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giovedì 28 agosto 2008

Obama consacrato candidato con la benedizione dei Clinton.

Bill Clinton a Denver

Bill Clinton a Denver

(Panorama) Barack Obama è il re dei democratici. Incoronato nella convention di Denver un giorno prima del previsto, il senatore dell’Illinois ha guadagnato in poco più di tre giorni il sostegno dei Clinton e l’unità dell’Asinello. Solo John McCain, che oggi annuncerà il nome del suo vice, potrà fermare la corsa del senatore dell’Illinois verso la Casa Bianca.
La notte di Denver sarà ricordata nella storia del partito democratico americano, che tra le lacrime di gioia dei fan di Obama e quelle, intrise di rabbia, dei riluttanti fan di Hillary Clinton, aveva un bisogno impellente di curare le ferite la passione politica indispensabile per conquistare la presidenza. Se n’è accorta la stessa Hillary, che dopo l’intervento incandescente di ieri, ha interrotto la votazione, pur simbolica, sul candidato che lei stessa aveva chiesto in precedenza. Quando è toccato a lei Hillary si è sostituita a Nancy Pelosi, presidente del Congresso e della Convention, e ha chiesto la rottura del protocollo: “Dichiariamo insieme, cun una voce sola, che Barack Obama è il nostro candidato e sarà il nostro presidente”.
È stata ovazione, più che acclamazione. Lacrime, abbracci, urla, tripudio per il primo candidato democratico afroamericano nella storia degli Stati Uniti, simbolo della globalizzazione, nato a Honolulu, da padre africano del Kenya e madre americana del Kansas, cresciuto tra l’Indonesia e le Hawaii. A dargli l’endorsement finale, anche se tardivo, è stato, a nomination conclusa, Bill Clinton: “Barack Obama è l’uomo giusto per questo lavoro”. È pronto per guidare l’America e restaurare la leadership americana. Barack Obama è pronto per fare il presidente degli Stati Uniti d’America”.
Come Obama, anche il vice presidente prescelto, Joe Biden, è stato nominato candidato ufficiale dei democratici per acclamazione. E se per Obama la richiesta di fermare la conta dei voti è partita direttamente da Hillary Clinton, per Biden è stata avanzata in modo piuttosto informale dalla Pelosi. “Se volete la nomina per acclamazione dite ‘hi’”, ha incalzato la Pelosi”. Nessun contrario, ovviamente. Presa la parola, da Biden è arrivato l’affondo per McCain, da veterano della politica a veterano dell’esercito: “La scelta in questa elezione è chiara. I tempi che stiamo vivendo richiedono qualcosa di più di un buon soldato, richiedono un saggio leader”. Biden è stato presentato da suo figlio Beau, che presto partirà soldato per l’Iraq.
Lui, re Obama, sale a sorpresa sul palco, mentre Biden conclude il suo discorso. “Hello democratici” ha esclamato “sono qua perché ho una piccola cosa da dire. Voglio che tutti sappiano che sono orgoglioso di avere Joe Biden e tutta la sua famiglia al mio fianco per riprenderci l’America”. Poi, ammiccando al pubblico come una star: “La convention fino a questo punto mi sembra che sia andata bene, Michelle Obama è stata molto brava, che ne dite?” E se “Hillary ha fatto traballare i muri ieri sera -ha proseguito- Clinton ci ha ricordato cosa succede quando alla guida c’è un presidente che mette la gente al primo posto”. Per i saluti, prima della consueta benedizione, è accorsa sul palco tutta la famiglia di Biden, rappresentata da quattro generazioni, dalla madre ai nipotini. Sulle note di We are family di Sister Sledge i riflettori si sono spenti in vista del gran finale di oggi allo stadio Invesco, da 80.000 posti. Nel giorno del 45 anniversario del I have a dream di Martin Luther King.

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mercoledì 27 agosto 2008

L’appello di Hillary: Obama come Clinton.

Hillary Clinton

Il discorso di Hillary: la trascrizione del New York Times
Sul Washington Post: l’editoriale sull’appello dell’ex first lady

(Panorama) Accolta dal boato della folla quando ha fatto il suo ingresso sul palco della Convention Democratica di Denver, Hillary Clinton ha mantenuto la promessa: nel nome dell’unità del partito democratico, ha chiesto ai suoi 1629 delegati di lasciare da parte i risentimenti della lunga battaglia alla convention e di impegnarsi senza indugi a favore dell’ex rivale Barack Obama di cui si è definita, sin dalla prima frase di un discorso durato 23 minuti, “un’orgogliosa sostenitrice”: “Non importa se avete votato per me o per Barack. Ma è giunto il momento di essere uniti come un partito unito con uno scopo preciso: siamo tutti nella stessa squadra e nessuno può permettersi di stare ai bordi del campo”.

Il discorso di Denver

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Ma Hillary si è tolta anche qualche soddisfazione, citando, non a caso, il suo impegno a favore della sanità pubblica e gli otto anni di presidenza di Bill Clinton: un modo, elegante, per ricordare a Obama quanto sia importante la gratitudine in politica. Tanto più che sarebbe proprio suo marito Bill, sul palco del Pepsi Center, il più offeso nei confronti di Obama. Da lui - ha raccontato al New York Times un suo confidente - non ha nemmeno ricevuto una telefonata dopo la vittoria nella gara per la nomination.

Presentata dalla figlia Chelsea come “la mia eroina, mia madre” dopo un breve video che la mostrava spesso insieme ad Obama, Hillary ha avuto parole di affetto anche nei confronti dei suoi sostenitori che ha vezzeggiato e poi invitato a votare per Obama: “Mi avete insegnato tanto, mi avete fatto ridere e mi avete fatto piangere'’ . Un ringraziamento che - si augurano negli staff del candidato afroamericano - potrebbe neutralizzare le previste contestazioni antiobamiane dei delegati-fan più accesi e delusi della Clinton. Quelli che hanno già fatto sapere di non avere alcuna intenzione di votare per l’odiato Obama. A loro, per convincerli, ha detto: “Non avete lavorato così duramente negli ultimi diciotto mesi e resistito così orgogliosamente negli ultimi 8 anni, per soffrire un’altra sconfitta”.

Il riferimento è al repubblicano John McCain, che ha definito “un amico personale” ma ha anche presentato come il più coerente erede della fallimentare linea dell’amministrazione Bush: “E’ un mio collega e un amico. Ha servito il nostro paese con onore e coraggio - ha detto - Ma non possiamo permetterci altri quattro anni degli ultimi otto anni”. E ancora, rivolta ai suoi supporter più scettici: “Tutto quello che avete fatto in campagna elettorale era solo per me o per i valori in cui crediamo, per le madri malate di cancro senza assicurazione sanitaria? Mi ero candidata per dar voce alle persone che per otto anni sono rimaste invisibili: sono le stesse ragioni per cui oggi dovete votare per Obama”.

E’ stata la giornata dell’ex first lady. Da questo lungo abbraccio con i suoi fan, ne esce rafforzata e con ambizioni intatte. Se voleva conservare qualche chance di essere candidata e poi eletta nel 2012, non aveva altra scelta che quella di mantenere unito il partito, a dispetto delle reciproche antipatie. Il sostegno a Obama era però in qualche modo obbligato. Almeno a parole. Saranno le prossime settimane, nel giorno dell’unità riconquistata, a dire di più delle sue reali intenzioni. Oggi toccherà all’ex presidente Bill pronunciare il suo endorsement a favore di Obama. Un altro passaggio chiave. Ma parlerà anche Joe Biden, il senatore del Delaware e vecchia volpe del partito che il giovane Obama ha scelto, non a caso, come vice. Per allontanare i dubbi che sia troppo inesperto, avendo solo una legislatura alle spalle (come JFK, quando fu eletto presidente - dicono i suoi fan), per diventare presidente degli Stati Uniti.

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domenica 3 agosto 2008

Obama, leader o piacione?

Il candidato democratico alle presidenziali Usa, Barack Obama.

(Pino Buongiorno - Panorama) Con Shimon Peres è subito scattata un’istintiva simpatia. L’anziano capo di stato (85 anni) ha apprezzato il carisma del giovane Barack Obama (46 anni) e la sua visione globale dei problemi, riferisce a Panorama uno dei collaboratori del presidente israeliano. Sicuramente Peres, ma anche il ministro degli Esteri Tzipi Livni, del partito centrista Kadima, e il leader laburista, nonché ministro della Difesa, Ehud Barak si batteranno a favore del candidato nero alla presidenza degli Stati Uniti. Secondo gli ultimi sondaggi, Obama è in svantaggio di 9 punti sul rivale repubblicano John McCain fra i 250mila israeliani con passaporto americano. Nella stessa comunità ebraica, che vive e vota in America, l’attuale 65% dei consensi è considerato fra i più bassi ottenuti dagli aspiranti presidenti democratici.
In Germania Obama
ha trovato uno sponsor imprevisto: Edmund Stoiber, il presidente onorario dell’Unione cristiano-sociale, partito bavarese conservatore che sostiene la maggioranza dei cristiano-democratici di Angela Merkel. Dopo aver ascoltato il suo discorso di 35 minuti dal palcoscenico costruito vicino alla Colonna della vittoria a Berlino, Stoiber ha esclamato: “Il giovane senatore rappresenta quello che molti oggi agognano: carisma e leadership”. Ancora più entusiasta il presidente francese Nicolas Sarkozy, che ha così congedato il gradito ospite sulla scalinata dell’Eliseo: “Buona fortuna, Barack, se vinci la Francia sarà contentissima”.

Barack Obama visita il Muro del pianto a Gerusalemme

Leader o piacione? Israele, Germania, Francia, ma anche Giordania, Iraq, Gran Bretagna, Afghanistan: l’Obamamania è contagiosa. Ma quante di queste solenni benedizioni internazionali alla fine si trasformeranno in voti in America? Ann Marie Jones, 40 anni, una casalinga dell’Ohio, uno degli stati ancora una volta cruciali nelle elezioni del prossimo 4 novembre, ha deciso che non voterà il candidato verso il quale nutriva fino a poco tempo fa una grande ammirazione. “John McCain si è fatto vedere al nostro convegno sul cancro, organizzato dall’università statale, e lui invece lo ha disertato” si è lamentata mentre accarezzava, fra le lacrime, il figlio di dieci anni al quale lo scorso settembre è stata diagnosticata una terribile malattia. A 3 mesi dal voto permane la domanda di fondo: chi è davvero Barack Obama? Un leader con sostanza politica o solo un formidabile oratore? Un leader o solo un “piacione”? “Non c’è dubbio che negli Usa, al contrario che in Europa, Obama viene percepito in generale come più debole di McCain come comandante in capo” risponde a Panorama Frank Newport, il direttore della Gallup Poll, uno dei sondaggisti più accreditati. “Il suo tallone di Achille è la sicurezza nazionale. Per questo ha organizzato il viaggio all’estero. I punti di forza di Obama sono invece l’economia e la politica energetica”. Sempre Newport sostiene che, al contrario, gioca a sfavore di McCain l’età (72 anni), considerata dall’elettorato americano “un problema assai più serio del colore della pelle di Obama”.

