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domenica 10 agosto 2008

Gli inglesi che sudano troppo scelgono il botox.

(Medicina live) In Gran Bretagna il caldo e l’afa che portano ad un’eccessiva sudorazione non sono più un problema, dal momento che gli inglesi usano e abusano del botox anche per evitare di sudare troppo abbondantemente.

Di norma il botox si usa contro le rughe e l’invecchiamento precoce della pelle, ma è risultato efficace anche per limitare la sudorazione. Il 31% dei trattamenti al botulino hanno riguardato, da maggio 2008, proprio questo tipo di applicazione anti-sudore.

Gli esperti ritengono che sia un valido metodo per liberarsi dell’eccessivo sudore che può risultare, per alcune persone, molto imbarazzante anche nei rapporti sociali.
Certo è che questo incremento di botox per gli impieghi più disparati, ora anche per il sudore, non è un fenomeno da sottovalutare perchè fa luce sull’abuso di pratiche consigliate dai medici solo a chi ne ha davvero bisogno perchè suda in maniera eccessiva, mentre la normale sudorazione non dovrebbe rappresentare alcun motivo di disagio.

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mercoledì 23 luglio 2008

Bologna. Piercing vietato nei genitali. Esplode la polemica.

Bologna, le nuove regole del Comune. La giunta comunale ha varato il nuovo regolamento, l'ultima crociata di Cofferati.
(Alessandro Cori - La Repubblica) Nella città del sindaco Sergio Cofferati, dopo l'ordinanza che vieta la vendita di bevande alcoliche da asporto oltre le 22 e quella anti-bivacco - "incubo" degli universitari che la sera affollano il centro storico - anche il piercing sulle parti più intime diventa un tabù. Non solo per i minorenni, ma per tutti.

La giunta comunale ha varato il nuovo regolamento per le attività di estetista, acconciatore, tatuaggi e, appunto, piercing. Domani, salvo sorprese, il provvedimento sarà approvato. In riferimento ai piercing, si legge nel testo, "i minorenni avranno bisogno del consenso informato dei genitori" (escluso il solo piercing all'orecchio dopo i 14 anni). Divieto assoluto invece, a qualsiasi età, "su parti anatomiche la cui funzionalità potrebbe essere compromessa da tali trattamenti o in parti la cui cicatrizzazione sia particolarmente difficoltosa".

L'assessore al Commercio della giunta Cofferati, Maria Cristina Santandrea, ha chiarito più volte che il divieto riguarda sicuramente le parti intime, ma secondo alcuni tatuatori la norma è ambigua. "Non c'è nessuna ambiguità - assicura infatti l'assessore senza però scendere nel dettaglio - perché le parti intime sono evocate in questa norma in modo molto chiaro. Questo perché è stata recepita un'oggettiva motivazione medica, non è che ci siamo fissati. Del resto abbiamo agito d'intesa con le associazioni di categoria e basandoci sul regolamento d'igiene e salute pubblica. Sono sicura che la nostra decisione verrà adottata presto anche da altri comuni".

A definire meglio su quali parti anatomiche sarà vietato effettuare un piercing ci penserà comunque l'Azienda Usl e ieri, intanto, il nuovo regolamento non ha mancato di sollevare qualche perplessità tra i consiglieri comunali. Il presidente onorario di Arcigay, Sergio Lo Giudice (Pd), ha ricordato che ci sono parti del corpo, come lingua e capezzolo, che potrebbero rientrare tra quelle "la cui funzionalità potrebbe essere compromessa" ma che allo stesso tempo sono tra le più scelte dai giovani.

"Escludere la possibilità di fare un piercing in luoghi controllati dal punto di vista sanitario e per mano di professionisti - è la preoccupazione di Lo Giudice - significa creare una fascia di mercato illegale". Ma la giunta, per bocca dell'assessore alla Sanità Giuseppe Paruolo ribadisce le linee guida del regolamento: "Tatuaggi e piercing si possono fare, ma devono essere effettuati in un contesto sanitario controllato e sono esclusi alcuni tipi di piercing particolarmente problematici dal punto di vista sanitario". Ricordando, infine, che c'è "una scuola di pensiero" secondo la quale chi incappa in problemi sanitari per aver eseguito pratiche sui cui rischi è stato ben informato, poi non dovrebbe pesare sul sistema sanitario pubblico.

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venerdì 18 luglio 2008

Diete al maschile: pochi carboidrati per buttare giù la pancia.

(Medicina live) E’ ormai opinione condivisa dai nutrizionisti che le diete migliori per gli uomini che vogliano perdere peso sono quelle a basso contenuto di carboidrati.
Una recente ricerca, pubblicata sulla rivista Nutrition & Metabolism, ha dimostrato che il 70% degli uomini che adottavano un regime alimentare povero di carboidrati riusciva a dimagrire, malgrado aumentasse l’apporto calorico. Jeff Volek, autore dello studio che opera all’Università del Connecticut, è riuscito inoltre a provare, insieme al suo team di ricercatori, che le diete con pochi carboidrati riescono a snellire l’uomo proprio nei punti cruciali dove risiede maggiormente l’adipe e dove è decisamente antiestetico, come la pancia e i fianchi.

Secondo gli studiosi il grasso immagazzinato nella zona superiore del corpo sarebbe più pericoloso per la salute rispetto a quello localizzato in altre aree.

Gli uomini che consumavano pochi carboidrati riuscivano a perdere i chili di troppo del tronco in percentuale maggiore rispetto alle altre diete dimagranti.
Per darvi un’idea del paragone, pensate che un regime con pochi carboidrati fa dimagrire tre volte in più di una dieta a basso apporto di grassi. I partecipanti alla ricerca erano sia uomini che donne e quasi tutti hanno sperimentato con successo i benefici di questo regime alimentare.
Dodici uomini su quindici e dodici donne su tredici hanno perso la pancetta ed il grasso in più presente sui fianchi.
Gli esperti hanno inoltre valutato la possibilità di un’alternanza tra i regimi a basso contenuto di carboidrati e quelli con pochi grassi, concordando che sia meglio seguire inizialmente una dieta povera di carboidrati, per poi passare successivamente ad una dieta a basso consumo di grassi. Altro beneficio non trascurabile è che l’alimentazione a scarso contenuto di carboidrati rappresenterebbe un valido scudo contro il rischio di malattie cardiovascolari, come dimostrato dallo stesso Volek.

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mercoledì 25 giugno 2008

Sempre più belli, ma anche spennati. Il business dell'estetica.

Dilagano i ritocchi: lifting e seno nuovo quelli più costosi. La liposuzione tra gli interventi più richiesti. Molti sottovalutano i rischi. Il prof. D’Aniello (docente a Siena) mette in guardia: sono operazioni vere, io spesso le sconsiglio.

