I capomafia gay hanno paura di venire allo scoperto temendo di venire ridicolizzati o uccisi, dice un pm antimafia.
(Daily Telegraph |via Che cosa dicono noi) Antonio Ingroia, che ha aiutato ad assicurare alla giustizia parecchi boss, dice: "Essere gay é ancora un tabú per la societá italiana in generale, figuriamoci per la mafia, che é un'organizzazione arcaica. "Questi boss devono nascondere la loro omosessualitá; hanno paura perché rischiano di venire ridicolizzati ed uccisi."
Ingroia dice che la mafia americana ha "piú larghe vedute sui gay e quindi i boss gay possono venire fuori."
I tempi sono senz'altro cambiati. Nel 2003, un pentito dichiaró in un processo a New York che il capomafia gay, sulla cui famiglia é basata la serie dei Soprano, fu ucciso dai suoi stessi uomini perché questi temevano che la famiglia diventasse ridicola agli occhi del mondo nascosto della criminalitá organizzata.
Anthony Capo disse al processo: "Nessuno ci rispetterá se abbiamo un boss gay omosessuale che si siede a discutere sui business di Cosa Nostra."
John "Johnny Boy" D'Amato (a fianco), capo della famiglia De Cavalcante, la piú grande nello stato del New Jersey, fu ucciso a colpi d'arma da fuoco nel 1992 in seguito alle dicerie sul fatto che avesse relazioni con altri uomini.
Capo disse alla corte: "Fu uno shock per me che potesse comportarsi in quel modo - era un vero leader."
Ingroia, che opera a Palermo, la roccaforte della mafia siciliana, ha anche invitato il papa Benedetto XVI a prendere posizioni piú dure contro la mafia.
Il suo predecessore, Giovanni Paolo II, é vivamente ricordato per le sue condanne contro la mafia, il cui esempio piú significativo fu una visita in Sicilia nel 1993, quando avvisó i suoi membri che anche loro, un giorno, avrebbero "affrontato il giudizio divino".
martedì 15 luglio 2008
The telegraph: I mafiosi gay hanno troppa paura di venire allo scoperto.
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13:38:00
Etichette: delinquenza, mafia, omosessualità
domenica 13 luglio 2008
Boss e gay, un annuncio devastante per l’immagine della mafia.
Il mito dell’Uomo vero devastato da una verità inaccettabile.
L’annuncio del PM Ingroia, che la mafia è popolata da gay, equivale alla notizia di un blitz che assicura alle patrie galere più della metà della cupola di Cosa Nostra. Forse nemmeno il magistrato ha ragionato sufficientemente sulla rilevanza del suo annuncio. Quelli dell’Arcigay hanno subito fatto sapere che sarebbe stato sorprendente ritenere che non ci siano boss gay, perché è naturale che in ogni contesto i generi siano tre o quattro (a seconda del modo in cui si conta). Ed hanno una buona dose di ragiona, ma non riflettono sul fatto che la mafia ha un mito da difendere sin dal primo giorno della sua esistenza, il mito dell’Uomo Vero. Che non è soltanto virilità, né celodurismo, ma una categoria dello spirito, che parte dalla virilità per allargarsi a tutti i comportamenti “forti” e generosamente prepotenti. E’ inammissibile, per intenderci, che un boss faccia l’occhio dolce ad un suo “soldato”, che indulga in atteggiamenti femminili, perché la mafia è maschile e non può essere altrimenti. Che ci siano state donne a capo di qualche organizzazione criminale, che abbiano avuto partiti importanti nel sistema di potere, è indubitabile, ma ciò è accaduto perché hanno saputo recitare parte di uomini, non altro.
L’Uomo Vero non può essere gay.
Ed allora l’annuncio del PM Ingroia è un attacco all’arma bianca contro l’ideologia mafiosa, la sua verità può devastare l’immagine di Cosa nostra.
