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martedì 6 maggio 2008

India: Rapinano una banca. Di sperma.

(Notizie del mondo) Due criminali hanno rapinato una banca in India. Fatti di cronaca all’ordine del giorno, se non che la banca rapinata è una banca dello sperma, ad Aurangabad, nell’India centrale. I due si sono portati via oltre 100 fiale di liquido seminale, con l’idea di di rivenderle ad altre cliniche per la cura dell’infertilità.

Ma i due hanno dimostrato una certa ingenuità, dimostrando di non conoscere il valore di mercato del loro particolare bottino: hanno tentato di vendere le 100 fiale per 25.000 rupie, poco più di 620 dollari, quando in molti paesi una singola fiala viene “quotata” sopra i 50 dollari. Ma soprattutto, ben pochi dottori accetterebbero di acquistare senza documentazione un prodotto così “delicato”, che ha peraltro una vita utile piuttosto limitata. Anche considerato che in tutta l’India ci sono solo dieci banche dello sperma.

E quindi il loro tentativo di vendita ha inevitabilmente insospettito i medici che avevano contattato come potenziali acquirenti, che hanno a loro volta contattato la polizia, che ha arrestato Anil Mohie, che aveva tentato la vendita, e un suo familiare che lavorava all’interno della banca derubata e che aveva fisicamente effettuato i prelievi.

Via RIA Novosti

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giovedì 1 maggio 2008

Nepal: Un omosessuale in Parlamento.

Il Partito Comunista, garantira' diritti delle minoranze.
Un nepalese che ha pubblicamente dichiarato la propria omosessualita' entrera' per la prima volta nella storia del Paese in Parlamento. Lo ha detto il suo partito, il Partito comunista, secondo il quale Suni Bubu Pant e' stato scelto come candidato 'per assicurare i diritti degli omosessuali e di altre minoranze''. Fara' parte dunque dell'assemblea costituente eletta il 10 aprile e largamente dominata dai ribelli maoisti e 'sara' la prima persona a rappresentare la comunita' gay del Nepal'.

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mercoledì 16 gennaio 2008

Asia. Titolo sul Financial Times: «Banchieri gay cercansi».

Spiragli di accordo per i metalmeccanici.

(Il Giornale) La crescita economica galoppa nell’Asia del 21esimo secolo. Ma il contesto socio-culturale implica libertà sessuali e tolleranza che avanzano a passo di lumaca. Ad accentuare ulteriormente le contraddizioni sono ora le banche d’affari, che si ergono a fare da avanguardia alle lotte per l’emancipazione. «Banchieri gay cercansi», titolava ieri in prima pagina il Financial Times, dedicando un lungo articolo alle iniziative che queste istituzioni stanno compiendo in Asia per attirare nelle loro fila «i migliori talenti» tra i lavoratori disponibili sul mercato; compresi gli omosessuali.

Credit Suisse, Goldman sachs, Lehman Brothers, Merrill Lynch e Ubs: a essere impegnate in queste campagne sono alcune tra le maggiori banche d’affari mondiali. Lehman, ad esempio, ha recentemente promosso «un inusuale evento» presso l’università di Hong Kong per reperite personale: l’invito era specificatamente rivolto a gay e lesbiche. «È stato un successo e la banca intende moltiplicare queste iniziative, scrive Ft». Altre banche d’affari lanciano iniziative congiunte, e si organizzano cene, letture e altri eventi attorno al tema dell’omosessualità. Questo, prosegue l’Ft, mentre nella maggior parte dei paesi asiatici gli omosessuali restano discriminati all’insegna dell’intolleranza religiosa, sia nella vita di tutti i giorni, sia nel mondo del lavoro. Nella mistica India dai mille volti i rapporti sessuali tra persone dello stesso sono un reato penale; in Malesia c’è il crimine di «sodomia». In altri paesi come Thailandia, Filippine e Hong Kong sono c’è un po’ più di tolleranza.

Non sono comunque motivi umanitari a ispirare le banche occidentali. L’Asia è il continente con il maggior livello di crescita economica e con le prospettive di sviluppo più allettanti. Per le banche d’affari è cruciale poter trovare il miglior personale possibile, anche tra omosessuali che non si lascino scoraggiare dall’ostilità culturale locale.

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sabato 15 dicembre 2007

Soldatesse con il velo, prossimo obiettivo dell’integralismo islamico.

I Partiti islamici definiscono la proposta, avanzata da alcuni organi di stampa musulmani, come “grandiosa”. Timori nella popolazione, che vede nell’esercito il garante della laicità dello Stato ed il pilastro della multi-etnicità indonesiana.

( Benteng Reges - AsiaNews) Soldatesse con il velo: è quanto si potrebbe presto vedere in Indonesia, dove infuria il dibattito sull’influenza dei Partiti islamici nella vita sociale del Paese e, soprattutto, cresce la preoccupazione per l’avanzata dell’integralismo islamico verso l’esercito, considerato il garante della laicità dello Stato.

Le forze militari nazionali indonesiane – conosciute come Tni – sono considerate dalla popolazione la struttura politica più solida del Paese, immune da ogni questione settaria e pilastro della multi-etnicità della nazione. Tuttavia, nel 1995 un rapporto pubblicato dalla stampa nazionale ha dimostrato la “vicinanza ideologica” di alcuni generali alle forze integraliste musulmane. Da allora, la questione dell’islamizzazione militare è rimasta all’ordine del giorno.
L’idea di far indossare il velo – lo jilbab – alle soldatesse è stata avanzata da alcuni organi di informazione musulmani, ed ha trovato l’appoggio incondizionato di diversi leader politici. Secondo Hidayat Nurwahid, presidente dell’Assemblea consultiva del Popolo, “dato che il velo non influenza il lavoro militare, non dovrebbe essere proibito. Inoltre, la legge non si esprime in materia, e quindi lascia il campo libero”. Ali Mochtar Ngabalin, deputato del Partito “Luna e stelle”, è più chiaro: “Questa è una grande idea”.
I vertici del Tni non si sono ancora espressi in materia. Secondo il generale Ricardo Siagian, portavoce dell’esercito, “la questione è ancora da discutere. Vi saranno molti, e seri, confronti prima di esprime un’opinione in materia”.

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