa ridicola e avvilente arretratezza civile si devono aggregare tutte le forze laiche e democratiche che siano cattoliche, cristiane, altrimenti credenti, agnostiche o atee. Qui non si tratta né di religione, ne di fede, né di morale, e tanto meno di conflitto con la Costituzione. Qui si tratta di sacrosanti diritti e basta. Stupisce che autorevoli esponenti di una grande istituzione come la Chiesa Cattolica, ricca di culture, di organizzazioni e di uomini straordinari combattano una battaglia di retroguardia foriera di sofferenze morali e fisiche inflitte a persone che scelgono di amarsi a modo loro. Ha senso nell’Europa del terzo millennio partire lancia in resta per una crociata persa in partenza solo al fine di raschiare una manciata di anni in cui tenere aperto sopra la società italiana il vetusto ombrello schizzato dal fango della storia che si chiama: «nulla salus extra Ecclesia»?

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venerdì 21 dicembre 2007

Le coppie di fatto snobbano i "Pacs" padovani. Lo sottoscrivono solo 23 su 2.500. Crollano i matrimoni: 858, mai così pochi.

I primi. Era il 3 febbraio quando Giorgio Perissinotto e Tommaso Grandis firmarono i certificati.

(Alberto Rodighiero - Il Corriere del veneto) Matrimoni mai così in basso, boom di convivenze, ma quasi nessuno un sottoscrive i pacs alla padovana. Che i fiori d'arancio siano un istituto in crisi, dagli anni Ottanta è dato quasi per scontato. A confermalo ancora una volta è l'Annuario statistico 2006 che fotografa impietosamente la «situazione matrimoniale cittadina».

«I matrimoni celebrati in città l'anno scorso- spiega la Capo Settore programmazione Controllo e Statistica Maria Novello che ha curato il dossier di palazzo Moroni-, sono stati 858 e rappresentano il minimo storico registrato da 10 anni questa parte quando la media superava quasi sempre i 1000». Secondo l'annuario 490 coppie (57%) hanno scelto il rito religioso, un tendenza in netta contrazione rispetto al 1997 quando questa opzione era stata scelta dal 73 per cento degli sposi.
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«Certificati da riempire di diritti» . «Numeri che devono farci riflettere».
Gaetano Sirone commenta il «tonfo» dei matrimoni.

«I paladini della famiglia cattolica ci spiegano un giorno sì e l'altro pure che una legislazione che tuteli le coppie di fatto rischia di mettere in crisi il matrimonio- spiega l'assessore al Bilancio-, il dato padovano, che rispecchia una tendenza nazionale, dimostra chiaramente che il matrimonio è in crisi per motivi che nulla hanno a che fare con in cosiddetti pacs. In compenso si registra un'impennata delle convivenze, non si capisce perché queste persone non debbano vedere riconosciuti dei diritti». Anche sulla sostanziale diserzione di massa dei pacs alla padovana da parte dei conviventi l'esponente dello Sdi va giù duro: «Io e il mio partito abbiamo sostenuto con convinzione anche in sede di Conferenza di capigruppo i certificati. Il problema è che se non si riempie di diritti un dispositivo, questo diventa poco appetibile. E'chiaro che quasi nessuno si prende la briga di andare all'anagrafe per sottoscrivere un certificato che poi, a livello pratico, non da quasi nessun vantaggio».

La crisi del matrimonio non coincide però con il venir meno della vita di coppia. Se da una parte le famiglie unipersonali nel 2006 hanno raggiunto il 40 per cento della popolazione residente (38794 persone), dall'altra quelle composte da due persone sono 25.880. «Di queste ultime –aggiunge la Novello-, un 10 per cento, quindi circa 2500 coppie, sono formate da uomini e donne giovani, con un lavoro e senza legami di parentela, quindi con ogni probabilità si tratta di coppie di fatto. Un fenomeno che registra di anno in anno un aumento notevole ». Duemila e cinquecento coppie, 5.000 persone, il 2,5 per cento della popolazione, in pratica un piccolo esercito di coppie etero o omosessuali che decidono di vivere assieme senza sposarsi. A fronte di questo, le coppie conviventi che hanno deciso di sottoscrivere i certificati anagrafici di famiglia affettiva, entrati in vigore ormai da un anno, sono state appena 23.

In pratica meno dello 0,9 per cento, meno di una coppia su 100, sicuramente la cartina tornasole di un dispositivo che si è attestato abbondantemente sotto le aspettative. Fedele specchio della popolazione padovana sono anche i matrimoni che rivelano come nell'81 per cento dei casi i due sposi siano di nazionalità italiana, il 12 per cento di nazionalità mista, mentre solo il 7 per cento sono state le cerimonie in cui entrambi i «nubendi» erano stranieri.

Complice anche la crisi economica e i numerosi divorzi, aumenta sempre più l'età di chi decide di convolare a nozze. L'età media della sposa è di 33,20 anni, mentre quella del futuro marito si attesta sui 36,5 anni. Il regime patrimoniale di separazione dei beni è stato infine scelto dal 62 per cento dei casi. Gli sposi con cittadinanza italiana o dei paesi dell'Unione europea, dell'America o dell'Asia prediligono la separazione dei beni, mentre gli africani, e i cittadini provenienti dai paesi europei che non fanno parte dell'Ue preferiscono la comunione dei beni.

