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martedì 15 gennaio 2008

Sempre più mariti non cercano il sesso, perché?

(David Frati - Pensiero scientifico) Il 20 per cento delle coppie sposate ormai è rappresentato da quelli che negli Stati Uniti si definiscono come DINS (Dual Income No Sex, cioè Doppio Stipendio Niente Sesso), e contrariamente ai luoghi comuni sempre più spesso a non cercare o addirittura a rifiutare i rapporti sessuali sono gli uomini, non le donne. Un fenomeno in allarmante crescita fotografato da un’inchiesta del settimanale Newsweek. Stress lavorativo, rabbia, noia, insicurezza: non esistevano finora statistiche precise sui motivi per i quali sempre più uomini si disinteressano al sesso coniugale: “Sebbene ci sia un’ampia letteratura scientifica sulla disfunzione erettile”, spiega la sessuologa Susan Yager-Berkowitz, “mancano i dati sul calo della libido maschile. Se si pensa a un matrimonio senza sesso, si pensa automaticamente che sia la moglie che non vuole. Invece noi volevamo capire come mai sempre più uomini rinunciano al sesso”. Ben 4000 uomini sposati sono stati interrogati in merito, ed è emerso che se solo il 14 per cento afferma di essere ‘troppo stanco’ per fare sesso, ben il 60 per cento ammette di giudicare le mogli ‘non stimolanti sessualmente’ o le accusa di ‘non sembrare gradire il sesso’. Più del 40 per cento dei mariti sostiene di provare spesso rabbia e aggressività verso le mogli. La studiosa Michelle Weiner Davis, autrice di numerosi bestseller sulla vita di coppia, avverte: “Gli uomini raramente si esprimono compiutamente nelle discussioni, preferiscono ribollire dentro e ‘abbozzare’, ma così facendo accumulano rabbia che finisce per distruggere qualsiasi desiderio sessuale verso la moglie”.

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Il cinema salvato dal macho (purché sia romantico).

(Piera Detassis - Panorama) Jean-Louis Coullo’ch, fisico da camallo, boxer giganti, due bretellone e nient’altro indosso, seduce la graziosa Lady Constance in Lady Chatterley. Gerard Butler in Ps: I love you si lancia in uno spiritoso striptease ancheggiando e armeggiando con le tiracche come una donna farebbe con le spalline o il reggicalze, mentre Hilary Swank dal letto lo osserva divertita e un po’ eccitata.