(Andrea Lanini - Il Tirreno) Se ne parla tanto, tantissimo, forse troppo. Secondo gli addetti ai lavori, però, non nel modo giusto. Il bombardamento mediatico sul mondo della chirurgia estetica, dicono, imbelletta molto. Rischia di confondere. Di fare danni. Perché un’operazione è sempre un’operazione, e i rischi ci sono.
Poi, ogni tanto, qualche voce autorevole si fa sentire, lanciando un allarme che crea scompiglio e fa riflettere. Qualche mese fa (fine 2007) ci ha pensato l’Associazione dei chirurghi estetici britannici (Bapps), che ha messo sotto accusa la «diffusione di rimedi falsi o praticati troppo allegramente», denunciando sui maggiori quotidiani del paese «quanti si improvvisano chirurghi estetici intervenendo anche quando non ce n’è bisogno».
Nonostante i rischi (e i costi), le richieste di intervento sono in vertiginoso aumento. I “ritocchi” più in voga in Italia sono: mastoplastica additiva (aumento del seno), liposuzione, rinoplastica (miglioramento dell’aspetto del naso) e “mini-lifting” (lifting mirato a certe zone del volto e del collo). I prezzi non sono davvero bassi: si va dai 3900 euro per una liposuzione lieve agli 8000 per la riduzione del seno e per il lifting. Invece ingrandire il seno può costare fino a 7200 euro.
Da noi, il problema di questa crescita esponenziale (peraltro difficilmente controllabile) lo ha sottolineato il professor Carlo D’Aniello, ordinario di chirurgia plastica e ricostruttiva presso l’università di Siena e direttore dell’unità operativa complessa di chirurgia plastica dell’Azienda ospedaliera universitaria senese. Che lo scorso gennaio, in occasione di un master in medicina estetica organizzato dall’ateneo senese, ha osservato come si registri «un sempre maggior numero di richieste di trattamento da parte dei pazienti, tanto che tale argomento sta assumendo nella nostra società la valenza di una vera e propria patologia».
«Riguardo al rischio di una cattiva informazione e quindi di finire sotto il bisturi sbagliato, condivido le preoccupazioni dei colleghi inglesi», ci spiega il prof. D’Aniello, presidente eletto della Società italiana di chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica (Sicpre). «Intanto è opportuno non fare confusione. Bisogna distinguere tra la chirurgia plastica a finalità ricostruttiva, branca antica, estremamente seria, che risolve tanti problemi, anche molto gravi, e che interviene in caso di malformazioni, ricostruzioni post-oncologiche e post-traumatiche, forme preoccupanti di obesità, ustioni; e la chirurgia plastica a finalità estetica, che riguarda ugualmente operazioni vere e proprie il cui scopo è migliorare l’estetica di alcune parti del corpo. Di solito la confusione nasce tra chirurgia estetica e medicina estetica, due ambiti molto diversi. Quest’ultima comprende trattamenti estetici non chirurgici, tipo il rimodellamento delle labbra o le infiltrazioni (filler) per cancellare o diminuire le rughe».
«Detto questo, bisogna dire che una specialità in medicina estetica non esiste. E anche per quanto riguarda la chirurgia estetica, manca una formazione accurata. Gli interventi chirurgici con finalità estetiche vengono fatti solo in libera professione, il sistema sanitario nazionale (giustamente) non li contempla. È tutto un discorso, questo, che esula dal tradizionale mondo della sanità. E proprio per questo avrebbe bisogno di essere monitorato con attenzione. Tenga conto di una cosa: in Italia, qualsiasi laureato in medicina e chirurgia può fare qualsiasi intervento, soprattutto in ambito privato. Allora capita di vedere, tanto per fare un esempio, un dermatologo o un medico generico o uno specialista in branca medica che, dopo aver passato un paio d’anni in un qualche centro chirurgico a imparare, si mette a operare. Mi pare discutibile. La mia idea è che chi si mette a fare un qualsiasi intervento chirurgico debba almeno avere una specializzazione in una branca chirurgica, che si ottiene dopo un percorso di formazione di 5 anni».
Secondo il professore, i problemi da evidenziare sono soprattutto due: il bombardamento a tappeto dei media, che propagandano un certo tipo di bellezza; la facilità con cui si può accedere a questo tipo di interventi («Prima erano in pochi quelli che li facevano, poi, da quando è scoppiato il business, tanti ci si sono tuffati...»).
Due i rimedi: formazione e informazione. La prima dedicata al chirurgo, la seconda ai pazienti. Che devono essere messi al corrente «di tutti gli aspetti dell’intervento, in maniera seria, senza lasciar da parte problemi e controindicazioni».
Non come fanno certe trasmissioni in tv, che mostrano di tutto, comprese le zoomate sul lavoro dei chirurghi in sala operatoria. Ma non i risultati. Né prima né dopo. E nemmeno le cicatrici. «In effetti edulcorano non poco», osserva D’Aniello.
L’escalation di interventi un po’ lo preoccupa, «anche se non è il caso di parlare di allarme sociale». Come presidente della Sicpre, si è preoccupato di «vedere i numeri». Cosa non facile, perché «non sono solo i nostri soci a fare interventi di chirurgia estetica. A operare sono in tanti. Comunque, secondo i dati che stiamo raccogliendo e che pubblicheremo l’anno prossimo, si può dire che quella della chirurgia plastica a finalità estetica è tra le branche col più alto numero di interventi in Italia». Tanto per farsi un’idea: in un anno, da noi, si fanno da 30 a 50.000 interventi di rinoplastica. Altrettanti sono quelli di mastoplastica additiva. Le liposuzioni sono 80-90.000 l’anno. «Se selezioniamo un gruppo di donne che va dai 35 ai 60 anni, soprattutto di alcuni ceti sociali, possiamo vedere che c’è sicuramente una percentuale di oltre il 60% che si sottopone a qualche intervento di medicina estetica. E una percentuale al di sopra del 30% che ricorre alla chirurgia estetica. È chiaro che su questa crescita esponenziale della domanda, i media hanno il loro peso».
«D’altra parte, se l’informazione riguardo a questi temi la fanno solo certe trasmissioni, o le industrie che vendono prodotti di medicina estetica o anche i singoli professionisti che si fanno vedere in televisione, non c’è da stupirsi dell’effetto».
Certo, capita spesso che la voglia di rifarsi qualcosa venga anche a chi di fatto non ne avrebbe alcun bisogno. In quel caso, dice il professore, è meglio «sconsigliare».
«Magari ti arriva in studio una ragazza giovane che è già carina così com’è e tuttavia si è messa in testa di volere il seno più grande. Cerco di dissuaderla. Io tendo a sconsigliare molto. Se non c’è un vero problema, cerco di convincere il cliente (in contesti come questo è un “cliente” quello che si ha di fronte, non un “paziente”) che è meglio lasciar perdere. Un professionista serio - conclude D’Aniello - deve approfondire il colloquio con la persona che ha di fronte. Se una ragazza di 18 anni si presenta, ad esempio, con un seno malformato il problema c’è e va affrontato. Ma se una arriva con una “seconda” e ti dice di volere una “quarta”, la cosa da dire è: “Ma perché vuoi fare questa cosa? Non stai già bene così?”».

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domenica 22 giugno 2008

Estate sicura: quanti errori alla luce del sole.

(Daniela Ovadia - Panorama) Ha fatto le lampade, un mese prima delle vacanze, perché “proteggono dalle scottature”. È andata in farmacia e ha acquistato gli integratori che preparano la pelle al sole: ha scelto i solari protezione media, così potrà stare sotto i raggi per ore senza preoccuparsi. Tutto giusto, no? È quello che molti di noi, del resto, abbiamo letto, orecchiato, sentito dire. O che, semplicemente, facciamo da anni perché siamo abituati così. Però in questo modo rischiamo, esponendoci al sole, di accumulare piccoli e grandi errori. Con conseguenze immediate per la pelle o rischi nel lungo periodo.

A confondere le idee sui potenziali danni o sui benefici dei raggi solari sono anche messaggi spesso contraddittori. L’ultima notizia è di pochi mesi fa: il sole non fa poi così male, anzi aiuterebbe a prevenire il cancro favorendo la formazione della vitamina D (lo ha annunciato uno studio dell’Istituto per la ricerca sul cancro di Oslo). Una seconda indagine (International Journal of Cancer) rincara la dose: esporsi al sole, seppure con moderazione, evita il linfoma non Hodgkin. Negli Stati Uniti la Indoor tanning association (associazione americana di proprietari di solarium) ha subito usato queste ricerche per una martellante campagna di controinformazione: addio timori e cautele, il sole fa bene e basta. “Vi sono solo alcune dimostrazioni dell’efficacia anticancro della vitamina D mentre il legame tra esposizione al sole e tumori cutanei è assodato. Inoltre, non occorre cuocersi sotto i raggi per sintetizzarne una giusta quantità. Bastano 10 minuti o, ancora meglio, una dieta adeguata” puntualizza William Hanke, presidente dell’American academy of dermatology citato da Newsweek.
“E, soprattutto, non è affatto vero che le lampade abbronzanti siano sicure”. Una convinzione, questa, tuttavia diffusa, come conferma Giovanni Leone, direttore del Servizio di fototerapia dell’Istituto dermatologico San Gallicano di Roma: “Contrariamente a quanto si credeva alcuni anni fa, il melanoma è più legato ai raggi Uva, quelli emessi dalle lampade che penetrano in profondità, e meno alla combinazione Uva-Uvb presente nella luce naturale. Quindi sottoporsi a sedute abbronzanti prima di andare al mare per indurre la formazione della melanina e sentirsi protetti è un errore “. Il rischio è molto limitato se si ricorre al solarium ogni tanto, ma non va sottovalutato da chi lo usa tutto l’anno. Non è l’unico abbaglio che prendono i forzati della tintarella, quelli che, in questo mese non ancora vacanziero, hanno solo il weekend per abbronzarsi (pioggia permettendo). C’è chi si alza presto il sabato mattina e, con un avanzo di crema solare rimasto nel cassetto, fattore di protezione non superiore a 10 (”Altrimenti non mi scurisco”), si dirige alla spiaggia o al parco per passarvi la giornata. La crema viene spalmata, ma senza abbondare (”Perché appiccica”). Raramente ci si ricorda che la dose minima necessaria, secondo il Progetto prevenzione melanoma dell’Unione Europea, è sei cucchiai colmi, pari a circa 36 grammi di prodotto.
Un tubetto da 100 grammi, quindi, serve per non più di tre o quattro esposizioni. Inoltre è bene ripetere l’applicazione ogni 2 ore e ogni volta che si esce dall’acqua, anche se la confezione afferma che il prodotto resiste ai bagni. Altra illusione da sfatare: i caftani di cotonina leggeri e trasparenti non bloccano i raggi, per proteggere davvero il tessuto deve essere abbastanza spesso da non far passare la luce, di colore scuro o rosso-arancione. Se non si rispettano queste regole, il rischio che si corre non riguarda solo il melanoma (la forma più aggressiva di cancro cutaneo, che non supera il 10 per cento del totale), ma anche il carcinoma spinocellulare e il basalioma. Due forme tumorali meno temibili ma che non vanno comunque trascurate e possono, specie la prima, dare luogo a metastasi. “I fattori di rischio per il melanoma sono noti solo in parte.
Alcuni sono legati alla predisposizione familiare, a occhi, capelli e cute chiari, alla presenza di lentiggini o di nei grossi e numerosi, dai bordi irregolari, di forma e colore variabile” spiega Natale Cascinelli, ex direttore scientifico dell’Istituto dei tumori di Milano e presidente del Programma melanoma dell’Oms. “Per chi è predisposto l’esposizione al sole senza adeguate protezioni è solo il fattore scatenante, soprattutto se le scottature sono avvenute in età infantile”. In nove casi su dieci il tumore cutaneo è degli altri due tipi.
“Il basalioma coinvolge gli strati profondi dell’epidermide e sembra un piccolo nodulo, talvolta colorato” prosegue Cascinelli. Dopo l’asportazione, si può in genere considerarlo guarito. “Il carcinoma spinocellulare ha origine dagli strati superficiali ed è più legato alle ustioni solari (si trova facilmente su viso e spalle): di rado dà metastasi, ma va controllato. Chi ne ha uno di solito ne sviluppa altri; vanno anch’essi asportati quanto prima”. La soluzione, oltre a evitare di esporsi nelle ore centrali, è usare correttamente le creme solari. Da questo punto di vista ci sono novità. “È stata eliminata la dicitura schermo totale, perché non esistono sostanze in grado di filtrare completamente i raggi.
I fattori di protezione sono stati uniformati a livello europeo, per cui il più elevato è il 50+” dice Leone. “Le creme con fattore di protezione inferiore a 6 non sono considerate solari bensì cosmetici per mantenere la pelle idratata e nutrita”. A fianco della cifra, le associazioni di consumatori hanno ottenuto che compaia una dicitura più immediata: per un fattore tra 6 e 10 deve comparire la scritta “protezione bassa”, tra 15 e 30 “protezione media”, tra 30 e 50 “alta”, e con il 50+ “molto alta”. L’associazione Altroconsumo consiglia anche di verificare la data di scadenza e di non usare i prodotti aperti l’anno prima, perché i filtri solari chimici si degradano facilmente. Altro punto fondamentale, che non tutti sanno: i filtri possono essere instabili e degradarsi anche per colpa del sole stesso. Meglio acquistare un fotostabile (dovrebbe essere indicato in etichetta).
I filtri fisici (contengono zinco e lasciano una patina bianca sulla pelle) invece non superano il fattore 30 di protezione e per essere veramente efficaci devono essere uniti a quelli chimici. E le pillole che promettono di proteggere la pelle? “Possono essere utili per mantenere attive le difese immunitarie della cute, compromesse dal sole, ma non sostituiscono la crema solare ” avverte Leone. Contengono antiossidanti come betacarotene, licopene e fermenti lattici. Le associazioni di consumatori, però, ricordano che si tratta di elementi presenti nei vegetali, come carote e pomodori, e nei latticini; dato il costo non indifferente dei “nutraceutici ” (gli integratori alimentari che vantano proprietà preventive), basta attenersi a un’alimentazione ricca di insalate e yogurt per ottenere risultati analoghi. Attenzione agli autoabbronzanti: stimolano la produzione di melanina ma non offrono protezione. Quelli ultrarapidi poi sono semplici coloranti. Tumori a parte, non vanno trascurati altri effetti del sole come l’eritema, una sorta di reazione allergica alla luce. “La maggior parte di quanti ne soffrono (il 10 per cento degli italiani) ricorre al cortisone, senza contare che l’esposizione diventa impossibile” continua Leone.
“La sensibilizzazione è dovuta per esempio alle abbronzature prese ai Tropici, nonché alla maggiore aggressività dei raggi anche nel Mediterraneo, a causa dell’assottigliamento della fascia di ozono. Per prevenire problemi si dovrebbe fare una corretta analisi del modo con cui la pelle reagisce alla luce solare, per esempio grazie al simulatore solare, uno strumento che consente di studiare esattamente il fototipo di una persona”. La valutazione del fototipo è utile anche per evitare guai più seri come le ustioni solari, che possono essere molto dolorose, accompagnate da febbre e disidratazione.
E che sono la tipica conseguenza delle “botte di sole”: esposizioni prolungate, con poca crema solare o con un filtro troppo basso.

