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giovedì 28 agosto 2008

Il governo Berlusconi co-finanzia i progetti dell'Arcigay a favore degli emigranti Lgbt.

E alla fine anche Belzebù tira fuori i quattrini per gli omosessuali. Eppure, non ne capiamo il motivo, ci puzza forse perchè non ce ne spiega l'utilizzo ed a chi serve o servira, Comunque cercheremo di capire il perchè non ci convince.

(Arcigay) Il Ministero per la Solidarietà Sociale ha co-finanziato il progetto IO: Immigrazioni e Omosessualità (Nuovi approcci nel campo dell’integrazione dei migranti residenti in Italia: l’aiuto ai migranti lesbiche, gay, bisessuali e transessuali), di cui potete scaricare una scheda descrittiva.

Il progetto mira a sostenere l’integrazione dei migranti LGBT attraverso:

  1. due seminari (uno a Bologna ed uno a Napoli)
  2. la produzione di materiale per operatori delle associazioni LGBT e dei servizi rivolti a migranti;
  3. una ricerca, che rappresenta l’azione preparatoria per raccogliere le informazioni necessarie a mirare efficacemente le suddette azioni.

La ricerca mira a raggiungere migranti LGBT e ragazz* LGBT migranti di seconda generazione da intervistare dal vivo o telefonicamente.

L’intervista si concentrerà su:

  • il percorso migratorio e la rilevanza dell’essere LGB nel determinarlo e/o orientarlo;
  • rapporto con la comunità LGBT italiana;
  • il rapporto con i servizi pubblici e privati dedicati ai migranti (sono adatti anche a un pubblico LGBT, cosa dovrebbero fare per essere più accoglienti ecc.);
  • il rapporto con coetanei italiani e della propria comunità, con la famiglia e con le istituzioni (per i/le ragazz* di seconda generazione)
  • il rapporto con la famiglia del/la partner, con la sua comunità; l’esperienza di coppia interculturale (per i partner)
  • l’accompagnamento del migrante LGB nel percorso di inserimento in Italia.

Per identificare le persone da intervistare, abbiamo bisogno della collaborazione di tutt* i volontari e le volontarie delle associazioni LGBT.

Per questo vi chiediamo di parlare del progetto e della ricerca a tutte le persone LGBT straniere che conoscete o ai loro partner.

Se sono interessate a farsi intervistare, compilate la scheda in allegato e inviatela alla ricercatrice Dott.ssa Laura Pozzoli, all’e-mail

pozzoli.arcigay@tiscali.it

Chi, pur non volendo partecipare a un’intervista volesse comunque condividere la propria esperienza lo potrà fare compilando la scheda di testimonianza scaricabile su questa pagina

Per ulteriori informazioni sul progetto, potete contattare

Miles Gualdi al 339 23 64 216 o milesgualdi@yahoo.it
Giorgio Dell’Amico al 348 76 69 298 o migra@arcigay.it

Grazie in anticipo per la collaborazione.

Aurelio Mancuso, Presidente nazionale Arcigay
Salvatore Simioli, responsabile Multiculturalità Arcigay

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mercoledì 18 giugno 2008

Pronunciamento della Cassazione: Essere coppia di fatto non salva da espulsione.

(Adnkronos) Essere una coppia di fatto per un clandestino non vale ad evitargli l'espulsione. Parola di Cassazione che sottolinea che in materia di immigrazione clandestina non e' possibile ''estendere l'equiparazione tra famiglia legittima e famiglia di fatto''. Applicando questo principio, la prima sezione penale ha respinto il ricorso di un clandestino contro il provvedimento di espulsione applicato dal Tribunale di sorveglianza di Lecce nel luglio del 2007.

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sabato 19 aprile 2008

Iniziative. “Divercity”: A Napoli i migranti omosessuali si incontrano sul web.

(Napoligaypress) La vita dei migranti in Italia è difficile, in particolar modo per quelli senza permesso ed ancor di più quando l’orientamento sessuale degli stessi va contro la cultura e la morale religiosa. Questa è la condizione di molti migranti che vivono così in maniera critica la loro condizione di gay e trans e vengono emarginati in maniera duplice.

A Napoli il comitato provinciale dell’Arcigay con il sostegno del Comune ha lanciato Divercity (che rientra nella serie di iniziative del “Progetto Città Sociale” dell’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Napoli).

Il progetto, il primo a livello nazionale, si rivolge espressamente a migranti omosessuali e transessuali che vivono in Italia ed in particolare nel territorio della regione Campania.

Fulcro del progetto è il sito web multilingue (costola del sito di Arcigay Napoli) che si pone come punto di riferimento per i migranti lgbt della città, ed ha lo scopo di informarli sulla legislazione vigente, sui servizi a loro disposizione: sportelli legali, assistenza sanitaria e altri. Ma è anche un punto di osservazione delle comunità migranti circa i diritti civili in Italia e nel mondo.

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giovedì 20 dicembre 2007

Al mercatino interetnico “omosessualità migranti”.

(Napoligaypress) Venerdì 21 dicembre alle 17.00 al mercatino interetnico di Piazza Dante a Napoli si terrà l’incontro/dibattito pubblico “Omosessualità migranti”. L’appuntamento è organizzato da Arcigay in collaborazione con la II Municipalità del Comune di Napoli tratterà dell’ orientamento sessuale, dell’identità di genere nelle diverse culture e degli ostacoli che i migranti lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transgender) incontrano nel percorso di integrazione.
L’Arcigay ritiene necessario avviare in Italia politiche concrete volte a superare gli ostacoli socio-culturali e normativi che impediscano l’inclusione del migranti omosessuali, vittime spesso di discriminazioni multiple legate sia alla razza oltre che per orientamento sessuale. L’iniziativa di Napoli “Omosessualità migranti” è pensata per promuovere la partecipazione delle persone omosessuali migranti, provenienti da diverse comunità, alla vita associativa ed alla piena inclusione nel tessuto collettivo. Pertanto l’Arcigay ritiene “significativa e qualificante” la partecipazione al dibattito di esponenti della comunità di immigrati tra cui Papa Massamba (Comunità Senegalese) e Aboubakar Soumahoro (nella foto) responsabile del settore immigrati RdB - CUB.

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venerdì 14 dicembre 2007

Svizzera, lo xenofobo Blocher escluso a sorpresa dal Governo.

C. Blocher

Udc senza Consiglieri

[Fonte Peacereporter]
articolo correlato sul Blog:
Il lato umano della Svizzera

Cristoph Blocher non entra nel Governo Svizzero. Il leader xenofobo che incita alla cacciata degli immigrati non è riuscito infatti a farsi eleggere dai parlamentari federali in Berna come settimo consigliere. Al suo posto eletta una rappresentante grigionese del partito della destra agraria. Evelina Widner Schlumpf inizialmente sembrava dovesse rifiutare per far posto al suo presidente, autore del maggiore exploit elettorale nella storia Udc lo scorso ottobre, con il 29 percento degli svizzeri che ha votato per la sua formazione anti-immigrati.

