(Christian Rocca) Des Moines (Iowa). C’erano tutti tranne uno, ieri notte in Iowa, al primo caucus elettorale del lungo e laborioso ciclo politico che nel novembre 2008 porterà all’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti. In prima fila ovviamente gli aspiranti presidenti democratici e repubblicani. E poi i militanti di partito, i consiglieri, gli staff, i finanziatori delle campagne elettorali, migliaia di giornalisti e blogger, centinaia di cameraman e fotografi, osservatori, esperti, studenti. Da settimane non si trovava una camera d’albergo o un posto in aereo o una macchina a noleggio. Il sistema dei trasporti locali è andato in tilt, prendere un taxi è stata un’impresa. Al ristorante Centro di Des Moines, gli staff dei candidati si rubavano a vicenda le prenotazioni dei tavoli, mentre alcuni bar della capitale sono stati trasformati in set televisivi, da dove i network hanno trasmesso in diretta i talk show politici. “Andatevene dalla nostra città, levatevi di torno, anche se la sanità per tutti sarebbe un’ottima cosa”, dice il testo di una canzone, “The Caucus Lament”, scritto per l’occasione da una rock band locale. Tutta l’America sembrava fosse in Iowa, tranne una persona. Non una qualunque, ma il candidato che i sondaggi nazionali continuano a indicare come il favorito del gruppo repubblicano: Rudy Giuliani. L’ex sindaco di New York non si è curato del caucus e ha trascorso la vigilia in New Hampshire e il giorno del voto in Florida.
La strategia di Giuliani è perdere l’Iowa per conquistare l’America. La scelta è stata in parte obbligata dal calendario e dalla tradizione politica dei primi stati in cui si è votato ieri e in cui si voterà nei prossimi giorni, ma è anche una decisione studiata a tavolino dagli strateghi di colui che la neo-obamiana Oprah Winfrey nei giorni dell’11 settembre aveva definito “America’s Mayor, il sindaco d’America”. Giuliani punta sul 29 gennaio, il giorno in cui si voterà in Florida e saranno distribuiti più della metà dei delegati. E poi sul “super tuesday” del 5 febbraio, quando si apriranno le urne negli stati più grandi. Gli osservatori e un po’ anche i sondaggi cominciano a dubitare di questa scelta nazionale di Giuliani, ma se avrà ragione lui in fututo tutto questo clamore intorno al voto in Iowa, e poi in New Hampshire, potrebbe attenuarsi. L’approccio tradizionale, inaugurato da Jimmy Carter e Bill Clinton, è stato seguito da tutti gli altri. L’idea è che una vittoria o un buon piazzamento in Iowa e New Hampshire garantiscano un’inerzia positiva in termini di spazi tv, soldi e sondaggi necessaria a conquistare la nomination.
La candidatura di Giuliani, malgrado gli scetticismi strategici, resta quella che continua a preoccupare di più il mondo liberal. I grandi giornali non lesinano articoli e inchieste negative, volte a smontare l’immagine di leader efficiente, efficace e risoluto che Giuliani trasmette agli elettori. Il suo ultimo spot elettorale mostra le immagini di attentati terroristici, alternate a manifestazioni di radicali islamici di ogni tipo. Lo spot descrive “un nemico senza frontiere, un odio senza confini, un popolo abusato, una religione tradita, una potenza nucleare nel caos, uomini pazzi pronti a creare disordine, leader assassinati, democrazia sotto attacco e Osama bin Laden ancora minaccioso”. E, infine, conclude: “In un mondo in cui la prossima crisi sta per arrivare, l’America ha bisogno di un leader che sia pronto”.
