Ieri in parlamento a Vienna si è cominciato a discutere il progetto che prevede per le coppie omosessuali gli stessi diritti e doveri delle coppie eterosessuali. Per fine anno l`approvazione.
A gennaio era scomparsa dal programma di governo ma ieri la legge sulle unioni civili è stata presentata in parlamento. Il progetto porta la firma del Ministro della Giustizia Maria Berger e prevede per le coppie gay la possibilità di formare unioni legalmente riconosciute.
Dopo anni di lavoro da parte dei gruppi Lgbt la legge darà alle coppie omosessuali gli stessi diritti e gli stessi doveri delle coppie eterosessuali tranne la possibilità di adottare figli anche se lo scorso anno Vienna, in contro tendenza rispetto al resto del paese cattolico e conservatore, ha iniziato una campagna che invitava le coppie omosessuali a candidarsi per adottare un bambino. La Pdl contempla anche il procedimento di dissoluzione della coppia senza passare per il divorzio.
L'approvazione è prevista per fine anno. L'opposizione dei cattolici ha già annunciato che darà battaglia in parlamento.
giovedì 25 ottobre 2007
In Austria le coppie omosessuali ed eterosessuali saranno uguali davanti alla legge.
Sassari: insulti a militanti gay. Il Comune ritira il patrocinio alla manifestazione sulle unioni civili.
(Vincenzo Garofalo - L'Unione Sarda) Insultati da gruppi di studenti, spinti fuori dai cancelli da un preside, umiliati di una professoressa: è questa l'accoglienza riservata al Mos nelle scuole di Sassari quando, nei giorni scorsi, alcuni rappresentanti hanno tentato di distribuire volantini davanti alle superiori per pubblicizzare la manifestazione «Unioni civili subito».
Secondo il racconto del Mos, martedì mattina il loro tentativo di volantinaggio è stato respinto in malo modo: «Allo scientifico numero 1 di via Montegrappa un gruppo di studenti ci ha insultato con cori razzisti davanti al preside», racconta Daniele Salis. «Il preside invece di riprenderli, si è accanito contro di noi spintonandoci fuori dal cancello e chiedendoci di allontanarci immediatamente ai dintorni della scuola». Trattamento simile alle Magistrali: «Anche qui insulti e sguardi torvi, in più un'insegnante di religione dopo avere preso un nostro volantino, lo ha strappato e se lo è gettato alle spalle con un gesto di disprezzo».
Diverso approccio al Liceo Azuni e all'Istituto d'arte. All'Azuni gli studenti hanno fatto mille domande e si sono interessati al volantinaggio. La preside ha accettato di intavolare una discussione con il Mos e poi ha acconsentito all'affissione in bacheca della locandina della manifestazione. «È molto grave che persone deputate all'educazione dei ragazzi tengano comportamenti razzisti e discriminatori», commenta il presidente del Mos, Massimo Mele. «I docenti dovrebbero dare l'esempio ai loro studenti, e comportandosi in questo modo fanno arrivare messaggi sbagliati ai ragazzi. Questi sono incitamenti al razzismo e al dispregio dei diritti di tutti i cittadini»
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Sassari. Il sindaco Ganau: mai concesso niente. Il Mos: ecco le prove dei denari concessi e poi annullati . Unioni, retromarcia del Comune. Il patrocinio agli omosessuali viene revocato.
Da due anni, sulla nascita del registro, il centrosinistra evita di portare la discussione in aula. La denuncia dell'ultimo schiaffo del Comune alle unioni civili parte proprio dal Mos: «La maggioranza ci ha revocato il patrocinio per la maratona musicale».
Niente patrocinio del Comune a chi lotta per le Unioni civili. Tanto più se a chiedere la benedizione del Municipio per una maratona di musica e spettacoli in piazza è il Mos, il Movimento omosessuale sardo, diventato negli ultimi due anni una vera spina nel fianco della maggioranza di centrosinistra e sardista che governa a Palazzo ducale.