Adesso invece si profila anche una rottura nel partito. Evelina Widmer Schlumpf, la Udc dei Grigioni che ha battuto Blocher alla votazione per 125 voti a 115 (122 maggioranza richiesta), ha infatti deciso di accettare l'incarico dichiarando: “Non faccio parte dello stesso partito di Blocher. Io sono della sezione liberale”. Il partito la ha immediatamente espulsa dal gruppo parlamentare. Evidentemente le posizioni troppo apertamente razziste dell'industriale zurighese cominciano a generare rigetto nella classe politica elvetica, e nel suo stesso partito. Così come gia JeanMarie LePen in Francia e Jeorg Haider in Austria, l'ultradestra xenofoba non riesce a sfondare al centro. La neo ministra ha alle spalle una solida tradizione politica, essendo figlia di un ex ministro dei Trasporti, Leon Schlumpf.

Blocher era stato uno dei sette Consiglieri (ministri) svizzeri nel passato esecutivo, ed aveva polemizzato coi colleghi di governo per non essere stato incluso nella rotazione dei maggiori partiti, che porta uno dei membri a essere Primo ministro per un anno. Questo nonostante l'Udc sia il primo partito elvetico in percentuale. Ma i toni bellicosi del discorso con il quale Blocher ha presentato la sua candidatura devono aver dissuaso i parlamentari rossocrociati. “Io so cercare compromessi quando necessario” ha dichiarato invece Widner-Schlumpf, facendo capire che il suo approccio ai suoi nuovi incarichi di governo sarà per una “politica pragmatica”.

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giovedì 13 dicembre 2007

Strasburgo, via alla Carta dei diritti d´Europa. Urla e contestazioni all´Europarlamento. Oggi la firma del Trattato.

Lettera di Gordon Brown e Prodi ai 27: impegnarsi su clima, migrazioni e lotta al crimine.

(Alberto D'Argenio - La Repubblica) Ieri a Strasburgo la firma della Carta europea dei diritti fondamentali, oggi a Lisbona quella del nuovo Trattato Ue, domani a Bruxelles il vertice dei capi di stato e di governo dominato dal Kosovo. In tre giorni si scrive una pagina di storia dell´Unione ma, come sempre accade nei grandi momenti, non mancano le polemiche: come quelle di chi all´Europarlamento ha chiesto con urla e schiamazzi di sottoporre il nuovo testo ad un referendum, o la polemica ambientalista contro gli spostamenti per mezza Europa, con il conseguente inquinamento prodotto dagli aerei, imposti ai premier.
Grazie alla firma apposta ieri di fronte alla plenaria del Parlamento Ue dai presidenti delle tre principali istituzioni comunitarie (Poettering, Barroso e Socrates), dal 2009 i diritti della Carta Ue saranno vincolanti e potranno essere difesi di fronte alla Corte di giustizia. I 54 articoli prevedono la difesa delle libertà individuali, la non-discriminazione, i diritti sociali e quelli economici. Una serie di garanzie dalle quali si sono sfilate Gran Bretagna e Polonia (quest´ultima, però, con la sconfitta dei gemelli Kaczinsky dovrebbe rientrare) nel timore di vedersi imporre una serie di nuovi diritti, sociali per Londra e individuali per Varsavia.
Ma la cerimonia, tanto scarna quanto solenne, è stata rovinata dalle urla e dagli schiamazzi delle ali estreme dell´aula: i comunisti e gli euroscettici di estrema destra, britannici e polacchi in testa, hanno interrotto a più riprese i discorsi dei tre presidenti con cori e striscioni che chiedevano di imporre un referendum per la ratifica del Trattato (la temuta consultazione popolare è stata indetta solo dall´Irlanda, mentre le altre capitali ratificheranno in Parlamento). Due contestazioni organizzate separatamente che però hanno finito per accostare la destra estrema ai comunisti i cui responsabili, a cose fatte, si sono pentiti della leggerezza.
Ben più suggestiva sarà invece la cornice in cui oggi i leader dei 27 firmeranno il nuovo Trattato di Lisbona, il testo chiamato a raccogliere buona parte della defunta Costituzione Ue e permettere all´Europa allargata di funzionare nell´era della globalizzazione. La firma avverrà al Monasteiro de lor Jeronimos, gioiello sulle rive del Tago, e prima di pranzo i premier verranno scarrozzati su uno degli antichi e celebri tram della capitale portoghese.
Finita la cerimonia i 27 si sposteranno a Bruxelles, con o senza tappa a casa, per partecipare al vertice di fine anno di domani.
Ma la scelta di spalmare la trasferta Ue tra le due capitali, dettata dall´orgoglio dei portoghesi che così avranno un Trattato di Lisbona, ha scatenato le polemiche degli ambientalisti, imbufaliti per l´inquinamento degli aerei che accorpando il tutto in una sola città sarebbe stato risparmiato. Gli unici a trovare una soluzione sono stati i premier del Benelux che viaggeranno sullo stesso aereo. Polemiche a parte, il summit sarà dominato dal Kosovo, nuovo banco di prova per la (inesistente) voce unice europea nei grandi temi di politica estera. E in vista del vertice Romano Prodi e Gordon Brown hanno inviato una lettera ai colleghi indicando i temi su cui si dovrà concentrare l´Europa dotata del futuro: capacità di governare, anziché subire, globalizzazione e migrazioni, lotta alla criminalità, al terrorismo, al cambiamento climatico e all´instabilità internazionale.

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martedì 11 dicembre 2007

Il parroco di fatto.

(Le buone notizie) Più di settantamila stranieri hanno avuto il permesso di soggiorno in Italia per motivi religiosi. La Chiesa ne ha bisogno e lo Stato acconsente. Cliniche, case di accoglienza e istituzioni turistico - alberghiere sono piene di suore che vengono dall’Asia o dal Sud America. In alcune regioni, come per esempio il Piemonte, la Toscana, l’Umbria, l’ Abruzzo, i vescovi affidano le loro parrocchie a preti indiani, sudamericani, congolesi, polacchi, romeni. che così contribuiscono a sintonizzare la Chiesa con le nuove esigenze della società multietnica. In molte province la maggior parte del clero ormai è straniera. A tanti cattolici quest’afflusso può sembrare una buona notizia, per varie ragioni. Però pochi sanno che in base al Concordato del 1929, i parroci devono essere cittadini italiani. Per motivi, come si disse allora, di “difesa dello stato”. Non è permesso a cittadini di altri stati reggere una parrocchia in Italia (con la sola esclusione di Roma e delle diocesi suburbicarie) .

