Attenzione, preparano l'agguato al Papa.
(Renato Farina - Libero) L'ignoranza domina tra i presunti scienziati dell'Università La Sapienza di Roma. In 67 cattedratici vogliono impedire al Papa di parlare, anzi persino di entrare in aula magna giovedì prossimo, per l'inaugurazione dell'anno accademico.
Hanno firmato un appello, sono quasi tutti fisici. Dicono: E' uno straniero, un oscurantista, ha parlato male di Galileo difendendone la condanna diciassette anni fa. Una bugia, lo vedremo. Ma procediamo. Era stato il rettore a volere la presenza di Benedetto XVI.
Nei piani originari sarebbe dovuta toccare al Santo Padre la lectio magistralis, la prolusione che dà il tono dell'anno universitario. Poi però pareva di dare troppo onore a un Ratzinger qualunque.
E il rettore ha ripiegato, cedendo alle pressioni, mettendolo al terzo o quarto posto tra i relatori, preceduto da quel fenomeno di laureato della Scuola Normale di Pisa, Fabio Mussi, oggi ministro della Ricerca, e dal sindaco Walter Veltroni.
Il Papa, che è umile, non ha fatto una piega, ha detto va bene. Era abituato a dibattere con gente tipo Habermas, è stato professore nelle massime università tedesche, da Monaco a Tubinga, ma si accontentava anche di mettersi in coda al noto perito della scuola cinematografica Veltroni.
Mussi e Veltroni, questi due scienziatoni (...) (...) da Nobel, hanno il plauso dei docenti protestatari. I quali non si sono accontentati di un malcontento sommesso. Hanno chiamato a corte le truppe.
Così a costoro hanno assicurato di garantire una presenza fattivamente contestatrice di gruppi no global, che già stanno battendo su internet il loro tamburo da richiamo della foresta, per montare casini antipapali. C'è allarme ordine pubblico.
Il Papa non demorde però. Il cardinal Ruini lo sostiene, assicura che sarà accolto bene: sono migliaia i docenti felici di incontrarlo, e gli studenti pure. Dunque Ratzinger ci va lo stesso. Non vuole blindature.
Il suo pensiero è che siamo come nei primi secoli della Chiesa: Saulo di Tarso parlava all'Areopago di Atena, suscitando il riso dei presunti sapienti. Lui non si sente migliore del vecchio apostolo. I primi secoli sono profezia degli ultimi.
Qui faremmo alcune osservazioni. Anzitutto a Repubblica, che è il quotidiano che si fa eco di questa volontà di pulizia etnica del Papa dall'università e dunque dall'ambito culturale.
Ieri ha ospitato senza repliche incredibili discorsi da repulisti razziale. La morale è tirata da tale Carlo Cosmelli, forse un Nobel, che spiega il fuoco di sbarramento: «Le accuse anti-scienza che il Papa ha lanciato da cardinale le ha ribadite anche nell'ultima enciclica. Lui è convinto che, quando la verità scientifica entra in contrasto con quella rivelata, la prima deve fermarsi. In una comunità scientifica ciò non può essere accettato. E' evidente la panzana. Questo Papa non fa altro che domandare di «allargare la ragione» (Regensburg, 12 settembre 2006). Pone la questione dell'uso della scienza non della necessità della scienza.
Ma - a leggere bene - questi scienziati de noantri imputano al Papa un discorso del 1990. Gli attribuiscono questo pensiero preso da Feyerabend: «Il processo della Chiesa contro Galileo fu ragionevole e giusto».
Questa frase è tratta da internet, voce Ratzinger in Wikipedia, e questi hanno copiato senza leggere il discorso integrale dove l'allora cardinale spiegava come anche Ernst Block e tanti altri filosofi stessero rivalutando l'attitudine della Chiesa verso la scienza.
L'esatto contrario di quanto sostenuto dai 67 piuttosto somari. Ma non vale la pena discutere con chi cerca pretesti per l'intolleranza. In realtà a noi basterebbe si applicasse la par condicio.
