banda http://blografando.splinder.com
Visualizzazione post con etichetta africa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta africa. Mostra tutti i post

domenica 7 settembre 2008

Dossier di Panorama. Gli italiani che comprano le bambine a Malindi.

Baby prostitute a Malindi

(Senio Bonini - Panorama) “Lui mi ha preso la prima volta che avevo 9 anni. Da allora lo incontro tutte le settimane, l’ultima volta due giorni fa. Arriva, ferma la macchina. Io entro, mi porta nella villa. A volte ci sono altri uomini con lui. Poi, quando tutto è finito, mi riporta a casa. I soldi? Cinquecento scellini, più o meno 5 euro”. In fondo lui paga bene. È puntuale. E si comporta come tanti qui. “E poi lui non picchia. E non vuole neanche quelle cose strane…”. È anche gentile, lui. “Qualche volta mi fa anche dei regali, vestiti, una collana, caramelle”. Lui è un “mzungu”, un uomo bianco. Agisce indisturbato, forte del suo portafoglio. Lui ha modi morbidi e morbosi. Lui è italiano. E non è solo, ma in buona compagnia.

Evelyne vive a Maweni, sobborgo d’argilla e lamiera di Malindi, in Kenya. Poche centinaia di metri dai resort a cinque stelle, dalle spiagge bianche miste a saponaria che disegnano la costa, a un palmo dalle “villas” di Casuarina, Mayungo e Mambrui, muri di protezione alti 3 metri e buganvillee. Ed è lei una delle vittime silenziose dell’orco italiano che in questa cittadina un tempo portoghese si macchia di violenze che guai a commetterle in patria.

“Karibuni italiani”, benvenuti. La sua infanzia si sgretola quando diventa “proprietà degli italiani” e in un sol colpo donna, seppure violata. “Il mio si chiama Angelo, viene da Roma” racconta sull’uscio della baracca che divide con la madre e due sorelline. Avrà sì e no 13 anni, anche se come una nenia ripete di averne 18. In fondo spera di trovarsi di fronte a un altro acquirente, magari l’ultimo, pronto a strapparla dall’inferno quotidiano che è la sua esistenza. Pronto a portarla via, laggiù in Italia. “È il mio lavoro” dice con un filo di voce mentre violenta la magliettina rossa incapace di coprire una pancia sospettosamente pronunciata. Al suo fianco c’è la madre, meno di 40 anni e il volto solcato dalle rughe. Un passato da “malaya”, prostituta: sette figli e la convinzione che Evelyne non possa far altro che emulare il suo passato. Prende le mie mani, le guida sulla pelle ancora liscia della figlia e in swahili sibila qualcosa, come a garantire della qualità della merce. “È roba buona, te la sta consegnando” interviene Alì, la nostra guida nei bassifondi di Malindi. Non sono solo le spiagge o la buona cucina ad attrarre gli italiani a Malindi. C’è anche il suo serbatoio umano a buon mercato. Ragazzine e ragazzini a portata di mano, ma soprattutto a rischio zero. “Di bambine come Evelyne ne trovi a centinaia qui” spiega Alì, un tempo trafficante d’eroina a Mombasa, oggi venditore di conchiglie, quattro figli da sfamare. “Gli italiani fanno quello che vogliono, prendono i nostri bambini, li violentano, ne abusano e nessuno fa niente. I poliziotti non intervengono, ogni tanto ne beccano uno sulla spiaggia, si fanno dare un ‘kitu kidogo’, una bustarella di 5 mila scellini (50 euro, ndr), e lo lasciano andare. Però quelli più organizzati, quelli che qui ci vengono da anni, non si fanno trovare. Prendono i bambini e li portano nelle ville che affittano o che hanno comprato. E i genitori lasciano fare, è normale”. In un Paese dove un cameriere riesce a guadagnare 60 euro al mese, e dove secondo le usanze tribali sposarsi a 13 anni è considerato naturale, lo sfruttamento sessuale dei bambini appare fisiologico. E alcuni italiani (2.500 i residenti solo a Malindi, molte migliaia quelli che ogni anno vi si recano in vacanza) ne approfittano. Nero su bianco, c’è un rapporto diffuso dall’Unicef che mette spalle al muro la comunità italiana di Malindi (qui il report in pdf).
Non solo Thailandia, Filippine, Cambogia: il nuovo confine del sesso proibito è qui. Si legge che nel tratto di costa compreso tra Mombasa e Lamu sarebbero 10-15 mila ragazzini e adolescenti fino a 18 anni vittime dello sfruttamento e del turismo sessuale. Il 10 per cento al di sotto dei 12 anni. E gli italiani (il 18 per cento dei clienti) occuperebbero saldamente la prima posizione nella triste classifica delle nazionalità che ne fanno uso e abuso. Prima di tedeschi (14 per cento), svizzeri (12), poi a ruota ugandesi, tanzaniani e britannici. Un mercato a luci rosse accettato dal 75 per cento dei keniani.
Procurarsi un minorenne è semplice. Basta rivolgersi a loro, i beach boy sulla spiaggia, i disperati di Uhuru Park, gli accattoni dei quartieri malfamati. Solerti imprenditori di se stessi, pronti a consegnarti per poche centinaia di scellini una bambina o un bambino, a seconda dei gusti.

La rete sommersa. Oppure frequentare i locali giusti. Le più giovani aspettano fuori. “Italiano? Scopare?”. Ti avvicinano, trucco e vestiti scelti per celare l’età. “Io ci vado tutte le sere” spiega Chris, 13 anni e un rossetto sbavato sulle labbra. “Gli italiani sono i clienti migliori. Pagano fino a 2 mila scellini, quasi 20 euro. Di più senza preservativo. Del resto tu le caramelle mica le mangi con la carta”. Poche battute e l’affare è fatto. Altrimenti, “per le cose fatte bene” come dice Alì “per il servizio a domicilio, pochi rischi e divertimento assicurato”, non resta che votarsi alla “rete”.
“Esiste, eccome, è tutto in mano loro”: Philip Opiyo è un giovane poliziotto a capo della stazione di Malindi. Scuote la testa: “Molti italiani hanno formato negli anni una rete neppure troppo sotterranea che controlla il traffico sessuale dei nostri bambini. Sono imprenditori, proprietari di bar, ristoranti, tour operator. Gli ’shugada’, i pedofili, si rivolgono a loro per avere i piccoli che vengono presi e portati nelle ville. Sappiamo che spesso partono dall’Italia tour organizzati con tanto di ordinazioni. Gli intermediari ci guadagnano e non di rado partecipano ai festini. Noi difficilmente riusciamo a fare qualcosa. In primo luogo perché le ville sono come fortini, blindati, inaccessibili. Secondo perché povertà e corruzione inquinano i nostri uomini”.

Corruzione e rassegnazione. Tesi sostenuta anche da Fred Olouch, giornalista del Nation, il più importante quotidiano del Kenya, da anni in prima linea nella battaglia contro lo sfruttamento dei bambini. “Perché un poliziotto che coglie in flagranza un italiano con un minorenne dovrebbe denunciarlo? Con il suo silenzio guadagna in 5 minuti l’equivalente di mesi di lavoro. Senza considerare che, se anche fa il suo dovere, c’è sempre la possibilità che l’italiano sorpreso con un minorenne la faccia franca corrompendo un giudice o pagando una cauzione di poche decine di migliaia di scellini: niente per le vostre tasche”.
Toni rassegnati come quelli che usa Haman Shambi, una sorta di prefetto della città, per disegnare la cartina e la storia del potere degli italiani a Malindi. “I primi arrivarono qui negli anni 80, ma il boom vero e proprio esplose 10 anni più tardi. Attirati dalla bella vita e dalle belle donne a buon prezzo e, per alcuni di loro, qualche camorrista e brigatista in fuga dall’Italia, dalla certezza di non poter essere estradato”.
Oggi Malindi parla italiano, le insegne e i cartelli stradali sono in due lingue e il tricolore sventola dai palazzi. La comunità si riunisce attorno agli esercizi commerciali: il Bar Bar, il Sultana Cottage, il Baby Marrow. “Sotto sotto qui molti odiano gli italiani” puntualizza Alì. “Ci hanno comprato, fanno quel che vogliono e non puoi ribellarti, non ci metterebbero molto a fartela pagare”. Evelyne, Chris, Maria, Jenny recitano un rosario fatto di nomi e cognomi. E così scopri che nella rete vengono inclusi imprenditori, turisti qualsiasi e gente che qui è venuta per ricominciare una nuova vita, addirittura qualcuno degli storici rappresentanti della comunità italiana.
“È vero, la situazione è gravissima” conferma Robert Nyagah, un tempo giornalista e ora tour operator. “Questo è il regno degli italiani che sfruttano il lassismo delle istituzioni e del governo, delle organizzazioni non governative interessate solo ai fondi della cooperazione internazionale, in un paese dove il turismo, anche in questo periodo di disordini, resta la terza risorsa economica”.