La macchina elettorale di Obama. La verità è che ancora una volta assisteremo a un risultato al cardiopalmo. Ne è convinta, per esempio, Donna Brazile, una delle veterane delle campagne elettorali del Partito democratico (fra l’altro è stata manager della campagna di Al Gore nel 2000). “Sarà un’elezione estremamente combattuta” prevede. La stessa Brazile mette in guardia dai facili ottimismi suscitati dai sondaggi nazionali, secondo i quali il senatore dell’Illinois sarebbe in vantaggio di 4-9 punti su McCain: “Tutti noi prestiamo più attenzione ai dati che provengono dai singoli stati, come Ohio, Michigan, Minnesota, Florida e Virginia, e che fanno emergere un quadro di grande incertezza. Come è già accaduto in passato, saranno in ogni caso gli elettori non legati ai partiti a determinare la vittoria”. Ecco perché Obama, anche a costo di rinnegare i temi liberal propagandati durante le primarie (riforma della sanità, nuova politica sull’immigrazione, profondo cambiamento nella politica estera), ha deciso di ricollocarsi al centro per conquistare, oltre ai democratici ancora fedeli a Hillary Clinton, quel 20-30% di elettori non schierati che si attestano a metà strada fra i liberal e i conservatori e tendono a prediligere i politici moderati. L’unica novità rispetto a 4 anni fa, spiega ancora il sondaggista Newport, è che è aumentata la fetta dei repubblicani in uscita dal partito (quasi il 10% in più). A favorire Obama in questo momento non sono solo l’eccezionale favore dei media e la capacità impareggiabile di tenere sermoni cadenzati a seconda delle platee. Lo aiuta soprattutto il livello organizzativo della sua macchina elettorale rispetto a quella dell’avversario repubblicano.

Un comizio del candidato democratico alla Casa Bianca.

“Organizzare una campagna elettorale presidenziale, che comporta trattare con i leader locali, selezionare il personale di fiducia e delegare le responsabilità, gli sta conferendo una notevole esperienza manageriale” sostiene in un’intervista a Panorama Ted Sorensen, consigliere politico che scriveva i discorsi a John Kennedy. Il mago è certamente David Axerold, che guida lo staff come un orologiaio di Ginevra. Ogni tappa della campagna appare scientificamente calibrata per costruire la figura presidenziale di Obama. Il senatore dell’Illinois non è un eroe di guerra come McCain? Nessun problema: ecco la “settimana del patriota”, nella quale Obama affronta in un crescendo di retorica i grandi temi dell’orgoglio di essere americano, della famiglia e della religione. Non sa nulla su come gira il mondo? Ecco la “settimana della politica estera”, dove ha ricevuto un sostegno inatteso da George W. Bush, che ha mandato un suo emissario ai colloqui con l’Iran (Obama ha sempre affermato che bisogna parlare direttamente con il regime di Teheran e non affidare ad altri la trattativa diplomatica). Ancora più significativo l’aiuto del premier iracheno Nouri al Maliki a proposito del ritiro programmato delle truppe americane. In entrambi i casi McCain è stato spiazzato. Ora è la volta della “settimana dell’economia”, con il candidato “del cambiamento” che va prima a Washington a consultare i grandi economisti e i guru della borsa e poi vola in Michigan, Ohio e Pennsylvania, dove più acuta è la crisi economica. Anche in questo giro Obama si porta dietro gli ultimi sondaggi, secondo i quali per oltre metà dell’elettorato americano l’economia è oggi la principale preoccupazione, mentre solo il 13% avrebbe a cuore le sorti dell’Iraq. “La sua leadership mi ricorda quella di Franklin Delano Roosevelt. Penso che Obama, come lui, se sarà eletto saprà trovare un modo inedito e coraggioso per far uscire l’America da una congiuntura economica negativa” dichiara Robert Dalleck, uno dei maggiori storici delle presidenze americane.

I dubbi dell’opinione pubblica. Una conquista della Casa Bianca fin troppo annunciata? È difficile dare oggi una risposta plausibile, anche perché gli orientamenti dell’opinione pubblica, in particolare dei non schierati, si definiranno solo dopo le candidature alla vicepresidenza e dopo le due convention: dei democratici in programma a Denver dal 25 al 28 agosto, dei repubblicani a St. Paul dall’1 al 4 settembre. McCain deve sicuramente inventare al più presto nuove formule di politica economica, andando oltre le questioni della sicurezza nazionale. Obama invece ha altri ostacoli da superare. “Potrebbe diventare uno dei presidenti che più ispirano gli americani in tempi difficili, come Kennedy e Ronald Reagan” dichiara a Panorama Larry Sabato, politologo dell’Università della Virginia. “È intelligente e ha un impressionante istinto che lo porta a prendere le decisioni giuste. Inoltre sa entusiasmare i giovani come nessuno ha fatto dai tempi di Kennedy e potrebbe essere in grado di mettere fine ai nostri infiniti dibattiti sul razzismo. Allo stesso tempo, però, Obama sarebbe uno dei presidenti con meno esperienza nella storia americana. E l’opinione pubblica comincia a infastidirsi perché percepisce nel candidato democratico un’arroganza e una sicurezza ai limiti dell’impudenza” conclude Sabato. “In definitiva trovo impossibile predire come si comporterebbe una volta eletto o se saprebbe tenere testa alle sfide da affrontare. È una gigantesca scommessa. L’incognita maggiore non sono i suoi piani per l’Iraq, l’economia o l’ambiente, ma il fatto che abbia la forza politica e l’abilità per metterli in pratica”. (hanno collaborato Elena Molinari e Oscar Puntel)

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venerdì 16 maggio 2008

La sentenza su matrimoni gay in California irrompe in campagna elettorale.

(Giampiero de Andreis - Il Velino) Potrebbe avere un’influenza pericolosa per i tre candidati alla Casa Bianca la sentenza emessa giovedì sera dalla Corte suprema della California che ha abrogato il divieto di matrimonio omosessuale. Un tema “sensibile” come quello delle unioni tra individui dello stesso sesso rischia infatti di condizionare pesantemente i candidati, che ricevendo pressioni in un senso o nell’altro rischiano di alienarsi parte del proprio elettorato. Non è un caso che durante la serata di giovedì, Barack Obama, Hillary Rodham Clinton e John McCain abbiano tutti espresso il parere che tali decisioni debbano essere appannaggio dei singoli stati.


Alcuni osservatori ritengono che se il tema diventerà oggetto di campagna elettorale, a guadagnarci sarà il candidato repubblicano, che potrebbe ottenere il voto della base più conservatrice del partito, piuttosto riluttante a concedergli il proprio sostegno. Altri analisti, tuttavia, ritengono che posizioni poco aperte alle ragioni dei gay potrebbero alienare al senatore dell’Arizona l’elettorato moderato più giovane, che secondo i sondaggi è più attento alle ragioni degli omosessuali. La questione è assai insidiosa anche per i due candidati democratici ancora in lizza, il cui elettorato è sostanzialmente diviso tra fautori delle libertà civili e moderati meno entusiasti di concedere lo status matrimoniale alle coppie gay.

Obama e la Clinton, finora piuttosto evasivi sul tema, potrebbero subire la campagna delle organizzazioni per i diritti civili, che invocano posizioni più decise in favore della decisione della Corte suprema californiana da parte del partito dell’Asinello. In particolare è la Clinton, che ha un elettorato più centrista, a dover soppesare col bilancino ogni dichiarazione sul tema. Come si ricorderà, in concomitanza delle elezioni presidenziali del 2004 i repubblicani riuscirono a organizzare in numerosi “swing states” come Ohio, Florida e altri, referendum statali su temi etici come matrimoni gay e utilizzo di cellule staminali nella ricerca scientifica. In quegli stati, secondo numerosi analisti, la massiccia partecipazione degli elettori repubblicani al voto, costituì la spina dorsale della schiacciante vittoria di George W. Bush contro John Kerry.

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lunedì 10 marzo 2008

Primarie Usa. Lo slalom tra i temi di bioetica. Si di Obama e di Hillary alle unioni tra gay, no poco convinto dei Repubblicani.

(Alberto Simoni - Giornale del Popolo) Assistenza sanitaria, lotta al terrorismo, economia, tagli alle tasse e immigrazione. Le decine di milioni di americani che si sono recate finora alle urne per le primarie hanno giudicato i candidati soprattutto su questi temi. Non deve sorprendere l’assenza in agenda dei cosiddetti “moral issues”, dalla difesa della vita alla famiglia sino alla bioetica. Questioni che furono centrali nelle presidenziali del 2004 e che consentirono a George W. Bush di prevalere su John Kerry. Tradizionalmente i temi etici non incidono nel dibattito delle primarie. Troppo complessi e laceranti per essere semplificati in slogan o programmi che poco hanno a che vedere con la battaglia interna a un partito per la nomination. Più che spariti dal dibattito i “moral issues” sono in realtà soggiacenti, pronti a spuntare e a diventare tema di scontro politico fra repubblicani e democratici in vista del voto di novembre. Quanto incideranno è difficile prevederlo. Con ogni probabilità molto meno rispetto al 2004, poiché il lotto dei candidati (McCain, Clinton e Obama) trova su altri terreni i punti forti e qualificanti della piattaforma elettorale. E poi perché è proprio sui “moral issues” che il repubblicano “atipico” McCain fatica a guadagnarsi i consensi presso lo zoccolo duro conservatore. Girare alla larga da staminali, diritto alla vita e unioni gay potrebbe essere per lui una strategia vincente. Come in fondo è stata vincente la scelta di evitare di farsi trascinare in dibattiti sull’immigrazione – il suo tallone d’Achille, visti i fallimenti della riforma nel 2006 – durante le primarie. Ma anche per i democratici, i temi etici sono scivolosi. Soprattutto oggi, quando sarà fondamentale per Obama (o la Clinton) convincere i moderati a sostenerli in novembre. E posizioni troppo radicali sui “valori non negoziabili”, potrebbero rivelarsi un boomerang.

(...) La concezione della vita e della famiglia, i limiti della scienza, la forza e il ruolo della religione nella società distinguono in maniera netta anche se non uniforme repubblicani e democratici americani. La distinzione ovviamente tocca anche i candidati alla Casa Bianca soprattutto in tema di aborto, dove McCain e i rivali democratici parlano linguaggi diversi. Il senatore dell’Arizona che il 4 marzo ha ottenuto formalmente la nomination del partito repubblicano può vantare un record di voti pienamente in linea con chi avversa l’interruzione di gravidanza. Secondo il National Journal, la sua aderenza ai principi pro-life sfiorerebbe addirittura il 100 per cento. Obama e la Clinton sull’altro fronte sono fra i senatori più liberal in materia di aborto. Se Hillary Clinton negli anni ha addolcito la sua posizione, parlando apertamente di “tragedia dell’aborto” e lasciando da parte il linguaggio da crociata abortista che la caratterizzava negli anni ’70 quando guidava il fronte femminista, Obama invece ha sempre espresso posizioni fortemente pro-choice. Nel 1999 e ancora nel 2001 quando era un deputato in Illinois si astenne e poi votò “no” contro una legge che imponeva la rianimazione dei nati vivi dopo un aborto, poiché a suo dire a loro non poteva applicarsi la definizione di “persona”. Recentemente Obama ha tentato di giustificare la sua posizione – che nel 2002 è stata addirittura criticata dai democratici del Congresso di Washington – dicendo che si sarebbe schierato con Bush sulla legge contro l’aborto parziale, ma la sua identità di pro-choice è innegabile.
Il problema di McCain con i conservatori è invece legato alle unioni gay e alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. Per quanto riguarda le coppie omosessuali, il senatore dell’Arizona ha sempre sostenuto la sua contrarietà a emendare la Costituzione per bandire il matrimonio gay. È una posizione, questa, che se rientra nell’alveo del conservatorismo classico (che tende a limitare i poteri del governo federale), ha fatto però arrabbiare ampie frange della galassia cristiana, evangelici e cattolici, che nel 2004 avevano accolto con favore la proposta di Bush di cambiare la Costituzione USA per certificare che il matrimonio vero e proprio è quello fra uomo e donna. Sia Obama sia la Clinton sono favorevoli alle unioni gay, ma si oppongono al matrimonio fra omosessuali.
Ma è sui temi di bioetica che McCain rischia l’autogol sia nell’elettorato cattolico sia fra i conservatori. Egli infatti è a favore del finanziamento pubblico per la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Votò “sì” alla legge che dava soldi pubblici ai centri di ricerca, alla quale Bush appose il veto.
Hillary Clinton ha più volte espresso in campagna elettorale l’intenzione di togliere i vincoli ed elargire fondi federali per la ricerca sugli embrioni. Lo scorso settembre parlando a Des Moines (Iowa), disse che avrebbe stanziato soldi per la ricerca non appena entrata nello Studio Ovale.