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lunedì 16 giugno 2008

Piercing, a Roma si studiano leggi più severe.

Il ministero della Sanità «sconsiglia la pratica su parti anatomiche la cui funzionalità potrebbe risultare poi compromessa». Theiner: «Ma Bolzano è stata la prima a varare un regolamento in materia».
(L'Alto Adige) Il caso della giovane meranese finita in fin di vita alla clinica di Monaco di Baviera dopo essere stata colpita da una grave setticemia a seguito di un piercing al sopracciglio ha costituito una sorta di campanello d’allarme anche per il ministero della Sanità tanto che ieri è stata diramata una circolare con la quale invita le Regioni a regolamentare il settore mentre ha affidato al proprio ufficio legislativo l’incarico di valutare i contenuti di una possibile legge nazionale destinata a colmare l’attuale vuoto legislativo. «Ma Bolzano è stata la prima - sottolinea l’assessore Theiner - a varare un regolamento».
«Il ministero ha affidato al proprio ufficio legislativo l’incarico di valutare l’opportunità di promuovere una legislazione nazionale che fissi principi e criteri per l’esercizio di attività legate all’inserimento di piercing e tatuaggi»: ad annunciarlo ieri una nota del dicastero della Sanità in relazione all’ultimo drammatico episodio accaduto alla giovane meranese che si trova ancora ricoverata in prognosi riservata alla clinica universitaria di Monaco di baviera dopo essere stata colpita da una grave forma di setticemia a seguito dell’applicazione di un piercing al sopracciglio.
Insomma dopo questo clamoroso caso meranese - che per altro è solo l’ultimo di una serie verificatasi su scala nazionale - ora il Governo corre ai ripari e vuole il tempestivo varo di norme e regolamenti regionali di settore, ma pensa anche ad una legge nazionale in materia, decisamente più severa e restrittiva a tutela soprattutto degli utenti.
Roma invita dunque tutte le Regioni ad assumere provvedimenti coerenti con la circolare ministeriale del 7 aprile 1999 in materia di tatuaggi e piercing. Il ministero ricorda nella sua circolare di ieri che l’atto, diretto alle Regioni e all’Associazione dei tatuatori, «prevede l’attivazione di corsi di formazione obbligatori per coloro che praticano tali attività nonchè l’adozione di tutte le misure di igiene e profilassi necessarie. Inoltre la Circolare ministeriale dispone la necessità di una specifica autorizzazione della competente Asl per coloro che effettuano tali procedure che, comunque, non possono essere eseguite sui minori, eccezion fatta per il piercing sul lobo dell’orecchio che può essere eseguito con il consenso dei genitori».
«Benissimo freplica l’assessore provinciale alla sanità, Richard Theiner - ma vorrei ricordare anche al Governo che la Provincia di bozlano è stata la prima e probabilmente l’unica che da tempo si è già dotata di uno specifico regolamento in materia che prevede proprio la frequenza di corsi di specializzazione per i piercer e la relativa autorizzazione da parte dell’Azienda sanitaria. Chiaramente, ed anche il caso meranese lo evidenzia in tutta la sua drammaticità, queste norme non bastano evidentemente a regolamentare in maniera adeguata un settore in forte espansione e dove ai professionisti seri si accompagnano moltissimi operatori improvvisati che non danno alcuna garanzia soprattutto sotto il profilo sanitario. E allora spetta anche alla singola responsablità, in particolare da parte degli utenti più giovani, scegliere solo fra i professionisti abilitati da chi farsi applicare, se proprio lo si vuole, questi piercing».
La circolare ministeriale infine sconsiglia a tutti «la pratica del piercing su parti anatomiche la cui funzionalità potrebbe risultare compromessa come ad esempio palpebre, labbra, lingua, seno, apparato genitale».
Fin qui i primo interventi per tentare di arginare e gestire un settore in forte espansione soprattutto per una diffusa moda “alternativa” in voga soprattutto fra i giovanissimi, ma non solo. Intanto la giovane meranese sta lottando ancora fra la vita e la morte per superare quell’infezione provocatale dall’applicazione maldestra di un piercing al sopracciglio. E resta ancora un mistero, nonostante l’inchiesta avviata dalla polizia, chi materialmente abbia effettuato l’operazione.

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venerdì 14 marzo 2008

Sesso: priapismo non ha piu' segreti, svelata causa di erezione perenne.

(Adnkronos Salute) Il priapismo, il disturbo che si manifesta nell'uomo con un'erezione perenne, non ha più segreti. Ne sono convinti i ricercatori della scuola di medicina dell'università del Texas, sicuri di averne svelato i meccanismi biochimici. Un bel sollievo per chi soffre di questo disturbo che, oltre a essere fastidioso e imbarazzante, può provocare seri danni alla salute, tra cui disfunzioni erettili permanenti o anche gangrena. Proprio lì. L'erezione del pene, nei pazienti con priapismo, è indipendente dall'eccitazione. "All'origine del disturbo - spiegano gli scienziati sul Journal of Clinical Investigation - ci sono i livelli troppo alti di adenosina, una sostanza chimica che regola la ditatazione dei vasi sanguigni. E che dunque fa aumentare l'afflusso di sangue nei corpi cavernosi del pene determinandone l'erezione".

