banda http://blografando.splinder.com
Visualizzazione post con etichetta artisti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta artisti. Mostra tutti i post

venerdì 8 agosto 2008

Moda. Lacroix 'incontra' la fotografia.

In Memory of the Late Mr. and Mrs. Comfort: A Fable. Nadja Auermann as Mrs. Comfort and A Person Unknown as Mr. Comfort, New York, 1995. Photograph Richard Avedon. © 2008 The Richard Avedon Foundation.

Lo stilista ha curato Rencontres d'Arles, esposizione di cui sono protagonisti i migliori fotografi del mondo: fino al 14 settembre oltre sessanta mostre e tante iniziative per addetti ai lavori e appassionati. E la città nel sud della Francia si prepara, nei prossimi anni, a diventare punto di riferimento internazionale in materia di fotografia.

(Giacomo Leso - L'Espresso) Christian Lacroix e i migliori fotografi del mondo passano l'estate al festival di Arles. Due mesi di manifestazioni in cui, in un percorso di 60 esposizioni fotografiche turisti ed esperti potranno farsi un'idea precisa della creazione fotografica contemporanea.

Il celebre stilista, che è commissario d'esposizione, ha aperto lunedi 7 luglio - al fianco della ministro della Cultura francese Christine Albanel e delle tradizionali "Arlesiennes" in costumi tradizionali - i Rencontres d'Arles, manifestazione giunta ormai alla 39esima edizione, un evento culturale che ritmerà le giornate dei residenti estivi di questa cittadina del sud della Francia.

Arles dedica per i suoi mesi estivi decine di luoghi d'esposizione disseminati in tutta la città. La manifestazione, che chiude il 14 settembre, invaderà musei, chiese, ex-depositi delle ferrovie dello stato francesi, palazzi industriali e piazze. Protagoniste saranno le fotografie di Christian Lacroix, arlesiano di sempre, dei suoi fotografi di moda preferiti, di alcuni dei suoi ritrattisti preferiti.

Tra gli artisti presenti sia nomi prestigiosi che sconosciuti della fotografia, come quelli di Richard Avedon, Françoise Huguier, Jean-Christian Bourcart, Tim Walker, Guido Mocafico o Joachim Schmid.

Dopo la settimana "professionale", momento privilegiato dell'incontro fra fotografi, galleristi, editori, giornalisti, le esposizioni saranno aperte al pubblico. Sulle strade e sui marciapiedi della città sono state strappate e disseminate delle fototessere, quelle piene di effetti speciali sbagliati, come quelle tipiche dei matrimoni, sono state riesumate e messe in scena da Joachim Schmid e Jean-Christian Bourcart.

Il primo è un artista tedesco dall'ossessione confessata per le foto trovate "per la strada" da 26 anni. Oggi espone, nell'ordine cronologico della loro scoperta, tutte le 914 foto che ha raccolto. Il risultato è un'immenso decoro di cartoni bianchi con sopra esposte foto sbagliate, dalle
inquadrature bizzarre, tagliate e ricostituite, incomplete. Il gioco artistico è quello di far riflettere sull'uso del cliché nella vita quotidiana.

Il secondo, Jean-Christian Bourcart, è un francese di 48 anni che, all'inizio della sua carriera ha lavorato in una società specializzata nelle foto di matrimoni. Stampate il giorno stesso, le foto erano proposte la sera stessa agli invitati. Il fotografo - che non è l'autore delle foto esposte - le ha riesumate negli archivi degli invenduti della società ed ha voluto salvarle dall'oblio. Foto sbagliate, pellicole sovraimpresse, pose ridicole, tutto quello che non si vuol vedere in una foto è esposto qui. Con un certo cinismo ma anche con molta umanità. Come se le foto imperfette parlassero ancora di più e ancor meglio di noi.

LA CITTÀ VERSO IL FUTURO
Nel 2011, i Rencontres d'Arles potranno svolgersi all'interno di una vera e propria Cité de l'Image, in un palazzo disegnato dall'architetto americano Frank Gehry. In questo "campus culturale" di 15 ettari, si troveranno luoghi d'esposizione e un centro d'archivio e di restauro dedicato alla fotografia e all'arte video.

