banda http://blografando.splinder.com
Visualizzazione post con etichetta bologna. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta bologna. Mostra tutti i post

giovedì 4 settembre 2008

Reazione. "Agenti gay, sconveniente per l’immagine della polizia".

Un funzionario di polizia parla di ‘Polis Aperta’, associazione omosessuale di operatori delle forze dell’ordine e dell’esercito, la cui assemblea fondativa si terrà in città: "Io, uomo di Stato, mi sento profondamente a disagio".

(Enrico Barbetti - Il Resto del Carlino) Un funzionario di polizia rompe il silenzio sul meeting di ‘Polis Aperta’, associazione omosessuale di operatori delle forze dell’ordine e dell’esercito la cui assemblea fondativa si terrà a Bologna il prossimo 26 settembre. All’annuncio del presidente Nicola Cicchitti, finanziere triestino, hanno fatto seguito il plauso di numerose associazioni gay e l’imbarazzata indifferenza delle istituzioni, a cominciare da quelle in cui si anniderebbe la strisciante ‘omofobia’ che ‘Polis Aperta’ si propone di combattere.

Franco Segala, comandante della sottosezione polizia stradale Bologna Sud di Casalecchio, ha preso carta e penna e in una lettera al Carlino ha espresso il suo dissenso all’iniziativa, partendo dal presupposto che in tanti la pensano come lui senza esporsi per il timore di apparire reazionari o sessisti. "Ho letto che a Bologna il 26 settembre prossimo si terrà il primo meeting dei poliziotti gay — scrive Segala —. Io ritengo che nella nostra democrazia siano normativamente tutelate le varie espressioni sessuali e che l’omosessualità sia ormai una presa di coscienza sociale. Comprendo il disagio che in talune circostanze i gay possono incontrare, ma ciò non giustifica il loro atteggiamento da piazza".

Per il dirigente, "un meeting a Bologna è sconveniente per l’immagine degli uomini della Polizia di Stato e di tutte le forze dell’ordine. Io, come uomo dello Stato, mi sento profondamente a disagio per questa iniziativa gay di uomini in divisa; se vogliono riunirsi lo facciano pure ma non sotto il nome della polizia. Le associazioni gay sono presenti ovunque nel nostro paese: vadano in quelle già esistenti, ma abbiano rispetto per quei poliziotti che hanno ancora in questa società il valore dello Stato e della famiglia tradizionale".

"Io spero vivamente — conclude la lettera del poliziotto — che qualcuno fermi questo irrefrenabile delirio che nella nostra società sta assumendo toni imbarazzanti". Gli iscritti a ‘Polis Aperta’ sono 200 in tutta Italia. "Per molti di noi — spiegano i portavoce — il timore non è quello di una ritorsione violenta quanto della discriminazione strisciante; e il disagio per il machismo quotidiano che chi è in divisa è costretto a vivere". La scelta di Bologna come luogo del primo meeting ufficiale non è affatto casuale: oltre che culla del movimento gay nazionale, la città delle Due Torri ha ospitato le prime riunioni ‘carbonare’ del gruppo, a casa di Franco Grillini.

"Questo convegno ci consentirà di porre al ministero dell’Interno questioni già sollevate più volte nel corso degli anni — ricorda Grillini —. Il primo incontro di cui ho memoria risale al lontano luglio 1987". Ne seguirono altri, tra cui "il 19 agosto 1994, quello con l’allora ministro Maroni, che disse ‘sì’ a tutta la nostra piattaforma: speriamo che nel frattempo non abbia cambiato idea". A ospitare l’assemblea sarà il circolo Arcigay ‘Cassero’, come conferma il presidente Emiliano Zaino, che esprime "soddisfazione per l’apertura in un ambiente tanto ostico a questo tipo di tematiche: fino a poco tempo fa sarebbe stato impossibile pensare a un’associazione gay che nasce fra i lavoratori delle forze di polizia e dell’esercito".

Sphere: Related Content

mercoledì 3 settembre 2008

Bologna. Cambia sesso, da vigile a vigilessa. "I miei colleghi mi hanno accettato".

La storia L'esperienza di un bolognese di 31 anni operato al Sant'Orsola.

(Benedetta Boldrin - Il Corriere della Sera, edizione di Bologna) «A Bologna si sta meglio che in altre città: se ti spieghi la gente può capire». Stefano ha 31 anni e fa il vigile in un comune del bolognese. Ma fino a cinque anni fa si chiamava Katia. Aveva 21 anni quando ha chiamato il consultorio del Mit per la prima volta e 25 quando è stato operato al Sant'Orsola, diventando uomo. Con una storia travagliata alle spalle, e una psicanalisi ancora da seguire, dice di essere «riuscito a farsi accettare dai colleghi». E, superate le difficoltà con i genitori, ora vive vicino a loro. Con due cani, che gli servono «per sublimare il fatto di non avere figli».

Quando ha capito che non si sentiva una donna?
«Già a due anni, ricordo che quando giocavo con un'amica lei faceva la principessa e io il cavaliere. Poi mi hanno spiegato che ero una femmina e la sera mi addormentavo sperando di svegliarmi maschio».

Poi, l'adolescenza.
«Stavo male. Non sapevo bene chi fossero i trans, pensai di essere lesbica e a 18 anni lo dissi ai miei. La presero malissimo. Mi allontanai da loro».

Come decise, invece, la strada del cambio di sesso?
«Incontrai un ragazzo di cui mi innamorai: era una donna ma diceva di sentirsi un uomo. Mi resi conto che volevo essere come lui. Un giorno decisi di tagliare i capelli e mettermi solo jeans e maglie larghe».

Cominciava a sentirsi meglio?
«No, perché nessuno mi riconosceva come maschio. La prima volta che una persona si rivolse a me al maschile, fui felice per tre giorni: capii che andavo nella direzione giusta».

E decise di chiamare il Mit.
«Anche quello fu un momento di forte crisi: avevo faticato per accettarmi come lesbica, ora la mia vita prendeva un'altra piega. Il mio compagno mi lasciò, perché voleva stare con una donna. Dopo un po', dissi a casa e al lavoro della mia svolta».
Il suo cambiamento è stato accettato?
«I miei mi hanno ripreso in casa, anche se c'è voluto del tempo perché si rivolgessero a me al maschile».

E i suoi colleghi?
«Nel complesso mi sento accettato. Ho parlato con tutti, mi hanno fatto le domande più assurde. Ho venduto la mia privacy pur di aiutare gli altri a capirmi».

Poi, l'operazione.
«Mi hanno asportato utero, ovaie e seno. Non ho fatto la ricostruzione. Quasi nessuno la fa, anche perché questa chirurgia non dà ancora risultati ottimali».

Si è mai sentito discriminato?
«No. Ma credo dipenda molto da come ci si pone. Io ho parlato tanto con chi mi stava attorno. Manca la cultura, in genere, di cos'è un trans, ma a Bologna si sta meglio che altrove».

In che senso?
«Qui se ti spieghi la gente può capire».

Ha mai pensato di aver sbagliato tutto?
«Ogni tanto. Ma se sai chi sei, puoi anche metterti in discussione».

Sphere: Related Content

martedì 2 settembre 2008

"Basta con la clandestinità", a Bologna il meeting dei poliziotti gay,

Si chiama "Polis Aperta". Il presidente: troppe discriminazioni. Agenti e militari fondano la prima associazione italiana. Venerdì 26 settembre, a Bologna, il primo incontro.

(Vera Schiavazzi - Il Corriere della Sera) Ministro La Russa aspettaci, stiamo arrivando. Poliziotti, Carabinieri, uomini e donne della Guardia di Finanza, dell'Esercito e dell'aeronautica gay e lesbiche escono allo scoperto anche in Italia, dopo una lunga stagione di incertezze e clandestinità. E venerdì 26 settembre, a Bologna, volteranno pagina: la loro associazione, «Polis Aperta», la prima e l'unica nel nostro Paese, riunirà il suo direttivo per darsi un nuovo Statuto e un programma di iniziative, in un grande coming out collettivo. Nonostante la decisione, presa anche in seguito alle pressioni degli altri gruppi europei, a cominciare dagli spagnoli di Gaylespol che hanno organizzato l'ultimo raduno internazionale a Barcellona, è ancora molto difficile trovare gay e lesbiche in divisa disposti a parlare, e non a caso per alcuni è più facile che per altri: Vito Raimondi, torinese, è un finanziere come il triestino Nicola Cicchitti, presidente di Polis Aperta. «Per molti di noi — racconta — il timore non è quello di una ritorsione violenta, quanto della discriminazione strisciante. E il disagio per il machismo quotidiano che chi è in divisa è costretto a vivere, fatto di battute e di linguaggi, lo stesso che le donne entrate nell'esercito e in Polizia hanno contribuito a cambiare, senza tuttavia riuscire a cancellarlo».

Oggi, gli aderenti a Polis Aperta che hanno un nome e un cognome e partecipano liberamente alle prime attività pubbliche dell'associazione sono circa duecento. C'è chi ha fatto il suo coming out personale pur essendo un Carabiniere, in uno dei corpi cioè ritenuti più tradizionali, e chi invece preferisce non comparire anche se nella vita fa il vigile urbano: «Non puoi sapere come reagiranno i superiori, ed è comunque difficile dimostrare che un trasferimento "punitivo" è arrivato perché si è scoperto che sei gay e non per "esigenze di servizio", come dice la motivazione ufficiale ». La regola italiana, dunque, è «non chiedere, non dire»: «Mi è capitato di incontrare in discoteca colleghi che appena mi vedevano si giravano dal-l'altra parte — spiega Raimondi —. Al Gay Pride di Biella ero con il mio compagno e un collega che fino a quel momento era rimasto ai margini della manifestazione vedendomi sotto il palco è venuto a salutarci. È stato un grande momento, la dimostrazione che dobbiamo renderci visibili». Una richiesta che viaggia anche attraverso la rete, negli appelli accorati di chi è entrato — dopo una richiesta e un filtro iniziale — nei gruppi di discussione del sito web.tiscali. it/polisaperta. Scrive «Genova in divisa»: «Caro gruppo, faccio quest'ultimo tentativo poi la smetto, perché mi pare di essere rimasto l'unico in tutta la Liguria... Se c'è qualche collega di qualunque corpo, civile o militare, mi farebbe molto piacere scambiare idee con lui su come si vive e si lavora a Genova essendo gay e portando una divisa». Giulio, nuovo iscritto dal Sud, aggiunge: «Vorrei confrontarmi con altri militari che si trovano a vivere la loro omosessualità tra mille difficoltà nelle caserme italiane ». Al ministro della Difesa, Polis Aperta chiede di poter essere riconosciuta come associazione mista e senza finalità sindacali, in modo da aggirare ogni divieto. All'ordine del giorno di Bologna c'è anche un programma di incontri e l'elezione di delegati regionali. Ma, soprattutto, l'idea di poter cambiare dall'interno una mentalità ancora prevalente tra le forze dell'ordine, creando gruppi di poliziotti gay («siamo una risorsa, non un problema») capaci di formare i colleghi insegnando loro a intervenire in caso di reati o violenze che riguardano gli omosessuali. Come già avviene in Spagna, dove sono i gay della Guardia Civil a tenere corsi anti- discriminazione.

Sphere: Related Content

giovedì 21 agosto 2008

Sergio Cofferati: "Questo Pd è senz'anima". Colloquio con il candidato sindaco.