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lunedì 10 dicembre 2007

Svizzera. I vescovi esortano a confessarsi frequentemente.

(Radio Vaticana - Apic-CAMPISI) La Conferenza Episcopale Svizzera (CES) esorta i fedeli alla confessione individuale. In una lettera pastorale presentata ieri a Berna, durante la conferenza stampa che ha illustrato i lavori della 278.ma assemblea ordinaria svoltasi dal 3 al 5 dicembre, l’episcopato evidenzia la dimensione personale ed individuale del peccato e del perdono. Il presidente della Conferenza episcopale, mons. Kurt Koch, vescovo di Basel, ha presentato inoltre ai giornalisti la pubblicazione in formato tascabile “Parole di Benedetto XVI alla Chiesa in Svizzera”, che consta di tre allocuzioni del Papa ai vescovi e agli abati territoriali della Svizzera; la brochure “Morire nella dignità”, tratta dalle note pastorali della CES del 2003 sull’eutanasia e l’assistenza al suicidio; ed ancora il “Lessico dei termini ambigui e controversi sulla famiglia, la vita e le questioni etiche” pubblicato nel 2003 dal Pontificio Consiglio per la Famiglia e già tradotto in diverse lingue. Affrontando il tema dell’eutanasia mons. Koch ha affermato che “l’aiuto al suicidio non può mai essere giustificato”, mentre nella brochure la Conferenza episcopale evidenzia l’importanza della solidarietà e dello sviluppo delle cure palliative. Il presidente della Conferenza episcopale e l’abbate Felix Gmür hanno anche riassunto le raccomandazioni che i vescovi hanno elaborato sulla III Assemblea Ecumenica Europea di Sibiu.

Sul rispetto della natura i presuli propongono dall’1 settembre al 4 ottobre “un tempo di preghiera per la salvaguardia del creato e l’incoraggiamento ad uno stile di vita sostenibile”. Le date che contrassegnano il periodo scelto corrispondono alla Giornata della creazione per le Chiese ortodosse e alla festa di San Francesco d’Assisi. Tra gli argomenti che hanno impegnato particolarmente la 278.ma assemblea ordinaria la pastorale giovanile. La Conferenza episcopale ha deciso di dar vita ad un Consiglio dei Giovani, come organo consultivo per il vescovo a capo del dicastero che si occupa della pastorale giovanile. Presentati anche i preparativi in vista della Giornata Mondiale della Gioventù di Sydney, che si svolgerà nell’agosto 2008, e le diverse manifestazioni per i giovani che non potranno raggiungere l’Australia.

Rispondendo poi alle domande dei giornalisti, sulle coppie dello stesso sesso mons. Karl Josef Romer, segretario emerito del Pontifico Consiglio per la Famiglia, ha affermato che tali coppie devono poter regolare questioni amministrative, di successione o altre questioni giuridiche, ma che a tal proposito basta un contratto di diritto privato. Mons. Romer ha inoltre evidenziato che “dove ci sono bambini c’è una famiglia” ma che non si può essere figlio di due padri o di due madri. Per il presule non si può parlare ugualmente di matrimonio e di pacs, non si possono rendere uguali cose che non lo sono: “Non c’è alcuna ragione di eguagliare il matrimonio, ciò non può che relativizzarlo”. Infine sulle vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti, mons. Koch ha prospettato la possibilità di aiuti finanziari per accompagnamenti psicologici aggiungendo che ogni caso è particolare.

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domenica 2 dicembre 2007

Dal blog di Beppe Grillo. "Vaticano uber alles".

(nella foto Mussolini firma i Patti lateranensi)
(Beppe Grillo) In Italia la politica, di centro sinistra o di centro destra, ha sempre un comune denominatore: prende ordini dalle potenze straniere. La prima è il Vaticano, la seconda gli Stati Uniti. La prima detta le nostre leggi, la seconda insedia basi militari in Italia e ci arruola per le guerre, come i mercenari di una volta.
Tra le due la più pericolosa è, senza dubbio, il Vaticano. Ha più esperienza e vince (sempre) le sue battaglie facendole combattere ai devoti partiti italiani che stanno in Parlamento.
Telmo Pievani, che ha documentato tutto nel libro Sante Ragioni, mi ha scritto una lettera.

