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sabato 15 dicembre 2007

L’industria del falso fa più utili del traffico di droga.


(Panorama) Un programma per computer falsificato costa al produttore 20 centesimi e viene venduto sul mercato anche a 45 euro. Il guadagno è otto volte superiore a quello che deriva dallo spaccio di un grammo di cannabis, il cui costo di produzione è intorno all’1,52 euro e quello al dettaglio è di circa 12 euro. C’è di più: per un’organizzazione criminale i rischi, a livello giudiziario, legati all’importazione di 100 chili di droga non sono neppure paragonabili a quelli per il traffico di dieci scatoloni pieni di jeans con un falso marchio.

Le organizzazioni criminali più impegnate nel mercato della contraffazione sono le Triadi cinesi, la Yakuza giapponese, la mafia russa e la camorra napoletana. In Italia la camorra e i trafficanti cinesi sono spesso alleati in questo settore, che rappresenta una delle fonti di guadagno insieme al commercio di droga, di armi e di immigrati clandestini. Ma il mercato del falso offre a volte proventi anche superiori a quello degli stupefacenti, da reinvestire poi nelle altre attività criminali. E, come spiega il Rapporto Onu sulla contraffazione presentato oggi, le pene sono notevolmente più basse così come le risorse impiegate dagli Stati per il contrasto.

“Gli strumenti a nostra disposizione per prevenire e reprimere questo fenomeno sono carenti”, spiega Fausto Zuccarelli, sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. “I cosiddetti ‘reati di falso’ sono considerati ‘contro la fede pubblica’ e prevedono pene non superiori ai tre anni. Questo, tra l’altro, non ci permette di utilizzare metodi di indagine impiegati ad esempio nel caso del traffico di droga. Parlo di intercettazioni telefoniche, consegne controllate, operazioni sotto copertura. Inoltre spesso ci si limita ad arrestare il singolo venditore abusivo o a chiudere il laboratorio clandestino, senza risalire all’origine dell’attività illecita”.

Ma secondo il procuratore Zuccarelli il nodo non è solo l’inasprimento delle pene. “Per il cittadino comprare una borsa con una griffe falsa non è certo grave come acquistare una dose di droga”, dice, “e la contraffazione non è avvertita dall’opinione pubblica come un’emergenza sociale. Questo comporta una scarsa volontà politica nel contrastarla e il fatto che le forze dell’ordine e la magistratura si concentrino su reati considerati più gravi”. Non solo si tratta di un reato comunemente giustificato, ma è dallo stesso cittadino che spesso parte la domanda di merce “taroccata”. Occorre un passo avanti prima di tutto culturale, quindi. “Se il commercio di oggetti falsificati sarà definito come reato ‘contro l’economia’, in questo senso si sta muovendo il legislatore, la gente comincerà a pensare almeno ai posti di lavoro legali che vengono persi”. Senza contare che nel caso della falsificazione di medicinali, cibi, giocattoli, pezzi di ricambio di automobili e di aerei sono la salute e la sicurezza delle persone a essere in pericolo.

C’è moltissimo da fare anche secondo Sandro Calvani, direttore dell’Istituto interregionale delle Nazioni Unite per la ricerca sul crimine e la giustizia (Unicri), che ha elaborato il rapporto. “Da noi l’Agenzia delle dogane è molto attiva, basti pensare al volume dei sequestri, con 18 milioni di oggetti confiscati nel 2006″, sottolinea, “tuttavia i controlli non sono ancora sufficienti. E la lista degli interventi urgenti è lunga. Prima di tutto proponiamo un osservatorio permanente sulla contraffazione che aumenti la capacità d’intervento attraverso la cooperazione legislativa e giudiziaria tra i diversi Paesi coinvolti. Compresi quegli Stati in cui il controllo del mercato e la legislazione contro il mercato del falso praticamente non esistono. Occorre inoltre concentrare l’attenzione su Internet, che è il canale utilizzato per vendere gran parte dei prodotti falsificati”. Anche le aziende e le società di trasporto merci dovrebbero autoregolamentarsi e impegnarsi per trovare l’anello debole della catena cui si appigliano le organizzazioni criminali, suggerisce Calvani.

L’Europa e l’Italia in particolare non sono solo il crocevia di questo mercato. Spesso i prodotti contraffatti sono fabbricati o assemblati da noi, magari negli stessi stabilimenti da cui esce la merce legale. Nel nostro Paese al primo posto c’è la produzione di capi di abbigliamento e di ricambi di auto e la camorra detiene il monopolio per quanto riguarda la giacche di pelle con finti marchi e i trapani elettrici simil-Bosch. Le organizzazioni di stampo mafioso costringono poi i negozianti a fornirsi da loro con metodi violenti simili a quelli usati per il pizzo. In questo modo gli oggetti riprodotti entrano nel circuito di vendita lecito, arrivando anche a clienti inconsapevoli.

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