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venerdì 8 agosto 2008

Notte di sesso sfrenato e troppo rumoroso con testiera del letto che sbatte contro la parete. Finiscono in tribunale.

(Ansa) Kerry Norris, 29 anni, e il fidanzato Adam Hinton sono stati trascinati in tribunale per aver dato vita a ripetute sessioni di sesso sfrenato - con tanto di grida sconce - ed aver così impedito ai vicini di dormire sonni tranquilli.

Gli esercizi d'amore della coppia, ha detto il pm Len Baten al tribunale di Brighton e Hove, tenevano svegli i vicini di casa sino alle sei del mattino - con la classica testiera del letto che sbatte contro la parete.

"Il loro letto - ha raccontato Richard Powell, 36 anni - martella il muro quando fanno sesso e mi tiene sveglio tutta la notte: ho dovuto prendere dei giorni di ferie a causa della mancanza di sonno". Ancora peggio è andata a Michelle Tyrrel, madre di tre bambini. "Fanno talmente tanto rumore - ha detto - che mia figlia di 4 anni non riesce a prendere sonno. Una mattina poi mi ha chiesto: 'mamma, cosa significa sco....?'. Ora fa la pipì a letto e ha gli incubi".

Ma l'avvocato della Norris, Tony Waller, ha respinto tutte le accuse e ha detto che il rumore resta nella norma. Secondo Waller la sua cliente sta pagando per la confusione fatta dagli inquilini precedenti. Il processo continua.

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Un giudice russo assolve le molestie sessuali: Sono utili alla sopravvivenza della specie.

(Pinkblog) Questa è incredibile. Tanto da rasentare il ridicolo. Eppure è successa: in Russia un giudice ha assolto un uomo che era stato trascinato in tribunale da una sua dipendente che lo accusava di molestie sessuali sul luogo di lavoro. E fin qui niente di nuovo; accade ancora purtroppo.Sono le motivazioni alla base della sentenza a suscitare sdegno. Infatti non si tratta di mancanza di prove o qualcosa del genere. Il fatto è stato accertato e confermato ma esso non costituisce reato.

Le molestie sessuali sul luogo di lavoro non possono essere condannate perchè sono utili a garantire la sopravvivenza della razza umana

Avete letto bene. Non si può condannare lo quallido personaggio in questione, non perchè non abbia commesso il fatto, ma perchè il fatto in sè stesso non costituisce reato. Anzi, quasi quasi è da premiare, perchè contribuisce alla riproduzione della razza umana. Un benefattore insomma. Tra l’altro anche un benefattore gentiluomo: non è che sia saltato addosso alla donna intimandole di accoppiarsi selvaggiamente tra fascicoli e stampanti. Le avrebbe gentilmente fatto presente il suo desiderio di avere un rapporto sessuale completo con lei.

Ora, la verità certamente noi non la possiamo sapere. Magari Mister x si è semplicemente fatto avanti con la sua impiegata eccedendo forse in dettagli, o magari ha decisamente approfittato della situazione di vicinanza data dal lavorare insieme e specialmente dalla sua posizione di superiorità in quanto capo. Non lo sapremo mai. Ciò che invece è certo è che secondo questo togato dobbiamo tutti ringraziare le avances, non importa fatte da chi, come dove e quando. Senza l’intraprendenza del genere maschile saremmo tutti estinti da un pezzo…

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lunedì 28 luglio 2008

Negato affido condiviso a padre omofobo, Arcigay esulta.

"Tribunale Minori Catanzaro rende giustizia a nostra dignità".
(Apcom) Il Tribunale dei Minori di Catanzaro, con sentenza del 27 maggio 2008, pubblicata in questi giorni, ha negato ad un padre l'affido condiviso del figlio, in quanto ritenuto immaturo e pervaso da sentimenti discriminatori e di forte pregiudizio nei confronti delle persone omosessuali. Lo rende noto Aurelio Mancuso, presidente dell'Arcigay, spiegando che "la sentenza di Catanzaro si ascrive ad una dottrina giurisprudenziale italiana che sta letteralmente rendendo giustizia alla dignità delle persone omosessuali: dichiarare che è diseducativo per i bambini che i genitori possano trasmettere disvalori come l'omofobia e la discriminazione, si prefigura come una ennesima supplenza rispetto alla politica che in questo paese è colpevolmente assente".