La clausola è stata confermata nel 1984, quando al governo c’era Craxi, e il divieto perdura . La Chiesa lo sa bene, ma, spinta dalla crisi delle vocazioni, ricorre a vari espedienti, come quello di definire, per esempio “amministratore straordinario “, il parroco che non può essere chiamato parroco perché non è italiano. Un parroco di fatto, ma non di diritto. La Chiesa, che è così restia a riconoscere le coppie di fatto, sembra prodiga nel nominare i parroci di fatto. Quella di “amministratore”è una definizione quanto meno riduttiva e comunque ipocrita e ambigua per una funzione così delicata. In più, l’attributo “straordinario” presuppone che l’incarico sia provvisorio. Fra l’altro, la parrocchia è una corporazione di diritto pubblico dotata di personalità giuridica e c’è da chiedersi se gli effetti civili, che conseguono agli atti di un parroco, che non è parroco, conservino la loro validità. Sembra proprio di sì, ma qualcuno potrebbe eccepire. Di fronte a questa situazione scottante, lo Stato chiude un occhio , anzi due. Resta il fatto che siamo di fronte a una aperta violazione della Legge, che non può essere aggirata, in nessun caso, con espedienti formali . Nessuno protesta. Nemmeno i fedeli, perché nessuno gli ha detto che non hanno più un parroco, ma un amministratore straordinario, come se la parrocchia fosse un condominio.

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Taranto: benvenuti nella multinazionale del sesso.

(Giovanni Di Meo - Taranto Sera) L’annuncio era già tutto un programma. Quel “novità giapponese ti aspetta” che ammiccava, con tanto di numero telefonico, sulle ultime pagine di un quotidiano locale aveva già solleticato la fantasia di parecchi tarantini. Eccola, la nuova frontiera del sesso dalle parti di casa nostra. E dopo le nigeriane e le brasiliane la nuova passione dei maschi ionici viene dal Lontano Oriente. Non dal Giappone però, come prometteva l’annuncio farlocco, ma dalla Cina. Il grande esportatore di autentici falsi e di made in Italy in realtà made in China ora esporta anche avvenenti ragazze dagli occhi a mandorla e dal fascino misterioso. Scriccioli come “Angela”, la giovanissima squillo scoperta la scorsa settimana dagli agenti della Polizia mentre aspettava clienti in un anonimo appartamento di via Lombardia. Anche in questa occasione, come già successo in via Cesare Battisti, a smantellare l’ennesima casa del piacere sono stati i poliziotti di quartiere, insospettiti dall’andirivieni tutto al maschile in quella che, all’apparenza, era una comunissima palazzina uguale alle altre. In questo caso però i poliziotti non si sono trovati di fronte delle imponenti ragazzone brasiliane, ma una minuta simil-geisha dalla pelle diafana, tanto piccolina di statura quanto ricca di fascino. La ragazza, hanno poi verificato gli investigatori, era anche inottemperante all’ordine del Questore di Prato di abbandonare il territorio nazionale. E per questo dalla casa d’appuntamenti è passata nella casa circondariale di largo Magli. Il dato, comunque, è interessante. Perchè è a Prato che c’è la più grande Chinatown italiana, con molti onesti immigrati ed immigrate che lavorano nelle tante industrie tessili della zona. E l’ipotesi, allora, è che tra chi sbarca in Toscana alla ricerca di un lavoro vi siano anche giovani donne poi dirottate nel giro del business della prostituzione nel nostro Paese. La “filiale tarantina” era gestita da altre due donne, anch’esse cinesi, assieme ad un uomo marocchino, fermati dalla polizia di Taranto mentre erano in procinto di lasciare la città. I tre infatti risiedono a Roma, come un altro giovane cinese risultato proprietario dell’appartamento, al cui interno sono stati trovati anche i sei cellulari utilizzati dai clienti per contattare le bellissime dagli occhi a mandorla, un numero esorbitante di preservativi e 4mila euro in contanti. Tutto ovviamente sequestrato. La scoperta fatta dai poliziotti di quartiere, come detto, fa nuova luce dal mercato del sesso nella nostra città. Mercato ricco: più che eloquente, in questo senso, è proprio l’aumento di case d’appuntamento travestite da “civili abitazioni” poi smascherate dalle forze dell’ordine. E mercato in evoluzione, capace di diversificare l’offerta per venire incontro all’aumento della domanda. La celebre Circummarpiccolo e la strada Statale 100 restano il regno delle nigeriane. E’ lì che hanno messo bandiera le veneri di colore che in Puglia arrivano dall’Africa sub sahariana, dalla Nigeria ma più in generale da diversi paese occidentali del Continente Nero. Molte di loro si stabiliscono nel barese, soprattutto nell’area di Gioia del Colle, per poi fare le pendolari con il tarantino, lavorando in “cooperativa”. Il centro cittadino, invece, vede il predominio delle brasiliane. Frequentatissima era la casa di via Battisti, meta di un autentico pellegrinaggio soprattutto da parte di clienti facoltosi e pronti a spendere un po’ di più per qualche extra ad alto tasso erotico. Il ricambio di carne umana, sul fronte latinoamericano, è continuo. Perchè le centrali operative spesso sono a Roma: è lì, dal centro, che vengono smerciate le ragazze che poi arrivano anche a Taranto. Quella delle prostitute che vengono dall’Asia, invece, è fenomeno nuovo e per molti versi ancora da decodificare. Misterioso, come l’alone che circonda molte volte gli affari dei cinesi che fanno fortuna in Italia. E come gli occhi di quelle piccole bellezze orientali che hanno conquistato i tarantini.

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lunedì 10 dicembre 2007

Italia che cambia: con il melting pot si trasformano anche i quartieri.

Il quartiere Chinatown a Milano
(Terry Marocco - Panorama) Nelle grandi città, sostiene Stefano Boeri, architetto, urbanista e direttore della rivista Abitare, crescono “anticittà parallele a quelle ufficiali. Crescono invisibili fino al momento in cui sprigionano forme radicali di antagonismo e rivolta”.

Saranno le banlieue italiane?
No, da noi le periferie sono una condizione mobile. Arcipelaghi e non ultima cintura prima della campagna, come a Parigi. Si alternano a quartieri popolari, a villette del ceto medio, oppure sono dentro i centri storici che, in certe ore del giorno, diventano a loro volta periferia. Così accade a Milano, nella zona intorno al Duomo che, dopo l’happy hour si svuota e, con gli uffici chiusi, si popola di chi non ha spazio per abitare.