C'è una specie di cristofobia dominante in certi ambiti intellettuali italiani: un odio quasi neroniano, che si trasforma in amore sollecito e pastorale verso gli islamici purchè siano estremisti. L'Università La Sapienza di Roma ha siglato il 15 giugno del 2006 un accordo per la creazione di un Comitato accademico italo-egiziano di «studi comparati per il progresso delle scienze umane nel Mediterraneo» (Oscum), tra la celebre università islamica di Al Azhar, considerata una sorta di Vaticano sunnita, e un cartello di cinque università italiane tra cui primeggia appunto La Sapienza di Roma. L'accordo è stato firmato alla presenza dello sheikh di Al Azhar, Mohamed Sayed Tantawi, ritenuto la massima autorità teologica dell'islam sunnita.
Tantawi è uno che ha scritto fatwe per giustificare i kamikaze palestinesi, per santificare la condanna a morte di islamici che si convertano al cristianesimo e lo dicano ad alta voce. Ma per i professori della Sapienza di Roma va bene così, nessun appello avverso. Al Tantawi sì, Ratzinger no. A questo siamo ridotti nelle Università italiane. Se ci fosse un criterio serio per la selezione dei docenti, questa gente dovrebbe essere sospesa dall'insegnamento.
Figuriamoci, hanno già avuto mezza partita vinta: hanno retrocesso il Papa a figurante tra Mussi e Veltroni, ma non si accontentano. Repubblica di Ezio Mauro è dalla loro parte. Queste cose si vedevano al tempo del nazismo contro gli uomini diversamente pensanti. Ora accadono a Roma, Italia.
lunedì 14 gennaio 2008
In Italia alla chiesa che discrimina i gay, secondo Renato Farina, l'ex agente "betulla", è impedito parlare.
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07:25:00
Etichette: chiesa, clero, educazione, papa, polemiche, università, vaticano
Speciale Milano moda e modelli. L'uomo che lavora detta la moda. E Giorgio Armani attacca i colleghi che copiano.
nella foto in alto un momento della sfilata Byblos, in basso Vivienne Westwood saluta il pubblico.
(Annalisa Lospinuso - Il Messaggero) Dimmi che lavoro fai e ti dirò che uomo sei. In tempi di precarietà e incertezza in tutti (o quasi) i settori professionali, gli stilisti dalle passerelle milanesi sembrano voler rendere omaggio al lavoro che, non solo nobilita l'uomo, ma lo caratterizza in modo univoco. Tanto che tute e divise possono essere indossate con disinvoltura in tutte le ore del giorno, non necessariamente soltanto in officina e in fabbrica, come per gridare: "Laboro ergo sum". Insomma, il lavoro è tutto, anche per la moda. Nella seconda giornata di Milano Moda Uomo, alcune maison si sono ispirate all'abbigliamento tipico di vari mestieri per realizzare uno stile comodo e pratico. Dopo l'uomo-pastore fatto sfilare da Dolce e Gabbana, la moda maschile milanese sembra voler ristabilire una certa semplicità nelle linee e nei tessuti e riportare in auge il maschio con la "M" maiuscola. Bando, dunque, ai modelli ibridi o alla virilità ostentata con eccessi. C'è anche chi, come la Westwood, non rinuncia alla stravaganza e ai colpi di scena.
Bottega Veneta. «Bottega Veneta ricerca sempre la funzionalità. Per questa stagione abbiamo iniziato a pensare alla relazione tra ciò che un uomo fa e quello che indossa - spiega il direttore creativo Tomas Maier - È interessante vedere che un tempo gli abiti che hanno ispirato questa collezione (capi formali e abiti da lavoro) non avrebbero potuto trovarsi nell'armadio dello stesso uomo. Oggi la scelta è così ampia che ritengo che molti uomini arrivino a creare una propria "divisa". Il nostro obiettivo è di offrire al cliente Bottega Veneta scelte ispirate, indipendentemente dallo stile che sceglie per se stesso».