Caro Beppe,
vorrei parlarti dei comportamenti recenti di una delle numerose “caste” che popolano il nostro paese. Sto parlando della casta ecclesiastica e dei suoi sempre più numerosi accoliti presenti nell’arco costituzionale e nei media.
Di mestiere, insegno filosofia della scienza. Insieme ad un’amica giornalista, Carla Castellacci, ho scritto un libro per discutere analiticamente le “Sante Ragioni” addotte dai vertici delle gerarchie vaticane per giustificare il condizionamento religioso sulle scelte fondamentali che riguardano la vita di ogni cittadino, dal nascere al morire, dalla famiglia alla scuola, dalla bioetica alla vita civile. Ci viene ripetuto che si tratta non di articoli di fede, non di convincimenti personali, ma di argomentazioni frutto del “retto ragionare” e del “diritto naturale”, e dunque valide per tutti. Noi le abbiamo prese sul serio e verificato che si tratta di una razionalità inesistente, ideologica, del tutto infondata. Abbiamo esaminato le conseguenze di queste contraddittorie “ragioni” - tradotte in leggi dello Stato da politici sempre più solerti, ben distribuiti in entrambi gli schieramenti - sulle scelte di vita di noi tuttibr>.<>libertà di scelta in campo biomedico, è in atto un’autentica, e documentabile, regressione. Si sta diffondendo, nelle scuole e sui media, una letteratura creazionista che pensavamo confinata ai fondamentalisti evangelici americani. Libri di violento discredito contro la teoria dell’evoluzione, ricolmi di falsità, di insulti e di strafalcioni scientifici, vengono recensiti dal Corriere della Sera e dai canali RAI. L’ultima “opera” di Rosa Alberoni, “Il Dio di Michelangelo e la barba di Darwin”, viene presentata a Roma, in sede prestigiosa, da ex Ministri come Rocco Buttiglione, da direttori di telegiornali RAI, da eminenze quali Monsignor Rino Fisichella.
Proviamo ad analizzare alcuni fatti recenti, i documenti, le decisioni parlamentari, i finanziamenti stanziati, le dichiarazioni pubbliche. Qualche esempio:
- le nuove linee guida ministeriali sulla Legge 40 tardano ad uscire, nonostante il profluvio di dati che mostrano gli effetti, controproducenti in termini di nuove nascite e discriminatori verso le donne, di quella sventurata legge
- riguardo alle proposte di legge sulle coppie di fatto (Pacs, Dico, Cus, ...), nel comitato ristretto del Senato che avrebbe dovuto preparare il progetto di legge nella sua versione definitiva sono stati presentati circa duemila emendamenti, abbastanza per bloccare l’attività del comitato per i prossimi mesi
- legge sul testamento biologico: dallo scorso giugno il tentativo di unificare in un unico progetto gli undici disegni di legge presentati non ha dato frutti
- la legge sulla libertà religiosa ha smesso di dare notizie di sé
- finanziamenti per le ricerche su cellule staminali esclusivamente adulte, un caso unico di indirizzo etico di Stato sulla ricerca: il Ministro Turco respinge duramente l’appello degli scienziati che lavorano su linee di staminali embrionali già ricavate e parla addirittura di una “guerra fra bande” rivali di ricercatori
- il Comitato Nazionale di Bioetica è ormai in uno stallo permanente a causa dei conflitti fra la minoranza laica e la (schiacciante) maggioranza confessionale. Elena Cattaneo e Cinzia Caporale, autorevoli studiose e scienziate laiche, sono state “dimissionate” dalla carica di vicepresidenti
Se queste notizie danno l’impressione che l’attività parlamentare e ministeriale vada a rilento... non è così, infatti:
- nell'ambito della discussione sulla legge finanziaria il Senato ha confermato, con il solo voto contrario di dodici senatori, l'esenzione dal pagamento dell'ICI degli immobili a uso commerciale di proprietà degli enti ecclesiastici
- il ministro Fioroni ha dato il via al pagamento della prima tranche dei contributi statali alle scuole paritarie (private), pari a circa 127 milioni di Euro. Il Ministero ha precisato che “questi importi da accreditare immediatamente alle singole istituzioni scolastiche, costituiscono solo la prima parte del finanziamento previsto”.
Questi fatti non sono quasi mai raccontati dai media italiani. Viene da chiedersi se non siamo diventati un Paese a laicità condizionata.
Un caro saluto.”
Telmo Pievani, Università degli studi di Milano Bicocca

telmo.pievani@unimib.it

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venerdì 30 novembre 2007

Sui PaCS all’estero Kouchner getta la maschera.

