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mercoledì 28 novembre 2007

Intervista dell'Osservatore Romano al Cardinale Angelo Bagnasco.

Una Chiesa amata dal suo popolo in un Paese che ha bisogno di una rievangelizzazione sistematica.

(Mario Ponzi - L'Osservatore Romano) La Chiesa in Italia non si specchia nell'immagine troppo spesso «spennellata» a tinte ironiche dai media; è una Chiesa che vuole restare lontana dai riflettori, ma sempre pronta a lottare accanto all'uomo nella condivisione quotidiana di gioie e dolori, nell'intento di riaffermare il valore unico della dignità dei figli di Dio.

Il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova, è da poco meno di dieci mesi Presidente della Conferenza episcopale italiana. Avverte il senso della responsabilità di guidare un gregge disorientato dal ribaltamento di valori iscritti nella natura stessa dell'uomo: dalla famiglia nel senso cristiano del termine, alla vita nascente nel grembo di una madre, alla conclusione naturale della parabola dell'esistenza umana, alla dignità oltraggiata del corpo che gli è donato.
Mostra però un'assoluta certezza: in Italia c'è una Chiesa che non ha e non vuole avere competenze sulla vita dei partiti e sulla gestione della politica, ma vuole amare e servire il popolo con voce chiara e ferma, forte della consapevolezza di essere Chiesa amata dal popolo «ben al di là della partecipazione alla messa domenicale». Il cardinale ha espresso questa sua certezza nell'intervista che ci ha concesso all'indomani della sua creazione cardinalizia.

Nel marzo del 2008 si compirà il primo anno della sua missione alla guida dei vescovi italiani. In questo periodo ha dovuto affrontare situazioni complesse, soprattutto rispondere a insinuazioni diffuse da certe correnti di pensiero a proposito di argomenti che fanno parte del dna stesso del cristiano. È possibile un sintetico bilancio in questo primo anno di esperienze?

Vorrei innanzitutto soffermarmi sulla necessità di fare una netta distinzione tra due livelli di valutazione del confronto tra la missione della Chiesa e la realtà nella quale questa missione si svolge. Il primo è un livello mediatico; il secondo è un livello popolare.

A livello mediatico è ricorrente una certa posizione critica, spesso addirittura polemica, se non ironica verso la Chiesa, verso il suo magistero, innanzitutto quello del Papa, e poi quello dei vescovi. Mi pare che sia evidente. Ma non esaurisce assolutamente quella che è la realtà del rapporto tra la Chiesa e l'Italia.

Vi è infatti un livello preminentemente popolare, che forse non fa notizia e dunque non finisce sui giornali ma nel quale le cose appaiono ben diverse da quelle rappresentate. Noi sacerdoti siamo vicini quotidianamente alla gente; ne condividiamo la vita, ne seguiamo i problemi, le speranze e le gioie, sappiamo che ha bisogno di quei segnali di concretezza e di rinnovamento che tutti promettono ma che nessuno riesce a offrire. Da troppo tempo le donne e gli uomini del nostro paese attendono di poter vedere rifiorire nei cuori la speranza. Noi cerchiamo di far capire loro che per ritrovare la speranza è necessario uscire dalla palude delle parole, rimboccarsi le maniche ed agire seguendo la strada della solidarietà. E dunque accompagnando il cammino quotidiano della gente riusciamo a toccare con mano la stima, la fiducia, l'amore che gran parte del popolo nutre nei confronti della Chiesa. Questo è l'altro livello, il livello popolare. E a questo livello le assicuro che tutte le problematiche, anche le più complesse, sono vissute ed affrontate in maniera molto diversa da quanto allarmisticamente diffondono i media.

E da cosa nasce, secondo lei, questo amore della gente?

Sono sotto gli occhi di tutti le innumerevoli opere di carità e di assistenza diffuse su tutto il territorio nazionale riconducibili alla Chiesa. Non solo parole dunque ma opere concrete. Di qui nasce l'amore e per questo, io credo, quella della Chiesa in Italia è una voce ascoltata. Mi rendo conto che questo suo configurarsi come Chiesa popolare evidentemente dà molto fastidio a qualcuno, anzi a diversi soggetti. Non mi meraviglio più di tanto, dunque, di quegli attacchi sistematici portati attraverso i media, nel contesto di una strategia denigratoria contro la Chiesa.

Come può crescere secondo lei questo «sensus ecclesiae» nell'anima degli italiani?

Qui si inserisce la particolarità della nostra Chiesa, il cui Primate è Benedetto XVI. Per me, come per tutto l'episcopato italiano, il magistero di Benedetto XVI — che è un magistero quanto mai fecondo, pacato, deciso nella sua proposizione — rappresenta un incitamento e un modello da seguire con sempre maggiore amore e con grande disponibilità. È chiaro che avvertiamo la necessità di rinnovare e rilanciare sempre più l'impegno della nuova evangelizzazione in Italia. Per i suoi trascorsi, per il suo privilegio di ospitare la sede di Pietro, il Paese ha una configurazione particolarissima nel panorama europeo, ma ciò non toglie che ha bisogno di un'accurata rievangelizzazione sistematica, perché quel sentimento diffuso e profondamente cristiano che sta alla base del nostro popolo ha bisogno di essere non solo mantenuto ma anche arricchito delle verità della fede e delle ragioni della fede per poter tornare ad essere sempre più missionario.

E come conciliare questa tensione missionaria con le sfide che si presentano nella quotidianità?