Una parte della collezione è costituita dall'abbigliamento formale, creato per le occasioni importanti e le cerimonie. Nell'altra troviamo abiti da lavoro. In entrambe, però, è impressa la stessa eleganza e la perfetta lavorazione artigianale. La silhouette si è evoluta rispetto all'anno passato: i pantaloni sono più ampi, con una vita più alta. Le giacche possono essere monopetto o doppio petto, con spalle alte e maniche plissettate davanti e dietro. I tessuti vanno dai gessati in lana inglese e i plaid tartan alle spesse lane di Shetland e al cachemire italiano. I colori sono scuri: blu, grigio e nero. Gli abiti formali sono impreziositi da una serie di accessori, come gilet, cravatte a pois, gemelli, fermacravatta, cappelli, fazzoletti cuciti a mano, valigette classiche e splendide borse.
L'abbigliamento sportivo prende il taglio ampio e morbido dagli abiti da lavoro che garantiscono praticità e libertà di movimento. I tessuti sono resistenti, come la tela pesante, il jeans e il cotone. Ai neri, grigi e blu scuri degli abiti formali si aggiungono il blu oceano e il verde. Per essere casual ed eleganti, Bottega Veneta suggerisce giacche da lavoro in cotone, semplici giubbotti da autista, pantaloni da muratore e jeans di tessuto pesante. La pelle rende più "nobili" i capi e ne aumenta la duttilità: nelle camice da lavoro, nelle cappe da pescatore e nei giubbotti da autista e anche in abbinamento al popelin di cotone. Anche le scarpe, solide e ruvide, sono fatte di pellame robusto e opaco, con punta tonda e suole pesanti
Frankie Morello e Antonio Marras. Lavori in corso anche da Frankie Morello: i due stilisti Maurizio Modica e Pierfrancesco Gigliotti hanno fatto sfilare muratori acrobati, carpentieri sexy ed eccentrici ingegneri. In passerella elmetti e stivaloni, zaini incorporati ai caban, pantaloni ampi con macchie di vernice flu, tute intere di pelle, pancere di cachemire portate sui completi gessati e con la 24 ore viola acceso. Più concettuale l'operazione di Antonio Marras, che ha dedicato la sua collezione a Piero Manzoni, rubando dettagli e motivi dalle sue opere, con il permesso della Fondazione che gestisce l'eredità dell'artista.
Gli anni '60 della grande Avanguardia milanese, quella che si ritrovava allo storico bar Giamaica, dettano linee e atmosfere, tra maxicardigan, giacchine con martingala, blazer in patchwork di tessuti diversi, trench negligentemente chiusi con cordini di pelle (come usava fare lo stesso Manzoni), pantaloni con bordi di maglia e completi gessati che sembrano ispirarsi al concetto di riciclo dell'arte povera. Capo cult della collezione è la camicia bianca, come i celebri "Achromes" manzoniani, con impronte digitali, motivi grafici e strisciate di colore sempre ispirate all'autore della "Merda d'artista". La kermesse si conclude con una "liberatoria" fuoriuscita di palloncini bianchi.
Gianfranco Ferré. Grande debutto con la collezione maschile per lo stilista svedese Lars Nilsson, 41 anni, che ha ereditato la poltrona di Gianfranco Ferré. Un esordio cauto, per alcuni un po' freddo, come un primo giro di prova per tentare di avvicinarsi a quel complesso e monumentale mondo architettonico che è stata la moda del fondatore della maison. Coerentemente con il suo temperamento razionale, da tipico uomo del nord, Nilsson ha deciso di ambientare il defilé non sulle tradizionali passerelle ma nel "paradiso" dell'uomo moderno e colto più interessato allo stile che al trend: una grande libreria e mobili decò.