Nella sentenza del Tribunale dei Minori si legge che "quanto alla seconda categoria di soggetti banditi ('le persone omosessuali') la dichiarazione non può che destare serie preoccupazioni poiché reca con sé una forte valenza discriminatoria ed offensiva. Trattasi, sicuramente, di una condotta che dovrebbe essere estranea al genitore, il quale deve educare il figlio verso la tolleranza, la cultura della diversità e l'avversione verso ogni forma di odio razziale, motivo di censura non solo nelle sedi civili ma anche penali. Proprio di recente, peraltro, la giurisprudenza di merito, dinnanzi ad atteggiamenti del genere, da parte di uno dei genitori, ha 'bocciato' l'affido condiviso. Il Tribunale di Napoli, con provvedimento del 28 giugno 2006, in particolare, ha confermato l'affidamento in via esclusiva di un minore alla moglie, a fronte della radicale, quanto ingiustificata negazione della idoneità genitoriale di quest'ultima da parte del marito, il quale l'aveva infondatamente accusata di aver avuto rapporti omosessuali, con atteggiamento fortemente diseducativo per il minore. Meraviglia, invero, che la relazione dei servizi sociali non abbia tenuto conto dei diversi indici sin qui segnalati - conclude il Tribunale - oltre ai fatti storici pacifici agli atti, rivelandosi essere, così, un documento da cui dover prendere le distanze".

Per Mancuso "la sentenza interviene su tre livelli in modo formidabile: quello dello sganciamento da equiparazioni inaccettabili tra omosessualità, ricostruita come assolutamente normale, e comportamenti invece irregolari(tossicodipendenze); quello del ruolo della famiglia rispetto all'impegno, verso i figli, ad un'educazione improntata all'affermazione della dignità delle persone e dei loro orientamenti sessuali; e quello del ruolo dei servizi sociali nel garantire, nei differenti contesti sociali, il rispetto della realizzazione identitaria delle persone e che nel caso specifico - conclude Mancuso - viene meno per inadeguatezza dei servizi sociali coinvolti".

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Quindici coppie gay presenteranno ricorsi ai tribunali per sposarsi.

Contro no a pubblicazioni da parte rispettivi Comuni.
(Apcom) Una quindicina di coppie lesbiche e gay italiane sta depositando nei tribunali italiani ordinari di competenza i ricorsi contro il diniego alle pubblicazioni di matrimonio opposti loro da parte degli ufficiali di Stato civile dei vari Comuni. L'obiettivo dichiarato è quello di vedersi riconosciuto da un giudice il diritto a contrarre matrimonio "secondo i principi di uguaglianza e di non discriminazione, garantiti dalla legge". E' quanto ribadisce in una nota Sergio Rovasio, segretario dell'associazione radicale Certi Diritti, dopo la notizia diffusa da Il Gazzettino che le Assicurazioni Generali hanno risarcito un cittadino omosessuale italiano, rimasto "vedovo" del suo compagno ottantenne francese, morto a causa di un incidente d'auto.

"Le nostre assicurazioni sono più serie e affidabili dei politici italiani", dice Rovasio precisando che l'associazione proseguirà "ancora più forza nella sua azione di affermazione civile". "Non si tratta né di disobbedienza civile, né di un'azione avventata mirata a fare clamore, bensì di una battaglia per la civiltà dove - dice riferendosi ai ricorsi in tribunale da parte delle coppie omosessuali che vogliono sposarsi - proprio perché i politici non sono in grado di rispondere ai nostri bisogni e alle nostre istanze, garantendo l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, i cittadini omosessuali sono chiamati in causa per rivendicare i loro diritti fondamentali come individui".

Rovasio denuncia infine una politica che considera "inesistente" la tutela giuridica delle formazioni sociali diverse da un'unione eterosessuale, anche se ormai si tratta di una tutela "voluta dall'intera società civile. Tuttavia, decine di migliaia di coppie lesbiche e gay ne stanno facendo le spese senza che i nostri politici muovano un dito per assicurare loro diritti considerati basilari in gran parte dei paesi dell'Unione Europea".

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giovedì 24 luglio 2008

Cambia sesso ma non dovrà rompere con la moglie. Lo ha deciso il tribunale.

(Adnkronos/Dpa) Un cittadino tedesco che ha cambiato sesso diventando donna non sara' costretto a rompere il matrimonio con la moglie, ha stabilito oggi la corte costituzionale di Karlsruhe. Il ricorrente, 79 anni, ha chiesto il riconoscimento legale del suo nuovo sesso ma allo stesso tempo si era rivolto alla Suprema Corte contro la legge che di fatto avrebbe provocato lo scioglimento del suo matrimonio. Ai giudici ha spiegato di sentirsi donna da molti anni, ma di non voler rompere il matrimonio con la moglie che e' durato 56 anni e gli ha dato tre figli. La corte ha stabilito che non e' giusto obbligare allo scioglimento del matrimonio, che e' protetto dalla costituzione, per poter avere altri diritti legali. Per questo motivo il parlamento dovra' cambiare l'attuale legislazione entro l'agosto 2009, permettendo la conversione del matrimonio in una unione fra persone dello stesso sesso. I giudici hanno sottolineato che tutti i diritti acquisiti durante gli anni di matrimonio dovranno essere mantenuti.

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mercoledì 23 luglio 2008

Minori. Affido condiviso a coppia con padre gay. Sentenza storica a Bologna.