Periferie dentro i centri storici?
Pensi ai Quartieri Spagnoli di Napoli, dove il degrado fa posto all’immigrazione, collocandosi al centro della città. Ma ci sono immigrati, come i cinesi, che tendono a ricreare veri quartieri monoculturali. Quello è un fenomeno antico e unico. La Chinatown di Milano è un quartiere che con i suoi cortili interni, i piccoli magazzini, si è prestato perfettamente all’isolamento. Negli altri casi le nostre città sono come caleidoscopi: realtà diverse che si mischiano, una divisione più socioeconomica che etnica. In Italia non ci sono i ghetti, intesi in senso tradizionale.
Stefano Boeri, architetto, urbanista e direttore della rivista Abitare
E via Anelli a Padova, con il suo muro?
Credo che neanche via Anelli possa essere definito un ghetto etnico. È una concentrazione di marginalità.

Sono città nelle città?
Non sempre. La grande crescita della comunità romena, che non ha i legami di quella cinese, essendo una società di individui, è l’esempio perfetto di una dispersione nella società.

Con il melting pot si costruisce in modo diverso?
Sì, dopo anni di abbandono dell’edilizia sociale oggi si sta ricominciando. Si costruisce prevedendo edifici più piccoli. Pensando a chi verrà a viverci, con spazi variabili per famiglie più numerose.

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sabato 1 dicembre 2007

Erba. Arestato Azouz Marzouk per spaccio stupefacenti.

(Prima) Azouz Marzouk, Il marito di Raffaella Castagna, uccisa nel dicembre dell'anno scorso nella strage di Erba, in provincia di Como, insieme al figlio di due anni, alla madre e a una vicina di casa, e' stato arrestato perchè accusato di spaccio di stupefacenti. Assieme a lui sono finite in carcere altre sei persone, tra cui il fratello Sadok. L'operazione, eseguita dalla Guardia di Finanza è scattata all'alba, ed ha portato all'arresto di Marzouk che si trovava non lontano dalla sua abitazione dove avvenne la strage del 11 dicembre scorso. A Marzouk gli uomini delle Fiamme gialle contestano una serie di episodi che partono dal 2002 e sono relativi allo spaccio di droga che, presumibilmente, veniva importata dalla Tunisia e poi spacciata attraverso diversi canali nell'intera Lombardia.
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(La7) Azouz Marzouk è stato arrestato questa mattina dalla Guardia di Finanza per spaccio di droga. Il tunisino, 27 anni, marito di Raffaella Castagna e padre di Youssef, due delle quattro vittime della strage di Erba dell'anno scorso, è finito in carcere insieme ad altre sei persone tra cui il fratello Sadok con l'accusa di aver organizzato un traffico di stupefacenti tra la Tunisia e la Lombardia. L'inchiesta era iniziata più di un anno fa. Azouz era già finito in carcere per droga ma era uscito grazie all'indulto poco prima della strage. A quanto si è appreso il tunisino stava lavorando alla realizzazione una discoteca stile Billionaire in riva al lago Pusiano, in provincia di Como, in società con Franco Crivario, Lele Mora e Fabrizio Corona. Nei giorni scorsi l'uomo è tornato con gli inquirenti e il suo legale nella casa di via Diaz in cui si sono consumati gli omicidi per un sopralluogo.
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giovedì 29 novembre 2007

Spot nell'intervallo della partita "Africani, la Svizzera è un inferno".

Un video per scoraggiare l'immigrazione clandestina. "Rischierete la vita, poi sarete perseguitati".

(Concetto Vecchio - La Repubblica) Africani, state alla larga dalla Svizzera! Firmato: il governo svizzero. L'ammonizione, sotto forma di uno spot tv, s'è materializzata nelle case di molti paesi africani martedì 20 novembre durante l'intervallo della partita amichevole Svizzera-Nigeria. Un immigrato di colore telefona al padre da una cabina telefonica e gli racconta di com'è bella e civile la Confederazione elvetica: in realtà vive sulla strada, s'arrangia con l'elemosina, ed è perseguitato dalla polizia. Una campagna anti-stranieri, per scoraggiare l'arrivo di altri cittadini africani, con un messaggio che non potrebbe essere più esplicito: non venite da noi, non c'è lavoro per tutti, finireste nel girone degli ultimi.

A confezionare l'annuncio è stato il dipartimento dell'emigrazione, il cui responsabile, Eduard Gnesa, ha dichiarato al Sonntags Blick, il quotidiano popolare di Zurigo che ha svelato il caso: "Abbiamo la responsabilità di aprire gli occhi a queste persone affinché si rendano conto della vita che potrebbe attenderle".

Il leader populista, e fresco trionfatore delle ultime elezioni politiche, il ministro della giustizia Christoph Blocher, ha benedetto l'iniziativa: "Dobbiamo dimostrare agli africani che non siamo un paradiso!". Gli svizzeri sembrano apprezzare. L'83 per cento dei lettori del Sonntags Blick si dice d'accordo con Blocher. Sui blog le voci critiche sono perlopiù isolate. "Dov'è finita la nostra identità? Se passeggio nella mia città, Biel, ho la sensazione di trovarmi in Africa. E' tempo di fermarli", scrive Bootvoll, la barca è colma, un nome che riecheggia il titolo del film del regista Markus Imhof sul mancato accoglimento di sei rifugiati politici nella neutrale Svizzera durante la Seconda Guerra Mondiale.

La disoccupazione è pressoché inesistente, ferma al 3,5 per cento, ma il governo motiva la sua campagna con le difficoltà a garantire agli immigrati di colore un regolare permesso di soggiorno, che viene concesso solo se si può vantare un impiego fisso. "La forza lavoro africana è ricercata poco o nulla" fanno notare dal dipartimento. "L'unica chance è quella di chiedere asilo, una trafila complicata e lunga, da cui intendiamo scoraggiarli. E poi il nostro è anche un modo per risparmiare sul budget previsto per i rifugiati".

"Migliaia di africani, in cerca di fortuna in Europa, annegano nel Mediterraneo" ammonisce Gnesa. "Anche da questi rischi intendiamo metterli in guardia". Lo spot sembra aver fatto scuola. Altri paesi europei intendono seguire l'esempio elvetico. Pare che l'Unione europea stia collaborando già con la Svizzera per mandarne in onda uno sulla tv pubblica del Camerun. Lo spot per il Congo invece è già quasi pronto.

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lunedì 26 novembre 2007

Cittadella: Un'idea antirazzista: lo sciopero della spesa .

