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giovedì 22 maggio 2008

Il Gaypride dell’Aquila celebrerà i matrimoni gay, lesbo, transessuali con confetti lilla.

Nessuna guerra dei confetti in casa Pelino. Il “marchio” è lo stesso, l’uso profondamente diverso, ma gli affari sono affari. Il Gay Pride dell’Aquila celebrerà i matrimoni gay, lesbo, transessuali ed etero friendly regalando per la prima volta pubblicamente dei confetti color lilla, realizzati dalla famosa azienda di Sulmona: la scorsa settimana, l’onorevole Paola Pelino (Pdl) (nella foto), sorella dell’amministratore della fabbrica, aveva regalato a Berlusconi dei confetti nelle operazioni di voto sulla fiducia parlamentare del governo. Stessa azienda, stessi confetti, colore diverso.
“Assolutamente sì: quelli che ho regalato al Cavaliere a Montecitorio erano di tutti i colori, ma non lilla”, ride divertita l’onorevole sulmonese, pensando anche alle polemiche tra associazioni gay e il ministro Carfagna sul Gay Pride. Il prossimo 1 giugno nel viale all’entrata principale del Castello Cinquecentesco all’Aquila si terranno i matrimoni lgbt, al centro di una festa nella quale sono coinvolti i Verdi Abruzzo, Arcigay “Consoli” e Arcilesbica “Amazzoni”. Nel maggio del 2006 l’onorevole trans Luxuria parlò apertamente di ostilità dell’on. Pelino nei sui confronti: “le ho espresso ammirazione per i tailleur anni ‘30 che indossa e la meravigliosa chioma da Re Leone che la renderà la prossima icona delle drag queen; non mi ha più rivolto il saluto”, aveva raccontato Luxuria. Ora l’azienda di famiglia regala confetti al Gay Pride. Il confetto si chiama “Gay Bride”, ossia sposa gay in inglese, ed è entrato in produzione due anni fa. Colore lilla, mix di mandorle di San Francisco, zucchero di canna del Brasile e vaniglia naturale dei Caraibi. Tra i Paesi che ne fanno più richiesta ci sono, non a caso, l’Inghilterra e la Spagna di Zapatero.
“Dividiamo i due momenti, quello politico da quello aziendale - spiega l’onorevole del Pdl - l’azienda non si pone il problema a chi vendere il prodotto, se c’è la domanda, da qualsiasi parte venga. Porto il massimo rispetto per ogni forma di libertà e diritto, però resto dell’idea che la famiglia è quella tradizionale ... L’azienda ricerca il profitto, la politica deve combattere le discriminazioni, ma poi sceglie, come ha bene spiegato il ministro Carfagna, se patrocinare o meno un Gay Pride”.

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martedì 20 maggio 2008

Film porno da McDonald's. Scene di sesso tra gli hamburgers. Arrestata la troupe.

(Notizie Tiscali) Scelgono come set per il loro film porno un ristorante della catena di Mcdonald's, e fin qui niente di strano; ciò che sorprende invece è che nel locale, al momento delle riprese, ci fossero dei clienti. La vicenda è accaduta nel gennaio scorso a Saitama in Giappone ma la notizia è stata diffusa solo ora.
Scene di sesso tra gli hamburger - Un cliente insospettito dagli strani movimenti e soprattutto da alcune scene tanto inusuali quanto inequivocabili, ha pensato di chiamare le forze dell'ordine e segnalare ciò che stava accadendo.
Gli attori finiscono in carcere - Così gli agenti intervenuti, hanno arrestato quattro persone: si tratta del regista, un'attrice e due attori non professionisti, che sono finiti in carcere con l'accusa di atti osceni in luogo pubblico e ostruzione di attività commerciale.

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mercoledì 23 gennaio 2008

Che c’è nel tuo panino? Te lo dice il food analyzer.

http://flickr.com/photos/parkerman/794824745/
(Panorama) Assomiglia ai fantascientifici tricorder di Star Trek. E presto potrebbe fare irruzione anche nella vita quotidiana di ognuno di noi. Soprattutto di chi è più attento (e ossessionato) dalla dieta e dalla qualità dell’alimentazione. Il colosso dell’elettronica olandese Philips ha brevettato uno dei primi prototipi di “personal food analyzer“. Ovvero un gadget, simile a un telefonino o a un lettore mp3, in grado di analizzare all’istante le componenti nutrizionali di cibi e bevande. E così, ovunque ci troviamo (a casa, al bar o al ristorante) potremo scoprire quali sono le sostanze contenute in un piatto, un sandwich o un cocktail.

A livello industriale il sistema di riconoscimento è già noto da tempo, soprattutto nella variante spettroscopica: opportunamente illuminati, i campioni di alimenti restituiscono una serie di lunghezze d’onda che vengono intercettate dai sensori e comparate con un i valori dei più comuni cibi e liquidi.
Per le dimensioni e i costi elevati, fino ad ora simili rilevatori sono stati appannaggio solo delle grandi aziende alimentari. Ma adesso, grazie a chip e sensori ottici sempre più economici e miniaturizzati, sono pronti ad arrivare anche nelle tasche dei semplici consumatori. Il che tornerà particolarmente utile non solo ai maniaci della nutrizione, ma anche a chi deve fare ogni giorno i conti con le intolleranze alimentari.

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martedì 8 gennaio 2008

Se non ti ammali sei contro il sistema. La medicina ufficiale e le industrie chimiche-farmaceutiche.

(Franco Libero Manco - La leva di Archimede) I medici, i ricercatori scientifici, i vivisettori, il personale ospedaliero, infermieristico, le industrie chimiche e farmaceutiche… Che cosa farebbe questo sconfinato esercito di persone se la gente non si ammalasse? Se la gente vivesse e si alimentasse in modo sano e naturale a che servirebbero i dottori e le medicine? Il modo migliore per consentire il perdurare di questa situazione di gente malaticcia e bisognosa di farmaci è fare in modo che mangi la carne, cibi raffinati, conservati, trattati ecc.. La salute non rende mentre la malattia da sostentamento ad un esercito sconfinato di addetti ai lavori. E’ vero, “la categoria dei medici e le industrie farmaceutiche esistono perché esiste la malattia” (come è altrettanto vero che la malattia esiste perché l’uomo vive male e si alimenta peggio) come è altrettanto vero che queste categorie non traggono alcun vantaggio da una popolazione in salute, se non quella di reclutare nuovi pazienti. Se la gente smettesse di mangiare animali e derivati si verificherebbe:

  • Chiusura di 10 milioni di farmacie, sovraccariche di farmaci inutili e la conseguente riduzione del 90% dei prodotti venduti.
  • Impoverimento e degrado sociale dei cento milioni di medici: molti di quali dovrebbero adattarsi a fare altri mestieri.
  • Un milione di fabbriche e piccole fabbriche di farmaci dovrebbero chiudere o cambiare attività e produrre altre cose.
  • 10 miliardi di animali detenuti dovrebbero essere liberati dalle catene dagli allevamenti e dalle gabbie dei mattatoi. Un milione di allevamenti e un milione di macelli dovrebbero chiudere i battenti.
  • Allevatori, macellai, commercianti di bestiame, operatori del grande settore carne e produzione casearia, pellami e concerie varie, industrie di smaltimento dei residui animali dovrebbero rassegnarsi ad una conversione delle loro attività.
  • Decine di istituti sanitari tipo FDA, WHO, OMS tornerebbero ad essere piccoli e modesti uffici di raccolta e distribuzione dati e non più santuari sanitari che impongono al mondo la loro egemonia.
  • Decine di migliaia di funzionari sanitari dovrebbero tornare a casa. Niente più fondi governativi multimiliardari per trucchi e buffonate gigantesche tipo Aids, Sars e simili. Niente più fiumi di denaro stanziati per una ricerca inutile, stupida e crudele.
Questo meccanismo infernale, in cui la popolazione ignara ne paga le conseguenze, con prezzi inimmaginabili in risorse umane, sofferenza e numero di morti, vuole che l’individuo continui a vivere (o sopravvivere) concedendosi tutte le deviazioni, i vizi e gli abusi che richiede la società opulenta; vuole che l’individuo non rinunci a nulla nell’illusione che la medicina può far vivere in salute anche violando le leggi naturali, che non rinunci a nessun piacere, che non capisca dov’è la causa delle sue disgrazie, che non abbia il senso critico e si fidi ciecamente di ciò che giornalmente propinano i mezzi di informazione televisivi al servizio delle grandi case farmaceutiche e consegni inerte e fiducioso nelle mani dei centri di potere politico ed economico delle multinazionali la propria salute e la propria vita, convinto che quel che dice la televisione torna a suo beneficio.Abbiamo idea di quale rivoluzione può portare il regime vegetariano con il quale è possibile ridurre del 90% gli infarti, del 97% gli ictus e del 34% dei cancri? Oltre, naturalmente, le altre molte patologie correlate al consumo di carne e derivati animali, quali ipertensione, obesità, diabete ecc. E’ chiaro che la filosofia dei vegetariani deve essere ostacolata e possibilmente denigrata avvisando la popolazione che i vegetariani rischiano carenze alimentari (mai riscontrate e mai denunciate dagli più accreditati istituti di ricerca e dagli scienziati non prezzolati). Che i vegetariani s’improvvisano conoscitori della “complicata” scienza della nutrizione mentre è necessario consultare e… pagare un nutrizionista la cui scienza dimostrerà che per stare bene in salute occorre mangiare di tutto, praticamente quello che fanno tutti, senza bisogno di pagare nessuno. Per milioni di anni la specie umana non ha avuto bisogno di nutrizionisti e di medicine, come tutte le altre specie dei viventi, ora ha bisogno dell’uno e dell’altro: sarà per questo che è così malaticcia?
Così vanno le cose.

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venerdì 4 gennaio 2008

Lessico alimentare, ecco i libri di buon gusto.

(Manuela Grassi - Panorama) Un venerdì sera, al bar di un grande albergo milanese, si incrociano una scrittrice, un gastronomo, un industriale-enologo, una bella ricca e sfaticata. Un po’ per celia, un po’ per non morir di noia al primo incontro, la narratrice golosa lancia l’idea di una eccezionale sfida culinaria, post Pranzo di Babette: organizzare per il martedì successivo, quindi in pochissimo tempo, una cena per dieci creando un menu memorabile, accompagnato da vini squisiti, messo in scena come un’opera d’arte. Un avvenimento effimero, consumato in poche ore, da ricordare in un libro. La cena delle meraviglie di Camilla Baresani e Allan Bay (la scrittrice e il gastronomo), appena pubblicato dalla Feltrinelli, narra le gesta di quell’epica serata, i cavalier, le schiumarole, gli amori, e alimenta un genere piuttosto nuovo in Italia: la narrativa gastronomica.

Baresani, autrice di romanzi come Sbadatamente ho fatto l’amore e originale critica di ristoranti sul Sole 24 ore, si schermisce: “Non pensavo a La cena delle meraviglie come a un libro di narrativa, ma come a un reportage raccontato, anche se ci sono diverse invenzioni”. Tra i commensali c’era Roberta Schira, gastronoma e autrice del romanzo culinario Piazza Gourmand (Ponte alle Grazie), che rivendica come il primo nel suo genere in Italia (sta già scrivendo il secondo), ma poi fa ammenda ricordando Casalinghitudine di Clara Sereni. “Il cibo è l’argomento più interdisciplinare che esista” sostiene la vulcanica Schira, che riconosce in Ruth Reichl, l’ex critica del New York Times, autrice di gustosissimi libri autobiografici, la sua maestra. “Parla di storia, economia, geografia, psicoanalisi. La gente inoltre adora sentir parlare di cibo perché difficilmente ne padroneggia il lessico pieno di sfumature”.
Nel mercato anglosassone la letteratura sul cibo è fiorente. Pur essendo stato fondato nel 1923 da un intellettuale ulceroso e inappetente, Harold Ross, il settimanale americano The New Yorker vanta alcune delle più prestigiose firme. In Secret Ingredients. The New Yorker book of food and drinks, il curatore David Remnick definisce gli autori presenti nell’antologia “scrittori per i quali il cibo e il vino sono fonte di piacere, nutrimento, metafora, arte del ritratto, avventura, comicità e narrativa”. Spiriti per i quali la gastronomia è una sfida, come lo era per l’inventore della gastrosofia Jean-Anthelme Brillat-Savarin, che così si rivolse ad Adamo ed Eva: “Primi genitori dell’umanità… voi che perdeste tutto per una mela, che cosa non avreste fatto per un tacchino al tartufo?”.
Sfide vissute ad alto tasso di maniacalità. Bill Buford, già redattore del New Yorker, ha scritto Calore (Fandango), best-seller negli Stati Uniti e in Gran Bretagna: racconto epico delle sue avventure come schiavo di cucina dello chef Mario Batali. Nelle ultime pagine Buford minaccia di indagare al di là delle Alpi e chiarire se è vero che la cucina francese non esisteva prima che Caterina de’ Medici portasse in Francia i suoi cuochi.
L’amore per i vigneti della California, e in particolare per il Pinot nero, ha ispirato a Rex Pickett il romanzo Sideways (Hacca edizioni), che è stato un film di grande successo. Due amici on the road nella Santa Ynez Valley: “Non mi considero un connoisseur” dice Pickett a Panorama. “Ho cominciato a frequentare le degustazioni di vino il sabato pomeriggio nel mio quartiere a Santa Monica. All’epoca ero solo e senza un soldo e quella era una delle mie poche attività sociali. Così il vino è diventato parte della mia vita”.
On the road è anche Il mio giro d’Italia (Tea) dello chef inglese Jamie Oliver, calato sulla Penisola in furgoncino, a caccia di ricette ed esperienze antropologiche: il volumetto è pieno di “riflessioni sulla porchetta” piuttosto che “sul minestrone”. Un naso da formaggio, Edward Trencom, è invece protagonista del romanzo Delitti e formaggi di Giles Milton (a gennaio da Ponte alle Grazie).
Dice Camilla: “Dagli anglosassoni abbiamo appreso che si può parlare di cibo. Ma ricordiamoci che La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene dell’italianissimo Pellegrino Artusi è uno dei libri più belli che ci siano anche dal punto di vista linguistico”.
Scritto a fine Ottocento, quando la cucina angloamericana non era certo rinomata: “È vero” dice Allan Bay, autore di libri come Cuochi si diventa (Feltrinelli) e direttore della collana Il lettore goloso (Ponte alle Grazie), che unisce rigore e amore del racconto. “Il mensile americano Gourmet è nato solo nel 1940, ma Dio mio se hanno corso. In Italia la situazione è diversa, gli italiani hanno raggiunto il numero di calorie quotidiane necessarie pro capite soltanto nel 1962. E quando si è poveri sul cibo non si scherza. Il pranzo di Babette da noi non sarebbe stato concepibile”. Ricordiamoci che i golosi danteschi sono battuti da una “piova/ etterna, maladetta, fredda e greve…”.
C’è voluto il lavoro di persone come Peppino Cantarelli o Gualtiero Marchesi per divulgare l’idea che il cibo è una scelta culturale. E la gastronomia una scienza, dice oggi il fondatore di Slow food Carlo Petrini. “I piatti devono essere proposti seguendo una logica che è nella tradizione dell’alta cucina. Dobbiamo pensare a una specie di scala ascensionale dei sapori, dei pesi” asserisce Bay nella Cena delle meraviglie.
Nel linguaggio del menu, significa, per citare solo alcune delle 14 voci, aprire con ostriche crude e al gorgonzola; ascendere con un timballo di tagliatelle con ragù di pesce e carciofi (una versione principesca con maccheroni viene descritta nel Gattopardo), culminare con un “pollo farcito di Mastro Martino (padre quattrocentesco di tutti i gastronomi italiani) con salsa di fichi, cuori e fegatini”. “Ho scelto piatti della grande tradizione borghese ormai dimenticata dai cuochi moderni perché richiede lunga preparazione” spiega Bay. E calma, pazienza, nonché molti aiuti in cucina. “Una cena da Wwf” chiosa. Camilla Baresani ha apprezzato ogni cosa, avrebbe perfino fatto il bis di timballo, ma era finito, come tutto il resto. Non restava che scrivere: “Era stata proprio una cena delle meraviglie, persino nel ricordo”.