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Usa. Il voto omosessuale per Hillary, icona gay.

Con lei la creatrice di «L-Word» e la tennista King.
(Paolo Valentino - Il Corriere della Sera) Hillary Clinton diventò un'icona gay nella primavera del 2000, ancora first-lady degli Stati Uniti, quando marciò sulla Quinta Strada durante la New York's Pride Parade. Fu il suggello di una lunga storia tra la comunità GLBT (Gays, Lesbians, Bisexuals, Transgender) e i Clinton, forse la coppia politica che più ha lottato per lo status e i diritti civili degli omosessuali negli Stati Uniti.
I gay hanno sempre ricambiato tanta attenzione alla loro causa, mobilitandosi e votando in massa per Hillary nelle due volte in cui si è candidata al Senato. E anche quando ha deciso di puntare alla Casa Bianca, la comunità ha riconosciuto subito il suo candidato.
Il 5 febbraio scorso, nelle primarie di New York e California, gli Stati con la più grande popolazione GLBT, 2 gay su 3 hanno scelto Clinton.
Ma il fenomeno Obama non ha lasciato indifferenti gli omosessuali americani. L'insurrezione del cambiamento guidata da Barack, il suo messaggio trans-razziale e transgender hanno finito per inserire un cuneo nella loro fedeltà clintoniana. E i gay hanno avuto un ruolo nelle 12 vittorie consecutive, infilate da Obama dopo il Supertuesday.

«Hillary è ancora la prediletta, i suoi rapporti con noi sono antichi e profondi, ma non c'è dubbio che Obama stia recuperando terreno», spiega Steve Elmendorf, che fu uno degli strateghi di John Kerry e ora appoggia l'ex first lady.
Il più celebre voltafaccia è stato quello di David Geffen, il tycoon di Hollywood co-fondatore di DreamWorks, apertamente gay e già grande elettore di Bill Clinton, diventato uno dei sostenitori più impegnati di Obama, per il quale ha raccolto 1,3 milioni di dollari.
Anche la cantante Melissa Etheridge, che nel 1993 organizzò il primo ballo inaugurale per gay e lesbiche durante l'insediamento di Bill Clinton alla Casa Bianca, ha scelto Obama.
Rimangono invece fedeli a Hillary l'ex campionessa di tennis Billie Jean King, la creatrice della serie- cult televisiva «L Word» Eileen Chaiken e Bruce Cohen, produttore di film come American Beauty.

Non che le posizioni dei due candidati democratici sulla GLBT community divergano molto. Entrambi vogliono il riconoscimento delle unioni civili, ma respingono il matrimonio gay. Chiedono più fondi per la lotta all'AIDS. Vogliono inasprire la legge contro le discriminazioni sui luoghi di lavoro. Vogliono porre fine all'ipocrita regola del «don't ask don't tell», non chiedere, non dire, nei ranghi dell'esercito, dove si può essere gay ma tacendo.
L'unica grossa differenza è che Barack promette di abolire una legge del 1996, firmata da Bill Clinton sotto la pressione del Congresso repubblicano, che proibisce il riconoscimento federale dei matrimoni gay. Hillary vuole invece abolirne solo alcune parti.
Obama ha corteggiato in modo pesante i gay, negli ultimi mesi. Forse perché doveva farsi perdonare la gaffe di ottobre, quando invitò a una sua manifestazione un popolare cantante gospel, Donnie McClurkin, più noto per aver definito l'omosessualità un peccato.

In febbraio ha comprato un'intera pagina di pubblicità sui principali giornali gay in Texas e Ohio, pubblicando una lettera aperta al popolo GLBT. «È in gioco la possibilità per questa nazione di confermarsi all'altezza della promessa di uguaglianza dei suoi fondatori, trattando tutti i suoi cittadini con dignità e rispetto».
L'appello ha funzionato solo in parte, Hillary ha vinto in entrambi gli Stati. Ancora una volta, gay e lesbiche hanno preferito la loro icona.

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mercoledì 20 febbraio 2008

Elezioni Usa. Fermata la corsa di Hillary Rodham Clinton alla Casa Bianca.

(Anelli di fumo) Alla fine sono ben venti i punti percentuali in più presi da Obama in Wisconsin, e non i dieci-quindici che pensavo. (Sì, anche stavolta ho azzeccato la previsione,). La sconfitta della Clinton in Wisconsin è dunque molto più ampia e se al momento non sappiamo ancora i dati delle Hawai'i, non credo ci siano possibilità per Hillary nello stato in cui Obama è nato e cresciuto. L'unica incertezza riguarda il divario: sarà maggiore o minore di questi venti punti del Wisconsin? Lo sapremo tra poco.

Ma una sconfitta così forte in uno stato che pareva tagliato su misura per la Clinton (i sondaggi la davano perdente in Wisconsin solo negli ultimi 10 giorni, prima qui doveva essere una sua roccaforte) significa che Obama ha sfondato anche nell'elettorato tradizionalmente pro-Hillary. E i dati parlano chiaro: Obama prende il 50% del voto femminile, il 67% di quello maschile, raggiunge largamente la maggioranza assoluta non solo nelle città ma ora anche nei sobborghi e, riguardo alle classi di età, lascia a Hillary solo la maggioranza degli anziani over 60, prendendo percentuali bulgare tra gli elettori fino a 24 anni (il 76%), fino a 29 (il 66%), fino a 39 (il 63%).

Quello che non mi è per niente piaciuto della sconfitta di Hillary è il trend che ha ormai stabilito: per la quarta volta consecutiva la senatrice di New York non ha ritenuto di complimentarsi con Obama per la larga vittoria ottenuta. Chiaro, perdere non piace a nessuno. Ma piace meno di tutti a Hillary, abituata sempre e solo a vincere, e questo atteggiamento le è ormai rimproverato da tutti gli analisti. Questa mancanza di cortesia potrebbe costarle cara. Potrebbe addirittura essere la goccia che fa traboccare il vaso in favore di Obama, ora dato in grande rimonta in Texas e in Ohio, dove solo quindici giorni fa aveva 20-25 punti di svantaggio, ora sembra ridotti a 5-7.
Alla fine, Hillary forse vincerà ugualmente, di poco, i due grandi stati del 4 marzo, ma se ci riuscirà sarà un testa a testa e a quanto pare il sistema elettorale texano potrebbe anche riservare una sorpresa, nel caso appunto di una competizione all'ultimo voto: Obama potrebbe ottenere meno voti popolari e più delegati, per via del suo radicamento nelle zone urbane contro quello della Clinton nelle zone rurali.

Altro dato assai interessante: Obama ha stavolta vinto anche tra i superdelegati, ossia gli uomini dell'apparato del partito. Ne ha presi 4, contro i 2 della Clinton. Un segno che anche la nomenclatura del Dp ha deciso di cambiare cavallo. In totale, Obama ha ora 1301 delegati contro i 1239 della Clinton.

Alla luce di questi cambiamenti, anche AnelliDiFumo cambia il cavallo delle sue scommesse. Se fino a oggi ho detto che Hillary poteva vincere Texas e Ohio e dunque alla fine imporsi come candidata democratica, ora invito tutti ad aspettare qualche altro giorno e a vedere come andranno le primarie del 4 marzo, sebbene sembra proprio che la corsa di Hillary Rodham Clinton alla Casa Bianca si sia fermata in un freddo martedì di febbraio in Wisconsin. Il 4 marzo, sapremo se la corsa per la nomination democratica è ancora a due, o se invece il candidato democratico sarà per la prima volta nella storia un uomo mulatto.

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lunedì 18 febbraio 2008

Elezioni Usa. Hillary e Obama, colpi bassi per la conquista del voto gay.

La pink lobby nelle primarie. Valgono nove milioni di schede e sono formidabili nella caccia ai finanziamenti.

(Klaus Davi - La Stampa) Valgono quasi 9 milioni di elettori, il 7 per cento dei voti. Pesano più dell'Udc in Italia e sono un volano formidabile per la caccia ai finanziamenti. Ecco perché gli elettori gay - la «pink lobby» - sono uno dei grandi terreni di scontro tra gli agguerriti staff di Obama e della Clinton, che si contendono non solo il loro voto, ma anche gli strateghi elettorali specializzati nella conquista mirata di questo target.

Nella corsa Hillary parte favorita per motivi «familiari». Clinton vantava nel suo staff un campaign manager gay sin dal lontano 1992. Si tratta di David Mixer, che già allora diede vita ai primi eventi gay per la raccolta fondi di un candidato alle presidenziali. Mixer, dopo aver lavorato per Edwards, ha preferito Obama alla Clinton, portando con sé uno staff di ben 22 persone. Barack lo ha fortemente voluto per tentare di insidiare il primato che Hillary vanta sul target omosessuale: l'ex first lady ha infatti dalla sua il 63 per cento dei consensi, contro il 29 del rivale. Resta saldamente in cima al consenso del popolo lesbo gay Usa, ma proprio su questo fronte il suo staff ha registrato allarmanti defezioni a favore del competitore nero. Come quella di Jeremy Bernard che, con il suo compagno Rufus Giford, sta dando vita a una delle più vivaci e versatili campagne elettorali rivolte al queer world. È gay anche il vice direttore della campagna di Obama, Steve Hildebrand, attivissimo nella raccolta fondi nel mondo hollywoodiano.

Hillary non si è data per vinta, forte soprattutto dell'appoggio istituzionale della comunità GLBT. Gran parte dei gruppi gay democratici di New York la sostengono e così pure autorevoli personaggi politici. Come il sindaco di San Francisco Gavin Newsom, noto per essere stato tra i primi a promuovere i matrimoni gay in Usa, il quale si è vendicato di Obama, che nel 2004 si era rifiutato di fare una foto con lui sull'onda della polemica dei matrimoni fra persone dello stesso sesso. I Clinton hanno pescato perfino nell'esercito, guadagnandosi l'appoggio del veterano Keith Kerr, generale di brigata della Guardia nazionale in California, gay dichiarato.