Traduzione: cercasi disperatamente spettatrice single metropolitana con fremiti romantico-erotici e un vago retrogusto Ghost per questa commedia completa di sesso dall’aldilà. L’annus mirabilis del nudo maschile al cinema (la definizione è di Entertainment weekly) si chiude proprio con il gesto autoironico del suo grande protagonista, Butler, che apparendo completamente nudo sotto il lucore lunare di Sparta in 300 aveva fatto scorrere fiumi di inchiostro. Grazie a quell’esibizione nature oggi l’attore è volato al 14esimo posto dello Star meter, il termometro di gradimento votato dagli utenti di internet Movie Data base.
“Tronco di pino” secondo l’immortale definizione di Luciana Littizzetto o “beefcake”, espressione che piace agli americani e si può tradurre in “bel manzo” in italiano ruspante: chiamatelo come vi pare, ma la notizia è che il maschio versione camionista è tornato di moda.
Piace di nuovo alle signore (o forse semplicemente adesso lo confessano), soprattutto piace al marketing degli studios, visto che il cinema ricorre al muscolo e al nudo maschile con frequenza sospetta. Spiegano quasi tutto le odi a Butler che inondano la rete registrando, tutte, la sorpresa nello scoprire che un film come 300, sulla carta destinato al solo pubblico maschile, è invece una gioia anche per gli occhi femminili.
La fortuna di Gerard sta nell’aver intercettato e interpretato con il suo fisico magniloquente e grezzo la noia delle ragazze nei confronti del sempre più diffuso ma esangue metrosexual che pure furoreggiava fino a poco tempo fa. Oggi si preferisce di gran lunga lo stile guardacaccia alla Lady Chatterley, come dimostra il successo della bellissima (ha vinto cinque César, gli Oscar francesi) versione francese del romanzo di David H. Lawrence diretta dalla regista Pascale Ferran, molto esplicita e che ha rilanciato in Francia l’amore boschivo e imposto l’attore Jean-Louis Coullo’ch.
Non a caso, su questi schermi, sta per tornare Rambo-Stallone che disbosca giungle e nemici con i muscoli pompati e quella faccia un po’ così, tenuta insieme dal Botox. Non per nulla dietro l’angolo ci attende la quarta avventura del maschio gentile Indiana Jones, epopea di tweed e cervello, frusta e barba, no depilation, please. Di questi tempi, non c’è dubbio, il maschio è tanto narcisista quanto primitivo e su YouTube trionfa, compulsivamente cliccata da allegre manine femminili, la leggendaria scena della lotta di Viggo Mortensen desnudo nella sauna in La promessa dell’assassino di David Cronenberg. Altro che striptease, qui il grande cinema si congiunge alla recitazione bruta del selvatico Viggo che si offre senza pudore, coperto di tatuaggi da carcerato.
L’anno appena trascorso resterà nella storia come quello del rilancio del guerriero nudo, non solo per 300, destinato a richiamare fan del fumetto, fanciulle fan del muscolo e gay fan di tutto, ma anche per Beowulf, dove furoreggiano il nudo frontale e il “lato B” dell’imponente Ray Winstone enfatizzato al computer, epifania del corpo erotico con la leggerezza tutta contemporanea del fumetto.
Al di là delle giustificazioni colte (”gli antichi lottavano nudi…”), il risultato vero è che nessuno tra gli spettatori si è sentito escluso e che le spese per l’ufficio marketing sono risultate un buon investimento. Meglio, in ogni caso, dei soldi spesi per il ritorno del western dove fior di bei ragazzi genere beefcake, da Brad Pitt a Russell Crowe, sono stati mandati allo sbaraglio perché nessuno si accontenta più di barba e fustagno, orizzonti infiniti e maschia solitudine, ma pretende un’ombra di ambiguità e spudoratezza in più.
E se devi essere un duro a tutti i costi, come Russell Crowe in American gangster, almeno devi poter contare su qualche fragilità sentimentale alle spalle, problemi con l’ex moglie, una struggente ansia da psicoanalista. Daniel Craig, il nuovo Bond, gareggia alla pari con un altro britannico, Clive Owen, ottimo rappresentante della categoria vero uomo, che in Shoot’em up (e naturalmente in tutti i siti del pianeta) mostra il suo sontuoso derrière mentre fa l’amore con la prostituta fetish Monica Bellucci e contemporaneamente spara a una dozzina di assassini.
Impresa unica e irripetibile, ma da quando il felino Richard Gere ha mostrato a tutte, nel lontano 1980, come sa vendersi e spogliarsi un uomo in American gigolo, qualcosa è cambiato per sempre. Travolti da creme e belletti, palestre e diete zona, gli uomini hanno scoperto che è bello farsi guardare, e non solo dalle donne, senza preconcetti, con gusto narcisistico. Il più moderno di tutti è, paradossalmente, il maschio perfetto da combattimento Javier Bardem, nominato ai Golden globe per il ruolo di killer psicopatico nel film dei Coen No country for old men: nonostante il corpo e la faccia da boxeur ha interpretato i ruoli più ambigui lasciando correre, senza mai smentire, le voci di una presunta omosessualità.
È stato stupratore, gay convinto, scambista estremo, innamorato pazzo di Giovanna Mezzogiorno in L’amore ai tempi del colera e, per finire, sul set di Vicky Cristina Barcelona, il film spagnolo di Woody Allen, ha sedotto Penélope Cruz. Insieme sono stati immortalati alle Maldive, lui, il maschione, rannicchiato languido contro di lei come un bebè. Ma proprio per questa sua ambivalenza già si freme a immaginare cosa potrà fare nel ruolo spudorato del film, un pittore sciupafemmine che si innamora di due turiste americane, Scarlett Joahnsson e Rebecca Hall, scatenando la furibonda gelosia della ex amante Cruz.
Sesso e scintille, raccontano le cronache, e il riscatto di un caliente erotismo all’europea contro il safe sex di Hollywood, peraltro già messo a dura prova dallo strepitoso Tony Leung protagonista di Lussuria di Ang Lee. La superstar asiatica si veste e seduce come Cary Grant, sevizia con sguardo crudele e si spoglia con la facilità di un componente dei California Dream Men.
È finita l’epoca in cui a letto lei stava tutta discinta e lui pudicamente coperto dal lenzuolo. Oggi anche i film tradizionalmente solo per maschi devono contenere un brin d’ironia e impudenza che scongeli le barriere sessuali, un motivo esplicito di attrazione per ragazze sempre più sole nelle inospitali metropoli, ma svezzate dalla spregiudicatezza di Sex & the city. E non valgono più promesse fallaci perché il passaparola su internet è ormai implacabile e, per dirne una, si sa già che, nell’impegnatissimo Vantage Point, Matthew Fox, il supersexy Jack Shepard di Lost, non si spoglierà per nulla, neppure uno scorcio di addominale a far contente signore e signorine.
E chissà se concederà qualcosa di più il roccioso ma tenero Hugh Jackman nel colossal Australia, dove lui, ruvido cowboy, seduce l’artistocratica Nicole Kidman. Aspettando con un certo languorino che si faccia buio in sala, si può intanto annunciare il ritorno dell’indomito Richard Gere che grazie ai lacrimevoli fremiti amorosi di Nicholas Spaark, autore del best-seller da cui è tratto il film Nights in Rodante, seduce Diane Lane a luci rosse, con spreco di scene bollenti e molti graditi ricordi, in tutti i sensi, per le over 50.
E In Italia? Qui le cose vanno a rilento, per via dell’educazione cattolica romana, e se proprio qualcuno deve spogliarsi si preferisce sempre che sia l’altra metà del cielo a farlo.
Ciononostante, barlumi di speranza. Dopo avere ammirato a Venezia (e dibattuto centimetro alla mano) il nudo frontale di Elio Germano in Nessuna qualità agli eroi e in attesa di sapere se davvero Nanni Moretti mostrerà qualcosa più del lecito nella discussa scena di sodomia in Caos calmo (le chiacchiere e i si dice al riguardo sono vorticosi), almeno una cosa pare certa, e cioè la seconda vita di Silvio Muccino che nel suo debutto alla regia Parlami d’amore esibisce un nuovo fisico palestrato e molto sexy, destinato a sedurre la giovane Carolina Crescentini ma anche la quarantenne Altana Sanchez-Guijon.
Muccino, italianissimo aspirante beefcake, tra una scena di sesso e l’altra scopre i rifiniti pettorali, fa cadere casualmente la camicia, si cinge i fianchi distratto con l’asciugamano. Spudorata, simpatica e dichiarata strategia di acchiappo del pubblico femminile. Che fa bene, si spera, al botteghino e, di sicuro, al ritrovato narcisismo maschile.
(Schede a cura di Elena Porcelli)