L'obiettivo è fare di Arles una punto di riferimento internazionale in materia di fotografia, ma anche dell'immagine più in generale. Nello stesso luogo si troveranno infatti riuniti la Scuola Nazionale superiore della Fotografia, gli uffici del Festival dei "Rencontres", la Fondazione Luma consacrata all'immagine, uno studio fotografico, degli ateliers e delle residenze d'artisti, un annesso universitario dedicato alle immagini. Allora la città sarà il regno della foto tutto il tempo dell'anno.

INFO: www.rencontres-arles.com

Sphere: Related Content

lunedì 4 agosto 2008

La New York nera del reporter Weegee in mostra a Milano.

Faces in the Crowd.

(Panorama) La New York scura e sporca della fine degli anni Trenta e Quaranta, quella immortalata nelle pagine hard boiled di Dashiell Hammett, dove spesso le pupe viziate della high society finivano con il pancino bucato, ganster e sangue erano una accoppiata fissa e nelle risse, fra tensioni razziali e odi, ci scappava sempre il morto, aveva il suo grande fotoreporter di nera. Era Weegee (Usher Fellig, ebreo austriaco, classe 1899, ribattezzato Arthur al suo arrivo a Ellis Island) che con la sua l’inseparabile macchina fotografica “Speed Graphic” e la camera oscura per sviluppare i negativi nella sua Chevrolet, si trovava sempre sul luogo del delitto, anzi quasi lo anticipava; si dice che quel nomignolo Weegee venisse proprio dalla storpiatura del nome “ouija“, il tavolo solitamente usato per le sedute spiritiche, per rimarcare le sue sulfuree premonizioni dei luoghi dei delitti. A questo grande reporter che ha creato la foto di cronaca nera, con un uso duro del flash e l’obiettivo spostato dal morto alla folla, per cogliere lo stupore attonito, ghignante o di sollievo dei testimoni, è dedicata una mostra aperta fino al 12 ottobre a Milano, Palazzo della Ragione dal titolo: Unknown Weegee. Cronache americane.

Cento le immagini esposte provenienti dall’ “International Center of Photography di New York” per narrare la vita bacata della Grande Mela durante il periodo della depressione, perché Weegee affermava: “Quando scatto una foto mi sembra davvero di entrare in trance: è l’effetto del dramma in corso o in procinto di scatenarsi: nasconderlo e andarsene in giro con occhiali dalle lenti rosa è impossibile. In altre parole, abbiamo bellezza e bruttezza: tutti amano la bellezza, ma la bruttezza permane.”
Per esser cinico del tutto scelse per la sua prima personale del 1941 il titolo Weegee: Murder is My Business. Dal 1940 Weegee entra a far parte del team fotografico di PM, un quotidiano di ispirazione progressista che perora i diritti di lavoratori iscritti al sindacato, ebrei e afro-americani e fa rinascere il dibattito politico negli Stati Uniti. Gli otto anni di attività del giornale vedono la pubblicazione di centinaia di foto di Weegee. Nel 1945 viene pubblicato Naked City, il suo primo catalogo di fotografie che ispirerà il film The Naked City (19 e lo stesso Weegee viene interpellato come consulente alla sceneggiatura; dal film nascerà la successiva serie TV Naked City (1958). Dal ‘47 inizia la collaborazione con Vogue, nasce la serie di “distorsioni” le caricature dei ritratti di celebrità dello spettacolo e del mondo politico che pubblica in Naked Hollywood. ” Non avrebbe mancato l’immondizia di Napoli - afferma Vittorio Sgarbi nella presentazione alla rasssegna- ne avrebbe dato un resoconto indimenticabile”. Dopo aver visto la mostra, c’è da credergli. Se Weegee si fosse trovato ad Elsinore ai tempi d’Amleto, state sicuri che le sue foto ci avrebbero restituito persino l’odore che fece esclamare al pallido prence: “C’è del marcio in Danimarca”.

Sphere: Related Content

venerdì 18 luglio 2008

Erotismo in mostra a Venezia. Corpo, ossessioni e possessioni di elegante ironia.