(Lorenzo Zamponi CartaQui EstNord) Quaranta sindaci leghisti, appoggiati dagli alleati di An e Udc, oltre ai grossi calibri del partito come Calderoli e Borghezio, hanno manifestato a Cittadella, in provincia di Padova, per sostenere il sindaco Massimo Bitonci (nella foto), l’autore dell’ordinanza «antisbandati» che proibisce la residenza nel territorio comunale a chi, straniero, non può dimostrare un reddito annuo di almeno 5 mila euro. I toni apertamente razzisti della manifestazione leghista non hanno scoraggiato il ministero dell’interno: in una nota, Giuliano Amato ha scritto che «il problema esiste e la capacità di assorbimento di alcune realtà è oggettivamente limitata». L’ordinanza Bitonci, però, viola i trattati europei sulla libera circolazione dei cittadini comunitari, ma Amato non si perde d’animo e scrive che «la soluzione del problema non può che passare attraverso l’adeguamento delle norme europee». Sabato 24 a Cittadella c’è stato un altro corteo, di segno ben diverso. Ecco com’è andata.
«Torneremo». Con questo slogan i circa 300 manifestanti riuniti sabato a Cittadella, in provincia di Padova, hanno salutato il municipio della città murata. Chiarisce il senso dello slogan l’assessore alla casa del comune di Padova Daniela Ruffini [Prc]: «Ogni volta che ci sarà una provocazione noi saremo in piazza, ogni volta che tenteranno di scatenare una guerra tra lavoratori italiani e migranti, usando i poveri come strumento di lotta politica, torneremo.» La composizione del corteo organizzato dal Cantiere della sinistra di Padova contro l’ordinanza di Bitonci, è la negazione più radicale del razzismo: una manifestazione fatta per metà di lavoratori migranti dell’Alta padovana, riuniti nella Rete del lavoro migrante ma anche attivi nei sindacati e nei partiti, e per l’altra metà di militanti di sinistra [Prc, Pdci, Sd], sindacalisti [il segretario della Fiom padovana Antonio Silvestri, il portavoce di Lavoro e società Salvatore Livorno], associazioni come Assopace e Opera Nomadi. La manifestazione di Cittadella ha mostrato soprattutto questi volti: migranti con le bandiere dei partiti, donne col velo che spiegano le proprie ragioni ai cittadellesi, sindacalisti con la pelle scura che guidano il corteo con il megafono. «Si sono appropriati della manifestazione per difendersi dalle continue aggressioni sul piano dei diritti e della cittadinanza. – evidenzia Paolo Benvegnù, di Rifondazione – È vero che questa è una zona leghista, ma ormai qui c’è anche una storia di organizzazione dei migranti.» Nuovi leader operai crescono, come Roland Minka, ghanese, segretario provinciale della Filtea-Cgil [tessili], o Boubacar Niang, della Fillea [edili]. Proprio dai loro interventi di fronte al municipio è venuta l’idea più originale e dirompente della giornata: lo sciopero della spesa. «Se non ci volete, andremo a fare la spesa in un’altra città, una città che non ci nega la residenza» hanno strillato, rivolti, più che verso Bitonci, verso la sua base elettorale.
Un’idea rilanciata da Silvano Cogo [Cgil]: «Il messaggio è che ormai sono una massa critica anche dal punto di vista economico – spiega – Perciò potrebbero benissimo decidere di servirsi solo da negozi che espongono l’adesivo ‘no al razzismo’. Tra consumatori di idee democratiche e immigrati, siamo tanti. Penso inoltre che i tempi siamo maturi per uno sciopero generale contro il razzismo.»
C’è una consapevolezza crescente delle proprie forze all’interno delle comunità migranti: «Sono marocchino, ma cittadino del mondo. – dichiara senza esitazione Aziz Ganich, operaio – Nella mia fabbrica più del 70 per cento dei lavoratori sono stranieri. Quando alla tv dicono che il Pil è cresciuto dell’1,6 per cento, è anche un po’ merito nostro». Denuncia le conseguenze perverse dell’ordinanza, Uche Nwokeji, metalmeccanico nigeriano, in Italia da 12 anni: «Per avere un lavoro serve l’idoneità all’alloggio, se non danno la residenza niente idoneità, niente lavoro e quindi niente permesso di soggiorno – spiega – Voi italiani dovete dire ai leghisti che sono razzisti. Lavoriamo per vivere, paghiamo le tasse, qual è il problema?»
Non possono passare inosservati gli sguardi sconcertati rivolti ai manifestanti da chi attraversa la piazza durante lo shopping del sabato pomeriggio. Stupore per la presenza attiva dei migranti, certo, ma anche segno di una distanza al limite dell’incomunicabilità con la sinistra che manifesta con loro. Sembra sempre più difficile fermare la reazione a catena: di fatto, una volta creato il precedente di un sindaco che chiude le frontiere, ogni amministratore che si rifiuti di farlo rischia di passare per un difensore debole dei propri cittadini.
«Questo clima pericoloso deriva dall’imbarbarimento subito dalla politica, col trionfo del populismo e dell’accanimento nei confronti delle persone meno tutelate. – commenta Alessandro Squizzato, coordinatore regionale della Federazione giovanile dei comunisti italiani – Un clima figlio della campagna d’odio contro i rumeni con cui si è presentato il Pd».

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venerdì 16 novembre 2007

Sicurezza, il caso Milano.

Si moltiplicano i comitati di autodifesa.