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L'Arcigay di Milano e il pasticciaccio brutto di Via Sammartini.

(Arcigay) Negli ultimi giorni dell'anno appena trascorso il Comune di Milano, dietro segnalazione della Questura, ha provveduto ad inviare un ordinanza per la chiusura serale anticipata di alcuni esercizi pubblici in Via Sammartini, storica gay-street milanese.

Nella relazione della Questura si legge che detti locali "...costituiscono luogo di ritrovo di soggetti dalla chiara tendenza omosessuale, dediti al consumo di stupefacenti, all'uso di sostanze alcoliche e soliti a gesti di intemperanza, oscenità e disturbo ai residenti della zona...".

Pur sottolineando l'assoluta convinzione di Arcigay nel contrastare le eventali azioni illegali che si dovessero compiere in quella od in altre zone, riteniamo che una dichiarazione come quella operata dalla Questura sia aberrante.

Ci domandiamo in base a quali caratteristiche i tossicodipendenti o gli alcolisti eventualmente incontrati nella via hanno permesso loro di decretarne con tale sicurezza l'orientamento sessuale.

Non essendo, i locali interessati dal provvedimento, gli unici presenti in zona, ci chiediamo come possa esserci la certezza che i "disturbatori della quiete pubblica" siano effettivamente clienti di quei locali, e solo di quelli, e non, forse, "abitanti" della adiacente stazione ferroviaria e da questa scacciati durante le ore nottirne di chiusura.

Non riusciamo a comprendere perché il degrado di via Sammartini venga addossato esclusivamente agli esercizi pubblici tra i cui clienti vi sono un gran numero di persone omosessuali e lesbiche anziché alla mancanza di volontà del Comune di Milano di procedere ad una riqualificazione della zona, per altro più volte sollecitata dagli stessi gestori che ora ne pagano le conseguenze, e all'incapacità delle forze di polizia di mantenere l'ordine senza effettuare generalizzazioni a danno di tutti gli utenti.