Nella spietata caccia al voto però non si lascia nulla di intentato. Hillary ha percorso in lungo e in largo, in California, storici locali come «The Abbey» di Los Angeles, dove ha urlato alla folle osannanti: «Ho bisogno di voi». E non c'è bar gay di New York, dal «Therapy Gay Bar» al «Soho Club», in cui non abbia tenuto infuocati comizi a favore delle unioni civili. Obama, per non essere da meno, si è precipitato qualche giorno fa in Iowa, a Des Moines, ospite della tavola calda «Palmer's Deli», dove ha distribuito t-shirt nere sulle quali campeggiava un programmatico «Gay guys for Obama». Non pago, giusto per ribadire da che parte sta, ha voluto promuovere un evento semi improvvisato a Los Angeles, presso il «W Hotel», sottolineando durante il variopinto happening che nessuno più di lui può capire e dare risposte alla questione dell'uguaglianza dei diritti.

E non basta ancora. I due contendenti hanno dato voce a massicce campagne telefoniche mirate sul target omosessuale. In Stati come il Sud Caroline, il New Hampshire e perfino nel conservatore e machissimo Texas, decine di volontari omosex hanno bersagliato di telefonate, ma anche visite elettorali, librerie e palestre della comunità gay. Hillary si è fatta ospitare da una lesbica storica, Ellen De Generse, nel suo show televisivo, dove ha potuto sottolineare il suo deciso appoggio alla causa. Tutto ciò mentre in Columbia Obama ha organizzato un concerto gospel in compagnia del reverendo Andy Sidden, famoso referente religioso e dichiaratamente gay.

Se i contendenti democratici si scannano per il voto «rosa», lo stesso non si può dire dei candidati repubblicani. Il vero eroe della comunità GLBT è stato fino a qualche settimana fa Rudolph Giuliani che, a New York, poteva contare addirittura sul 50 per cento dei voti della comunità gay contro il 23 del win runner McCain. Perso lui, l'influente minoranza, che può contare su numerosi adepti anche nelle fila conservatrici, non ha un vero e proprio interlocutore. I toni della campagna GOP rischiano di farsi addirittura ostili verso di loro, se si pensa che solo pochi giorni fa, sul «Los Angeles Times», Mike Huckabee si è veementemente schierato contro i matrimoni fra persone dello stesso sesso, arrivando a invocare la volontà di Dio. Pertanto l'organizzazione vicina al Grand Old Party, la Log Cabin Republican, molto attiva e proficua nella raccolta fondi, guarda con attenzione a cosa dirà McCain, che fino a questo momento si è defilato. Il suo staff è stato addirittura accusato di aver diffuso «robo call» (chiamate telefoniche automatiche) a contenuto anti gay nello stato del New Hampshire. Ma sulla vicenda il candidato Repubblicano non ha, sino ad ora, preso una chiara posizione. Alti e bassi costellano da sempre i rapporti fra la destra americana e la comunità GLBT. Bush padre non fu mai appoggiato dai repubblicani «rosa» per le sue posizioni troppo conservatrici. Andò meglio col figlio, che nel nel 2000 decise di incontrarli ad Austin per garantirsi il loro appoggio. Per poi, comunque, «divorziare»: nel 2004 il Log abbandonò Bush jr dopo che si era fatto promotore di un emendamento costituzionale per vietare i matrimoni omosex.

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mercoledì 13 febbraio 2008

La "valanga" Obama travolge la Clinton e tra i repubblicani vola McCain.

(TGCom) Barack Obama ha vinto l'ennesima tornata di primarie nei tre stati dove gli elettori erano chiamati al voto: Virginia, Maryland e nel distretto di Columbia. Un duro colpo per la favorita in campo democratico Hillary Clinton che ora attende la prova importante del Texas. Quasi nessun problema in campo repubblicano per il superfavorito John McCain che ha vinto nei tre stati nei confronti di Mike Huckabee.

Obama ha anche superato la Clinton per numero di delgati che andranno alla convention democratica di Denver del prossimo agosto. Al momento il senatore nero ne conta 1.195 contro i 1.178 della Clinton. Per vincere la nomination ne occorrono 2.025 e la Clinton, per farcela, secondo i calcoli della Nbc deve aggiudicarsi almeno il 56% dei delegati ancora in palio.

Le primarie del Potomac, il fiume che attraversa l'area della capitale, hanno confermato che il senatore nero ha il vento il poppa e la Clinton è in crisi. Obama si è aggiudicato buona parte dei delegati in palio nella notte elettorale e, come bonus inatteso, ha ricevuto i risultati finale del caucus nello stato di Washington celebrati nel fine settimana, che gli hanno assegnato 56 dei 78 delegati in palio.

"I cinici adesso non possono più dire che la nostra speranza è falsa", ha detto Obama, parlando a una folla a Madison, in Wisconsin. "Abbiamo vinto a est e a ovest, a nord e a sud - ha aggiunto -. Abbiamo vinto in Maryland, in Virginia, e sebbene abbiamo vinto anche a Washington questo movimento non si fermera' fino a quando non porteremo il cambiamento a Washington".

La tripletta di Obama era attesa, ma è stata la sua portata a stupire gli osservatori. In Virginia il senatore ha vinto 63-36% (con il 93% dei voti scrutinati). I dati parziali del Maryland indicano una vittoria analoga, mentre nella città di Washington, dove i Clinton sono di casa da anni, è stata una valanga per Obama: 76 a 24% (con l'89% dei voti scrutinati). Altri dati della Virginia, dove le donne e i neri si sono spostati decisamente verso Obama e dove anche gli elettori bianchi della classe media sembrano aver tradito Hillary, offrono una serie di segnali d'allarme per l'ex First Lady.

Il fronte repubblicano
"Intendo cercare la presidenza con umiltà", ha detto il senatore John McCain dopo avere conquisatto tre vittorie nelle tre consultazioni elettorali in programma per la candidatura repubblicana: Virginia, Maryland e Distretto di Columbia (Washington). "Intendo essere il presidente di un'America piu' forte, in un mondo migliore", ha detto il senatore dopo il triplice successo che lo ha avvicinato al numero di delegati necessario per raggiungere la certezza matematica della candidatura.

L'eroe del Vietnam, rimasto per anni prigioniero ad Hanoi durante la guerra in Indocina, ha detto rubando lo slogan al suo rivale democratico Barack Obama: "La speranza è un bene prezioso: nessuno lo sa meglio di me". McCain ha chiuso il suo discorso con un altro slogan di Obama: "Sono carico di entusiasmo e pronto all'azione".

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domenica 10 febbraio 2008

Presidenziali Usa. Solo Obama potrebbe battere McCain. Sondaggio della Cnn.

(Agi) Un testa a testa con John Mccain il candidato democratico che ha piu' possibilita' di spuntarla e' Barack Obama. Lo scenario emerge da due sondaggi, condotti rispettivamente dalla CNN e da Time. Nel primo, Hillary Clinton batterebbe il candidato repubblicano, guadagnando il 50 per cento dei consensi contro il 47 per cento dell'avversario.

Il margine tra loro e' solo del tre per cento e se si tiene conto del margine di errore dei sondaggi la certezza di una vittoria dell'ex first lady svanisce. Nel sondaggio di Time Clinton e McCain sono addirittura appaiati, con il 46%. Obama, secondo i dati, emergerebbe invece con una vittoria netta. I due sondaggi gli danno, rispettivamente, 8 e 7 punti percentuali di vantaggio sull'avversario. A fare la differenza in sarebbe, in particolare, il voto maschile, che in un duello Clinton-McCain andrebbe in maggioranza a quest'ultimo. Sarebbe cosi' anche nel caso in cui fosse Obama a gareggiare, ma quest'ultimo riuscirebbe a guadagnare un consenso maschile del 46% invece del 39% di Hillary. Obama, alla fine, vincerebbe perche' la percentuale di donne che vota per lui e' assai simile a quella di Clinton.

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mercoledì 6 febbraio 2008

Super Hillary vince ma non sfonda. Sostanziale parità con Obama. Risultati e proiezioni: I dati stato per stato.

(La Stampa) I vincitori delle primarie e dei caucus del Super Tuesday, in base ai risultati definitivi e alle proiezioni:

DEMOCRATICI
Hillary Clinton: Arkansas, Massachusetts, New Jersey, New York, Oklahoma, Tennessee, Missouri, Arizona, California.
Barack Obama: Alabama, Delaware, Georgia, Illinois, Kansas, Utah, Nord Dakota, Connecticut, Minnesota, Idaho, Colorado.

REPUBBLICANI
John McCain: Connecticut, Delaware, Illinois, New Jersey, New York, Oklahoma, Arizona, California.
Mike Huckabee: Alabama, Arkansas, West Virginia, Tennessee, Georgia.
Mitt Romney: Massachusetts, Utah, South Dakota, North Dakota, Montana, Minnesota.

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Obama/Hillary. La Clinton vince a New York e in altri tre Stati, tre per Obama. McCain se ne aggiudica 5.

Proiezioni e primi dati del supermartedì: sorpresa Huckabee, vince in tre Stati. A Barack Illinois, Delaware e Georgia. Romney si impone solo nel Massachusetts. Al voto in 24 Stati. Per Hillary anche Tennessee, Oklahoma e Arkansas.

(Il Corriere della Sera) La senatrice di New York Hillary Clinton ha conquistato le primarie democratiche del suo Stato, che nel supermartedì assegna dopo la California il maggior numero di delagati per la convention di fine agosto di Seattle. Tra i repubblicani successo di John McCain.

ILLINOIS - Senza problemi tra i democratici la vittoria di Barack Obama nell'Illinois, lo Stato che lo ha eletto senatore. Tra i repubblicani si è imposto McCain.

MASSACHUSETTS - Scontata invece tra i repubblicani la vittoria di Mitt Romney, l'ex governatore dello Stato. Abbastanza netto il vantaggio della Clinton a un terzo delle schede scrutinate.

NEW JERSEY - Importante successo di McCain tra i repubblicani. L'exit poll della Cnn tra i democratici assegna la vittoria alla Clinton con oltre il 60% dei voti.

GEORGIA - Obama ha vinto facilmente le primarie in Georgia, secondo i primi exit poll, ma in modo più netto di quanto previsto. Le urne si sono chiuse all'una di mercoledì (ora italiana). Invece tra i repubblicani è testa a testa tra McCain, Romney e Mike Huckabee, e i media americani non si sbilanciano per ora nell'assegnare la vittoria a uno dei candidati conservatori. Obama in Georgia, dove la metà degli elettori democratici sono afro-americani, ha acquisito buona parte del voto dei sostenitori di Edwards (che ha preso il 5% nonostante si sia ritirato), che nella vicina Sud Carolina lo scorso 26 gennaio aveva avuto il 17,6% prima di ritirarsi. Gli organizzatori della campagna di Clinton hanno detto: «Non contavamo di vincere» in Georgia. Non abbiamo fatto un solo spot in tv, Obama ha speso mezzo milione di dollari e aveva nove uffici nello Stato, noi due. Lui ha mobilitato staff e risorse per otto mesi, noi per due settimane». Obama ha conquistato la Georgia grazie al voto dei neri (87%) e dei giovani (75,5%), tra cui il 54% di quelli bianchi dai 18 ai 29 anni, ma anche del 64% delle donne.