Prostitute in attesa a Malindi

Prostitute in attesa a Malindi

“Nessuna emergenza”. “Non ho niente da dichiarare, gli italiani qui godono di ottima reputazione. Questa storia dei bambini non ha senso. Arrivederci”: Roberto Macrì, console onorario di Malindi, liquida così qualsiasi discussione che sfiori le accuse che molti qui muovono contro i nostri connazionali. “Non c’è alcuna emergenza, queste sono infamie belle e buone contro un’intera comunità che qui è ben vista”. Ma decine di testimonianze, le voci dei bambini, il dito puntato contro degli organi di polizia… “Niente da aggiungere. Arrivederci”. E quel rapporto dell’Unicef? “Figuriamoci. Non ci hanno neppure contattato per sentire il nostro parere, per noi quel dossier non ha alcun valore”. Perché allora non avete affidato a una lettera, a un intervento pubblico, il vostro risentimento contro quello che considerate un affronto? “Non è mio compito. Vi prego di andarvene adesso”.
Diverso il registro di Pierandrea Magistrati, ambasciatore italiano a Nairobi. “Non lo possiamo nascondere, la situazione a Malindi è preoccupante. Più fonti in nostro possesso confermano quanto avete raccolto sul campo in queste settimane, per questo bisogna affrontare seriamente il problema. Dobbiamo promuovere un’efficace azione di cooperazione internazionale del nostro ministero degli Esteri”.
Promessa mantenuta: tutto è pronto al ministero degli Esteri per l’avvio ufficiale di un progetto di cooperazione internazionale per combattere la piaga dello sfruttamento della prostituzione minorile a Malindi. “Il nostro progetto, preparato in collaborazione con Unicef, Ecpat e Cisp, sta per muovere i primi passi” spiega Paola Viero, responsabile dei progetti per i minorenni dell’Unità tecnica centrale del ministero: 1,5 milioni di euro, corsi di formazione per operatori sociali, funzionari di polizia, psicologi. “Per sensibilizzare da un lato le popolazioni locali, sviluppando quella che noi definiamo un’educazione inclusiva, tutta rivolta ai loro piccoli, dall’altro per infittire i rapporti di collaborazione con organi di sicurezza e procure che oggi sono ancora scarsi”. Un modo per agire chirurgicamente sul campo, ma anche per aggirare “quella rete di nostri rappresentanti sparsi per il mondo che troppo spesso si rendono complici silenziosi di questi traffici” puntualizza Viero. Un po’ come è avvenuto per Malindi, se è vero che “proprio nei giorni immediatamente successivi al vostro colloquio con l’ambasciatore Magistrati” prosegue la funzionaria della Farnesina “al ministero è arrivato un telegramma a sua firma che chiedeva immediati provvedimenti per contrastare l’emergenza pedofilia sulla costa keniana”.

La guerra all’orco. Sono almeno una ventina i progetti di cooperazione internazionale attivati dalla Farnesina negli ultimi 10 anni: 20 milioni di euro investiti a partire dal 1998. Un’azione capillare riconosciuta dal Consiglio d’Europa che lo scorso anno, in occasione della firma della Convenzione per la protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali, “ha individuato nell’Italia l’avanguardia dei progetti di cooperazione a livello europeo” ricorda Paola Viero. “Siamo sulla strada giusta” è il commento di Marco Scarpati, presidente della sezione italiana dell’Ecpat (End child prostitution, pornography and trafficking). “Però c’è ancora molto da fare. Il problema è che le leggi italiane contro lo sfruttamento della prostituzione minorile, introdotte nel 1998 e ampliate nel 2006, non bastano. Sebbene siano tra le migliori e più rigide al mondo, mancano di un tassello fondamentale: gli strumenti di raccordo tra le polizie e le procure dei diversi stati. Quando in Italia viene scoperta un’organizzazione criminale che si muove all’estero, la nostra polizia non sa con chi parlarne”.
Opinione condivisa da Antonio Sclavi, presidente dell’Unicef Italia: “Questo gap vanifica ogni sforzo in termini di contrasto allo sfruttamento dei bambini, in più si aggiunga la complicata questione delle prove. Si pensi a quanto può essere difficile portare a testimoniare in Italia un bambino vittima all’estero di violenze sessuali”. Ed è in questa direzione che si inscrivono le ultime iniziative dell’Unicef e dell’Ecpat: sostenere le spese di viaggio e alloggio dei testimoni che si costituiscono parte civile nei processi. “La nostra sfida resta comunque quella di convincere i paesi finiti nella rete della criminalità transfrontaliera a denunciare chi si macchia di reati contro i bambini” precisa Scarpati. “Deve passare il principio secondo il quale la denuncia, in termini di sostegno, aiuti economici, cooperazione, paga più del silenzio”.

Una prostituta a Malindi

Prostituta in attesa a Malindi

L’identikit. Già, la denuncia: un passaggio che spesso resta lettera morta. “Il più delle volte dei nostri connazionali fermati all’estero non si sa proprio niente perché le nostre ambasciate non ne vengono informate” spiega il colonnello Giorgio Manzi, del reparto analisi criminologiche dei carabinieri del Ris di Roma. “E spesso, contrariamente a quanto si possa pensare, sono gli stessi pedofili arrestati a preferire la via del giudizio all’estero, vuoi perché le pene sono meno dure, vuoi perché possono sempre sperare che il giudice applichi il cosiddetto principio della corruzione del maggiorenne. Attenzione, non si tratta di una categoria giuridica vera e propria, ma della diffusa convinzione che l’adulto possa essere, come dire, indotto in tentazione dal minorenne. Vuoi, infine, perché così salvano la loro reputazione in patria”. Non sono invece riuscite a farla franca quelle 30, 40 persone condannate fino a oggi in Italia per turismo sessuale. “Dal primo caso, quello di Roberto Rossinelli, anche noto come “il Thailandese”, condannato nel 1998 a 12 anni, sono alcune decine i pedofili che abbiamo incastrato” continua Manzi. “Ma almeno il doppio hanno subito condanne all’estero”. E questa sarebbe solo la punta visibile: “Dai dati che abbiamo sono centinaia quelli che non vengono mai presi”. C’è da crederci. Secondo i dati forniti dall’Ecpat, sarebbero 80 mila gli italiani che ogni anno si dedicano al turismo sessuale, dei quali il 3 per cento (circa 2.400 persone) alla ricerca di minorenni. Uno scenario sconcertante reso ancora più torbido dall’identikit dei moderni orchi. “Giovani, di età compresa in media tra i 25 e i 27 anni, ricchi o meno abbienti non importa” spiega Manzi. “I viaggi low cost hanno reso accessibili un po’ a tutti le mete turistiche anche più lontane”.
Insospettabili in Italia, non appena varcato il confine queste persone “vengono prese da quella particolare condizione che indichiamo come “craving”, uno stato d’ansia e frustrazione crescente, quasi patologico, alimentato dalla privazione dell’oggetto del desiderio, in questo caso il bambino. E poi ci sono i cosiddetti pedofili di reflusso, persone che in questa società all’insegna della libertà sessuale hanno già provato tutto e cercano nei minorenni l’ultima trasgressione possibile”.

Il miraggio di una vita nuova. In fondo Evelyne, la bambina di Malindi, sa che il sapore amarognolo del marungi, l’erba oppiacea dei poveri della costa keniana, non è altro che un modo per ingannare se stessa e le sue giornate alla luce del sole. Per le notti non c’è niente da fare: bisogna viverle, lavorarle con l’ultimo mzungu, l’uomo bianco di turno, dall’accento italiano ormai maledettamente familiare. L’erba in bocca, i soldi nel pugno, un “grazie” sommesso, rassegnato. Nonostante i 13 anni Evelyne ha capito benissimo il perché le siano stati dati questi 2 mila scellini: per i suoi racconti e “senza mangiare nemmeno la caramella”, come dice lei. L’altra mano è sempre lì, testarda come a tormentare quella magliettina esausta. Di parole come craving, procure, convenzioni internazionali non ha mai sentito parlare e forse mai ne sentirà. Per lei la vita è questa, è sempre stata questa e sembra accettarla così com’è. O forse no, quando ti si avvicina e chiede, apparentemente distratta: “Com’è l’Italia?”. “Karibuni italiani”, benvenuti.

Sphere: Related Content

giovedì 31 luglio 2008

Uganda: attivista Lgbtq arrestato illegalmente e torturato.

Ne da notizia il sito Tetù.com che ci informa circa l'arrestato e e la tortura da parte della polizia che pretendeva in questo modo di avere informazioni sul movimento LGBT ugandese, poi rilasciato ricoperto di lividi e ferite. Lo comunica la Commissione internazionale per i Diritti di gay e lesbiche (IGLHRC). La vittima e' Usaam Mukwaaya, gia' arrestato nel giugno scorso e poi rilasciato.