Non c’è luogo al mondo che non associ la mafia siciliana al Padrino di Marlon Brando. Non a Genco Russo o don Calò Vizzini, ai grandi vecchi che fecero la mafia del Vallone nel dopoguerra, intrallazzarono con l’America, allacciando una fruttuosa catena di scambi, facendo business importante, ma il Padrino di Puzo, Uomo Vero e capo famiglia di genere maschile. Dal Ghana all’Alaska la mafia siciliana si alimenta del mito dell’Uomo vero.
Vedremo che cosa succederà nei prossimi giorni. Il carisma dei capi nell’Isola non è sentito come un tempo, anche perché i capi preferiscono stare sotto coperta e non tirano fuori la testa, a meno che non sia necessario. I boss non sono in ritirata, ma si adattano al momento, che è difficile. A lavorare per conto loro ci sono uomini nuovi che hanno il compito di fare scordare il passato. E’ proprio attraverso questi uomini nuovi che passa il cambio generazionale e l’infiltrazione del terzo genere nel mondo dell’Uomo Vero.
E’ possibile, dunque, che il devastante annuncio di Ingroia finisca con il provocare un’alzata di spalle, ed abbia perciò ragione l’Arcigay a suggerirci di non farci caso.
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12:40:00
Etichette: arcigay, delinquenza, dichiarazioni, mafia, magistrati, questione omosessuale
venerdì 11 luglio 2008
I boss gay ed un incomprensibile comunicato Arcigay. Colpo di caldo?
MAFIA: INGROIA, ANCHE TRA BOSS CI SONO OMOSESSUALI.
(Ansa) Ci sono ''boss mafiosi omosessuali, ma si nascondono e non escono allo scoperto''. E' quanto ha affermato il pm di Palermo Antonio Ingroia in un'intervista a 'Klauscondicio', il programma di Klaus Davi in onda su You Tube, sottolineando che questi boss non hanno ancora fatto coming out ''per paura di essere estromessi dall'organizzazione''.
''Se l'essere gay costituisce ancora un tabu' per la societa' italiana - dice Ingroia - figuriamoci in una societa' arcaica come quella mafiosa. Percio' questi boss vivono la loro omosessualita' clandestinamente e con paura perche', se scoperti, rischiano di essere estromessi''. Diverso invece il discorso per i mafiosi americani. ''Nelle nuove generazioni piu' aperte, come la mafia italo-americana - sottolinea ancora il magistrato - c'e' una maggiore tolleranza verso l'omosessualita' e quindi ci sono boss gay piu' palesi''.
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MAFIA: ARCIGAY, BOSS OMOSESSUALI SI DISSOCINO.
(Ansa) Il fatto, rivelato dal magistrato antimafia Antonio Ingroia, che di boss mafiosi e gay ve ne sarebbero in quantita' non stupisce Arcigay, ''anche perche' sarebbe davvero curioso il contrario''. ''Si tratta, e' bene precisarlo - spiega il presidente nazionale di Arcigay, Aurelio Mancuso - di omosessuali nella quasi totalita' dei casi assolutamente 'velati' e attenti a non farsi scoprire, anche perche' oltre ai boss diversi sono gli omosessuali tra i mafiosi con funzioni meno importanti. Il codice d'onore delle varie mafie prevede sanzioni dure, fino all'assassinio per chi viene scoperto omosessuale. Si tratta di una triste realta', inserita dentro un contesto criminale che tiene sotto scacco intere zone del paese. Per questo non possiamo in alcun modo considerarci 'onorati' dal fatto che anche dentro le organizzazioni criminali mafiose esistano omosessuali''.
Arcigay esprime la propria vicinanza e solidarieta' nei confronti della magistratura e delle forze dell'ordine impegnate in prima fila nel contrastare e sconfiggere il ''tumore'' della mafia. ''Come gay consapevoli, che si battono per il riconoscimento dei diritti civili, delle liberta', della legalita' - conclude Mancuso - possiamo solo sperare che questi omosessuali riflettano bene sulla loro condizione personale e decidano di dissociarsi''.
