((Manila Alfano - Il Giornale) «Sediamoci qui, staremo più freschi». Navacerrada è un buon rifugio e un posto abbastanza isolato per ragionare con calma di politica. Le montagne tengono lontana la Madrid di Zapatero, più povera e sempre più affamata di laicismo, quella che accoglie gay e lesbiche da tutto il mondo per celebrare l’orgoglio omosessuale. Sabato scorso l’ultima manifestazione, appuntamento nelle strade della capitale. Quest’anno la sfilata era dedicata alle donne: «visibilità lesbica» era il titolo. José Maria Aznar guarda da lontano e commenta il congresso dei socialisti. Sono appena arrivate le ultime notizie sulle intenzioni del premier spagnolo, via i crocifissi dai luoghi pubblici e via la liturgia religiosa anche nei funerali di Stato e nel giuramento dei ministri. «Non si fermeranno mai - dice -. Zapatero alza il tiro solo per nascondere agli spagnoli la crisi economica». Ma l'uomo forte del Partito popolare non si muove più solo sul fronte di Madrid. Il suo campo di battaglia è più largo. Ora si chiama Europa.
La ferita è ancora lì ed è una di quelle che cambiano la storia. Sono passati quattro anni e qui quando ne parlano faticano ancora a scandire quella maledetta data per intero. L'undici spagnolo, lo chiamano, e per tutti è l'incontro con il terrore: «L’attacco brutale». José Maria Aznar in quel marzo 2004 era il capo del governo. Ore 7,36 del mattino. Dieci zaini carichi di Goma 2 vengono fatti esplodere in quattro treni regionali di Madrid. Si contano i morti e saranno 190. Più tardi si saprà che i terroristi sono islamici. Tre giorni dopo arrivano le elezioni. Aznar è sconfitto e per lui comincia un'altra vita.
Presidente, perché quel giorno accusò l'Eta?
«Ho saputo della tragedia alle sette del mattino come tutti gli spagnoli. Ho subito capito la gravità della situazione. Mi arrivavano informazioni continuamente. I miei collaboratori, i servizi segreti nazionali e stranieri, le mie fonti, tutti dicevano un solo nome: Eta».
Cosa ricorda di qui momenti?
«Io ho sofferto molto in quel periodo. Per le vittime prima di tutto e per la Spagna».
Rimpianti?
«No, ma spero due cose: la prima è che non si ripeta un attacco così brutale, e secondo che nessuno imputi al governo la responsabilità di un atto terrorista. Ai socialisti rimarrà sulla coscienza l'aver vinto strumentalizzando una tragedia e questo è molto pericoloso per una democrazia. Questo spero che non succeda più».
Qual è il segreto del successo economico spagnolo?
«Flessibilità e stabilità».
La flessibilità per molti significa precariato?
«Il precariato è il contrario della flessibilità. E nasce da un mercato rigido che lascia senza regole i più deboli. Il mio governo ha impostato una riforma del lavoro che ha permesso alla Spagna di produrre di più e abbattere la disoccupazione. Salari e investimenti sono migliorati grazie a una politica fiscale intelligente, che non depreda imprese e lavoratori. Zapatero ha trovato una Spagna più ricca, ma sta facendo di tutto per renderla più povera».
La Spagna è diventata intanto il simbolo del laicismo. Moderna e tollerante.
«Attenzione: non la Spagna ma il governo socialista di Zapatero. Sono due cose ben diverse. La domanda vera è cosa è diventata la sinistra oggi».
E la risposta?
«Alla sinistra mancano idee concrete: questo fine settimana il Partito socialista si incontra per un meeting nazionale. La Spagna sta attraversando la crisi economica più grave degli ultimi vent'anni. Certo, non solo a causa delle non scelte politiche di Zapatero, ma anche per il riflesso della crisi internazionale che sta colpendo anche il nostro Paese. Eppure vuole sapere quali sono i temi trattati durante questo meeting?».
No, me lo dica.