Sphere: Related Content

domenica 29 giugno 2008

Nuove forme di pornografia Africana.

(Crimeblog) L’Europa, Francia e Inghilterra in primis, è tra i principali responsabili della sempre più fiorente industria pornografica africana, che si sta specializzando in forme estreme di pratiche sessuali come zoofilia, scatologia e chi più ne ha più ne metta.
Allettanti ma ingannevoli annunci di matrimonio su siti internet, chat e addirittura in alcune riviste attirano sempre più giovani ragazze africane si ritrovano intrappolate nell’industria pornografica occidentale.
Troppo spesso, però, non si tratta di semplici atti sessuali, ma di vero e proprio orrore per soddisfare i capricci di una sessualità perversa di alcuni uomini: scene di sesso con animali, escrementi, oggetti affilati e cera bollente possono far guadagnare fino a 4.500 euro all’ora ed è proprio di fronte a cifre come queste che ragazzine innocenti decidono di non tirarsi indietro pur di mantenere le loro famiglie.

Nei video, che hanno una specifica clientela ed un fervente mercato nero, queste ragazze hanno rapporto sessuali di ogni genere con cani e animali di simil stazza, mentre vengono incitate con oscenità dalle persone presenti sulla scena.
Un’altra pratica consiste nel cospargersi di escrementi e mangiare vere e proprie pietanze a base di feci, umane ma anche animali, mentre è sempre più crescente la domanda di filmati in cui durante l’atto sessuale viene inflitto dolore fisico alle ragazze, tramite l’uso di coltelli e lame affilate, in veri e propri atti da kamikaze.
Perversioni e mostruosità fuori controllo che purtroppo trovano un mercato in netta crescita da un parte e povertà e disperazione dell’altra.

Per un ulteriore approfondimento sull’argomento, ecco il link del reportage firmato da Arnold Sènou e Theophilus O’Donkor per il sito Afrik.com, che segue da vicino un gruppo di ragazze protagoniste di una di queste pellicole.

Sphere: Related Content

lunedì 2 giugno 2008

Discriminazioni. Parla zulu! E poi roghi e pestaggi».

(Marco Boccitto - Il Manifesto) Thomas è gay. Nell'avanzato Sudafrica sperava di trovare riparo anche dagli insulti e dalle violenze quotidiane a cui era abituato, ma non conosceva ancora l'orgoglio machista degli zulu.
Nel campo improvvisato all'interno della stazione di polizia di Cleveland, una ragnatela malferma di teli di plastica che occupa per intero il cortile su cui si affaccia il dormitorio degli agenti, si respira un'atmosfera tutto sommato serena.
Sarà per il tiepido sole invernale che scalda le ossa dopo le piogge e il freddo intenso dei giorni scorsi, sarà per l'arrivo di nuovi operatori della Croce rossa e di altri riservisti della polizia con le loro pettorine gialle, che cercano di darsi da fare come possono. O sarà semplicemente che il peggio è passato. Almeno così sembra alle 1700 persone che hanno trovato rifugio qui. Tra loro ci sono 70 donne incinte e 160 bambini. E stupisce vedere come i piccoli, solitamente anarchici e indipendenti, se ne restano appiccicati alle gonne delle mamme. Come sempre accade nelle tragedie, i loro disegni raccontano i fatti più e meglio di qualsiasi reportage. Ce n'è uno che dopo aver disegnato quello che ha visto nei giorni caldi delle violenze prova a raffigurare quello che vede adesso: una fila di panni stesi, perché nonostante l'area sia sovraffollata, si è riusciti comunque a organizzare anche uno spazio lavanderia.

Una fila lunga e ordinata si snoda verso i tavolini dove si procede a registrare gli sfollati, quasi tutti privi di documenti. Vengono prese le generalità e le impronte digitali, viene assegnato un numero. Al polso di quelli che decidono di non far rientro nel loro paese viene applicato un braccialetto azzurro, tipo quelli dei villaggi-vacanza, con la scritta «Cleveland». Ne esibisce uno anche Thomas, 19 anni, da Bulawayo, seconda città dello Zimbabwe. «Ho deciso di venire qui circa un anno fa - racconta - dopo aver perso entrambi i genitori. I miei fratelli, che hanno un padre diverso dal mio, mi hanno buttato fuori di casa dicendomi di tornare solo se trovavo i soldi per comprare una lapide da mettere sulla tomba di nostra madre». Thomas è gay. Nell'avanzato Sudafrica sperava di trovare riparo anche dagli insulti e dalle violenze quotidiane a cui era abituato, ma non conosceva ancora l'orgoglio machista degli zulu. «Sono entrati nel negozio di parrucchiere in cui lavoravo come garzone armati di machete, hanno ucciso il mio boss e hanno appicato il fuoco a tutto gridando frasi oscene contro gli stranieri e gli omosessuali. Sono vivo per un pelo». Non tornerà a casa, per ora, perché nonostante tutto spera ancora di rifarsi una vita da queste parti.

In giro non ci sono scene di disperazione ma solo tanti occhi rossi e una grande, dolente compostezza. In realtà motivi per agitarsi ce ne sarebbero, eccome. «Ci hanno appena detto che il campo sarà smantellato entro un paio di giorni - dice Felix, anche lui zimbabwano però di Harare, la capitale -, ma nessuno sa dirci dove ci porteranno. Sappiamo solo che il posto prescelto dista una cinquantina di miglia». Nel paese da sei mesi, aveva appena trovato impiego come supplente di geografia e matematica in una scuola secondaria. «Ora rischio seriamente di perdere il posto, ma non ho scelta, non posso tornare a casa così, senza nulla». Poco più in là Frankie, professione muratore, 26 anni, tiene una bambina di sei mesi in braccio mentre sua moglie è andata in cerca di cibo. Punta il dito contro gli zulu, mentre i suoi amici annuiscono con l'espressione grave: «Sono tornati a ballare e a cantare nelle strade, con le lance e i costumi tradizionali, come ai tempi dell'apartheid... Stavolta però il nemico eravamo noi. Qui ci sentiamo abbastanza sicuri, ma il problema è che anche i poliziotti sono zulu e anche molti operatori umanitari, così restiamo un po' sospettosi».

Gli zimbabwani che stanno qui sono quasi tutti di etnia ndebele, ovvero parlano quasi la stessa lingua degli zulu. Ebbene è stato quel «quasi» a essergli fatale, una sfumatura di troppo nell'accento... Danny, un elettricista immigrato da ben 13 anni, finisce il racconto: «Gli assalitori chiedevano prima di dire qualcosa in zulu, poi iniziavano i pestaggi e i roghi».

Due donne che sembrano uscite dal nulla trasportano un pentolone di porridge. Ma nessuno si muove, perché è riservato ai bambini. I grandi ricevono qualche fetta di pane, fagioli in scatola e un po' di tè. Poco dopo riappare la madre della bimba con una scodella. Si chiama Marion e mostra le ferite che si è procurata sul palmo delle mani nel tentativo di ripararsi dalle bastonate. Anche lei è d'accordo nel restare: «Vedrai - dice - anche quelli che sono partiti torneranno, tempo due o tre settimane e saranno tutti di nuovo qui. Che la situazioni migliori o meno, non c'è proprio nulla che li trattenga a casa».

Ma se la situazione non migliora, nessuno sembra disposto a tornare alle proprie attività. Troppo fresco è il ricordo del modo in cui questa gente è stata cacciata dalle proprie case e dai propri negozi, che poi sono semplici chioschetti in legno e lamiera messi su alla bell'e meglio, per ipotizzare un ritorno alla normalità. Un cartello annuncia che alle 5 del mattino partono i bus per chi intende tornare in Zimbabwe. In quanti sono partiti? Risposta: nessuno, perché nessuno li ha visti quei bus. Tra 15 e 30 mila mozambicani hanno girato i tacchi e sono tornati al di là del fiume Limpopo. Ma per chi arriva dallo Zimbabwe è diverso. A casa hanno lasciato una quantità di problemi economici e politici, disoccupazione e fame, che finché qualcuno li protegge preferiscono restare. La cosa che colpisce è che tutti parlano sottovoce, come chi ha deciso di rompere un lungo silenzio. Un silenzio preceduto dalle grida di terrore della notte in cui ha perso i suoi beni, la casa, la dignità e qualche conoscente finito bruciato o con la testa spaccata. Gente che si è costruita onestamente quel poco che aveva, attraverso anni di duri sacrifici, e con una fiammata improvvisa ha perso tutto. C'è chi è qui da una settimana, chi da due. L'ondata xenofoba ha raggiunto Cleveland, appena dieci minuti di macchina dal centro città, solo in un un secondo tempo.