La stampa però da mesi prova a smontare questa immagine, da ultimo il New Yorker, raccontando un Giuliani inefficiente e autore di errori decisionali che avrebbero potuto salvare parecchie vite l’11 settembre. Nel mondo dei media nessuno crede nelle sue possibilita di vittoria, eppure i democratici sono spaventati. Ai loro occhi Giuliani ha gli stessi difetti di Bush, ma al cubo: si circonda di amici da cui pretende fedeltà assoluta, non ascolta le critiche e adora esercitare fino ai limiti, se non oltre, il potere esecutivo. A New York, da sindaco, governava ingaggiando violente battaglie amministrative con avversari e critici. I liberal si chiedono con terrore che cosa potrebbe combinare nel mondo avendo a disposizione l’esercito e i codici nucleari. Giuliani spera che gli elettori si pongano la stessa domanda, perché saranno costretti a riconoscere che con lui al comando l’America sarà più protetta e sicura.
sabato 5 gennaio 2008
Presidenziali Usa. Ecco perché Giuliani ha scelto di perdere l’Iowa per vincere l’America.
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domenica 30 dicembre 2007
Elezioni Usa: Casa Bianca a sorpresa.
Prima ancora, il sindaco di New York era andato in Messico, Gran Bretagna, Francia. Sempre accanto a lui Kevin Sheekey, il suo consigliere politico, del cui gruppo fanno parte specialisti pronti a inserire il nome del sindaco sulle schede elettorali di 50 stati americani.
I suoi confidenti dicono che, vedendo candidati rissosi e senza grandi qualità, Bloomberg si senta sempre di più l’uomo del destino. Moderato, centrista e pragmatico, lo scorso giugno ha lasciato il Partito repubblicano, nelle cui file era stato eletto sindaco dopo una vita passata a votare democratico. “Bloomberg è convinto che l’America abbia bisogno di uno come lui e le sfide lo affascinano: sarebbe un grande presidente” dice a Panorama Mitchell Moss, docente della New York University, che è stato un consigliere del sindaco.
Bloomberg prenderà una decisione subito dopo il 4 marzo, data del voto nelle primarie del Texas, quando secondo molti si sapranno i nomi dei candidati in corsa. E la discesa in campo dell’imprenditore che per diventare sindaco spese 161 milioni di dollari, e che per la presidenza ha pronto un budget da 1 miliardo, potrebbe essere la maggiore sorpresa in preparazione della più aperta campagna presidenziale americana a memoria d’uomo.
“È come se fossimo in un’atmosfera prerivoluzionaria: chiunque è in vantaggio rischia di essere travolto da elettori arrabbiati, non solo con il presidente ma anche con il Congresso e i propri partiti” spiega a Panorama il politologo James Zogby, la cui agenzia di sondaggi misura il polso all’opinione pubblica americana. “E la lunghezza delle campagne dà tempo alla gente di stufarsi dei candidati”.
Le sorprese fanno parte della politica americana da sempre. Nel 2004, a questo punto delle primarie democratiche, tutti davano per vincitore Howard Dean. E quando vinse John Kerry venne coniato lo slogan: “Fidanzato con Dean, sposato con Kerry”. Ma quest’anno le fidanzate che gli americani sembrano volere mollare sono molte di più.
A rischio è Hillary Clinton, che pure riteneva la sua candidatura inevitabile e che potrebbe perdere tutti e quattro i primi appuntamenti elettorali: in Iowa, New Hampshire, Nevada e South Carolina. Lo stesso rischia Giuliani, che teme di non vincere nulla sino all’appuntamento in Florida del 29 gennaio.
Pure i candidati che ora sembrano in ascesa potrebbero rivelarsi l’infatuazione di una stagione. Mike Huckabee, l’ex pastore battista che al ritmo della sua chitarra rock fa campagna tra i repubblicani nel religiosissimo Iowa, sta rivelando i suoi limiti soprattutto in politica estera. Lo stesso si può dire di Mitt Romney, che guida il partito dell’elefante in New Hampshire: oltre alla fede mormona deve scontare i suoi cambiamenti di rotta sull’aborto. O del democratico Barack Obama, che da sempre è gravato dalla sua inesperienza, ed è emerso nei sondaggi solo dopo che Hillary Clinton ha cominciato ad attaccarlo ingiustamente.
“I candidati la cui personalità piace agli elettori hanno seri problemi di inesperienza, quelli che appaiono competenti soffrono di problemi di antipatia” riassume Larry Sabato, professore all’Università della Virginia. Altri parlano apertamente di fattore Sob, che sta per ’son of a bitch’, ovvero figlio di… È una sindrome di cui soffrono in particolare Hillary, che nei sondaggi emerge regolarmente come il candidato più detestato (pensa male di lei il 49 per cento degli americani), e Giuliani, che detiene questo record fra i repubblicani (38 per cento la sua percentuale di negatività).
