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venerdì 23 novembre 2007

Yvonne Buschbaum era ferma dal 2004 per un infortunio. Quando gli sportivi cambiano sesso.

L'astista tedesca si ritira per diventare uomo.

(Giulia Zonca - La Stampa) Un infortunio tanto lungo da cambiare una vita, o qualcosa di più. Yvonne Buschbaum si sceglierà un nome da uomo e farà una cura di ormoni per avere un altro sesso anche se il fatto che il suo non le andasse bene era già evidente.


Capello rasato da sempre, da che ha cominciato a frequentare i meeting, categoria salto con l’asta, però prima che Isinbayeva diventasse la padrona del mondo. Buschbaum ha esordito con un bronzo agli Europei di Budapest nel 1998, poi è tornata a competere tra gli junior e ha preso un oro e più su, fino all’argento degli Europei indoor nel 2002 e al suo personale, un 4,70 metri che la piazza al nono posto nel mondo. Si allenava per Atene e si è spaccata, stravolta. In realtà il problema era solo un tendine di Achille solo che non guariva mai e oggi la tedesca sa perché: «Ho vissuto come un uomo in un corpo da donna, non potevo stare bene. Ogni anno nascosta ha causato tensioni e alla fine mi sono bloccata».

Tiene un diario su internet, meticoloso e aggiornato, anche in tutti questi mesi passati dal fisioterapista. Ieri ha aperto con un pensiero di Coelho e chiuso con una confessione: «Smetto, farò una cura di ormoni. So che essere un transessuale è una scelta di confine. Chiedo solo rispetto». Una lunga pagina per spiegare che non intende restare nel mondo dello sport «troppo piccolo» e che considera le sue medaglie «biologicamente corrette, non mi sono mai dopata». Non sceglie di continuare una strada già decisa da altri, come è successo a Heidi Krieger, pesista che oggi si chiama Andreas. Drogato dallo Stato, si è visto con i baffi e ha capito che quel danno era in realtà una liberazione. Non è tornato indietro.

Buschbaum invece ci ha pensato tre anni, quanto è bastato per capire che maschilizzarsi non era sufficiente. Il Cio ha deciso nel 2004 che i transessuali possono competere alle Olimpiadi: devono fermarsi dopo l’operazione, portare una documentazione che attesti una completa trasformazione e rispettare le regole antidoping. Pechino è dietro l’angolo e l’astista non ci potrà andare, il che non la turba. Si sente un ex, una persona che parla di medaglie biologiche, non ci è troppo attaccata e i 4,70 ormai sono la misura d’accesso già tra le donne, tra gli uomini valgono poco. Non gliene importa nulla, «mi interessa una realtà più grande».

In questo è un caso unico, chi l’ha preceduta ha lottato per esserci anche dopo aver cancellato il passato. Renée Richards, nata Dick Raskind, nel 1976 si è iscritta a un torneo di tennis per dilettanti, aveva più di 40 anni e tirava troppo forte per le signore del circolo. Ha confessato, l’anno dopo si è iscritta agli Us Open ed è finita in tribunale, ha vinto e ha scritto una biografia stravenduta in cui strilla diritti ed evita rivoluzioni. È contraria alla decisione del Cio: «I trans non devono andare ai Giochi, io volevo fare gli Us Open contro ragazze che avevano 20 anni meno di me. Non avevo possibilità, era un principio».

Kristen Worley però si sta preparando proprio per smentirla. Tre anni fa era un uomo, oggi pedala per qualificarsi tra le donne, sarebbe il primo atleta ufficialmente transessuale a competere. Hermann Ratchet si è iscritto con il nome Dora alle Olimpiadi del 1936, quarto nel salto in alto e squalificato due anni dopo, in un periodo cui rischiava molto di più. La brasiliana Edinanci Silva si è classificata settima nel judo femminile ai Giochi del 1996, il suo caso non è mai stato chiarito: è arrivata alla pubertà con entrambi gli organi sessuali ed è stata costretta a operarsi. Storie al limite che non interessano a Yvonne Buschbaum: «È già complicato così. Io voglio essere un uomo, non uno strano atleta da studiare».

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