(Persona e danno) “Il semplice fatto che uno dei genitori sia omosessuale non giustifica – e non consente di motivare – la scelta restrittiva dell’affidamento esclusivo”. Con queste parole il tribunale di Bologna ha disposto l’affidamento condiviso di una bambina ad entrambi i genitori, uno dei quali, il padre, dopo anni di matrimonio aveva compreso e coraggiosamente affrontato la propria reale identità sessuale.
Da controparte, per la verità, solo generiche affermazioni circa la presunta inadeguatezza e disinteresse del padre nei confronti della figlia, tese, invero, a mascherare una non troppo velata diffidenza, un non troppo celato pregiudizio.

Altre e di ben altro tenore sono, tuttavia, le valutazioni che il giudice è chiamato a compiere onde, eventualmente, derogare alla regola generale sancita dall’art. 155 c.c. e disporre l’affidamento monogenitoriale della prole.
La contrarietà all’interesse del minore non può certo ritenersi insita nella identità omosessuale del genitore, così come non può esserlo nelle “opzioni politiche, culturali, religiose, che pure sono di per sé irrilevanti ai fini dell’affidamento” (Trib. Napoli 28.06.2006, GM, 2007, 178), poiché “l’omosessualità, infatti, e beninteso, è una condizione personale, e non certo una patologia, così come le condotte – relazioni omosessuali non presentano, di per sé, alcun fattore di rischio o di disvalore giuridico, rispetto a quelle eterosessuali” (idem).
Il tribunale partenopeo, alle cui argomentazioni si è richiamato anche il giudice bolognese nel decreto che pubblichiamo, compie affermazioni la cui importanza non può passare inosservata, poiché, tra le altre cose, invita gli operatori del diritto a mettere da parte “stereotipi pseudoculturali, espressione di moralismo e non di principi etici condivisi” badando solo ed esclusivamente, nel decidere dell’affidamento di un minore, all’interesse di quest’ultimo.

E’ quanto ha fatto il tribunale emiliano, ritenendo nel caso concreto che entrambi i genitori fossero idonei a svolgere il loro ruolo, pur invitandoli ad affrontare insieme il delicato momento della presentazione alla figlia dell’identità sessuale paterna.
Ma il giudice bolognese ha compiuto un ulteriore passo, autorizzando nel medesimo decreto il padre a condurre con sé la bambina in vacanza, in una località osteggiata dalla madre in quanto, a suo dire, frequentata esclusivamente da gay e, quindi, pericolosa per l’equilibrio della minore che avrebbe potuto assistere a scene “non adeguate” (sic!). Quasi a dire che la condizione di omosessualità possa far perdere all’individuo qualsiasi freno inibitore, qualsiasi remora a compiere gesti ambigui e “perversi” e, addirittura, in presenza dei figli.
Bene, questo tipo di pregiudizi e mediocri moralismi non devono trovare spazio in tribunale, ove l’idoneità del genitore in rapporto alla tutela dell’interesse dei figli è l’unica questione da affrontare nel decidere dell’affidamento e della frequentazione.
Il padre gay, quindi, salvo non dimostri di essere persona per altre ragioni inadeguata - non diversamente che un eterosessuale - è non solo genitore meritevole di ottenere l’affidamento condiviso della propria figlia, ma è perfettamente in grado di “rispettare le esigenze e i diritti della figlia, di condurla in ambienti e di garantirle orari e stili di vita adeguati alla sua età” e di “assumere pienamente la responsabilità genitoriale, compito cui è chiamato alla pari della madre”. Il rispetto di tali esigenze è il solo obiettivo del giudizio di idoneità genitoriale, ed esso riguarda tutti i genitori, omo o etero-sessuali che essi siano, in qualunque posto si trovino a vivere e a trascorrere le vacanze.
Il decreto del tribunale di Bologna presenta i tratti di una tappa rispettosa e discreta ma inesorabile nel segno del progresso della società.
Per quanto riguarda l’ affermazione della “neutralità e naturalità” della condizione omosessuale possiamo forse dire che il diritto, o per meglio dire, la giurisprudenza si mostra anticipatrice ed in vantaggio rispetto ad una società tuttora ancorata a (falsi) moralismi e (vera) insincerità, che si focalizza sul “diverso” per distogliere la mente dal “reale”. In ciò appoggiata, sia concesso, da una Chiesa talvolta invadente e che spesso dimentica il proprio stesso insegnamento, per cui la natura umana altro non è che il riflesso di quella “divina”, da cui è creata a propria immagine e somiglianza.