Veltroni non si discute. Ma senza congresso il partito non ha programma e valori definiti. Parola di sindaco.

(Gigi Riva - L'Espresso) Ci vorrebbe un congresso. Anzi, si doveva farlo subito dopo la disfatta elettorale di aprile. Perché un congresso disegna la struttura del partito, ne definisce i valori e il programma: cose che oggi nel Partito democratico sono molto confuse. Sergio Cofferati lo chiede in questa intervista con 'L'espresso', però non si illude. Gli diranno di 'no' perché si è preferita la formula dell'assemblea programmatica, dopo la quale non ci sarà più il tempo: troppo vicine le scadenze elettorali, amministrative ed europee.

Cofferati, un congresso serve, talvolta, a mettere in discussione il leader. Walter Veltroni è sotto pressione. Si fanno i nomi di possibili successori (Enrico Letta, Pier Luigi Bersani) e quelli dei congiurati (il solito Massimo D'Alema).

"Non è in discussione la leadership. Il segretario è Veltroni. È stato scelto con la validazione più ampia ed efficace possibile. Detto questo io sono convinto che un congresso avremmo dovuto organizzarlo subito dopo il voto per poterlo chiudere entro l'anno e affrontare le prossime scadenze elettorali avendo risolto il problema".

Se non è in discussione la leadership, che cosa merita un chiarimento?
"Un partito di massa ha bisogno di una struttura flessibile ma ben definita. E radicata nel territorio. Un partito deve avere una presenza in tutti i luoghi. Quando si esamina il fenomeno Lega e si resta sorpresi dai suoi risultati in certe zone, si trascura il fatto che in quelle zone la Lega è capillare e strutturata".

Come un tempo la Dc e il Pci.
"Appunto. Il Pd non può pensare di essere un partito di massa senza un punto di partenza che sia il partito di modello novecentesco. Quello è il punto più antico ma indispensabile. Poi ci sono altri livelli più flessibili dove dibattere, Internet, la tv, la stampa. Io vado in sezione e discuto con gli altri. Poi i militanti si confrontano con chi la pensa come loro, o anche no, attraverso gli altri strumenti. Ciascuno dei quali non è risolutivo in sé, vanno usati insieme".



Insomma la modernità inserita su una struttura classica. Andrebbe bene se non fosse che alla sinistra pare venire meno quella base volontaristica che era l'anima delle sezioni e che ora pare appartenere alla Lega.

"È vero. Ma una struttura la si costruisce solo con un congresso. Perché è in quella occasione che si contano gli iscritti, si definisce un programma fondamentale, la Magna Charta che è poi la ragion d'essere per la quale si sta insieme. Il congresso poi stabilisce cosa fare in coerenza col programma e a quel punto possono nascere opzioni diverse perché condividiamo gli stessi valori ma pensiamo a un modo diverso per attuarli. Le mozioni danno origine alle correnti in un percorso trasparente e limpido".

Le correnti, invece, sono nate prima...
"Oggi soffriamo perché siamo nati di corsa, non abbiamo una struttura definita o l'abbiamo solo vagamente annunciata. E allora ci portiamo dietro le correnti dei Popolari (neanche della Margherita, dei Popolari) o dei Ds, che si sono tra loro affiancate e sovrapposte".

La fusione fredda tra il riformismo post comunista e cattolico presenta crisi di rigetto?
"La fusione fredda andava fatta. Adesso non ci si può fermare ecco tutto. E allora le mozioni per un congresso sarebbero servite a rimescolare le carte oltre le posizioni date di partenza. La Conferenza programmatica a cui andiamo incontro è importante ma non risolutiva per questi problemi".

Andrete alle prossime scadenze elettorali senza aver definito questa benedetta struttura.
"Ed è un guaio. Il segretario nazionale e quelli regionali sono stati eletti in un modo, gli altri livelli di direzione in un altro, in qualche caso si è preceduto per cooptazione. Se eleggi il segretario nazionale con le primarie anche gli altri devono avere la stessa legittimazione. E invece per il Parlamento non l'abbiamo fatto. L'anno prossimo i cittadini andranno a votare candidati alle amministrative sottoposti alle primarie e candidati alle europee che non avranno fatto lo stesso percorso. Non va bene".

Lei cita le amministrative. Il caso Chiamparino e le polemiche seguite dimostrano come, fatta la tara di tutto il resto, c'è un problema di rapporto tra il centro del partito e la periferia.
"Il problema del rapporto che i livelli istituzionali, come i sindaci, devono avere col partito è vecchio come il mondo. Chi esercita un ruolo istituzionale credo debba avere e utilizzare la necessaria autonomia. Il che non vuol dire essere in disaccordo col proprio partito, ma che le decisioni a livello locale hanno sedi proprie".

Lei è sempre un fautore del Partito del Nord?
"Sì. Ci sono degli elementi che identificano dei confini socio-economici. Il Nord, compresa l'Emilia Romagna, hanno le stesse dinamiche di rapporti economici e sociali che andrebbero riconosciuti. Non per creare un altro partito e il suo leader, idea che non mi ha mai sfiorato, ma per orientare delle scelte che servano a un determinato territorio".

Un territorio cui la sinistra non sa più parlare.
"È parzialmente vero. In Emilia Romagna il rapporto tra istituzioni e mondo delle imprese è sempre stato fecondo. E nessuno può sostenere che non succedeva altrettanto a Genova-Torino-Milano per citare il triangolo industriale classico".

Trapassato remoto. Poi qualcosa si è rotto.
"La grande impresa è entrata in crisi. Il fenomeno della piccola e media impresa emergente non è stato osservato con sufficiente attenzione dalla sinistra".

Se da una parte il Pd è accusato di non aver capito la 'modernità' di alcune aree del Paese, dall'altra gli si imputa di non essere di sinistra o di non esserlo sufficientemente.
"Io non credo. La nostra radice è il riformismo di sinistra che in Italia è sempre stato forte almeno come quello cattolico. Quella radice non deve scomparire".

Un po' generico. Di quali valori si riempie di contenuti il Pd?
"Il riformismo ha come obiettivo il cambiamento della società, dunque della vita delle persone. Ciò avviene in un sistema di diritti riconosciuti e rispettati. L'emancipazione delle classi più deboli arriva quando si coniuga il miglioramento delle condizioni materiali con la dignità e i diritti".

Caliamo nel pratico l'assunto teorico.
"Bisogna agire per dare ai ragazzi la prospettiva di un lavoro stabile e culturalmente ricco. Ma se a quel lavoro non fosse riconosciuta la giusta mercede, per usare un termine antico, e i necessari diritti, ecco che si lederebbe la dignità di quella persona e di quel lavoro".

Una volta risolti i problemi interni, poi il Pd si deve porre il problema di come vincere.
"Stabilito un programma, bisogna poi essere coerenti e rigorosi, pochi punti ben definiti. L'obiettivo deve essere quello di vincere e governare. Non semplicemente di vincere come è successo in passato. Il limite dell'Unione è stato proprio quello: ha vinto ma non è stata in grado di governare. Allora la coerenza. Non si possono tenere insieme protezionismo e mercato, welfare e filantropia, che sono, ad esempio, le contraddizioni che esploderanno nella coalizione attualmente al governo".

Insomma la base è un programma. Da attuare con chi? Guardando al centro di Casini, aprendo di nuovo a sinistra?
"Il Pd è il più forte partito di opposizione. Semmai sono gli altri che devono guardare a noi. Il centro del campo dell'opposizione è nostro. Partiamo da lì".

Sphere: Related Content

venerdì 8 agosto 2008

I socialisti scaricano Grillini.

(La Repubblica) I Socialisti ‘azzerano’ la candidatura di Franco Grillini a sindaco («è un’autocandidatura») e tornano alla carica del Pd per chiedere non solo primarie di coalizione, ma aperte anche ai non iscritti ai partiti. E’ questa la linea tracciata dal neosegretario nazionale, Riccardo Nencini, nell’incontro con i nuovi vertici locali del Partito socialista alla festa dell’Avanti in corso in città.
GRILLINI giudica «scorretto» l’affondo di Nencini, annuncia le dimissioni da tutte le cariche «nazionali e locali», minaccia di lasciare il partito «nei prossimi mesi» e contesta la sua presunta «autocandidatura»: «Era stata decisa dal partito con Enrico Boselli. Evidentemente è un intralcio ai rapporti di subalternità con il Pd». Nencini precisa che saranno gli organi dirigenti bolognesi del Ps a decidere «se presentare un candidato e, se sì, se sarà o meno Grillini».

Sphere: Related Content

sabato 2 agosto 2008

“Conservare la memoria”: l’appello di Napolitano sulla strage di Bologna.

La strage di Bologna

(Panorama) Era un sabato anche 28 anni fa, a Bologna, quando esplose una bomba nella sala d’aspetto della stazione: l’ordigno uccise 85 persone e ne ferì oltre duecento. “Occorre coltivare un dovere della memoria che si traduca in una rinnovata ampia assunzione di responsabilità per la difesa dei valori di democrazia, libertà e giustizia” scrive il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un messaggio inviato al presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage, Paolo Bolognesi. E aggiunge: “Le immagini di quel crimine così barbaro e vile, che scosse e scuote tuttora nel profondo la coscienza degli italiani rimangono impresse in modo indelebile nella memoria dell’intero Paese”.

I mandanti politici della strage di Bologna sono ancora ignoti. “Il governo è impegnato ad affiancare al tavolo tecnico, che dovrà corrispondere alle richieste legittime dei parenti delle vittime, un tavolo politico istituzionale che intende corrispondere esattamente a questa aspettativa” ha dichiarato il ministro per l’ Attuazione del programma Gianfranco Rotondi, intervenuto alla manifestazione, a proposito della ricerca dei responsabili della tragedia. Dalla piazza arrivano fischi: “Non mi spaventano” dice Rotondi “mi spaventa semmai la disunità delle istituzioni”. Contestato dal pubblico il sindaco di Bologna, Sergio Cofferati, che dal palco ricorda come ‘’nessuno possa ignorare la verità storica come quella giudiziaria”. Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha inviato un messaggio al primo cittadino del capoluogo emiliano, auspicando che “dopo tanti anni, si dissolvano le zone d’ombra che hanno suscitato perplessità crescenti nell’opinione pubblica intorno all’accertamento della verità sulla strage”.
---

Sphere: Related Content

mercoledì 23 luglio 2008

Bologna. Piercing vietato nei genitali. Esplode la polemica.

Bologna, le nuove regole del Comune. La giunta comunale ha varato il nuovo regolamento, l'ultima crociata di Cofferati.
(Alessandro Cori - La Repubblica) Nella città del sindaco Sergio Cofferati, dopo l'ordinanza che vieta la vendita di bevande alcoliche da asporto oltre le 22 e quella anti-bivacco - "incubo" degli universitari che la sera affollano il centro storico - anche il piercing sulle parti più intime diventa un tabù. Non solo per i minorenni, ma per tutti.

La giunta comunale ha varato il nuovo regolamento per le attività di estetista, acconciatore, tatuaggi e, appunto, piercing. Domani, salvo sorprese, il provvedimento sarà approvato. In riferimento ai piercing, si legge nel testo, "i minorenni avranno bisogno del consenso informato dei genitori" (escluso il solo piercing all'orecchio dopo i 14 anni). Divieto assoluto invece, a qualsiasi età, "su parti anatomiche la cui funzionalità potrebbe essere compromessa da tali trattamenti o in parti la cui cicatrizzazione sia particolarmente difficoltosa".