Supportato da un team di tutto rispetto (dal neo-amministratore delegato Michela Piva alla pierre Noona Smith-Petersen, dal set designer Michael Howells alle due figure creative, ovvero Fabien Baron e Karl Templer), lo stilista ha realizzato una collezione senza effetti speciali ma in grado di mantenere alto il prestigio del marchio. Sono tre mesi che Nilsson lavora incessantemente, dormendo poche ore per notte, controllando e ricontrollando ogni minimo dettaglio. Tra un mese dovrà affrontare la dura prova della passerella milanese femminile, ma già con questa collezione ha dimostrato di avere grinta e capacità tali da non dover rimpiangere troppo il genio creativo di Gianfranco.
L'uomo che propone è semplice ma esigente, vuole la comodità ma non rinuncia all'eleganza e al lusso. Indossa giacche con spalle decostruite e pantaloni asciutti oppure strutturate e geometriche ma accostate a calzoni morbidi. C'é naturalmente un'aria Ferré ma è meno sontuosa, anche i modelli e i manichini sembrano più esili. Inizia una nuova era che non vuole cancellare la prima, ma deve imporsi comunque: più che sull'archivio, Lars ha lavorato sulla percezione del marchio. Nilsson e Michela Piva descrivono i dettagli, parlano del lusso discreto, del vero calzolaio e dell'abile sarto sempre a disposizione dei clienti per il "su misura". Indicano la giacca di camoscio a taglio vivo e quella in lana che pesa solo 350 grammi, completamente fatta a mano, un vero «lusso discreto». Nell'uso dei materiali, soprattutto del principe di Galles, si vede che lo stilista ha cercato con cura di legarsi alla tradizione della maison: il completo in tre pezzi con gilet, completato da dolce vita in cachemire, ha però qualcosa di soffice e di disinvolto, una naturalità più nordica, così come il soprabito Mackintosh e perfino i blazer a doppiopetto.
Emporio Armani. Giorgio Armani ha espresso tutta la sua delusione verso un mondo che non gli «piace per niente», dove «il bello è discutibile, si ha paura dei sentimenti, l'uomo teme la donna che, ormai, si comporta come un uomo e in discoteca si fa avanti mettendogli le mani lì». Lo stilista, al termine della sua sfilata, non lesina attacchi alla società contemporanea, nella quale c'è molta violenza e degrado. «Qui intorno ho visto tutti i muri, compreso un mio poster, imbrattati - afferma Armani - da quei coglioni di graffitari e mi sono chiesto perché ci sia questa mancanza di rispetto, visto che un poster di Armani Jeans, oltre a farmi vendere, dà lavoro a un sacco di gente».
Parole dure che stridono con gli abiti mostrati in passerella che sono un inno «al rispetto per l'essere umano e la sua bellezza, un riavvicinamento a certi valori che, per alcuni versi, è identificabile in una coppia ben vestita». Nonostante amarezza e disillusioni, il designer non ha intenzione di mollare e vuole «rimanere sulla breccia per molti anni». Del resto il successo gli consente di guardare lontano: «Negli ultimi tempi il mio prodotto è molto appetito dalla concorrenza: dopo sei mesi le mie giacche vengono rifatte non solo dalla grande distribuzione, ma anche da colleghi da cui non me lo aspetterei», aggiunge Armani.
Per i prossimi freddi, l'uomo potrà indossare blazer da giorno, anche a motivi di occhio di pernice, con il colletto di maglia che si può chiudere e rialzare, o sono tagliati come una camicia, con cappuccio e stondature davanti, e si portano con i pantaloni morbidi stile jogging. Per la sera, invece, trionfa il velluto rasato, illuminato da bottoni dorati.
Prada. Prada si spira alla continua commistione tra realtà e finzione che domina la nostra vita. È la moda dell'inganno: giacche sensuali in tessuti jacquard a effetto trompe l'oeil, finte cravatte e falsi bustini, colletti-ombra e gilet virtuali. L'uomo ormai vuole apparire, cerca il palcoscenico che è sempre una rappresentazione ma anche una finzione.