Tornando alla “terra”, si segnalano le pronunce della Corte di Appello di Brescia 5.06.07 e della Cassazione 25.7.07, n. 16417, la prima che nega che il tradimento omosessuale del coniuge sia dotato di una lesività e offensività intrinseca tale da giustificare di per sé oltre all’addebito della separazione anche il risarcimento del danno alla moglie tradita, la seconda che definisce (finalmente) l’omosessualità come “condizione dell’uomo degna di tutela in conformità ai precetti costituzionali” e manifestazione del “diritto alla realizzazione della propria personalità”. Come fa ben sperare anche il decreto del tribunale di Bologna, la strada è aperta, bisogna solo avere le scarpe giuste per percorrerla.
E, se “soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità” (P. Neruda, Ode alla vita), possiamo credere che la felicità del padre “protagonista” del provvedimento in commento sarà davvero grande, come pure quella di tutti gli omosessuali (e “diversi” in genere, si passi il brutto termine) che della pazienza, ogni giorno, fanno la loro fedele compagna.

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Isola Lesbo perde causa contro gay.

Residenti offesi: "Usano nostro nome".
(TGCom) Nessun danno d'immagine e morale per gli abitanti di Lesbo, un piccola isola greca dell'Egeo. I residenti avevano fatto causa ad una comunità di gay femminile perché avrebbe monopolizzato il nome dell'isola per identificare la loro l'identità sessuale. Il tribunale ha deciso che il termine "lesbico" non è un elemento che definisce lo status e la personalità e che dunque gli abitanti di Lesbo non hanno alcuna ragione di sentirsi insultati.

A presentare la querela erano stati tre residenti dell'isola di Lesbo: due donne, assieme all'editore della rivista culturale Davlos, Dimitris Lambrou, avevano citato in giudizio la maggiore organizzazione nazionale per i diritti degli omosessuali, 'Olke-Unione Greca Gay e Lesbiche'. Il primo round l'hanno perso, se vorrano continuare la battaglia potranno presentare appello.

Tra il VII e il VI secolo a.C. l'isola di Lesbo fece da sfondo alla vita Saffo, la poetessa che cantava l'amore tra le donne; e con il passare dei secoli, gli aggettivi 'saffico' e 'lesbico' sono entrati nel vocabolario del movimento gay.

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domenica 13 luglio 2008

GB, si rifiuta di celebrare unioni gay, un tribunale le dà ragione.

(Uaar) Lillian Ladele (nella foto), funzionaria del consiglio di Islington addetta alla celebrazione delle cerimonie civili, si era rifiutata di celebrare le unioni omosessuali, ammesse da un anno a questa parte dalla legislazione del Regno Unito. La vicenda è finita davanti a un tribunale del lavoro che, a sorpresa, le ha dato ragione, motivando il provvedimento con la fede cristiana della donna che, ha sostenuto la funzionaria nel suo ricorso, le preclude dal dare una ‘benedizione’ professionale a ’sodomiti’.

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giovedì 10 luglio 2008

Sorpresi sul fatto. No al sesso con i cadaveri. Lo ha deciso la Corte Suprema del Wisconsin.

Motivazione: Il morto non può dare il consenso all'amplesso.
(Apcom) - Un vuoto legislativo rischiava di introdurre nella legislazione americana un precedente a dir poco grottesco. La Corte Suprema dello Stato del Wisconsin è intervenuta per vietare in maniera esplicita la riesumazione di cadaveri a scopi sessuale, con una motivazione che, seppure ineccepibile sul fronte giuridico, sembra tuttavia ispirata dal migliore humor nero: chi è morto non può, suo malgrado, dare il proprio consenso all'amplesso.

Il tribunale di grado inferiore è stata costretto a ricorrere alla Corte Suprema non trovando nell'ordinamento giudiziario una norma che vietasse la necrofilia. La Corte Suprema si è così dovuta appellare al principio che obbliga al consenso nei rapporti sessuali.

La cronaca dell'episodio alla radice del garbuglio giuridico non è meno grottesca. Dopo aver visto all'obitorio la foto di una ragazza morta una settimana prima in un incidente motociclistico, Nicholas Grunke, un ragazzo di 22 anni di Madison, in Wisconsin, ha chiesto al fratello e ad un amico di aiutarlo a disseppellire il corpo per avere rapporti sessuali con lei.

I tre ragazzi, tutti coetanei, sono stati colti sul fatto, la loro bravata illuminata dai fari di un'automobile entrata nel cimitero. La scena era da brividi: i tre tentavano di arrivare alla tomba con in mano, oltre alle vanghe, una scatola di preservativi.

Non sapendo a cosa appellarsi il procuratore li ha incriminati per furto e tentata violenza sessuale mentre il legale difensore ha cercato di portare a casa l'assoluzione proprio in assenza di una norma specifica che vietasse lo stupro di cadaveri. I tre ora rischiano una pena di dieci anni di carcere, in linea con una ventina di Stati americani che prevedono il reato di necrofilia.

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mercoledì 2 luglio 2008

Respinto a Firenze il ricorso dela coppia gay che intende sposarsi.

