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venerdì 27 giugno 2008

Mishima, tutta la verità sul più controverso scrittore giapponese.

Alla prima di

(Eleonora Voltolina - Panorama) Yukio Mishima è forse lo scrittore giapponese più controverso del secolo scorso. Autore di Confessioni di una maschera (pubblicato in Italia da Feltrinelli), romanzo autobiografico che gli valse all’inizio degli anni Cinquanta la notorietà mondiale, fu poi etichettato come fanatico di destra, anche per la bizzarria di essersi costruito un esercito personale. Morì nel 1970, con un suicidio spettacolare, dopo aver preso in ostaggio un generale dell’esercito giapponese.

Ora, arriva nelle librerie italiane la biografia che di questo grande autore scrisse nel 1974 Henry Scott Stokes, giornalista inglese oggi settantenne, inviato del Times a Tokyo negli anni ‘60 e ‘70.
Già dal titolo, Vita e morte di Yukio Mishima (Lindau) si propone come “la” biografia. Anche in ragione del fatto che Stokes fu amico di Mishima, conobbe la sua famiglia, trascorse periodi di vacanza insieme a lui, e fu anche l’unico occidentale ad avere il permesso di seguire le esercitazioni del suo esercito privato.
Da questa conoscenza personale emerge un racconto smaliziato (a tratti addirittura critico) della vita di Mishima, che passa in rassegna tutti gli aspetti della poliedrica - e contraddittoria - personalità dello scrittore.
Mishima e l’arte, l’amore appassionato per i libri, Mishima che fu il primo scrittore giapponese in odor di Nobel per la letteratura e che però si vide soffiare il prestigioso premio, nel 1968, dal più anziano Yasunari Kawabata. Mishima e la sessualità faticosa, l’attrazione latente per gli uomini, la difficoltà nell’intrattenere rapporti fisici, l’attaccamento morboso alla madre. Mishima e il matrimonio, una scelta fatta a 32 anni (molto tardi, per gli standard dell’epoca) e sostanzialmente solo per far stare tranquilla la famiglia. Mishima e la moglie trovata attraverso gli omiai, gli incontri fatti apposta per combinare matrimoni - e fa quasi sorridere leggere le caratteristiche che lo scrittore aveva indicato come indispensabili per la sua sposa: doveva essere carina e più bassa di lui (anche con i tacchi!), accettare di buon grado il ruolo di angelo del focolare, e non disturbarlo quando lavorava. Mishima e l’esibizionismo, tratto marcato del suo carattere, che unito all’egocentrismo lo spingeva sempre a desiderare di essere al centro dell’attenzione.
Mishima e i viaggi in giro per il mondo, dagli Stati Uniti all’Europa, da quella New York che gli faceva un po’ paura (e che definì, suggestivamente, “Tokyo tra cinquecento anni”) al salotto dei baroni Rotschild a Parigi, dalle conferenze alla Michigan University alla Grecia, dove s’innamorò “del limpido cielo della culla del classicismo”. E infine, Mishima e la morte: forza oscura che sullo scrittore esercitò, fin dall’infanzia, un fascino invincibile, specialmente nella forma più tradizionale e truculenta - quella del suicidio rituale tramite seppuku (l’autosventramento, che in Italia spesso viene indicato impropriamente con il termine “harakiri”). Tanto è vero che Mishima mise in scena molte volte il seppuku nei suoi lavori letterari: e un’ultima volta nella vita reale, su se stesso, quando si suicidò.
Il libro condensa, in oltre quattrocento pagine, la vita e l’arte di Mishima, in un continuo intersecarsi di aneddoti biografici e citazioni dai romanzi. Per trovare quel che lo scrittore ha nascosto di sè nelle pagine dei suoi libri: “Dietro la maschera del samurai“, riflette Stokes, “Mishima sarà sempre un uomo emotivo e vulnerabile. Sensibilissimo a ogni minima offesa e nel contempo all’influenza altrui, invocava amore pur essendo apparentemente incapace di amare”.

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mercoledì 11 giugno 2008

Giappone: Votata revisione legge sul cambio di sesso.

In Giappone ora anche i genitori potranno sottoporsi ad intervento per il cambio di sesso purche' i figli abbiano raggiunto la maggiore eta'. Il parlamento giapponese ha approvato a larga maggioranza la revisione della legge. La norma attuale proibisce il cambiamento di sesso a persone che abbiano figli, indipendentemente dalla loro eta'.Questa condizione era stata aggiunta nel 2003 sulla scia di timori riguardo alle possibili conseguenze negative sul contesto familiare dei figli di transessuali.

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lunedì 4 febbraio 2008

Giappone. Il fenomeno degli uomini "Geisha".