(Corriere della Sera) Paura è il sentimento più forte, poi viene il senso di abbandono, il vuoto della politica e il disagio sociale. C'è sempre uno spacciatore sotto casa nei quartieri di Milano. E si può vivere come nei film di Almodovar, tra i drogaparty in condominio e i transessuali della porta accanto. Ma più spesso ci si barrica nell'appartamento, come fanno certi anziani. Dove sono la sera i vigili, la polizia, i carabinieri? Perché le pattuglie attraversano piazza Duomo e ignorano le inquietudini di tante periferie? Nel gelo di certe solitudini l'insicurezza cresce come l'età dei residenti: mezzo milione di milanesi ha più di sessant'anni. Sono un esercito di pensionati, su un milione e trecentomila abitanti, che ignorano i tracciati di globalizzazione portati dalla classe creativa: loro chiedono regole, controlli, legalità.
Fiction e realtà
Davanti al camper itinerante del Corriere
una città che si sente trascurata dal Palazzo confessa di sentirsi inascoltata: politica e istituzioni non sono solo lontane, sembrano virtuali, come le fiction con il maresciallo Rocca. Insieme ai picchi d'eccellenza, alle qualità e ai suoi primati, c'è una Milano che vuole anticipare un nuovo corso: più tutela per i cittadini. Per il farmacista del Corvetto che vede i rapinatori salire indisturbati al piano di sopra dopo il colpo; per le mamme di Quarto Oggiaro che vogliono ritagliarsi una vita normale con i figli e accettano volentieri l'integrazione con gli stranieri; per chi abita in centro e ogni notte diventa ostaggio del traffico selvaggio e del rito dell'aperitivo.
Non è razzista la Milano frantumata in mille isole di resistenza civile: è preoccupata. E si domanda: perché è tanto difficile avvicinare chi amministraino? Perché aumentano i campi rom, perché continuano le occupazioni abusive delle case Aler, perché ci sono tanti clandestini? Nessuno parla dei lavavetri, della bolla settembrina sulla tolleranza zero ai semafori. È il minimo dei problemi. Si parla dei guai nelle case popolari del Molise Calvairate, dove il disagio psichico condiziona la vita di alcuni isolati; e delle stanze affittate a maghrebini, dieci, quindici, stivati nei bilocali attorno a via Padova. E dello spaccio epidemico di droga, cocaina soprattutto, che va dai quartieri delle discoteche extralusso ai capannoni dismessi: a Milano il boom continua.
Ma il racconto dalla strada spazza via certi luoghi comuni: il cuore di Milano non è più il centro, è la periferia. Duomo, via Dante, Cordusio, sono luoghi di transito. Immagine, simbolo: certo.
Ma non ci abita più nessuno. I residenti sono scesi da 15 a 7 mila. La Bovisa invece è uscita dalle nebbie: è già nel futuro con Triennale, Politecnico, la ricerca farmaceutica del Mario Negri. Così come la Bicocca, diventata polo universitario e residenziale. Ma nelle trasformazioni tumultuose degli ultimi anni, delegate ad architetti, immobiliari eal laissez faire del privato, la risposta istituzionale è carente: il Comune è in affanno nel riordino urbano, la regia non funziona, i cittadini lamentano un degrado strisciante, lavori interrotti, improvvisazione. Anche nel quartiere Isola, dove Milano concentra la bohème e le botteghe artigiane, la rinascita è percepita da molti come un abbandono: si alzano le torri di Cesar Pelli, ma intere strade sono anche qui un emporio della droga, pericolose e inaccessibili. Un po' Blade Runner e un po' Medioevo. Dateci almeno qualche vigile di quartiere, dicono i cittadini.
La sfiducia
C'è sempre uno scontento di pancia, un senso di fiducia tradito nelle persone che raccontano una storia. Molti si sono uniti in comitato, per farsi sentire o per disperazione. A Citta Studi, trapanata come una gruviera dagli scavi dei parcheggi, il comitatismo è contagioso: ce n'è uno per ogni piazza. Difendono alberi, protestano per l'incuria dei giardini, sorvegliano gli abusi edilizi, si battono per ristrutturare una scuola. Delegittimano la grande illusione dei consigli di zona, i parlamentini delegati dal Comune al territorio: sono inutili, un fallimento, è il verdetto del camper. Così non servono più. È solo affanno il loro tentativo di acchiappare una città frantumata, molecolare. Meglio gli oratori, avamposti di un welfare che funziona, e fa anche da presidio sociale. Ma non bastano. Nei quartieri della città che cambia comitati e volontari cercano di mettere insieme il lato A, quello di chi si sente sopraffatto, con il lato B, quello di chi è ottimista. A Ponte Lambro c'è un barista che tiene la pistola sotto il bancone: non si sa mai. Ma attorno a lui, in quello che aveva fama di essere un quartiere perduto, c'è l'attivismo delle nuove coppie con bambini. Quelle invocano alternative alla noia dei figli, magari con impianti sportivi, perché anche così si allontanano i giovani dai raid senza casco sui motorini smarmittati. È un po' spietata la faccia senza trucco di Milano: sui Navigli, regno della notte e della movida, si protesta per il traffico e per i topi. Altro che Ratatouille. Ma non c'è disfattismo. La Milano che si racconta sul camper vuole farsi amare.

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martedì 13 novembre 2007

Dossier. Roma, i nuovi "ragazzi di vita" "Noi in vendita nella notte".

Quasi tutti adolescenti, guadagnano dai 50 ai 200 euro al giorno. Per 750 vanno a vivere una settimana in casa di chi li vuole. "Prima c'eravamo solo noi e i tunisini, adesso sono arrivati tutti 'sti romeni".

(Attilio Bolzoni - La Repubblica) Si possono anche "affittare". Per un giorno o il week-end, per una settimana, un mese intero. L'altra sera avrei potuto prenderne uno per 750 euro. Caricarlo in macchina, portarmelo a casa e considerarlo di mia proprietà da mercoledì fino al mattino del martedì succcesivo. Voleva da mangiare, andare al cinema, voleva i soldi e poi magari anche un piccolo regalo. In cambio si offriva. "Scopo ogni volta che me lo chiedi", mi ha detto Ciprian, romeno di Galati che da sette mesi si vende a Valle Giulia. Mi ha giurato di avere diciannove anni ma addosso non aveva documenti. Mi sembrava molto più piccolo. Mi sembrava minorenne.

E' finita con Ciprian una notte con la telecamera nascosta fra i nuovi "ragazzi di vita" di Roma. E' finita con lui che ventiquattro ore dopo mi avrebbe "aspettato lì", nella penombra di Villa Borghese, lungo i viali dove altri giovanissimi si prostituiscono per tanto o per poco, per due giorni o due anni, da soli o in compagnia con uomini di ogni età. Sono albanesi, curdi, tunisini, marocchini, sono moldavi e ucraini. C'è qualche afgano, un gruppetto di italiani e una valanga di romeni.

Negli ultimi tempi la grande ondata di adolescenti da "noleggiare" si è rovesciata soprattutto da Bucarest. Ne arrivano venti, trenta o anche sessanta in più ogni mese di romeni affamati e con il bisogno di raccattare qualche euro a qualunque costo.

E la loro età scende, scende sempre. Sono tantissimi, sono migliaia i "ragazzi di vita" nella Roma del 2007. Solo l'Arcigay ne ha contati più di mille in tre mesi. E qualcuno non ha nemmeno sedici anni, i minori sono almeno centocinquanta. Con tre o quattro marchette guadagnano da 50 a 200 euro a sera.

Più della metà si dichiarano "attivi" e non usano preservativo, hanno in media dai 10 ai 12 rapporti a settimana. Al venerdì e al sabato raddoppiano clienti e denari. Molti "lavorano" in proprio. Altri vengono sfruttati da balordi che in passato stavano anche loro sui marciapiedi. E tutti cercano sempre più soldi, solo soldi. Un rom di 17 anni - raccontano a Save The Children - lo ha fatto per mesi per mantenere la moglie di 15 anni e realizzare così il loro sogno: costruirsi una casetta in Romania.

Battono a Valle Giulia, al Circo Massimo, all'Eur. A piazza della Repubblica. Sfrontati mettono in mostra la loro "merce" agli automobilisti di passaggio, i più discreti aspettano dietro un albero. E' una Roma by night che si compra facile sulla strada.