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Ndr. Con questo ennesimo comunicato, inopportuno e non richiesto, è ormai chiaro a tutti che la dirigenza dell'Arcigay necessità di un buon periodo in terapia intensiva. Ha bisogno di cure urgenti... (Aspis)
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23:50:00
Etichette: arcigay, comunicazione, mafia
Il sostituto Pm Ingroia: "Di boss mafiosi e gay ce ne sono eccome".
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Antonio Ingroia, sostituto procuratore della Dda di Palermo, risponde alle domande di Klaus Davi per "Klauscondicio", una trasmissione in onda su "You tube".
E la polemica è assicurata. Il magistrato critica il silenzio della Chiesa nella lotta alla mafia, il disimpegno del servizio pubblico e parla di boss omosessuali e della Confindustria.
Matteo Messina Denaro
"In questo momento è l'unico leader mafioso in Italia ed è anche il più difficile da prendere perché vive in un territorio, come quello trapanese, in cui gran parte della società é schierata con la mafia".
La chiesa
"Nella sua lotta alla mafia è troppo in silenzio, sta troppo zitta, da parte sua ci vorrebbe una maggiore assunzione di responsabilità. Non è solo la Chiesa ad essere silente, ma sono anche un po' tutte le istituzioni. In realta' solo un 30% della Chiesa siciliana è protagonista e attiva nella lotta alla mafia - aggiunge -. Il resto non è impegnato troppo passionalmente, e noi abbiamo bisogno di passione, di assunzione di responsabilità e di modelli".
"Abbiamo nostalgia e il rimpianto di prese di posizione come quelle di Papa Giovanni Paolo II. Abbiamo bisogno di preti coraggio come padre Puglisi. Abbiamo bisogno di quel tipo d'interventi perché abbiamo avuto tracce e certezze che quella presa di posizione del Papa polacco, così forte ed energica fece breccia nei giovani e perfino nei mafiosi".
La televisione pubblica
"La Rai non ha fatto quasi nulla o pochissimo, anche in questi due anni, nella lotta alla mafia. Al contrario, da qualche fiction tv, sono emersi alcuni messaggi equivoci, addirittura controproducenti per la lotta contro la criminalità. Colpisce per esempio che la serie Soprano in Italia sia stata di fatto oscurata. E' una serie che deride la mafia, non la celebra".
Boss gay
"Di boss mafiosi e gay ce ne sono eccome, ma si nascondono e non escono allo scoperto. Sono ben lontani dal fare outing. Questi boss mafiosi omosessuali non si sono mai dichiarati per un semplice motivo: hanno paura di essere estromessi dall'organizzazione. Se l'essere gay costituisce ancora un tabù per la società italiana, figuriamoci in una società arcaica come quella mafiosa. Perciò questi boss vivono la loro omosessualità clandestinamente e con paura perché, se scoperti, rischiano di essere estromessi. Diverso il discorso per i mafiosi americani. Nelle nuove generazioni, più aperte, come la mafia italo-americana, c'è una maggiore tolleranza verso l'omosessualità; e quindi ci sono anche boss gay più palesi".
Confindustria
"Spero che il presidente di Confindustria continuerà la battaglia alla mafia portata avanti da Montezemolo. Devo ammettere, però, che non abbiamo avuto segnali tangibili e incisivi. Bisogna sostenere gli imprenditori, ci deve essere una presa di posizione di Confindustria, in questo momento sarebbe di grande significato".