A parte i vecchi nodi etici e morali ora si aggiungono la commercializzazione delle pillole abortive, la clonazione delle cellule e così via. La strada è una sola: quella della ricerca responsabile. Rappresentare questioni etiche non significa rallentare la scienza; anzi: le recenti acquisizioni hanno dimostrato il contrario.

Cosa pensa lei, che ha maturato lunghi anni di esperienza accanto ai militari italiani come Ordinario, della presenza dei soldati italiani nei paesi in guerra, soprattutto considerando il pesante tributo di sangue che continuano a pagare per riportare la pace in diverse zone del mondo?

Voglio innanzitutto cogliere anche questa occasione per rinnovare i sentimenti di profondo dolore per la morte del maresciallo Daniele Paladini in Afghanistan. Un dolore che esprimo assicurando la nostra vicinanza alla sua famiglia, in particolare al bambino del giovane maresciallo. Certo la nostra speranza è che fatti di questo tipo, di violenza e di sangue non accadano mai, nella vita di nessuno. Purtroppo, come constatiamo quotidianamente in questa marcia dolorosa del mondo verso la pace, ciò non è possibile e c'è sempre un prezzo ingiusto da pagare. Per quanto riguarda la nostra presenza nella missione di pace in Afghanistan mi pare che in tutte le forze politiche e culturali del Paese ci sia la determinazione di continuare a sostenere la presenza dei militari di ogni nazione in un quadro ben definito e soprattutto con il beneplacito dell'Onu. In questo quadro credo che anche la presenza dell'Italia, come del resto quella di tante altre nazioni, debba essere esclusivamente di cooperazione pacifica verso la ricomposizione di questo tormentato Paese che giustamente aspira alla libertà, alla convivenza pacifica e al benessere.

Ci sono altre persone che giungono in Italia proprio alla ricerca di quella stessa libertà e di quello stesso pacifico benessere. Ma le difficoltà da affrontare sono enormi: gli immigrati vengono visti come un problema piuttosto che come persone da aiutare.

Non lo ritengo un problema. Anzi. La presenza degli immigrati è una presenza che cresce e che fa crescere. Lo si nota soprattutto frequentando le comunità parrocchiali le quali, devo dire, si fanno sempre più comunità accoglienti, allargate. Lo vedo nelle visite pastorali che faccio. Lo vedo nelle numerosissime, magari piccole ma concrete iniziative cui si dà vita nelle diverse realtà, che manifestano un certo fervore di attività dei cristiani a favore degli emarginati, dei più poveri. Insomma si nota un certo tipo di mentalità d'accoglienza nella comunità cristiana.

Tuttavia dalle cronache appare diversamente.

È vero, ma torniamo al problema di prima, quello dei due livelli: il tessuto ecclesiale è capillarmente diffuso in tutto il Paese. Parrocchie, movimenti, organizzazioni cattoliche, associazioni e quant'altro costituiscono una rete di tanti piccoli punti di ascolto che danno delle risposte, forse parziali, ma comunque risposte alle esigenze dei gruppi di immigrati.
Eppure questo non fa notizia, non comporta titoloni sui giornali. E dunque di immigrati ci si occupa solo quando accadono fatti eclatanti. Il tessuto ecclesiale offre ben altro. È chiaro che esiste la necessità di dare una forma di educazione all'integrazione, di aiutare gli immigrati ad assumere le categorie portanti della nostra cultura. Ciò è particolarmente importante se si vuole veramente passare da una multiculturalità — che è una semplice registrazione di tante presenze — ad un regime di interculturalità e di integrazione progressiva e decisa di diverse culture, sulla base del rispetto delle regole fondamentali della nostra civiltà.

Ma la Chiesa che è in Italia ha forze sufficienti per affrontare impegni così onerosi visto il preoccupante rallentamento delle vocazioni? Quale potrà essere il ruolo dei laici?

Parto da quest'ultima considerazione. Il ruolo dei laici nella vita della Chiesa in Italia, è un ruolo di grande rilievo e di grande responsabilità ma che deriva, sia ben chiaro questo concetto, non tanto, o non solo dalla carenza delle vocazioni sacerdotali. Anzi io ritengo quest'affermazione certamente strumentale e fuorviante dalla realtà. Perché impegno e ruolo dei laici derivano innanzitutto dal battesimo di ciascuno, è una responsabilità profonda, poiché è proprio dal sacramento del battesimo che nasce il dovere della responsabilità per ogni cristiano. Dunque i laici sono una ricchezza della nostra Chiesa. Naturalmente il loro impegno deve essere commisurato alle competenze e responsabilità proprie. Io nella mia esperienza posso testimoniare il desiderio da parte di molti laici a partecipare alla vita della Chiesa, anche se oggi dobbiamo considerare che la vita è oggettivamente più complicata. L'auspicio è che la partecipazione dei laici sia sempre più intensa ma anche ben motivata e sostenuta da una forte vita spirituale e da una buona preparazione culturale. Per quanto riguarda poi il tema delle vocazioni è chiaro che molto dipende dalla testimonianza che noi sacerdoti siamo chiamati a dare della gioia immensa che deriva dalla nostra vocazione. C'è però da considerare la maggiore difficoltà che si incontra, oggi più che in altre epoche, nel far passare un messaggio alle nuove generazioni.
I giovani sono molto più frastornati e dunque è più difficile far arrivare una voce nel contesto stravagante e assordante in cui vivono. Dobbiamo cercare nuove forme di approccio, ma soprattutto rinnovare la nostra preghiera perché il Signore non faccia mancare operai alla sua vigna.
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Vedi il servizio di Stefano Maria Paci su Sky tg24.

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