Il fatto è che la manifestazione è stata ideata per promuovere l'istituzione anche a Sassari del registro delle unioni civili (un surrogato dei Dico), un argomento che sta al Consiglio comunale come il diavolo all'acquasanta. Da due anni, infatti, sulla nascita del registro, il centrosinistra è spaccato, ed evita di portare la discussione in aula. La denuncia dell'ultimo schiaffo del Comune alle unioni civili parte proprio dal Mos: «La maggioranza omofoba e razzista che sta al Comune ci ha concesso e poi revocato il patrocinio per la maratona musicale che sabato dalle 18 alle 24 animerà piazza Santa Caterina», attacca Massimo Mele, presidente del Movimento. «Lo ha fatto solo perché con l'iniziativa chiediamo Unioni civili subito, per una città laica e solidale».
«Non abbiamo mai concesso il patrocinio all'iniziativa», spiega il sindaco, Gianfranco Ganau, «abbiamo ricevuto la richiesta ma visto che non ci è stato fornito il programma abbiamo risposto, chiedendo di inviarcelo. Il programma della manifestazione non è mai arrivato e allora, come avviene sempre in questi casi, il patrocinio non è stato concesso», va avanti il primo cittadino. «E in ogni caso, trattandosi di una manifestazione politica, non avrebbe mai ottenuto il patrocinio del Comune. Anche questa per quanto mi riguarda è la prassi, in caso di iniziative politiche il patrocinio lo nego anche alle manifestazioni organizzate dal mio partito, per cui nel diniego non ci vedo trame oscure o discriminazioni verso il Mos». A contraddire le parole di Ganau sono i rappresentanti del Mos: sventolando due lettere con l'intestazione del Gabinetto del sindaco con tanto di numero di protocollo, documentano prima la concessione del patrocinio di Palazzo ducale alla manifestazione (datata 10 ottobre e protocollata l'11), e poi la comunicazione di revoca dello stesso patrocinio (datata 11 ottobre e protocollata il 12). Nella seconda lettera il Comune spiega al Mos, che «è stato rettificato l'errore materiale» contenuto nella prima comunicazione. «È stato inoltre revocata la concessione per l'utilizzo del logo del Comune di Sassari e per l'affissione gratuita dei manifesti», così si conclude la nota del Gabinetto.
Una retromarcia che non è piaciuta per nulla ai rappresentanti del Mos: «Il patrocinio ci è stato tolto solo perché la manifestazione è intitolata Unioni civili subito», attaccano Massimo Mele e Daniele Salis, del Mos studentesco. «Dopo aver accolto la nostra richiesta l'ufficio di gabinetto mi ha contattato per telefono dicendomi di non prendere in considerazione la lettera con cui annunciavano la decisione di concederci il patrocinio». Salis si è presentato a Palazzo ducale, e, «un'impiegata mi ha spiegato a chiare lettere che con la dicitura Unioni civili, la manifestazione non poteva essere patrocinata». (v.g.)
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Roma Film Festival, Across The Universe: Recensione in Anteprima.
Diretto dalla sceneggiatrice/regista Julie Taymor, autrice di Titus e Frida, il film è un grandioso, fantasioso, teatrale, psichedelico, innovativo e contemporaneo affresco musicale sugli anni 60 e 70, messo insieme da 33 pazzeschi pezzi dei mitici Beatles!
Abbiamo una splendida storia d’amore ambientata sullo fondo degli anni 60, dai cantieri navali di Liverpool, dipinta in maniera “verticale”, alla psichedelia creativa del Greenwich Village, con una New York vista in maniera “orizzontale”, dalle strade messe a ferro e fuoco di Detroit fino ai campi del Vietnam, con due giovani innamorati che vengono coinvolti dai movimenti emergenti della controcoltura pacifista.
Un film capace di indagare a fondo gli anni 60 partendo da 33 brani storici dei Beatles che “raccontano” letteralmente la storia, la “fanno”, sono parte integrante di essa, costituendone i dialoghi, l’essenza.
Su 120 minuti di pellicola abbiamo solo 30 minuti di dialoghi, tutto il resto sono canzoni, incredibilmente cantate in presa diretta nell’80% dei casi.
Da Girl ad una pazzesca Let it Be versione Gospel, passando per un’incredibile Come Together cantata da Joe Cocker, If i Fell, I am The Walrus, cantanta da Bono, Revolution, Hey Jude, Lucy in the sky with diamonds, All you need is Love e una serie impressionante di hits dell’indimenticabile quartetto di Liverpool.
