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venerdì 30 novembre 2007

Take That, nudi e molto gay... Nel video "Do What You Like" del '91.

(TGCom) A vederli oggi un po' 'appesantiti' non si direbbe, ma nei primi anni '90 i Take That erano considerati icone sexy sia per il pubblico etero che gay ed è anche grazie anche ai loro video ad alto tasso erotico che hanno conquistato le hit inglesi. In Rete c'è la versione incensurata di "Do What You Like", singolo del 1991 che ha fatto da apripista al disco di debutto "Take That & Party", in cui la band appare con il fondoschiena in bella vista.

Il videoclip è stato girato a bassissimo costo. La location è composta da una stanza bianca. I giovanissimi Gary Barlow, Mark Owen, Jason Orange, Howard Donald e Robbie Williams (che ai tempi delle riprese aveva solo 17 anni) sono vestiti di nero, a petto nudo con giacche di pelle e borchie. Le coreografie sono quelle che hanno fatto la storia dei Take That, scanzonate e al tempo stesso sensuali. Per terra un tripudio di panna e marmellata da cui una bella ragazza bionda attinge per spalmarla sul petto e i capezzoli di un magrissimo Gary per poi mangiarla. E la temperatura comincia a salire.

Il regista comincia a zoomare sulle parti intime dei ragazzi che lasciano ben poco all'immaginazione dal momento che indossano pant attilatissimi neri. Quasi al termine della canzone il grande colpo finale. I Take That a poco a poco si spogliano e si spalmano per terra sopra la panna e la marmellata. Tutti sporchi si mettono sdraiati uno a fianco all'altro con un asciugamano sul sedere che d'un tratto tolgono. In primo piano viene inquadrato un fondoschiena, ma non sapremo mai di chi è dal momento che il regista non fa un campo lungo per farci vedere la faccia. Ma poco importa, le fan sono già in visibilio. Infine una ragazza con in mano un mocio pulisce per bene i corpi dei cantanti oramai sporchi di dolci di qualsiasi tipo. C'è da scommetterci, quanti milioni di fan avrebbero voluto essere al suo posto?
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Australia: una rockstar al governo. Peter Garrett tra i ministri di Rudd.

(TGCom) Tra i ministri del nuovo governo australiano del premier laburista Kevin Rudd c'è uanche un'ex rockstar, la voce del gruppo "Midnight Oil" Peter Garrett. Deputato dal 2004, a partire da lunedì, giorno di insediamento del nuovo esecutivo, Garrett dirigerà il dicastero dell'Ambiente tenendo ben presenti la priorità delle tre "E" decise dal primo ministro: Economia, Education (Istruzione) e Environment (Ambiente).

Abbandonato il microfono, Garrett dovrà dunque occuparsi delle linee guida ambientali del Paese, cercando di utilizzare la sua notorietà per sensibilizzare l'opinione pubblica e il mondo produttivo verso i temi ambientalisti, la sostenibilità energetica e le fonti rinnovabili. Un compito certamente non semplice, che metterà a dura prova l'ex cantante dei "Midnight Oil" e che rappresenta una delle sfide più interessanti del nuovo governo.

Ma le novità nell'esecutivo non finiscono qui. Come suo vice, con deleghe per l'Istruzione e l'Impiego, Rudd ha infatti scelto una donna, Julia Gi, mentre a Penny Wong, immigrata di origini malesi, ha affidato il nuovo ministero dedicato ai cambiamenti climatici e alla conservazione dell'acqua. Nella nuova squadra di governo ci sono poi Wayne Swan (Tesoro), Stephen Smith (Commercio), Joel Fitzgibbon (Esteri), Nicola Roxon (Difesa), Jenny Macklin (Sanità).

All'opposizione, intanto, Brendan Nelson è stato eletto per succedere come leader del partito Liberale al primo ministro uscente John Howard. Nelson, 49 anni, è deputato dal 1996 ed è stato ministro della Difesa nell'esecutivo Howard uscito sconfitto dalle recenti elezioni. La sua nomina è arrivata a sorpresa, dopo la rinuncia a correre per la presidenza del partito di Peter Costello: tra i liberali Nelson ha vinto per 45 voti a 42 contro l'ex ministro dell'Ambiente Malcolm Turnbull. Come vice alla presidenza del partito anche Nelson ha scelto una donna, la 51enne Julie Bishop, ministro uscente dell'Istruzione.

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Una Magna Charta del web per vincere censura e repressione.

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(Panorama) Per la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo ci sono voluti secoli e secoli di discussioni, a partire da un dibattito inaugurato nel ‘700 e arrivato a termine solo dopo uno choc terribile come la Seconda Guerra Mondiale. Quanto ci vorrà, invece, per l’Internet Bill of Rights, l’encomiabile proposta di una Costituzione dei diritti dell’uomo nell’era elettronica, rilanciata all’ultimo incontro dell’Internet Governance Forum di Rio (qui la dichiarazione finale in pdf)? Difficile dirlo. Eppure in ballo ci sono temi quanto mai urgenti e attuali come la tutela della privacy e della libertà d’espressione online, i diritti dei consumatori, il mantenimento di standard aperti, l’inclusione digitale. Tutte problematiche che non possono trovare soluzioni adeguate nelle politiche spesso miopi e repressive dei singoli stati. Né in quelle, altrettanto controverse e utilitaristiche, delle grandi corporation.