Miuccia è sempre in controtendenza: niente cappotti in passerella dato che «le stagioni sono diventate anche loro virtuali», come ha spiegato la stilista. Il suo uomo è una sorta di eroe «equivoco» che non c'entra con l'omosessualità e con la confusione dei generi. Ma poi non rinuncia a un tocco femminile, per arricchire il costume maschile, un suo vezzo di sempre e un segno di libertà regalato all' uomo. Ecco allora i minigonnellini da portare come fasce da smoking, gli abstract di pantaloni da indossare sui calzoni con un effetto di doppia cintura, le cravatte che si trasformano in piatti bavaglini, i polsini e i colletti che si raddoppiano giocando con la propria ombra. Le camice si allacciano dietro, rendendole vivacemente osè.
Vivienne Westwood. Si dice Westwood e si pensa alla spettacolarità, anche questa volta non smentita. Per questa collezione maschile la stilista inglese si è ispirata al "chaos". La kermesse si è svolta a Palazzo Reale dove, tra pochi giorni, si conclude la grande retrospettiva a lei dedicata dalla città di Milano. In passerella, si sono viste stranezze come tre cappelli sovrapposti, un abito di pelle stile uomo delle caverne, kilt ricavati da plaid, gonne dorate e giacche da smoking scintillanti, tute intere con grafismi fluo, mocassini e borsoni a motivi floreali. Più portabili, invece, sono i completi maschili nei più classici motivi inglesi, magari sdrammatizzati da t-shirt con teschi di memoria punk.
Byblos e Neil Barret. I marchi Byblos e Neil Barret hanno proposto un uomo vitale e sportivo. Ospiti delle passerelle di Byblos sono state proprio quattro star italiane del pattinaggio a rotelle, a partire dal campione del mondo in carica Roberto Riva. Per questi "eleganti sportivi", giacche insellate, sciancrate e corte, portate insieme a pantaloni sottili, con segmenti luminosi a scomparsa,
stivali effetto bagnato o sneakers multicolori. Neil Barret ha immaginato un guardaroba che ruba i capi usati per sciare: indumenti doppi con finto effetto multistrato, cappotti con gilet attaccati all'esterno, gilet applicati sopra ai cardigans, stivali da biker e scarponi da sci in vernice.
Alexander Mc Queen. Un pellegrino con lo spirito dell'esploratore è il modello ideato da Alexander Mc Queen che, non a caso, ha intitolato la sfilata "Pilgrim". La collezione è ispirata a un lungo viaggio devozionale intrapreso dallo stesso stilista: si parte da Bangalore e da lì ci si sposta verso est, attraverso Cochin, Mumbai, Udaipur, Delwara, Indore, Delhi, Patna, Gaya, per poi approdare al sito sacro di Paro, in Bhutan, l'ultima tappa prima del ritorno a casa. I ricordi del viaggio prendono forma nella collezione attraverso l'impiego degli elaborati ricami del Rajasthan, le lavorazioni a maglia tibetane e le pellicce della Mongolia.
Ermanno Scervino. Ermanno Scervino ha inaugurato oggi, presentando la collezione maschile, la nuova show room milanese, in via Manzoni 37. Si vocifera anche di trattative in corso per aprire presto una boutique nel quadrilatero della moda. Per il prossimo inverno, il marchio fiorentino propone la reinterpretazione tecnologica dei capi classici: il piumino è nascosto nella giacca di cachemire, il cappotto cammello ha una calda anima tecnica, il giaccone di lana spigata diventa iper-tecnico, i pantaloni di velluto millerighe tinto in capo spiazzano la giacca quasi-smoking, i calzoni da tuta si trasformano in pantaloni morbidissimi, i blazer di felpa vanno indossati con jeans spalmati e croccanti.
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Pd. Scambio di battute tra Gianni Cuperlo e Peppino Caldarola e tanto per cambiare tirano dentro anche i gay.