L'assessore al Commercio della giunta Cofferati, Maria Cristina Santandrea, ha chiarito più volte che il divieto riguarda sicuramente le parti intime, ma secondo alcuni tatuatori la norma è ambigua. "Non c'è nessuna ambiguità - assicura infatti l'assessore senza però scendere nel dettaglio - perché le parti intime sono evocate in questa norma in modo molto chiaro. Questo perché è stata recepita un'oggettiva motivazione medica, non è che ci siamo fissati. Del resto abbiamo agito d'intesa con le associazioni di categoria e basandoci sul regolamento d'igiene e salute pubblica. Sono sicura che la nostra decisione verrà adottata presto anche da altri comuni".

A definire meglio su quali parti anatomiche sarà vietato effettuare un piercing ci penserà comunque l'Azienda Usl e ieri, intanto, il nuovo regolamento non ha mancato di sollevare qualche perplessità tra i consiglieri comunali. Il presidente onorario di Arcigay, Sergio Lo Giudice (Pd), ha ricordato che ci sono parti del corpo, come lingua e capezzolo, che potrebbero rientrare tra quelle "la cui funzionalità potrebbe essere compromessa" ma che allo stesso tempo sono tra le più scelte dai giovani.

"Escludere la possibilità di fare un piercing in luoghi controllati dal punto di vista sanitario e per mano di professionisti - è la preoccupazione di Lo Giudice - significa creare una fascia di mercato illegale". Ma la giunta, per bocca dell'assessore alla Sanità Giuseppe Paruolo ribadisce le linee guida del regolamento: "Tatuaggi e piercing si possono fare, ma devono essere effettuati in un contesto sanitario controllato e sono esclusi alcuni tipi di piercing particolarmente problematici dal punto di vista sanitario". Ricordando, infine, che c'è "una scuola di pensiero" secondo la quale chi incappa in problemi sanitari per aver eseguito pratiche sui cui rischi è stato ben informato, poi non dovrebbe pesare sul sistema sanitario pubblico.

Sphere: Related Content

domenica 13 luglio 2008

Bolognapride e Graziella Bertozzo. Un memoriale per far luce sull'accaduto.

Non so a chi indirizzare questa lettera: inizialmente avevo scritto “al movimento gay, lesbico e transessuale”, ma poi ho pensato che non è tanto, o non solo, a quello che voglio parlare.

Ho pensato, anche scorrendo gli attestati di solidarietà che mi sono giunti, che il mio – nostro – agire politico non si situa nell’ambito di un movimento parziale, ma appartiene a un contesto più ampio. Appartiene a quello che io definisco “il corpo sano” di un paese sempre più contagiato dal virus della barbarie, dove la mancanza del più elementare rispetto (e conoscenza) dei principi della democrazia portano ogni giorno ad atti di violenza. Si colpiscono donne, uomini e bambini/e sulla base della loro appartenenza, nell’incapacità generale di scindere le responsabilità e i comportamenti personali dallo stereotipo che si attribuisce al gruppo sociale, culturale o politico a cui quelle persone appartengono.

Il primo atto di imbarbarimento è la creazione di gruppi e categorie sociali, poi viene la delimitazione dei confini attraverso reticolati invalicabili, per finire con l’individuazione dei singoli individui da marchiare e rinchiudere nelle diverse categorie.

Quali sono queste categorie? Io credo che stiano prendendo corpo in questi mesi, per non dire in questi giorni. I criteri sono svariati, ma, traggono ispirazione dalle categorie individuate dal regime nazista del secolo scorso. Non necessariamente sono le stesse, perché la società si evolve e i soggetti si spostano nel tempo e nello spazio, ma anche nella scala sociale. Alla fine dell’operazione alcune coincideranno con quelle di hitleriana memoria, altre saranno nuove, altre ancora riappariranno sotto diversa forma.

Sembrano costanti i criteri dell’appartenenza etnica, dell’appartenenza culturale e politica e dell’appartenenza a gruppi “non produttivi” per il sistema di potere.

Non a caso non ho citato la classe socio-economica perché, come già ha dimostrato il nazismo, quel “reticolato” deve essere necessariamente trasversale alle classi: un sistema totalitario abbisogna infatti di tutte le classi, ma soprattutto delle classi più umili a cui far pagare i conti delle proprie azioni (servirà sempre chi lavora a basso costo e una guerra non si può fare senza l’esercito dei soldati semplici…).

Immagino già chi, dopo aver letto sopra, esclamerà “ciarpame ideologico!” Ecco, sappia quel qualcuno/a, che questa lettera non gli/le è diretta, quindi – visto che non l’ho titolata “aperta” – la chiuda e la getti nel cestino.

Vado invece avanti per chi crede che la storia, l’analisi, l’intelligenza e il cuore debbano essere alla base di ogni riflessione politica sugli avvenimenti.

Ho oggi la difficoltà di dover necessariamente riflettere su una vicenda che mi ha coinvolta direttamente, di dare una lettura sia del fatto in sé sia della mia collocazione politica e del mio agire politico (e personale) a tutto campo.

Sento la necessità di illustrare, a chi mi ha letto fin qui, la mia versione.

Il 28 giugno, al termine della sfilata del Pride di Bologna, dopo aver parcheggiato il “carro” di Facciamo Breccia in via Indipendenza (carro che avevo guidato nel secondo tratto di percorso che andava da Porta Lame per l’appunto fino a Via Indipendenza) mi recavo in piazza VIII Agosto dove erano previsti gli interventi finali.

Lì mi ritrovavo con altri/e del gruppo di cui faccio parte (Facciamo Breccia) e con cui avevamo organizzato, durante il corteo, una azione pacifica di “infiocchettamento” della prima sede ottenuta dal movimento gay e lesbico in Italia (il Cassero di Porta Saragozza). Poiché all’azione, diversamente da quanto prevedevamo, non aveva partecipato soltanto il coordinamento Facciamo Breccia, ma tutti/e coloro che sfilavano, in un riconoscimento generale del valore dell’azione, abbiamo pensato che, anche se a Facciamo Breccia non era stato concesso di intervenire dal palco in quanto aveva dato un’adesione critica rispetto alla piattaforma del Pride, sarebbe stato bello che lo striscione utilizzato davanti a porta Saragozza e in cui era scritto “28 giugno 1982. Indietro non si torna. Facciamo Breccia” e che aveva trovato consenso anche fuori da noi potesse essere un momento unitario che, fra l’altro, avrebbe stemperato una serie di tensioni fra le diverse anime del movimento. Per evitare che questo venisse letto come una critica ad interventi di rappresentanti del movimento con posizioni diverse dalle nostre, abbiamo scelto di aprire tale striscione durante l’intervento di Porpora Marcasciano che avrebbe parlato a nome del Coordinamento Trans, pur appartenendo anche al coordinamento Facciamo Breccia. Tale azione era condivisa dalla stessa Porpora.

Ritenendoci, al di là delle diverse posizioni, parte comunque di uno stesso movimento i/le cui attivisti/e si conoscono personalmente, non era pensabile essere vissuti come una “minaccia”.

Abbiamo quindi deciso che alcuni/e di noi si sarebbero portati all’interno delle transenne, e avrebbero aperto lo striscione nel momento in cui Porpora avrebbe fatto il suo intervento.

Io avevo inizialmente seguito due compagni (Renato e Daniel) che, pur non avendo alcun pass, si sono introdotti sotto gli occhi della ragazza che stava al varco nello spazio delimitato dalle transenne (cosa accaduta, prima e dopo, anche ad altri e altre). Non li ho seguiti immediatamente perché sono tornata nella zona centrale per valutare se fossero sufficienti nel numero i compagni e le compagne che già erano all’interno della zona palco. Qui incrociavo Massimo Mele che, con lo striscione con cui avevamo sfilato nel corteo, arrivava a corsa, affannato, perché credeva che quello fosse lo striscione che andava steso e che il suo ritardo avrebbe potuto compromettere la nostra azione. Gli dissi che alcuni di noi erano già dentro con l’altro striscione (io sapevo solo di Renato e Daniel che avevo visto passare) e valutai che la presenza di Massimo e mia potesse essere utile. Con lui sono ritornata verso il varco alla destra da cui erano passati Renato e Daniel. Massimo, visto che c’era una ragazza al varco, le parlò, presumo chiedendole di entrare. Rendendomi conto delle difficoltà del momento io valutai che sarebbe stato più semplice entrare di soppiatto. Su richiesta di Massimo (per me sempre presunta, visto che nel rumore non sentivo quello che lui stava dicendo alla ragazza al varco) arriva Porpora che di lì a breve avrebbe dovuto parlare. Pur avendo concordato con lei l’azione, e pensando a quanto lei già si esponesse politicamente con il comitato Pride per aver accettato che durante il suo intervento si aprisse lo striscione, ho ritenuto opportuno non coinvolgerla ulteriormente e le ho detto di non fare niente, che saremmo entrati da soli come avevano fatto Renato e Daniel a cui non era stato chiesto nulla. Ovviamente non immaginavo di essere considerata “personaggio controverso” (come la volontaria ha poi scritto in un blog) da parte di chi chiedeva i pass, ma addirittura credevo di essere per lei una lesbica qualsiasi di Facciamo Breccia in quanto non avevo udito quanto Massimo le aveva precedentemente detto.

Dico a Massimo: passiamo sotto alla sbarra che ferma il varco. Questo in quanto la ritenevo una misura di delimitazione rispetto alla folla e non una forma di delimitazione di “proprietà privata”.

Quando ho sentito dare la parola a Porpora mi sono introdotta sotto la sbarra e sono uscita dall’altra parte.

Sono stata trattenuta dalla ragazza al varco ma ho cercato, tenendo le braccia basse e stando semicarponi, di oltrepassarla per andare verso l’area dove avevamo fissato di aprire lo striscione. Quando sono stata strattonata non ho opposto reazione ma ho cercato di scivolare dalle mani di chi mi tratteneva. Mi hanno detto di uscire e io ho risposto che non stavo facendo nulla di male ma avrei solo retto uno striscione. Ho cercato di telefonare alle persone sul palco per chiedere aiuto ma nel rumore nessuno ha sentito le chiamate. Mi hanno detto che se non fossi uscita avrebbero chiamato la polizia. Ho visto di fronte a me dei poliziotti che però stavano a guardare, come se quello non fosse loro compito. Io ho risposto se sarebbero arrivate al punto di farmi arrestare per così poco usando le parole “E allora arrestatemi per uno striscione”. Ho cercato di ritornare verso il centro del prato e, a quel punto, si è parato davanti a me un uomo (che io supponevo essere dell’organizzazione o, meglio ancora, dell’Arcigay) che con modi bruschi mi ha detto di andarmene, che quella era proprietà privata. Io ho cercato di oltrepassarlo da un lato, ma mi ha fermata con uno spintone. Allora ho cercato di parlare con lui della piattaforma del Pride e delle diverse modalità di gestione anche del palco, riferendomi in particolare ad Italo, il dibattuto personaggio della campagna promozionale del Pride (il fascista frocio), e assimilando le sue maniere e il suo concetto di proprietà a quelle, per l’appunto, di Italo; ma avevo l’impressione di essere di fronte a qualcuno che non aveva nessuna intenzione di discutere. Quest’uomo ad un certo punto ha cercato di prendermi di peso e di buttarmi fuori dallo spazio delimitato dalle transenne. Io ho reagito facendo resistenza passiva e aggrappandomi allo specchietto retrovisore di un camper che delimitava l’area adibita a proscenio del palco. Lui ed altri (che non potevo vedere perché sono stata presa per le gambe e la mia testa penzolava all’indietro, ma sentivo molte mani su di me) mi tiravano, soprattutto per le gambe. Io ho avuto paura di lasciare lo specchietto perché, venendo tirata così violentemente e non avendo più i piedi a terra, sarei caduta rischiando di battere la schiena (schiena in condizioni precarie in seguito a due fratture vertebrali) oppure la testa.