Splendide le scenografie di Mark Friedberg, spesso chiari omaggi alle controverse e storiche maschere vietnamite del grande Peter Schumann, così come la fotografia, fatta inizialmente di colori sgargianti, accesi, solari, capace di cambiare con l’arrivo della guerra, del Vietnam, facendosi più fredda, scura, quasi “invernale”.
A coreografare il tutto c’è Daniel Ezralow (ebbene si quello di AMICI... dal far ballare il CULONE di Platinette a questo GIOIELLO... complimenti per il salto di qualità!), capace di montare su “balletti” metropolitani, fatti di movimenti “quotidiani”, rintracciabili in ognuno di noi, in qualsiasi momento della nostra giornata.
Splendida voce, sgaurdo che buca lo schermo, Jim è l’autentica rivelazione di questa pellicola, che sicuramente gli farà da trampolino di lancio per eventuali progetti futuri.
L’altra metà della mela, Lucy, è interpretata da Evan Rachel Wood, anch’essa bravissima sia nella recitazione che nel canto, cosi come tutto il cast di contorno, da Joe Anderson a Dana Fuchs, passando per Martin Luther McCoy e T.V. Carpio.
Di scene da segnare con il pennarello rosso ce ne sono a bizzeffe, tranne qualche caso estremo e forse troppo “spinto” e “forzato”, quasi tutti rintracciabili nella parte centrale, per una vera e propria opera rock che si fa “ammirare” ammaliando lo spettatore dal primo all’ultimissimo minuto.
Per tutti quelli che hanno amato Mouline Rouge è un appuntamento semplicemente imperdibile, per tutti quelli che amano i Beatles è semplicemente obbligatorio vederlo, per tutti gli altri che non rientrano in questi due casi fidatevi di questo giudizio, andate a vederlo e uscirete cantanticchiando per tutta la giornata uno dei 33 pazzeschi pezzi di quei 4 miti che sono riusciti con la loro genialità nell’impresa di parlare all’Universo intero.
Voto:8
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Milano: La Pinacoteca più pazza del mondo.
Mutanti" realizzata al computer dall´artista Nicola Artico.
I personaggi di oggi protagonisti dei capolavori del passato .
Daniela Santanchè è una feroce Giuditta, il rugbista Locicero diventa papa Leone X. Tra gli angeli della Cappella Sistina di Michelangelo spunta Piero Chiambretti.
(Simone Mosca - L'Espresso) Non è semplice inquadrare l´indole di una persona celebre cercando di coglierne soltanto i tratti essenziali. E così l´artista Nicola Artico, 38 anni, originario di Portogruaro, che in questi giorni espone alla Galleria Blanchaert la sua collezione di Mutant Canvas, per aiutarsi ha letteralmente infilato politici, giornalisti, creativi e sportivi dentro ai quadri. Tele famosissime. Icone della storia dell´arte in cui volti noti del nostro tempo si muovono e prendono vita, interagendo innaturalmente sovrapposti con i manichini ad olio dei soggetti originali. Miracoli del montaggio in digitale e del vecchio chroma key, lo schermo blu di fronte al quale si recita a vuoto in attesa che un computer aggiunga il resto.
Un gioco furbo, da artista di corte quello di Artico e delle sue "tele mutanti", in cui sono stati gli stessi personaggi coinvolti a scegliere l´ambiente del proprio ritratto, trasformandosi in committenti. Il risultato, oltre che spassoso, è sorprendente. Sui piccoli monitor dell´allestimento, si assiste a folgoranti vignette che in pochi istanti, azzeccano in pieno e caricano la personalità dei protagonisti.
Enrico Deaglio, affaticato autore di inchieste e di editoriali scomodi, si racconta in tre filmati. Un metafora della ricerca della verità dentro tre capolavori del Caravaggio, un trittico cattolico tra colpa e redenzione, apparente ed evidente. In serie, Deaglio è Pietro che rinnega il Cristo nella Negazione di San Pietro. Giura e spergiura alla guardia che no, lui Gesù non lo ha mai conosciuto. Quindi eccolo nei panni di un altro Pietro discepolo, quello della Cena in Emmaus che insieme all´amico Cleofa non può credere ai suoi occhi: sta pranzando con Gesù. E infine Deaglio è Tommaso incredulo che si arrende all´evidenza del suo dito infilato nella piaga, mentre con la faccia mima uno stupore da cinema muto.