Un po' in disparte se ne sta un gruppo di congolesi. Sfogliano riviste sportive e ascoltano frizzante musica soukous da un piccolo registratore a cassette, quasi come se niente fosse. «I congolesi sono così - dice un poliziotto indicandoli -. Anche quando le circostanze sono drammatiche, la prima cosa che fanno è mettere su una discoteca». Patrick è scappato dalla regione del Nord Kivu in fiamme, è stato un po' a Kinshasa e poi ha puntato tutto sul Sudafrica. «Onestamente pensavo di essermi lasciato il peggio alle spalle, invece eccomi qui». Anche Emmanuel viene dalla Repubblica democratica del Congo, è calmo ma per niente rassegnato: «Finché qualcuno si prende la briga di proteggere le nostre vite noi restiamo. Se poi il governo riuscirà a sensibilizzare la gente che ci vuole cacciare via con una seria campagna contro la xenofobia - aggiunge - il problema verrà sicuramente risolto. Ci vorrà del tempo, ma noi siamo fiduciosi». Quando si dice l'afro-ottimismo.
Anche negli spot in onda alla tv, gli sponsor dei prossimi mondiali di calcio continuano a investire sul 2010, esaltando spassionatamente lo «spirito africano» dell'evento. Per fortuna non ci sono tv, nei campi.

Sphere: Related Content

martedì 20 maggio 2008

Gambia. Ventiquattrore di tempo ai gay per lasciare il paese.

(River-blog) I gay, uomini e donne, hanno 24 ore di tempo per lasciare il Gambia. L’ultimatum è stato lanciato dallo stesso presidente dello stato africano, Yahya Jammeh. L’invito perentorio a lasciare il paese è stato esteso a “spacciatori, ladri e altri criminali”. Nei prossimi giorni saranno organizzate ronde, a cura del dipartimento dell’immigrazione, per stanare le persone da espellere. “Ogni hotel che ospita persone di questo genere - ha detto il presidente - sarà chiuso. Questo è un paese musulmano e non accetterò mai di avere questo tipo di gente”. La pena prevista per chi commette “atti omosessuali”, anche tra le pareti domestiche, è di 7 anni di carcere. Il presidente Jammeh è stato protagonista di un’altra boutade, nel 2007: aveva annunciato di aver trovato una cura per l’Aids. Bastava strofinare una pasta a base di erbe sul malato, che veniva anche invitato ad assumere una bibita gialla e due banane (nella foto il presidente “cura” un malato). Il trattamento, spiegò in quell’occasione, “debellava il virus in un periodo compreso fra 3 e 30 giorni”.

In confronto la Carfagna è Miss Stonewall.

Sphere: Related Content

domenica 27 aprile 2008

Panico in Congo. Magia nera per «far sparire» o «far rimpicciolire» il pene di diverse persone.

Forse un movente politico dietro il fenomeno.
«Ladri di pene»: panico in Congo.

Decine di «presunte vittime» di atti di stregoneria. Rischio di linciaggio per i «colpevoli».

(Il Corriere della Sera) E' panico a Kinshasa, la capitale della repubblica del Congo, per i «ladri di pene». Ben tredici persone sono state arrestate dalla polizia con l'accusa di aver usato la magia nera per «far sparire» o «far rimpicciolire» il pene di diverse persone. Gli arrestati sono stati accusati di stregoneria per aver prodotto devastanti effetti sugli rgani genitali di diverse «vittime» anche solo sedendosi accanto a loro in un taxi collettivo. La diffusione della notizia attraverso il tam-tam dei media locali ha prodotto una vera e propria ondata di panico, tanto che le forze dell'ordine hanno probabilmente fermato i presunti stregoni più per proteggerli dal pericolo di linciaggio che per le loro presunte capacità «magiche». Esponenti della polizia hanno anche fermato diverse «vittime» cercando di far notare che i loro organi genitali erano ancora al loro posto. La risposta, riferiscono fonti della polizia, sembra che sia sempre: «Il pene lì, ma è diventato più piccolo», oppure, «Non funziona più».

I RIBELLI DIETRO IL FENOMENO - Fenomeni di questo genere non sono infrequenti nell'Africa centrale , dove è ancora molto diffuso il timore per le pratiche di stregoneria. Dietro al panico per i «ladri di pene», secondo alcuni c'è però un movente politico. Abitanti di Kinshasa hanno infatti accusato una setta separatista di aver montato ad arte il caso per creare disordine e mettere in difficoltà il Governo.

Sphere: Related Content

venerdì 22 febbraio 2008

In Senegal la folla lincia due presunti omosessuali.

Un africano di 17 e 18 anni ed un anziano europeo. Queste sarebbero le vittime di un linciaggio contro due presunti omosessuali da parte della folla inferocita che li aveva visti ''baciarsi e toccarsi il culo''. Lo riporta un testimone oculare al sito francese Tetu.com che lo pubblica in un articolo firmato da Habibou Bangré. I fatti sarebbero accaduti il 14 febbraio scorso a Kaolack, nell'ovest del Paese. Il testimone oculare della vicenda, che ha chiamato la Polizia dal suo ufficio dopo avere assistitito inorridito al linciaggio, afferma di non sapere che cosa sia stato dei due presunti omosessuali anche se ''si dice che siano morti per le ferite riportate''. La Polizia, arrivata sul luogo una mezz'ora dopo l'allarme, avrebbe arrestato alcuni dei partecipanti al linciaggio.

Questo è il naturale risultato di una serie di atti discriminatori recentemente messi in atto dalla polizia senegalese, che è intervenuta ad una sorta di "matrimonio gay" arrestando una serie di "invitati" costretta poi a fare marcia indietro ed a rilasciarli.

Sphere: Related Content

giovedì 21 febbraio 2008

Gay africani e arabi si dichiarano, ma online.

(Andrew Heavens - Reuters Italia) Quando Alì ha cominciato a scrivere sul blog che è sudanese e gay, non si è reso conto che andava ad aggiungersi a tutta una serie di omosessuali africani e mediorientali che, di fronte all'ostilità e alla repressione, hanno dichiarato i propri orientamenti sessuali online.

Ma nel giro di pochi giorni al suo blog, black-gay-arab.blogspot.com, hanno iniziato a giungere diversi messaggi.
"Continua così", ha scritto da Dubai il blogger 'Gay by nature'. "Sii fiero e blogga nel modo in cui sei", scrive il kuwaitiano 'ayboyweekly'. A seguire, commenti post e link almeno metà dei quali da paesi della Lega Araba, tra cui Egitto, Algeria, Bahrain e Marocco.
Alì, che indica come propria città Khartoum ma vive in Qatar, è finito in una piccola rete di auto-sostegno di persone che hanno aperto siti web sulla propria sessualità, pur mantenendo segreta la propria identità.
La cautela è cruciale: gli atti omosessuali sono illegali nella maggior parte dei paesi africani e in Medio Oriente, con pene che vanno da diversi anni di prigione alla morte.
"L'idea era partita come un diario. Volevo scrivere quello che ho in testa e in gran parte sull'omosessualità", ha detto Alì a Reuters via e-mail. "A dire il vero, non mi aspettavo tante risposte".
Nel clima attuale, i blogger dicono di aver raggiunto un grande risultato anche solo dichiarando la propria nazionalità e l'orientamento sessuale.
"Se non avete mai sentito o visto dei gay in Sudan allora permettetemi di dirvi che 'Voi non vivete nel mondo reale'", ha scritto Alì in un messaggio ad altri blogger sudanesi. "Sono sudanese e anche un gay fiero".
I sentimenti di Alì trovano eco in un mini-manifesto sul blog "Rants and raves of a Kenyan gay man" (Deliri e farneticazioni di un gay keniota) che sentenzia: "Il gay keniota è un mito e potresti non incontrarne mai uno in vita tua. Comunque, io e molti altri esistiamo; solo, non apertamente. Questo blog è stato creato per consentire l'accesso alla mia psiche, che rappresento migliaia di noi che non siamo rappresentati".