A Hillary gli elettori imputano freddezza e arroganza: “È ovvio che vincerò” ha detto quando le hanno chiesto se avrebbe sofferto in caso di sconfitta. Giuliani ha problemi anche più grossi: due figli che non gli parlano più, tre matrimoni, una personalità napoleonica e una serie di scandali che non finisce mai. “Ineleggibile” lo ha giudicato Charlie Cook, che compila per il National Journal l’autorevole Cook report.
Ovviamente non è vero: gli americani hanno portato alla Casa Bianca personalità anche più problematiche, per esempio Richard Nixon. Ma piano piano stanno cominciando a cadere le ragioni legate alla sicurezza nazionale che rendono più sopportabili gli antipatici. “Più la guerra in Iraq va meglio, meno si sente la necessità di avere alla Casa Bianca un duro” spiega Sabato.
In effetti tra giugno e novembre la percentuale di americani che citano l’Iraq tra le loro preoccupazioni è scesa secondo un sondaggio del Wall Street Journal di 8 punti percentuali. E tra le principali vittime del successo della strategia di George Bush e David Petraeus a Baghdad ci sono proprio i politici la cui nomination appariva scontata. Giuliani, il quale aveva scommesso che la sua fama di sindaco dell’11 settembre avrebbe fatto dimenticare agli elettori repubblicani le sue posizioni sull’aborto e sui diritti dei gay. E Hillary, che negli anni da senatore aveva metodicamente coltivato l’immagine di falco in politica estera.
A rendere il pronostico elettorale ancora più difficile sono i cambiamenti di opinione di un elettorato sempre meno fedele. Prime a tradire Hillary sono state le donne, che alla sua immagine quasi thatcheriana sembrano ora preferire l’approccio autobiografico di Obama, che non si stanca di ripetere: “So cosa significa essere cresciuto da una donna costretta a tirare da sola la carretta, senza alcun aiuto dal marito”.
Anche gli afroamericani, che pure considerano Bill Clinton il primo presidente “nero” della storia, si stanno riallineando dietro Obama. A convincerli è la sua ascesa in Iowa e New Hampshire tra i bianchi: proprio loro sono i primi a temere che gli Stati Uniti non siano pronti a un presidente nero.
È possibile che Hillary e Giuliani ce la facciano comunque: dopotutto nei sondaggi nazionali (che secondo gli esperti contano poco) i due sono ancora in vantaggio. Ma anche se ciò accadesse, i problemi non sarebbero certo finiti. Soprattutto per Giuliani, il candidato più distante dagli elettori evangelici che hanno minacciato, in caso di una sua nomination, di presentarsi con un terzo partito.
“Non credo che arriveranno a una misura tanto drastica, ma certamente molti non andranno a votare, come hanno già fatto in passato” è la previsione di Michael Lindsay, sociologo della Rice University e autore del saggio sulla crescita degli evangelici La fede nelle stanze del potere.
Secondo Lindsay, anche Romney avrebbe lo stesso problema. “Per loro l’unica sarebbe scegliere al più presto un vicepresidente evangelico come Huckabee. Anche in questo caso però è molto probabile che ci sia una emorragia di voti, anche verso i democratici”.
La nomination di personalità polarizzanti come Hillary e Giuliani renderà più probabile la candidatura di un indipendente. Ci pensa Ralph Nader, che già rovinò la festa di Al Gore nel 2000. E potrebbe essere tentato Lou Dobbs, l’anchorman della Cnn che ha fatto della guerra contro l’immigrazione clandestina la sua bandiera.
Ma soprattutto la nomination di Hillary e Rudy porterebbe Bloomberg a scendere in campo, mentre una sua candidatura sarebbe meno probabile se prevalessero candidati più propensi alla riconciliazione nazionale come Romney e Obama.
