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martedì 26 agosto 2008

Un ricatto a luci rosse lambisce la cattedrale di Genova.

Il diacono di San Lorenzo ha denunciato due romeni che ieri a Marassi hanno rivelato al gip il retroscena .

(Matteo Indice - Il secolo XIX) Un telefonino con foto e immagini compromettenti, "l'arma" che i fratelli Jane e Alin Mihai potrebbero aver utilizzato - ed è già sotto sequestro da giorni - per una serie di ricatti a luci rosse. È la pista, molto solida, su cui lavorano i carabinieri della compagnia Portoria e il sostituto procuratore Piercarlo Di Gennaro, dopo che venerdì scorso i due stranieri, 32 e 21 anni, sono stati arrestati per estorsione a danno d'un diacono nei pressi della cattedrale di San Lorenzo. L'uomo inizialmente aveva dato loro denaro notandoli "accampati" vicino al santuario; ma era finito in fretta nel mirino ed entrambi, nelle ultime settimane, si erano fatti consegnare quasi duemila euro conoscendo pure il suo indirizzo di casa. Ieri mattina sono stati interrogati in carcere dal giudice per le indagini preliminari Franca Borzone, rivelando particolari che fanno leggere la vicenda sotto una luce completamente diversa.

Gli investigatori hanno infatti individuato un cellulare che i fratelli Mihai potrebbero aver usato per mettere in pratica il loro ricatto. Lo hanno ammesso nel corso del colloquio a Marassi e l'obiettivo è ora capire quali siano state le vittime. Senza dimenticare che sempre venerdì un altro ventenne originario della Romania era finito in cella, con la stessa accusa, per aver rovinato la vita a un quarantenne. Con quest'ultimo aveva avuto una serie d'incontri per quasi due anni, finché l'italiano a inizio maggio non ha troncato la relazione. A quel punto lo straniero ha preso a minacciarlo, ribadendo che avrebbe rivelato ad amici e familiari la sua omosessualità. L'ex partner, comprensibilmente geloso della propria privacy, lo ha segnalato alla polizia ferroviaria e pochi giorni fa gli agenti hanno assistito in diretta all'ultima consegna di denaro, facendo scattare le manette: le banconote erano state segnate e hanno rappresentato la prova cardine per formalizzare l'accusa.

«Non è un mistero - confermano in Procura - che nelle situazioni più estreme i giovani dell'est arrivino a scelte di questo tipo, sebbene negli ultimi anni i sistemi per tenere in ostaggio le vittime si siano particolarmente affinati». Ed è certo, si rimarca ancora a palazzo di giustizia, che una persona rimasta in balìa dei fratelli Mihai abbia avuto i rapporti sessuali nella zona del Righi. Proprio qui sono state realizzate le immagini (con ogni probabilità fotografie, che a loro volta sarebbero essere state trasmesse da un telefono all'altro) potenzialmente divulgabili, e per questo temute da chi ha continuato a pagare. Un primo riscontro è arrivato con la perquisizione dell'alloggio di vico Pepe, nel centro storico, dove vivevano i romeni. Ma qualcosa di più dovrebbe emergere con gli accertamenti dei prossimi giorni.

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