«L'aborto, l'eutanasia, il crocefisso e i simboli religiosi nei luoghi pubblici. Nessuno che parli di economia. Non c’è stato un solo politico rappresentante del Psoe che abbia proposto soluzioni, che abbia saputo tracciare linee concrete per uscire da questa gravissima impasse».
E questo perché?
«È un gioco fatto ad arte per confondere le idee. Radicalizzazioni, estremismi per nascondere i problemi veri, la disoccupazione, il valore del lavoro, i salari. Il Partito socialista si è ridotto a cambiare i valori morali nella società. Ha creato un laicismo militante, radicale e fondamentalista, che non ha nulla a che fare con la libertà religiosa. L'occidente è una società cresciuta e fondata sui valori cristiani. Sarebbe uno sbaglio cancellarli. E ciò che i padrini del fondamentalismo aspettano. Un'Europa debole e senza identità».
L'identità ha a che fare con i matrimoni gay?
«Anche. Io sono a favore della vita. Il mio partito crede nel valore fondamentale della vita. Ma una cosa è un matrimonio eterosessuale, i figli. La famiglia insomma. Altra cosa sono i matrimoni omosessuali. Non sono equivalenti e secondo me non sono equiparabili».
E la destra, non ha nulla da rimproverarsi?
«La destra da troppo tempo si porta dietro un complesso di inferiorità. Ha combattuto tante battaglie, la dittatura, il leninismo, il nazismo. Eppure ancora ci si vergogna a dire che si è di destra».
L'errore più grande?
«Vergognarsi per colpe che non ha. Non bisogna dimenticare che la destra ha da sempre lottato per difendere la libertà contro la tirannia».
Il governo socialista vuole introdurre il voto per gli immigrati. È d'accordo?
«In realtà per come lo hanno impostato loro suona un po' strano. Io credo che abbiano diritto di voto tutti coloro che pagano le tasse. Deve essere messo in relazione alla propria nazionalità».
Il governo Zapatero ha accusato l'Italia di utilizzare metodi troppo duri contro i clandestini. Cosa ne pensa?
«Un atteggiamento nei confronti dell'Italia molto poco corretto. Si può essere d'accordo o meno con le scelte del governo italiano. Il punto vero è che il tema dell'immigrazione è fondamentale e non solo per l'italia, ma per tutti i Paesi dell'Europa. Bisogna riconoscere a Berlusconi di aver trattato fin da subito l'immigrazione come un problema europeo. Ed io sosterrò la sua politica in Europa. In tutti i modi».
Eppure la linea di Zapatero in materia di immigrati sembra funzionare.
«Zapatero era contrario anche alla nostra politica di immigrazione. La sua formula è "papeles para todos", ovvero documenti per tutti, con una massiccia regolarizzazione, e tutto sulle spalle dell'Unione europea. Con i clandestini non può esistere demagogia. Contro l’immigrazione illegale non ci possono essere scelte individuali ma linee dure che partono dall’Europa. Ecco. Questo è uno dei temi fondamentali che dovrebbe entrare subito nell’agenda dei ministri europei».
Cosa le piace della politica di Zapatero?
«È facilmente criticabile. Le sue posizioni sono idee fondamentalmente profondamente labili, dal punto di vista formale e di contenuto».
Cosa non sopporta di lui?
«Politicamente ha fortissime carenze. Sta colpendo i valori della società per sottrarsi alla realizzazione di politiche più concrete».
Il referendum irlandese ha bocciato il trattato di Lisbona. Dove hanno sbagliato i leader europei?
«L'Europa è arrivata ad uno snodo determinante. Deve decidere in fretta. Per sopravvivere occorre un recupero forte e deciso. I Paesi dell’Europa sono potenze economiche. L’Ue non può morire di burocrazia. Serve l'anima. L'identità, appunto, che deve essere recuperata a partire dai valori che hanno formato la cultura Occidentale moderna».
È ottimista?