Il mio amico Cuperlo.
Cuperlo dà vita alla corrente laica. Gli chiedo: che senso ha? Facciamo un partito di laici e cattolici, riconosciamo lo spazio pubblico della fede, non abbiamo di fronte credenti assatanati e vendicativi, che senso ha questa differenziazione?
(Peppino Caldarola) Considero Gianni Cuperlo una delle persone più colte e intelligenti della sinistra. Lui non lo sa (ovvero lo sa e si odia per questo), ma sarebbe un veltroniano ideale. Ama e conosce i media, scopre prodigi letterari ovunque, in più è anche un po’ mitteleuropeo (è l'unica differenza con Veltroni). Non ho mai ben capito perchè lui per così gran tempo (e io per un quinquennio) siamo stati legati ad un'area politica che si occupa di banche e hetzbollah! Oggi Cuperlo promuove l'area laica. Cuperlo era tiepido e diffidente verso il Pd. Io ero caldo e ostile verso il Pd. Ora ci siamo dentro tutti e due. Io per stima verso Walter e perchè fuori c'è solo la desolazione dei piccoli gruppi autoreferenziali (ieri un ex ministro socialista mi ha detto che vuole aiutare Walter, deluso dalla Costituente del niente). Cuperlo perchè, è una mia critica, non riesce mai a rompere del tutto. Io sto per i fatti miei anche se mi descrivono come collaboratore di Walter (e ieri di D'Alema). Non era vero ieri, non è vero oggi. Cuperlo dà vita alla corrente laica. Gli chiedo: che senso ha? Facciamo un partito di laici e cattolici, riconosciamo lo spazio pubblico della fede, non abbiamo di fronte credenti assatanati e vendicativi, che senso ha questa differenziazione ? Ha persino meno senso di quell'altra denominata dalla vecchia sigla dei popolari che appare un ritrovarsi di vecchi compagni di partito. Mi spaventa questo mettersi le magliette che più che definire se stessi vuole definisce gli altri. Chi non sta con Cuperlo è forse meno laico? Infine una domanda cattiva: ci sarebbe una corrente laica se invece di Walter a guidare il Pd ci fosse un altro, che magari è andato a celebrare a piazza san Pietro Escrivà de Balaguer?
Risposta di Gianni Cuperlo
Se un esponente del mio partito dice che i gay vanno curati penso che si tratti di una boutade.
Caro Peppino, potrei cavarmela mutuando quella battuta folgorante, “non aderirei mai a una corrente che mi scegliesse come capo”. E in effetti è vero. Ma c’è una seconda questione più seria. Anzi, forse sono due. La prima riguarda questa benedetta laicità e il Pd. Non temo la mescolanza e neanche la fatica del dialogo. Più semplicemente temo l’arretramento culturale e politico. E temo l’assuefazione, alle parole, ai toni, alle convenienze. Se un esponente del mio partito dice che i gay vanno curati penso che si tratti di una boutade. So che a pensarla così saranno sì e no in cinque. Ma è un segnale. Vuol dire che si sta abbassando la soglia anche nel pudore del dire. Il che, come sai, non è poco. Se dopo un anno e mezzo di legislatura non abbiamo portato a casa un solo risultato legislativo sul fronte dei diritti civili posso consolarmi dicendo che i numeri son quello che sono, i tempi non abbastanza maturi e bla bla. Ma poi devo anche chiedermi perché le mediazioni dentro il mio nuovo partito risultino spesso difficili e più tese a ridurre