Lo Spazio Eventi Mondadori di Venezia ospita immagini d’autore. E c’è anche Tinto Brass.
(Alessandra Artale - La Nuova di Venezia e Mestre, foto di Fabrizia Zammateo) Non farlo, dicono i medici, fa male alla salute. E allora dimenticate paure piccole e grandi e tuffatevi felicemente nell’universo del sesso. A questo punto, se siete liberi da ogni orpello mentale che potrebbe recare disturbo a una sana libidine, se siete convinti che la sensualità sia una faccenda da trattare con eleganza e ironia e, perché no, se avete pensieri inconfessati e inconfessabili, allora, da domani pomeriggio, salite al terzo piano dello Spazio Eventi Mondadori a San Marco. Ed ecco la sorpresa: «Possesso. Corpo e ossessioni», la mostra organizzata da Piergiorgio Baroldi di Art&forte e curata da Roberto Ronca che rimarrà aperta fino al 24 agosto. Un itinerario suggestivo in cui potrete passeggiare in mezzo alle opere di una sessantina di artisti, equamente divisi tra maschi e femmine, ai quali è stato chiesto di scavare nel proprio animo per rendere tangibile con pennelli e colori il concetto di «possesso», inteso in senso metaforico e fisico.
Un approccio quindi rispettoso verso il sesso, con sensazioni che ognuno può vivere in modo diverso e personale, il cui comune denominatore è la libertà d’immaginazione verso un tema che, con più o meno soddisfazione, fa parte integrante della vita di tutti. Ecco allora che potrete scoprire la parte più erotica e anche perversa dei coraggiosi sessanta che si sono messi in gioco, le loro pulsioni spesso represse o soffocate e anche per questo forse ancora più forti, flashback di ciò che hanno vissuto o forse soltanto ardentemente desiderato. E il possesso dei sensi si materializza nelle immagini di una donna nuda fotografata in bianco e nero alla maniera di Newton nella deserta pescheria di Rialto o su uno dei tanti ponti «storti» di Venezia o nella inquietante installazione formata da una tela a fondo nero con spruzzi di colore dorato appesa davanti a una ciotola che contiene liquido rosso simil sangue. O ancora un grande quadro verticale di tre metri con una meravigliosa donna nuda giocata sulle tonalità cromatiche del grigio e del beige, quasi una Duse dei giorni nostri per la sensualità unita a un che di drammatico o il forte impatto che può provocare la vista di una giovane fanciulla con una lametta da barba appoggiata sulla lingua: la presa di coscienza che le donne possono ormai permettersi di fare tutto o la materializzazione di un dolore tagliente causato da un uomo?
Ma il sesso è anche e soprattutto gioco e ironia e con le sue maggiori «unità significanti», vale a dire gli organi genitali di entrambi i sessi, ci si può scherzare, come ha fatto l’autore di una delle opere più divertenti: un fallo molto materico appena percettibile da dietro una sorta di finestra realizzata con una leggera tramatura di juta. E se questo non vi basta, passate oggi nel tardo pomeriggio: potrete incontrare Tinto Brass e la sua nuova scoperta, Caterina Varzi, sentire le sue impressioni sulla mostra, carpirne le reazioni, leggere nel suo sorriso enigmatico quello che magari mai avete immaginato sulla sempre diversa e magica danza della vita.

Sphere: Related Content

martedì 13 maggio 2008

E' morto Rauschenberg, genio della pop-art.

(Il Giornale) Robert Rauschenberg, uno dei giganti dell’arte americana contemporanea, è morto a 82 anni. Texano di origine, nelle vene metà sangue Cherokee, l'artista si è spento ieri notte nella sua casa di Captiva, un’isola della Florida dove risiedeva dagli anni Settanta.

L'ictus e le ultime fatiche Su sua richiesta era stato dimesso dall’ospedale dove era stato ricoverato di recente per una polmonite. "Se n’è andato in pace, nel suo letto, come voleva", ha detto Jennifer Benton, un’amica. Rauschenberg era stato colpito nel 2002 da un ictus che gli aveva bloccato metà del corpo e tuttavia aveva ripreso di recente a lavorare. Tre anni fa otto grandi quadri che l’artista amico di Jasper John e John Cage aveva creato dopo la malattia erano stati visti nello studio del pittore a Captiva dal critico d’arte del settimanale New Yorker Calvin Tomkins che li aveva definiti "i più forti, i più lirici che l’artista abbia prodotto in molti molti anni".