MISSOURI - Gli exit poll danno in vantaggio Hillary Clinton (per i sondaggi c'era parità con Obama) e McCain.

TENNESSEE - Sconvolti i sondaggi delle vigilia per i democratici: vince Hillary Clinton il 54% secondo gli exit poll rispetto al 34% di Obama. Tra i repubblicani sembra prevalere McCain.

CONNECTICUT - Tra i repubblicani si impone McCain. A sorpresa è in vantaggio Obama dopo circa un terzo delle schede scrutinate nelle primarie democratiche dello Stato del New England.

ALABAMA - Huckabee si aggiudica lo Stato per i repubblicani, dove i sondaggi lo davano vincente. Dopo lo spoglio dei primi voti sembrerebbe netto il successo di Obama per i democratici.

ARKANSAS - Voto scontato: Huckabee (ex governatore) tra il Gop, e Hillary Clinton (suo marito Bill è stato governatore prima di divenire presidente) per i liberals.

OKLAHOMA - Vittoria per Hillary Clinton nelle primarie democratiche.

DELAWARE - Vincono McCain per i repubblicani e Obama tra i democratici, dove i sondaggi davano lo Stato in bilico con Hillary.

KANSAS - Nel caucus votavano solo i democratici (come in Idaho): le prime proiezioni danno in vantaggio Obama.

WEST VIRGINIA - A sorpresa nel caucus della West Virginia (uno dei due Stati insieme al Montana dove votano solo i repubblicani nel supermartedì) ha vinto Mike Huckabee. Per il candidato della destra religiosa prima del supermartedì aveva vinto solo nell'Iowa lo scorso 3 gennaio. L'ex governatore dell'Arkansas ha ottenuto il 52% dei voti, battendo Romney fermo al 47%. La vittoria di Huckabee è giunta grazie all’appoggio dei sostenitori di McCain, che non ha fatto campagna in West Virginia, ma ha contattato molti dei suoi rappresentanti chiedendo loro di votare per Huckabee.
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Aggiornamenti ore 3:48
California,exit poll dicono Clinton.
Drudgereport:al 50% contro 47% di Obama.

Mentre è ancora in corso il voto in California, i primi exit poll sul fronte democratico danno in vantaggio l'ex first lady Hillary Clinton, mentre sul fronte repubblicano sarebbe in testa il senatore dell'Arizona John McCain. Secondo il blog politico Drudgereport, la Clinton sarebbe in vantaggio con il 50% dei voti, contro il 47% di Obama. Tra i repubblicani, McCain, sarebbe in testa con il 40% dei voti, davanti a Romney con il 36%.
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mercoledì 9 gennaio 2008

Primarie Usa, la spunta Hillary. Testa a testa con Obama, poi miracolo.

(TGCom) Con oltre il 75% dei voti scrutinati in New Hampshire, l'ex first lady Hillary Clinton, che le proiezioni dei media americani danno vincente, è in testa con il 39% dei suffragi tra i democratici. Il senatore dell'Illinois Barack Obama è secondo con il 36% e si è già congratulato con la Clinton. Tra i repubblicani riemerge il "vecchio guerriero" John McCain, che si è imposto margine di 5-6 punti su Mitt Romney.

Qualcuno parla dell'effetto lacrime per spiegare la vittoria di Hillary. Data spacciata alla vigilia con una forbice di almeno dieci punti percentuali, Hillary Clinton ha ribaltato i pronostici e si è aggiudicata le primarie democratiche del New Hampshire frenando l'abbrivio del superfavorito Barack Obama nella corsa alla Casa Bianca.

Di Hillary erano stati scritti i necrologi politici: l'ex First Lady "umanizzata" dal pianto ha invece vinto con il 39 per cento dei voti contro il 36 di Obama, il 17 per cento di John Edwards e il 5 per cento di Bill Richardson. Nulla è scontato a questo punto in campo democratico dopo il ritorno al cardiopalma della 'comeback kid', come era stato soprannominato il marito Bill sopravvissuto nel 1992 proprio in New Hampshire allo scandalo Gennifer Flowers.

Hillary: "Ho il cuore pieno di gioia"
"Ho il cuore pieno di gioia. In New Hampshire ho trovato la mia voce", ha detto Hillary a Manchester, tirando le fila delle montagne russe emotive degli ultimi giorni. In uno stato che ha molte donne al vertice, hanno votato per Hillary il 47 per cento delle donne, ribaltando le percentuali di elettorato femminile che aveva preferito Obama in Iowa. Obama, che ha avuto il 34 per cento del voto delle donne, si è congratulato con la rivale ma ha aggiunto che ha ancora "il fuoco addosso" ed è "pronto a andare". E anche Edwards non ha mostrato alcuna intenzione di ritirarsi nonostante il risultato: "Dopo l'Iowa e il New Hampshire ci sono ancora 48 stati in palio", ha commentato.

Sul fronte repubblicano McCain ha messo a segno un bis del trionfo che aveva ottenuto qui nella sua prima campagna presidenziale nel 2000, quando aveva sconfitto George W.Bush. Ma nell'economia globale delle primarie repubblicane è possibile che riemerga Mike Huckabee, il vincitore della prima tappa elettorale in Iowa, che in New Hamphsire ha avuto un terzo posto di tutto rispetto scavalcando Rudy Giuliani. Insieme con McCain e Huckabee, resta in corsa ma indebolito anche Romney, che dovrà ora giocarsi il tutto per tutto nelle prossime scadenze elettorali.
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HILLARY CLINTON RISORGE NELLE PRIMARIE DEL NEW HAMPSHIRE
L'ex first lady a sorpresa sconfigge Barack Obama, favoritissimo nei sondaggi. Tra i repubblicani netta affermazione di John McCain.

(La7) E' stata la rivincita dei candidati repubblicani e democratici sconfitti nell' Iowa. Il voto delle primarie nel New Hampshire ha premiato Hillary Clinton, fino a ieri in odore di ritiro, su Barack Obama. Due i punti di distacco tra i due rappresentanti dell'asinello. Alta l'affluenza degli elettori alle urne. L'economia, secondo gli analisti, il tema decisivo nella scelta delle preferenze. "Ora diciamo all'America che sono tornata e sono pronta per una lunga corsa" ha detto entusiasta la senatrice democratica dopo lo spoglio dei voti. A lei i complimenti di Obama. Tra i repubblicani risorge John McCain che vince con un netto distacco sul rivale Mitt Romney. Solo terzo Mike Huckabee, capofila nell'Iowa. Male l'ex sindaco di New York Rudolf Giuliani che raccoglie appena il 10 per cento dei consensi.
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sabato 5 gennaio 2008

Presidenziali Usa. Ecco perché Giuliani ha scelto di perdere l’Iowa per vincere l’America.

(Christian Rocca) Des Moines (Iowa). C’erano tutti tranne uno, ieri notte in Iowa, al primo caucus elettorale del lungo e laborioso ciclo politico che nel novembre 2008 porterà all’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti. In prima fila ovviamente gli aspiranti presidenti democratici e repubblicani. E poi i militanti di partito, i consiglieri, gli staff, i finanziatori delle campagne elettorali, migliaia di giornalisti e blogger, centinaia di cameraman e fotografi, osservatori, esperti, studenti. Da settimane non si trovava una camera d’albergo o un posto in aereo o una macchina a noleggio. Il sistema dei trasporti locali è andato in tilt, prendere un taxi è stata un’impresa. Al ristorante Centro di Des Moines, gli staff dei candidati si rubavano a vicenda le prenotazioni dei tavoli, mentre alcuni bar della capitale sono stati trasformati in set televisivi, da dove i network hanno trasmesso in diretta i talk show politici. “Andatevene dalla nostra città, levatevi di torno, anche se la sanità per tutti sarebbe un’ottima cosa”, dice il testo di una canzone, “The Caucus Lament”, scritto per l’occasione da una rock band locale. Tutta l’America sembrava fosse in Iowa, tranne una persona. Non una qualunque, ma il candidato che i sondaggi nazionali continuano a indicare come il favorito del gruppo repubblicano: Rudy Giuliani. L’ex sindaco di New York non si è curato del caucus e ha trascorso la vigilia in New Hampshire e il giorno del voto in Florida.
La strategia di Giuliani è perdere l’Iowa per conquistare l’America. La scelta è stata in parte obbligata dal calendario e dalla tradizione politica dei primi stati in cui si è votato ieri e in cui si voterà nei prossimi giorni, ma è anche una decisione studiata a tavolino dagli strateghi di colui che la neo-obamiana Oprah Winfrey nei giorni dell’11 settembre aveva definito “America’s Mayor, il sindaco d’America”. Giuliani punta sul 29 gennaio, il giorno in cui si voterà in Florida e saranno distribuiti più della metà dei delegati. E poi sul “super tuesday” del 5 febbraio, quando si apriranno le urne negli stati più grandi. Gli osservatori e un po’ anche i sondaggi cominciano a dubitare di questa scelta nazionale di Giuliani, ma se avrà ragione lui in fututo tutto questo clamore intorno al voto in Iowa, e poi in New Hampshire, potrebbe attenuarsi. L’approccio tradizionale, inaugurato da Jimmy Carter e Bill Clinton, è stato seguito da tutti gli altri. L’idea è che una vittoria o un buon piazzamento in Iowa e New Hampshire garantiscano un’inerzia positiva in termini di spazi tv, soldi e sondaggi necessaria a conquistare la nomination.
La candidatura di Giuliani, malgrado gli scetticismi strategici, resta quella che continua a preoccupare di più il mondo liberal. I grandi giornali non lesinano articoli e inchieste negative, volte a smontare l’immagine di leader efficiente, efficace e risoluto che Giuliani trasmette agli elettori. Il suo ultimo spot elettorale mostra le immagini di attentati terroristici, alternate a manifestazioni di radicali islamici di ogni tipo. Lo spot descrive “un nemico senza frontiere, un odio senza confini, un popolo abusato, una religione tradita, una potenza nucleare nel caos, uomini pazzi pronti a creare disordine, leader assassinati, democrazia sotto attacco e Osama bin Laden ancora minaccioso”. E, infine, conclude: “In un mondo in cui la prossima crisi sta per arrivare, l’America ha bisogno di un leader che sia pronto”.
La stampa però da mesi prova a smontare questa immagine, da ultimo il New Yorker, raccontando un Giuliani inefficiente e autore di errori decisionali che avrebbero potuto salvare parecchie vite l’11 settembre. Nel mondo dei media nessuno crede nelle sue possibilita di vittoria, eppure i democratici sono spaventati. Ai loro occhi Giuliani ha gli stessi difetti di Bush, ma al cubo: si circonda di amici da cui pretende fedeltà assoluta, non ascolta le critiche e adora esercitare fino ai limiti, se non oltre, il potere esecutivo. A New York, da sindaco, governava ingaggiando violente battaglie amministrative con avversari e critici. I liberal si chiedono con terrore che cosa potrebbe combinare nel mondo avendo a disposizione l’esercito e i codici nucleari. Giuliani spera che gli elettori si pongano la stessa domanda, perché saranno costretti a riconoscere che con lui al comando l’America sarà più protetta e sicura.

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venerdì 4 gennaio 2008

Iowa, il cognome e i soldi non danno la felicità (e la Casa Bianca).