l’impatto delle riforme da fare che a esaltarne l’impatto. Se dietro lo schermo dell’eticamente sensibile (che formula orribile!) si finisce col riporre pezzi interi della nuova cittadinanza conviene diradare il fumo (delle polemiche) e guardare in faccia ai problemi. Cominciando a capire se abbiamo un’idea davvero tanto distante di libertà individuale, responsabilità, autonomia. Perché un partito, forse sbaglio, è anche una visione del progresso, della democrazia (e ci mancherebbe visto il nome che abbiamo scelto!), della convivenza. Se manca questa dimensione e tutto si riduce al tentativo di coprire la società che si vuole rappresentare adagiandovisi sopra come una coperta, temo che il risultato non premierà lo sforzo. Scambieremmo il concetto sacrosanto di una forza post-ideologica con quello assai scombiccherato di un partito post-identitario. Dove io, per quel poco che conta, non mi sentirei a mio agio. L’altra questione è sulle correnti. Da fare, da non fare, da evitare come la peste. Mah, non è che abbia le idee molto chiare. Lo statuto dovrà chiarire anche questo aspetto. Quando lo pubblicano leggilo tu e fammi sapere perché io non sono mai riuscito a leggere uno statuto. Di norma all’articolo 2 dormo. Però il nodo di come si discute e ci si organizza, quello esiste. Abbiamo stabilito di fare un partito fortemente votato alla leadership (tre milioni e mezzo di voti alle primarie…). Bene. Non lo discuto. La scelta, però, non risolve tutte le questioni. Per dire, io e te veniamo entrambi da un partito “vecchio, antiquato, burocratico e zeppo di riti e miti del passato”. Dove però si discuteva. Forse anche troppo. E c’erano luoghi e sedi (i più diversi) dove coltivare il pluralismo. Ecco, noi dobbiamo immaginare qualcosa di simile (anzi di migliore) per il partito nuovo. Mica la corrente dei laici, intendiamoci. Anche perché hai ragione a dire che sarebbe un’assurdità. E chi non è della corrente è meno laico? No. Penso, però, alla possibilità di organizzare spazi di confronto vero (qualche esempio l’ho fatto sopra). Per sostenere punti di vista, priorità, chiavi culturali. E’ un peccato pensare che, invece, ogni mossa (convegno, seminario, appello) debba rispondere ad altre e meno nobili finalità. Capisco che la tentazione sia forte, ma è un peccato lo stesso. Perché è per primo il leader (forte) che ha bisogno di questa vitalità. E’ ossigeno contro l’omologazione. Organizzare le idee è un pezzo della democrazia. L’alternativa è nei plebisciti che sono un impasto infelice di silenzi e monosillabi affermativi. Infine su D’Alema (di cui, giuro, non parlo mai, ma ti rispondo). Penso, da anni, che sia (in Italia, s’intende) il capo della sinistra. Non per i galloni. Come si dice, per “titoli ed esami”. Lo pensavo quando lo votai segretario del Pds. Quando stava a Palazzo Chigi. Quando perse le elezioni e se ne andò. E lo penso ancora. Tutto qui. Un saluto caro.
Risposta di Peppino Caldarola.
Le correnti si possono fare e non fare, è irrilevante. a me sta a cuore - da single, come sai - che questa macchina politica sia democratica, riformi la società, dia alla sinistra una possibilità. la lotta per la leadership mi lascia indifferente.