Non fanno sesso con le clienti, non è permesso. Ma costano migliaia di euro a sera. Riservati alle sole ragazze giapponesi, gli host sono il simbolo di una nuova solitudine.

( Francesco Fondi l La Repubblica delle donne) La parola d’ordine per capire Tokyo è una sola: andare oltre il lusso delle vetrine e l’istituzionalità dei locali del quartiere di Ginza. Il Giappone, seconda potenza economica del mondo, famoso per l’industria automobilistica e l’alta tecnologia, ha come industria principale, almeno ufficiosamente, quella del mizu shobai (“commercio dell’acqua”) che potrebbe essere tradotto come “industria del sesso” anche se si tratta di un fenomeno differente. Sul gradino più basso della piramide di questo impero c’è la prostituzione vera e propria, illegale ma diffusa ovunque grazie al rapporto privilegiato che la Yakuza ha saputo instaurare con le forze di polizia. In quartieri come Shinjuku, a Tokyo, è la Yakuza stessa a garantire la sicurezza dei cittadini: un impiegato ubriaco, tipico cliente dei locali “sexy”, dopo aver speso i propri soldi in un club gestito dalla Yakuza può addormentarsi in strada senza temere di essere derubato.

Salendo nella piramide, il sesso diventa sempre meno importante e, via via, passando per gli strip club, si arriva ai kiabakura (hostess club) e agli Host Club dove il sesso non è contemplato ma il giro di soldi aumenta esponenzialmente. Questi club sono talmente integrati nella società giapponese che sono diventati protagonisti di manga, riviste, reality show, sceneggiati tv oltre che di numerosi saggi sul tema. Bazzicare nei club di Roppongi, o di Shinjuku, nella zona di Kabukicho, equivale a leggere il manuale d’amore della società giapponese. I salariman - così chiamano gli impiegati, da queste parti, mutuando la parola inglese - riempiono gli innumerevoli locali per adulti: con 100 euro - un prezzo non troppo alto, rispetto allo stipendio medio - si passa qualche ora a smaltire l’enorme stress da lavoro con una hostess e qualche bicchiere di alcol annacquato. Senza arrivare al sesso vero, però.

Per tradizione, nella maggior parte degli hostess club il rapporto fisico non è assolutamente contemplato. Sempre a Kabukicho c’è l’ultimo indicatore di come, anche nella maschilista società giapponese, qualcosa stia cambiando. I ruoli si sono invertiti, a essere sempre più affaticate e bisognose di affetto sono le donne: e quindi anche la clientela dei locali da maschile diventa femminile. Sono decine gli Host Club appena inaugurati (in tutta Tokyo sono già 250); anche in questo caso le clienti non pagano per fare sesso ma per trascorrere qualche ora di relax in compagnia di giovani uomini - l’età è compresa fra i 18 e i 25 anni - pronti ad ascoltarle e a farle sentire amate.

Il ragazzo giusto, quello “su misura”, si sceglie da un vero menu. Come nel caso delle ragazze dei kiabakura - il nome di questi luoghi dell’intrattenimento senza sesso nasce dalla contrazione tra cabaret e club, e sono, per così dire, gli eredi di quelli in cui si incontravano le geishe - gli host non utilizzano il proprio nome ma uno pseudonimo, generalmente ispirato a un manga, altrettanto spesso a una figura storica giapponese. In questo modo si garantisce l’anonimato e contemporaneamente si aggiungono ulteriori dettagli al mondo di fantasia che spinge le clienti - per lo più trentenni - a spendere anche migliaia di euro per poche ore di fuga dalla realtà: già, perché “affittare” i favori di un uomo, chissà per quale misteriosa ragione, costa molto di più che farlo con una donna.

Nel corso di una serata, i ragazzi si alternano ai vari tavoli, in questo modo le clienti, pur avendo scelto un determinato ragazzo, possono incontrare gli altri e magari cambiare partner la volta successiva. Le preferenze ricevute, per ciascuno di loro, sono ovviamente fondamentali: ogni successo si traduce in un immediato ritocco di retribuzione. La competizione che questo sistema scatena è ovviamente tangibile: ognuno fa di tutto per essere scelto, e non sono rari i casi in cui gli inesperti vengono aggrediti dai propri colleghi. I club per donne sono, forse, l’unico esempio nella società giapponese di un uomo che si pone in condizione di inferiorità rispetto al genere femminile. Nella vita reale non succede mai: per questo, raccontano le clienti, questa è un’esperienza ambita. Strano a dirsi, la maggioranza delle clienti sono proprio le ragazze che lavorano come hostess nei kiabakura che, dopo una serata di lavoro, cercano di liberarsi dallo stress e dalla sensazione di vuoto e solitudine accumulati.