Dopo un po’ mi sono sentita sollevare verso l’alto e immediatamente rivoltare a faccia in giù. Mi sono sentita piegare le braccia all’indietro, ho sentito che mi stavano mettendo le manette. Poi mi sono sentita sollevare per i gomiti, la mano sinistra mi è uscita dalle manette. Mi hanno spinta di nuovo verso terra e messo le manette in modo molto più stretto. Mi hanno rialzata e ripresa per i gomiti trascinandomi. A quel punto ho visto (anche se con le manette le avevo immaginate) le divise degli agenti che mi reggevano. Dal braccio sinistro ero però sollevata dall’uomo con cui avevo parlato nel prato che mi ha gridato: “Stronza, mi hai rotto il menisco!”. Io, nonostante la situazione per me allucinante in cui mi trovavo, gli ho risposto “Ma se stai correndo trascinandomi di peso! Con il menisco rotto?” A quel punto uno dei poliziotti che mi stavano trascinando ha urlato “ha rotto la gamba al collega!”. Solo a quel punto ho realizzato che quell’uomo facesse parte delle forze dell’ordine e non di Arcigay o di un servizio d’ordine di movimento.

Il resto è il trattamento riservato a chiunque venga ritenuto/a pericoloso/a.

Questi i fatti dal mio punto di “osservazione”, così come li ho raccontati ai compagni e alle compagne di Facciamo Breccia e non solo che ho trovato ad attendermi davanti alla questura al momento del mio rilascio.

Così come ho loro raccontato il trattamento ricevuto in carcere che, come ho detto sopra, ritengo sia quello generalmente riservato a chi è ritenuto/a pericoloso/a. Manette fino all’arrivo di un’agente donna che ha provveduto ad effettuare su di me una perquisizione da lei definita “totale”, ritiro dei lacci delle scarpe e di tutti gli oggetti che avevo in tasca, consegna e conteggio del denaro (poco…) che avevo con me, foto segnaletiche, impronte digitali… Ho immaginato successivamente che questa fosse la pratica utilizzata su chi sta per essere trasferito/a in carcere.

Capisco solo oggi quanto io sia stata una privilegiata: se i compagni e le compagne non fossero arrivati/e lì davanti in brevissimo tempo oggi sarei probabilmente alla Dozza, il carcere di Bologna. E capisco anche che il mio privilegio non è derivato dall’essere persona “nota” (nel passato più che nel presente…) ma dall’appartenere ad un gruppo politico, Facciamo Breccia, composto di compagni e compagne coraggiosi/e e leali che non hanno esitato a cercare di coinvolgere tutti/e sul palco del Pride per sapere dove io fossi stata portata, per permettere a chi lo desiderasse di venire con loro in questura a chiedere il mio rilascio. Solo dopo la loro accorata insistenza Aurelio Mancuso ha annunciato dal palco il mio arresto e ha chiesto la mia liberazione.

Nulla di tutto questo dimenticherò facilmente, ma soprattutto voglio conservare per sempre la consapevolezza di far parte di un gruppo politico di cui vado fiera, che ha cercato di proteggermi fino in fondo, che ha creduto in quello che – fin da subito – ho raccontato, ma che prima ancora, conoscendomi, ha pensato che io non potevo aver compiuto nessun atto violento. Compagni e compagne che ammiro per il coraggio che hanno avuto e di cui spero di poter essere degna qualora mi dovessi trovare al loro posto.

Con me nei giorni successivi hanno affrontato le infamie che su di noi si sono riversate, e il mio dolore maggiore è stato – ed è – per il linciaggio morale che hanno dovuto e devono subire, non per “colpa”, ma per “causa” mia. Per avermi voluta salvare. Loro conoscono tutta la mia debolezza e paura, loro conoscono la mia fragilità, loro temevano (a ragione) che io stessi per essere trascinata in un gorgo infernale da cui forse non sarei più uscita.

Grazie compagne, grazie compagni, grazie Facciamo Breccia!

Preferisco parlare prima di “noi” e non di “loro” perché già viviamo in un mondo brutto, e quando in questi giorni mi sveglio la notte, vado sul sito di Facciamo Breccia e rileggo le solidarietà che ho ricevuto, importanti tutte, a una a una, e so che conserverò quei nomi e quelle parole dentro di me. E ringrazio anche tutti e tutte loro, e in particolare chi, facendo riferimento a realtà che si ritengono politicamente lontane da me, ha avuto il coraggio civile di dissociarsi dal linciaggio collettivo che si è scatenato contro di me nei giorni successivi al fatto. Grazie.

Scrivevo nel maggio scorso, a proposito del linciaggio scatenatosi a Roma contro le trans brasiliane, e rispetto al quale nessuna grande associazione ha detto una parola per giorni:

“E la linea di demarcazione oggi sta lì: l’orrore nazista del secolo scorso ci insegue da vicino, e mie/i/* compagni/e di percorso politico possono essere solo coloro che non temo si trasformino domani in una folla che mi vuol linciare o in una folla che si gira dall’altra parte. Non importa di quale delle due folle si fa parte: il fascismo ha bisogno di entrambe per vincere, e oggi, in Italia, le sta trovando. Purtroppo anche in quello che si definisce movimento lgt che, mi spiace dirlo, ma di fronte a quelle trans con la pelle strappata dai rovi, con le mani dei poliziotti addosso, con la folla che godeva del loro dolore, rischia di girarsi dall’altra parte.”

Ecco perché oggi parlo di “noi” e “loro”, laddove noi non è “Facciamo Breccia” e loro l’Arcigay, Arcilesbica o Comitato Pride. Se così pensassi farei lo stesso errore di chi crea reticolati e divide. No, non sarò io a creare reticolati. E qui subentra la responsabilità individuale e personale delle proprie scelte. Non si tratta di aderire alle mie idee o a quelle di Facciamo Breccia, ma di indignarsi di fronte alla caduta del senso della democrazia, anche formale, che si sta diffondendo ovunque. Si tratta di comprendere l’assurdo giuridico di un comitato che si dichiara “politico” (come il Comitato Pride) e poi scrive, titolando “ricostruzione dei fatti e valutazioni del Comitato Pride”:

“Gabriella Bertozzo ha assunto atteggiamenti pesantemente offensivi e fisicamente violenti, supportata da altri componenti di Facciamo Breccia. L’improvvisa e incomprensibile violenza, tanto più incomprensibile perché espressa da una lesbica all’interno di un contesto pacifico come il pride, ha fatto precipitare la situazione, rendendola ingestibile e costringendo una delle volontarie a richiedere il supporto delle forze dell’ordine. Secondo quanto raccontato da testimoni oculari, l’arrivo della polizia ha reso la Bertozzo ancora più aggressiva e violenta determinando il suo fermo da parte della polizia e il trasferimento in questura.”

Il Comitato Pride ha ritenuto di avere tutti i poteri e così con quello legislativo aveva fatto la “legge del parterre”, con quello esecutivo, coadiuvata dalla polizia di stato, l’aveva fatta rispettare portandomi in prigione perché avevo oltrepassato un confine senza passaporto (il famoso pass…). Nei successivi tre giorni ha utilizzato il potere giurisdizionale, allestendo un processo, sentendo i testimoni ed emettendo il verdetto (quello sovrariportato).

Aurelio Mancuso e Francesca Polo, a nome di Arcigay e di Arcilesbica, invece hanno svolto unicamente la funzione dell’applicazione della pena: appena il “Comitato” ha emesso la sentenza mi hanno marchiata con:

“Graziella Bertozzo non è nuova ad azioni ed atteggiamenti alterati e aggressivi, l'uso della violenza verso le volontarie del Pride e gli agenti di Polizia hanno portato al fermo e alle conseguenti denunce [...] Oggi però in nessun modo vogliamo esprimere solidarietà nei confronti di una militante sempre in cerca dello scontro.”

Se non erro la definizione data di me è molto vicina a “delinquente abituale…”, tanto per fare riferimento alle categorie che si stanno cercando di delimitare con reticolati.

Il marchio ha riguardato anche Facciamo Breccia:

“La nostra rivoluzione è gioiosa, mentre le pratiche di Facciamo Breccia sono tristi e maschiliste, intrise in qualche caso di astio e problemi personali di personaggi inaffidabili; nei casi in cui si tratta di pratiche politiche, suscitano il nostro disaccordo profondo per la loro autoreferenzialità e mancanza di prospettive.

Per quanto ci riguarda la non violenza è la discriminante per poter appartenere a pieno titolo al movimento lgbt e non intendiamo in alcun modo retrocedere né farci intimidire. Denunciamo, quindi, davanti a tutto il movimento ciò che è realmente accaduto, che per quanto ci riguarda avrà immediate e ferme conseguenze in tutte le sedi politiche e giuridiche.”

Coraggio Mancuso, coraggio Polo: fin qui le sedi “politiche e giuridiche” sono stati i siti vostri amici, ma del resto quale sarebbe l’ulteriore reato che lasciate sotteso?

E Mancuso poi spieghi il successivo comunicato:

“L’azione di Graziella ha oggettivamente innescato un conflitto di cui bisognerebbe rendersi conto, ma è inaccettabile pensare che Arcigay possa tacere sul fatto che Graziella ha subito un trattamento ingiustificato, sproporzionato ed offensivo della sua dignità di donna e di militante.”

Le spiegazioni non le dovete a me, ma politicamente ai vostri e alle vostre iscritti/e innanzitutto, e poi a quanti/e hanno creduto al vostro primo comunicato, dandovi credito in qualità di rappresentanti delle più grandi associazioni gay e lesbica italiane, e seguendovi nel linciaggio nei miei confronti.

E sono ben felice, io, considerata dai/dalle compagni/e di Facciamo Breccia molto legalista, di poter essere giudicata da un giudice che mi ascolterà in qualità di imputata, di vivere in un paese in cui sopravvive il diritto alla difesa, e non dal “Comitato Bologna Pride”, che non mi ha interpellata prima di emettere la sentenza e di cui, guarda caso, fa parte anche qualcuno che ha scritto su un forum aperto ai “camerati” (www.vivamafarka.com/forum): “verosimilmente il fatto che è stata proprio l'interazione col comitato pride che mi ha reso "fascista”". Questo fascista (lo dice lui, non io) fa parte del Comitato Pride che mi ha giudicata e condannata e si chiama Lorenzo "Q" Griffi. E così rincara, quando descrive la scena dei miei compagni e delle mie compagne che cercavano di sapere dove io fossi stata portata: “mi sono trovato davanti militanti incazzati abbestia che mi abbaiavano in faccia dandomi del fascista (cosa che, per la prima volta in vita mia, ammetto di aver trovato assai ilare =).”

L’errore di pensare che quel prato dovesse sottostare alla legge del più forte, pone chi l’ha pensato fuori dalle norme di civile convivenza. Non me che continuo a ritenere di non aver compiuto nessun reato, ma caso mai dovrei essere giudicata in base alla legge.