Il mondo artistico di Rauschenberg Abile fotografo e famoso regista, fu vicino alla Pop Art senza però mai aderirvi realmente, innescando invece una inedita corrispondenza con l'espressionismo astratto. Esplorò il proprio mondo artistico non limitandosi alla sola pittura, infatti all'interno delle sue composizioni introduce elementi materici, oggetti, addirittura animali impagliati, operando una fusione fra questi e la pittura alla quale non rinuncia mai.

L'unione della realtà Il nome che l'artista dà alla sua personale unione fra oggetti, cose materiali, quotidiane e pittura è combing-paintings. Le opere di Rauschenberg hanno una loro unicità, determinata dal modo in cui l'artista sceglie e accosta gli elementi dei suoi collage, nonché da quegli aspetti che le distinguono dalla più fredda pop art, ovvero il risultato dato dalle parti dipinte a mano e la sovrapposizione del collage. L’artista fu sempre indipendente da qualsiasi gruppo o corrente del dopoguerra, ma fu considerato uno dei maggiori fondatori della Pop Art.

L'arte del quotidiano La sua caratteristica principale, per la quale nel 1964 divenne famoso anche in Italia fu quella di presentare oggetti d'uso quotidiano o rottami come opere d'arte, o come elementi di una composizione, non era una novità assoluta, ma con Raushenberg divenne d’attrazione mondiale.

Sphere: Related Content

sabato 19 aprile 2008

Milano. Phillippe Starck, l'artista che odia il design. I mobili a ergonomia sessuale

Phillippe Starck, il designer più famoso del mondo, presenta a Milano una microcentrale eolica 'da casa' e una collezione di mobili 'a ergonomia sessuale'. E in questa intervista dichiara: "Il design mi interessa poco, anzi nulla". Colloquio con Philippe Starck.

(Giacomo Leso - L'Espresso) Philippe Starck, 59 anni, è uno di questi uomini indomabili, pieni di sé, gentili nella vita di ogni giorno ma impossibili nel confronto, che trovano il conflitto stimolante. Designer più conosciuto al mondo, riceve una ventina di richieste di interviste al giorno e sta a sua moglie, Jasmine, ex giornalista, sceglierne una ed organizzarla. Le domande devono essere inviate prima, come ai ministri, le regole le detta lui. Prendere o lasciare.

Ha definito "ridicolo" il fatto che il Centro Pompidou abbia deciso di dedicargli un'esposizione cinque anni fa: vi si presentava in ologramma con la sua faccia proiettata su delle statue "E tutti sanno che fine fanno le statue" dice, spiegando che è contro ogni forma di credo. In "Starck contro Starck", documentario di Vassili Silovic, che un suo amico ha voluto produrre su di lui, non sta al gioco, gli fa cambiare film, fa quello che vuole e mostra in realtà il suo lato più debole: il suo ego naturalmente sovradimensionato. Un giorno anche lui, come Valeria Marini nei vecchi sketch della Marchesini, finirà per far causa alla sua immagine.

In questa intervista a L'espresso, va a ruota libera. Dichiara che "fra due anni" smette, che il "design non lo interessa", che "i giornalisti sono impostori almeno quanto lui", che l'importante è lasciare un segno. Ma parla anche dei suoi "mobili ad ergonomia sessuale" e dell'eolica casalinga che presenta a Milano.

Ha dichiarato che fra due anni smette. Conferma?
Il design mi interessa poco, se non nulla. È per pigrizia che ho fatto questo mestiere che mi ha scelto più di quanto io lo abbia scelto. Il che è il più grande errore che si possa fare in una vita. Ai miei figli cerco di dire che anche se una persona è la più intelligente del mondo quando è la numero uno nel suo settore, se non ha scelto il suo mestiere questo è inutile.

Se il design la interessa poco, che cosa l'interessa?
Capire. Provare a comprendere i funzionamenti, le strutture, la materia, la chimica, la fisica delle cose, perché comprendendo quello si entra nella polpa nella ragione di esistere della nostra specie animale. Siamo "scimmie verticali", scimmie vestite. Il mio lavoro è provare a capire. Però, nonostante abbia avuto la gioia di ricevere corsi da un gran professore dell'astrofisica come Thibault Damour, membro dell'Accademia delle scienze e dell'Istituto di Francia, è impossibile per uno come me tentare di capire, per esempio la meccanica del cervello, la meccanica della comprensione. Quello che posso percepire, invece, quello che ascolto è la musica di questa meccanica, posso percepirne degli stralci e collegarli alla vita reale e trarne conclusioni per la vita reale e per la vita amorosa. Con un piccolo sforzo ne esce la più bella poesia dell'uomo che sono la matematica e l'astrofisica.