Secondo il giudice il matrimonio non è un diritto fondamentale.
(AdnKronos) La corte d'appello di Firenze ha respinto il ricorso presentato da Matteo Pegoraro e Francesco Piomboni, la coppia omosessuale che aveva chiesto di potersi sposare civilmente. Il tribunale d'appello ha rilevato che il diritto a sposarsi non e' fra i diritti fondamentali costituzionalmente garantiti, non essendo inserito nella prima parte della Carta repubblicana.

Il tribunale di Firenze, nell'autunno scorso, aveva gia' rigettato in primo grado il ricorso presentato dai due dopo che, nel marzo 2007, il Comune di Firenze aveva respinto la loro richiesta di pubblicazioni di nozze.

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venerdì 20 giugno 2008

Isabella Bertolini (Pdl) critica i giudici di Firenze: "In Italia le nozze tra persone dello stesso sesso sono vietate".

(Ansa) 'Non si comprende per quale motivo i giudici della Corte di Appello di Firenze si siano riservati di decidere sulla richiesta di matrimonio da parte di una coppia gay'. Lo afferma, in una nota, la parlamentare del Pdl Isabella Bertolini.
'In Italia le nozze tra persone dello stesso sesso sono vietate - prosegue -, punto e basta. La Corte d'Appello fiorentina intende andare contro la legge italiana? Il Comune di Firenze aveva gia' risposto picche alle richieste avanzate dai due omosessuali. In Italia, e purtroppo non e' la prima volta, si tenta di introdurre surrettiziamente le nozze gay. Noi dichiariamo la nostra aperta avversione a questa possibilita'.
Spero che i giudici fiorentini vogliano responsabilmente e doverosamente applicare la legge italiana e rigettare l'istanza'.

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Firenze, il tribunale si riserva di decidere in merito alla richiesta di nozze gay.

(Asca) I giudici della corte d'appello di Firenze, riuniti in camera di consiglio, si sono riservati di decidere sul ricorso presentato da Matteo Pegoraro e Francesco Piomboni, i due ragazzi che hanno chiesto di potersi sposare. La Corte d'Appello fiorentina e' la prima in Italia chiamata a pronunciarsi su un caso del genere, nato dopo che nel marzo 2007 l'ufficiale di Stato civile del Comune di Firenze aveva detto no alle pubblicazioni di matrimonio richieste dalla coppia. I due ragazzi avevano fatto quindi ricorso al tribunale di Firenze che avevano rigettato la loro richiesta e oggi la corte di appello si e' riservata la decisione. ''E' un buon segno - spiegano gli avvocati - Paolo Pasquinuzzi e Francesco Pilotta -. I giudici hanno capito che la questione riguarda il rispetto del principio di uguaglianza, hanno studiato attentamente gli atti e deciso di rifletterci bene''. ''Siamo sorpresi - spiegano Matteo e francesco - ci aspettavamo subito un no secco e invece ci hanno fatto una serie di domande e considerazioni che non ci aspettavamo, adesso andiamo avanti ancora piu' convinti e piu' motivati perche' abbiamo visto che c'e' interesse per il nostro caso''.

Nel frattempo un'altra coppia ha presentato ieri al Comune di Firenze un'analoga richiesta per le pubblicazioni matrimoniali. ''Convivo da sei anni con il mio compagno Giovanni - spiega Gianni - e non voglio piu' sentirmi clandestino''.

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martedì 17 giugno 2008

Processo Mills, Berlusconi ricusa il giudice. E l’Anm insorge.

Processo Mills

(Panorama) Come annunciato ieri in una lettera al presidente del Senato, Silvio Berlusconi ha depositato nella cancelleria della quinta sezione della Corte d’appello di Milano l’istanza di ricusazione del presidente della decima sezione del Tribunale, Nicoletta Gandus. Il premier è imputato per corruzione in atti giudiziari nel processo, appunto davanti al collegio presieduto dal giudice Gandus, con il legale inglese David Mills. L’istanza di ricusazione è basata su alcune prese di posizione del giudice su alcuni siti Internet contro leggi varate dal precedente governo guidato da Berlusconi. La prossima udienza del processo Mills è prevista per venerdì.

Secondo l’istanza, da parte del presidente della decima sezione del Tribunale di Milano sarebbero state fatte “reiterate manifestazioni di pensiero che appalesano una inimicizia grave nei confronti dell’imputato Berlusconi”. Già nella lettera a Schifani, Berlusconi aveva scritto: “Ho preso visione della situazione processuale e ho potuto constatare che si tratta dell’ennesimo stupefacente tentativo di un sostituto procuratore milanese di utilizzare la giustizia a fini mediatici e politici, in ciò supportato da un Tribunale anch’esso politicizzato e supinamente adagiato sulla tesi accusatoria”. Per il presidente del Consiglio, in particolare, il giudice Gandus avrebbe “assunto posizioni pubbliche di netto e violento contrasto” contro il suo precedente governo.