Una tesi che per prima cosa è stata passata al vaglio dei test di laboratorio condotti su alcuni topi 'Ogm', creati appositamente per non avere un enzima in grado di contrastare l'adenosina. Con la sostanza chimica a livelli alti nell'organismo, anche gli animali sperimentavano il priapismo. Almeno fino a che i ricercatori non hanno somministrato loro un altra molecola, il polietilene glicole, che riduce ma non elimina l'adenosina. "Una scoperta con implicazioni cliniche di enorme importanza", enfatizzano gli scienziati convinti di riuscire ora a mettere a punto una terapia in grado di contrastare i livelli della sostanza alla base del priapismo. Anche se, aggiungono, "altri studi saranno necessari per capire se il meccanismo biochimico dell'adenosina è la causa della forma molto più rara di priapismo femminile, che colpisce le donne con un perenne rigonfiamento del clitoride".

In ogni caso, annunciano, "i test su uomini affetti dal disordine dovrebbero iniziare entro la fine di quest'anno". La notizia potrebbe cambiare la vita di molti pazienti, tra cui il 40% dei malati di talassemia e anemia falciforme che sperimenta i sintomi del priapismo. E a riprova di questo, gli scienziati rivelano gli analoghi risultati raggiunti su topi di laboratorio con anemia falciforme.

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venerdì 29 febbraio 2008

In vendita le pasticche per dare sapore di mela allo sperma. E riducono il colesterolo...

Risultato garantito in massimo 4 settimane. C’è anche la variante femminile agli agrumi. Il prodotto, in 60 capsule, è un integratore dietetico naturale che riduce il colesterolo.

(Rotocalco.tio.ch) Che la mela sia il frutto del peccato è risaputo da migliaia di anni. Cosa che deve essere piaciuta molto all’inventore di ‘Sweet release’, barattolino con 60 capsule in vendita su ShyToBuy.com che promettono in massimo quattro settimane di modificare odore e sapore del liquido seminale maschile, facendolo assomigliare a quello di mela verde.

Anche se sul portale dove si possono acquistare le capsule si legge che il prodotto è dedicato a tutti quelli “che vogliono migliorare la pratica del sesso orale e sorprendere il partner con una nuova fantastica esperienza”, in realtà ‘Sweet release’ è più pubblicizzato come un integratore dietetico completamente naturale che aiuta il sistema immunodifensivo e riduce il colesterolo grazie al componente principale contenuto al suo interno, il Crandextrim, e alla presenza degli acidi Omega 3 e Omega 6.

Su ‘ShyToBuy.com’ è in vendita anche la variante femminile agli agrumi, che promette sapori e odori migliori delle parti intime “per evitare spiacevoli imbarazzi”. Probabilmente, se fosse esistito l’eCommerce ai tempi dell’Eden, a quest’ora vivremmo tutti in Paradiso.

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venerdì 15 febbraio 2008

Vigoressia: L'anoressia al maschile colpisce sempre di più.

(Tulife) Si chiama anche vigoressia o ancora reversal anoressia, speculare a quella femminile. E’ l’anoressia maschile, in agguato nell’età a rischio, tra i 12 e i 25 anni, periodo della formazione dei futuri uomini e donne. Non a caso si parla di patologia della famiglia, bersagliata com’è oggi dalle difficoltà della vita e dai messaggi contraddittori delle mode: librarie e televisive (diete e ricette di cucina…), stilistiche (fantasie dell’appeal, sex o non sex, fino a confondere i generi uomo/donna…), salutiste (magri e forti a ogni costo…) il rischio è quello di incorrere in un disturbo del comportamento alimentare, DCA , di cui l’anoressia fa parte.

Difficili statistiche.
Un disturbo che tuttavia nell’ultimo secolo non sembra essere aumentato stando a quanto afferma lo psicoterapeuta Roberto Ostuzzi, presidente dell’ANSISA, Associazione Nazionale Specialisti in Scienza dell’Alimentazione e autore, per Baldini e Castoldi, del libro “Figlie in lotta con il cibo” e del più recente “Un boccone dopo l’altro”. “Quello che è cambiato”, dice Ostuzzi, “è la tipologia dell’anoressia, che da mistica nel ‘700 è diventata ai nostri giorni più legata ai mutamenti socioculturali dovuti a importanti cambiamenti nell’organizzazione sociale e familiare”.
Non si contano tuttavia i pazienti anoressici, che nella sua forma al maschile oggi si confondono sempre più tra la normalità, sfuggendo ogni statistica. Ragazzi che scambiano il contenitore (il corpo) con il contenuto (le emozioni) con comportamenti molto spesso tollerati e compatibili con la vita “normale”.
Sì, perché, come spiega Ostuzzi, i ragazzi non sviluppano soltanto l’anoressia restrittiva tipica delle ragazze, che fa dimagrire fino al rischio della vita stessa. Gli ossessionati dalla forma del corpo, sono palestrati, che vogliono eliminare ogni filo di grasso ma anche corazzarsi di muscoli dietro i quali nascondere insicurezze, forgiando ex novo la propria immagine più d’impatto.
È proprio l’esiguità dei casi trattati che fanno dell’anoressia un fenomeno ancora poco studiato, considerato che in Italia viene curato in appositi centri specialistici solo dagli anni ‘80. La percentuale di casi è in un rapporto di circa 1 a 10 maschi/femmine, con una prevalenza dello 0,3-0,5% nelle donne in età a rischio, che significa 3-5 femmine contro un maschio ogni mille. L’incidenza invece è di circa venti ragazze/due ragazzi ogni centomila abitanti. La cura è la stessa, ma perché un ragazzo si ammala di una patologia tipicamente femminile?
Gli interrogativi si moltiplicano, come pure le ricerche sui fattori di natura neuroendrocrina e metabolica, che possono accompagnare, in determinate condizioni ambientali, questo deficit nella struttura di identità di sé. Molto spesso è in gioco la ricerca di definire la propria identità di genere, di attitudine, di inclinazione sessuale. Senza essere gay, sono ragazzi che possono avere delle incertezze, magari perché sono più magri e fragili o meno decisi dei coetanei. Inoltre, a differenza del corpo delle ragazze, biologicamente stimolo per la sessualità maschile, il corpo e l’identità maschile vanno al di là dell’aspetto puramente sessuale e puntano sulla sicurezza legata all’efficienza.

Fissati con la palestra.
La donna anoressica deve essere magra, l’uomo muscoloso. Per una forma di fobia delle forme praticano esercizio compulsivo, cioè tantissima ginnastica e hanno eccessive preoccupazioni per la dieta perché vogliono essere magri, e avere tutti i muscoli scolpiti. Sono disposti anche all’abuso di sostanze anabolizzanti.
A Villa Margherita a Vicenza, una casa di cura convenzionata con il Sistema Sanitario Nazionale, che fa parte della rete assistenziale dei disturbi alimentari del Veneto, il 70% dei pazienti provengono da fuori Regione: su 120 ricoverati 6 sono uomini, circa il 4%. Cosa si cura e come nell’anoressia? “La cura individuale è rimetterli in contatto con il loro stato emotivo interno e verbalizzarlo. Si cura un disagio multifattoriale, con molte cause che si intersecano in maniera diversa nei singoli casi, ma sempre con una forte, ossessiva concentrazione sul cibo quale strumento per modificare il corpo nel tentativo di mettere a tacere il proprio dolore interno attraverso il controllo del guscio. Una ricerca di sicurezza effimera che renda più sopportabili le insicurezze interiori. In terapia familiare, in presenza di madre, padre, fratelli si discute insieme delle difficoltà, per capire quali possono essere i limiti o i cambiamenti da adottare per modificare una situazione che si è resa difficile”.

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martedì 12 febbraio 2008

Eccezionale scoperta. Aids: Individuata la molecola che lo diffonde.

(The instablog) Finalmente un nuovo spiraglio nella lotta all'Aids, è stata scoperta la molecola che lo diffonde.

Un gruppo di scienziati diretti da Anthony S. Fauci, hanno scoperto la molecola che diffonde il virus dell’Aids.
Un recettore umano che aiuta il virus ad attaccare il sistema immunitario dell’uomo e diffonde conseguentemente la malattia.
Una scoperta fondamentale che darà la possibilità di sperimentare nuove terapie e nuovi farmaci, per arrivare a sconfiggere definitivamente questa malattia mortale.

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mercoledì 6 febbraio 2008

Il sesso orale sta diventando una delle cause principali di tumori alla bocca negli uomini.

Tumori: lo studio, con sesso orale rischi da Hpv in aumento anche per lui.

(Adnkronos Salute) - Il Papillomavirus umano (Hpv), responsabile del cancro al collo dell'utero nelle donne, sta diventando una delle cause principali di tumori orali negli uomini. E, data la diminuzione del vizio del fumo fra il 'sesso forte', il veicolo numero uno si rivela essere il sesso orale. Ne sono convinti gli esperti della Johns Hopkins University di Baltimora (Usa), che hanno pubblicato sul 'Journal of Clinical Oncology' uno studio condotto su oltre 46 mila casi di neoplasie di questo tipo registrati negli ultimi 30 anni dal National Cancer Institute, distinguendo i tumori dovuti a infezione da Hpv da quelli non riconducibili al contatto col virus. Secondo il team di ricercatori, guidati da Maura Gillison - riporta il 'Time' - l'Hpv oggi provoca tumori al cavo orale esattamente come il fumo o l'alcol e questo 'traguardo' negativo è stato raggiunto velocemente, dal 1973 al 2004.

