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venerdì 30 novembre 2007

Teatro a Milano. Emma Dante: Teatro a nervi scoperti.

La regista di "MPalermu" a Tgcom.
(Francesco Pederielli) Il pubblico teatrale più attento all'avanguardia la conosce da anni grazie a spettacoli come "Carnezzeria" e "MPalermu", che hanno ottenuto prestigiosi premi e riconoscimenti dalla critica. Emma Dante, di cui è in scena una retrospettiva al Teatro dell'Arte di Milano, è una delle autrici e registe più interessanti del teatro di ricerca italiano. I suoi lavori sono tuttavia usciti dalla "nicchia", se si considera il successo che stanno ottenendo. La regista palermitana, che dirige la compagnia Sud Costa Occidentale, esordì otto anni fa proprio al Crt di Milano con "MPalermu" (che torna dal 30 novembre al 2 dicembre). La rassegna sottolinea il valore di questa artista scomoda, che ha la capacità non comune di far vibrare le corde più emotive degli spettatori, trattando con durezza e poesia temi archetipici come la famiglia, l'appartenenza, l'amore e la morte. Al centro la Sicilia, un dialetto che arriva dritto alla pancia e un teatro che riecheggia la crudeltà teorizzata da Antonin Artaud. Abbiamo intervistato Emma Dante nel corso della retrospettiva milanese: ecco cosa ci ha raccontato a proposito del suo teatro-contro.

E' la prima volta che un teatro italiano ti dedica una rassegna: che effetto ti fa?
Non la vivo come un celebrazione, credo sia molto più interessante dedicare una retrospettiva agli artisti vivi senza aspettare che muoiano. Piuttosto la considero una tappa importante della vita artistica di una persona che continua a cercare. Inoltre, c'è da dire che io produco pochi spettacoli: non ne faccio due o tre all'anno, a volte neppure uno. Spesso sto ferma a studiare con miei attori. Questo significa che, in giro, va il mio teatro di repertorio. Non facciamo morire i nostri spettacoli, cerchiamo di farli vivere e di continuare a lavorarci. "MPalermo" è di otto anni fa, ma continua a essere vivo e necessario.

Come nascono i tuoi spettacoli?
Nascono uno dentro l'altro, a incastro. Mentre provavo "La scimmia" o "Carnezzeria" già c'era il germe di "Vita mia". Tutti i miei spettacoli sono parte degli altri, si autoriproducono per partenogenesi, quasi senza bisogno di sessualità... Sono dei pezzi che si staccano e vivono una vita indipendente, fanno parte però di un unico corpo.

Per creare, parti da un testo?
La creazione dei miei spettacoli parte dal presupposto che l'opera tenga in sé tutta una serie di meccanismi che rendono possibile il funzionamento della macchina. Per cui testo, luci, costumi, gesto, regia, tutto è assolutamente finalizzato a un unico obiettivo: quello di far respirare lo spettacolo. Quindi tutte le cose nascono contemporaneamente. Non c'è un momento in cui io, da sola, scrivo il testo e una seconda fase in cui lavoro con gli attori. Tutto avviene automaticamente, come nella gestazione di un essere umano che vede l'embrione trasformarsi in feto. Via via tutti gli organi si formano, il corpo della gestante si rivoluziona: lo spettacolo è l'ultima tappa di questo processo.

Cosa chiedi ai tuoi attori?
Chiedo di essere disposti a rinunciare a ogni logica. Se dovessimo fare teatro tenendo fede a tutta la serie di norme, regole e convenzioni che siamo costretti ad adottare nella vita non saremmo assolutamente in grado di scoprire mondi possibili. Chiedo ai miei attori di abbandonare l'educazione che hanno ricevuto e di reinventare un regolamento completamente diverso, che ha a che fare con un'etica forse più speciale, precisa e profonda rispetto a quella della quotidianità. In teatro questa etica diventa fondamentale per poter raccontare, per lanciare un messaggio importante, per dire qualcosa di necessario che va al di là di quello che già sappiamo.

Da dove arriva questa necessità?
Questa voce che esce e grida non arriva dal caso, è già presente dall'inizio dentro di me e nelle persone che hanno deciso di aderire a questo "pericolo": perchè la voce deve essere sempre pericolosa, deve uscire dal coro e dire la sua. Partendo da questa voce, si arriva al modo per esprimerla, che è il teatro.

Cosa significa essere donna e regista?
Penso che se anche fossi stata un uomo non sarebbe cambiato il mio approccio. Ho scelto di stare fuori dai circuiti ufficiali, dai compromessi, dalle regole soffocanti di dover dire determinate cose o di non doverle dire per non dispiacere a qualcuno. Fuori insomma dai meccanismi che soffocano il pensiero libero che un artista dovrebbe avere. Questo, certo, mi ha reso difficile certi passaggi: faccio fatica per esempio a trovare produzioni e a inserire i miei spettacoli nei circuiti ufficiali dei teatri stabili. Ma questo accade perché ho voluto che la strada fosse impervia. E non dipende dal fatto che sono donna, ma dal fatto che sono una persona libera.