Il procuratore della Repubblica di Milano, Manlio Minale, ha risposto con una nota, in cui spiega di dover “con forza respingere le illazioni” dopo aver letto “così come riportato sulla stampa” il testo della lettera di Silvio Berlusconi. Il capo della Procura aggiunge che “il procedimento per corruzione in atti giudiziari pendente dinanzi al Tribunale di Milano nei confronti dell’attuale presidente del Consiglio e dell’avvocato Mills, al quale evidentemente si fa riferimento nella lettera sopra ricordata, è stato iscritto a seguito di precise dichiarazioni rese dallo stesso avvocato Mills in data 18 luglio 2004, alla presenza del difensore nel corso di un interrogatorio quale persona indagata in altro procedimento. Le indagini sono state condotte nel più assoluto rispetto delle garanzie della difesa e nell’esclusiva ottica dell’accertamento della verità. All’esito delle indagini preliminari è stata esercitata l’azione penale e gli atti, superato positivamente il vaglio dell’udienza preliminare, sono pervenuti al Tribunale. All’esito di un dibattimento iniziato in data 13 marzo 2007 e prossimo alla conclusione”, conclude la nota, “il tribunale deciderà in ordine alla fondazione o meno delle accuse”.

I legali di Silvio Berlusconi, nel ricusare il giudice Gandus, sottolineano inoltre come la stessa Gandus, unitamente a uno dei due pm del processo Berlusconi-Mills, Sergio Spadaro, “è stata firmataria di un appello contro la decisione del governo Berlusconi di prorogare il procuratore nazionale antimafia. Infine”, si legge nell’istanza, “si deve porre in evidenza come la dottoressa Gandus appaia tra i soggetti potenzialmente danneggiati nel processo collegato (quello sui diritti televisivi, sempre in corso a Milano, ndr) da cui nasce il presente processo, avendo posseduto azioni Mediaset ed essendo quindi fra quei soggetti che potenzialmente avrebbero potuto costituirsi parte civile anche nei confronti dell’onorevole Berlusconi e che a tutt’oggi, anche dopo la declaratoria di prescrizione del reato possiedono legittimazione attiva per proporre azione civile contro il medesimo”.

Continuano gli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo: “La personalizzazione dell’inimicizia non può essere negata sol con l’osservare che il giudice avrebbe contestato le leggi e non il presidente del Consiglio che le avrebbe ispirate o volute, perché in questi anni tutta l’opinione pubblica e tutti gli avversari politici hanno di questa personalizzazione fatto bandiera costantemente garrente. E allora la dottoressa Gandus non poteva non sapere, anche se avesse potuto diversamente divisare, che i suoi strali sarebbero stati, oggettivamente, indirizzati in via diretta alla persona di Silvio Berlusconi e che come tali sarebbero stati da tutti recepiti. La dottoressa Gandus quindi si trova in stato di grave inimicizia nei confronti della persona che dovrebbe giudicare. E se anche non lo fosse, certamente lo appare. E non occorre ricordare che per giurisprudenza costituzionale consolidata il giudice, a tacer di tutto, non deve apparire condizionato”.

“Chi governa il paese non può denigrare e delegittimare i giudici e l’istituzione giudiziaria quando è in discussione la sua posizione personale”. Così l’Associazione nazionale magistrati è intervenuta nel dibattito. L’Anm, che ha annunciato per domani pomeriggio una conferenza stampa sulle dichiarazioni del presidente del Consiglio, parla di “accuse gravissime rivolte da Silvio Berlusconi ai magistrati del processo Mills. “Questi comportamenti”, continua il sindacato delle toghe, “rischiano infatti di minare alla radice la credibilità delle istituzioni e di compromettere il delicato equilibrio tra funzioni e poteri dello Stato democratico di diritto”.

Quelle di Berlusconi sono “invettive tanto veementi quanto ingiustificate”, affermano il presidente Luca Palamara e il segretario dell’Anm Giuseppe Cascini, che esprimono al pm e al presidente del collegio giudicante del processo Mills “piena solidarietà e sostegno. In uno Stato democratico ogni imputato può difendersi con tutti gli strumenti del diritto e con la critica pubblica; ma chi governa il paese non può denigrare e delegittimare i giudici e l’istituzione giudiziaria quando è in discussione la sua posizione personale. Purtroppo è già accaduto in passato. Ma non è possibile assuefarsi”. Nel sottolineare che questi comportamenti rischiano di minare la credibilità delle istituzioni e di compromettere l’equilibrio tra poteri dello Stato, il sindacato delle toghe chiede “alla politica ed al governo di non imboccare questa strada, di rispettare l’indipendente esercizio della giurisdizione nello spirito di un confronto sui temi della giustizia franco ed aperto e perciò capace di individuare proposte e soluzioni efficaci per il funzionamento della giustizia italiana”.

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martedì 10 giugno 2008

Isola di Lesbo in tribunale. E' guerra per aggettivo "lesbica".