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martedì 1 gennaio 2008

Da gelataio a grande chef di Londra.

Paolo Veronese oggi è il responsabile del ristorante della Royal society of medicine.

(Ugo Salvini - Il Piccolo) Ha iniziato come semplice commesso in una gelateria del centro di Trieste, preparando coni dai gusti più diversi per i bambini. Adesso è il responsabile del ristorante della Royal society of medicine di Londra e coordina una dozzina di cuochi, nell’ambito di uno dei più prestigiosi centri di conferenze scientifiche della capitale inglese, dove le sue proposte a base di «jota» sono oramai famose. Il tutto nel rapido svolgersi di pochi anni.
È questo il veloce cammino professionale di Paolo Veronese, triestino «doc», che a marzo compirà 33 anni, figlio di Giuliano Veronese, ancora oggi apprezzato sindacalista.
«Mi sono diplomato come dirigente di comunità all’istituto Deledda – spiega – ma ben presto ho capito che l’enogastronomia e non la gestione di gruppi e associazioni sarebbe stata la mia passione della vita».
«Sentita la vocazione - continua Veronese -, mi sono iscritto al corso organizzato dalla Scuola internazionale di cucina Etoile di Sottomarina, in provincia di Venezia, concludendo il percorso con la specializzazione nel settore del pesce e dei molluschi, che anche adesso mi è molto utile. Subito dopo – aggiunge – sono diventato aiuto cuoco in un ristorante del Villaggio del Pescatore».
Prima di spiccare il volo per l’estero, Paolo ha completato la sua esperienza in ristoranti di prestigio della provincia come l’Harry’s grill di piazza dell’Unità d’Italia e alla «Risorta» di Muggia, lavorando accanto a esperti cuochi e imparando i segreti del mestiere.
«Nel 2004 – riprende – partecipai a uno stage lontano da casa, dedicato ai prodotti dolciari, che si svolse alla pasticceria Morandin di Saint Vincent e, nello stesso anno, ottenni il primo incarico internazionale di rilievo, diventando chef de partie al ristorante Domina di Lubiana».
Nel 2005 il definitivo salto oltre la Manica, con l’incarico di «demie chef de partie» al Carlton tower hotel di Londra, punto di riferimento di notevole valenza internazionale. «Iniziai subito la mia attività, dedicandomi anche allo studio dell’inglese – racconta – indispensabile per poter salire ancora nella mia carriera e per agevolare i rapporti con la clientela e con i colleghi, anch’essi arrivati da varie parti del mondo».
Nel 2006 l’assegnazione di due medaglie d’oro al concorso internazionale di cucina della capitale inglese. Nuovamente una parentesi breve ma importante in Italia, sempre come demie chef of partie, al ristorante Bulgari di Milano.
«Dal gennaio di quest’anno – precisa Veronese – il ritorno a Londra, con l’incarico alla Royal society of medicine, uno dei più conosciuti centri di ricerca medica di tutta la Gran Bretagna. In quella sede – prosegue Paolo, in questi giorni a Trieste per salutare i genitori, come fa ogni anno durante il periodo delle festività natalizie, e per far conoscere la sua città alla bella fidanzata spagnola – si svolgono con grande frequenza incontri e meeting ad alto livello, ai quali partecipano medici e ricercatori che vengono a Londra da tutto il mondo. È importante perciò saper soddisfare tutte le esigenze e i gusti di persone che arrivano dai più disparati angoli del pianeta».
Paolo Veronese però, in questo suo rapido tragitto dai bar triestini ai più importanti ristoranti internazionali, non ha mai dimenticato le sue origini. Origini enogastronomiche, s’intende, che ha saputo esportare nel resto del mondo: «Sono riuscito - racconta - a proporre, e con successo, abbinamenti col pesce che in Inghilterra non erano certo abituali. Per la jota poi – conclude – ricevo sempre notevoli apprezzamenti, come per gli abbinamenti col vino, in un Paese dove, fino a pochi anni fa, la birra era l’indiscussa regina della tavola. Fondamentale è saper cogliere le esigenze di una clientela che arriva dai Paesi più lontani e diversi come cultura enogastronomica».

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sabato 22 dicembre 2007

Le dritte di Altroconsumo: la spesa per Natale senza bufale.

Italiani al supermercato | Ansa
(Panorama) Professionisti in cucina si nasce. O si diventa. Nei frenetici giorni di festa si rischia di prendere qualche granchio, se non si fa più che attenzione a cosa si infila nel carrello.