Valle Giulia, ore 22,00 di mercoledì 7 novembre. Fermo l'auto nel giardino che si affaccia sulla facoltà di Architettura. Fari spenti, silenzio. Dopo pochi minuti mi viene incontro un ragazzo, gli apro la portiera dell'auto e lui sale. E' italiano. Si presenta: "Ciao, io sono Daniele". E' dei Castelli Romani, di Genzano. Ha ventitré anni, è alto, magro, moro. Parla in romanesco. Cominciamo a chiacchierare "per conoscerci meglio". Sposto l'auto di qualche metro, sotto un lampione illuminato. La telecamera è accesa, il microfono registra.

Quanto prendi? "Trenta euro". In macchina? "Sì, in macchina". E se ce ne andiamo a casa mia, ne vuoi di più? "Cinquanta". Daniele mi chiede una sigaretta. Gli faccio qualche domanda, lui risponde: "E' da un annetto che sto qui.. prima venivo sempre ma poi ho conosciuto il direttore di "Trova Escort" e prendevo appuntamenti su Internet, adesso però sono ritornato a Valle Giulia". E aggiunge: "Sono attivo e passivo".

Se io volessi passare due o tre giorni con te, quanto ti devo dare? "Ne potemo parlà, potemo trattà". Si accende una seconda sigaretta, si guarda intorno, stanno per arrivare altri ragazzi come lui. Sta arrivando la "concorrenza": i romeni. Anche lui ha del risentimento contro quelli che vengono da Bucarest: "Prima c'eravamo solo noi italiani, noi e i tunisini. Ce la comandavamo fra di noi. Non facevamo fare le rapine, non facevamo stè cose.. questi rumeni ti chiedono un panino e poi fanno le rapine ai clienti, li riempiono di botte".

Daniele comincia a spazientirsi, siamo fermi in auto da quasi dieci minuti e stiamo ancora parlando. Gli chiedo quanto guadagna. Risponde: "Quanto guadagnavo prima, quando non c'erano tutti stì rumeni?. facevo due piotte e mezzo, tre piotte, 300 euro a sera...". Tutte le sere? "No, c'era la sera che ne facevi 150, la sera che ne facevi 200, quell'altra che ne facevi 50 o 80". Hai mai avuto un altro lavoro? "Per sette anni ho fatto il manovale, con mio cognato a San Cesareo".

Torna loquace e comincia a raccontare dei suoi guai in famiglia. Il padre morto, mai un soldo in tasca. "Io sò uno che cerca di sfamasse", dice. E' alla terza sigaretta. Continuo a fargli domande. Chi sono i tuoi clienti? "La maggior parte sò grossi, 40 o 50 anni". E cosa vogliono da te? "Ce stanno quelli che chiedono l'attivo, quelli che chiedono dù maschi insieme, quelli che chiedono l'attivo e il passivo". E a te piace? "Te l'ho detto: io sò bisex".

Da un vialetto stanno risalendo due auto della polizia. Daniele apre la portiera e mi saluta: "Io ho la coscienza pulita, che me devono dì? Me dicono che stai a fà qua? Io gli rispondo sempre nello stesso modo: sto a cercà de magnà".

I poliziotti scendono dalle auto e controllano i documenti a tutti quelli che trovano nei paraggi, a piedi o sulle macchine in sosta nel buio. Sono del commissariato Salario. I "ragazzi di vita" si nascondono fra i cespugli, scappano giù verso viale delle Belle Arti. Anch'io me ne vado. Tornerò più tardi a Valle Giulia.

Piazza della Repubblica, ore 22, 45. Sono al terzo giro di una grande aiuola e davanti al McDonald's c'è un ragazzino di carnagione chiarissima. Sgrana gli occhi, si passa la lingua sulle labbra. Dall'altra parte della strada un uomo che avrà sessantacinque o settant'anni gli fa un cenno, un attimo dopo il ragazzino sale su un'auto che scompare verso la stazione Termini. Ce ne sono altri tre che passeggiano fra le bancarelle di libri.

Scherzano, bevono birra e aspettano clienti. Al semaforo arrivo io. Il più svelto ad avvicinarsi è un tipo tracagnotto con una frangetta di capelli neri, lo sguardo furbo. E' romeno, si chiama Cristiano.

Quanto vuoi? "Trenta per un...". E per un giorno intero? "Dipende: cento, centoventi, centocinquanta". Hai un amico che può farci compagnia? "Sì, per altri cento euro". E' romeno come te? "Conosco solo romeni io". Cristiano è seduto sulla mia auto e parla di soldi, si vuole mettere d'accordo in fretta. Su tariffa e prestazioni. Subito avverte: "Io sono solo attivo". Cosa fai? "Tutto", risponde lui. "Faccio tutto con tutti, con gente grande come te e con ragazzi di 25 o 27 anni e non faccio problemi, tu mi dici cosa vuoi e io dico il prezzo e basta. Se lo vuoi fare deciditi, altrimenti no", taglia corto Cristiano mentre racconta la sua vita in Italia. La telecamera nascosta riprende il suo viso. Ride quando gli chiedo perché fa quello che fa. Ride e dice: "Non ne trovo un altro, sono venuto qui a Roma la prima volta nel 2004 e poi sono tornato, questo lavoro mi piace, mi piace perché sennò farei un'altra cosa". Non si sente omosessuale. Lo ripete un'altra volta: "Sono solo attivo, te l'ho già detto. Anche mio fratello è solo attivo e anche lui fa questo lavoro".

Vivevano da un paesino vicino Bucarest e adesso abitano sulla Salaria. Ogni giorno prendono il "92" che li porta fino a Termini. Si fanno un gelato sotto i portici dietro la fontana Esedra e poi cominciano a battere. Certe volte iniziano alle cinque del pomeriggio e finiscono alle 4 del mattino dopo. "Solo attivo, solo attivo", ripete Cristiano mentre se ne va sbuffando per i trenta euro che questa volta non si è guadagnato.

Valle Giulia, ore 23, 25. Sono tornato a Villa Borghese, scendo nella zona dove la polizia se n'è appena andata e i "ragazzi di vita" sono tornati a farsi vedere. Arriva uno che sembra un magrebino. E' tunisino. Si chiama Amhed. Capelli crespi, pizzetto, è guardingo. Forse si è accorto del monovolume che è fermo dietro la mia auto, dentro c'è Stefano, l'operatore che mi sta seguendo per riprendere gli "esterni" dei miei incontri. Amhed non sale in macchina. Gli chiedo quanto prende. "E tu quanto mi dai?", ribatte. Ci mettiamo d'accordo per 40 euro. Insisto per farlo sedere accanto a me ma lui resta fuori, in piedi. Dice che ha 21 anni e che questa sera "è venuto qui per la prima volta". Anche Amhed sembra più giovane di quanto dice. Diciotto, forse anche diciassette anni. Provo a fargli qualche domanda ma è aggressivo, alza la voce: "Non c'è problema, se vuoi con 40 euro facciamo la serata". Gli dico che prima voglio parlargli, lo invito un'altra volta a salire in macchina. Non sale. E chiede: "Mi hai mai visto qui? No che non mi hai mai visto, perché è la prima volta che vengo". E' a disagio, irrequieto. Probabilmente è davvero la prima volta che Amhed è venuto a Valle Giulia per fare un po' di soldi.