Le banche
"Non ci sono dubbi: un terzo del giro di soldi amministrato dalle banche in Italia ha una provenienza criminale, diretta o indiretta. Con questo non voglio assolutamente dire che le banche sono controllate dalla mafia, ma che amministrano questi soldi sicuramente sì". Da questo punto di vista è bene che l'Abi cominci a mettersi in fila dicendo: noi siamo consapevoli che al nostro interno ci sono delle collusioni, dei silenzi e delle coperture. Mettiamoci attorno a un tavolo, con magistrati, operatori ed esperti di anti-riciclaggio e troviamo gli strumenti per frenare il riciclaggio. Temo che su questo ci sia un eccesso di cautela".
41-bis (carcere duro per i mafiosi)
"Oggi per i boss è potenzialmente possibile commissionare omicidi e stragi, come può avvenire attraverso l'ora d'aria in comune, che si può svolgere con altri capimafia. Con un 41bis allentato può accadere che si incontrino 4-5 boss nel cortile, consentendo di fatto la ricostituzione di cupole in carcere".
Terrorismo islamico e mafia
"Fino ad oggi tra mafia ed estremismo islamico non c'è stata alcuna sovrapposizione. Ma nel flusso di immigrazione clandestino, a volte, si sono trovati soggetti facenti parte del terrorismo che utilizzano la Sicilia come terra di passaggio. Questo traffico era gestito da organizzazioni criminali miste, costituite sia da stranieri sia da italiani, ma non abbiamo un riscontro che siano mafiosi. In pratica, c'è un potenziale rischio di contaminazione fra terrorismo islamico e mafia, che però non è stata ancora messa in atto".
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13:56:00
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sabato 24 novembre 2007
Mercato del sesso: un giro d'affari di novanta milioni ogni mese in Italia.
I dati. Un settore rigidamente in mano alla criminalità organizzata.
(Carlo Rosso - Libertà online) Novanta milioni di euro al mese. Ammonterebbe a tanto il giro d'affari della prostituzione in Italia. La cifra è stata diffusa lo scorso mese di agosto dal Dipartimento per le Pari opportunità della presidenza del Consiglio, che quantifica in circa 9 milioni il numero dei clienti del sesso a pagamento. Si tratta come detto di stime, frutto di accurate ricerche ma pur sempre parziali perché quello della prostituzione è un mercato che, per sua natura, vive nell'ombra. Niente banche dati, niente controlli ufficiali, tantomeno fiscali. La vicenda della "squillo" milanese proprietaria di sei appartamenti e due auto non deve essere però generalizzata. Va ricordato infatti che quello della prostituzione è un settore rigidamente in mano alla criminalità organizzata e che ben poco della ricchezza che vi gira finisce nelle tasche delle donne che si vendono, quasi sempre prime vittime dei loro sfruttatori. Detto questo, proviamo a tracciare una fotografia del mercato del sesso in Italia. Con una premessa, tutta fiscale. Non è la prima volta che lo Stato tenta di tassare i (proventi della prostituzione. Già nella Finanziaria del 2005, infatti, nell'ambito della lotta all'evasione fiscale, il ministero del Tesoro si pose il problema di come fare per riuscire a tassare i cosiddetti "proventi illeciti", intendendo tra questi anche gli incassi legati appunto al mestiere più vecchio del mondo. La cosa finì lì, e come altre misure analoghe adottate in passato non trovò mai attuazione. Una cosa comunque è certa. Quello del sesso è un mercato che in tutto il mondo vale centinaia di milioni di euro. Cinque anni fa, una studio della commissione affari sociali della Camera stabilì che la tratta delle donne per sfruttamento sessuale costituiva la terza voce di guadagno per la mafia a livello mondiale, dopo la droga e il traffico di armi. Sempre secondo il ministero per le Pari opportunità, oggi in Italia ci sarebbero tra le 15 mila e le 18 mila prostitute. Di queste il 65% lavora in strada, il 35% in albergo o in appartamento, il 20% è minorenne. A queste vanno poi aggiunte tra le 15 mila e le 25 mila prostitute straniere. Dal punto di vista dell'economia criminale ogni donna, sia essa maggiorenne o minorenne, è una vera miniera d'oro per chi la sfrutta, tanto da rappresentare una fonte di guadagno compreso tra i 5 mila e i 7 mila euro al mese. Per quanto riguarda i transessuali, invece, rappresentano tra il 10 e il 30% del totale. Sette, infine, le regioni con la maggiore presenza di prostitute di strada: Lazio, Lombardia, Campania, Emilia Romagna, Piemonte, Veneto e Abruzzo. Ma la prostituzione viaggia anche su internet. Al punto che, con una sentenza dell'8 giugno 2004, la corte di Cassazione ha stabilito che anche l'organizzazione e lo sfruttamento del sesso virtuale costituisce un reato.