Sorprende che un designer si interessi all'astrofisica...
Mi sono sempre interessato alla mutazione. Ho una passione per la nostra specie animale e mi chiedo perché abbia deciso di diventare più intelligente, per diventare migliore, prendere il controllo della velocità, della qualità della sua rapidità di mutazione. Questa è l'unica differenza che abbiamo con l'animale. Questo è quello che mi appassiona, la zuppa primordiale, 4 miliardi di anni fa, un'esplosione, il batterio, il pesce, la rana, la scimmia e la super scimmia che siamo. Fra altri quattro milioni di anni il sole esploderà e questo farà implodere la terra. Siamo quindi oggi nel bel mezzo di questa grande e bella storia di 8 miliardi di anni. Il batterio dell'origine non aveva nessuna idea di quel che siamo noi oggi e noi non abbiamo alcuna idea di quel che saremo fra quattro miliardi di anni.

Quali sono le conclusioni che trae da questa riflessione?
Una delle regole è che un progetto non ha legittimità se non s'iscrive in questa storia, nella grande storia degli 8 miliardi di anni. Cerco di attenermi a quest'idea, con successo variabile in quanto sono solo un piccolo designer di regali di natale e quando si disegnano spazzolini da denti o da WC non ci si può stimare capaci di essere alla scala di tutto questo, ma nessuno è obbligato di definirsi un genio. Tutti, invece sono destinati a partecipare. Partecipo con i miei mezzi. Oggi osservo che la curva dell'evoluzione è positiva. La storia avanza. certo, tutto dipende dalla prospettiva: da lontano la curva è impeccabile. Da più vicino ci si accorge che sale e scende. Il basso può essere chiamato ombra e barbarie, l'alto luce e civilizzazione. ma oggi le cose non vanno poi così male.

Galleria fotografica.

Sphere: Related Content

giovedì 10 aprile 2008

Zac Efron: Un ruolo gay per lui in un film scandalo.

(Tutto quello che ci interessa) Zac Efron è stato contattato per interpretare un (o meglio due) personaggi gay nel nuovo film di Steven Klein. Il film sarà basato sulla relazione fra Andy Warhol e i due gemelli Richard e Robert Dupont: la produzione vuole Zac Efron per il ruolo dei gemelli. Andy Warhol è stato la figura predominante del movimento pop art americano: pittore, scultore e regista, le sue opere più famose sono diventate delle icone (Marilyn Monroe, Mao Tse Tung, Che Guevara solo per citarne alcune).

La relazione fra Andy Warhol e i gemelli Dupont fu controversa ed è ben spiegata in un lungo articolo del New York Megazine che trovate in lingua inglese qui. Uno dei pezzi salienti, che ho appena finito di tradurre, è questo:

Robert: noi abbiamo sempre detto di no ad Endy quando ci chiedeva di fare sesso o di posare nudi per un film. "Diventerete famosi" ci diceva, "diventerete delle star".

Richard: non dimenticherò mai un pomeriggio del 1979. Era inverno e Andy stava dipingendo “Shadows”. Lui, Rupert, Robert, e io andammo a mangiare a Canal Street, e un uomo basso si unì a noi. Dopo la cena, sentì come se avessi bevuto sei drinks invece di uno. Dovevo essere stato drogato.

Robert: anch'io.

Richard: andammo in un loft con grandi finestre.

Robert: era tutto bianco e molto sterile.

Richard: e c'era un letto. Qualcuno ha cominciato a sbottonare i miei pantaloni. E c'era una video camera lì. L'uomo basso voleva che io e Robert facessimo qualcosa insieme. Andy, intanto, stava a guardare.

Richard: io dissi qualcosa tipo "che diavolo?! Che scena è, Dean?", “No! è mostruoso!” E uscì dall'appartamento come una furia. Andy mi seguì. Due isolati dopo, Andy entrò in un negozio e mi comprò una giacca di piuma giapponese.