Essere “antagonista” significa criticare e denunciare le leggi ingiuste e la violenza, di qualsiasi tipo essa sia, con tutti i mezzi. Per ora la barbarie ha invaso la politica ed è sul piano politico che io ho scelto di contrappormi. Certo le mie idee non le ho mai difese da una scrivania, da una carica o a partire dal riconoscimento degli altri, ma sempre in prima linea. E per me essere in prima linea quel giorno significava non mandare avanti altri compagni e compagne, magari più giovani ed inesperti, ma essere con loro, così come con loro ero stata in piazza San Pietro venti giorni prima.

Non ho mai preteso che altri/e facciano le mie scelte. Visto che altri/e l’hanno citato, credo che tutte le lesbiche che con me hanno costruito la presenza femminile dentro Arci Gay nei primi anni ’90, sappiano che ho sempre protetto il loro anonimato, e non mi sono mai permessa una sola volta di sostenere che se io prestavo il mio volto lo avrebbero dovuto fare anche loro. Quando l’hanno poi fatto io ne sono stata felice, ma in quei primi anni io mi sentivo privilegiata per poterlo fare, resa forte dall’avere un lavoro statale, che non ho mai abbandonato per dedicarmi alla carriera politica, per potermi permettere sempre indipendenza e libertà di giudizio e di scelta.

Spiace alle altre, ma credo possiate capire che spiaccia anche a me, vedere la firma di una di quelle lesbiche, Francesca Polo, sotto quel comunicato diffamatorio. Mi consola mio fratello che mi scrive:

“Me lo aspettavo perché chi sceglie veramente il cammino della coerenza nella ricerca di una società includente e tollerante prima o poi sarà oggetto di violenza, prima o poi sarà tradito, prima o poi…”

Sono consapevole che questa vicenda ha gettato nello scoramento tanti e tante attivisti/e del movimento glbt, ma voglio leggere questo scoramento come una forma di coscienza civile che si ribella al tentativo di fare di questo movimento uno squallido agone della politichetta per cui l’Italia si sta qualificando in tutto il mondo. So che per chi attua forme di politica meno antagonista della mia il mio appello conterà poco, ma io lo voglio rivolgere ugualmente a tutti/e: io non mi ritiro dalla politica, non fatelo neppure voi. Oggi più che mai c’è bisogno di gente onesta. Lo scrivevo un anno fa, nel rispondere ad un attacco dell’Osservatore Romano contro tutto il movimento:

“Ho parlato però di etica, di etica laica della politica, senza la quale davvero non c’è nulla da trasmettere ai/alle giovani, di qualsiasi tipo di famiglia siano parte.

Etica della politica, educazione alla democrazia e alla legalità, di cui troppo spesso si parla a vanvera, onestà intellettuale, politica non più usata per il proprio tornaconto personale, uomini e donne politici/che abili non tanto ad occupare poltrone, quanto piuttosto a creare spazi di civiltà e di dibattito…”

Aggiungo oggi: di qualsiasi movimento facciano parte.

Mi è stato chiesto in questi giorni di contribuire ad evitare una frattura insanabile all’interno del movimento gay, lesbico e transessuale. Ho lungamente sostenuto che, in questo momento, io non sono la persona a cui è possibile chiederlo. Non posso, né voglio, essere prima linciata e poi martirizzata. Non posso, né voglio, tornare ad essere una “leader” di movimento. La scelta di essere “militante semplice” l’ho compiuta nel 1994 e, anche se a volte posso aver preso e prendo parola per conto di realtà come Facciamo Breccia, sono da allora sempre stata, e continuerò ad essere, una militante semplice (a maggior ragione ora) nell’ambito di un rapporto orizzontale con i miei compagni e le mie compagne, che ho visto costretti a prendere per il cravattino alcuni “leader” di movimento per non lasciarmi finire in carcere.

Quello che posso fare, questo sì, è essere coerente, e dire quello che penso. E spendere parola per quanti/e, nelle stesse associazioni che mi hanno diffamata, lavorano sul territorio quotidianamente, come me da militanti (o attivisti/e, o volontari/e, come preferiscono…) semplici. Posso spendere parola per quelle ragazze che sotto il palco hanno tentato di fermare la mia corsa verso lo striscione, posso comprendere il loro smarrimento di fronte a “capi” che neppure le avevano avvisate che fra loro ci fossero dei poliziotti in borghese (almeno così sostengono nei forum…). Posso ribadire che nessuna violenza mi hanno usato, che cercare di frenare la mia corsa senza farmi del male era quanto pensavano fosse il loro “dovere”. Ma non posso tacere dal mettere tutti/e loro sull’avviso che la politica prevede sempre una riflessione e un giudizio personale sulla politica stessa, che non si chiama fare politica l’agire al servizio del leader di turno senza avere un proprio pensiero politico, sulla base della semplice “buona volontà”. Posso dire a quelle ragazze che per quel Pride anch’io mi sono sporcata le mani, allestendo e guidando un carro, spingendo un carrello della spesa nel primo tratto di corteo, ma che non ho mai pensato che questo mi esimesse dall’avere un mio pensiero autonomo. Fra l’altro sono stati la fatica, il sudore e le mani sporche derivanti da quella giornata a farmi individuare da qualcuna di voi come meritevole di Trattamento Sanitario Obbligatorio, senza probabilmente rendervi conto che storicamente la definizione di pazzia è stata quella che ha permesso la repressione delle lesbiche. Io ero stanca e felice di essere con i miei compagni e le mie compagne al Pride.

E c’è qualcuno/a in particolare che devo ringraziare e a cui mi sento vicina: qualcuno/a che chi ha letto fin qui ha forse pensato che io non abbia considerato o abbia dimenticato; invece semplicemente di loro volevo scrivere a parte, perché – pur essendo parte di questo movimento – spesso sono stati/e da questo movimento lasciati/e ai margini. E parlo dei/lle trans.

Ringrazio Marcella Di Folco, che ha posizioni politiche molto diverse dalle mie, ma che con coraggio si è rifiutata di firmare un comunicato che criminalizzava me e Facciamo Breccia, e anche quello che cercava di riparare al danno senza citare il danno stesso. Non a caso i/le trans (e le trans in particolare) sono state quelli/e che più ho sentito emotivamente vicini/e. E credo che non sia un caso. Sono loro oggi, fra tutti/e noi, a pagare in Italia il prezzo più alto. Sono loro che hanno conosciuto il carcere di un’Italia bigotta, e troppo spesso continuano a conoscerlo. Sono loro che sapevano dove sarei stata portata. Ed io sono orgogliosa che il nostro striscione, al posto mio, siano state proprio loro a reggerlo.

Avevo scritto a Maggio, a proposito del pride di Roma: “ci voglio essere con un cartello al collo con scritto ‘sono una trans brasiliana’ perché oggi in Italia c’è davvero bisogno di una nuova Stonewall, ma anche di una nuova resistenza. E non mi basterà sfilare per le vie del centro, ma vorrei tanto andare in quel luogo dove atti di barbarie si stanno compiendo sugli stessi soggetti che diedero vita al primo Stonewall.”

Non ho poi sfilato con quel cartello, anche se altri/e l’hanno fatto, perché mi dovevo occupare di San Pietro. Senza bisogno di alcun cartello, però, a Bologna sono diventata una trans brasiliana anch’io, tanto che un poliziotto, mentre mi tirava giù di peso dal cellulare, mi ha gridato “Te lo sei voluto! Siamo in Italia, qui. Non si può fare quello che si vuole!”

In quel momento mi sono sentita davvero una trans brasiliana, e ho sentito tutti/e i/le trans, e tutti/e gli/le immigrati/e con me. In quel momento ho ritrovato coraggio, perché ho capito che ero esattamente dalla parte dove avevo, ed ho, scelto di stare. Possibilmente, né me né loro, non in un cellulare della polizia.

E’ così strano, ero partita dal dover scrivere una lettera dove davo un significato politico a quanto mi è accaduto, dove difendevo l’operato mio e di Facciamo Breccia, e mi ritrovo sempre più a fare i conti con l’aspetto umano di tutto ciò, in una commistione che mi fa sentire quanto il personale continui a essere politico. Quanto, in un contesto dove la politica si sta usurando, dove al suo posto subentrano gli affari e il controllo repressivo, l’unica salvezza sia la riscoperta di concetti e sentimenti che sono gli stessi che hanno fondato la società umana: la solidarietà, l’umanità e, scusate il termine, l’amore.

Mentre in questi giorni giravo per i vari blog alla ricerca di qualcuno/a che avesse assistito alla vicenda, imbattendomi in pesanti insulti e diffamazioni nei miei confronti, mi sono anche imbattuta in queste righe della Rossanda:

“Non sentii dire: ‘Bisogna fermare il Terzo Reich’, né a casa né a scuola. Oggi saremmo stigmatizzati per indulgenza al nazismo, pacifismo bieco, viltà. È vero, si sarebbe dovuto scendere in piazza, gridare, rischiare: allora, anzi prima, quanto prima? Non era pensabile o non fu pensato. Non attorno a me. Erano convulsioni del mondo, noi ci scavavamo una tana e tiravamo avanti. Sono i grigi che fanno un paese, chi non conta tace, subisce, o anche applaude ma aspetta che passi. Si avvezza a credere che passerà, che stia passando. Bisogna che abbia l’acqua alla gola per ammettere l’irreparabile. Così accadono le enormità.”

E mi sono stupita, davvero, che chi le aveva scelte per dare significato politico al proprio spazio su internet, non abbia colto che Facciamo Breccia da tre anni cerca di dire quella cosa. “Quanto prima?” si chiede Rossanda. Rispondo: “Prima che sia troppo tardi”.

Se io oggi scrivo questa lettera dalla mia casa è perché non è ancora troppo tardi, perché qualcuno/a in quella piazza ha fatto in modo che venisse detto che ero stata portata via dalla polizia, e lo ha fatto prima che fosse troppo tardi.

Ognuno/a ha le proprie modalità politiche, ed è giusto che le mantenga, ed è proprio il dire queste cose con tante voci che ci può salvare. Ma, per me, soltanto chi è disposta/o a “scendere in piazza, gridare, rischiare” è degna/o di chiamarsi movimento. Non chiedetemi mai più di stare accanto a chi, al di là delle sue modalità politiche, ha dimostrato di essere altro.

Qualcuna/o ha parlato della banalità del male, nei messaggi che mi sono arrivati: di questo si è trattato.

Userò una citazione biblica per spiegarmi meglio (strano, vero, da una “no vat”?): è tempo di separare il grano dal loglio, e credo che il grano sia dovunque, anche nel prato dell’Arcigay e dell’Arcilesbica.

Dopo, solo dopo, distinguiamo il grano appena nato da quello che è tempo di mietere, il grano di collina da quello di pianura, quello che nell’orchestra svolge il ruolo del violino e quello che svolge il ruolo della grancassa. Solo un’orchestra così fatta ci permetterà di “scendere in piazza, gridare, rischiare”, fermare la barbarie che avanza. Non certo con chi si scava una tana e tira avanti, per parafrasare le parole della Rossanda.