NOTIZIE E ABUSI
Questa forma limitata di coming out, di dichiarasi omosessuali, è valsa ai blogger sia abusi che critiche attraverso i commenti ai loro blog o messaggi di posta elettronica.
Alcuni dei blogger usano il diario in rete per condividere le gioie e i dolori della vita da gay - il dilemma se dichiararsi ai propri amici e genitori, i rischi di incontrarsi in noti bar gay o, secondo il blogger "...and then God created Men!" le gioie di Sharm el-Sheikh, noto luogo di villeggiatura in Egitto .
Altri hanno trasformato i loro blog in notiziari, specializzandosi su notizie di persecuzioni contro omosessuali nella loro zona ma anche all'estero. Il blog GayUganda ha scritto dell'arresto di gay in Senegal questo mese. A gennaio, Blackgayarab ha pubblicato video di presunti abusi della polizia in Iraq.
Il keniota "Rants and Raves" ha scritto che persone gay sono bersagli della violenza elettorale in Kenya, mentre il blogger Gukira ha parlato delle presunte violenze sessuali contro ragazzi nel corso degli scontri. Afriboy ha organizzato un'asta delle sue opere d'arte erotiche per raccogliere fondi che servano ad "aiutare la mia comunità in Kenya".
C'è stato anche un vasto dibattito sulle dichiarazioni del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad del settembre scorso sull'omosessualità nel suo paese.
Il numero totale di blogger gay nella regione è ancora relativamente piccolo, secondo i pochi siti web che monitorano la scena.
"C'è un certo numero di persone della comunità (omosessuale) che bloggano sia dall'Africa che dall'estero, ma è ancora abbastanza sporadico", dice il blogger nigeriano Sokari Ekine, che gestisce un elenco di blog lesbici, gay, bisessuali e transgender sul proprio sito web Black Looks.

MODI PER INCONTRARSI
Sacche di gay che usano i blog cominciano a emergere qui e lì.
Ci sono blog che fanno da ponte nel mondo che parla arabo tra il Marocco e gli Emirati Arabi Uniti. C'è un circolo di auto-assistenza di blogger gay in Kenya e Uganda e un pugno di siti gestiti da gay nigeriani.
Poi c'è il Sud Africa, dove il riconoscimento costituzionale dei diritti degli omosessuali ha incoraggiato molti blogger a dichiararsi apertamente.
"Non preservo affatto il mio anonimato. Abbraccio la nostra costituzione, che ci dà il diritto di libertà di parola... Non c'è niente di sbagliato in quello che sto facendo", dice Matuba Mahlatjie, del blog My Haven.
Oltre la blogosfera, le chat room su Internet e i siti comunitari sono spesso uno dei metodi più sicuri per i gay africani e arabi di incontrarsi, lontano dallo sguardo di una società ostile.
"E' quello che facevo all'inizio, voglio dire: cercavo altri finché non li ho trovati", dice Gug, l'autore del blog GayUganda.
"Oh sì, amo la Rete, e penso sia uno strumento che ha fatto uscire noi gay ugandesi e africani dai nostri villaggi e ci ha fatto capire che l'omofobia del parroco non è una opinione universale. Sorpresa!".

Sphere: Related Content

martedì 19 febbraio 2008

Anglicani: Vescovi ugandesi contro gli americani: Ordinano pastori omosessuali.

(Toscana Oggi) I vescovi anglicani ugandesi boicotteranno la “Lambeth Conference”, l’incontro che raccoglie ogni dieci anni i 38 primati anglicani, per protestare contro la Chiesa episcopale americana che ordina pastori omosessuali e benedice unioni omosessuali. All’incontro che si terrà quest’anno a Canterbury dal 16 luglio al 4 agosto non parteciperanno, per lo stesso motivo, i vescovi della diocesi australiana di Sydney, della Nigeria e del Rwanda. Secondo la stampa britannica anche la diocesi del Kenya non verrà a Canterbury ma l’annuncio ufficiale è stato rimandato per la difficile situazione politica del Paese. Quasi un quarto degli 880 Vescovi anglicani saranno assenti alla Lambeth conference considerata uno dei quattro strumenti di unità. La maggior parte dei Vescovi dissidenti parteciperà a una conferenza alternativa la “Global Anglican Future conference”, ovvero “Conferenza Anglicana Globale del futuro” organizzata da evangelici conservatori in Israele a giugno. L’Arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, il leader teologico di settanta milioni di anglicani in tutto il mondo, non ha invitato alla “Lambeth Conference” il Vescovo gay del New Hampshire Gene Robinson, la cui ordinazione nel 2003 avviò le divisioni sul problema dell’omosessualità’ tra gli anglicani nel tentativo di calmare le diocesi più conservatrici.

Sphere: Related Content

lunedì 11 febbraio 2008

Senegal, liberati i cinque arrestati per omosessualità.

Le autorità di polizia del Senegal, hanno rimesso in libertà lo scorso mercoledì le cinque persone arrestate e detenute per la loro partecipazione ad un supposto e simbolico matrimonio gay. La conferma alla stampa francese è stata data da un portavoce della polizia giudiziaria.
La loro scarcerazione non comporta comunque il ritiro delle accuse che anzi porteranno in tribunale i cinque arrestati per un giudizio da parte della legge. La polizia continua le indagini e si sospetta che prossimamente vengano effettuati altri arresti. Non è dato sapere se i cinque uomini arrestati e poi scarcerati, abbiano collaborato con le forze di polizia facendo i nomi di altri intervenuti.

Sphere: Related Content

venerdì 8 febbraio 2008

Senegal. Pubblicate le foto degli invitati ad un matrimonio gay, è caccia all'uomo, dieci arrestati.

Nelle foto il Senegal e Mansour Dieng, editore della rivista "Icones".

Dieci le persone arrestate a Dakar, la capitale Senegalese, nellla mattina di domenica 3 febbraio, dopo che un popolare magazine locale, Icones, ha pubblicato fotografie di una cerimonia nuziale tra due uomini senegalesi. Il matrimonio avrebbe avuto luogo a Dakar più di un anno e mezzo fa. Gli arresti sono stati effettuati per ordine di Asane Ndoye, capo della Divisione di Investigazione Criminale della Polizia Senegalese. Non risulta chiaro dove vengono detenuti gli arrestati.

"Gli arresti di massa di persone semplicemente perché sono gay sta terrorizzando l’intera comunità," dice Paula Ettelbrick, direttore esecutivo di IGLHRC. "I trattamenti inumani verso gay e lesbiche devono finire. Ci appelliamo alla comunità internazionale perché faccia osservare la legge internazionale sui diritti umani”. L’Human Rights Committee delle Nazioni Unite nella sua decisione sul caso Toonen contro Australia (1994) ha affermato che l’attuale protezione contro le discriminazioni negli Articoli 2 e 26 della Convenzione Internazionale sui diritti Civili e Politici (ICCPR) include l’orientamento sessuale come status protetto.

"Temiamo per le nostre vite, specialmente quelli di noi che si vedono nelle foto" ha dichiarato Jean R., un attivista gay Senegalese che ha parlato a ILGA e IGLHRC dall’hotel dove sta cercando rifugio. "Alcuni di noi si sono nascosti e altri stanno lasciando il paese".

Il Senegal è uno dei pochi paesi africani francofoni che penalizzano l’omosessualità. Secondo l’articolo 3.913 del codice penale senegalese, gli atti omosessuali sono punibili con la detenzione da 1 a 5 anni e con una multa da 200 a 3.000 dollari.

"Molti considerano il Senegal uno dei paesi africani più progressisti nei confronti dell’omosessualità" sostiene Joel Nana, dell’IGLHRC per l’Africa Occidentale, "Il Governo ha incluso un impegno per combattere l’HIV tra gli uomini che praticano sesso con altri uomini nel suo Piano nazionale di lotta all’AIDS sin dal 2005. Ecco perché abbiamo trovato questi arresti molto preoccupanti e pericolosi".

Il Senegal ha forti legami politici ed economici con un numero di istituzioni e governi islamici conservatori, e ospiterà a marzo il summit dell’Organizzazione della Conferenza Islamica (Organization of Islamic Conference, OIC).

In queste circostanze IGLHRC (International Gay and Lesbian Human Rights Commission) e Pan-African ILGA esprimono preoccupazione e dubbi sul fatto che il Senegal sia adatto a ospitare La prossima Conferenza internazionale sull’AIDS e le le malattie sessualmente trasmissibili in Africa (ICASA), prevista a Dakar per il dicembre 2008.

"Non ci sarà posto per un’aperta ed esauriente discussione sulle dimensioni dei diritti umani dell’HIV di fronte a queste vessazioni," ha dichiarato Danilo da Silva, co-presidente di Pan-Africa ILGA, una federazione che raccoglie oltre 40 gruppi gay e lesbici da tutte le parti dell’Africa. "Ci aspettavamo di più da un paese leader come il Senegal".

Sphere: Related Content

domenica 20 gennaio 2008

Stanotte Wener Herzog con il suo "Echi da un regno oscuro" a Fuori Orario.

(Tvblog) Stanotte FuoriOrario su RaiTre propone un ciclo di film dedicati all’Africa. Il primo, Echi da un regno oscuro (all’1.50) merita particolare attenzione.

Il film, del bravissimo documentarista tedesco Werner Herzog, è crudo e, purtroppo, veritiero. Un’indagine su Bokassa, dittatore della repubblica centraficana, accusato di crimini efferati e di cannibalismo, attraverso interviste e testimonianze.