Pacchi e pacchetti luccicanti a volte nascondono prodotti di qualità non elevata, spesso a un prezzo più alto del necessario. Alcune dritte di Altroconsumo possono orientarvi nella scelta degli acquisti.
Salmone. Sbirciare dentro la busta trasparente non serve a capire se si tratta di una prelibatezza oppure no. Il colore del salmone infatti non è un indice di qualità, è una strategia di marketing per rendere più appetibile il prodotto. Il colore rosato, studiato per essere il più possibile vicino alle preferenze dei consumatori, è ottenuto alimentando i pesci con mangimi più o meno ricchi di carotenoidi. Quello che conta invece è la freschezza. La durata ottimale del salmone affumicato è di circa 3-4 settimane, non due mesi come previsto. In un nostro recente test su 12 marche diverse di salmone sono emersi problemi di igiene dovuti a tempi di conservazione troppo lunghi. Quindi guardate sempre la scadenza prima di comprare e consumate il pesce il prima possibile. Infine ricordate che solo il salmone selvaggio è pescato, tutti gli altri sono di allevamento e sono di qualità molto simile tra loro.
Panettone. La specialità meneghina, come altri prodotti dolciari, è disciplinata da un decreto dei ministeri delle Attività produttive e delle Politiche agricole e forestali. La legge prevede innanzitutto quali devono essere gli ingredienti, in che quantità minima e quali possono essere quelli eventualmente aggiunti. L’impasto del panettone, per esempio, deve contenere farina di frumento, zucchero, uova di gallina di categoria “A” (in quantità non inferiore al 4%), burro per almeno il 16%, uvetta e scorze di agrumi canditi in quantità non inferiore al 20% (possono anche non esserci, purché sia indicato), lievito naturale costituito da pasta acida (cioè da un pezzetto di impasto già lievitato), sale. Per verificare l’autenticità dell’impasto potete leggere l’etichetta del prodotto, vera e propria carta d’identità del nostro acquisto.
Spumanti. Gli spumanti sono classificati sia in base al tipo di uva utilizzata sia in base alla lavorazione. A volte sulle bottiglie si trovano alcune sigle misteriose, di cui invece è bene conoscere il significato al momento dell’acquisto. La dicitura V.S.Q. è l’acronimo di vino spumante di qualità, che viene attribuito ai vini con una lavorazione di almeno un mese. Si tratti in genere di vini aromatici, come Moscato, Malvasia e Brachetto. V.S.Q.P.R.D. sta invece per vino spumante di qualità prodotto in regione determinata, sigla di cui si possono fregiare le bottiglie che seguono un disciplinare di produzione stabilito per legge, cioè a denominazione di origine controllata (doc) o docg (denominazione di origine controllata e garantita).

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martedì 18 dicembre 2007

Pranzo di Natale & c.: Menù ottimi e "rispatmiosi".

(Tulife) Un Natale all’insegna delle ricette tradizionali ma anche del risparmio. Secondo l’Accademia Italiana della Cucina è possibile, anzi, doveroso. Per questo ha messo a disposizione - sul proprio sito web accademiaitalianacucina.it - una serie di consigli e ricette che cercano di conciliare gusto, rispetto della tradizione e necessità di contenere le spese. Soprattutto in vista di un Natale che si annuncia all’insegna di ulteriori aumenti delle materie prime e quindi anche di una inevitabile contrazione dei consumi.

A conti fatti, rispetto alle stime elaborate da Federconsumatori e Confesercenti, con qualche piccola attenzione che nulla toglie al piacere di stare a tavola, si riesce a risparmiare quasi la metà. Si riportano così le previsioni di spesa, per una famiglia di circa 6 persone, a 65 euro complessivi (contro i circa 110 - 150 euro stimati dalle associazioni dei consumatori) per la cena della vigilia e a circa 100 euro (contro i 150 - 190 euro) per quello di Capodanno.

“Il primo consiglio - spiega Giuseppe Dell’Osso, Presidente dell’Accademia Italiana della Cucina - consiste nell’attingere all’enorme bacino di ricette, cosiddette umili, della tradizione evitando in particolare tutto ciò che è moda e standardizzazione. Se per la cena di magro della vigilia tutti comprano le stesse cose - spigole, orate, scampi, gamberoni imperiali - non ci vuole molto a capire che il loro prezzo salirà alle stelle. E la qualità, pur di rispondere alla richiesta, non sempre resterà ai massimi livelli.

Basta quindi scegliere con maggiore originalità, puntando magari su un pesce ottimo come lo stoccafisso o gustoso come le acciughe, per evitare di favorire l’impennata dei prezzi”. La seconda parola d’ordine per questo Natale è lotta agli sprechi: “Pensate che in queste giornate in media si getta via - ed è davvero un peccato - il 20% di quello che si cucina. Oltre a ridurre i quantitativi di cibo è bene anche evitare di eccedere con quegli alimenti che si deteriorano facilmente”.

L’Accademia Italiana della Cucina ricorda una curiosa classifica che vede in testa - con circa il 30% del totale degli sprechi - alcuni antipasti (affettati, alici, sardine, insalata russa, paté), seguito - con il 23% del totale - dai dolci (panettone, pandoro, veneziana) e - per una quota pari al 22% - da alcuni contorni (insalata, patate al forno, lenticchie, spinaci). Seguono il pesce - con il 18% - e alcuni secondi di carne (zampone, arrosti vari) con il 17%. All’ultimo posto - quota pari al 10% - anche per la posizione privilegiata nel menu degli italiani, i primi (soprattutto i ravioli).

Il menu “tradizione e risparmio”, proposto dall’Accademia Italiana della Cucina, costa poco più di 10-12 euro a persona. Una cucina - deliziosamente povera - dove regna incontrastato il pesce azzurro, alimento che unisce al piacere del gusto un’elevata qualità nutrizionale. Negli ultimi anni si è registrato sulle tavole natalizie l’ingresso di pesci “nobili” e costosi che nulla hanno a che vedere con la tradizione. È il caso del salmone”. Per il Capodanno, invece, accanto a capisaldi della tradizione come l’anguilla marinata, i tortellini in brodo e il cappone, l’Accademia Italiana della Cucina consiglia un’insolita ma gustosissima lasagna vegetale in linea con l’obiettivo - che è anche una tendenza in corso - di recuperare la sana cucina dell’orto.

Completano il menu i classici cotechino e lenticchie - ma anche dei raffinati crostini di fegatini - e gli immancabili pandoro e panettone. Il tutto abbinato a vini rigorosamente IGT (”sono buoni e costano meno”) e spumanti nostrani (”senza inutili, e costosi, sconfinamenti all’estero”). Ed ecco che il menu di Capodanno assume, per un’intera famiglia, una dimensione più accettabile, senza tuttavia perdere di qualità e gusto: rimanendo fermi a una spesa di circa 17 euro a persona.
“La civiltà contadina nel nostro paese ha radici millenarie e da sempre l’orto vicino alla casa ha costituito una fonte di risorse alimentari - afferma Giuseppe Dell’Osso. Le erbe, i legumi, i bulbi, le radici, gli ortaggi da frutto, da fiore e da fusto coltivati negli orti, vere dispense a cielo aperto, continuano ancora oggi ad impreziosire, con le loro indispensabili caratteristiche molte preparazioni gastronomiche natalizie, costituendo anche una fonte non indifferente di risparmio.