Il resto della clientela è costituito da giovani donne di classe sociale elevata che grazie alla disponibilità economica riescono a trovare quel calore che non vivono nel quotidiano. Sono spesso molto belle e non avrebbero problemi a trovare un fidanzato o un amante nel mondo reale, ma preferiscono rifugiarsi fra le braccia di uno “gigolo platonico” che sa ascoltarle e farle sentire principesse per qualche ora. A sorpresa, solo una piccolissima parte della clientela è costituita da donne sposate (il primo locale di “Uomini geisha” è stato aperto nel 1966, per le mogli dei facoltosi uomini d’affari) che grazie alla ricchezza del proprio marito, sempre assente e mai pronto a concedere attenzione, possono permettersi di spendere anche cinque o diecimila euro per una serata “speciale” in cui sentirsi nuovamente amate.
A differenza delle loro colleghe, gli host non hanno uno stipendio fisso cui si aggiungono i vari bonus, ma guadagnano solo grazie alle commissioni sulle vendite di alcolici che le clienti ordinano. Queste ultime bevono poco (specialmente le hostess che hanno appena finito di lavorare nel proprio club) e per questo i ragazzi bevono molto per aumentare le ordinazioni.

Considerando che un host club apre intorno alle 8 di sera, chiude verso le 7 o le 8 di mattina ed è aperto 6 giorni su 7, è facile capire che dopo pochi anni di questa vita questi ragazzi si devono ritirare per problemi di salute (le hostess invece normalmente cambiano lavoro perchè hanno accumulato una certa somma di denaro o perché hanno superato i 30 anni e desiderano tornare a una vita più regolare, magari sposarsi). Quando una ragazza ordina una bottiglia inizia lo “Champagne call”: tutti i ragazzi dei locali si riuniscono intorno al tavolo per ringraziarla dell’ordine e, in alcuni casi, cantare una canzone prima di bere.

Il costo? Circa 400 euro che possono diventare 10mila per una bottiglia d’annata. Se gli hostess club sono una celebrazione collettiva della mascolinità, gli host club sono una prova dell’evidente incapacità dell’uomo medio giapponese di rispondere alle esigenze della propria compagna con la stessa prontezza e disponibilità con cui risponde a quelle della ditta presso cui lavora. La stessa che magari paga il conto dell’hostess club che lui frequenta la sera.

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giovedì 17 gennaio 2008

Eastern Jewel, l’Oriente senza concubine.

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/eelssej_/405327013/]kalandrakas (on vacation)[/url] by Flickr)[/i]

(Panorama) È appena uscito in Gran Bretagna il nuovo romanzo di Maureen Lindley: The Private Papers of Eastern Jewel, edito da Bloomsbury, e sarà tradotto in Italia, nel corso del 2008, da Neri Pozza.

È il 1914, Eastern Jewel ha otto anni ed è la figlia del principe Su e dell’ultima delle sue concubine, quando qualcosa impressiona a tal punto i suoi occhi di bambina dal mettere improvvisamente fine alla pace gioiosa dell’infanzia e dare inizio a una tumultuosa storia di coraggio e ribellione, la storia di una eroina complicata, che rifiuta di accettare il ruolo docile e servizievole che la società cinese del Ventesimo secolo le impone. Curiosità (anche sessuale) e voglia di avventura conducono la protagonista (ispirata al personaggio realmente esistito di Yoshiko Kawashima) in un lungo viaggio attraverso la Cina fino al Giappone, in un percorso che la porta a un profondo cambiamento interiore e anche fisico, che la rende un personaggio controverso, fatto di luci e ombre. La prima a rimanerne affascinata è stata l’autrice, che Panorama.it spiega com’è nato il romanzo. “Ho notato Eastern Jewel nel film di Bertolucci L’ultimo imperatore” dice Maureen Lindley “mi ha conquistata e ho iniziato a fare ricerche. Gli storici l’hanno dipinta come una donna contraddittoria e non esattamente positiva, ma io desideravo trovare il mondo per raccontare perché e come un personaggio del genere è arrivato a vivere una vita assolutamente inimmaginabile anche per noi, occidentali.

Come hai scovato il carteggio segreto di Yoshiko?
La mia avventura è cominciata dalla Biblioteca Britannica, dove ho trovato soltanto i riferimenti occasionali in libri come Penombra nella città proibita, l’autobiografia dell’insegnante privato della famiglia reale, Reginald Johnston. In queste brevi note si parla di lei senza concederle un briciolo umanità, questo non ha fatto altro che rendere la sfida dello scrivere questo romanzo più interessante: rendere un personaggio intrigante, non positivo, ma affascinante.