Il senatore afroamericano ha vinto in Iowa il primo voto per le primarie Usa in campo democratico superando Hillary Clinton. Tra i repubblicani Mike Huckabee ha totalizzato circa il 34 per cento, molti punti percentuali in più rispetto al magnate Mitt Romney.
(Panorama) Il senatore afroamericano dell’Illinois Barack Obama e l’ex Governatore dell’Arkansas Mike Huckabee hanno vinto i caucus (assemblee) dell’Iowa, il primo scrutinio primario in vista delle elezioni presidenziali del 4 novembre, rispettivamente in campo democratico e repubblicano.

Obama ha ottenuto quasi il 38% degli scrutini, davanti all’ex senatore della North Carolina John Edwards e l’ex first lady Hillary Clinton, ambedue appena al di sotto del 30%; mentre tutti gli altri candidati sono sotto il 2%. Visti i pessimi risultati i senatori Joe Biden (Delaware) e Chris Dodd (Connecticut) si sono ritirati dalla gara.
In campo repubblicano, Huckabee vince con un distacco di quasi 10 punti sul secondo, l’ex governatore del Massachusetts Mitt Romney, un mormone, che potrebbe avere perso già oggi la corsa per la Casa Bianca, nonostante i milioni di dollari investiti nell’Iowa.
Se la cavano tutto sommato abbastanza bene il senatore dell’ Arizona John McCain e l’ex senatore del Tennessee (ed attore di Law & Order) Fred Thompson, ambedue al 13%.
Tra i democratici, i risultati ottenuti da Hillary sono deludenti, anche se l’ex first lady sembra avere il vento in poppa in New Hampshire, dove si svolgeranno le primarie l’8 gennaio, quelle che non di rado in passato si sono rivelate decisive.
I primi commenti a caldo giudicano positiva sia per McCain sia per l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani la sconfitta di Romney. McCain è tra i favoriti in New Hampshire (dove Romney potrebbe andare ora molto peggio di quando inizialmente previsto), mentre le prospettive per Huckabee non sono buone nel piccolo stato del Nord-Est.
Giuliani -che si trova in queste ore in Florida, lo Stato a cui punta per emergere nelle primarie del 29 gennaio- non si è impegnato a fondo nelle prime tappe, consapevole del fatto che i risultati non sarebbero stati buoni viste le sue posizioni relativamente aperte sui gay e l’aborto.
Parlando ai suoi elettori, Obama ha giocato la carta dell’unità tra Americani (ora divisi), mentre Hillary Clinton è apparsa un po’ meno pugnace del solito, probabilmente scossa dai risultati tutto sommato deludenti.
La senatrice dello Stato di New York, pronunciando un discorso dai toni meno battaglieri e meno trionfalistici che in passato, ha detto che non abbandonerà la corsa nonostante la sconfitta ai caucus.
‘’Sono pronta alla campagna, sono pronta a guidare perché in questa elezione è in gioco il futuro dell’America'’, ha detto l’ex first lady, mentre dopo essersi proclamato secondo, Edwards ha spiegato che a suo avviso ‘’ha vinto il cambiamento, ha perso lo status quo'’.

LEGGI ANCHE: Il dossier sulle primarie Usa - Guarda la GALLERY

Gli speciali del New York Times, della Cnn

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mercoledì 2 gennaio 2008

Il sindaco di New York ha deciso di correre per la Casa Bianca. La scommessa del supersindaco: "Bloomberg in pista contro tutti".

L'ufficializzazione solo il 5 febbraio. La vigilia del voto in Iowa. Così il miliardario prepara la sua corsa. Lunedì lancerà un appello ai candidati per superare gli steccati di parte.

(Mario Calabresi - La Repubblica) Ogni mattina appena sale sulla sua Chevrolet Suburbans per andare dalla 79esima strada dove abita fino a City Hall, in fondo a Manhattan, spegne il telefonino e si mette ad ascoltare dall'autoradio il suo corso di spagnolo in cd. Chi ha viaggiato con lui racconta che ripete diligentemente ogni esercizio ad alta voce e poi prima di scendere commenta orgoglioso che il suo spagnolo sta proprio migliorando. Michael Bloomberg, imprenditore miliardario e sindaco di New York, non lascia nulla al caso, cura ogni particolare, studia ogni scenario e vuole essere pronto a correre per la presidenza degli Stati Uniti. "Ha perfino pensato - ci confida un suo intimo amico, che lo sostiene nell'avventura politica da anni e oggi lo immagina già alla Casa Bianca - al voto degli ispanici. Il suo ragionamento è che i repubblicani lo stanno perdendo completamente con la loro politica anti-immigrati, mentre lui pensa di conquistarli, anche con comizi in spagnolo".

Nato a Boston 65 anni fa da una famiglia ebrea russa, il 142esimo uomo più ricco del mondo è tornato ad occupare le prime pagine dei giornali per la sua voglia sempre più forte di lanciarsi nella corsa alla presidenza. Alla vigilia dell'inizio delle elezioni primarie, mentre quindici candidati - otto democratici e sette repubblicani - aspettano il primo verdetto degli elettori dell'Iowa dopo essersi sfidati a colpi di comizi, trasferte in pullman e in aereo e migliaia di spot, l'attenzione si è spostata su New York.

Prima il Washington Post, poi tutti i quotidiani della Grande Mela hanno rilanciato l'idea di una candidatura del sindaco come indipendente. Anche se, dopo aver dato il via al conto alla rovescia del Capodanno a Times Square, Bloomberg ha assicurato davanti alle telecamere di non volersi candidare, non ci crede più nessuno. Anche perché i suoi amici e collaboratori si muovono ormai freneticamente per rendere possibile la sfida.

Lunedì prossimo, 7 gennaio, un gruppo di influenti "saggi" dei due schieramenti, preoccupati dall'eccesso di scontro politico, lo hanno invitato all'università dell'Oklahoma per lanciare un appello ai candidati per superare gli steccati di parte e lavorare insieme per il bene dell'America. L'ex governatore e senatore David Boren, un democratico centrista, che ha organizzato l'incontro con l'ex senatore della Georgia Sam Nunn, ha rotto gli indugi: "Se entro i primi di marzo i candidati non avranno trovato un approccio bipartisan per affrontare le sfide fondamentali del Paese chiederemo a Bloomberg di mettersi in pista".

L'amico che viaggia in macchina con lui e che con lui è nella lista di Forbes dei più ricchi d'America è molto più esplicito e - con la garanzia di non essere citato - si lascia andare a confidenze: "Sono sicuro, Michael scenderà in campo, lo farà probabilmente il 6 febbraio, dopo il supermartedì quando voteranno 23 Stati. Quel giorno si conosceranno i due candidati e se appariranno logori e troppo di parte, come Hillary Clinton o Giuliani o Mike Huckabee, allora farà il grande passo. Davanti a elettori stanchi, stufi, delusi, si presenta lui e spariglia: "Ecco la novità, l'uomo nuovo" e in quattro mesi, entro l'estate, è in grado di imporsi con una campagna nazionale di spot televisivi".

Resta il dubbio del suo rapporto con Barack Obama, nella famosa colazione a due fatta sotto gli occhi delle telecamere esattamente un mese fa si racconta che abbiano sottoscritto un patto di non belligeranza: troppi due "uomini nuovi" nello stesso momento. In quel caso Bloomberg potrebbe non correre.

Con una fortuna stimata in 11 miliardi di dollari, dopo aver speso 150 milioni per farsi eleggere sindaco - più di quanto abbiano raccolto in un anno la Clinton e Obama - è in grado serenamente di pagarsi la campagna da solo. Chiediamo all'amico se però questo eccesso di ricchezza non possa essere un limite agli occhi degli elettori: "No, assolutamente no, anzi è l'unico che può dire: farò la politica per i cittadini e non per le lobby e le aziende che mi hanno pagato la campagna elettorale e non dimentichiamoci che per il suo lavoro da sindaco ha rinunciato allo stipendio e riceve solo la cifra simbolica di un dollaro l'anno".

Nella pianificazione della campagna, Bloomberg, che si schernisce di essere troppo basso e troppo ebreo newyorkese per arrivare alla Casa Bianca, sa che avrà bisogno di un buon consigliere di politica estera e di relazioni internazionali, per questo ha cominciato ad "andare a lezione" da Henry Kissinger e da Nancy Soderbergh, ex ambasciatrice all'Onu sotto la presidenza di Bill Clinton. Ha anche cominciato ad immaginare un vice e starebbe pensando ad un militare, il nome è top secret ma sarebbe un generale in grado di garantire chi mettesse in discussione la sua capacità di rispondere alla minaccia del terrorismo.
La domanda ora è se i soldi possono riuscire a convincere gli americani e a farlo diventare popolare ovunque: secondo un recente sondaggio Pew è conosciuto solo dal 65 per cento degli elettori e non più di un decimo di questi lo voterebbe. Ma lui è convinto che basti far passare il messaggio della politica del risultato concreto e i risultati ottenuti a New York sono lusinghieri.

L'ultimo è l'aver ridotto il numero dei reati in città alla cifra più bassa dal 1963: nell'ultimo anno sono state uccise 492 persone, nel 1990 gli omicidi erano stati 2.245. Le battaglie che l'hanno reso famoso sono soprattutto quelle ambientaliste e per l'efficienza amministrativa e finanziaria della città, ma alcune sue convinzioni - è favorevole ai limiti al commercio delle armi, al diritto di scelta delle donne per l'aborto, ai matrimoni tra persone dello stesso sesso ed è per l'abolizione della pena di morte - lo rendono troppo "progressista" per una gran parte degli elettori.

Intanto lui prepara la festa per la madre Charlotte che domani compirà 99 anni ed è in ottima salute.Il più grande sostenitore del sindaco però non è il suo amico miliardario ma è il proprietario del negozio di hot dog Gray's Papaya, all'angolo tra la 72esima strada e Broadway che all'immenso cartello sulla vetrina "Corri Mike, corri!", ha aggiunto la scritta: "Nel giorno dell'inaugurazione della sua presidenza hot dog gratis per tutti".

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domenica 30 dicembre 2007

Elezioni Usa: Casa Bianca a sorpresa.

(Marco De Martino - Panorama) Tutte le strade portano alla Casa Bianca, anche quelle che passano per la Cina, dove ha appena fatto tappa Michael Bloomberg. Mentre Rudolph Giuliani in New Hampshire lanciava il suo ultimo spot contro l’immigrazione clandestina, il sindaco di New York era a Shanghai a elogiare il contributo dei lavoratori cinesi all’economia globale. E nelle stesse ore in cui, pochi giorni dopo, Hillary Clinton era impegnata nell’ennesima cena di sostegno alla campagna in California, Bloomberg era a Bali a discutere di cambiamenti del clima.