Ci dice il Morandini: Michael Goldsmith, corrispondente dell’Associated Press dal Nordafrica, conduce l’inchiesta su Jean Bedel Bokassa, ex imperatore della Repubblica Centrafricana, spodestato da un colpo di stato, accusato di molti crimini efferati, condannato a morte in contumacia e poi chiuso nel carcere di Bangui.

Diversi tipi di testimonianze e di testimoni, interessati e disinteressati, si alternano con spezzoni di documentari. Non mancano gli inserti di taglio grottesco e surreale: i granchi sulla spiaggia all’inizio, lo scimpanzé che fuma alla fine, immagine insopportabile perché, al tempo stesso, troppo umana e troppo vera.

Sphere: Related Content

Alleanza anti Aids tra la Glaxo e il Vaticano.

Il Pontificio consiglio per la pastorale della salute riceve farmaci a prezzo di costo per l’Africa. Una malattia, l’Hiv-Aids, che secondo la Chiesa è «patologia dello spirito», derivante com’è «dall’abitudine di identificare nel piacere l’unica finalità della sessualità, e dalla tossicodipendenza, figlia della medesima carenza di valori e cultura del benessere.

(Elisa Pasetto - L'Arena di Verona) Ogni giorno nel mondo più di 6.500 persone muoiono a causa dell’Aids. Secondo la Banca mondiale, una spesa sanitaria pro capite di 14 dollari all’anno è il minimo indispensabile per fornire i servizi essenziali, ma la spesa media dell’Africa Sub-sahariana, per esempio, non supera i sei dollari. Ecco perché è fondamentale una mobilitazione internazionale per raccogliere fondi aggiuntivi che garantiscano una sanità sostenibile anche nei Paesi in via di sviluppo, dove i governi quasi sempre non dispongono delle risorse necessarie. Di questo si occupa la fondazione Il buon samaritano, che dal 2004, quando fu istituita da Giovanni Paolo II, ha distribuito 500mila euro ricevuti in donazione per sostenere economicamente i malati più bisognosi dei Paesi più poveri del mondo, in special modo quelli che soffrono di Hiv-Aids. Ne è responsabile il cardinale Javier Lozano Barragàn, presidente del Pontificio consiglio per la pastorale della salute, che ieri è giunto a Verona per una visita nella sede della GlaxoSmithKline e un incontro con i dipendenti.

Un modo per consolidare il sodalizio che lega il cardinale, coordinatore delle attività poste in atto dalla Santa Sede per agevolare l’accesso alle cure da parte delle popolazioni svantaggiate, e la multinazionale farmaceutica, che da anni è impegnata sul fronte sociale, in particolare per il miglioramento della salute nei Paesi in via di sviluppo. Proprio Gsk, infatti, si è impegnata con Il buon samaritano a garantire per i Paesi poveri i farmaci antiretrovirali contro l’Hiv-Aids a prezzo di costo: solo 217 dollari per il trattamento necessario a una persona per un anno, contro i 10-15 mila dollari stando ai listini delle case farmaceutiche.

«Da anni collaboriamo col Vaticano», ha spiegato Angelos Papadimitriou, presidente Gsk, «da quando ci si è resi conto della necessità che i Paesi occidentali, privilegiati, scendano in prima linea per garantire l’accesso alla salute anche a chi è svantaggiato. Il nostro obiettivo, come azienda farmaceutica, è investire nella ricerca indirizzata alle malattie che colpiscono soprattutto il mondo in via di sviluppo».

Gsk è infatti l’unica realtà del settore i cui ricercatori lavorano sia per la prevenzione che per il trattamento delle tre malattie prioritarie del Sud del mondo: malaria, tubercolosi e, appunto, Hiv-Aids. In Spagna, inoltre, esiste un centro di ricerca dedicato, con oltre 100 scienziati che studiano esclusivamente queste patologie.

Un aiuto fondamentale, quello di Gsk, per la fondazione del cardinale Barragàn, che dimostra anche la possibilità di un dialogo concreto tra scienza e fede. «Un dialogo efficace è decisamente possibile», ha affermato il cardinale, «basti pensare che il creatore del mondo e l’autore della parola coincidono. Il problema, semmai, nasce quando non si agisce nel nome della parola di Dio». L’alto prelato ha poi ringraziato i vertici aziendali e i dipendenti prima di presentare l’attività de Il buon samaritano, che sfrutta la «rete diplomatica» vaticana dei nunzi apostolici in 172 Paesi per superare le eventuali barriere governative e «garantire, al di là di ogni rischio di corruzione e di ogni lungaggine burocratica, che il denaro proveniente dalle donazioni internazionali si trasformi integralmente e il più rapidamente possibile in medicine per i bisognosi». Perché la prevenzione è certamente importante, sostiene il cardinale, ma «la priorità sono le persone che già muoiono ogni giorno come mosche».

Una malattia, l’Hiv-Aids, che secondo la Chiesa è «patologia dello spirito», derivante com’è «dall’abitudine di identificare nel piacere l’unica finalità della sessualità, e dalla tossicodipendenza, figlia della medesima carenza di valori e cultura del benessere. Fenomeni aggravati dalla povertà, e dalla promiscuità. Ecco perché l’Aids va combattuto con il ritorno alla sacralità della vita e del sesso e con l’educazione alla castità».

Sphere: Related Content

giovedì 17 gennaio 2008

Camerun, tre gay condannati a 6 mesi di lavori forzati.

Sentenza dopo 6 mesi in carcere. Il legale: manca la flagranza.

(Ap) - Sei mesi di lavori forzati. E' la sentenza emessa dal tribunale di Douala nei confronti di 3 camerunensi arrestati lo scorso agosto con l'accusa di essere omosessuali, crimine che nel paese africano può costare fino a tre anni di carcere. E' il l'avvocato difensore a rendere nota la sentenza, annunciando di aver già presentato appello perchè i suoi assistiti sono stati condannati senza essere stati colti in flagranza.

"Nessuno di loro è stato arrestato in flagranza di reato, non possono essere condannati per qualcosa che non hanno fatto", afferma l'avvocato Alice Nkom. I tre hanno atteso il processo in cella, per sei mesi.

Sphere: Related Content

lunedì 7 gennaio 2008

Preti e pedofilia. Natale e Capodanno in cella a Gibuti per il missionario trentino don Sandro De Pretis.

Don Ivan Maffeis si è recato a Gibuti per visitare il sacerdote, la cui situazione si aggrava: “Sono caduto in trappola. Difficile difendersi da accuse inesistenti. Ho poche possibilità di avere giustizia”. Il caso si è complicato ulteriormente.