Il vaccino oggi disponibile per prevenire l'infezione da Papillomavirus viene somministrato gratuitamente solo alle ragazze giovani, anche se l'azienda produttrice ha in programma di avanzare richiesta di autorizzazione pure per l'immunizzazione dei maschi. I trial che sosterranno la domanda di 'via libera' per la nuova indicazione - avanzata principalmente allo scopo di rallentare la diffusione del virus fra le donne attraverso il contagio sessuale con i loro partner maschili - sono però focalizzati sui tumori anali e del pene e non su quelli del cavo orale, sottolineano gli esperti. Eppure, ricerche precedenti avevano dimostrato che l'Hpv provoca ogni anno circa 5.600 casi di tumori alle tonsille, alla lingua e alla gola. E, anche se la relazione causa-effetto fra sesso orale non protetto e malattia non è ancora stata provata, c'è bisogno di maggiore attenzione nei confronti di questo problema.

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domenica 20 gennaio 2008

Aids. La Fda approva l'Etravirine.

Nuovo farmaco retrovirale e nuove speranze per i malati d'Aids.

(Agi) In Usa, l'ente che vigila sulla sicurezza dei medicinali (la Food and Drug Administration, Fda) ha dato il 'via libera' a un nuovo farmaco, destinato ai pazienti adulti risultati resistenti ad altri medicinali. Il farmaco, anche noto come TMC125 o etravirine, appartiene alla famiglia dei cosiddetti inibitori non-nucleosidi della transcrittasi inversa e aiuta a bloccare l'enzima di cui il virus Hiv ha bisogno per progredire. Attualmente sono piu' di una ventina i farmaci approvati per la lotta all'Aids; e sono in grado di offrire un ampio ventaglio di opzioni ai pazienti, considerato che il virus puo' mutare e maturare resistenze. Quando e' usato con altri medicinali anti-Hiv e preso come prescritto, l'etravirine riduce la quantita' di virus presente nel sangue ed aumenta il numero dei globuli bianchi che rafforzano le difese immunitarie, diminuendo dunque il rischio di morte.

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venerdì 11 gennaio 2008

L’esplosione demografica e la crisi dei rifiuti a Napoli.

© Photographer: Magiclight | Agency: Dreamstime.com

(Il blog del solista) Tutte le nostre autorità politiche hanno intonato la consueta geremiade sulla crisi dei rifiuti nella città e nella provincia di Napoli. E’ la solita sceneggiata napoletana che da molti anni ormai diffonde dal Golfo di Partenope al mondo intero, insieme al rimpallo delle responsabilità tra politici e burocrati locali e nazionali , le solenni promesse di quegli stessi politici e burocrati di voler “affrontare alla radici” il drammatico problema. Questa volta, però, il Presidente della Repubblica in persona ha dedicato alla questione uno dei suoi quotidiani, accorati e nobilissimi interventi, definendola addirittura “tragica”.

Per parte mia, sarei semmai incline a definirla tragicomica perché, come al solito, nella ridda di spiegazioni che vengono date alla questione ed alla sua indomabile cronicità, la spiegazione principe non viene mai non dico evidenziata, ma neppure menzionata. E qual è questa spiegazione ignorata o sottaciuta ? Ovviamente quella che da molti anni segnalo invano in questi miei interventi: e cioè la mostruosa e crescente sovrappopolazione che da oltre mezzo secolo affligge Napoli e il suo circondario. “Ma questo De Marchi – protesterà forse qualcuno dei miei ascoltatori – ha proprio una fissa per la questione demografica. Come si fa a parlare di bomba demografica anche per l’Italia dove tutti, a partire dai nostri più celebrati demografi, lamentano il crollo della natalità e invocano generose franchigie fiscali e sontuosi premi per le mamme e i babbi prolifici ?”

Ebbene sì, cari amici, questo mentecatto di De Marchi denuncia da molti anni la minaccia di una bomba demografica non solo in Italia ma in tutta Europa. Vediamo perché. Già trent’anni fa, in un Convegno che tenni con Aurelio Peccei nelle sale dell’Hotel Jolly di Roma, ricordavamo che nel mondo contemporaneo la sovrappopolazione si presenta in due forme: nella forma dell’eccessivo incremento, che affligge il Terzo Mondo e che condanna quelle popolazioni a raddoppiare ogni 20-30 anni ed a sprofondare nella miseria e nella fame; o nella forma dell’eccessiva densità, che affligge l’Italia e l’Europa intera facendo del Vecchio Continente e della sua ineguagliata densità demografica il vero formicaio del pianeta e che condanna le popolazioni europee, dati i loro tassi proibitivi di consumo e inquinamento pro-capite, a sprofondare nelle emissioni e nei rifiuti tossici. A causa di questi tassi proibitivi di consumo e inquinamento (40 o 50 volte più alti di quelli del Terzo Mondo), gli odierni 60 milioni d’Italiani, per esempio, inquinano e devastano l’ambiente come 2 miliardi e mezzo di africani stipati sulla nostra piccola penisola.

Insomma, come già denunciavo due anni fa in un articolo che questo odierno deve in larga misura ricalcare, la crisi dei rifiuti a Napoli è un esempio emblematico sia della centralità del fattore demografico nel disastro ecologico europeo, sia della sua sistematica negazione e rimozione. Certo, nella crisi napoletana operano anche altri cruciali fattori: e in primo luogo l’inettitudine e la corruzione di una dirigenza politica che si è presentata come artefice d’un nuovo Rinascimento della Campania mentre ripeteva fino alla nausea l’antico rituale del “panem et circenses” ed i vecchi sperperi del denaro rapinato ai contribuenti del settore privato, compresa la vergognosa assunzione di 12.000 operatori ecologici nullafacenti (20 volte di più che nelle altre provincie) e di un numero assurdo di spazzini (25 volte di più che a Milano) quasi tutti fannulloni. Di quest’esercito di finti spazzini, ben 2400 sono pagati da 7 anni senza aver mai lavorato un solo giorno: e, per pagarli, a 2400 lavoratori del privato la burocrazia parassitaria ha dimezzato la già misera busta paga, senza che i cari sindacati di regime, complici della classe politico-burocratica sfruttatrice, dicessero mai una sola parola di protesta. Ma torniamo al tema demografico.

La pressione della sovrappopolazione è evidente, nel napoletano, ormai da decenni. Basterà ricordare che la popolazione di Napoli (ove il Vomero, oggi un quartiere urbano centrale, era luogo di villeggiatura estiva ancora agli inizi del ‘900) è quintuplicata in cent’anni, come quella del Terzo Mondo, e che tutto l’anello della Circumvesuviana è dagli anni ’50 un’ininterrotta sequenza di muri e case, come le più affollate contrade giapponesi.

E il carattere stesso della crisi odierna, come di quelle che l’hanno preceduta, proclama le sue radici demografiche. Non si tratta infatti di una crisi di rifiuti industriali, ma di rifiuti umani, cioè di cataste d’immondizie prodotte da una popolazione assurdamente addensata tra i monti e il mare. E i semplici numeri raccolti da una mia brava collaboratrice, Giovanna Mollace, ce lo confermano ampiamente. La provincia di Napoli, sede delle periodiche crisi periodicamente deplorate dalla popolazione e dalle dirigenze, ha una densità demografica di oltre 2.600 abitanti per kmq., cioè quasi 20 volte più alta della media nazionale, che già piazza l’Italia ai primi posti nella densità europea, a sua volta insuperata da quella d’ogni altro continente. La città di Napoli con i suoi dintorni, infine, supera la densità di 8.500 abitanti per kmq., che ne fa una seria concorrente di Gerusalemme ove, non a caso, gli umani si scannano da duemila anni in nome della misericordia giudaica, cristiana e islamica. Del resto, il fatto stesso che i rifiuti dovranno essere piazzati in altre regioni meno sovrappopolate (a partire dalla meno affollata, cioè la Sardegna) è un’ulteriore dimostrazione della componente demografica del problema.

Ma a questa cruciale componente della crisi ecologica, economica e sociale napoletana, che sembra anticipare il destino di un’umanità avviata a soffocare nei suoi rifiuti perché incapace di regolare la sua stessa proliferazione, nessuna autorità politica o religiosa partenopea (e tanto meno i guru della cosiddetta difesa ambientale) ha mai neppure accennato. Al contrario, tutte quelle autorità sono oggi impegnatissime a spalancare le porte all’immigrazione di massa e ad incentivare la prolificità dei napoletani. Quale prova migliore delle radici psicologiche, anzi psicopatologiche, del disastro ?