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21:27:00
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lunedì 19 novembre 2007
Rifiuti, politica e camorra a Mondragone: Landolfi tra gli indagati.
L'ex ministro di An: «Non ho nulla da temere sono a disposizione della magistratura».
(Ifatti.com) Anche l'ex ministro delle Comunicazioni e attuale presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai, Mario Landolfi (An) risulta nella lista degli indagati nell'ambito di una inchiesta su intrecci tra camorra e politica per la gestione della raccolta rifiuti a Mondagrone (Caserta). «Fino a questo momento non ho ricevuto alcun avviso - dice intanto Landolfi -. Ma sono a disposizione della magistratura. Sono sereno, non ho nulla da temere». Il nome di Landolfi comparirebbe nel filone che riguarda le dimissioni di un consigliere date per salvare la giunta capeggiata dal sindaco Ugo Conte. Ma Landolfi spiega «Da gennaio 2007 noi di Alleanza nazionale siamo fuori dall'amministrazione di Mondragone».
La Guardia di Finanza di Mondragone, la squadra mobile della Questura di Caserta e il comando provinciale dei Carabinieri di Caserta hanno eseguito sei ordinanze applicative di misure cautelari personali per i delitti di concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione e corruzione di pubblico ufficiale, aggravate dalla finalità camorristica e truffa ai danni dello Stato. Tali provvedimenti sono stati emessi dal G.i.p. del Tribunale di Napoli su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. E’ stato inoltre eseguito il sequestro preventivo di un ingente credito, dell’ammontare di euro 4.700.000,00, vantato dalla Eco4 spa nei confronti del Consorzio CE4 ed oggetto di fraudolenta cessione ad un Istituto di credito. L'inchiesta altro non è che il prosieguo di quella che già nel marzo scorso ricostruì la continua e costante pressione “mafiosa” di affiliati al clan La Torre, dominante in Mondragone e zone limitrofe, esercitata dal 2001 almeno sino alla prima metà dell’anno 2005 nei confronti della spa Eco/4 nonché la profonda infiltrazione del medesimo clan, nello stesso arco temporale, all’interno dell’amministrazione comunale di Mondragone, pressione ed infiltrazione che hanno trovato un rilevantissimo ed indispensabile dato di sintesi e di collegamento tra le diverse entità (Pubblica Amministrazione, da un lato, e sodalizio La Torre dall’altro) nella figura di Giuseppe Valente – già Presidente del Consorzio CE4. Le indagini hanno, inoltre, infranto il patto di omertà che legava gli amministratori dell’ECO4 s.p.a. - partners del socio occulto mafioso, riconducibile agli esponenti apicali del clan dei casalesi - alla criminalità organizzata di Mondragone, svelando l’esistenza di una coeva tangente periodica, pari a 15.000 euro mensili, versata dai vertici della società mista Eco 4 s.p.a. per circa quattro anni. Tale tangente costituiva una rilevante fonte di reddito criminale del gruppo e la dipendenza finanziaria del clan rispetto all’amministrazione locale. La soggezione finanziaria si traduceva nell’intervento richiesto dalla parte politica al clan locale, poi attuato, nel dare sostegno alla Giunta comunale, apporto che vedrà poi necessariamente implicata – per la concessione di posti lavoro – la parte imprenditoriale. Valente risultava