Ci auguriamo infine che nell'udienza davanti al TAR di domani 15 gennaio si possano ristabilire i corretti contorni di questa faccenda e che le Istituzioni interessate rivalutino il loro operato e le loro affermazioni in modo da dissipare i dubbi sorti all'interno della comuntà gay e lesbica di essere oggetto di atti di discriminazione e omofobia.

Paolo Ferigo
Presidente Comitato Provinciale ARCIGAY Milano
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Ndr. Ma aldilà di questa facile propaganda, aldilà dei metodi e dei modi della polizia (ricordiamoci di Genova... sono addestrati per questo) e aldilà delle accuse di omofobia spicciola al solito funzionario, qualcuno è in grado con un'azione intelligente ed adeguata provare il contrario e quindi contrastare pubblicamente il loro operato? Dobbiamo continuare a stendere comunicati vittimisti e piangere assieme ad esercenti e commercianti affiliati ovviamente all'Arcigay (si perchè Ferigo si scorda di dire che in via Sammartini i locali frequentati dagli omosessuali sono tutti loro affiliati) senza scrupoli che appena vedono un gay addocchiano un portafoglio da svuotare. A noi omosessuali non interessa piangere, interessa essere validi interlocutori di una giunta che continua ad essere demonizzata perchè non è di sinistra (eppure la vostra nuova e lussuosa sede ve l'hanno data loro, memoria corta? e per questo non possiamo certo accusarli di omofobia). Probabilmente non esistono persone di un certo spessore che possano interloquire con il Comune portando contribuiti non legati solo ed esclusivamente al mondo omosessuale ma che riguardino l'intera cittadinanza di ogni corrente ideale e culturale. Al solito chiaccheroni inadeguati all'Arcigay...

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Gabriel Garko tra sacerdoti omosessuali, prostitute e morti violente per una fiction col bollino rosso.

(Ansa) Io ti assolvo, il tv movie in onda domani su Canale 5 con la regia di Monica Vullo. ''L'idea di questo ruolo all'inizio mi ha messo paura, non me lo vedevo addosso. Ero preoccupato dalla credibilita' che potevo avere, io stesso mi vedevo troppo bello per interpretare un prete - ha detto l'attore, considerato un sex symbol dello spettacolo italiano - ma poi mi sono appassionato alla lettura del copione, con la regista Vullo ho incontrato vari sacerdoti e mi e' piaciuto infine raccogliere la sfida''.

La fiction, prodotta dalla Janus di Alberto Tarallo, scritta da Luigi Montefiori e Teodosio Losito, si misura con il cinema di genere, quello del thriller cui non fa difetto la vista del sangue in primo piano con dovizia di particolari sulle morti violente di alcune prostitute, ne' di altre scene forti (come l'assunzione di cocaina), con l'aggiunta di tematiche scabrose come una storia gay in cui e' coinvolto un padre di famiglia, un'ipotesi di omosessualita' del sacerdote (Gerardo Amato) la
cui morte violenta da' il via al film e all'indagine del commissario Lariano (Lorenzo Flaherty) e infine un bacio tra il protagonista Padre Francesco (Gabriel Garko) e una ragazza (Cosima Coppola) bella quanto la donna di cui era stato innamorato.

Tutti elementi questi che oggi hanno determinato la scelta del 'bollino rosso' per la messa in onda in prima serata su Canale 5: indicazione di visione da evitare per i minori anche se in compagnia di adulti. ''Non ci sono scene piu' forti di tanto cinema che passa in tv, anche in prime time o nei tg - ha detto il direttore della fiction Rti Giancarlo Scheri - non ci sono spezzoni splatter o grandguignolesche. E' chiaro: parliamo di un serial killer certe atmosfere sono inevitabili ma questo prodotto e' assolutamente difendibile e il pubblico e' maturo per seguirlo, del resto la responsabilita' e' condivisa con lo spettatore che avvertito da noi con il bollino deve sapere come comportarsi''. Io ti assolvo viene considerato un esperimento: ''dobbiamo diversificarci dalla fiction di Raiuno non tanto come contenuti quanto come linguaggio. Il nostro pubblico - ha
aggiunto Scheri - e' in mezzo tra quello della fiction Rai e quello delle serie americane che noi stessi trasmettiamo. La nostra e' una fiction moderna, che si avvicina al cinema''.