(Querelle(s)) Socialista anomalo, sostenitore dell’interventismo, oppositore della strategia di Chirac contro la guerra in Iraq voluta da Bush. Schierato con Ségolène Royal per la corsa all’Eliseo, subito dopo la sconfitta di quest’ultima ha pensato bene di voltare gabbana e di cogliere l’occasione a lungo sognata: assumere un ruolo da protagonista nella vita politica francese. Nel governo Fillon accetta quindi di apparire come garante della cosiddetta “apertura” della destra ad alcune istanze “di sinistra”: un’attenzione verso il sociale tutta relativa, che sarebbe meglio classificare come trasformismo. Stiamo parlando dell’ineffabile ministro degli affari esteri francese, quel dottor Bernard Kouchner che, poco incline al dialogo con i giornalisti, quando appare su un palcoscenico televisivo raramente riesce ad esporre le sue idee senza alzare la voce. Che avrà mai da gridare così, vien sempre da chiedersi. Deve essere il suo modo di far capire che ha proprio ragione lui.
Del resto non è solo la pazienza e la serenità d’animo a fargli difetto. Kouchner probabilmente ha anche un grave problema di gestione della propria agenda, se da due mesi a questa parte non ha trovato neanche un’oretta (sua o dei suoi collaboratori) da dedicare a quattro associazioni che gli avevano chiesto un incontro. Tra queste ultime figura anche l’Inter-LGBT, federazione che riunisce molti gruppi della comunità gay, lesbica, bisessuale e transessuale francese. A destare la loro preoccupazione, una circolare del ministro, datata 28 settembre, con la quale Kouchner chiede ai consolati francesi all’estero di non registrare i PaCS in quei paesi che non permettono la convivenza di due persone dello stesso sesso o di sesso diverso fuori dal matrimonio. La legge che dal 1999 regola le unioni civili, infatti, stabilisce che i cittadini o le cittadine francesi possono sottoscrivere un PaCS anche al consolato, nel proprio paese di residenza. Che la coppia sia formata da due francesi o da un partner francese e uno straniero, non fa differenza. Ovviamente, il contratto ha effetto esclusivamente in Francia e non nel paese di residenza, a meno che in quest’ultimo non sia in vigore una legge simile a quella istitutiva dei PaCS francesi.
Ora però la circolare del ministero degli esteri ha posto un limite fortissimo a questa possibilità. L’autorità consolare deve rifiutare il PaCS alle coppie eterosessuali in quei paesi dove sono vietate le unioni fuori dal matrimonio e alle coppie omosessuali laddove l’omofobia è legge di Stato. Ma, “assurdità massima, se la coppia persiste nella sua volontà di firmare un PaCS,” - ha dichiarato il presidente dell’Inter-LGBT, Alain Piriou - “l’autorità è comunque tenuta a procedere alla registrazione. Per poterlo fare, la coppia deve firmare un certificato che attesta l’avvenuto avvertimento da parte del consolato e la impegna a non far valere il PaCS nel paese di residenza”. “Quello che è davvero nauseante” - ha aggiunto Piriou - “è che anche quest’ultima possibilità è negata se uno solo dei partner è francese”.
“Stabilendo una differenza di trattamento in funzione della nazionalità o dell’orientamento sessuale, questa circolare offende il principio dell’uguaglianza e della non-discriminazione”, affermano quindi l’Inter-LGBT, l’ARDHIS (Associazione per il riconoscimento del diritto delle persone LGBT all’immigrazione e al soggiorno), il GISTI (Gruppo d’informazione e sostegno agli immigrati) e la LDH (Lega dei diritti dell’uomo). È vero che si tratta di una pratica già in uso dal 2006 in alcuni consolati francesi, come quelli funzionanti in Algeria e in Marocco. Tuttavia, il fatto che essa sia stata ora inserita in un provvedimento del governo e quindi ufficializzata ed estesa a tutta l’amministrazione francese all’estero, ha spinto le quattro associazioni, ascoltato il fin troppo lungo silenzio del Quai d’Orsay, a chiederne l’annullamento al Consiglio di Stato.
Di qui la domanda: Bernard Kouchner, sinistra o sinistro?

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giovedì 29 novembre 2007

Le illusioni de "Il Tempo": Inutile provarci, la famiglia tiene duro.

L'opinione pubblica, manipolata dai grandi mezzi di informazione, si è quasi convinta che nel futuro ci sarebbero state solamente forme alternative di famiglia, che nel prossimo avvenire quella comunità tradizionale formata da un uomo, una donna e dai figli nati dall'amore consacrato dal matrimonio religioso o sancito da quello civile avrebbe lasciato il passo ad altri tipi di unione, i pacs, i dico, le convivenze omosessuali.

(Il Tempo) Invece le cose stanno diversamente come dimostra il decimo rapporto sulla famiglia in Italia del Cisf (Centro internazionale di studi sulla famiglia) per convincersene e per farsi coraggio. Si apprende, infatti, che il 76 per cento degli italiani non ritengono affatto il matrimonio un'istituzione superata, che 92 italiani su cento sono convinti che, per crescere bene, un bambino ha bisogno di una famiglia con un padre e una madre. Insomma, il modello culturale della famiglia tradizionale, quella composta dal matrimonio di un uomo e di una donna che danno alla luce dei figli, non solo resiste bene agli assalti del laicismo e del radicalismo imperanti, ma guadagna sempre più consenso nella società italiana.
La stragrande maggioranza della popolazione italiana vive in una famiglia normale ("normale", il Cisf non ha paura delle parole) e di conseguenza si aspetta norme precise che tutelino accanto, ai doveri, anche i diritti che spettano alle famiglie. Parlando chiaramente: gli italiani nella stragrande maggioranza (oltre il 93%) chiedono politiche adeguate, di sostegno e di equità a favore della famiglia che non ci sono mai state e non ci sono soprattutto oggi, mentre si moltiplicano le rivendicazioni di chi vorrebbe estendere solo i diritti dell'istituto famigliare a stili di vita diversi e minoritari anche se politicamente e mediaticamente molto ben rappresentati. "Ma che senso ha", scrivono gli estensori del rapporto Cisf "rivendicare il riconoscimento dall'essere famiglia per una mera situazione di fatto o per un puro desiderio privato. Perché mai chiedere di essere riconosciuti come famiglia se si sostiene che si vive più felici senza sposarsi".
Già, che senso ha? A ben vedere però un senso questa operazione di neutralizzazione di tutti i valori ce l'ha, ed è l'orientamento che vorrebbe imprimere alla realtà sociale del Paese l'élite nemica del diritto naturale e dei costumi tradizionali.
Sempre il rapporto Cisf ci dice, dinanzi alla pretesa dall'élite relativista di adozione dei figli da parte delle coppie omosessuali che: "I bambini cresciuti da un padre e una madre in famiglie tradizionali presentano livelli più elevati di felicità e successo rispetto ai bambini allevati da coppie omosessuali".
Dunque la famiglia regge. Il 93 per cento degli italiani ritiene questa istituzione più importante di tutti gli altri ambiti esistenziali, compreso il lavoro che pure è la fonte del sostentamento economico.