Per abitanti dev'essere solo geografico e non indicare donne gay.
(Apcom) Lesbo in tribunale: al via ad Atene il processo intentato dagli abitanti dell'isola, per "riappropriarsi" dell'aggettivo fino al 1924 solo geografico ma da allora universalmente adottato per definire le donne omosessuali.

Ma, come spiega il quotidiano britannico The Guardian, il processo coincide con un aspro dibattito in corso in Grecia sui diritti degli omosessuali: secondo non poche organizzazioni gay il processo è stato infatti intentato solo per omofobia, in un Paese che rimane assai conservatore: "la Chiesa Ortodossa è letteralmente fuori da ogni controllo nel suo atteggiamento verso di noi, i mezzi di informazione lanciano campagne di odio e il governo conservatore è ipocrita e indifferente", ha dichiarato il legale Grigoris Valianatos.

Al contrario degli altri Paesi dell'Ue, dove le coppie omosessuali godono di diritti civili, i gay greci hanno dovuto superare una diffidenza assai maggiore (e a tutt'oggi nessun politico si è dichiarato tale): sfidando le direttive comunitarie, le forze armate greche proibiscono ancora l'omosessualità fra i militari.

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venerdì 14 marzo 2008

Sesso anale tra coniugi? Non è violenza se il marito lo esige dalla moglie.

Uomo assolto dal tribunale di Agrigento. E la donna torna a essere oggetto?
(Libero) Tra moglie e marito non metter dito, ricorda un proverbio. Gli fa eco un altro detto: a letto tutto è lecito, purché entambi i partner siano d'accordo. Ecco, questo è il punto. Che cosa succede se uno dei due chiede prestazioni che l'altro non vorrebbe dare? Una coppia per questioni di questo tipo è finita in tribunale. Vediamo i fatti, più nel dettaglio.

Era finito sotto processo perché la moglie lo aveva accusato di violenza sessuale in quanto avrebbe preteso, ottenendoli con la forza, rapporti "contro natura". Ma il Tribunale di Agrigento ha assolto M.M., 38 anni, impiegato in un ufficio pubblico agrigentino, perché il fatto non sussiste. Era stata la moglie a denunciarlo dopo un violento litigio avvenuto in un albergo di Milano, dove la donna risiedeva per motivi di lavoro, accusando l'uomo di averla costretta a subire da oltre un anno rapporti anali contro la sua volontà. Abusi che secondo quanto la donna, G.N., 32 anni, ha raccontato ai magistrati sarebbero cominciati la sera stessa del matrimonio e che si sarebbero protratti per almeno 14 mesi.

Poi il litigio di Milano e la separazione. Il pubblico ministero Laura Cameli del Tribunale di Agrigento, davanti il quale si è svolto il processo, aveva chiesto la condanna dell'uomo a quattro anni di reclusione. I giudici hanno invece prosciolto l'impiegato perché hanno ritenuto che le accuse della donna fossero da attribuire a un difficile rapporto di coppia piuttosto che a veri e propri abusi sessuali.

E voi cosa ne pensate?Si è trattato di violenza? E fino a che punto, in virtù del matrimonio, un uomo può aspettarsi tutto dalla moglie, anche contro la sua volontà? La figura femminile non torna così a essere donna-oggetto? Di la tua.

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giovedì 6 marzo 2008

Foto hard della ex fidanzata in rete: condannato a due anni e quattro mesi.

(02blog) Ok, non tutti si vendicano con stile come Rachel Marsden, la ex fidanzata di Jimmy Wales, il fondatore di Wikipedia. La giornalista, una volta terminata la relazione con il benefattore dell’umanità e dei liberi saperi, ha messo all’asta una sua t-shirt: arrivata, durante l’asta su ebay, a superare i duemila dollari. Qualcun altro però, ha molta meno classe.

Come il trentaduenne recentemente condannato dal Tribunale di Milano, per aver diffuso in internet foto hard della ex ragazza. L’uomo si è giustificato dicendo che chiunque nella sua situazione avrebbe fatto lo stesso; bè insomma, non lo so. Non proprio tutti tutti. Il giudice ha stabilito una pena di due anni e quattro mesi e ad una provvisionale di cinquemila euro. Trovate qualche altra informazione qui, su Corriere.it.

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sabato 19 gennaio 2008

Naziskin, accuse di violenze e aggressioni a extracomunitari, omosessuali ed ebrei. Diciotto persone rinviate a giudizio, sei prosciolte.

(Quotidiano.net) Prosegue l'inchiesta sul gruppo di naziskin accusato di aver messo in piedi un'associazione ispirata all'ideologia nazifascista e finalizzata all'incitamento all'odio razziale. Il Gup Michele Guernelli all'udienza preliminare ha deciso di rinviare 18 persone a giudizio, con il processo che comincerà il 30 maggio prossimo davanti al Tribunale di Bologna, e di proscioglierne sei.