Oltre al filone del thiller-mistery (e' in produzione Il mistero del lago ancora con Flaherty e si lavora a quattro puntate da una storia francese, la Tomba dei giganti, prodotta dalla Albatross), si prepara una commedia musicale prodotta dalla Janus, mentre sulla commedia sentimentale sta andando avanti il progetto con Gabriele Muccino supervisore artistico.

Quanto al bel Garko, andra' in onda nella prossima stagione, o forse prima, Il sangue e la rosa in quattro puntate, mentre ad aprile sara' nelle sale con Aspettando il sole di Ago Panini con Raoul Bova, Claudia Gerini e Vanessa Incontrada.
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Don Gabriel Garko.
(Tvblog) Solitamente evito di parlare delle fiction nostrane, a meno che non si tratti di qualche scheda di presentazione. Questo perché, dopo qualche “scottatura”, è nata in me una sorta di ostilità verso questo tipo di prodotti che me ne fa stare ben lontana.

Non posso esimermi però dal parlare di un promo che ho avuto modo di vedere un paio di giorni fa su Canale5. Si trattava della fiction di prossima messa in onda Io ti assolvo e mostrava Gabriel Garko nelle vesti di prete.

Un prete. Ho sorriso, nonostante si tratti sicuramente di qualche storia romanzata alla Uccelli di rovo. Sì perché Gabriel Garko come prete ha la stessa credibilità che potrebbero avere Martufello come politico e Santi Licheri come doppiatore. Garko bello lo è senz’altro, affascinante pure. Sono disposta pure a dire che sia un bravo attore, ma “prete” no, per questo ruolo non è proprio adatto. Non perché i preti non possano essere 1,90, bellissimi, col fisico palestrato e gli occhioni verdi, anzi. Ma semplicemente perché prima di prendere i voti solitamente non lasciano in giro calendari e immagini di sè avvinghiati ad Eva Grimaldi o con gli attributi a penzoloni in qualche film di Tinto Brass. Il che, per carità, mi va benissimo - anzi, consiglio a Garko di fare qualche altro film in deshabillèe, per la gioia di tutte le donne e mia soprattutto -, ma fa venire meno la credibilità per ruoli come, appunto, quello del prete. Se mai il buon Gabriel fosse stato adatto per quel ruolo, cosa che dubito visto quel viso da bello e dannato che si ritrova (la gallery in alto parla da sola).

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Anche produttori del porno in crociata antipirateria sul web.

(Reuters) Cosa accomuna Sumner Redstone, uno dei più grandi magnati di Hollywood, a Steve Hirsch, fondatore e presidente della più grande casa produttrice di video porno? Più di quello che il boss di Viacom possa pensare, ha scritto sul suo sito la rivista di spettacolo Hollywood Reporter.
La Vivid Entertainment di Hirsch, nome più importante su un mercato da 12 miliardi di dollari l'anno che è quello dei video per adulti, ha fatto causa il mese scorso a PornoTube, uno dei popolari siti di scambio file video, cugini sporcaccioni di YouTube, nemesi legale di Redstone.
Simile al colosso gestito da Google, PornoTube è diventato destinazione prediletta per chi vuole inserire video porno senza filtri che impediscano di diffondere anche materiale protetto da diritti d'autore.
In altre parole, si legge nella causa intentata, PornoTube "ha costituito deliberatamente e consapevolmente una raccolta di opere in violazione dei diritti ... convogliando un enorme traffico di contatti da Internet, incrementando i suoi affari e guadagnando da questa attività consistenti profitti".
Sembrano quasi le stesse parole di Redstone. La causa di Vivid rispecchia quella intentata da un miliardo di dollari intentata da Viacom contro YouTube lo scorso marzo.
Al centro di entrambe le controversie legali il fatto di stabilire se i siti di video-sharing violino il Digital Millennium Copyright Act nel caso che facciano circolare video senza guadagnare direttamente dalla violazione. Vivid sostiene anche che PornoTube viola la rigida legge sulla pornografia infantile per il fatto di non verificare l'età di quanti compaiono nei suoi video, per quanto una corte d'appello si sia di recente espressa contro questa legge in nome della libertà di espressione.
Vivid ha affiancato Titan Media, editore di prodotti erotici gay che ha fatto causa alla Veoh di Michael Eisner.
Gli acquisti di dvd in genere sono scesi del 3,6% in 2007, ma Hirsch ha detto alla rivista Portfolio di recente che le vendite di dvd si sono dimezzate dal 2004.