Caro Gianni, se siamo in dissenso non me ne sono accorto neppure questa volta dalla tua risposta. è una consolazione. La mia riflessione personale da anni guarda con grande attenzione ai temi della religiosità e a quello che la formula definisce lo spazio pubblico della fede. Non penso ad alcun passo indietro rispetto alle regole di una società di credenti e non credenti e di diversamente credenti. E' per questo che mi sento laico ma non vorrei militare in un'area laica. Questa approccio mi rimanda al tema delle correnti nel pd, partito a cui mi sono legato dopo aver girovagato per qualche mese alla ricerca del socialismo e non avendolo trovato, avendo viceversa trovato gruppi autoreferenziali come quelli che avevao lasciato, ho preferito tornare a lavorare con voi. il pd, credo che tu te ne sia reso conto, è di per se una rottura vera con il passato. è un'idea della politica nella società di massa che supera d'un salto ogni forma politica preesistente. è un partito leaderistico, privo di appartenenza, fluido - si dice così? -. I capi hanno il dovere di avere successo sennò vanno a casa, i sostenitori sono liberi di scegliere l'orientamento a cui credono. è un partito "americano" nel senso della democrazia americana. L'ultimo scorcio di seconda repubblica ha seppellito l'anomalia italiana, e noi abbiamo concorso a questo processo. Chi entusiasticamente, chi no. Le correnti si possono fare e non fare, è irrilevante. a me sta a cuore - da single, come sai - che questa macchina politica sia democratica, riformi la società, dia alla sinistra una possibilità. la lotta per la leadership mi lascia indifferente. sostengo Walter perchè gli voglio bene e sento che il nuovo partito è più suo che di altri. Su D'Alema potrei dire e non dico. Tienitelo, con annessi e connessi, a te vorrò bene lo stesso, Peppino
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Etichette: cattolici, centrosinistra, laicità, partito democratico, questione omosessuale
Gallarate. Chi ricorda l'Omocausto?
In occasione della giornata della Memoria diverse associazioni e le scuole superiori gallaratesi organizzano una mostra e un convegno per ricordare tutti.
(Varese News) Chi ricorda l'omocausto? L'Anpi di Gallarate con il patrocinio del comune di Gallarate propone, in occasione delle iniziative per la "Giornata della memoria", di riportare all'attenzione della memoria collettiva l'olocausto che riguardò anche gli omosessuali con una mostra nella sala Verdi di Palazzo Borghi da lunedì 14 gennaio fino al 31. Il 25 gennaio dalle 9 alle 13, invece, al Teatro delle Arti si terrà un convegno dal titolo "La stella e i triangoli" per ricordare tutti coloro che durante il periodo nazista sono stati sterminati per motivi religiosi, di etnia, di orientamento sociale o per malattia mentale. Durante il convegno interverranno: Pia Masnini Jarach, Michele Sasso, Fabio Pellegatta ed Enzo Laforgia. Oltre all'Anpi all'iniziativa hanno aderito le scuole superiori di gallarate, l'Associazione Italia-Israele, l'arci e il centro Iniziativa Gay di Milano.
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domenica 13 gennaio 2008
Artefiera 2008, Bologna si prepara.
(Artsblog) >E’ di 203 il numero di gallerie d’arte moderna e contemporanea coinvolte nella trentaduesima edizione di Artefiera, che si svolgerà dal 24 al 28 gennaio a Bologna.
Sono tante le iniziative previste, da “Mercante in fiera”, un dialogo sul mercato dell’arte curato da Achille Bonito Oliva, a “Esprit noveau” che mette a confronto 26 gallerie con meno di cinque anni alle spalle. E poi “Words on art”, rassegna di incontri con critici, artisti e galleristi, passando per “Open art” dedicato ad approfondimenti tematici.
In contemporanea, nel cuore della città, dal 24 al 29 gennaio, si svolge Artfirst, viaggio guidato attraverso installazioni di vario genere che regaleranno a luoghi storici del centro una veste insolita.
E se non ne avete abbastanza, al Mambo, sempre dal 24, apriranno i battenti le mostre di Luigi Ontani e altri artisti, mentre a Palazzo Re Enzo si svolge l’ottava edizione di “Netmage”, dedicato alle arti elettroniche. Al Museo civico archeologico, invece, la mostra “Arte povera 1966-1980 - Libri e documenti”.
Sphere: Related ContentSanremo 2008: Il dopofestival torna a teatro del Casinò con Elio e le storie tese.
Si tratta di un ottimo veicolo promozionale per il Casinò e, probabilmente, anche la possibilità di tirare un sospiro di sollievo per i giornalisti, che non avranno più la sala stampa ‘invasa’ da Piero Chiambretti, il ‘Pierino la Peste’ che, quest’anno, affiancherà Baudo sul palco dell’Ariston. (fonte Sanremonews.it )Sphere: Related Content
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