Ti sei diplomata alla Silvio D'Amico di Roma, cosa ti ha lasciato l'esperienza dell'accademia?
L'accademia mi è servita tantissimo a uscire dalla provincia. Sono andata via da Palermo già grande, a 18 anni. Entrando in accademia, dove convergeva gente da tutta Italia, ho avuto la possibilità di confrontarmi con mondi e linguaggi diversi. La Sicilia era, ed è tuttora, un posto molto isolato. Queste ultime amministrazioni, poi, sono state un disastro. Quando partii, la primavera palermitana era alle porte, subito dopo arrivò Orlando e io purtroppo non c'ero. Quando me ne andai ero sprovveduta, non ero mai stata da nessuna parte, per cui Roma mi sembrava New York. La scuola mi è servita a mettermi in relazione con l'altrove, con lo straniero, le persone che venivano da fuori così come gli insegnanti. Dal punto di vista didattico devo dire che tutto quello che ho imparato, l'ho imparato lungo la strada, non sicuramente seguendo le regole di palcoscenico.

Quindi non ti ha dato un metodo di lavoro...
In accademia ho imparato le regole del palcoscenico per poterle poi in qualche modo sovvertire. Detto questo, ritengo che la D'Amico sia una delle scuole migliori proprio perché non dà un marchio, una data impostazione. Non c'è un insegnante piuttosto che un altro che impone uno stile preciso, piuttosto si viene a contatto con tanti metodi di lavoro. Per fare ricerca e sperimentazione devi conoscere la sintassi, l'abc: io ho imparato le basi per poi metterle in discussione e cambiare strada.

Hai mai pensato di andartene da Palermo?
Io continuamente me ne vorrei andare, poi una forza misteriosa mi tiene ancorata a Palermo. Devo dire la verità, tutti i giorni mi sveglio e penso che me ne vorrei andare dalla Sicilia e forse anche dall'Italia.

Cosa non ti piace?
Sento che c'è molta dispersione. La televisione ha fatto piazza pulita di una serie di cose. Un tempo il teatro era più serio perché non era contaminato dalla superficialità della tv, dei reality show, di questi ragazzi che si svegliano la mattina e diventano popolari e la gente impazzisce. Questo mercato è agghiacciante. In questo momento pare che siano più pieni i teatri dei cinema, ma bisogna valutare cosa c'è in giro, le sale si riempiono anche con i personaggi della tv, i musical... Detto questo, il teatro continua ad avere la sua forza e gli italiani in fondo ci tengono. Ci sono ancora compagnie di professionisti seri che riempiono i teatri, i miei spettacoli hanno sempre un grande riscontro di pubblico.

Tre grandi maestri del teatro del '900 - Stanislavskij, Grotowski e Artaud - chi ti ha ispirato di più?
Stanislavskij è molto lontano dal mio metodo di lavoro. Il suo metodo ha a che fare con l'assoluta precisione e forse questo è l'aspetto che più mi accomuna a lui: questa morbosa precisione che può essere reiterata per non so quanto tempo. Pur di riuscire a trovare un gesto perfetto sono dell'avviso che bisognerebbe provarlo anche per sei mesi. In questo Stanislavskij è stato fondamentale.

Grotowski?
Da lui ho preso il concetto di essenza. Un attore può raccontare un paesaggio senza avere una scenografia dietro. Metti un attore in scena da solo e lui può farti vedere una prateria, il mare, può raccontarti un intero popolo, farsi attraversare da un intero paesaggio. Alla fine il teatro ha bisogno di questo: dell'attore e dello spettatore, non serve veramente altro.

... e Artaud?
E' quello forse più intrigante dei tre, quello che continua a sconvolgermi con questa crudeltà, che è la caratteristica del suo teatro (che poi non si può neanche definire teatro). Artaud è al di sopra di tutto, è stato un personaggio assolutamente spietato con se stesso, che ci ha devastati e ci ha lasciato un pensiero devastante. E' questa cosa a "nervi scoperti" che mi ha lasciato Artaud e che continua a infierire nelle cose che faccio.

Spesso tratti il tema della famiglia, cos'è per te?
La famiglia è il piccolo nucleo sociale dove l'individuo si forma, il ventre numero due dove esiste già, nell'individuo, l'ipotetico assassino o l'ipotetica persona per bene.

Se non avessi fatto la regista, che mestiere avresti scelto?
Forse il giardiniere.

Sono lavori simili in fondo...
Infatti, anche lui mette i semi, innaffia, sta dietro alle cose e... forse un giorno nasce una piantina.

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INFORMAZIONI

27-28-29 novembre
La Scimia

30 novembre 1-2 dicembre
‘MPalermu

4-5-6 dicembre
Vita Mia

Crt Teatro dell’Arte
Viale Alemagna 6, Milano - TEL. 02 89011644

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