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"Curare i gay". Per alcuni psicologi cattolici, l'omosessualità è ancora una malattia.

(Adista) Una "terapia riparativa" per "guarire" dall’omosessualità. Ancora oggi, nonostante le prese di posizione nettissime ed inequivocabili da parte della comunità scientifica internazionale, c’è chi tratta l’omosessualità come una malattia da dover curare, provocando enormi danni nell’equilibrio psichico di coloro che decidono improvvidamente di affrontare questo "cammino terapeutico". A testimoniare la sopravvivenza di tali pratiche anche nel nostro Paese (negli Stati Uniti le "terapie riparative" sono molto diffuse grazie al sostegno economico e culturale di alcune sette protestanti), è stata l’inchiesta di Davide Varì, pubblicata su Liberazione lo scorso 23 dicembre. Varì, fingendosi un uomo con tendenze omosessuali, è riuscito a entrare in contatto con tale don Giacomo di Roma, che a sua volta lo ha indirizzato allo studio del professor Tonino Cantelmi, presidente e fondatore dell’Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici e docente di psicologia all’Università Gregoriana. Il responso del professore è giunto al termine di una trafila di incontri e test che si è protratta per circa sei mesi: Cantelmi, ha raccontato Varì, "mi parla di ‘leggera nevrosi e depressione’ che avrebbe indotto la mia deviazione sessuale, l’uscita dai binari di una sessualità sana e consapevole. ‘Tu non sei propriamente un omosessuale’, mi dice. ‘La tua mi sembra più una preoccupazione determinata da alcuni episodi legati all’infanzia. A questo punto si tratta di andare a ripescare quelle fratture e superarle attraverso una terapia adeguata’".

L’articolo di Liberazione - che ha riportato alla luce una realtà, quella dei centri per la "cura" dell’omosessualità, già emersa da un’inchiesta pubblicata nel maggio del 2005 dal mensile gay Pride a firma di Stefano Bolognini - ha suscitato vivacissime polemiche. Il presidente dell’Ordine Nazionale Psicologi, Giuseppe Luigi Palma, ha dichiarato che "lo psicologo non può prestarsi ad alcuna ‘terapia riparativa’ dell’orientamento sessuale della persona" e "nessuna ragione né di natura culturale né di natura religiosa, di classe o economica può spingere uno psicologo a comportamenti o ad interventi professionali non conformi" ai principi del codice deontologico.

Il senatore socialista Franco Grillini ha presentato un’interrogazione al ministro della Salute Livia Turco perché il governo "intervenga immediatamente e perché anche l’Ordine dei medici, in relazione agli psichiatri che sottopongono i propri pazienti alla conversione, prenda una netta posizione". Eppure nella stessa maggioranza di governo c’è chi, come la teodem Paola Binetti, ha dichiarato che "fino agli anni ‘80 nei principali test scientifici mondiali l’omosessualità era classificata come patologia, poi la lobby degli omosessuali è riuscita a farla cancellare. Ma le evidenze cliniche dimostrano il contrario".

Sulla vicenda è inoltre intervenuto Gianni Geraci, presidente del gruppo di cristiani omosessuali "il Guado" di Milano. "Come tanti omosessuali cattolici della mia età – ha scritto Geraci in un articolo fatto circolare in rete - certi approcci terapeutici li conosco bene, perché una ventina di anni fa ho chiesto a uno psicoterapeuta di ‘farmi diventare eterosessuale’". Ma se Geraci se l’è cavata con una "lieve depressione", ha conosciuto anche "persone a cui le cose sono andate decisamente peggio: qualcuno è ancora in una clinica psichiatrica, qualcuno si è addirittura suicidato dopo aver constatato che tre anni di sforzi per diventare ‘normale’ si erano rivelati inutili". Non è stata "la lobby gay, come sostiene la senatrice Binetti, a togliere l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali", ha aggiunto Geraci. "È stato il buon senso di centinaia di professionisti seri che, dopo aver visto le conseguenze nefaste di certe pratiche terapeutiche, hanno deciso che forse era il caso di utilizzare un approccio diverso: se un omosessuale va da uno psicoterapeuta, l’obiettivo che quest’ultimo gli deve indicare non è tanto quello di ‘guarire’ dall’omosessualità, quanto quello di imparare a vivere bene quella stessa omosessualità che una volta veniva curata".

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