Andrea Locicero, monumentale pilone della nazionale italiana di rugby, si trasforma in Leone X, nel conosciutissimo ritratto di Raffaello commissionato dal Papa che per primo dovette vedersela con Lutero. A modo suo pilone della chiesa cattolica. Oliviero Toscani sceglie 3 maggio 1808 di Francisco Goya per farsi finalmente fucilare da martire, ma a Madrid e dai francesi guidati dal generale Gioacchino Murat.
Cruenti Gad Lerner e Daniela Santanchè. Il primo è un temibile Abramo con spadone con tanto di sorriso sadico ne Il sacrifico di Isacco di Caravaggio. La seconda è Giuditta di Giuditta e Oloferne, ma non quella timida e timorata del Caravaggio, bensì la vedova sanguinaria dipinta da Artemisia Gentileschi. Che senza pietà taglia la gola al despota. E, mentre Piero Chiambretti è uno dei michelangioleschi cherubini che affollano la Cappella Sistina, Vittorio Sgarbi è Narciso (di Caravaggio) ma senza quadro. C´è solo lui, Sgarbi, allo specchio.
Galleria Blanchaert, piazza Sant´Ambrogio 4, mar-ven ore 14-19, sab 15-19, fino al 31 ottobre
Com’è cambiata la televisione: dalla qualità al sensazionalismo.
Intervista a Ugo Gregoretti, uno di coloro che inventarono l’inchiesta filmata italiana. La grande libertà di espressione non è stata sfruttata perché a dominare è l’audience che premia la non qualità.
(Alessandro Montello - L'Espresso) La prima volta che vide la televisione, quella mitica proposta dalla Bbc dagli straordinari mezzi tecnologici, fu nel 1960. Se l’era portato a Londra per intervistarlo dopo aver mandato in onda una sua inchiesta televisiva: La Sicilia del Gattopardo. Eppure erano già passati quasi dieci anni da quando Ugo Gregoretti faceva televisione. E per l’azienda di stato, la Rai. Con lui un gruppo di professionisti, inquadrati in una speciale sezione del telegiornale, incaricati di far conoscere l’Italia di allora attraverso il nuovo straordinario mezzo di comunicazione. Che loro, Umberto Eco, Furio Colombo, Fabiano Fabiani, Gregoretti e altri, per loro stessa ammissione, non conoscevano proprio. La loro massima ispirazione era il cinema: alla tv guardavano solo come a una provvisoria soluzione di ripiego.
A Gregoretti, che poi di televisione, cinema, teatro, regia lirica ne ha fatta tanta, scandendo il tempo dell’evoluzione della nazione con la sua poetica, la prima edizione di Le voci dell’inchiesta, dedicherà un’importante retrospettiva tutta centrata sull’originale produzione documentaristica del giornalista e regista romano che, domenica 4 novembre, sarà anche presente a un dibattito a lui dedicato.
È stato un omaggio dovuto, allora, sentire Ugo Gregoretti, per commentare gli esordi e l’evoluzione dell’inchiesta televisiva e, attraverso questo, arrivare a qualche considerazione sull’Italia di oggi.
Gregoretti, partiamo dall’origine: che cosa volevate scoprire con le inchieste degli anni Cinquanta?
«Andavamo sistematicamente alla scoperta del Paese che volevamo capire di più. Occorre dire che esistevano dei limiti politici oggi impensabili: c’era una vera e propria censura; ce la saremmo sognata una libertà di espressione come quella attuale».
L’azienda Rai come si comportava?
«Controbilanciava questa censura spronandoci a fare bene il nostro lavoro. Eravamo severamente stimolati dall’azienda e dai nostri capi a fare una televisione che, qualitativamente, fosse la migliore possibile. Ma non c’erano modelli: non è come oggi che si può guardare quello che fanno gli altri e migliorare».