la cerniera tra la sfera politico/amministrativa comunale, il potere imprenditoriale e l’aggregazione mafiosa, risultando capace di realizzare i diversi interessi mediando tra i rispettivi protagonisti e procedendo a complessi accordi sinallagmatici. Da un lato infatti induceva gli uomini del clan La Torre ad assicurare, grazie al loro proprio incontrastato potere mafioso, un decisivo appoggio ai fini della nascita e della permanenza in vita della giunta di Conte e dall’altro avvantaggiava il clan per il tramite della società mista Eco4, garantendo un sicuro benessere economico a tale società, potendo così assumere – a titolo permanente ovvero temporaneo – nuovi dipendenti, nella loro quasi totalità legati al medesimo gruppo delinquenziale. Le indagini hanno inoltre chiarito un’ulteriore ingente truffa ai danni dello stato, per un importo pari a 4 milioni e settecentomila euro, condotta da Valente, Michele e Sergio Orsi – questi ultimi due anche attraverso il prestanome Aldo Schiavone ed il Direttore Generale del Consorzio CE4 Claudio De Biasio – e da alcuni dipendenti e funzionari della BNL. Le manette sono dunque scattate ai polsi di: Giuseppe e Giacomo Fragnoli, Vincenzo Filoso, Gennaro Sorrentino, Augusto La Torre e Giuseppe Diana. Individuato, inoltre, uno dei mandanti delle attività estorsive, ovvero Antonio La Torre – all’epoca latitante in Scozia -, e Aniello Pignataro quale co-esecutore.
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15:14:00
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domenica 18 novembre 2007
Cinema: "Milano Palermo - il ritorno"...era proprio necessario!?
(Maria Antonietta Menduni - Agenzia Radicale) Dopo "Palermo Milano - Sola andata", ci hanno impiegato 11 anni per il viaggio di ritorno; ecco ora arrivare "Milano Palermo - il ritorno", in uscita nelle sale dal 23 Novembre. Ora, quello che mi chiedo, visti i risultati, era proprio necessario questo ritorno? Turi Arcangelo Leofonte, il ragioniere della mafia, dopo aver accettato di collaborare con la giustizia, facendo arrestare quasi tutto il clan Scalia, e aver scontato una pena di undici anni di carcere duro, si prepara ad uscire per raggiungere l'ultima destinazione, (all'estero) con una nuova identità, da uomo libero.
Il vecchio Scalia è morto in carcere e suo figlio Rocco venuto a conoscenza della scarcerazione di Leofonte, organizza un piano per costringerlo a restituire il denaro di suo padre, sparso nei paradisi fiscali di mezzo mondo. Rocco Scalia appartiene alla nuova mafia, quella quotata in banca che agisce nella legalità grazie alle numerose società che gestisce come imprenditore. Della squadra che portò Leofonte a Milano per testimoniare contro la cosca degli Scalia, ritroviamo: Il Vice Questore Aggiunto Nino Di Venanzio e l'Ispettore Superiore Remo Matteotti che hanno un rapporto d'amicizia consolidato nel tempo e tornano insieme in questa scorta solo ed unicamente per la scarcerazione di Turi Arcangelo Leofonte. Ricomposta la squadra del Questore, gli agenti intraprenderanno un lungo viaggio verso sud. Sbarcati sull'isola chiuderanno i conti con Scalia e col passato. "Milano Palermo - Il ritorno" più che un film per il cinema, sembra un non ben riuscito filmetto lobotomizzante per la tv, omologato perfettamente ai codici e ai canoni della tv.