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martedì 27 novembre 2007

Registro delle Unioni civili nel Comune di Roma: dubbi di costituzionalità.

La denuncia dell'assessore Lucio D'Ubaldo,

(Zenit.org).- La voce di un assessore ha sollevato seri dubbi di costituzionalità sul tentativo di introdurre nel Comune di Roma il Registro delle Unioni civili.

“L'istituzione di un apposito Registro delle Unioni civili, come ipotizzato dalla delibera d'iniziativa popolare e da analoga proposta consiliare, mette in rilievo difficoltà tecnicamente insuperabili per il Comune e dubbi di costituzionalità sulla sua competenza ad intervenire”, ha rivelato all’agenzia “Adnkronos” l'assessore al personale con delega all'anagrafe del Comune di Roma, Lucio D'Ubaldo.

La delibera per l'istituzione del Registro delle unioni civili nella città capitolina dovrebbe approdare nell'aula del consiglio comunale il 28 novembre, secondo quanto ha annunciato Massimiliano Iervolino, membro del Comitato promotore e Segretario dei Radicali di Roma.

“Poco importa se in Parlamento si arriverà ai Dico ai Pacs o a qualche altro acronimo, pensano i promotori, quello che serve è che ci sia un registro che certifichi il momento in cui due persone hanno deciso di stare insieme 'more uxorio', che siano gay che vogliono uscire allo scoperto o coppie eterosessuali, così saranno pronti per usufruire dei futuri diritti”, ha spiegato Babiloniamagazine.it dando voce all’iniciativa promossa dai radicali.

“Da un lato, infatti – denuncia D'Ubaldo – occorre considerare che l'ordinamento e la gestione dell'Anagrafe rimandano a precise disposizioni legislative, regolamentari e disciplinari dello Stato, essendo un servizio istituzionale semplicemente delegato, non attibuito o trasferito, agli enti locali”.

“Dall'altro – continua – qualsiasi manipolazione o aggiramento delle procedure d'iscrizione anagrafica porterebbe ad allestire elenchi d'improbabile legittimità o efficacia per l'assenza di una precisa legge d'inquadramento delle cosiddette unioni civili”.

“Non spetta al Comune, del resto, produrre nuovi profili giuridici in sostituzione o a completamento delle norme del codice civile – aggiunge –. Il Comune può invece adottare misure che traducano, mediante delibera, la volontà morale e politica indispensabile a fornire ai diritti individuali o familiari tutto il sostegno possibile”.

“Ma si tratta di atti, come le graduatorie di accesso ai servizi sociali o per l'assegnazione delle case popolari, che poggiano sul rispetto e la valorizzazione delle vigenti norme giuridiche, non sulla loro invenzione attraverso l'attività di regolamentazione riservata al potere locale”, sottolinea poi.

“Per questi motivi, fondati sui puntuali rilievi espressi dagli uffici dell'Amministrazione, formulo le mie riserve sulla correttezza e sulla utilità di una siffata deliberazione”, osserva quindi.

“A nessuno deve sfuggire il peso delle inevitabili ripercussioni politiche di un provvedimento destinato ad attirare, quale che sia la plausibilità dell'operazione, la curiosità e la fantasia pubblica”, conclude D'Ubaldo.

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Al capolinea il primo pacs franco-italiano. De Giorgi e Panicucci divorziano.

Cinque anni dopo l’unione avrebbero confidato la decisione agli amici

(Il Tirreno) La coppia scoppia, si sa. E quella gay non è da meno. Anche se regolarmente sposata con tutti i simboli del sogno più duro a morire: la torta, gli abiti eleganti, la capitale a fare da cornice, il calesse in attesa davanti al Consolato francese di piazza Farnese. Era il 21 ottobre 2002 fa quando Alessio de Giorgi, allora presidente di Arci gay Toscana, e il pisano d’adozione Christian Panicucci ufficializzarono un’unione decennale firmando un Patto di convivenza e solidarietà. All’epoca impensabile in Italia, ma possibile in Francia e per la coppia in questione grazie alle origini transalpine di Panicucci. «Siamo in pausa di riflessione», dichiara oggi De Giorgi che con Christian divide anche il lavoro. In realtà agli amici hanno confermato la decisione di divorziare.
La “militanza” gay li aveva portati a rendere noto il loro amore davanti a tutti, protagonisti del primo matrimonio omosex d’Italia. Ma ad unirli era anche il lavoro: il locale “Mama mia” A Torre del Lago, la spiaggia prospiciente, l’esperienza del consorzio “Friendly Versilia”, l’appuntamento estivo ormai collaudato con il “Mardì gras”.
Tutto il giro di affari del turismo gay, formula che ha trasformato la Marina di Torre del Lago, creando il luogo per eccellenza in Italia dove poter essere quello che altrove non si può.
Christian e Alessio. Difficile non pensarli insieme. Quarantadue anni il primo, più schivo ma altrettanto impegnato nel difendere la Marina dagli attacchi omofobi (il cuoco del locale picchiato, la giovane donna violentata nella pineta sul retro). Trentotto anni il secondo, volto noto della coppia ma nelle situazioni ufficiali molto attento a non oscurare il proprio compagno e il ruolo di quest’ultimo.
Come in tutte le unioni, e quelle omosessuali non sono da meno, al momento di sciogliere i vincoli restano sospese nell’aria le domande di sempre: chissà cosa, chi e perché. E le risposte le conoscono solo i diretti interessati.
La “pausa”, ammessa a fatica da De Giorgi che non vorrebbe commentare, fa pensare che la parola fine non sia stata ancora detta ufficialmente.
E che al consolato francese di Roma non abbiano ancora aperto il registro dei Pacs per scrivere “annullato” su quello dei due italiani che tanto rumore hanno fatto, circondati dai rispettivi parenti al fianco di nomi noti della moda, della cultura, del cinema.
Ma le parole, nel linguaggio degli amori, non sempre dicono ciò che da vocabolario dovrebbero.