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giovedì 10 gennaio 2008

Ipertensione: il tè verde la combatte così.

http://flickr.com/photos/motograf/1071219987/
(Panorama) Longevità e salute dipendono da molti fattori, genetici, ambientali e dalle scelte fatte a tavola. Ma è soprattutto in tazze e bicchieri che bisogna cercare i rimedi per contrastare e prevenire malattie cardiache e i disturbi ad essi collegati. Il primo è l’ipertensione, la principale causa di ictus e attacchi cardiaci nel nostro Paese: secondo un rapporto Istat del marzo 2007, il 13,6% degli italiani soffre di ipertensione arteriosa.
Le proprietà antiossidanti e l’efficacia protettiva nei riguardi delle malattie cardiovascolari del tè verde, come del vino rosso e del cioccolato fondente, erano già state ipotizzate da un ampio studio condotto in Giappone su 45.000 persone. Oggi uno studio svolto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Padova, guidati da Gian Paolo Rossi e Spiridione Garbisa,
chiarisce per la prima volta i meccanismi dell’azione protettiva cardiovascolare del tè verde.
Il nostro corpo produce un peptide, l’angiotensina II, che è in grado di regolare la pressione arteriosa. Se prodotto in eccesso, come succede nel caso di restringimento delle arterie del rene, causa un aumento della pressione del sangue. Il tè verde riesce a normalizzare la funzione dell’endotelio, il rivestimento interno delle arterie, rimuovendo così dal circolo i radicali liberi dell’ossigeno che distruggono l’ossido nitrico (NO), un gas normalmente prodotto dall’endotelio sano, che contribuisce al buon funzionamento delle arterie.
I risultati ottenuti dai ricercatori padovani, pubblicati sulla rivista American Journal of Hypertension, costituiscono un progresso verso il trattamento non farmacologico dell’ipertensione. E ora gli stessi studiosi stanno testando gli effetti del tè verde anche sulla fibrosi del cuore e del rene.
E intanto uno studio danese, pubblicato sullo European Heart Journal, dopo un’approfondita analisi durata 20 anni sui comportamenti di 12.000 persone ha concluso che, in abbinamento a una costante attività fisica, il consumo di due bottiglie e mezzo di vino a settimana riduce il rischio di mortalità per malattie cardiache.

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venerdì 4 gennaio 2008

Obesità e dieta per uomini. Il girovita salva la vita.

Distribuito attorno ai fianchi. Pericoloso per arterie e cuore. Il massimo esperto mondiale di grasso maschile spiega come mettere a dieta il sesso forte.

(Paola Emilia Cicerone e Federico Mereta - L'Espresso) pericolo per gli uomini è lì, intorno al giro vita. Tramontato il Bmi, l'indice di peso corporeo che per anni è servito a segnare il confine tra qualche chilo di troppo e un rischioso soprappeso, il nuovo nemico dei maschi è l'obesità addominale. A confermarlo è un'autorità in materia come Jean Pierre Després, docente all'Università canadese di Laval e direttore delle ricerche in cardiologia del prestigioso Quebec Heart Institute. Che ha dedicato la vita a studiare i diversi tipi di tessuto adiposo, e gli effetti metabolici che questi possono generare. Per concludere che c'è grasso e grasso. E che la definizione di obesità deve essere drasticamente rivista, per tenere conto non solo del peso, ma anche della sua distribuzione.

Da diversi anni si era visto che il Bmi non è sufficiente a predire in modo efficiente il rischio cardiovascolare, e anche i tentativi di correlare il peso corporeo con la mortalità hanno riservato qualche sorpresa. Per Després la vera novità dell'ultimo decennio di ricerca è l'aver identificato l'obesità viscerale come il principale fattore di rischio. Anzi come una vera e propria malattia metabolica. Che colpisce soprattutto i maschi, portandosi dietro patologie cardiovascolari e diabete. "Gli uomini", spiega, "accumulano cellule adipose nell'addome, mentre la donna in età fertile tende a ingrassare in corrispondenza dei glutei e delle cosce. E a sviluppare grasso addominale solo con l'arrivo della menopausa"

. A fare la differenza infatti sono gli ormoni sessuali, e in particolare gli estrogeni, gli ormoni femminili, che hanno un effetto protettivo. Tanto che uno studio recente dell'Università di Rochester mostra che nei maschi l'esposizione a ftalati, composti chimici usati soprattutto negli imballaggi che hanno effetti sulla fertilità, è direttamente legata ad un aumento del grasso viscerale e del diabete, proprio perché altera la produzione di testosterone. "Ricerche condotte su individui che hanno cambiato sesso nel corso della vita mostrano che i maschi diventati donne, e quindi sottoposti a trattamento con estrogeni, tendono ad ingrassare su fianchi e cosce, mentre chi è in trattamento con testosterone per assumere caratteristiche sessuali maschili sviluppa grasso addominale", precisa il ricercatore. C'è anche chi ha ipotizzato che le cause possano essere genetiche: una ricerca pubblicata l'anno scorso sul 'Journal of the American Medical Association' mostra che individui di sesso femminile affetti da sindrome di Turner, che hanno quindi un unico cromosoma X anziché due, possono avere una distribuzione del grasso corporeo di tipo maschile: i ricercatori ipotizzano che il cromosoma X contenga alcuni geni destinati a proteggere l'individuo dal grasso addominale, geni che risulterebbero però disattivati quando tale cromosoma è ereditato dalla madre, come avviene normalmente per i maschi.

Qualunque sia l'origine, sono questi i chili di troppo che pesano sul cuore: secondo lo studio Interheart un'indagine su quasi 30 mila persone di entrambi i sessi pubblicata su 'The Lancet', la cosiddetta obesità addominale è sufficiente a raddoppiare il rischio di infarto. E un altro studio recente condotto in otto paesi europei Italia compresa, Euroaspire, evidenzia il collegamento tra grasso viscerale e rischio coronario. Dallo stesso studio emerge un dato allarmante: rilevazioni successive mostrano che persino chi è già in cura per un problema di cuore continua a ingrassare, con un aumento di peso di poco inferiore ai cinque chili rispetto ai controlli precedenti realizzati dalla stessa indagine.

"Quanto basta", chiarisce Després, "per ridefinire il concetto di obesità mettendo in primo piano la localizzazione del tessuto adiposo: che diventa davvero temibile quando si concentra nell'addome, non nello strato sottocutaneo, ma tra gli organi interni sotto forma di tessuto adiposo intraaddominale. Soprattutto se è associato ad altri fattori di rischio come l'ipertensione o alterazioni del metabolismo dei lipidi".

Il pericolo insomma non viene dal grasso sottocutaneo, e nemmeno dalle cosiddette maniglie dell'amore, difficili da eliminare ma tutto sommato innocue. Sembra confermarlo anche un curioso studio realizzato dall'Università di Osaka su un gruppo di lottatori di Sumo. Che mostra come questi individui, nonostante l'evidente obesità, abbiamo una percentuale relativamente bassa di grasso viscerale, e anche basso livello di colesterolo e trigliceridi. Per accertarlo, i ricercatori giapponesi hanno utilizzato la Tac. "E in teoria è proprio questo l'esame che occorrerebbe eseguire sempre per sapere se siamo davvero di fronte a grasso viscerale", spiega Després: "Ma ovviamente non è possibile pensare a questo test nella pratica di ogni giorno". È nata così l'idea di trovare un metodo per consentire anche ai medici di medicina generale di individuare la presenza di tessuto adiposo viscerale e quindi di valutarne i fattori di rischio. "Abbiamo scoperto, e i risultati sono in via di pubblicazione, che per sapere a cosa ci troviamo di fronte è sufficiente misurare il girovita e valutare il valore dei trigliceridi nel sangue", prosegue il ricercatore: "Quando il primo è superiore ai valori desiderati, ma il livello dei trigliceridi è normale, è probabile che il tessuto adiposo sia concentrato soprattutto a livello sottocutaneo. Se invece i trigliceridi sono oltre la norma, è il segnale che il tessuto adiposo si trova all'interno dell'addome. E in questo caso il dato deve essere considerato nel profilo di rischio cardiovascolare".

In futuro insomma il fattore di rischio da tenere presente non sarà tanto il peso corporeo, quanto il giro vita: per essere al sicuro bisogna rimanere sotto i 102 centimetri per gli uomini e gli 88 centimetri per le donne, anche se alcune società scientifiche impongono criteri più severi: per l'International Diabetes Federation i valori limite sono rispettivamente di 94 e 80. "In ogni caso si tratta di un controllo semplicissimo che i medici di famiglia si stanno abituando a fare", spiega Després. Lo studio Idea ( International Day for the Evaluation of Abdominal Obesity), da poco pubblicato su 'Circulation', ha coinvolto 168 mila persone in 63 paesi compresa l'Italia, e 6.425 medici. Che hanno avuto l'opportunità di "imparare" attraverso un brevissimo video come misurare in modo corretto la circonferenza addominale. Si è visto così che il 97 per cento dei pazienti accetta di buon grado questo controllo, in grado di offrire informazioni importanti. "Questo studio rappresenta un'ulteriore conferma", sottolinea il ricercatore: "Oltre ad avere meglio chiarito la relazione tra circonferenza addominale e indice di massa corporea da una parte, e malattie cardiovascolari e diabete dall'altra. Evidenziando una correlazione particolarmente spiccata tra le patologie e la circonferenza addominale, anche in persone che hanno un peso corporeo assolutamente nella norma".