Fonte: www.tiscali.it

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lunedì 17 dicembre 2007

La sindrome di down porta in tavola il sorriso alla Locanda dei girasoli.

(Panorama) A Roma, al quartiere Quadraro, ormai la conoscono tutti. La Locanda dei girasoli è tutta colorata, offre pizze e piatti della cucina laziale, toscana e siciliana. Un posto accogliente e quasi ci si dimentica del perché si è sentito parlare di questo ristorante nato nel 2000 dall’idea dei genitori di un ragazzo affetto da sindrome di Down.

Tra i tavoli, come soci della cooperativa sociale “I Girasoli” e insieme a sei colleghi, lavorano Claudio, Valerio, Viviana e Anna, che con le famiglie hanno deciso di provare a dimostrare che il loro posto è tra la gente, con professionalità e tanta voglia di fare. “Esperimento riuscito”, dice Antonio Anzidei, direttore della locanda, “qualche tempo fa abbiamo rischiato di chiudere, ma ora le cose vanno bene. Se la gente continuerà a darci fiducia, coinvolgeremo nel progetto altre famiglie”.

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Calorie "natalizie" fuori controllo: Rischi e rimedi.

(Tulife) Davanti ad una tavola imbandita siamo tutti più buoni e indulgenti, anche con noi stessi. E così, quando arriva il momento del cenone, ci si scatena sugli antipasti, poi sul primo. In pochi evitano il doppio secondo, i contorni e la consueta sfilata di dolci. Il totale di calorie è da capogiro.
Facciamo un po’ di conti. Un antipasto che comprende un misto di salumi (300 calorie per 100 grammi) e tartine con maionese (330 calorie per 100 grammi) vale ben 630 calore; mangiando due primi, come gli spaghetti ai frutti di mare e i tagliolini, si arriva a 900 calorie (500 gli spaghetti e 400 i tagliolini con parmigiano).
Una faraona con funghi, invece, conta 300 calorie per circa 150 grammi. Se si preferisce la faraona farcita allora l’apporto calorico raddoppia (560 calorie), mentre 200 grammi del più classico cotechino aggiungono al nostro pasto 545 calorie. E gli alcolici? Sono sempre a portata di mano sia sul tavolo dei giochi di carte natalizi sia su quello da pranzo. Un bicchierino di whisky vale 270-300 calorie mentre un calice di vino 120.

L’immancabile frutta secca poi è il vero colpo di grazia. Cento grammi di noci e nocciole apportano oltre 600-650 calorie (se si parla di datteri). Per non parlare delle specialità dolciarie regionali che ormai compaiono sulle tavole di tutta la Penisola: dal pandoro (540 calorie una fetta da 200 grammi) agli struffoli (500 calorie per cento grammi), dal babà (200 calorie per cento grammi) al panforte (408 calorie per cento grammi), passando per la cassata alla siciliana (il dolce meno calorico con 220 calorie) al panettone (668 calorie una fetta).
In una dieta regolare bisogna pensare ai grassi che non devono superare il 30 per cento. Per duemila calorie al giorno non devono esserci più 65 grammi di grasso. Per cui a Natale è molto facile superare il limite. Ci nutriamo di molta carne, latticini e carboidrati e assumiamo troppi grassi saturi, come burro e maionese, a discapito dei polinsaturi, contenuti nel pesce e nelle carni bianche.
Come muoversi dunque per arginare i danni? “Bisogna cercare di godersi i giorni di festa evitando però di mangiare fuori pasto”, spiega la dottoressa Debora Giannini. Passino la vigilia, Natale, Santo Stefano, la notte di Capodanno, il primo gennaio e la Befana, ma negli altri giorni sarebbe bene mantenere, in ogni caso, un’alimentazione qualitativamente controllata. “Ricordiamoci però che le malattie non vanno in vacanza ne conoscono feste – continua la Giannini – chi soffre di diabete, pressione alta, malattie cardiovascolari, lieve insufficienza renale, non può sottrarsi al conteggio di zuccheri, sale, grassi e proteine, perché rischia comunque problemi acuti. Se comunque si può indulgere con la pasta, almeno non lo si faccia con i dolci, mentre se gustiamo un alimento “saporito”, compensiamo con la scelta di uno insipido”.

Anche se la tradizione, infatti, impone panettone, pandoro, torrone, panettone, frutta secca, cioccolata, è consigliabile assumerli con moderazione. È consigliabile preferire il pesce alla carne, servire tanta frutta e verdura per incrementare l’apporto di minerali, vitamine e fibre che tendono, in parte, a sequestrare, i grassi in eccesso.
Bere molta acqua, spremute e limitare al massimo l’assunzione di alcolici. È bene però ricordarsi che Natale non è il periodo ideale per la dieta. Infatti, se è certo consigliabile limitare gli eccessi, è anche preferibile adottare un regime di dieta durante l’anno e non durante le festività. Del resto dicevano i romani “Semel in anno licet insanire” (Una volta ogni tanto eccedere è lecito).

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giovedì 13 dicembre 2007

Pesce all’happy hour: guida alle ostriche e al sushi da assaggio.


(Panorama) Happy hour, assaggi al bancone, cene in pescheria dopo aver scelto la preda del giorno. Fioriscono in tutta Italia locali alternativi dove è possibile degustare il pesce in modo diverso dal solito e senza sottoporsi necessariamente al rito di una cena a tre portate. A Milano gli amanti delle ostriche troveranno ciò che cercano da Ostriche e Vino, in viale Col di Lana. Si può cenare, certo, ma anche gustare un aperitivo con i pregiati molluschi e un bicchiere di prosecco o di Poilly Fumé. Il plus è la scelta: a seconda della stagione troverete infatti le classiche francesi come le fines e speciales de claire, le creuzes de bouzigues, una vasta scelta di bretoni e le rarissime tsarkaya. Ma anche le ottime irlandesi selvagge. Gli amanti del crudo si fermano anche alla Pescheria Claudio in via Ponte Vetero, che si trasforma in un fish bar per l’ora dell’happy hour. Oppure dalla Tana del Riccio, dove annesso al ristorante vero e proprio c’è un bistrot più informale dove degustare finger food ittico e sushi.

A Roma, piatto di frittini di pesce più drink per la formula aperitivo proposta a € 10 da Gusto al 28, in Piazza Augusto Imperatore. Sempre nella capitale, bar del pesce chic con mini creazioni servite in piattini singoli per Il Sanlorenzo, in Via dei Chiavari. Il menu degustazione è intorno a € 15 e si possono portare a casa le creazioni nei barattoli di vetro per valorizzare una cena con amici. Più popolare, ma sempre dedicato agli amanti del pesce appena pescato, Porto Maltese, in via di San Sebastianello, una delle prime e più importanti fish house romane. Tu compri il pesce scegliendolo dal bancone, loro lo cucinano. Più fresco di così… Qui altre pescherie-ristoranti della capitale.