Di una cosa sono felice e orgogliosa: sono in un luogo politico, Facciamo Breccia, dove il grano è evidentemente cresciuto alto e rigoglioso in questi anni di fatiche. E, se posso forse passare sopra a ciò che qualcuno/a ha fatto a me, non potrò mai farlo rispetto a quello che hanno dovuto, e devono, subire i miei compagni e le mie compagne, così come loro probabilmente non riescono a passare sopra a quello che è stato fatto a me.

Non si tratta di desiderio di vendetta, ma di consapevolezza del mio desiderio di non volere relazioni politiche e personali con persone (e non parlo di associazioni) che non potrò, mai più, chiamare compagni e compagne.

Forse nella prossima vita, ma sono atea, e concepisco solo questa.

E’ questa una scelta profondamente politica, in attesa che le diverse realtà diano una propria lettura, prima ancora che della situazione del movimento glbt, della situazione del paese dove si trova ad operare, e agisca delle scelte conseguenti, scelta che io personalmente, e Facciamo Breccia collettivamente, abbiamo già fatto.

Parlavo prima della presenza di un fascista nel Comitato Pride. “Fascista” non è un epiteto per offendere qualcuno, essere fascista significa una cosa ben precisa. E si può essere fascisti anche se si è gay. E’ pensare, ad esempio come accade su http://emiliaromagna.indymedia.org/node/3070, nella discussione a proposito del grafico di Italo, nonché componente di quel Comitato Pride che mi ha giudicata e condannata, che “esista una comunità di fascisti dichiarati che però esplicitamente difende il diritto degli omosessuali a vivere pacificamente la loro sessualità, e su questo sono molto più avanti di una qualsiasi Binetti o Carfagna. Con chi bisogna dialogare, a questo punto?”.

Ritornando al discorso con cui avevo iniziato questa mia lunga lettera, è in atto in Italia un processo di definizione dei gruppi da richiudere nei reticolati. Certamente l’ispirazione nazista di questo fascismo del terzo millennio, sta spingendo a individuare i gay, le lesbiche e i/le trans come categoria non produttiva e disturbante dell’ordine che si vuole imporre. Le due diverse posizioni presenti nel movimento glbt, quella lobbistica e integrazionista e quella che invece crede ad una lotta complessiva per la libertà e i diritti di tutti e di tutte (rom compresi/e…), che a prezzo di faticose mediazioni e di periodiche scaramucce hanno fino ad oggi potuto convivere, non sono più compatibili fra loro.

C’è chi cerca di salvarsi nascondendosi tra le “falangi” dei nuovi Itali (leggete gli insulti e la derisione che il nostro prode “Q” riceve in quella lista di camerati linkata anche da indymedia), chi non vede o finge di non vedere, “tace, subisce, o anche applaude ma aspetta che passi. Si avvezza a credere che passerà, che stia passando”. E più forte si fa il bisogno di indicare altri/e al fascismo che avanza (in questo caso Facciamo Breccia) sperando così di allontanare da se stesso/a il pericolo.

Vorrei ricordare che motivo fondamentale della nostra adesione critica a quella piattaforma è stata la mancata assunzione dei valori dell’antifascismo da parte del Comitato Pride. E se una responsabilità politica Facciamo Breccia si deve assumere è quella di non essere stata in grado, prima, di leggere – e denunciare – l’infiltrazione fascista nei nostri movimenti. Perché, badate bene, l’infiltrazione è rappresentata non solo – o non tanto – dalla presenza di Lorenzo Griffi nel Comitato, quanto dalla incapacità del movimento di tenere lontano quel tipo di pensiero totalitario, di credere di poter eliminare il triangolo rosa dai triangoli odierni, lasciandolo se proprio alle trans brasiliane e a qualche lesbica “isterica”.

Sostenevo in apertura che le categorie da marchiare possono cambiare nel tempo e nello spazio, e quindi può darsi che l’operazione messa in atto dalla parte “commerciale” di movimento di far rientrare i gay (meno le lesbiche, ancor meno i/le trans…) fra i gruppi utili al potere totalitario in quanto lavoratori e consumatori, sia destinata a riuscire. Paradossalmente è quindi proprio questa parte di movimento che più ha presente quanto avanti sia il processo di individuazione nei nuovi capri espiatori, e il peccato politico di Facciamo Breccia è di non averlo capito e denunciato prima.

Il mio errore – tutto politico – e me ne dispiace perché lo sto pagando a caro prezzo, è stato quello di entrare in quel prato credendolo un luogo amico, un luogo abitato da compagni/e di strada che, sempre, da che esiste il movimento glbt in Italia, avevano individuato la sinistra quale luogo politico naturale. I pochi che, come Gaylib, hanno rivendicato una loro appartenenza alla destra di questo paese, erano visti con imbarazzo un po’ da tutti/e, o almeno così mi si voleva far credere…

E visto che ci invitano ad ammettere i nostri errori, confesso che oggi penso che abbiamo sbagliato a non entrare nel Comitato Pride, perché invece c’era bisogno di noi, della nostra fantasia, del nostro coraggio, del nostro pensiero politico, del nostro entusiasmo. Ma devo anche darci atto che se non lo abbiamo fatto è stato per non essere risucchiati/e dalla apoliticità del dibattito, per non consumare le nostre energie, per non farci incartare da polemiche con chi, mentre noi parlavamo di politica, ha dimostrato di comprendere solo il linguaggio della bottega, ha dimostrato di considerarci – e non da ora – il nemico. Se avessimo passato giorni a discutere sull’ordine dei carri e degli interventi avremmo finito, probabilmente pure noi, per perdere la misura della situazione politica. E credo che l’unica cosa che avremmo ottenuto sarebbe stato un pass per il prato dell’Arcigay. E allora forse è meglio così, che abbiamo salvato quella che Porpora ha definito la nostra “favolosità”. E se il prezzo da pagare era questo, lo accetto.

Mi fanno tenerezza in questi giorni gli accorati inviti a ricomporre una frattura in atto nel movimento. Come se questa ricomposizione fosse nei poteri umani. Come se si potesse essere antifasciste/i e qualunquisti/e insieme, come se non esistesse differenza fra la vittima e il carnefice, in un concetto di “equidistanza” che, oggi, significa semplicemente stare a vedere chi sarà il vincitore per schierarsi poi dalla parte “giusta”.

La mia collocazione politica rimane la stessa, le cose in cui credevo nel 1985, la prima volta in cui arrivai all’Arcigay, sono le stesse di oggi. I tempi cambiano, cambiano le modalità di lotta (ed io le ho cambiate), ma non cambiano i valori. E so che non volevo e non voglio più triangoli di nessun tipo per nessuno, che non voglio salvarmi perché riesco a passare il mio triangolo a qualcun altro/a. Quando il fiato del fascismo ci era meno sul collo era più facile dirsi antifascisti/e, sembrava quasi un distintivo di valore. Chi ha detto che i metodi di Facciamo Breccia sono fascisti e violenti, sappia che sono semplicemente i metodi, né fascisti né violenti, che hanno permesso di allontanare la violenza dai nostri – e loro - corpi per cinquant’anni. Sappia che sono gli stessi metodi usati a Stonewall nel 1969, a Sanremo nel 1972, a Bologna nel 1982 e in tante altre occasioni. Sappiate che li ho usati, nel passato, anche a nome di Arcigay (ad esempio a Firenze nel 1991, alla conferenza mondiale sull’AIDS, o a Verona, davanti al Duomo, nel 1992, o a Venezia nel 1993). E sono convinta che a far danno all’Arcigay sia quel comunicato diffamatorio contro di me, e non la cartellonata che, non invitata, feci con altre sul palco dove parlava Liz Taylor nel 1991. Sappiate che di fronte ad un Pride che avrebbe finto di non vedere e di non sapere dello sfratto da parte della Curia bolognese del primo spazio di movimento glbt in Italia, il Cassero di Porta Saragozza, Facciamo Breccia ha fatto quello che avreste dovuto fare voi. Sappiate che il degrado civile di questa città, Bologna, che era considerata la “culla” di tanti movimenti, non solo di quello glbt, è stato palese a tutte/i. E anche se, per non “rovinarvi” il pride lo scorso 28 giugno, non l’abbiamo denunciato, pensiamo che da quello snodo della perdita di Porta Saragozza, dalla sua lettura politica fuorviante, sia partita la storia di normalizzazione di parte del movimento, quantomeno a Bologna: la deriva istituzionale e subalterna, lo svuotamento che oggi lo ha ridotto ad agenzia di marke(t)tizzazione, controllo, sicurezza applicata sulle soggettività gay, lesbica e trans. Non è un caso che oggi ci ritroviamo quel filo fucsia tra le mani e quella bandiera.

E mi spiace vedere “vecchi leader” di movimento che quella sede hanno conquistato, accusare me – e di conseguenza Facciamo Breccia, con una consequenzialità che non prevede, evidentemente, responsabilità individuali – di maschilismo, perché avrei voluto andare alla conquista di un palco e di un microfono, da sempre degli uomini, anziché essere orgogliosa del ruolo che mi spettava, quello della piazza che “accoglie”. A parte il trasferimento su di me di desideri evidentemente suoi, sappia quel signore, Beppe Ramina, che le lesbiche, da quando hanno avuto il coraggio, la caparbietà e la “violenza” di dichiarasi lesbiche, hanno anche dichiarato, consapevolmente o meno, che non sarebbero più state “piazza accogliente” di un “palco-microfono-pene” concessi dall’alto della collina. Non ha capito, evidentemente, che stavamo festeggiando anche la sua storia e la sua persona. Evidentemente festeggiavamo quello che è stata quella persona, ma non quello che è.

E sappiano, coloro che hanno accusato me e tutte/i noi di violenza, che altro è la violenza, e che ritengo violento, piuttosto, quello che il disegnatore “Q” subisce, sorridendo, su quel bel forum fascista, nel disperato tentativo di riuscire simpatico ai suoi futuri aguzzini, che dicono “in metro, mi è capitato di vedere stampini che inneggiavano al "sovvertimento della natura" (non scherzo, non ricordo le parole esatte ma il succo è quello, si parlava di sovvertire la natura e di abolire i sessi), riconducibili all'area "antagonista" della sinistra OGGI extraparlamentare, bene, io se beccassi l'autore di quel flyer lo menerei (magari le piglio da sopra, però "forse sbaglio - ma ci provo"), perchè non c'è crimine più grande dell'andare contro natura” oppure “Il problema di fondo è che praticare sesso anale non può assolutamente rendere soggetto di diritto.”

Dirsi antifasciste/i, oggi, significa anche denunciare questo, e non credere, scioccamente, di poterci convivere. Era questo il pensiero violento che avevate il dovere, nel momento in cui vi siete proposti per un Pride nazionale, di allontanare, non Facciamo Breccia che ha cercato di denunciarlo al vostro posto, che ha cercato di rendere dignità a una piazza che aveva bisogno di ritrovare cuore, testa, entusiasmo, consapevolezza della propria storia.

Io ho calpestato la “vostra” aiuola e voi gridate allo scandalo. La mia violenza è consistita nel cercare di sfuggire (senza riuscirvi, peraltro, nonostante mi abbiate dipinta come Hulk) da chi mi voleva gettare fuori dall’aiuola. La mia violenza è stata quella di avere tentato di riportare in quel prato il mio e il vostro orgoglio per una storia e per dei valori che credevo unificanti. L’avete chiamata violenza. Sappiate che quella si chiama caparbietà e testardaggine, ed io – è vero – sono una persona caparbia, testarda e, forse proprio per questo, scomoda. E testardamente vi dico che non farò un passo indietro rispetto alla condanna del fascismo e di tutti i suoi corollari, e che non posso stimare chi oggi non ha la dignità di dichiarasi antifascista.