Ma anche per far calare la pancia qualche sacrificio è inevitabile. Pur considerando che il grasso viscerale è il più facile da eliminare attraverso la dieta e l'esercizio fisico, proprio per quelle caratteristiche di instabilità che ne fanno un nemico temibile per le arterie. "Il medico però deve aiutare il paziente, offrendo un programma che prevede un approccio dietetico e attività fisica, con controlli scadenzati nel tempo", ricorda Després: "Abbiamo visto che l'approccio più efficace punta soprattutto a educare il paziente insegnandogli cosa mangiare e come muoversi regolarmente". Partendo proprio dalla relazione tra rischio cardiovascolare e obesità addominale, che deve essere il bersaglio sul quale concentrare gli sforzi. "Abbiamo condotto uno studio su centocinquanta maschi adulti, osservati mensilmente da un nutrizionista e da un esperto di attività fisica. Con un anno di trattamento abbiamo ottenuto un dimagrimento medio di sette chili, e soprattutto una riduzione della circonferenza addominale di otto centimetri. E questo senza utilizzare farmaci", spiega Després. Le terapie infatti entrano in gioco solo in una fase successiva, se le modifiche allo stile di vita risultano insufficienti: "Ma abbiamo visto che l'approccio da noi utilizzato può assicurare miglioramenti importanti sotto l'aspetto del rischio cardiovascolare". E non solo: basti pensare che normalmente più o meno un paziente su due con obesità addominale è in quella che oggi si definisce una condizione di prediabete, definita anche resistenza insulinica o intolleranza al glucosio. "Ebbene, i risultati del nostro studio mostrano che con l'approccio educazionale ed i controlli mensili l'intolleranza al glucosio cala del 50 per cento", conclude il ricercatore: "Senza contare che la perdita di tessuto adiposo intraaddominale fa aumentare il colesterolo Hdl, che ha un'azione protettiva sui vasi sanguigni, oltre a ridurre i trigliceridi nel sangue e la proteina C reattiva, un importante indicatore dello stato infiammatorio e quindi del rischio cardiovascolare".

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giovedì 20 dicembre 2007

Un orgasmo globale per la pace nel mondo. L'iniziativa è alla seconda edizione: l'appuntamento è per sabato 22 dicembre alle 7 del mattino.

I promotori: «Fare l'amore produce un'ondata positiva».

(Alessandro Grandesso - Il Corriere della Sera) Facciamo l'amore, non la guerra. Slogan tipico delle manifestazioni pacifiste e ormai motto dei militanti del "Global O". Ovvero, l’"Orgasmo globale" che può salvare il pianeta dai conflitti. Un'iniziativa giunta alla seconda edizione con tanto di tesi scientifica e portale virtuale di supporto.

SOLSTIZIO – L’appuntamento è fissato per sabato 22 dicembre, solstizio d’inverno, ovvero la giornata più corta dell'anno. Donna Sheehan e Paul Reffell, promotori dell'orgasmo planetario, invitano tutti a dare il proprio "contributo" alle 7,08, ora italiana, in nome della pace nel mondo.

PENSIERO – Non basta raggiungere l'orgasmo. Bisogna anche concentrarsi, pensare alla pace. Altrimenti si rischia il fallimento. Il "Global O" si basa su una teoria scientifica sviluppata da una comunità di scienziati, ingegneri e artisti di provenienza internazionale sotto l'egida dell'Università di Princeton, in New Jersey.

SCIENZA – Una piattaforma denominata "Global Consciousness Project" che raccoglie dati su ogni tipo di eventi dal 1998, esaminandone con metodologia scientifica le correlazioni su scala planetaria. Secondo il portale universitario, l'umanità condivide emozioni e intenzioni, contribuendo alla creazione di una coscienza globale. Coscienza che può modificare il campo energetico della terra con conseguenze sulla vita reale. Per rendere quindi la terra pacifica basta poco.

HITS – Basta fare l'amore pensando alla pace, provocando un'ondata di energia positiva, un movimento univoco di coscienza globale contro le guerre. Lo scorso anno, il sito "Global O" è stato cliccato più di 14 milioni di volte in poche settimane, attirando oltre un milione di visitatori: 214,806 il 22 dicembre. Quasi cinquemila da Madrid, poco più di quattromila da Bangkok e 3212 da Parigi. Si può fare di più, seguendo però i consigli del portale "Global O" che ricorda che «la sovrappopolazione della terra è fonte di ulteriori conflitti». Per cui, occhio.

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martedì 18 dicembre 2007

Cene, serate, aperitivi: il galateo per i party delle feste.


(Panorama) Dopo il ponte dell’8 dicembre, si entra di diritto nel vortice degli inviti natalizi. Periodo di feste, aperitivi a casa, cene aziendali e fra amici, al quale si può sopravvivere in due modi opposti: negarsi, sempre, oppure scivolare allegramente sull’onda e passare da una serata all’altra fino al 6 gennaio.

Nel caso apparteniate a questo secondo gruppo, sappiate che per invitare, ma anche per essere un perfetto ospite, ci sono da rispettare alcune semplici regole di etichetta. Che valgono anche per gli inviti più informali. Per chi invita, si inizia dalla lista: “Mai stilarla in modo troppo omogeneo, chiamando solo colleghi di lavoro o amici d’infanzia: si rischierebbe di parlare sempre delle stesse cose. Risultato, noia mortale”, ricorda Tiziana Rocca, Pr e organizzatrice di eventi. Per cui, via al mix: giovani e anziani, colleghi e amici della palestra o del corso di sommelier. Fatta la lista, devono partire gli inviti: quelli formali per posta ormai non si usano quasi più, per cui via libera a telefonate, e-mail o addirittura sms, concessi solo per una cena al volo con gli amici più cari. Facili e rapidi anche quelli online, su siti come Evite, Zoji o Yahoo! Upcoming. I nomi degli invitati sono visibili a tutti, e voi eviterete di sentire l’odiosa domanda, vietata dal galateo, ma gettonatissima: “Chi c’è, di altri?”.
Ma quanta gente si deve invitare per un party a casa? «Io mi baso sul 50%; su 50 invitati, verranno in 25. Preparate una lista principale e una secondaria dalla quale attingere altri nomi man mano che arrivano le defezioni. Ma tenete conto di quel 5-10% che potrebbe presentarsi senza confermare. Il cibo è importante, ma attenzione a non restare mai senza bevande: calcolate 4 o 5 bicchieri a testa e rifornitevi al meglio”, aggiunge Tiziana Rocca. E occhio allo spazio: “Ogni ospite ha bisogno di almeno 60 centimetri per cenare tranquillamente. Se non ci sono, meglio una cena in piedi o un buffet”, aggiunge Barbara Ronchi della Rocca, autrice di numerosi libri sul galateo. E non preoccupatevi della spesa: ci sono modi per fare un gran cenone anche con pochi euro.

Altro tema scottante: i bambini. Chi li ha, tende a imporli sempre e comunque. Chi appartiene alla schiera dei childfree, preferirebbe evitare pargoli altrui che si appendono ai festoni natalizi e saltano sui divani. “La cosa più semplice è dire chiaramente che è una festa per adulti, senza fare allusioni che potrebbero non essere colte”, sottolinea Barbara Ronchi della Rocca. Più possibilista Tiziana Rocca: “Per invitare anche i bimbi, basta attrezzarsi con un tavolo basso solo per loro, alcuni giochi e magari un animatore che li tenga buoni”. Come quelli che si trovano su Bambinopoli o Feste per bambini.

Ultima regola per i padroni di casa: armarsi di santa pazienza. Sottomettersi di buon grado al giro di telefonate qualche giorno prima dell’evento per sapere chi effettivamente verrà (per molti, rispondere agli inviti è un optional), fare buon viso di fronte ai ritardatari cronici (in ogni caso, a cena si aspetta per 30, 40 minuti al massimo e poi si inizia), e a chi si presenta con un paio di persone non invitate. Almeno quella sera, per non creare imbarazzi o tensioni: il giorno dopo, liberi di dirgliene quattro al telefono o di persona.


E’ vero che il peso maggiore di una serata ricade sulle spalle di chi organizza; ma se non volete finire nella lista nera di ogni padrona di casa, anche come ospiti ci sono delle regole da rispettare. Partendo dall’invito, al quale si risponde sempre, nei tempi indicati. Adeguandosi allo stile di chi lo ha fatto: una risposta rapida e informale a telefonate ed e-mail; possibilmente per iscritto se si riceve un cartoncino stampato. E niente bidoni dell’ultimo minuto. “A meno che non siate influenzati, acciaccati o di pessimo umore. In quel caso, non imponente la vostra presenza e i vostri musi lunghi agli altri”, ricorda Barbara Ronchi della Rocca. Alle feste e ancora di più alle cene, si arriva puntuali e rispettando il dress code indicato nell’invito.

Si lasciano a casa tutte le persone non espressamente menzionate e soprattutto non ci si presenta a mani vuote. “I fiori vanno bene per tutte le occasioni, ma solo se fatti consegnare nel pomeriggio o il giorno dopo. Altrimenti la padrona di casa dovrà perdere tempo a cercare un vaso mentre è ancora impegnata nei preparativi o a ricevere gli altri ospiti. Bene anche i libri illustrati, un Cd, cioccolatini extralusso. “Il vino è ammesso solo se l’etichetta è ottima e chiarendo che è per la cantina, così da non obbligare i padroni di casa a stapparlo”, spiega Nicola Santini, esperto di bon ton. I cibi homemade portati da casa, a meno che non siano stati espressamente richiesti, vanno evitati. Per quanto riguarda gli atteggiamenti da tenere, mai monopolizzare i padroni di casa o un solo invitato (se è particolarmente interessante, è lecito cercare di ottenere il numero di telefono per rivederlo) . No anche alle smancerie da coppia in luna di miele con il partner, o alle crisi di astinenza se in casa non si fuma (e non c’è neppure un balcone disponibile).