A Genova, a pochi passi dal Porto Antico, l’happy hour di pesce è alla storica Pescheria Soziglia, nell’omonima piazza. Si degustano tartare di pescatrice o ricciola annaffiato da Pinot, Chardonnay o dalla bottiglia che gli stessi clienti portano per l’aperitivo. A Senigallia lo chef Moreno Cedroni propone il suo “susci”, scritto proprio così, all’italiana (e sulla cucina fusion nippo-italiana ha scritto anche un libro). Si trova da Anikò, un chiosco di delizie enogastronomiche dove si acquistano anche specialità di terra. Infine la Sardegna, patria del pesce fresco e di uno dei giovani chef più interessanti della nuova generazione, il trentenne Luigi Pomata. Nel suo locale, oltre alla cena placé, offre specialità fast da gustare al bancone e un piatto di crudi della casa a circa € 15.

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martedì 11 dicembre 2007

Natale in vista: ecco come fare un cenone (e un figurone) con 12 euro.

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/ma1974/343055936/]Ma1974[/url] by Flickr)[/i]
(Panorama) Per il pranzo di Natale e il cenone di Capodanno non si bada a spese. Nonostante la contrazione dei consumi, il Codacons ha ipotizzato che, per l’abbuffata di San Silvestro, ogni famiglia spenderà almeno 175 euro. Circa 30 euro in più dell’anno scorso, a causa dell’aumento dei prezzi nel settore alimentare. Eppure, secondo una ricerca dell’Accademia italiana della cucina, il 20 per cento delle bontà cucinate finiscono nella spazzatura (in particolare, il 30 per cento degli antipasti, il 23 dei dolci, tra cui panettone e pandoro, il 18 di arrosto e zampone e il 10 per cento dei primi, in particolare i ravioli).

Per questo la stessa Accademia ha pensato bene di offrire qualche consiglio salva spesa e salva menu.“Per prima cosa basterebbe attingere all’enorme bacino di ricette umili della tradizione evitando ciò che è moda e standardizzazione” spiega Giuseppe Dell’Osso, presidente dell’Accademia. “Se per la cena della vigilia tutti comprano spigole, orate, scampi e gamberoni imperiali, non ci vuole molto a capire che il loro prezzo salirà alle stelle, magari a scapito della qualità”. Eppure anche stoccafisso e acciughe sono pesci tipici della stagione e della tradizione. “In più, sono stati di recente riscoperti dai grandi chef e non hanno nulla da invidiare ai pesci nobili e costosi che, per altro, non hanno niente a vedere con la tradizione italiana, come salmone, astici e aragoste”.
Ecco perché si può fare un figurone anche spendendo poco. Una famiglia di 6 persone può cavarsela, per esempio, con poco più di 65 euro per la cena della vigilia e meno di 100 per il cenone di Capodanno. L’Accademia ha messo quindi online una serie di ricette che permettono di conciliare il rispetto della tradizione e la necessità di contenere le spese.
Gli spaghetti con molliche di pane e acciughe, per esempio, sono un classico omaggio alla migliore cucina molisana della Vigilia, lo stoccafisso con patate di quella pisana e il fritto vegetale di quella emiliana. Se si aggiungono la romana pasta con i ceci, le patate al forno, la tipica “insalata di rinforzo” napoletana, un pandoro, un vino bianco Igt e uno spumante, si mette su un menu da 12 euro a persona.
Per il cenone di Capodanno, invece, accanto ai capisaldi della tradizione, come l’anguilla marinata, i tortellini in brodo e il cappone, si possono proporre la lasagna vegetale, i classici cotechino e lenticchie, i crostini di fegatini, un vino, uno spumante e un panettone. Totale della spesa? Solo 17 euro a persona. E il menu è tutt’altro che povero.

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Gambero Rozzo: non conta l’etichetta, è una questione di forchetta.


(Panorama) “Meno le persone sanno come sono fatte le salsicce e le leggi e meglio dormono la notte”, disse Otto von Bismarck, e da questa saggia sentenza parte Carlo Cambi per raccontare l’Italia attraverso ristoranti e trattorie famosi per la loro cucina e non per il loro nome. Mangiare bene e non alla moda, e così, dietro ad ogni sosta e ad ogni portata, vengono raccontate tante storie di paesi, cuochi e avventori, che il giornalista autore (tra gli enogastronomi più autorevoli d’Italia) raccoglie in una guida dal titolo Il Gambero Rozzo - Guida alle osterie e trattorie d’Italia. Sottotitolo: “Più che una questione d’etichetta è una questione di forchetta”, parola di buongustaio, a cui non importa nulla del nome del locale e della cittadina: quello che fa la differenza è che cosa si mangia!

Tra le tante guide insolite che vi possono capitare fra le mani in libreria, questa, appena uscita per Newton Compton Editori, unisce al dilettevole (una storia da leggere alla scoperta dell’Italia che tutti ci invidiano) all’utile (dove fermarsi a mangiare e cosa ordinare). Le guide in realtà sono due perchè, oltre a quella dedicata ai luoghi c’è quella dedicata alle ricette: una sorta di compendio della cucina italiana, con oltre mille piatti dall’ovvio titolo: Le ricette e i vini del Gambero Rozzo. Se la guida è di piacevole lettura, ma di difficile utilizzo dato che ordina i ristoranti per comune, il ricettario, al contrario, ha l’andamento ordinato di un pantagruelico pranzo. E le ricette sono descritte in modo tanto rigoroso quanto appetitoso e trasmettono a pieno l’autentico piacere italiano della tavola.

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venerdì 7 dicembre 2007

Citta dei sapori: dal 5 al 9 dicembre al Villaggio Olimpico.

(06 blog) In questi giorni e fino al 9 dicembre si terrà la Mostra delle Identità Locali in Piazza Jan Palach (Villaggio Olimpico). Denominata “La città dei sapori” è stata inaugurata ieri e prevede assaggi di gastronomia culturale a cura dall’agenzia regionale ARSIAL con i prodotti tipici Laziali. Una manifestazione che vuole diffondere l’identità gastronomica italiana riscoprendo i prodotti locali.

L’evento sarà allestito in una tendostruttura avrà un contorno di mobili d’epoca e pannelli iconografici che raccontano il cibo nella storia evidenziando il patrimonio alimentare ed artigianale italiano. Tra una mozzarella di bufala e una fetta di prosciutto previsti anche eventi didattici sull’educazione alimentare, oltre alla presentazione di prodotti poco conosciuti, soprattutto dai giovani, ormai intrappolati nella morsa del precotto.

Un percorso in cui si evidenziano le piccole specialità locali di comuni per lo più sconosciuti che fanno fatica a difendersi dalle imitazioni a basso costo e che rivendicano l’autenticità e l’originalità del prodotto italiano.

Per avere un’idea degli eventi e delle strutture presenti durante la manifestazione potete scaricare la locandina e il programma della manifestazione.

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giovedì 6 dicembre 2007

2008 di brindisi interrotti. Sarà un Capodanno col coprifuoco alcolico.

Brindisi di Capodanno | Ansa
(Panorama) Brindisi frettolosi il prossimo Capodanno: nei locali pubblici si potrà infatti festeggiare l’arrivo del 2008 con spumante e champagne, ma soltanto fino alle 2 di notte. Dopo, per legge, i gestori dovranno interrompere la somministrazione di bevande alcoliche.