Prima ancora, il sindaco di New York era andato in Messico, Gran Bretagna, Francia. Sempre accanto a lui Kevin Sheekey, il suo consigliere politico, del cui gruppo fanno parte specialisti pronti a inserire il nome del sindaco sulle schede elettorali di 50 stati americani.
I suoi confidenti dicono che, vedendo candidati rissosi e senza grandi qualità, Bloomberg si senta sempre di più l’uomo del destino. Moderato, centrista e pragmatico, lo scorso giugno ha lasciato il Partito repubblicano, nelle cui file era stato eletto sindaco dopo una vita passata a votare democratico. “Bloomberg è convinto che l’America abbia bisogno di uno come lui e le sfide lo affascinano: sarebbe un grande presidente” dice a Panorama Mitchell Moss, docente della New York University, che è stato un consigliere del sindaco.
Bloomberg prenderà una decisione subito dopo il 4 marzo, data del voto nelle primarie del Texas, quando secondo molti si sapranno i nomi dei candidati in corsa. E la discesa in campo dell’imprenditore che per diventare sindaco spese 161 milioni di dollari, e che per la presidenza ha pronto un budget da 1 miliardo, potrebbe essere la maggiore sorpresa in preparazione della più aperta campagna presidenziale americana a memoria d’uomo.
“È come se fossimo in un’atmosfera prerivoluzionaria: chiunque è in vantaggio rischia di essere travolto da elettori arrabbiati, non solo con il presidente ma anche con il Congresso e i propri partiti” spiega a Panorama il politologo James Zogby, la cui agenzia di sondaggi misura il polso all’opinione pubblica americana. “E la lunghezza delle campagne dà tempo alla gente di stufarsi dei candidati”.
Le sorprese fanno parte della politica americana da sempre. Nel 2004, a questo punto delle primarie democratiche, tutti davano per vincitore Howard Dean. E quando vinse John Kerry venne coniato lo slogan: “Fidanzato con Dean, sposato con Kerry”. Ma quest’anno le fidanzate che gli americani sembrano volere mollare sono molte di più.
A rischio è Hillary Clinton, che pure riteneva la sua candidatura inevitabile e che potrebbe perdere tutti e quattro i primi appuntamenti elettorali: in Iowa, New Hampshire, Nevada e South Carolina. Lo stesso rischia Giuliani, che teme di non vincere nulla sino all’appuntamento in Florida del 29 gennaio.
Pure i candidati che ora sembrano in ascesa potrebbero rivelarsi l’infatuazione di una stagione. Mike Huckabee, l’ex pastore battista che al ritmo della sua chitarra rock fa campagna tra i repubblicani nel religiosissimo Iowa, sta rivelando i suoi limiti soprattutto in politica estera. Lo stesso si può dire di Mitt Romney, che guida il partito dell’elefante in New Hampshire: oltre alla fede mormona deve scontare i suoi cambiamenti di rotta sull’aborto. O del democratico Barack Obama, che da sempre è gravato dalla sua inesperienza, ed è emerso nei sondaggi solo dopo che Hillary Clinton ha cominciato ad attaccarlo ingiustamente.
“I candidati la cui personalità piace agli elettori hanno seri problemi di inesperienza, quelli che appaiono competenti soffrono di problemi di antipatia” riassume Larry Sabato, professore all’Università della Virginia. Altri parlano apertamente di fattore Sob, che sta per ’son of a bitch’, ovvero figlio di… È una sindrome di cui soffrono in particolare Hillary, che nei sondaggi emerge regolarmente come il candidato più detestato (pensa male di lei il 49 per cento degli americani), e Giuliani, che detiene questo record fra i repubblicani (38 per cento la sua percentuale di negatività).

A Hillary gli elettori imputano freddezza e arroganza: “È ovvio che vincerò” ha detto quando le hanno chiesto se avrebbe sofferto in caso di sconfitta. Giuliani ha problemi anche più grossi: due figli che non gli parlano più, tre matrimoni, una personalità napoleonica e una serie di scandali che non finisce mai. “Ineleggibile” lo ha giudicato Charlie Cook, che compila per il National Journal l’autorevole Cook report.
Ovviamente non è vero: gli americani hanno portato alla Casa Bianca personalità anche più problematiche, per esempio Richard Nixon. Ma piano piano stanno cominciando a cadere le ragioni legate alla sicurezza nazionale che rendono più sopportabili gli antipatici. “Più la guerra in Iraq va meglio, meno si sente la necessità di avere alla Casa Bianca un duro” spiega Sabato.
In effetti tra giugno e novembre la percentuale di americani che citano l’Iraq tra le loro preoccupazioni è scesa secondo un sondaggio del Wall Street Journal di 8 punti percentuali. E tra le principali vittime del successo della strategia di George Bush e David Petraeus a Baghdad ci sono proprio i politici la cui nomination appariva scontata. Giuliani, il quale aveva scommesso che la sua fama di sindaco dell’11 settembre avrebbe fatto dimenticare agli elettori repubblicani le sue posizioni sull’aborto e sui diritti dei gay. E Hillary, che negli anni da senatore aveva metodicamente coltivato l’immagine di falco in politica estera.


A rendere il pronostico elettorale ancora più difficile sono i cambiamenti di opinione di un elettorato sempre meno fedele. Prime a tradire Hillary sono state le donne, che alla sua immagine quasi thatcheriana sembrano ora preferire l’approccio autobiografico di Obama, che non si stanca di ripetere: “So cosa significa essere cresciuto da una donna costretta a tirare da sola la carretta, senza alcun aiuto dal marito”.
Anche gli afroamericani, che pure considerano Bill Clinton il primo presidente “nero” della storia, si stanno riallineando dietro Obama. A convincerli è la sua ascesa in Iowa e New Hampshire tra i bianchi: proprio loro sono i primi a temere che gli Stati Uniti non siano pronti a un presidente nero.
È possibile che Hillary e Giuliani ce la facciano comunque: dopotutto nei sondaggi nazionali (che secondo gli esperti contano poco) i due sono ancora in vantaggio. Ma anche se ciò accadesse, i problemi non sarebbero certo finiti. Soprattutto per Giuliani, il candidato più distante dagli elettori evangelici che hanno minacciato, in caso di una sua nomination, di presentarsi con un terzo partito.
“Non credo che arriveranno a una misura tanto drastica, ma certamente molti non andranno a votare, come hanno già fatto in passato” è la previsione di Michael Lindsay, sociologo della Rice University e autore del saggio sulla crescita degli evangelici La fede nelle stanze del potere.
Secondo Lindsay, anche Romney avrebbe lo stesso problema. “Per loro l’unica sarebbe scegliere al più presto un vicepresidente evangelico come Huckabee. Anche in questo caso però è molto probabile che ci sia una emorragia di voti, anche verso i democratici”.
La nomination di personalità polarizzanti come Hillary e Giuliani renderà più probabile la candidatura di un indipendente. Ci pensa Ralph Nader, che già rovinò la festa di Al Gore nel 2000. E potrebbe essere tentato Lou Dobbs, l’anchorman della Cnn che ha fatto della guerra contro l’immigrazione clandestina la sua bandiera.
Ma soprattutto la nomination di Hillary e Rudy porterebbe Bloomberg a scendere in campo, mentre una sua candidatura sarebbe meno probabile se prevalessero candidati più propensi alla riconciliazione nazionale come Romney e Obama.
Nel 1992 il miliardario Perot prese quasi il 19 per cento dei voti, Michael Bloomberg potrebbe andare ben oltre. «Più l’economia diventa il tema dominante della campagna, più la corsa si apre» spiega il suo amico Mitchell Moss. “Però se il sindaco scenderà in campo sarà solo perché è sicuro di vincere”.

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venerdì 28 dicembre 2007

Tra uno scandalo sessuale e l'altro. Usa, un anno di incertezze.

Lo stallo politico nel Congresso, lo stillicidio di morti nei teatri di guerra, la precarietà nell'economia, la mancanza di un sistema sanitario per tutti, il fronte caldo dell'immigrazione: gli americani sanno che nei prossimi 12 mesi tutto questo potrebbe non cambiare e perciò, forse, già sperano e sono proiettati al 2009 e ad una nuova presidenza.

(Stefano Rizzo - Aprile online) Come sarà il 2008 negli Stati Uniti? Sarà un anno di incertezza e di attesa. Da molti anni l'opinione pubblica è divisa e indecisa su quasi tutto: sulla guerra, che ha voluto a grandissima maggioranza e adesso ripudia; sull'economia, che tira ma non produce frutti apprezzabili per la gente comune; sulla politica, che promette cambiamenti, ma non si capisce bene quali e in ogni caso sono di là da venire; sulla natura stessa della collettività nazionale, del patto di convivenza tra cittadini, che non si sa più se deve ispirarsi al primato della religione, come pretendono gli evangelici, o al primato della ragione, come vorrebbero i laici.

L'incertezza regna sovrana in economia e durerà ancora a lungo. Secondo gli esperti finanziari la crisi dei mutui seguita allo scoppio della bolla immobiliare provocherà effetti negativi su tutto il mercato finanziario e azionario ancora per un paio d'anni. Se il governatore della Federal Reserve Fred Bernanke non si pronuncia e si limita ad abbassare i tassi, l'ex governatore Alan Greenspan annuncia che ci sono probabilità di recessione al 50 per cento.
I consumi tirano, trainati dagli acquisti natalizi, ma l'inflazione ha raggiunto il livello allarmante del 4,3 per cento, il doppio di un anno fa, e minaccia i già bassi salari. Decine di migliaia di famiglie sono costrette a rinunciare alla propria casa perché non possono pagare i mutui. Quaranta milioni di persone continuano ad essere senza assistenza sanitaria e a rivolgersi ai pronto soccorso per le cure di urgenza. Il ceto medio (il 58 per cento dei cittadini) è quello più colpito e ha sempre più difficoltà a pagare l'assistenza sanitaria per la famiglia e l'istruzione superiore per i figli. I poveri stanno sempre male, dal momento che il reddito del quintile più basso è aumentato in tre anni di soli 200 dollari (senza contare l'inflazione). Mentre i ricchi stanno sempre meglio: nello stesso periodo l'uno per cento più ricco della popolazione ha aumentato il proprio reddito di quasi 500.000 dollari. E questo grazie alla "riforma" fiscale voluta dall'amministrazione Bush nel 2003 che ha detassato i dividendi e i redditi da capitale, cosicché quell'uno per cento più ricco paga al fisco il 19 per cento del proprio reddito contro il 32 per cento di tutto il resto della popolazione.

Se l'economia sta male, la politica non sta meglio. I democratici hanno vinto le elezioni congressuali dell'anno scorso, ma non hanno la maggioranza per battere l'ostruzionismo sistematico dei repubblicani (il GOP, il Grand Old Party -il partito repubblicano- è stato ribattezzato il Gran Partito Ostruzionistico) e tanto meno per contrastare il veto presidenziale. Il risultato è la paralisi legislativa. A fine dicembre neppure il bilancio dello stato è stato approvato. I democratici hanno dovuto rinunciare ad attuare il loro programma di aumento delle spese sociali, e il loro ambizioso piano di risparmio energetico. Volevano fermare la guerra e fare tornare a casa i ragazzi, ma si sono dovuti acconciare a votare stanziamenti sempre maggiori per le truppe e per la "difesa".

Ma neppure Bush riesce più a fare molto. Aveva promesso all'inizio del suo secondo mandato grandi riforme - immigrazione, sicurezza sociale- per lasciare un segno della sua evanescente presidenza, ma ha dovuto rinunciare per le divisioni interne nel suo partito. Ormai si limita a porre o a minacciare il veto sulle proposte della maggioranza: spese di guerra, spese sociali, piano energetico, assistenza sanitaria per i bambini, lotta all'AIDS. In politica estera sta cercando di riconvertirsi a posizioni più dialoganti, ma i risultati delle timide aperture sul riscaldamento globale a Bali o della conferenza per la pace tra israeliani e palestinesi ad Annapolis si vedranno - se si vedranno - tra un paio d'anni.