Torno su, adesso sono su un vialone senza luci. Seduto su un muretto c'è un ragazzino, il più piccolo che ho visto stasera a Villa Borghese. E' minuto, infagottato in un giubbotto. Mi fermo con l'auto a qualche metro da lui. Non si muove, non si avvicina. Faccio marcia indietro, abbasso il finestrino di destra e lui infila dentro la sua testa riccioluta. C'è molto buio, la telecamera nascosta riprende un'ombra. E' Ciprian, il romeno di Galati. La sua voce arriva fievole: "Prendo 50 per tutta la sera". Gli chiedo quanti anni ha, risponde diciannove. Gli dico che non ci credo. "Ti giuro che ne ho diciannove, li faccio domani", garantisce mentre si fruga nelle tasche ma non trova un documento da mostrarmi. Per un giorno e una notte Ciprian vuole 150 euro. E' da tre mesi che si vende. Gli domando quanto vuole per una settimana.

Fa i suoi conti: "Per una settimana 750 euro". Poi ci ripensa: "No 750 euro ma 1050...". Ha moltiplicato 150 per sette giorni. Scorge l'indecisione sulla mia faccia e cala il prezzo: "Facciamo 750 e faccio tutto quello che vuoi". A casa mia, sette giorni a mia disposizione. Sussurra qualcosa su un film che gli piacerebbe vedere, vorrebbe anche un paio di jeans nuovi. Lo saluto dicendogli che ci devo pensare, che forse tornerò a cercarlo domani sera. Lascio Ciprian sul suo muretto, solo e infreddolito nella notte di Roma.

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sabato 10 novembre 2007

L'Arci batte cassa: "Per l'accoglienza servono risorse".

(Gaia Rau - L'Unità) Tossicodipendenze, carceri, problemi di salute mentale, immigrazione. Il disagio aumenta di pari passo alla complessità della società e alimenta una percezione di pericolosità davanti alla quale troppo spesso l'unica risposta è quella dell'emarginazione e della criminalizzazione.

La seconda giornata del seminario sul Welfare organizzato dall'Arci a Torino si apre con una riflessione sul disagio sociale in tutte le sue forme, e sulle risposte che le istituzioni sociali e politiche sono chiamate a darvi. Risposte che devono necessariamente essere concrete, positive, e che devono guardare alle cause di questo malessere tanto quanto ai suoi effetti.

Ancora una volta il riferimento è alla cronaca più recente, alla tragedia di Tor di Quinto, all'inferno dei campi rom e al conseguente dibattito sulla sicurezza. Forme odierne di sofferenza che, per Maria Grazia Giannichedda, presidentessa della fondazione Franco Basaglia, ricordano da vicino la situazione che si creò con la chiusura dei manicomi in seguito alla legge 180 del 1978.

«Non si può chiedere a un territorio di affrontare, di ospitare una situazione problematica, se non si danno al tempo stesso delle risorse e delle motivazioni per farlo». La Giannichedda ricorda la chiusura del manicomio di Trieste, la paura scatenata dall'incontro della città con una realtà sconosciuta, oscura, la difficoltà di intervenire a fianco dei malati e al tempo stesso dei cittadini, di creare un incontro tra questi due mondi così diversi per permettere una forma di convivenza, di interazione. «A quel tempo ci siamo posti il problema della sicurezza, abbiamo dovuto prenderci la responsabilità di quello che facevamo, consapevole che la libertà di quelle 1200 persone aveva dei costi sociali».

Con i rom è un po' la stessa cosa. «Non servono politiche compassionevoli, miserabiliste, ma bisogna investire delle risorse, creare delle politiche sociali che siano anche politiche di sviluppo, facendo cose concrete». La presidentessa della fondazione Basaglia cita a questo proposito esempi di integrazione riuscita, dal caso delle periferie disagiate come Tor Bella Monaca, a cui il teatro diretto da Michele Placido ha restituito nuova vitalità, all'esperienza dell'Esquilino. «A livello locale abbiamo un patrimonio di pratiche che dimostrano che la convivenza è possibile, anche in aree di potenziale conflitto, basta creare dei luoghi, portare delle risorse, dei contenuti».

Filippo Miraglia, responsabile nazionale Arci per l'immigrazione, fa l'esempio delle migliaia di persone che risiedono in Italia per motivi di asilo politico. «Lo Stato dà loro il diritto a rimanere nel nostro Paese, ma poi non dà nessuna risposta in termini di accoglienza». Così - continua - «queste persone si riversano in realtà di disagio abitativo preesistenti, come i campi rom, e le situazioni problematiche si moltiplicano».

Quello della concretezza, delle pratiche sociali è dunque l'unico Welfare possibile, l'unico che possa affrontare le sfide della contemporaneità e delle nuove forme di malessere. Anche perché altrimenti si rischia di cadere nell'errore di pensare che l'unica soluzione possibile sia quella della criminalizzazione. E per un'associazione come l'Arci- continua Miraglia - «non è possibile rimanere neutrale di fronte alla criminalizzazione del disagio».

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martedì 6 novembre 2007

Milano: Nasce l'Associazione Rom per la legalità.

(02 blog) A Milano si getta acqua sul fuoco dopo le polemiche di questi giorni e le innumerevoli sarabande televisive sul problema dell’immigrazione Rom. Per dare degli zingari un’immagine diversa rispetto a quella che viene divulgata in questi giorni è nata l’Associazione Rom per la legalità e contro il razzismo. L’hanno fondata Mario Furlan, fondatore dei City Angels, e Lucica Tudor, la regina dei rom rumeni, considerata la massima autorità morale della sua etnia in Europa.

Dopo la proposta dei City Angels di punire direttamente gli sfruttatori per poi avviare programmi di tutela e assistenza dei piccoli rom un’altra iniziativa che si muove in direzione dell’integrazione. La neo associazione vuole infatti dimostrare che l’immagine comune del nomade ladro, accattone e fannullone è sbagliata. Inoltre vuole favorire una politica di integrazione con i rom onesti, che consenta loro di lasciare i campo nomadi e di avere una casa regolare. Furlan, che in materia di emarginazione se ne intende, ci tiene a far sapere che l’ostilità genera emarginazione. E l’emarginazione produce nuova illegalità. Come dargli torto.

Il tema è scottante e l’iniziativa mira a scuotere le coscienze. Siete d’accordo con la costituzione di questa associazione, cosa ne pensate?

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