Come vedere un mix tra distretto di polizia, carabinieri e la squadra. Eppure Claudio Fragasso non è sceneggiatore per la tv, anzi, la sceneggiatura è buona, è solo che gli attori/eroi dell'antimafia, provenienti un po' tutti da queste fiction, non si sforzano affatto di rendere il loro personaggio diverso da quello della tv. Che fine ha fatto la scuola by Petri, Rosi e Damiani, in cui il cinema italiano era perfettamente in grado di ricostruire magistralmente la storia partendo dalla cronaca. I personaggi in questo caso, ben poco hanno a che vedere con la realtà; sono tutte brave persone in prima linea, buoni contro i cattivi. Non fanno mai i conti con le insidie della violenza o tanto meno mai collusi con il crimine, gli agenti sono protagonisti di indagini ortodosse che rassicurano il pubblico. Le scansioni del racconto sono classiche e anche un po' monotone: attentato, paura e smarrimento, poi rabbia, tensione e infine reciproca solidarietà, perché in fondo si tratta di un film d'azione in cerca di un forte coinvolgimento emotivo, focalizzato su personaggi naturalmente ne ambivalenti, ne tanto meno estremi.
Presentato a stampa prima e pubblico poi, come film di mafia e genere poliziesco, il film di Fragasso ri-propone il tema della crisi familiare in un'Italia gravemente ferita, dove la giustizia vive confinata nella solitudine e assediata dal tradimento. Nel viaggio da da Milano a Palermo, la squadra del Vice Questore interpretato da Bova, sostiene padre e figlia, proteggendoli dai pericoli esterni, dove fanno da sfondo i loro sentimenti e le loro tensioni. E per fortuna che c'è Giancarlo Giannini a migliorare un po' le cose. Il tema della mafia e della famiglia negata, già ampiamente sviscerato nella filmografia cinematografica e televisiva italiana (un esempio per tutti, La Piovra), non aggiunge niente alla comprensione del fenomeno. Cascàmi drammatici e a tratti caricaturali, musiche empatiche, attori ordinari e sfacciatamente televisivi, fanno venire il dubbio che piuttosto che essere al cinema, si è a casa a guardare una di quelle serie televisive a puntate. Insomma questo ritorno era proprio necessario? La risposta è No! "Milano Palermo - Il ritorno".
Il cast:
Turi Leofonte Giancarlo Giannini
Remo Matteotti Ricky Memphis
Nino Di Venanzio Raoul Bova
Giorgio Ceccarelli Simone Corrente
Chiara Leofonte Romina Mondello
Regia: Claudio Fragasso
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domenica 14 ottobre 2007
Teatro/ Roberto Saviano porta sul palco la sua "Gomorra". E ne diventa protagonista.
C’è un gran trambusto sulle tavole sgombre del palcoscenico. Le prove sono in corso, quasi un traguardo dopo mesi di avoro preparatorio. La responsabilità è di quelle che fanno tremare le gambe, un’emozione viscerale, tesa e densa. Portare a teatro “Gomorra”, caso editoriale dello scorso anno sul “sistema camorra” firmato da Roberto Saviano, è un lavoro da togliere il sonno. La sfida l’ha raccolta Mario Gelardi, regista e drammaturgo napoletano 40enne, che il prossimo 29 ottobre debutterà con questo testo al Teatro Mercadante di Napoli, e girerà per l’Italia fino al 3 febbraio.
“Siamo partiti alla grande perché il primo giorno è venuto a trovarci Roberto Saviano che con me firma il testo – racconta Gelardi nel suo blog -. Roberto ha parlato con la compagnia più di tre ore, infondendo energia a tutti. Siamo un gruppo numeroso e dalla personalità impegnativa. Il lavoro è appena iniziato”.
Riadattato per la scena a quattro mani proprio da Mario Gelardi e Saviano, amici di sempre, lo spettacolo propone “un gioco di specchi tra quello che è il frutto della fantasia del lettore e la necessità del drammaturgo-regista – recita un comunicato-: la capacità di rielaborare, secondo un tessuto comunicativo che nasce dall’esperienza, quella musica-suono che è il napoletano-lingua, scrittura di una letteratura del quotidiano”.