(Barbara Marino - Korazym.org) Si è svolta nella mattinata del 29 dicembre, nel tribunale di Gibuti, l’udienza per don Sandro De Pretis, 52 anni, sacerdote trentino in carcere a Gibuti, piccolo paese del Corno d’Africa, dal 28 ottobre scorso. “Scosso e amareggiato, con la netta impressione che il giudice voglia arrivare presto a una condanna per pedopornografia”. Così mons. Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti, ha descritto l’umore di don Sandro De Pretis all’uscita di una seduta lunga, alla quale il missionario trentino si è presentato provato, dopo due mesi e un giorno di detenzione in isolamento. “L’udienza era fissata per le 9 ed era a porte chiuse - spiega il vescovo -. Io sono arrivato a Palazzo di Giustizia di Gibuti intorno alle 10 e ho pazientato quasi un’ora prima che don Sandro uscisse. Sono rimasto con lui e l’ho riaccompagnato in carcere: mi ha raccontato che il giudice ha voluto prendere in esame diverse foto di quelle contenute nel suo computer e sulle quali basano le accuse, non ancora formalizzate, di pedopornografia”.
Ora per il religioso trentino l’accusa è di “incitamento alla depravazione e alla corruzione di minori” e, dopo il recente interrogatorio, alle tre foto con bambini che gli erano state inizialmente contestate e che avevano fatto partire l’inchiesta per pedofilia, se ne sono aggiunte altre 15. “Mio fratello durante l’interrogatorio ha continuato a ripetere - ha spiegato il fratello Guido - che quelle nuove foto che gli sono state mostrato dal giudice non le aveva mai viste prima. Ora, tramite l’avvocato, vorremmo capire da dove sono sbucate, quando sono apparse sul disco fisso, che da mesi la polizia locale sta analizzando”.
L’inchiesta, dunque, prosegue secondo il filone iniziale, che mons. Bertin ha sempre definito “pretestuoso e assurdo”. Con ogni probabilità, il missionario trentino è il capro espiatorio di una vecchia vicenda, che ha coinvolto la Caritas e una Ong locale sfrattata dalla stessa Caritas in maggio, poco prima che iniziassero a circolare strane “voci” su don Sandro. “L’inchiesta dovrebbe volgere al termine - ha proseguito il vescovo di Gibuti - ma l’impressione di don Sandro è che il giudice voglia arrivare a una condanna. La posizione della magistratura, dopo l’intervento della Curia e della Farnesina, si sarebbe addirittura irrigidita. Ma questo potrebbe preludere anche a una via d’uscita: alla condanna non è escluso che segua la grazia o l’espulsione, anche se un accordo chiaro in questo senso tra Italia e Gibuti non è mai stato fatto”. La pena inflitta, se don Sandro dovesse essere rinviato a giudizio e affrontare il processo con esito negativo, potrebbe però superare i dieci anni. “Tutto sarà commisurato alla gravità degli atti presentati dal magistrato a chiusura delle indagini - chiarisce monsignor Bertin -. Ma se i capi d’accusa dovessero essere quelli ventilati, il giudice potrebbe avere la mano pesante. Don Sandro era molto scosso e amareggiato, al termine dell’udienza, e nonostante la fede credo sia pessimista. Domani parlerò con l’avvocato”.
Il missionario trentino era in attesa, per il giorno seguente, di una visita gradita: “So che è in arrivo don Ivan Maffeis, portavoce dell’arcivescovo di Trento, mons. Luigi Bressan e direttore del settimanale diocesano Vita trentina - confermava mons. Bertin -. Ieri, invece, ho ricevuto una telefonata dal segretario personale dell’arcivescovo di Trento che mi chiedeva informazioni circa i voli aerei: probabilmente la Curia sta pensando di mandare il vicario generale a Gibuti, magari accompagnato dal fratello di don Sandro”. “Per quanto mi riguarda ho fatto slittare di qualche giorno la mia partenza per Gibuti - ha chiarito il fratello Guido - dato che attualmente sul posto è presente don Ivan Maffeis e verso il 10 gennaio il vescovo di Gibuti, mons. Giorgio Bertin, dovrebbe incontrare il papa e relazionare sulla situazione di mio fratello. Questo ovviamente se qualcosa non si muoverà prima”.
Intanto, don Ivan Maffeis ha potuto incontrare in carcere a Gibuti don Sandro e proprio su questi incontri avuto con don Sandro, don Ivan ha inviato delle E-mail all’arcivescovo di Trento, mons. Bressan, per aggiornarlo. “Mi hanno riferito che mio fratello è provato - racconta Guido De Pretis - e che sta maturando la convinzione che il giudice voglia condannarlo. Mi sembra veramente il processo di Kafka”. Sono giorni che la famiglia non sente don Sandro. Nonostante le numerose lettere inviate, al momento, a parte la missiva ricevuta ormai parecchie settimane fa, non hanno ricevuto alcuna risposta. Nei suoi resoconti, don Ivan ha descritto anche le condizioni in cui si trova don Sandro nel carcere: “La cella misura 4 passi per 7. Il materassino posato sul pavimento, portato da fratel Paolo, il segretario del vescovo, è l’unico ‘arredo’. In un angolo, una latrina ed un secchio. Don Sandro inganna il tempo con la lettura di quello che gli capita sotto mano: ‘Ho appena terminato il Purgatorio di Dante, ora sarei contento di passare al Paradiso … Mi rendo conto - dice il missionario - che da parte della magistratura non c’è la volontà di chiarire. Avverto piuttosto un’ostilità crescente. Se veramente si arrivasse a breve ad un processo, so già che ne uscirò condannato’”.
La sera del 3 gennaio don Ivan Maffeis avrebbe dovuto lasciare l’Africa, per rientrare a casa, ma il direttore del settimanale diocesano Vita Trentina è rimasto “bloccato” a Gibuti. Colpa dei controlli cui è stato sottoposto dai secondini del carcere nel quale era andato a trovare don Sandro De Pretis, che si sono protratti talmente tanto, da impedirgli di imbarcarsi. Don Maffeis si era recato a Gibuti per visitare il sacerdote trentino rinchiuso da ormai 65 giorni in carcere, con accuse che il missionario ha sempre respinto: “Mi sento preso in trappola - ha detto - anche se sono consapevole della mia estraneità alle accuse che mi vengono rivolte”. Proprio nei racconti che aveva inviati, don Ivan aveva descritto i controlli ferrei del corpo di guardia: “Cosa scrivi?’. La domanda resta nell’aria. Il capo delle guardie mi strappa il taccuino e lo sfoglia con sospetto. ‘Che lavoro fai? Sei forse un avvocato? E allora chi sei? Perché tu possa uscire devo prima trovare un gibutino che conosca l’italiano e che sia in grado di tradurmi i tuoi appunti …”. Anche il 3 gennaio, quando don Ivan si era recato nel carcere per un ultima visita a don Sandro, le guardie lo hanno trattenuto per capire cosa avesse scritto. Controlli che si sono protratti moltissimo, creando un comprensibile stato di apprensione nel direttore di Vita Trentina. Alla fine, quando don Maffeis ha potuto lasciare il carcere, era ormai troppo tardi per salire sull’aereo.
Da Diego Andreatta, della redazione di Vita Trentina abbiamo appreso, che don Ivan Maffeis si è spostato da Gibuti in Eritrea, da dove prevedibilmente stasera rientrerà in Italia. Non ci sono al momento ulteriori notizie, se non i due resoconti degli incontri con don Sandro De Pretis nel carcere di Gibuti, da lui inviati e che pubblichiamo integralmente qui di seguito. Probabilmente, il direttore del settimanale diocesano Vita Trentina sarà disponibile lunedì per ulteriori informazioni.

Sphere: Related Content

giovedì 3 gennaio 2008

Francia, minacciato d'espulsione una giovane gay africano tenta il suicidio.

Si tratta di uno studente di origine sub-sahariana, lo riporta il sito Tetu.com.

(Lamanicatagliata.com) È un giovane di origini sub-sahariane al quale la famiglia ha tagliato i viveri a causa della sua omosessualità, e che vive da diversi anni in Francia, che ha tentato il suicidio dopo avere lasciato un messaggio dopo essersi tagliato le vene e avere assunto diverse pasticche di tranquillanti e antidepressivi. Senza soldi né mezzi di sostentamento il giovane ha dovuto sospendere gli studi e rischia l'espulsione (essendo in possesso di un visto legato ai suoi corsi universitari). Se ritornasse in patria sarebbe quasi certamente ucciso.

Sphere: Related Content

giovedì 27 dicembre 2007

Sesso, feste e latitanti. È la little Italy d’Africa.

(Fausto Biloslavo - Il Giornale) «Ciao mi chiamo Andrea», oppure Giovanni o Roberto è la frase classica pronunciata in italiano dai beach boy, i ragazzoni di colore sulle spiagge immacolate di Malindi. Al turista appena arrivato dal Belpaese, sulla costa del Kenya baciata dall’oceano Indiano, vendono di tutto, dai souvenir alla gita in barca.

Malindi, ai tempi del primo boom degli anni Ottanta era stata battezzata la Saint Tropez d’Africa. Con il tempo è stata un po’ surclassata da altri luoghi esotici, ma rimane una piccola «colonia» italiana. Quelli che ci vivono sono circa 800, ma ad almeno 2500 italiani sono intestati alberghi, villone, ristoranti e appartamenti. Dei 30mila connazionali che ogni anno volano in Kenya, l’80% punta su Malindi o la vicina Watamu. Possono scegliere fra sole, spiagge candide, safari, ma anche gioco d’azzardo, feste sfrenate e sesso facile.

Negli anni Ottanta l’invasione cominciò con i socialisti e facevano notizia le storie vere o presunte della marijuana trovata in tasca a Martelli, o la droga più pesante dell’infelice Edoardo Agnelli. Malindi è diventata celebre anche per la leggenda di clamorose latitanze. Andrea Ghira, uno dei massacratori del Circeo, era stato segnalato più volte latitante a Malindi. In realtà si arruolò nella legione straniera spagnola. Bancarottieri e qualche mafioso, invece, trovarono rifugio nella «perla» del Kenya dove non c’è l’estradizione. Oggi i tempi sono cambiati e per Malindi sono passati dei super ricercati di Al Qaida, che hanno fatto saltare per aria ambasciate ed alberghi in mezza Africa orientale. Passano i latitanti, ma Malindi rimane la «little Italy» africana. Sotto i portici di Lamu Road o nella famosa piazzetta dell’Elefante si sorseggia un aperitivo leggendo i giornali italiani. Un supermercato tricolore vende prosciutto crudo a 50 euro al chilo ed un ottimo provolone.

Fra gli habitué spiccano i giornalisti come Pietro Calabrese, Giovanni Minoli e Paolo Liguori. I riflettori, però, sono puntati su uomini di mondo del calibro di Flavio Briatore. Nella sua villa, «Lion in the Sun», le feste senza freni sono la regola. Al Capodanno del 2006 l’Espresso pizzicò Giovanna Melandri. Coprendosi di ridicolo il ministro del centrosinistra prima smentì, sostenendo che in Africa aiutava i bambini sieropositivi. Alla fine fu miseramente inchiodata dalle foto pubblicate da Chi che la ritraggono in kaffetano mentre balla scatenata a casa di Briatore.