Gli episodi che vengono trattati nell'inchiesta del Pm Morena Plazzi, che aveva chiesto 24 rinvii a giudizio, sono aggressioni a extracomunitari, omosessuali ed ebrei, risse allo stadio con ultras avversari di opposta ideologia politica, rapporti con gruppi tedeschi di ispirazione nazista. Con parere favorevole del Pm, il Gup ha accolto le richieste dei difensori di far uscire dal carcere per andare agli arresti domiciliari Alessandro Carapezzi, 34 anni, di Sasso Marconi, considerato il leader del gruppo, e Alessandro Limido, ventottenne di Varese. Trasformati in obbligo di dimora gli arresti domiciliari di Fabio Carlini, 33, di Mirabello (Ferrara). I tre, che erano stati arrestati il 3 agosto - secondo l'inchiesta della Procura - sarebbero i promotori di un'associazione che aveva lo scopo di pianificare e commettere reati o semplici contravvenzioni determinati da motivazioni di discriminazione razziale, etnica e religiosa.

Nel corso dell'inchiesta, che ha contato pure su intercettazioni telefoniche e perquisizioni, il Pm aveva modificato il capo d'imputazione per un ventisettenne, di San Benedetto Val di Sambro, sull'Appennino bolognese, ritagliando anche per lui un ruolo di primo piano nell'organizzazione. Secondo l'accusa, era colui che teneva i contatti con gruppi d'ispirazione nazista, europei ed extraeuropei, per raccogliere fondi attraverso concerti e propagandare teorie sulla purezza della razza.

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giovedì 17 gennaio 2008

Milano. Gay Street, il Tar boccia il «coprifuoco» del Comune.

(Il Giornale) I locali gay che disturbano la quiete dei cittadini non possono essere costretti a chiudere in anticipo. Lo ha deciso la magistratura amministrativa, dando ragione alla protesta dei titolari che non avevano accettato la decisione del Comune. Il Tar ha infatti accolto la richiesta di sospensiva del provvedimento comunale che ha imposto l’anticipazione alle 22 dell’orario di chiusura dei due pubblici esercizi di via Sammartini per motivi di ordine pubblico.
La notizia è stata accolta a palazzo Marino con stupore misto a preoccupazione. «Prendiamo atto dell’ordinanza del Tar - dice Riccardo De Corato, vice sindaco e assessore alla Sicurezza -. Ma di questa decisione, che lancia un preciso segnale, devono tenere conto anche i cittadini, i comitati di quartiere, i Consiglieri comunali come Montalbetti, che ritengono il Comune sempre responsabile e sempre in grado di poter intervenire per problemi di sicurezza causati dai locali notturni». Una considerazione amara sull’impossibilità per Palazzo Marino di rispondere alle richieste dei milanesi che si lamentano per rumori, schiamazzi, sporcizia sotto casa fino a tarda notte. E non solo in via Sammartini.
Il vicesindaco tiene a sottolineare che all’origine della chiusura anticipata non c’era alcuna volontà di colpire quei due locali perché frequentati da una clientela prevalentemente omosessuale. «L’ordinanza del Tar - assicura De Corato - non ha rilevato profili discriminatori. Tanto è vero che altri pubblici esercizi, tra via Ponte Seveso e via Sammartini, erano stati interessati lo scorso dicembre da provvedimenti simili e sempre a causa di problemi d’ordine pubblico, tra cui spaccio, frequentazione da parte di pregiudicati e schiamazzi».
Il Tar, invece, ha ritenuto che i problemi di pubblica sicurezza non fossero direttamente ascrivibili ai due locali sotto accusa e ha motivato la decisione anche sulla base del possibile danno economico subito con la riduzione dell’orario di chiusura. «Nel caso degli esercizi in questione - sintetizza De Corato -, nonostante la documentazione fornita dalla questura che certificava problemi d’ordine pubblico, il Tar ha preferito dare ragione ai due locali.
Eppure, secondo il Comune, la documentazione che dimostrava la necessità dell’intervento era molto circostanziata. Nelle carte dell’ordinanza vengono citati i numerosi interventi effettuati dalla Polizia per problemi causati dai frequentatori dei due locali.
«Continue denunce per liti, risse e uso di sostanze stupefacenti. Sono stati questi motivi - spiega De Corato - che ci hanno spinto a varare il provvedimento di chiusura anticipata i cui benefici erano stati subito apprezzati dalla Questura».
«Non si può più dire, dunque, - prosegue il vice sindaco - che il Comune non faccia nulla per difendere i cittadini da schiamazzi e problemi di ordine pubblico causati dai locali notturni. Perché secondo il Tar questi non sono direttamente addebitabili a loro. E dal momento che non possiamo mettere un vigile o un carabiniere davanti a ogni locale, i nostri provvedimenti risultano di fatto limitati».

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