C'è poi, ad aumentare l'incertezza e la disaffezione dell'elettorato, il capitolo corruzione. In questi ultimi anni gli Stati Uniti sono stati squassati da scandali finanziari, il fallimento di grandi e potenti società, come la Enron, la Worldcom, la Tyco, che foraggiavano il partito repubblicano; da scandali politici, come quello Abramoff-DeLay, che hanno messo in luce, ammesso che ce ne fosse bisogno, l'intreccio corruttivo tra le lobby economiche e il potere politico. I democratici avevano promesso di fare pulizia, ma a tutt'oggi si sono limitati ad una modesta legge che vieta ad un ex parlamentare di fare attività di lobby prima di due anni dalla fine del mandato.

Sul piano dei "valori morali", sui quali i repubblicani, spalleggiati dal mondo evangelico, avevano fondato la loro strategia di vittoria, il marasma è totale. Non solo gli scandali sessuali (omosessuali) che hanno coinvolto influenti parlamentari repubblicani (Mark Foley, Larry Craig) campioni dell'omofobia, ma anche la Chiesa cattolica (i numerosi e costosissimi processi per pedofilia) e perfino organizzazioni collaterali come i Boy Scouts of America. Da ultimo la fobia sessista dell'amministrazione ha ricevuto due duri colpi, consistenti l'uno in una lettera di un gruppo di generali che chiedono che finisca la discriminazione contro gli omosessuali nell'esercito, l'altro in un rapporto del National Health Institute che rivela come sia completamente fallita "la strategia dell'astinenza" propagandata a suon di centinaia di milioni dall'amministrazione, dal momento che nel 2006, per la prima volta in molti anni, le ragazze madri (sotto i 18 anni) sono aumentate del tre per cento.

Quanto alle due guerre, che tutti considerano ormai perdute, quella in Iraq e quella in Afghanistan, l'elettorato preferisce non pensarci più. Mentre qualche mese fa la guerra era al primo posto nelle preoccupazioni della gente, oggi viene considerata ancora un problema importante, ma molto meno rispetto ad altri più pressanti, come l'economia, l'assistenza sanitaria e l'immigrazione. Il fatto è che le polemiche hanno stancato tutti (e in questo la strategia di Bush di "tenere duro" ha funzionato). Ci sono state denunce di atrocità, denunce di torture, violazioni della costituzione, rivelazioni ogni giorno più sconvolgenti. Ci sono state condanne, inchieste parlamentari, sentenze della Corte suprema, ma nulla è cambiato. I democratici, timorosi di apparire antipatriottici, si sono rassegnati ad aspettare. I repubblicani non ne parlano, eccetto per ripetere la litania della "grande guerra globale al terrorismo", cui nessuno più crede (la preoccupazione per il terrorismo dopo sei anni senza attentati è scesa agli ultimi posti nelle preoccupazioni comune).
La famosa "surge" (montata), l'aumento delle truppe, ha prodotto in Iraq qualche risultato nel diminuire gli episodi di violenza e contenere le perdite americane, ma l'opinione degli esperti è che si tratta di un fenomeno transitorio, risultato di una tregua tra le varie fazioni sciite e sunnite, che sono pronte a riprendere le ostilità non appena gli americani se ne andranno. In ogni caso, se stabilizzazione ci sarà, sarà molto lontana dagli obbiettivi magniloquenti di "democratizzazione del Medioriente". In Iraq sarebbe già un successo avere un regime autoritario che mantenga un tappo sulla violenza in un paese spaccato in tre. Quanto all'Afghanistan, dopo sette anni di combattimenti i talebani controllano larga parte del territorio e la situazione in termini di sicurezza e di consolidamento delle istituzioni è semmai peggiorata.

Possono gli americani aspettarsi qualcosa di nuovo dalle elezioni, una svolta nella vita politica? Forse sì, ma certamente non prima del 2009 inoltrato. Per tutto il 2008 continuerà la campagna elettorale iniziata già da un anno. Per la prima parte del 2008 continueranno ad affrontarsi con toni sempre più acrimoniosi i candidati dei due partiti per conquistare la nomination che sarà formalizzata nelle convenzioni di fine agosto-primi di settembre. Poi ci sarà la campagna elettorale vera e propria che terminerà - forse- con le elezioni del 4 novembre, a meno che anche questa volta non ci sia uno strascico di polemiche, contestazioni, e ricorsi alla magistratura. In ogni caso volerà fango a palate, non diversamente da altre elezioni, ma forse di più quando i repubblicani si renderanno conto che stanno per perdere e i democratici che potrebbero non vincere.

Per tutto questo periodo in ogni caso continuerà la situazione di stallo nel Congresso, lo stillicidio di morti nei teatri di guerra, la precarietà nell'economia. Gli americani sanno (o dovrebbero sapere) che nei prossimi 12 mesi non avranno una legge sull'immigrazione che regolarizzi o decida qualcosa per i 12 milioni di immigrati clandestini; sanno che non ci sarà una riforma sanitaria che assicuri un minimo di assistenza a chi non ce l'ha; sanno che non ci sarà un piano energetico che riduca i consumi di petrolio e l'inquinamento e che metta sotto controllo il prezzo della benzina e del gasolio da riscaldamento; sanno, o dovrebbero sapere, che la criminalità rimarrà ai livelli più alti del mondo civile e che 30.000 uomini, donne e bambini moriranno a causa dei 200 milioni di armi da fuoco in circolazione. Sanno che tutto questo e molto altro non cambierà per tutto il 2008 e quindi, probabilmente, vorrebbero che il 2009 arrivasse presto.

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domenica 23 dicembre 2007

Presidenziali Usa: Diario delle primarie. Huckabee, più soldati, più famiglie. Contrario all'aborto e al matrimonio tra omosessuali.

Primarie democratiche, un americano su due voterebbe Clinton.

(Apcom) - Più soldati, più famiglie. Mike Huckabee (nella foto) ha lanciato il suo ultimo appello prenatalizio ai conservatori, nelle due tappe che oggi lo hanno visto protagonista in Iowa.

"Abbiamo bisogno di un esercito regolare composto da più soldati per essere pronti in caso di guerra, anche se prego Dio che non ce ne sia bisogno" ha dichiarato Huckabee, in testa ai sondaggi nello Stato dove il 3 gennaio avranno inizio le primarie.

Dal palco elettorale di Council Bluffs, l'ex governatore dell'Arkansas ha ribadito le sue critiche al presidente George W. Bush per la gestione della guerra in Iraq, dove avrebbe dovuto mandare più soldati, seguendo il consiglio dei comandanti militari "che hanno il sangue sui loro stivali e le medaglie sul petto".

Poi, arrivato a Sioux City, Huckabee ha ribadito di essere contrario all'aborto e al matrimonio tra omosessuali. "Ma non perché non mi piacciano - ha detto Huckabee parlando dei gay; semplicemente credo che il cuore e l'anima della nostra civiltà sia la famiglia".

- PRIMARIE DEMOCRATICHE, UN AMERICANO SU DUE VOTEREBBE CLINTON Un americano su due, oggi, sceglierebbe Hillary Clinton come candidato democratico alla presidenza. E' il risultato dell'ultimo sondaggio elettorale di Fox News, a meno di due settimane dall'inizio delle primarie.

Il 49% degli intervistati, infatti, ha espresso la propria preferenza per l'ex first lady, i cui consensi sono aumentati di 5 punti rispetto a un mese fa. Una distanza siderale la separa dagli avversari, visto che Barack Obama otterrebbe il voto del 20% degli intervistati (-3%), John Edwards solo del 10 per cento (-2%).

Tra i repubblicani, invece, sarebbe sfida a tre. Con Mitt Romney spettatore. In testa nel sondaggio di Fox News con un solo punto di vantaggio c'è Rudy Giuliani, accreditato del 20%; lo seguono John McCain e Mike Huckabee con il 19 per cento; solo l'11% degli intervistati voterebbe per Romney. Rispetto a un mese fa si registrano il crollo di Giuliani (-13%) e l'ascesa di Huckabee (+11%).

- GLI AVVERSARI GUADAGNANO PUNTI, NATALE TESO PER ROMNEY Dopo Mike Huckabee, John McCain. Non sarà un Natale sereno per Mitt Romney, in vista dei primi due appuntamenti elettorali di gennaio. Persa la leadership - secondo gli ultimi sondaggi - a favore di Huckabee in Iowa, Romney ora teme anche per le sorti del voto in New Hampshire. Dove avanza McCain.

Dopo aver a lungo mantenuto un vantaggio rassicurante superiore ai 10 punti, ora l'ex governatore del Massachusetts deve guardarsi le spalle dal senatore dell'Arizona, che ora è distante solo 8 punti, secondo la media tra i più recenti sondaggi stabilita dal sito web di politica RealClearPolitics. E a rafforzare la candidatura di McCain, il sostegno ufficiale - "endorsement" - ricevuto in settimana dai due quotidiani di Boston, l'Herald e il Globe. Un segnale politico non irrilevante, anche se Boston non si trova in New Hampshire. Per due motivi: 1) i due quotidiani sono largamente diffusi in New Hampshire; 2) La loro scelta appare come una bocciatura per Romney, ex governatore del Massachusetts, la cui capitale è proprio Boston. Se si aggiunge che McCain vinse le primarie in New Hampshire nel 2000, si capisce perché Romney cominci a preoccuparsi. E a prendersela con l'avversario.

Oggi, durante un incontro elettorale a North Conway, in New Hampshire, Romney ha attaccato McCain per aver abbandonato "il percorso intrapreso dal presidente Reagan", decidendo di votare, in due occasioni, contro il taglio delle tasse chiesto da George W. Bush. "Ha votato contro la riduzione delle tasse. Contro gli insegnamenti di Reagan. Tutti noi, nel partito repubblicano, sappiamo che diminuire le tasse serve per la crescita dell'economia. E credo che i repubblicani voteranno per qualcuno che si batte per il taglio delle tasse" ha dichiarato Romney. MCain è uno dei due senatori che in due occasioni, nel 2001 e nel 2003, votarono contro la proposta di una riduzione delle tasse di Bush.

- EDWARDS:FAMIGLIE IN DIFFICOLTA', SERVE AIUTO CONGRESSO Cento miliardi di dollari per risollevare l'economia americana, in difficoltà a causa di crisi immobiliare e redditi stagnanti. Il candidato democratico alle presidenziali John Edwards ha svelato oggi alcuni dettagli del suo piano economico, durante il suo tour elettorale in Iowa.

L'ex senatore della Carolina del Nord ha dichiarato che il Paese non può semplicemente aspettare che l'economia si risollevi, ma che serve che il Congresso stanzi un "cuscinetto" da 100 miliardi di dollari. Per Edwards servirebbe un iniziale stanziamento di 25 miliardi per creare lavoro e aiutare le famiglie, cui se ne aggiungerebbe un altro da 75 in caso di recessione.

"Negli ultimi 7 anni, il reddito familiare annuale è diminuito di 2.400 dollari, mentre i costi per la salute, la casa, l'energia sono saliti alle stelle" ha dichiarato Edwards.

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