La regola aurea, però, è per il giorno dopo: “Ringraziate sempre per l’invito con una telefonata, una mail o un sms per gli amici più intimi. Niente offende chi ha organizzato una serata più del silenzio”, conclude Barbara Ronchi della Rocca.

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Pranzo di Natale & c.: Menù ottimi e "rispatmiosi".

(Tulife) Un Natale all’insegna delle ricette tradizionali ma anche del risparmio. Secondo l’Accademia Italiana della Cucina è possibile, anzi, doveroso. Per questo ha messo a disposizione - sul proprio sito web accademiaitalianacucina.it - una serie di consigli e ricette che cercano di conciliare gusto, rispetto della tradizione e necessità di contenere le spese. Soprattutto in vista di un Natale che si annuncia all’insegna di ulteriori aumenti delle materie prime e quindi anche di una inevitabile contrazione dei consumi.

A conti fatti, rispetto alle stime elaborate da Federconsumatori e Confesercenti, con qualche piccola attenzione che nulla toglie al piacere di stare a tavola, si riesce a risparmiare quasi la metà. Si riportano così le previsioni di spesa, per una famiglia di circa 6 persone, a 65 euro complessivi (contro i circa 110 - 150 euro stimati dalle associazioni dei consumatori) per la cena della vigilia e a circa 100 euro (contro i 150 - 190 euro) per quello di Capodanno.

“Il primo consiglio - spiega Giuseppe Dell’Osso, Presidente dell’Accademia Italiana della Cucina - consiste nell’attingere all’enorme bacino di ricette, cosiddette umili, della tradizione evitando in particolare tutto ciò che è moda e standardizzazione. Se per la cena di magro della vigilia tutti comprano le stesse cose - spigole, orate, scampi, gamberoni imperiali - non ci vuole molto a capire che il loro prezzo salirà alle stelle. E la qualità, pur di rispondere alla richiesta, non sempre resterà ai massimi livelli.

Basta quindi scegliere con maggiore originalità, puntando magari su un pesce ottimo come lo stoccafisso o gustoso come le acciughe, per evitare di favorire l’impennata dei prezzi”. La seconda parola d’ordine per questo Natale è lotta agli sprechi: “Pensate che in queste giornate in media si getta via - ed è davvero un peccato - il 20% di quello che si cucina. Oltre a ridurre i quantitativi di cibo è bene anche evitare di eccedere con quegli alimenti che si deteriorano facilmente”.

L’Accademia Italiana della Cucina ricorda una curiosa classifica che vede in testa - con circa il 30% del totale degli sprechi - alcuni antipasti (affettati, alici, sardine, insalata russa, paté), seguito - con il 23% del totale - dai dolci (panettone, pandoro, veneziana) e - per una quota pari al 22% - da alcuni contorni (insalata, patate al forno, lenticchie, spinaci). Seguono il pesce - con il 18% - e alcuni secondi di carne (zampone, arrosti vari) con il 17%. All’ultimo posto - quota pari al 10% - anche per la posizione privilegiata nel menu degli italiani, i primi (soprattutto i ravioli).

Il menu “tradizione e risparmio”, proposto dall’Accademia Italiana della Cucina, costa poco più di 10-12 euro a persona. Una cucina - deliziosamente povera - dove regna incontrastato il pesce azzurro, alimento che unisce al piacere del gusto un’elevata qualità nutrizionale. Negli ultimi anni si è registrato sulle tavole natalizie l’ingresso di pesci “nobili” e costosi che nulla hanno a che vedere con la tradizione. È il caso del salmone”. Per il Capodanno, invece, accanto a capisaldi della tradizione come l’anguilla marinata, i tortellini in brodo e il cappone, l’Accademia Italiana della Cucina consiglia un’insolita ma gustosissima lasagna vegetale in linea con l’obiettivo - che è anche una tendenza in corso - di recuperare la sana cucina dell’orto.

Completano il menu i classici cotechino e lenticchie - ma anche dei raffinati crostini di fegatini - e gli immancabili pandoro e panettone. Il tutto abbinato a vini rigorosamente IGT (”sono buoni e costano meno”) e spumanti nostrani (”senza inutili, e costosi, sconfinamenti all’estero”). Ed ecco che il menu di Capodanno assume, per un’intera famiglia, una dimensione più accettabile, senza tuttavia perdere di qualità e gusto: rimanendo fermi a una spesa di circa 17 euro a persona.
“La civiltà contadina nel nostro paese ha radici millenarie e da sempre l’orto vicino alla casa ha costituito una fonte di risorse alimentari - afferma Giuseppe Dell’Osso. Le erbe, i legumi, i bulbi, le radici, gli ortaggi da frutto, da fiore e da fusto coltivati negli orti, vere dispense a cielo aperto, continuano ancora oggi ad impreziosire, con le loro indispensabili caratteristiche molte preparazioni gastronomiche natalizie, costituendo anche una fonte non indifferente di risparmio.

Fonte: www.tiscali.it

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venerdì 14 dicembre 2007

Staminali adulte per curare le distrofia: uno studio italiano.

http://www.flickr.com/photos/adobemac/280279220/
(Panorama) Cellule staminali modificate potrebbero avere effetti benefici nella cura della distrofia muscolare. Lo ha accertato un piccolo studio fatto da scienziati dell’Università di Milano i cui risultati sono stati pubblicati negli Stati Uniti sul numero di dicembre di Cell Stem.

Lo studio è stato eseguito sui ratti ma, si sostiene nella rivista, accresce le speranze di trovare possibili trattamenti sull’uomo trattando pazienti con un tessuto preso dal loro stesso corpo. Il trattamento sui ratti ha mostrato che gli animali hanno acquistato maggiore tonicità muscolare.
Nell’esperimento sono state usate cellule staminali “adulte” tratte da muscoli affetti dalla cosiddetta distrofia di Duchenne. Queste cellule non sono embrionali perciò il loro utilizzo non comporta la distruzione di embrioni.
La distrofia di Duchenne è causata da un gene mutato che impedisce alle cellule di produrre una proteina cruciale. Immettendo nei pazienti tessuti propri dotati di cellule “adulte”, comprensive del gene originario, si dovrebbero reintegrare le funzionalità genetiche primarie. Sulle cavie l’esperimento ha funzionato.

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mercoledì 12 dicembre 2007

Grido d’allarme da Bali: salviamo le foreste, salviamo il mondo.

http://www.flickr.com/photos/nbabaian/306392243/in/photostream/
(Panorama) Perfino i pinguini al Polo Sud perdono la strada a causa dell’innalzamento delle temperature (più 2,5 °C in 50 anni), provocato dall’effetto serra. E’ quanto emerge dal rapporto, del Wwf, presentato durante la tredicesima conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Le emissioni dannose, però, potrebbero essere efficacemente assorbite dalle foreste: peccato che continuiamo a eliminarle a ritmi vertiginosi. Ora è giunto il momento dell’inversione di tendenza per la deforestazione selvaggia che affligge molte aree del mondo. La speranza è alimentata da uno studio (file pdf) realizzato dal Centro per la ricerca forestale internazionale (con sede centrale in Indonesia e uffici in Africa e America del Sud), e presentato a Bali. Esso riassume i risultati di più di un decennio di approfondite analisi delle cause politiche ed economiche all’origine della deforestazione su scala globale, sostenendo che esiste la possibilità di ridurre le emissioni di anidride carbonica attraverso incentivi finanziari che contrastino quelle cause, se i governi comprendono che esse sono troppo varie e articolate per essere affrontate in modo univoco in ambito politico. L’Indonesia, per esempio, vede sparire 1,9 milioni di ettari di foreste all’anno per l’incremento della domanda cinese di polpa di legno e di quella mondiale di olio di palma; per soddisfarle, viene ritagliato lo spazio necessario alle piantagioni adatte incendiando le torbiere (file pdf) e distruggendo le foreste pluviali, che vuol dire riversare nell’atmosfera 1,8 miliardi di tonnellate all’anno di gas serra. Diverse sono le dinamiche della deforestazione in altre parti del mondo; dal Sud America, dove il gran consumo di carne spinge a eliminare ogni anno 4,3 milioni di ettari per far posto ai terreni da pascolo, all’Africa subsahariana, dove la produzione di carbone e legna da ardere manda in fumo 4 milioni di ettari di foreste all’anno. Il rimedio sembra essere nel multimiliardario mercato globale delle quote di emissioni di anidride carbonica, che potrebbe considerare un buon investimento gli incentivi alle comunità locali per far loro preservare le foreste, anziché distruggerle. A condizione che gli stessi incentivi siano sufficienti ad opporsi alle logiche economiche nazionali che guidano la deforestazione, fornendo un’adeguata ricompensa per il servizio reso all’ambiente. E forse, si lascia intendere, alla possibilità di continuare a inquinare da parte dei Paesi più industrializzati, in grado di comprare così fuori dai loro confini la “ripulitura” dell’aria.

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