Cioè facevate televisione senza averla mai guardata?
«Negli anni Cinquanta eravamo all’oscuro di quanto succedeva all’estero; dovemmo arrangiarci e inventare il linguaggio televisivo dell’inchiesta. Non avevamo maestri, ma piuttosto dei capi responsabili come Vittorio Veltroni, che ci stimolava a far parlare la gente, a individuare i personaggi. Poi però dovevamo fare tutto da soli».
Anche a livello tecnico?
«I nostri tecnici erano dei ventenni come noi, che avevano cominciato facendo esperienza nel cinema come aiuti degli aiuti degli aiuti. Poi furono assunti dalla Rai quando l’azienda organizzò questa filiazione pseudocinematografica. Alla precarietà del cinema preferirono la stabilità economica e così cominciammo a collaborare insieme».
Eravate dei dilettanti allo sbaraglio?
«Nessuno di noi ne sapeva nulla di questi temi e ognuno era entrato in Rai raccomandato dall’una o dall’altra parte. Non è che avevamo un talento o un’inclinazione specifica: imparammo nel giro di pochi anni e inventammo uno stile».
Lei e chi?
«Eco, Colombo, Fabiani, io e qualche altro: il Didr. Ovvero la sezione Documentari inchieste dibattiti e rubriche. Eravamo una sezione autonoma dei Tg. Che quando volevano farci dispetto ci mandavano a fare le notizie dei telegiornali».
Li definisce dei dilettanti: ma la mitica Bbc premiò La Sicilia del Gattopardo...
«Addirittura proiettò a Londra quel mio lavoro. In fondo per merito nostro, che non avevamo mai visto la televisione degli altri, la tv italiana era considerata una delle migliori del mondo».
E oggi?
«Oggi no. La deriva alla quale stiamo assistendo è cominciata con la soppressione del monopolio. Con la democratizzazione del mercato televisivo e con la rincorsa all’ascolto. Gli unici veri creativi oggi sono quelli che producono formaggi e vini: gli inserzionisti televisivi».
La pubblicità?
«Sì. Siccome i programmi più sono scadenti tanto più sono popolari perché abbracciano strati numericamente esorbitanti di pubblico, succede che anche i programmi Rai vengono realizzati con l’obiettivo dell’audience. Che, nonostante tutta la precarietà dei suoi dati è diventata una filosofia morale».
Però di inchieste giornalistiche se ne vedono ancora tante in tv. A chi avete lasciato il testimone?
«A nessuno. Da un certo momento in poi in Rai le responsabilità sono state assunte da persone alle quali la qualità e l’innovazione del linguaggio non interessavano. E tutti i direttori di rete arrivavano dalla carta stampata».
Cioè il testo ha avuto il sopravvento sulle immagini?
«Certo: prima si scrive il testo e poi si va in archivio a cercare delle immagini a corredo del servizio. Il nostro sogno era invece quello di riuscire a parlare solo con le immagini, con le interviste; il cinema, usando il commento come strumento non primario, ma utile e necessario. Facendo in modo che la significanza dell’immagine avesse il primo posto».
Denuncia errori di grammatica del linguaggio televisivo?
«Direi che questa televisione è da seppellire sotto una catasta di righe con la matita blu».
Non salva proprio nulla?
«C’è una grande libertà di espressione. Certe cose che fanno oggi noi ce le potevamo sognare: non si potevano denunciare gli aspetti negativi. Però occorre dire che, con il centrosinistra e con la legge di riforma, oggi la tv è degradata al livello dell’Isola dei famosi».
Il peggio del peggio?
«Oggi l’estetica non è richiesta. Noi eravamo fissati sull’inquadratura, sulla resa cinematrografica. Invece oggi c’è la ricerca assoluta del sensazionale».
Il Paese è cambiato: in meglio o in peggio?
«In meglio perché è più libero. In peggio perché si è incafonito. L’imbarbarimento della nostra società è sotto gli occhi di tutti: speriamo non sia irreversibile».
E la televisione ha seguito questa deriva nazionale?
«Inutile negarlo. Anzi, visto che per la battuta di un ragazzetto ultimamente la mia riconoscibilità si è notevolmente accresciuta, vorrei sintetizzare con un motto. La televisione italiana? Da Gregoretti alla Gregoraci»
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L'amore è un destino scritto nei cromosomi.