Internet si è sviluppata in un clima di sostanziale auto-regolamentazione e questo per molti versi è stato un bene: ha permesso alla rete di crescere dal basso e via via riadattarsi in linea con i bisogni della sua base di utenti. Ma ora le cose stanno decisamente cambiando. Di giorno in giorno, la rete diventa un’arena sempre più centrale per il business e la politica. Spesso dell’attuale deregolamentazione finisce con l’avvantaggiarsene chi vuole limitare, piuttosto che proteggere, i diritti e le libertà degli utenti. Ecco perché, spiega Stefano Rodotà, componente del Comitato italiano per la governance di Internet e principale ispiratore della proposta di Rio, “la formula del Bill of Rights ha forza simbolica, mette in evidenza che non si vuole limitare la libertà in rete ma, al contrario, mantenere le condizioni perché possa continuare a fiorire. Per questo servono garanzie costituzionali”.
Certo, la strada è tutta in salita: ancora non sono per niente chiare le modalità e gli strumenti per arrivare alla definizione della Carta costituzionale. Come è giusto che sia, si tenterà il percorso della partecipazione dal basso, magari con un coinvolgimento attivo delle Nazioni Unite. Speriamo solo non ci vorranno tre secoli e un altro evento traumatizzante.

VIDEO: Stefano Rodotà sull’Internet Bill of Rights

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Amici di Maria: Sebastiano Formica cacciato dalla scuola.


(River-blog) La farsa si è conclusa. Sebastiano Formica, l’attore/ballerino protagonista di un insolito triangolo gayo con Francesco Mariottini e Cassandra, è stato cacciato dalla scuola. Con una sfida che, guarda caso, arriva pochissimi giorni dopo una rivelazione censurata e oscurata dagli autori di Amici (niente resoconti scritti o video, niente di niente). Sfida che, si è detto oggi, è stata decisa “per far venire fuori Sebastiano, che non si è molto impegnato“. Cavolate. Sebastiano esce, quindi, e con lui entrano ancora più dubbi sulla “trasparenza” di una trasmissione senza regolamento, e dove gli unici a decidere, ora per ora, le sorti degli studenti (e del pubblico) sono gli autori.

Sotto, le foto di un altro eliminato dalla scuola, Luca Barbagallo. Meritava. Frizzante e sicuramente pieno di sé. Ma un po’ di self-confidence fa sempre bene.

Luca BarbagalloLuca BarbagalloLuca Barbagallo

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Bellezze: Alejandro Cupitó.


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Benigni, ritorno pirotecnico in tv: "Silvio riposati, basta fare partiti".

Il comico toscano torna su RaiUno con il Quinto dell'Inferno e si diverte a ironizzare sull'attualità politica.

(La Stampa) Berlusconi che «c’ha avuto cinque mogli, di cui due sue» e che farebbe meglio a fondare «il partito del popolo dell’armadio», per quante volte ci si è nascosto dentro. Prodi che ha vinto le elezioni «con uno scarto di 25 mila voti, 25 mila coglioni, tutti omosessuali». E che «prima andava a mesa una volta a settimana ma ora ha fatto mettere una cappella a Palazzo Chigi per pregare per la buona salute dei senatori a vita». Tremaglia che «in An non lo salutano più da quando gli italiani all’estero hanno votato a sinistra».

E ancora battute a raffica su Clemente Mastella e poi l’outing su D’Alema: «Per me D’Alema è come Berlusconi per Emilio Fede». Se non fosse per quella sua tendenza a fare un passo indietro: «L’hanno candidato alla presidenza della Camera e ha detto che per il bene delle istituzioni faceva un passo indietro. Poi alla presidenza della Repubblica e per il bene delle istituzioni ha fatto un passo indietro. L’avevo invitato qui, poi gli ho detto che avevo dato il suo posto a Veltroni e mi ha detto che per il bene della diretta faceva un passo indietro...».

Roberto Benigni non si smentisce ed apre con una performance pirotecnica il Quinto dell’Inferno, lo show che lo riporta da stasera su Raiuno e che fonde, nel solco del suo ultimo tour teatrale di grande successo, spunti di attualità con il suo grande amore per il conterraneo Dante Alighieri e per la sua Divina Commedia. In diretta dagli studi di Papigno (Terni), Benigni, con la consueta esuberanza verbale e fisica, si muove in una scenografia minimalista tutta in legno e, prima di approcciare la sua lettura di Dante (cui dedicherà anche i successivi 14 appuntamenti in seconda serata sempre sulla prima rete Rai) si diverte a ironizzare alla sua maniera sull’attualità politica con battute a ritmo serratissimo che non risparmiano nessuno, dal governo all’opposizione.

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