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martedì 20 novembre 2007

La libertà dei gay.

(Cadavrexquis) Racconterò qualche aneddoto, senza fare nomi e in modo che le mie "fonti" non siano riconoscibili, ma sono certo che chi mi legge potrebbe raccontarne molti di più, di tenore simile. Se li racconto è perché sono tipici ed esemplari. Se li racconto è perché m'interessa il loro valore "politico" universale, al di là della vicenda singola. Mi si permetta quindi di restare nel vago.

Tizio fa un viaggio di lavoro e, durante la sua permanenza all'estero, conosce Caio che lavora nello stesso settore e che, a suo giudizio, è indubbiamente frocio. Eppure Caio allieta i suoi colleghi parlando della sua ex-fidanzata e dei doni con cui l'ha ricoperta. Quando Tizio mi racconta di Caio e me ne mostra le fotografie a me sembra di riconoscerlo: non è forse lo stesso Caio che conosceva - anche in senso biblico - il mio amico Sempronio? Gliene chiedo conferma e, ebbene sì, è proprio lui. Tizio ci aveva visto bene: Caio è assolutamente gay. Perché dunque blaterare di un'improbabile fidanzata? O se, in un suo passato remoto, davvero c'è stata una fidanzata, perché parlare solo di quella e non, per esempio, anche dei fidanzati dello stesso sesso che ha avuto dopo? Perché questa memoria selettiva, questa ricerca di un pedigree di regolarità sessuale?

Caio mi ricorda un collega con cui lavoravo anni fa, in aeroporto. Come Caio a Tizio, lui a me pareva davvero l'epitome di una certa frociaggine, eppure - nei tempi morti del lavoro - amava raccontare alle colleghe delle sue ex-fidanzate. Rammento, per esempio, che una volta parlò di un'ex-fidanzata coreana o giapponese, non so più. Io lo guardavo con aria dubbiosa, ma sempre pronto a ritirare i miei pregiudizi: forse era soltanto effeminato ed ero io, invece, la vittima di un pregiudizio omofobico interiorizzato per cui l'omosessuale sarebbe, sempre e per forza, un po' una donnicciola. Tempo dopo - quando ormai non lavoravo più in quel posto - l'ho ritrovato in una discoteca gay e anche di recente, forse un anno fa, in un cruising club: quelli con cui si gingillava non erano clitoridi sovradimensionati e su questo, stavolta, non credo di sbagliarmi.

Un amico mi parla di un suo amico, che io non conosco personalmente e che è gay. Lo è senza ombra di dubbio: sono stati anche in vacanza insieme e costui non si è affatto risparmiato nella ricerca di avventure sessuali. Credo che abbia avuto anche una storia con un altro ragazzo straniero. Eppure, mi dice il mio amico, quando lui - che è molto esplicito riguardo alla propria omosessualità - osa anche solo pronunciare la parola "gay" in presenza dell'altro, quest'ultimo si guarda attorno con fare circospetto e lo zittisce. Nessuno sa nulla di lui - crede lui. Eppure è uno di quelli che "invidia" gli altri paesi perché sono più progrediti di noi e nessuno si fa problemi: "Eh, a Sydney sì che sono avanti, non qui in Italia!" pare che abbia detto con un sospiro.

Qualcun altro mi racconta che un suo fidanzato, dovendo salire un attimo nella casa che condivide con un compagno d'università, l'ha fatto aspettare dabbasso - praticamente facendogli fare il "palo" -, perché aveva paura che il suo coinquilino, vedendolo insieme con lui, capisse che è gay. E questo "qualcun altro" non è né particolarmente effeminato né particolarmente "tipico".