Robert: lui si sentì in colpa, così ci ha comprato qualcosa.

Una foto dell'epoca dei gemelli (twins) Richard e Robert Dupont:

Sphere: Related Content

lunedì 7 aprile 2008

Arte. Forti polemiche in Austria per una «Ultima cena» omosessuale.

Immagini della controversa mostra austriaca. L'area della msotra dedicata a Pier Paolo Pasolini. Foto REUTERS/Heinz-Peter Bader.

La provocazione dei curatori del museo della Cattedrale cattolica di Vienna.
Polemiche per una retrospettiva dedicata a uno dei più grandi artisti del Paese: Alfred Hrdlicka.

(Il Corriere della Sera) È l'«Ultima cena di Leonardo, restaurata da Pier Paolo Pasolini», l'opera che di gran lunga ha suscitato il maggior scalpore a Vienna. Esposta all'interno del Museo della Cattedrale cattolica, si vedono gli apostoli, sdraiati sulla tavola mentre si masturbano gli uni con gli altri. Pur sapendo che avrebbero dovuto affrontare pesanti critiche esponendo una versione omosessuale dell'«Ultima cena», i curatori del museo non erano pronti a una reazione così forte. Oggetto della discussione - che i media austriaci hanno paragonato alla vicenda delle vignette di Maometto - è una retrospettiva dedicata a uno dei più grandi artisti del Paese: Alfred Hrdlicka, che quest'anno ha compiuto 80 anni. Il direttore del museo della Cattedrale e il cardinale Christoph Schoenborn, arcivescovo di Vienna, sono stati oggetto di pesanti critiche da parte di alcuni visitatori e siti Web cattolici.

La Chiesa ha rapidamente tolto dall'esposizione l'opera che rappresentava «un'orgia omosessuale» tra gli apostoli, come lo stesso Hrdlicka l'ha definita. Ma il gesto non è bastato a placare le polemiche. Il direttore del museo difende sia l'opera di Hrdlicka che la sua decisione di esporre il lavoro nelle sale di un museo con forti legami con la Chiesa cattolica. «Crediamo che Hrdlicka abbia le credenziali per rappresentare le persone in questo modo così carnale, così drastico», ha spiegato Bernhard Boehler.

Boehler ha detto che il museo non aveva intenzione di offendere nessuno aggiungendo che l'arte serve anche per dare vita a un dibattito e discutere. Hrdlicka, invece, ha affermato che gli uomini sono stati rappresentati in questo modo perché non ci sono donne nell'affresco di Leonardo da cui ha tratto ispirazione.
---

Sphere: Related Content

giovedì 14 febbraio 2008

Fiction. Il "Caravaggio" della Rai fa arrabbiare i gay.

"La vera fiction è farlo diventare etero".

(Gianluca Nicoletti - La Stampa) I gusti sessuali di Caravaggio sono oggetto di antica disputa tra storici dell’arte, ma un giallo sul possibile «outing» televisivo precede la messa in onda della fiction sulla sua vita. Diretto da Angelo Longoni e realizzato dalla Titania di Ida Di Benedetto insieme a Rai Fiction, il film sarà trasmesso domenica e lunedì in prima serata su Raiuno, ma già nel maggio 2006, sul sito di Gay Tv, si era meritato una filippica al vetriolo. Un pezzo di Giovanni Molaschi riprende l’intervista rilasciata a Vanity Fair dal protagonista, Alessio Boni: «Dopo aver parlato del suo intenso rapporto con la religione, è approdato all’argomento evidentemente da lui considerato scottante e cioè la nota omosessualità di Caravaggio (...). Boni avrebbe avuto la certezza circa l’eterosessualità del più amato pittore della storia direttamente dal Caravaggio, con cui questo periodo l’attore dice di essere in comunicazione». In effetti, in varie occasioni il giovane attore ha raccontato alcune fatali coincidenze biografiche tra lui e Caravaggio; si va dalle origini bergamasche a un comune fratello prete, fino a una conversione avvenuta contemplando La vocazione di San Matteo nella chiesa di San Luigi dei Francesi, a Roma. Questo basta per sancire che «la fiction di regime prodotta dalla televisione di Stato italiana, a quanto pare, ci proporrà un inedito Caravaggio intento a inseguire donzelle». Come cerimonia riparatrice, quindi, la stessa Gay Tv trasmise a più riprese il Caravaggio del regista inglese Derek Jarman, che rendeva giustizia alla gaiezza dell’artista.