Lo prevede il decreto, poi convertito in legge (160/2007), che vieta la vendita di alcolici dopo le 02.00 a tutti i titolari e gestori di locali “ove si svolgono, con qualsiasi modalità e in qualsiasi orario, spettacoli o altre forme di intrattenimento, congiuntamente all’attività di vendita e di somministrazione di bevande alcoliche”.
Scettici sulle nuove disposizioni i proprietari dei locali che, come sottolinea un’indagine di Winenews, mettono in guardia dalle possibili infrazioni alle regole. ‘’Questa legge favorisce gli abusivi” afferma Giancarlo Bornigia, proprietario del Piper e del Gilda, storiche discoteche romane. “Il divieto di vendere alcolici interessa solo i locali e le discoteche che hanno le licenze, mentre alle feste private (in gran parte abusive) si continuerà a bere come prima. Per non parlare di bar, ambulanti e supermarket che possono vendere alcolici a tutte le ore. Di questo passo saremo costretti a chiudere e a lasciare a case il personale'’.
Maggiore attenzione nei controlli viene chiesta anche dai rappresentanti della filiera del vino, preoccupati della “nuova” moda che i ragazzi hanno intrapreso per aggirare i divieti: lasciare in macchina, o comunque fuori dal locale, le bottiglie di alcolici.'’Questa legge, nata sull’onda di particolari emozioni legate a fatti di cronaca” sostiene Ottavio Cagiano, direttore di Federvini “non è stata forse pensata con sufficiente attenzione. E poi il Capodanno è una giornata particolare: sarebbe quantomeno strano pensare di interrompere drasticamente i brindisi ad un’ora prestabilita'’.

Ecco perché è alto il rischio che la proibizione venga aggirata facilmente: ‘’Ipotizzo il fatto” aggiunge Cagiano “che le persone siano indotte ad ordinare prima delle due nuove consumazioni per timore di restare con il bicchiere vuoto'’.
Ovviamente le restrizioni valgono anche fuori dai locali, nel dopo-cenone: la legge dell’ottobre scorso prevede infatti multe salate per chi guida in stato di ebbrezza e, nei casi piú gravi, l’arresto: basta superare la soglia di 0,5 grammi di alcol per litro di sangue per rischiare un’ammenda da 500 a 2.000 euro. La legge impone anche di esporre all’entrata, all’interno e all’uscita dei locali le tabelle con le quantità, espresse in centimetri cubici, delle bevande alcoliche piú comuni che determinano il superamento del tasso alcolemico per la guida in stato di ebbrezza, pena la chiusura del locale da 7 a 30 giorni.
Perció molti gestori di ristoranti, discoteche, pub hanno già ordinato etilometri da piazzare nel proprio locale. Oltre alle casse di analcolici…

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martedì 4 dicembre 2007

Sesso e cioccolato aumentano potenzialità cerebrali.

(Reuters) - Goditi il cioccolato fondente, fai sesso in abbondanza e mangia affettati e pesce a colazione e le potenzialità del tuo cervello aumenteranno. A dirlo sono gli autori di un nuovo libro, lo psicologo cognitivo Terry Home e il biochimico Simon Wootton.

In "Teach Yourself: Training Your Brain" -- questo il titolo del volume -- viene spiegato che le scelte di vita sono cruciali per mantenersi in ottima forma mentale.

"Lo stile di vita può aumentare le potenzialità della mente", spiega Horne. "Quello che lo stile di vita fa è aiutare le condizioni chimiche del cervello", aggiunge in un'intervista a Reuters.

Gli autori smentiscono chi dice che dopo i 17 anni il declino delle abilità cognitive è inevitabile. Con attente scelte di vita "si possono creare capacità cognitive", dice Horne.

Gli autori offrono un'interessante lista di cosa da fare e da evitare, insistendo che le persone possono essere proattive nel tenere il cervello allenato. Molte di queste cose rispondono al buon senso.

"Lo stress è un male. Evitare cannabis e consumo eccessivo di alcolici". Evitare di guardare soap opera e "non mischiarsi a persone lamentose, piagnucolose e ciniche".

Il libro, che si basa su ricerche scientifiche da tutto il mondo, è pieno di consigli pratici: "Affettati e pesce vanno bene per colazione". "Il cioccolato fondente è ottimo perché contiene molti dei composti chimici presenti quando il cervello funziona bene".

Poi si concentrano sulle sei fasi sessuali dal momento delle fantasie fino alla conclusione: "In quattro delle sei fasi circolano gli stessi componenti che aiutano il pensiero".

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sabato 1 dicembre 2007

Storici. Addio a Reay Tannahill, studiosa della storia del cibo e del sesso.

(Adnkronos) - La storica, scrittrice e saggista inglese Reay Tannahill, diventata famosa con i libri di divulgazione ''Storia dei costumi sessuali'' e ''Storia del cibo'', bestseller internazionali entrambi tradotti in italiano da Rizzoli, e' morta a Londra all'eta' di 78 anni. La notizia della scomparsa e' stata diffusa dalla famiglia a funerali avvenuti. Laureata in storia ed economia all'Universita' di Glasgow, si e' successivamente specializzata in scienze sociali. Dopo aver lavorato per alcuni anni nel mondo dell'editoria, Tannahill dal 1962 e' tornata a dedicarsi interamente alla ricerca storica. Dopo quasi vent'anni di ricerche, nel 1980 pubblico' ''Storia dei costumi sessuali.

L'uomo, la donna, l'evoluzione della societa' di fronte al sesso'', in cui si proponeva di dimostrare come la sconcertante varieta' delle pratiche sessuali e delle idee e degli atteggiamenti che le varie civilta' hanno assunto nei confronti del sesso fosse un riflesso delle ideologie dominanti, ma anche come, parallelamente, la realta' del sesso avesse sempre contribuito in modo determinante a interferire nelle vicende storiche di ogni civilta'

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sabato 24 novembre 2007

A Pinerolo “Panettone in vetrina” per un weekend

(Gustoblog) Già da alcune settimane i prodotti tipici natalizi ci fanno l’occhiolino dai banchi del supermercato. Primo fra tutti il panettone, immancabile sulle tavole delle feste, che viene celebrato anche in un’apposita manifestazione.

Si tratta di “Panettone in vetrina” e si svolge il 24 e 25 novembre a Pinerolo (To) presso il foyer del Teatro Sociale di Piazza Vittorio Veneto. L’inaugurazione sabato alle 16, quando sarà presentato per l’occasione il libro “Il Panettone, Storia, leggende e segreti di un protagonista del Natale” di Stanislao Porzio, Guido Tommasi Editore; domenica, invece, incontro con i produttori e, soprattutto, degustazioni guidate con maestri del panettone provenienti da tutt’Italia.

Una curiosità ci viene comunicata da La Stampa: a Pinerolo, nel 1922, nacque la versione bassa del panettone con glassa di nocciole firmata Galup. L’ingresso è libero: fuor di metafora, si mangia a sbafo!