Nel 1992 il miliardario Perot prese quasi il 19 per cento dei voti, Michael Bloomberg potrebbe andare ben oltre. «Più l’economia diventa il tema dominante della campagna, più la corsa si apre» spiega il suo amico Mitchell Moss. “Però se il sindaco scenderà in campo sarà solo perché è sicuro di vincere”.
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venerdì 21 dicembre 2007
Rudolph Giuliani e i coinquilini gay.
(River-blog) L’eclettico Larry Flynt, fondatore della rivista porno Husteler, ha in-volontariamente contribuito all’outing di Rudolph Giuliani, ex sindaco cazzuto di New York (suo il modello Tolleranza zero), oltre che possibile candidato alla presidenziali Usa per i repubblicani. In un commento rilasciato in esclusiva al sito americano di Vanity Fair, Flynt ha dichiarato:
“Non odio i gay, ma certamente non andrei a vivere in un appartamento pieno di gay. Non farebbero altro che mignotteggiare, piangere e altra roba del genere. Tutto questo non disturba Giuliani. Non mi fido di lui“. Ancora: “Che senso ha divorziare da tua moglie e trasferirti in un appartamento con 3 gay?”.
Sarà che non non concepisco ritrovarmi un coinquilino in mutande che non sia la mia metà, ma se fossi un etero over 50 non mi vedrei a dividere la casa con 3 gay.
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lunedì 3 dicembre 2007
Obama e Huckabee sorpassano in Iowa, Clinton e Romney affilano le armi.
(Rainews 24) Ai caucus dell'Iowa manca ormai un mese, la corsa alla Casa Bianca entra nel vivo e lo scenario politico americano continuano a riservare sorprese. Gli ultimi sondaggi indicano nell'ex governatore dell'Arkansas Mike Huckabee il favorito per la vittoria in Iowa tra i Repubblicani, mentre il senatore nero Barack Obama sta consolidando la leadership tra i democratici, costringendo Hillary Clinton ad inseguirlo, fatto questo inimmaginabile appena due settimane fa.
La corsa in Iowa
Secondo l'ultimo sondaggio del Des Moines Register, il principale quotidiano dell'Iowa, Huckabee è in testa con il 29% delle preferenze, davanti a Mitt Romney (24%), Rudy Giuliani (13%) e Fred Thompson (9%). Per Huckabee, un conservatore che ha mobilitato nelle ultime settimane le chiese evangeliche, è un sorprendente balzo di 17 punti rispetto allo stesso sondaggio a ottobre. Quasi immediata, anche se in realtà ponderata da settimane, la contromisura adottata da Romney, che ha annunciato un discorso agli Americani sul suo orientamento religioso dal Texas, giovedì, in Texas, non lontano da dove John F. Kennedy indirizzò 50 anni fa un messaggio alla nazione per rassicurarla sulla sua fede cattolica.
L'outsider repubblicano
A 52 anni, con un passato da pastore battista e origini a Hope (speranza), la stessa città di Bill Clinton, Huckabee sta raccogliendo i favori di un elettorato conservatore che non si fida del mormone Romney, del 'liberal' Giuliani, dell'opaco Thompson o dell'anziano John McCain. Huckabee ha posizioni senza compromessi contro l'aborto e i matrimoni gay e non nasconde l'influsso della religione sulle sue idee politiche. Ma è nello stesso tempo un conservatore anomalo e un predicatore diverso dalla consueta tradizione evangelica. "E' un conservatore da Nuovo Testamento, non solo da Vecchio Testamento", sintetizza Dick Morris, che fu consulente politico di Clinton e ora lavora per Huckabee. Da governatore ha fatto una serie di scelte che hanno inorridito molti conservatori. Huckabee si è battuto per garantire l'educazione gratis ai figli di immigrati clandestini. Poi ha alzato un gran numero di tasse e, se eletto, promette di stravolgere il sistema fiscale. Il 'Club for Growth', un influente think tank conservatore, ha lanciato spot televisivi contro Huckabee, accusandolo di "spendere soldi pubblici come un marinaio ubriaco".