Un’accusa etrosessualizzante preventiva, che però viene smentita da Andrea Purgatori, sceneggiatore del Caravaggio Rai: «Non abbiamo nascosto nulla, anzi ho saputo che potrebbero mettere la farfalla rossa per alcune scene piuttosto forti». Dunque non è vero che la Rai abbia «normalizzato» Caravaggio? «Quando si vede lui che veste il suo modello-amante da Bacco si capisce perfettamente che l’atmosfera è quella di un rapporto tra gay. Per di più si vede chiarissimo che il Cardinale del Monte teneva a palazzo una corte di omosessuali». È un Caravaggio bisex? «L’artista ebbe varie amanti ma poi, sicuramente, anche delle storie gay. C’è un’altra scena in cui una di queste prostitute si spoglia davanti a un alto prelato e gli si concede per cercare di salvarlo». Quindi, massima fedeltà alla storia? «Ci siamo solo presi la libertà di azzardare l’ipotesi che abbia subito da ragazzino un abuso sessuale da Simone Peterzano di cui era apprendista».

Una punzecchiatura anche da Vittorio Sgarbi. Ida Di Benedetto fu una delle cause per cui ruppe con il ministro Giuliano Urbani, al tempo in cui era suo sottosegretario: «La fiction sarà sicuramente bella perché nasce da una mia idea, come attore pensavo a Depardieu, la proposi a Urbani che poi la passò alla Di Benedetto, sua fidanzata ufficiale, prima finanziandola come ministro poi come consigliere Rai. La cosa divertente è che lui l’accompagnava anche nella scelta delle location del film. Una volta capitò alla masseria Mandrascate di piazza Armerina, dove io sono alto commissario per i restauri della villa romana. Per questo gli ho fornito paradossalmente anche la collocazione per realizzarla».
---

---

Sphere: Related Content

martedì 12 febbraio 2008

E' morto Angese, Sergio Angeletti per l'anagrafe. Un grande amico. Un grande artista.

(Jacopo Fo) Sergio e’ morto. Stroncato da una malattia che non aveva lasciato speranze.
Ma potremmo dire che e’ stato abbattuto mentre caricava a cavallo le trincee fortificate dei demoni. Sergio e’ stato un grande combattente per la liberta’.
Uno che ha sempre messo la sua dignita’ di fronte alle convenienze.
Uno dei piu’ grandi disegnatori italiani, giornalista e vignettista acuto, originale e geniale, al quale questo sistema di merda ha negato la possibilita’ di lavorare.
Le grandi testate per le quali disegnava lo hanno via via cacciato perche’ non riusciva proprio ad arruolarsi nel manierismo leccaculo dominante.
Dentro di me io piango il fratello che mi ha lasciato, ma sento che sia giusto innanzi tutto ricordare che era un combattente della liberta’ di pensiero, armato di un pennello sublime. E credo sia giusto dire che molto nella sua malattia ha pesato l'essere cacciato, esiliato, lasciato per anni senza lavoro.
Lui non ha mollato, ha continuato giorno dopo giorno a pubblicare le sue straordinarie storie su www.angese.it.
Giorno dopo giorno, nonostante nessuno lo pagasse per farlo. Incredibile costanza.
E' andato cosi’ avanti per anni. Tentando continuamente nuove strade, resistendo nel dialogo con un pubblico di amanti della satira che lo avevano scovato nella rete.
Sergio ha collezionato una quantita’ incredibile di porte sbattute in faccia. L'unico lavoro che gli era restato era uno spazio quotidiano sulla Nazione-Resto del Carlino, pagato una cifra vergognosamente bassa.
Uno spazio concesso quasi con fastidio, in una situazione nella quale qualunque sua proposta veniva bruciata sul nascere.
Sopravviveva in quello spazio perche’ non aveva altro e non voleva smettere di raccontare, comunque, a un grande pubblico.

Continua a leggere il ricordo di Jacopo Fo.

Sphere: Related Content