Perché, dunque, riportare qui tutte queste storie - così stupide, così banali, così trite e ritrite, viste e sentite migliaia di volte, senza nemmeno il pregio dell'originalità? Perché secondo me se ne può trarre un insegnamento. Che è questo: non importa quanti progressi si possano fare in un paese rispetto alla "questione omosessuale" - e rispetto ai diritti civili dei gay -, questi progressi conteranno ben poco se non si farà prima il progresso fondamentale, che deve compiersi innanzitutto all'interno di ogni singola persona omosessuale e che consiste nell'onestà e nella capacità di guardarsi in faccia e di non nascondersi agli occhi del mondo. La libertà non cala dall'alto, ma se anche viene calata dall'alto - come una gentile concessione del principe - non serve poi a molto quando i destinatari non sono in grado di accoglierla in modo adeguato perché si vergognano di quello che sono e si avvolgono nel silenzio come in una pesante coperta o, addirittura, s'inventano un'altra identità. Nessun progresso sociale, civile e politico servirà a molto se non c'è chi è disposto a rivendicarlo e a difenderlo, rivendicando e difendendo la propria identità. Soprattutto quando può farlo e nulla glielo impedisce, come è il caso degli esempi citati sopra: tutti gay che lavorano e vivono da soli in una città come Milano. E' faticoso, certo, ma la libertà è innanzitutto una predisposizione interiore. Nessuno può sostituirsi alla singola persona gay, nessuno può fare questo lavoro al suo posto. I progressi civili, sociali e politici servono - e servono molto - ma da soli non bastano se non c'è un cambiamento all'interno della coscienza delle singole persone interessate.

Mi sembra di ricordare - ma vorrei che fosse un'allucinazione - che ai tempi delle prime discussioni sui Pacs e sulle Unioni civili, qualche anno fa, qualcuno aveva proposto o suggerito che le "pubblicazioni", che solitamente precedono tutti i matrimoni, potessero essere fatte in maniera "riservata", cioè non rivelando i nomi dei "pacsandi", per proteggere la privacy di coloro che non avessero voluto rendere nota la loro omosessualità. Io rimasi sconcertato: non si può rivendicare un diritto e la difesa di una libertà se allo stesso tempo non se ne sostiene anche il peso. Un riconoscimento pubblico di un legame affettivo implica, di necessità, anche una responsabilità pubblica, e la prima responsabilità è quella di non nascondere ciò che si è. Ed è solo chi è saldo nella consapevolezza dei propri diritti - ed è saldo perché sa chi è, perché sa che ciò che è è perfettamente buono e naturale - non sarà disposto a farseli strappare se un giorno dovesse mutare il vento.

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martedì 13 novembre 2007

Non c'è PACS nemmeno dopo la morte.

(Il blog di Lameduck) Tempo fa leggevo un’interessante intervista con una giovane statista emergente la quale, interrogata sui diritti da concedere per legge alle persone conviventi, gay ed etero, così rispondeva:

"I diritti individuali sono già garantiti. L'unica cosa che i Dico avrebbero portato sarebbe stata la pensione di reversibilità per i conviventi, che d'altra parte il sistema pensionistico nazionale non sarebbe stato in grado di sostenere. I figli, il diritto alla visita in ospedale: tutto questo già c'è e quel che non c'è si può correggere caso per caso. Esistono le scritture private. Stiamo parlando di una questione che riguarda una minoranza del paese, non sono queste le priorità di un governo".
Dev’essere stata l’emozione della ribalta ma la signora, che tra l’altro si onora ella stessa di far parte della categoria dei conviventi, è riuscita ad inanellare una sequela invidiabile di corbellerie, smontabili una per una con una facilità da mobiletto dell’IKEA.

La prima affermazione è falsa: se i diritti individuali fossero già garantiti non staremmo qui a chiedere i Dico e i Pacs. Sulla pensione di reversibilità: visto che si tratta di una minoranza del paese trovo difficile credere che le casse dell’INPS andrebbero in rosso a causa di qualche pensione in più. I figli: se i figli vogliono sono in grado di cacciare di casa dall’oggi al domani la convivente del genitore appena deceduto che magari, vedovo, si era rifatto una vita con una compagna. Accade ogni giorno e si tratta di figli che bramano di entrare in possesso dell’appartamento in eredità e non sono certo mossi da chissà quali nobili propositi. Occorrebbe una legge per difendere i conviventi dai figli, non il contrario.
Le visite in ospedale. Certo, come compagna/o di un ricoverato sarà difficile che qualcuno mi impedisca di accudirlo ma se per caso vi sono dei figli che vogliono opporvisi, ancora una volta potranno farlo. Per non parlare del fatto che se il malato è in coma o comunque non in grado di comunicare, il convivente potrebbe avere gravi difficoltà ad accedere ai dati personali e alle notizie sul suo stato, come un coniuge legittimo. Bisogna pregare di non trovare un medico bacchettone.
Veniamo infine alle scritture private. Ah, qui la volevo, la statista. Scrittura privata significa soldi da versare a notai e altri azzeccagarbugli.
Farò un esempio decisamente macabro ma che secondo me serve egregiamente per far capire come sia necessario regolamentare i diritti civili tra le persone conviventi. Diritti che, secondo il mio modesto parere, sono sempre tra le priorità di qualunque governo.

Sempre più spesso ormai si ricorre alla cremazione e, grazie ad una nuova legge, è possibile ottenere in affidamento domestico le ceneri dei propri cari defunti.
Si fa una semplice domanda di affidamento in Comune con un paio di marche da bollo e ci si porta l’urna a casa. L’affidamento delle ceneri può essere richiesto da un parente stretto: genitori, figli, coniugi, fratelli, insomma consanguinei.
Che succede se, ad esempio, un convivente desidera portarsi a casa le ceneri della propria compagna o del proprio compagno? Le cose si complicano assai.