Che cosa l’ha conquistato di questo personaggio?
Il suo coraggio, la sua mancanza di autocommiserazione, la sua lealtà a quelli che ama. È emozionante, piena di lati oscuri, ma anche inebrianti per la loro straordinarietà e potenza.

Perché leggere questo libro?
Perché è una storia eccitante, il cui protagonista non è il solito eroe o eroina orientale che oramai conosciamo: non è né una concubina né una geisha ma un personaggio unico. La sua è una storia di manipolazione sessuale e presa di coscienza che si svolge in un tempo che i nostri nonni e i nostri genitori hanno vissuto, un tempo che tutti noi conosciamo almeno un po’. Eastern Jewel aveva 6 anni quando è affondato il Titanic, ha vissuto la prima e la seconda guerra mondiale ed è stata data in moglie ad un principe mongolo al tempo in cui Lawrence Oliver faceva il suo debutto al Birmingham Repertory. La narrazione è ovviamente impregnata di un’atmosfera orientale, ma credo che Eastern Jewel dovrebbe prendere posto tra quelle famose eroine, di cui adoriamo leggere. Un po’ come Mata Hari, anche lei merita di essere conosciuta da un pubblico più vasto rispetto a quello che noterà le due o tre righe che i testi accademici le hanno riservato fin’ora.

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giovedì 10 gennaio 2008

Tokyo, niente uomini nudi sui manifesti pubblicitari.

(Il Giornale) Niente pubblicità con uomini nudi nei treni giapponesi neanche per pubblicizzare la millenaria manifestazione del "Festival del nudo" che si tiene ogni anno nel tempio di Kokuseki a Tokyo. Lo ha deciso una compagnia ferroviaria, Morioka Japanese Railway Est, che definendole "troppo estreme" per i passeggeri ha rifiutato di esporre nei vagoni le locandine del festival. Secondo la tradizione ogni anno, numerose persone si riuniscono nel tempio della prefettura di Iwate, per prendere parte a un rituale di purificazione collettivo in cui si prega rigorosamente in "sundoshi", tipico perizoma giapponese.

La pubblicità incriminata mostra in primo piano il busto villoso di un uomo e dietro di lui, in bella vista, una fila di posteriori di uomini in "sundoshi". Il portavoce della compagnia ferroviaria ha chiarito che l’abolizione dei manifesti non è un gesto di critica nei confronti del Festival o di chi vi è rappresentato, ma è piuttosto un modo per rendere più piacevole l’atmosfera nelle stazioni.

Secondo alcuni media locali, la compagnia avrebbe asserito che questa pubblicità può indurre all’aumento delle molestie sessuali. Nel 2006 alcuni poster di Britney Spears nuda e in gravidanza affissi nelle stazioni metropolitane furono coperti perché considerati troppo "stimolanti", ma la decisione fu sospesa poco dopo. Nonostante il bizzarro divieto della compagnia, numerosi manifesti con foto e manga di ragazze in abiti succinti sono regolarmente appesi nelle stazioni giapponesi.

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giovedì 22 novembre 2007

Giappone, niente visti di ingresso per i Velvet. Motivi di sicurezza.

Il cantante dei Velvet Revolver Scott Weiland
(Panorama) Se nel 2005 per i Velvet Revolver l’organizzazione del tour giapponese era stata una passeggiata, nel 2007, la situazione è completamente cambiata. Con una decisione comunicata all’ultimo minuto, la band è stata infatti costretta a cancellare i quattro concerti in programma dal 26 al 30 novembre a Tokio, Osaka, Nagoya e Yokohama per promuovere il loro ultimo album, Libertad. La ragione? Le autorità si sono rifiutate di rilasciare i visti d’ingresso dopo l’introduzione del pacchetto sicurezza. Panorama.it aveva già annunciato che dal 20 di novembre recarsi in Giappone sarebbe stato più complicato per chiunque, tuttavia, nessuno si sarebbe mai immaginato che le nuove regole presentate dal Ministro della Giustizia Kunio Hatoyama avrebbero avuto effetto anche su una tournée definita parecchi mesi prima.

Sul loro sito web i membri della band si definiscono increduli, ma di fatto i loro impresari non hanno potuto fare nulla per modificare la decisione delle autorità doganali del Sol Levante. Per quanto queste ultime abbiano evitato di fare commenti pubblici sulla vicenda, è ormai sempre più chiaro, sostiene la BBC, che i visti siano stati rifiutati a causa dei problemi con la droga che alcuni membri della band hanno avuto in passato. Dettaglio che, evidentemente, metterebbe a rischio la sicurezza del Paese. A questo punto, ai giapponesi resta una sola opzione per ascoltare l’ultimo album di Scott Weiland e compagni: volare in Australia, dove la band si esibirà il 4 dicembre.

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