Il virus del fascismo sta macchiando l’Italia e voi pensate che la violenza la compia Facciamo Breccia perché io ho calpestato la “vostra” aiuola. Da più parti ho letto che con questa storia il movimento ha toccato il fondo. Lo credo anch’io, ma non dimentichiamo che lo ha toccato in un paese dove queste bassezze avvengono quotidianamente, dove sembra non esserci limite alla violenza (e non irruenza o testardaggine) con cui i soggetti appartenenti ai gruppi sociali già individuati dalla nuova barbarie vengono marchiati e colpiti. E la dignità e l’orgoglio, io, noi e voi, li possiamo recuperare soltanto attraverso il coraggio di schierarci dalla parte della vittima e non da quella del carnefice.

Testarda sempre, antifascista sempre, fascista mai.

Graziella Bertozzo

Sphere: Related Content

venerdì 4 luglio 2008

Bolognapride e polemiche a colpi di lunghissimi documenti. L'ultimo è del comitato organizzatore.

(Redazione) Ormai è guerra di documenti che, secondo l'estensore, rafforzano o smorzano le varie polemiche. Documenti lunghissimi e prolissi che certamente sono stati stilati con partecipazione e sudore in queste giornate di mezza estate. Documenti che spiegano, giustificano, accusano, difendono e che, a parer nostro, non portano nulla di nuovo alla discussione e che non entrano nel merito del disagio accumulato in questi anni di incompetenze, sciatto dilettantismo e mediocre governo del movimento Glbt.
Un movimento unitario che raccolga tutte le varie voci e correnti ideali e culturali del nostro paese, in sostanza non esiste e quello che esiste, a sinistra, nei fatti, diviso e lacerato.
Come si dice, si preferisce aggirare il problema ed utilizzare frasi fatte, slogan, ecc. ecc. Insomma, al solito tanta "bigiotteria"...


Tra Bologna e Catania.

(Arcigay) Con questo documento il Comitato Bologna Pride intende fare chiarezza su fatti, parole e intenzioni che dalla serata conclusiva del Bologna Pride a oggi si sono susseguite attraverso documenti, email, blog e strumenti di varia natura, dando luogo a interpretazioni e posizionamenti che vanno ben oltre gli accadimenti di sabato 28 giugno.

Desideriamo innanzitutto tenere separati in modo netto la vicenda che ha visto coinvolta Graziella Bertozzo e l’azione di Facciamo Breccia sia sul palco sia dopo il pride.

Posto che:

il Comitato Bologna Pride, come è ovvio, anche se, visto il tono di alcuni interventi degli ultimi giorni, evidentemente serve ribadirlo, possiede e si assume ogni responsabilità politica e organizzativa del pride verso terzi e non mette in discussione che l’intervento della polizia nelle manifestazioni di movimento debba essere assolutamente scongiurato, cercando, per quanto possibile, a meno di non correre rischi per la propria incolumità, di sciogliere le divergenze che sorgono, attraverso la dialettica politica;

la presenza della polizia e la sua collocazione, all’interno di un contesto di manifestazione, è imposta dalle norme di pubblica sicurezza, come noto a chiunque abbia mai organizzato una manifestazione, e il potere di contrattazione dell’organizzazione è limitatissimo, attenendo solamente ad aspetti logistici del corteo e non incide minimamente sul modo con cui l’autorità pubblica decida di controllare la manifestazione; ... continua

Sphere: Related Content

Bolognapride. Il mondo gay in ebollizione.

Lettera a Mancuso
(Le fate) Insomma, è un casino. In questi giorni pare che ArciGay sia nell'occhio del ciclone. Da una parte il presidente Mancuso mi ha scritto, in seguito al mio reportage sul pride (che ho pubblicato anche su GayTV) per dire che GayTV sta conducendo una vergognosa campagna di disinformazione contro l'associazione. Veramente ce l'avevo con lui, ma tant'è. Riporto qui sotto in calce un estratto della mia risposta. Non bastasse, è scoppiato il casino della signora arrestata sotto il palco durante il comizio. Ora, nessuno sa come sono andate le cose. Il fatto è che durante la manifestazione lo stesso Mancuso è salito sul palco a urlare che pretendeva il rilascio della amica Graziella Bertozzo, leader storica, arrestata dalla polizia che non rispetta i nostri diritti. Due giorni dopo, ArciGay diventa protagonista dell'aggressione da parte di questa donna violenta e ArciGay esprime solidarietà alla polizia (si è rotto sto menisco oppure no l'agente in borghese che l'ha fermata? boh) contro questi facinorosi. Ora, la coerenza è una virtù degli stupidi ma a volte serve. Non si puo' aizzare la folla contro la polizia (cosa che ho disprezzato nel mio intervento) e due giorni dopo schierarsi contro l'arrestata che peraltro ha 10 giorni di ospedale come prognosi. E non sarà mai lo schiaffo dato al segretario di ArciGay a cambiare le cose. Avete presente il Grande Fratello di 1984? La storia si riscrive ogni giorno, a seconda delle convenienze. Ma così che fiducia dare a un'associazione che si comporta in questo modo? Ecco la mia risposta a Mancuso.

Egregio, dopo aver ricevuto la sua email mi sento in dovere di risponderle. Vede Signor Presidente (o segretario, a me i titoli onorifici altrui non mi hanno mai impressionato) Lei si sta rivolgendo a una persona libera. Si, libera, in quanto non stipendiata da nessuno, neanche da GayTV, per scrivere quello che pensa. E io penso che Luxuria, che in passato ho aspramente criticato, abbia fatto un bellissimo intervento, che la Di Folco avrebbe molto da insegnare a tutti noi quando sale sul palco a parlare di diritti e che il suo intervento sia da criticare. E così, come due settimane fa l'ho difesa a spada tratta nel forum di GayTV da un utente che dava del mafioso e inutile all'ArciGay proponendo nella mia risposta con il massimo sarcasmo di introdurre in Italia la stessa legge che c'è in Iran che vieta gli assembramenti con più di 5 o 6 uomini (non ricordo), oggi la critico apertamente. Premesso che la critica è sul suo operato ufficiale e non sulla persona di Aurelio Mancuso di cui nulla so, la critico perchè Lei, come presidente, o segretario che sia, di ArciGay mi ha deluso. Si, deluso. Deluso tre volte. La prima perchè il suo intervento, che doveva essere un intervento politico, non era all'altezza di quello della sua collega di ArciLesbica per il quale mi tolgo tanto di cappello. E questo non significa che ArciLesbica e GayTV complottano contro i gay, mi creda. La seconda perchè dal leader dell'associazione gay più vasta d'Italia ci si aspettava annunci su molte cose che non sono arrivate. Le faccio un elenco veloce: - una seria e efficacia campagna di prevenzione e informazione per le STD (le ricordo che nei suoi locali i preservativi sono ancora un optional nascosto e non una presenza costante e gratuita: chi ne risponde se non lei che è presidente dell associazione di questi locali?) - una serie di iniziative a livello parlamentare per avviare un dialogo difficile e forse impossibile con le forze di governo per chiedere un minimo di interventi legislativi a tutela dalle discriminazioni e per i diritti delle coppie di fatto - un appello fatto di umiltà e coraggio per creare un coordinamento nazionale tra le varie associazioni glbt e i media a tematica glbt per creare eventi e campagne culturali per cambiare la testa di questo paese - una spiegazione chiara di questa storia dei matrimoni a ottobre che sembrano l'ennesima messa in scena di tanti assessori che uniscono coppie senza alcun valore legale. Tanto che in Italia nemmeno l'Istat rileva le coppie di fatto omo e etero. Potrei continuare, ma non credo serva. Sa, Lei ha dato l'impressione (e questa è la terza causa) di voler fare tutto da solo, di ritenere che ArciGay sia l'unica e la sola titolata a parlare per i milioni di gay e lesbiche di questo paese per investitura divina, che le altre associazioni non contino un cazzo.

NON E' COSI'. Siamo milioni, di cultura superiore alla media e pensiamo con la nostra testa. E quando troviamo giusto criticare, lo facciamo. Anche verso Lei. Reato di Lesa Maestà, Forse, ma si ricordi che solo due settimane fa l'ho difesa a spada tratta, Lei e la sua Associazione e non se ne è nemmeno accorto. Per tornare al suo intervento, finisco con due osservazioni. La prima è che lei a livello umano ha comunicato a noi che la ascoltavamo una rabbia impotente e una arroganza del tutto fuori luogo. Non si pretende qualcosa dalle autorità di polizia, come le ho già scritto, ma si chiede il rispetto della Legge. Io non so se la Signora Bertozzo arrestata fosse colpevole di qualche cosa o se fosse una manovra per scaldare gli animi e dare una prova di forza. Ma di sicuro non serve fare annunci di forza se poi questa forza non la si ha davanti alle autorità. E questo fa il paio con le sue minacce di querela per l'utente che dice ArciGay mafiosa. Ora la minaccia è proprio l'ultima risposta che doveva dare e credo se ne renderà conto anche lei del perchè. Vede Signor Mancuso, è facile, troppo facile usare la forza bruta con i deboli o con chi dissente, o non usa la testa per ragionare. Vorrei che questa capacità la esprimesse invece verso coloro che tengono in scacco milioni di cittadini glbt rendendo la loro vita un inferno. Da lei l'anno prossimo mi aspetto un discorso fatto di visione e di speranza e impegno e iniziative concrete. Se le serve un ghost writer mi offro volontario. Di rabbia e di impotenza e di arroganza, ne vediamo già fin troppa nelle nostre vite quotidiane. E si ricordi: I segretari (e i presidenti) passano, ma noi siamo sempre qua fermi. Sperando di poterla applaudire presto.
Giorgio Lazzarini.
---

Ndr. Bhe se Mancuso non ci fa una nella figura anche i redattori di Gay.tv non è che svettino ed anche la "Fata" Lazzarini rientra in questi parametri...
Scoprire oggi, quando ormai lo sfascio e la catastrofe sono evidenti, che le gestioni Del Giudice e Mancuso hanno portato al dissolvimento politico dei gay, lasciatelo al popolino disimpegnato e non a chi ha un osservatorio privilegiato qual'è quello di un giornalista. Ma quante banalità e come è caduto in basso il povero movimento o quel che ne resta grazie ai suoi rappresentanti ed ai pennivendoli come diceva la buon'anima Carmelo Bene .

Sphere: Related Content

Il Bolognapride visto da destra. Ed ora vogliamo il battona pride!

Dopo il successo del Gay Pride, un nuovo happening trasgressivo.
(Michele Ugliola - L'Opinione) Grande consenso a Bologna e grande successo di immagine della Amministrazione per il Gay Pride. Sabato pomeriggio per ore la città si è mobilitata in appoggio al mirabolante happening trasgressivo omosessuale che periodicamente viene riproposto con sempre maggior seguito e partecipazione da ogni parte d’Italia e dintorni. Bloccato per ore il centro vitale e commerciale della città dalla sfilata dei carnascialeschi carri, ove lesbiche e gay esibivano il meglio del loro repertorio, con finti ed enormi falli folcloristici, tette rifatte e natiche sode, abbronzate o “biancheggianti” al sole della calda giornata, con la luce che rendeva indecifrabile se si trattasse di natica di uomo (all’anagrafe), o di donna. Molte le esibizioni lascive con interminabili slinguate a colli, labbra e padiglioni auricolari, compresi quelli, ripresi in Tv, di Niky Vendola (Governatore della Regione Puglia), uno degli ospiti di peso con Pecoraro Scanio e altri nomi illustri, come Miss Luxuria, quasi tutti ex della passata legislatura, in cerca forse di nuovi futuri consensi (diversamente dove potrebbero prenderli?). Se la città è femmina i pubblici amministratori dovrebbero essere denunciati al telefono rosa, proprio per la violenza che la città, femmina appunto, ha subito.