Ma lo spettacolo avrà anche qualcosa in più: dopo aver scelto cinque personaggi fra i più forti, Gelardi, vedendo trasformarsi man mano la vita di Roberto dopo la pubblicazione del libro (che ha venduto 800 mila copie nel mondo), gli ha proposto di inserire nel testo un sesto personaggio, ovvero lui, proprio Saviano, l’autore. “Vorremo riuscire a raccontare il vero Roberto Saviano al di là degli articoli, al di là delle battaglie. L'uomo".
Le sfide, però, si sono susseguite a catena nella elaborazione del testo. La prima, rivela Gelardi, “è stato andare oltre i confini del testo letterario, per “riuscire a dare ai personaggi una personalità, un'anima, un'emotività che nel testo originale, per ovvi motivi, non c'è”. Seconda sfida, quella di mettere insieme con Roberto, passi diversi rispetto al libro “di andare oltre la parte di reportage e di accentuare quella del romanzo”.
Un lavoro duro, a tratti tormentato, confessa il regista, sia per la condizione di Saviano, eternamente sotto scorta, sia per quel gran senso di disagio che un affresco feroce come “Gomorra” lascia in ogni buon cittadino napoletano. Ma un desiderio campeggia al di sopra di tutto per il regista: che lo spettacolo generi un immaginario di “Gomorra” nel pubblico, legato al teatro, “vorrei che vedesse i personaggi con le facce degli attori che ha visto in scena”.
Paola Simonetti
“Gomorra”
di Mario gelardi e Roberto Saviano
Teatro Mercadante di Napoli
29 ottobre 2007
Le date della tournée:
29 ottobre-18 novembre - Napoli, Teatro Mercadante
23 novembre - Potenza, Teatro Francesco Stabile
24-25 novembre - Bari, Teatro Kismet
27 novembre-8 dicembre - Roma, Teatro Valle
9 dicembre - Spello (Perugia), Teatro Subasio
11 dicembre - Scandiano (Re), Teatro Boiardo
12-16 dicembre - Prato, Teatro Fabbricone
18-19 dicembre - Pordenone, Teatro Comunale - Sala prove
9 gennaio - Como, Teatro Sociale
10 gennaio - Rivoli (To), Teatro Don Bosco
11 gennaio - Moncalieri (To), Teatro Civico “G.Matteotti”
12 gennaio 2008 - Biella, Teatro Sociale “Villani”
15 gennaio - Grottammare (Ap), Teatro delle Energie
17 gennaio - Buti (Pi), Teatro Francesco di Bartolo
18 gennaio - Pescia (Pt), Teatro Pacini
19 gennaio - Parma, Teatro delle Briciole
20 gennaio - Fiorenzuola D’Arda (Pc), Teatro Municipale Giuseppe Verdi
22 gennaio - Marghera (Ve), Teatro Aurora
24 gennaio - Sinalunga (Si), Teatro Comunale “Ciro Pinsuti”
26 gennaio - Senigallia (An), Teatro La Fenice
30 gennaio - Piano di Sorrento (Na), Teatro delle Rose
2-3 febbraio - Salerno, Teatro Diana
lunedì 17 settembre 2007
Mafioso e gay?
Secondo l`FBI il killer della mafia Whitey si trova in Italia. Ma a differenza di quanto prescritto dalla Mafia frequenta locali gay.
Ora è stato avvistato in Italia secondo alcune segnalazioni. L'ufficio dell'Fbi ha rilasciato immagini di James "Whitey" Bulger, 77 anni e la sua compagna Catherine Greig, 56. In aprile l'uomo era a Taormina. Sono 30 anni che l'Fbi gli da la caccia e su di lui c'è una taglia di un milione di dollari. Negli anni 60 e 70 era proprietario a Boston di due gay bar e ne frequentava un terzo.







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