Ricordo che fino a pochi anni fa, per farsi cremare occorreva iscriversi ad un’apposita associazione che forniva i documenti necessari. Oggi è tutto semplicissimo.
Organizzando un funerale, se la famiglia opta per la cremazione è sufficiente che il coniuge o i figli o altri parenti firmino un’autocertificazione dove è scritto che “il defunto aveva espresso il desiderio di essere cremato”. Può decidere anche solo il coniuge. Se non vi è un coniuge decide il figlio. Solo se i figli sono più di uno è necessario che la decisione sia unanime. Magari non è neanche vero che il poveretto voleva farsi bruciare ma in pratica la famiglia ha il diritto di disporre come vuole del cadavere del proprio caro.

Se invece non vi sono coniugi legittimi ma solo conviventi, almeno secondo la direttiva dell'Emilia Romagna, occorre che la volontà del defunto di affidare le proprie ceneri al convivente sia stata espressa in un regolare testamento, depositato presso un notaio e pubblicato! Sempre che poi non salti su un figlio che decida che la cremazione non si fa più.
Tenendo conto dei tempi e dei costi di una tale trafila, mi sembra che si voglia creare una vera e propria discriminazione nei confronti dei conviventi, e per giunta in contrasto con la normativa molto più elastica che riguarda normalmente la cremazione.

La signora dell’intervista direbbe sicuramente che il problema non esiste perché basta andare dal notaio a fare testamento e mettere una bella firmetta su una scritturina privata per sicurezza. Non so quanto potrebbe costare il tutto ma, tenendo presente l’esosità dei notai e il costo, ad esempio, di 400 euro per la compilazione di un atto notorio per pratiche di successione, posso immaginare che si tratterebbe di una bella cifra. Un’inezia forse per chi ha i dané ma tanto per una famiglia di operai.
E’ giusto discriminare i cittadini sulla base del censo? E’ giusto che uno, solo perché è mio parente, possa avere tutti i diritti, compresi quelli di infilarmi in un forno anche se non volevo e il mio compagno non possa invece avere le mie ceneri?
Perché un convivente non può fare una domanda di affidamento in carta semplice anche quando i consanguinei sono d’accordo, perfino i figli? Io ho fatto l'esempio senza specificare se la coppia di conviventi è etero o gay ma è facile immaginare che nel caso di persone omosessuali le difficoltà sarebbero moltiplicate per mille. Una discriminazione nella discriminazione.

Ho fatto solo un esempio che rimanda magari a cose alle quali non vorremmo mai dover pensare ma che serve per riflettere e per capire che i Dico, i Pacs, o come diavolo vogliamo chiamarli, servono per la gente comune che non ha i soldi per pagarsi le sacre ruote da ungere. Sono necessari per impedire abusi ed ingiustizie e affinchè tutti i cittadini diventino veramente uguali di fronte allo Stato. Tutti, indipendentemente dall'orientamento sessuale.

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lunedì 12 novembre 2007

La morte dei Pacs in Italia: La lunga marcia della famiglia.

(Francesca Barbiero - Il Sole 24 Ore) I primi ad arrivare, diretta­mente dalla Francia, dove­vano essere i Pacs, Patti Ci­vili di Solidarietà. Poi è stato il turno dei Dico, Diritti e doveri delle persone stabilmente Conviventi. Infine, molto sot­to tono rispetto ai due acronimi precedenti che hanno avu­to il loro quarto d'ora abbon­dante di popolarità, è stata la volta dei Cus, i Contratti di Unione Solidale.

Ma che fine avranno mai fat­to Pacs, Dico e Cus? Si sono inabissati nei meandri della politi­ca finendo nel cono d'ombra dei media. In altre parole, non ne parla più nessuno.
Eppure, non sono usciti dal­la vita degli italiani se è vero che - come documenta l'Istat nel rapporto sulla vita quoti­diana nel 2006 presentato po­chi giorni fa - il numero delle libere unioni è in continuo e significativo aumento

Nel 2003 erano 564 mila, il 3,9% del totale delle coppie. Nel 2006, a tre anni di distan­za l'Istituto di statistica ne ha contate Ó37mila, cioè il 4,3% delle unioni. Le famiglie "rico­stituite", cioè che si sono for­mate dopo lo scioglimento di una precedente unione coniu­gale di almeno uno dei due partner, sono il 5,3% (775mila) di cui 4Ó5mila coniugate e 3iomila non sposate.
In tutto le famiglie in Ita­lia sono circa 23 milioni con un numero di componenti pari a 2,5. In generale, rispet­to ai periodi precedenti, pro­segue la diminuzione delle coppie con figli.

E le persone sole? In tutto ammontano a 5 milioni 977mila pari al 12,4% della po­polazione adulta.
La condizione di persona so­la, sino a 44 anni è più diffusa tra gli uomini (9% rispetto al 5,4% delle donne), mentre nel­le età successive la proporzio­ne di donne sole aumenta fino a diventare nettamente supe­riore a quella degli uomini nel­le età anziane. A livello territo­riale, è il Sud a mostrare i livelli massimi di anziani tra le perso­ne sole sia maschi (35%) sia femmine (69%).
Famiglia in crisi dunque? Non necessariamente. Sa­rebbe più corretto dire "in movimento

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