Nessuno, in questa città, permissiva e tollerante, nutre sentimenti di discriminazione e disprezzo per chi si sente parte di queste “diversità di genere”. L’omosessualità non è elemento per discriminare chi ha cultura, chi la fa valere, o chi lavora seriamente come tutti gli altri, chi produce benessere, rispetta le regole, dimostra altrettanta tolleranza e generosità. Dei miei tanti amici (maschi e femmine) ne ricordo alcuni certamente omosessuali. Ma ne ricordo soprattutto la loro sensibilità umana ed etica, la loro cultura eccelsa, la loro professionalità nel lavoro e il loro senso del prossimo e del dovere civico, la loro educazione e gentilezza, il loro parlare sapendo ascoltare. Altrettanto volentieri ricordo Oscar Wilde, lo straordinario romanziere e saggista, così arguto e pure così spontaneo e trasparente nella sua diversità in un’epoca in cui tale condizione costituiva motivo di arresto. Così vado a Catullo e alla sua Lesbia , ma purtroppo il mio maestro di critica letteraria di allora, Rodolfo Quadrelli, autore di inapprezzati ma dotti saggi su Dante Alighieri, non mi chiarì mai se Catullo soffrisse più per il libertinaggio di Lesbia, o per la sua “diversità di genere”. Il gay pride è tutt’altro che un inno alla diversità. E’ solo un rumoroso, affollato, volgare ed esibizionistico happening di soggetti che con la cultura e la rivendicazione sacrosanta della diversità hanno poco a che spartire.

Ripeto fracasso, volgarità e sterilità culturale, che la città subisce, come se non ne avesse abbastanza di civis, vigili, multe, norme urbanistiche, regolamenti sanitari e scolastici, delinquenti di tutti i tipi, stupratori , teppisti e vandali. Così parimenti proponiamo il battona pride. Convochiamo per mesi le meretrici d’Italia affinché si radunino a Bologna e rivendichino la loro condizione di lavoratrici discriminate, spesso oggetto di violenza (argomenti standard di certa sinistra). Che si esibiscano sui carri a gambe aperte, o con il simbolo femminista eseguito con le mani, che insultino i passanti in dissenso, che vengano ricevute nella “Sala Rossa”, omaggiate dal Sindaco. Che vengano illustrate le loro qualità e i loro disagi, la loro funzione sociale, che si ricordino come “una realtà che non può essere ignorata”. Grazie Sindaco per questo nuovo evento, la città ne sarà grata.

Sphere: Related Content

Si cerca di superare il caso Bertozzo. La proposta e' farla parlare al pride di Catania.

La comunità glbt lacerata dall'arresto dell'attivista di Facciamo Breccia.
(Benedetta Aledda - Liberazione) La coda spiacevole e inaspettata del festoso Pride di Bologna, il fermo dell'attivista di Facciamo Breccia Graziella Bertozzo, continua a far discutere il movimento lgbt. Secondo il Comitato promotore, «la signora Bertozzo» durante la manifestazione di sabato scorso «ha ripetutamente e arrogantemente tentato di accedere al palco rivendicando una titolarità che non aveva» e «ha assunto atteggiamenti pesantemente offensivi e fisicamente violenti (...) costringendo una delle volontarie a richiedere il supporto delle forze dell'ordine». Affermazioni a cui Marcella Di Folco, una dei portavoce del Pride, non ha apposto la propria firma: «E' un comunicato troppo duro», spiega la presidente del Mit che, come organizzatrice, dice di sentirsi in parte responsabile per un episodio sfuggito di mano al servizio d'ordine.

Si dicono stupiti e addolorati dell'atteggiamento di Di Folco Aurelio Mancuso e Francesca Polo, i due presidenti nazionali che firmano una «presa di posizione di Arcigay e di Arcilesbica nei confronti di Facciamo Breccia»: l'accusa a Bertozzo è di aver «creato un incidente di cui è la sola responsabile»; le negano ogni solidarietà e annunciano di chiudere ogni rapporto politico con Facciamo Breccia, a sua volta accusata di comportamenti sleali.

Per il Comitato promotore del corteo di Bologna, invece, i due episodi, il fermo di Bertozzo e la corsa dei suoi compagni per srotolare lo striscione durante l'intervento di Porpora Marcasciano (che parlava per il Mit), sono distinti. Il primo viene letto come «improvvisa e incomprensibile violenza (...) espressa da una lesbica all'interno di un contesto pacifico come il pride»; il secondo come una scelta «incoerente, irrispettosa e prevaricante» da parte di chi non ha condiviso il documento politico della manifestazione. Il presidente Flavio Romano e i portavoce Paola Brandolini ed Emiliano Zaino si dicono certi che «entrambe le situazioni avrebbero potuto essere discusse e risolte con modalità diverse», senza il ricorso alla polizia e alla presa del palco. «Falso parlare di polzia sul palco», ribattono a Facciamo Breccia, perché gli agenti erano «nel backstage». I No-Vat replicano dal loro sito: «L'uso della polizia per la gestione del dissenso interno ad un movimento è la fine della politica, significa scivolare verso lo stato di polizia». Il risvolto più grave della vicenda è dal loro punto di vista l'attacco personale a una lesbica tramite l'arma tipica della repressione misogina: «l'accusa di isteria violenta».

Perché c'era la polizia in borghese vicino al palco e perché l'agente che ha bloccato Bertozzo non si è identificato come poliziotto? Sono le domande che i parlamentari del Pd Marco Beltrandi e Matteo Mecacci porranno al ministro degli Interni, chiedendogli di verificare cosa sia successo in piazza VIII agosto.

In una lettera Porpora Marcasciano si dichiara incredula che il servizio d'ordine abbia preso una esile donna cinquantenne per Schwarzenegger. «Questo il clima dell'Italia che dà i suoi frutti», prova a interpretare Marcasciano: la voglia di festeggiare viene intepretata come un pericolo.

Sul sito di Fb si moltiplicano gli attestati di solidarietà a Graziella. All'interno delle associazioni che hanno organizzato il Pride emerge qualche posizione dissonante: Eva Mamini, della segreteria nazionale di Arcilesbica, per esempio, si dissocia dal comunicato ufficiale sostenendo che la critica legittima al comportamento di Fb non giustifichi il ricorso alla polizia e non debba far venir meno la «solidarietà a una lesbica arrestata durante un pride».

Sabato 5 l'orgoglio omosessuale e transessuale sfilerà a Catania, dove il comitato promotore alla fine ha ottenuto di concludere, come tradizione, nella piazza dell'Università, inizialmente negata dal Comune. Perché non invitare Graziella Bertozzo a parlare dal palco di Catania, a chiarire quello che è successo a Bologna? E' l'invito rivolto al comitato catanese da Saverio Aversa, responsabile nazionale Diritti e culture delle differenze del Prc, e Sergio Rovasio, segretario dell'Associazione Radicale Certi Diritti: sarebbe un modo, si augurano, «per riprendere serenamente e rafforzati la difficile e lunga battaglia per i diritti negati».
---

Ndr. Incredibile, fatti, parole e slogan che ci riportano indietro di almeno trent'anni, al periodo degli anni di piombo e dei movimentini extraparlamentari sempre in lotta tra loro. Siamo ancora alle "piattaforme" ed ai documenti politici e poi pretendiamo di portare a casa qualcosa con quest'aria di omostalinismo. Quando andate a casa?

Sphere: Related Content

giovedì 3 luglio 2008

Dall'Orto: La violenza è il problema e non la soluzione.

Ecco l'intervento più che condivisibile a parer nostro, di Giovanni Dall'Orto a margine del Bolognapride 2008.

Sullo scontro fisico che, leggo dai giornali, avrebbe coinvolto Graziella Bertozzo ed Elena Biagini di "Facciamo Breccia" al recente Pride nazionale di Bologna non sono in grado di dare un giudizio di merito, dato che non ero presente in quell'istante, e dato che le versioni fornite dai perpetratori e dalle vittime dell'aggressione sono del tutto inconciliabili. C'è una denuncia, vedremo come finirà.Nell'attesa, però, gli elementi sono sufficienti per dare un giudizio di metodo sull'accaduto, almeno per chi come me ha fatto da molti anni una scelta nonviolenta.

Diciamo, per iniziare, che questo incidente va preso come un sintomo patologico di un problema che sta covando come il magma sotto il tappo di un vulcano, e che non ha trovato fin qui vie democratiche per esprimersi. Il problema di sapere chi decide sui "Pride".

Per amor di pace negli ultimi anni abbiamo taciuto tutti sullo scontro sotterraneo che daccapo, come accade ogni tot anni, si sta profilando fra il Mario Mieli (che per una qualche ragione ritiene di avere una specie di diritto divino mistico al monopolio sui gay pride italiani e sui rapporti coi parlamentari) e Arcigay (che per una qualche ragione ritiene di avere una specie di diritto divino mistico al monopolio sulla politica gay italiana).

Quest'anno il Mieli ha convocato il suo Pride romano prima di quello nazionale, per fregare attenzione mediatica e partecipanti a quello nazionale, ed in parte devo dire che c'è riuscito. Da qui a prevedere un'escalation di rappresaglie e contro-rappresaglie il passo è breve.È chiaro però che su questa strada andiamo daccapo allo scontro frontale fra gruppi, e ai Pride separati, come abbiamo già sperimentato in passato con risultati semplicemente disastrosi per entrambi i litiganti.

Né il Mieli, né Di'Gay project, né Arcigay né tanto meno "Facciamo Breccia" (che su questo Pride ha sputato fino al giorno prima, salvo poi "esigere" diritto di tribuna, dopo aver rifiutato di aderire alla piattaforma politica: misteri della psiche umana!) vogliono la costituzione di un comitato per il Pride nazionale con reali poteri decisionali, dato che ognuno di loro "vuole tutto".

Ma o iniziamo subito a parlarne o andiamo allo scontro. Che mi permetto di suggerire che non interessi a nessuno, anche perché ogni gruppo ha i suoi altarini da proteggere, e se viene meno la "pace armata" da "cane non mangia cane" osservata negli ultimi anni, ognuno dei contendenti è molto ma molto vulnerabile...

Non è una minaccia: è una considerazione e un avviso. Se il movimento lgbt ha ottenuto tanto poco in questi anni è stato anche (non "solo", ho detto "anche") perché i gruppi più forti (Mario Mieli, Arcigay Cassero, Arcigay nazionale, Di'Gay project, Arcigay CIG Milano) sono tutti ormai delle semplici holding commerciali che hanno troppo da perdere da uno scontro con le istituzioni. Dunque mantengono sempre, "a prescindere", un basso profilo.

Il tempo in cui i gay "non avevano nulla da perdere se non le proprie catene" per questi gruppi è finito da un pezzo, ma purtroppo sono proprio loro, grazie alla loro ricchezza economica, a dare il "la" al dibattito... continua

Sphere: Related Content