In Iowa l'ascesa di Huckabee è legata anche al personaggio che incarna. L'ex governatore e' un ex obeso che ha perso 50 kg ed è ora un'ispirazione per milioni di americani sovrappeso. Huckabee solleva dubbi sulla teoria dell'evoluzione, incontrando anche in questo molti seguaci nel Midwest. E tra i giovani colpisce il suo ruolo di chitarrista basso in una rock band. In un'intervista a 'Rolling Stone', Huckabee ha raccontato che uno dei suoi primi gesti da governatore fu concedere la grazia al chitarrista Keith Richards, cancellando un reato stradale che era rimasto sulla sua fedina penale dal 1975. A chi protestava, chiedendo se avrebbe fatto lo stesso per una persona qualunque, Huckabee replicò: "Trovatemi uno che suona come Richards e perdonerò anche lui".
La battglia fra i Democratici
Sull'altro versante, Obama, con il 28% dei favori, ingaggia un testa a testa con la Clinton (25%, quattro punti in meno rispetto a ottobre) e John Edwards (23%). Ecco perché Hillary passa al contrattacco e accentua gli attacchi al senatore nero: in Iowa c'è “una grande differenza fra il nostro coraggio e le nostre convinzioni” e che gli abitanti dell' Iowa dovranno “scegliere fra qualcuno che chiacchiera le chiacchiere e qualcuno che cammina sui marciapiedi”, un modo per enfatizzare la retorica di Obama rispetto ai suoi sette anni di esperienza da senatrice.
Perché l'America guarda a questo piccolo stato
La vittoria in Iowa, dove si vota il 3 gennaio, offre tradizionalmente uno slancio e una copertura mediatica impagabili per chi trionfa nei caucus, le assemblee pubbliche con cui avviene il voto. Appena 5 anni dopo si replica nel New Hampshire: una vittoria di Huckabee danneggerebbe soprattutto Romney, che ha puntato la propria strategia sul successo nei primi due stati, per arrivare in testa all'appuntamento con il voto in stati dove è più forte, invece, Giuliani, il leader nazionale dei sondaggi. A beneficiare dell'ascesa imprevista di Huckabee, alla fine, potrebbe essere proprio l'ex sindaco di New York.
Tra i democratici, invece, l'Iowa resta una corsa a tre: anche Edwards è più che mai in lizza con una campagna porta a porta condotta dai suoi simpatizzanti, in contatto costante via web. La moglie di Edwards, Elizabeth ha offerto una sintesi efficace quanto spietata: "Chi arriva terzo, è finito". Sul Financial Times, oggi, arriva un nutrito decalogo di consigli per Barak Obama per battere la Clinton: a darli, curiosamente, è il consigliere principe di George W. Bush, Karl Rove, l'uomo che ha fatto più volte le fortune elettorali dei Repubblicani. "Hillary può apparire calcolatrice e fredda ma sempre con il controllo della situazione. Tu, Barak, appari spesso debole e inefficace. In alcuni dibattiti non hai neppure guardato verso Hillary quando non eri d'accordo, è come se fossi dispiaiuto per lei. Lei ti ha dato più volte assist per repliche che non hai mai pronunciato. Affila i tuoi attacchi e rendili più precisi". E ancora: "Concentrati sul fatto molti Democratici hanno davvero forti dubbi su Hillary. Temono che non possa vincere, che se andrà alla Casa Bianca sarà un disastro. Sai meglio di altri le loro preoccupazioni: ti hanno confessato le loro paure. Ecco perché hai raccolto denaro anche dall'ex staff di Bill: ricordalo".
I superdelegati
Non contano solo le primarie. A decidere il vincitore, infatti, saranno anche i "superdelegati", ovvero i dirigenti dei partiti il cui voto alla convention nazionale, che nominerà il candidato che correra' alla Casa Bianca, è svincolato dalle primarie. E un sondaggio dell'Associated Press, che ha contattato il 90% dei 765 superdelegati dà per favorita Hillary Clinton con un margine di 2 a 1.
Il sondaggio peraltro mette in evidenza anche un particolare che conferma l'indecisione dei superdelegati. Poco meno della metà degli intervistati ha ammesso di non aver deciso ancora chi scegliere tra i candidati democratici, il che significa che la situazione rimane molto fluida.
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12:46:00
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