Malindi è anche una meta del turismo sessuale. Secondo un rapporto dell’Unicef almeno 18 mila minorenni si prostituiscono sulla costa orientale del Kenya. Nella «colonia» italiana non manca di incontrare attempate signore e talvolta signorine più giovani a braccetto di muscolosi indigeni. Oppure uomini più o meno maturi in compagnia di facili bellezze locali.

Di notte si frequentano le discoteche di grido come Fermento e Star Dust, altrimenti ci si barrica in casa. All’esterno gli «ascari» locali, armati di lance, machete e frecce, talvolta avvelenate, dovrebbero evitare l’arrivo di intrusi. Non tutto è fatuo a Malindi, come ricorda il veterano della colonia, il console onorario Roberto Macrì, da 33 anni a Malindi. Gli italiani hanno anche creato scuole, reparti ospedalieri e orfanotrofi.

www.faustobiloslavo.com

Sphere: Related Content

venerdì 30 novembre 2007

Papa Ratzinger fa miracoli. Il miracolo del "Papa-bond" già salvate un milione di vite.

A un anno dall´emissione curata dalla Banca mondiale raccolto un miliardo. Le obbligazioni hanno estirpato un´epidemia letale di febbre gialla in Camerun.

(Ettore Livini - La Repubblica) Il Papa-bond a un solo anno di vita ha già fatto il suo primo miracolo, salvando più di un milione di bambini ed estirpando un´epidemia di febbre gialla letale in Camerun. Il tutto – molto prosaicamente – grazie al miliardo di dollari di obbligazioni sottoscritte dai risparmiatori di tutto il mondo (Benedetto XVI ha comprato la numero uno) nei primi dodici mesi di vita dell´Iffim, la maxi-emissione curata dalla Banca mondiale destinata a raccogliere 5 miliardi per l´acquisto di vaccini salvavita e l´aiuto sanitario ai paesi in via di sviluppo.
Il successo del programma è testimoniato dai risultati più che positivi del suo primo bilancio. I 912 milioni – la metà del prezzo di un bombardiere Stealth – raccolti per ora con la vendita dei bond (rendono il 5% e sono garantiti dalle donazioni di sette stati, l´Italia in prima linea con un contributo di 473 milioni) sono stati affidati alla Gavi Alliance, organizzazione che riunisce realtà pubbliche come Unicef e Oms e privati come la Fondazione Gates e società farmaceutiche, incaricata di gestire queste risorse con il criterio della massima efficienza "socio-finanzaria". E Graca Machel, moglie di Nelson Mandela e presidente del Gavi, ha alzato il velo per la prima volta sull´utilizzo reale di questi fondi, con il rigore e la precisione di una blue chip di Wall Street.
Oltre 180 milioni – ha spiegato – sono stati spesi per raddoppiare a 44 i paesi in cui l´associazione ha avviato i programmi di vaccinazione pentavalente per prevenire difterite, pertosse, tetano, epatite B e l´Hemophilus influenzae, responsabile di meningite e polmonite.
Altri 190 sono andati alla campagna contro il morbillo e rappresentano l´80% dei mezzi a disposizione delle aree più colpite da questa malattia. E grazie alle "buone azioni" vendute sui mercati internazionali, nel 2007 sono stati vaccinati 194 milioni di bambini in 32 nazioni. Una cifra simile è stata spesa per continuare la battaglia per sradicare la poliomielite, con oltre 100 milioni di piccoli sotto i cinque anni assistiti in modo preventivo. Una cinquantina di milioni sono stati utilizzati dal Gavi per la lotta alla febbre gialla. Il Papa-bond, in questo caso, ha permesso di reagire con efficacia e tempestività a una violentissima epidemia contagiosa in Camerun. Tra gli altri fondi, 51,4 milioni sono stati destinati alla campagna contro il tetano materno e neonatale, una cifra che corrisponde al 90% dei mezzi a disposizione al mondo per combattere questa malattia. L´obiettivo del programma ideato dal premier inglese Gordon Brown – cui la Francia ha garantito ieri altri 896 milioni di euro aggiuntivi – è di «prevenire la morte di 10 milioni di bambini tra il 2006 e il 2015».

© Copyright Repubblica, 30 novembre 2007

Sphere: Related Content

giovedì 29 novembre 2007

Spot nell'intervallo della partita "Africani, la Svizzera è un inferno".

Un video per scoraggiare l'immigrazione clandestina. "Rischierete la vita, poi sarete perseguitati".

(Concetto Vecchio - La Repubblica) Africani, state alla larga dalla Svizzera! Firmato: il governo svizzero. L'ammonizione, sotto forma di uno spot tv, s'è materializzata nelle case di molti paesi africani martedì 20 novembre durante l'intervallo della partita amichevole Svizzera-Nigeria. Un immigrato di colore telefona al padre da una cabina telefonica e gli racconta di com'è bella e civile la Confederazione elvetica: in realtà vive sulla strada, s'arrangia con l'elemosina, ed è perseguitato dalla polizia. Una campagna anti-stranieri, per scoraggiare l'arrivo di altri cittadini africani, con un messaggio che non potrebbe essere più esplicito: non venite da noi, non c'è lavoro per tutti, finireste nel girone degli ultimi.

A confezionare l'annuncio è stato il dipartimento dell'emigrazione, il cui responsabile, Eduard Gnesa, ha dichiarato al Sonntags Blick, il quotidiano popolare di Zurigo che ha svelato il caso: "Abbiamo la responsabilità di aprire gli occhi a queste persone affinché si rendano conto della vita che potrebbe attenderle".

Il leader populista, e fresco trionfatore delle ultime elezioni politiche, il ministro della giustizia Christoph Blocher, ha benedetto l'iniziativa: "Dobbiamo dimostrare agli africani che non siamo un paradiso!". Gli svizzeri sembrano apprezzare. L'83 per cento dei lettori del Sonntags Blick si dice d'accordo con Blocher. Sui blog le voci critiche sono perlopiù isolate. "Dov'è finita la nostra identità? Se passeggio nella mia città, Biel, ho la sensazione di trovarmi in Africa. E' tempo di fermarli", scrive Bootvoll, la barca è colma, un nome che riecheggia il titolo del film del regista Markus Imhof sul mancato accoglimento di sei rifugiati politici nella neutrale Svizzera durante la Seconda Guerra Mondiale.

La disoccupazione è pressoché inesistente, ferma al 3,5 per cento, ma il governo motiva la sua campagna con le difficoltà a garantire agli immigrati di colore un regolare permesso di soggiorno, che viene concesso solo se si può vantare un impiego fisso. "La forza lavoro africana è ricercata poco o nulla" fanno notare dal dipartimento. "L'unica chance è quella di chiedere asilo, una trafila complicata e lunga, da cui intendiamo scoraggiarli. E poi il nostro è anche un modo per risparmiare sul budget previsto per i rifugiati".

"Migliaia di africani, in cerca di fortuna in Europa, annegano nel Mediterraneo" ammonisce Gnesa. "Anche da questi rischi intendiamo metterli in guardia". Lo spot sembra aver fatto scuola. Altri paesi europei intendono seguire l'esempio elvetico. Pare che l'Unione europea stia collaborando già con la Svizzera per mandarne in onda uno sulla tv pubblica del Camerun. Lo spot per il Congo invece è già quasi pronto.

---

Sphere: Related Content

AIDS: il papa ancora contro l'uso del preservativo.


(Chiesa cattiva) A pochi giorni dalla giornata mondiale per la lotta all'AIDS non potevano mancare le esternazioni di papa Benedetto contro le libertà sessuali. In occasione della cerimonia di consegna delle credenziali al nuovo ambasciatore del Lesotho in Vaticano, il pontefice ha ribadito l'assoluto divieto ai rapporti fuori dal matrimonio.

Ratzinger ha confermato la linea dura della chiesa contro l'uso del preservativo, che previene le malattie sessuali, se usato in modo corretto, con un'efficacia del 100%. Lo stesso concetto era stato espresso lo scorso dicembre al precedente ambasciatore del povero stato africano.

Il Losotho è uno dei paesi con il più altro tasso di infezioni da HIV del mondo: è sieropositivo oltre il 30% della popolazione e il 38% è cattolico. Questa situazione provoca forti danni anche all'approvigionamento alimentare a causa della scarsità di manodopora. Come se non bastase, la siccità ha dannegiato il recente raccolto di mais e si stima che il 20% della popolazione avrà bisogno di aiuto per riuscire a sfamarsi entro i primi tre mesi del 2008. Su questo il papa non ha detto nulla.

Sphere: Related Content