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venerdì 23 novembre 2007

Colletta alimentare: un giorno di spesa per un aiuto lungo un anno.

Volontari della Colletta Alimentare, fuori da un supermercato nell'edizione del 2006
(Guido Castellano - Panorama) Quando il signor Francesco, 69 anni, alle 9 di mattina del martedì e del giovedì apre le porte del Pozzo di San Nicola, nel quartiere industriale di Sestri Ponente alla periferia di Genova, c’è già una fila composta e silenziosa di persone che aspettano. Mamme, papà, anziani ed extracomunitari che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese trovano sugli ordinati scaffali di Francesco e dei 20 volontari che lavorano con lui tutto quello che serve in casa. Il suo è un supermercato un po’ speciale, però: non ci sono né casse né cassieri.
“Lo scorso anno abbiamo distribuito a più di 300 famiglie 11 tonnellate di cibo gratis” spiega il fondatore del centro, padre Modesto Paris, sacerdote agostiniano.
Quello di Genova Sestri è solo uno degli oltre 7 mila enti che quotidianamente offrono generi alimentari ai bisognosi. Tonnellate di cibo che ricevono dalla Fondazione nazionale Banco alimentare, associazione onlus che opera in Italia da 18 anni e che oggi sfama oltre 1,3 milioni di persone ogni giorno.
“Il miracolo nasce da un’idea geniale avuta nel 1989 da Danilo Fossati, presidente della Star, e monsignor Luigi Giussani, fondatore del movimento Comunione e liberazione” ricorda don Mauro Inzoli, presidente della Fondazione. Il Banco alimentare raccoglie nei suoi 20 magazzini distribuiti sul territorio nazionale le eccedenze alimentari di oltre 400 grandi aziende come Barilla e Ferrero. Prodotti con difetti (etichette e confezioni sbagliate) o prossimi alla scadenza che non potrebbero essere messi in commercio. “Arrivano anche tir dall’Unione Europea carichi di riso, latte, formaggi e scatolame: eccedenze produttive ridistribuite fra gli stati membri” prosegue don Inzoli. “In più ogni anno organizziamo quella che noi chiamiamo Colletta alimentare, che quest’anno è giunta alla 11ª edizione”.
Sabato 24 novembre, davanti a oltre 6.800 supermercati, 100 mila volontari del Banco distribuiranno all’ingresso sacchetti di plastica vuoti ai clienti, che poi ritireranno all’uscita, si spera pieni. In prima fila a riempire i sacchetti e caricare i camion anche testimonial come Marcello Lippi, allenatore della Nazionale di calcio che ha vinto i Mondiali in Germania, e il pilota di formula uno Giancarlo Fisichella. “Confidiamo nel senso di carità di chi va a fare la spesa e può permetterselo” aggiunge don Inzoli. “Lo scorso anno è andata bene. Abbiamo raccolto 8.422 tonnellate di generi alimentari, per un totale di 26,2 milioni di euro”.
Pasta, olio, tonno in scatola, zucchero, farina, sugo che tramite i volontari arrivano a famiglie e anziani, comunità per minorenni e ragazze madri, mense per i poveri, comunità di recupero per tossicodipendenti e malati di aids e case per disabili.
La locandina della Colletta del 2007. Questi i numeri del Banco Alimentare: 8.422 tonnellate di cibo sono state raccolte durante la Colletta alimentare 2006 per un valore di 26,2 milioni di euro. 65.976 tonnellate di cibo raccolte in totale nel 2006 dal Banco alimentare. 1,3 milioni di persone, in Italia, ogni giorno mangiano grazie al Banco. 7.122 enti ricevono e distribuiscono gli aiuti del Banco
Un progetto, quello gestito dall’intraprendente sacerdote, che ha le sue radici negli Stati Uniti. La prima food bank nasce a Phoenix in Arizona alla fine degli anni Sessanta con lo scopo di valorizzare socialmente le eccedenze alimentari attraverso la selezione, lo stoccaggio e la distribuzione a titolo gratuito alle strutture di assistenza. Oggi sono oltre 200 negli Usa e più di 150 i banchi in Europa, aderenti alla Fédération européenne des banques alimentaires.
Ma il Banco alimentare non è soltanto un servizio impersonale: “Si tratta di un’esperienza di vita, di amicizia e di condivisione” assicura don Inzoli. “Un’esperienza che è più forte della diversità di idee e che rende a tutti una convivenza più umana, dove a prevalere è l’essere, l’uomo”.

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Si mangia o si assume? Quando il gusto passa per una pasticca.

Il cibo goduria per eccellenza, simbolo di peccato dei sensi, il cioccolato, è diventato Chocopirina, un blister di pillole che fa il verso a un noto farmaco antipiretico. L’hanno inventato i creativi di Eurochocolate per evidenziare le proprietà antitrombotiche ed energetiche del flavanolo (sostanza del cioccolato) e, nel frattempo, arricchirlo di vitamine
(Panorama) I primi sono stati gli yogurt. Favoriscono le funzioni intestinali (come insegna una pubblicità) meglio di capsule di carbone e lassativi da chimica farmaceutica. Poi è stata la volta dell’acqua: priva di sodio, ricca di microelementi essenziali, ideale per fare tanta “plin plin”. Ma adesso le frontiere del cibo che fa bene si sono allargate a dismisura. Tanto da trasformare i piaceri della gola in appetitose medicine.

Lo yogurt è diventato nel frattempo una pomata. Non si spalma, si ingerisce, ma fa lo stesso effetto, liscia la pelle. Perché è un concentrato di antiossidanti che una storica marca ha fatto tirar fuori in due anni di ricerche a un team di nutrizionisti e dermatologi.
Stesso destino per i cereali: hanno appena inventato quelli al betaglucano, una sostanza tratta dall’avena che cattura i grassi in eccesso nell’organismo (in pratica, aiuta a ridurre il colesterolo). E persino pane e biscotti sono diventati “medicine buone”. Una nota marca di pasta ha creato un’intera linea di prodotti con l’aggiunta di tanti tipi di sostanze: probiotici che aiutano a ricostituire l’equilibrio della flora batterica per rinforzare le difese immunitarie, ingredienti attivi che riducono i livelli di colesterolo e trigliceridi ed evitano rischi al cuore, antiossidanti che contrastano l’azione dannosa dei radicali liberi in eccesso e rallentano l’invecchiamento cellulare.
Insomma, il limite tra un buon pasto e l’asettica assunzione di sostanze benefiche sta sbiadendo sempre di più. Fino all’assurdo. Il cibo goduria per eccellenza, simbolo di peccato dei sensi, il cioccolato, è diventato Chocopirina, un blister di pillole che fa il verso a un noto farmaco antipiretico. L’hanno inventato i creativi di Eurochocolate per evidenziare le proprietà antitrombotiche ed energetiche del flavanolo (sostanza del cioccolato) e, nel frattempo, arricchirlo di vitamine.
Insomma, dopo decenni di cibo spazzatura, e di farmaci e interventi chirurgici per riparare ai danni, si riscopre il connubio cibo-salute. E diventa una moda. Che, speriamo, non tralasci il gusto.

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