(Filippo Facci - Il Giornale; nella foto Filippo Facci) Michele Brambilla ha ragione, nelle campagne contro la discriminazione dell’omosessualità c’è rimasto ben poco di choccante: il messaggio è passato, e certa ostentazione del gay nella società ha talvolta le sembianze più di una strategia di marketing che di una campagna civile. Il problema è che negli anfratti più retrivi del nostro centrodestra, a mio personale avviso, permangono delle posture ideologiche che certe campagne continuano a giustificarle. Nello stesso giorno in cui Michele Brambilla faceva osservazioni savie e prudenti, infatti, i giornali riportavano dichiarazioni allucinanti come la seguente di Luca Volontè dell’Udc: «Far credere che le pulsioni omosessuali siano una caratteristica innata, è un atto fuorviante e vergognoso sotto il profilo scientifico e sociale».
Ma fuorviante è solo Volontè, e beninteso sarebbero anche fattacci suoi, e nondimeno dei vari Massimo Polledri (Lega) e Isabella Bertolini (Forza Italia) che sugli stessi giornali intanto biascicavano concetti similari pur di dire qualcosa: il problema è che qualcuno potrebbe pensare che l’opinione di tutto il centrodestra corrisponda a quella. Il nostro bipolarismo infatti è ancora giovane e imperfetto, non è ancora chiaro che in uno stesso schieramento possano convivere idee assai diverse come per esempio accade negli Usa tra i democratici e i repubblicani: da noi il primo che parla rischia di sembrare un portavoce.
Nel caso delle affermazioni di Volontè, peraltro, non si tratta di idee come le tante altre che si possano discutere: sono fantasmi seppelliti dalla Storia, dal liberalismo, dal metodo sperimentale, sono retroguardie di una religiosità retriva e ideologica che non ha nulla che spartire con la pratica cattolica di milioni di italiani. L’Occidente, la scienza, l’Organizzazione mondiale della sanità e la schiacciante maggioranza degli elettori di centrodestra (cattolici compresi) mi risulta che abbiano assodato e accettato, da tempo, che l’omosessuale non sia un malato da curare, e tantomeno un patologico anormale. Mi vergogno persino a doverle ribadire, certe cose.
Mi vergogno che un parlamentare della Repubblica possa negare che l’omosessualità abbia base biologica esattamente come lo pensavano i nazisti e mi vergogno che possano pensare che gli omosessuali debbano curarsi come gli alcolisti anonimi. Mi vergogno che costoro possano spacciare come «scientifici» gli scritti di ex pastori evangelici come Andy Comiskey o quelli di Joseph Nicolosi, recentemente pubblicato in Italia con la postfazione del direttore di Radio Maria. Oh, certo, in Italia c’è la libertà di opinione: ma con la scusa delle libere opinioni, di questo passo, vedremo dibattiti in par condicio anche con chi sostiene che il Sole giri attorno alla Terra, mentre altri ribadiranno che le donne hanno il cervello più piccolo e che i bambini schizofrenici dovremmo riportarli dall’esorcista.
Mi fece immensamente piacere che proprio sul Giornale, tempo fa, Paolo Guzzanti avesse voluto rimettere qualche puntino sulle i proprio su questo tema: gli omosessuali esistono come esistono i mancini, è una questione cromosomica, esistono anche tra gli animali, è un fattore naturale e non psicologico, punto, ripunto e strapunto. Tutto questo è acclarato, e almeno su questo non c’è nessuna discussione da fare, nulla da dimostrare.
Ebbene: certi manifesti della Regione Toscana, col neonato omosessuale in primo piano, non entusiasmano neanche me. I Gay Pride mi sembrano baracconate controproducenti. L’autocompiacimento gay, in certe professioni, mi infastidisce non poco. Ma agli eterni cacciatori di streghe, a coloro ossia che vorrebbero confinare milioni di omosessuali nei ghetti della patologia, auguro che possano patire per almeno tre secondi le sofferenze che gli omosessuali, esattamente come i cristiani, hanno patito per millenni.
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