«No, non sono per niente ottimista. Le cose non vanno come devono andare. Ci sono troppi conflitti pratici. Il problema delle arance tra Italia e Spagna ad esempio è sempre stato sentito come più importante di tutti i problemi istituzionali. Non possiamo cadere sulle arance».
lunedì 7 luglio 2008
José Maria Aznar, "Zapatero usa la laicità per nascondere la crisi della Spagna". E sui matrimoni gay...
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13:37:00
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martedì 11 marzo 2008
Il primate di Spagna dopo la vittoria di Zapatero: «Matrimonio, aborto, eutanasia: Così condurrà il Paese al disastro».
Il cardinale Antonio Cañizares: «Giusta la battaglia di Giuliano Ferrara». Difendere valori in pericolo non è ingerenza.
(Aldo Cazzullo - Il Corriere della Sera) Prima di parlare, il cardinale Antonio Cañizares (a fianco), primate di Spagna, arcivescovo di Toledo, ha piacere che si veda la sua cattedrale. «Qui è nata la Spagna. Nel 593, con la conversione del re visigoto Recadero. Anzi, Benedetto XVI mi ha detto che a Toledo è nata l’Europa, con l’incontro nel cattolicesimo tra tedeschi e latini, due secoli prima di Carlo Magno. Poi la chiesa fu distrutta e divenne moschea. Poi fu distrutta la moschea e fu ricostruita la chiesa…». Lo chiamano il piccolo Ratzinger, per i capelli candidi, il tratto cortese, la fermezza.
Cardinale, avete perso le elezioni? La vittoria di Zapatero è la sconfitta dei vescovi spagnoli?
«No. Mi congratulo con Zapatero. Siamo pronti a collaborare con lui, purché si muova nel solco della Costituzione e persegua, come fa la Chiesa, il bene comune. Noi non siamo contro il governo. Certo, i conflitti con il potere costituito sono per la Chiesa una condizione storica». In Italia si pensa il contrario, al punto talora da identificare la Chiesa con il potere. «Forse, in passato. Oggi la Chiesa non è il potere, anche se può subirne la tentazione; ma in fondo anche Cristo fu tentato. E noi non cesseremo di reclamare contro alcune cose che il governo ha fatto o potrà fare».
Lei ha parlato di una «rivoluzione culturale laicista» di Zapatero. Che cosa intende? Questa rivoluzione continuerà?
«Sì, è in corso una rivoluzione culturale. Non solo in Spagna; in tutto l’Occidente. La denuncia Benedetto XVI, quando paventa la dittatura del relativismo. La Spagna rappresenta la punta più avanzata di questa rivoluzione, con le sue leggi “di genere”, che vanno ben oltre il femminismo tradizionale, questa sorta di lotta di classe tra uomo e donna. Il governo spagnolo ha varato leggi che negano l’evidenza della natura e della ragione, che affidano allo Stato la formazione morale dei giovani, che si propongono di fondare una nuova cultura su una concezione falsa della libertà».
Una rivoluzione che ora continuerà. Cosa deve fare la Chiesa?
«Quanto ha fatto finora. La sinistra parla di allargare i diritti. Ma i diritti non si creano in Parlamento. La Chiesa vuole collaborare a costruire una società di convivenza e di pace. Ma quale convivenza può esserci al di fuori del matrimonio tra un uomo e una donna? Quale convivenza può esserci se si intende eliminare Dio dalla vita sociale? Quale convivenza può esserci se si nega il diritto alla vita? Non abbiamo nulla da rimproverarci: sarebbe un tradimento se rinunciassimo a difendere la vita, dal concepimento alla morte naturale. Noi non siamo contro la democrazia, ma a favore; chi nega il diritto alla vita è contro la democrazia, e conduce la società al disastro. Noi difenderemo i valori in pericolo. E ci batteremo contro l’ampliamento della legge sull’aborto, e contro l’eutanasia».
L’aborto in Italia è tornato nell’agenda politica. In Spagna la legge è più restrittiva che in Italia. Teme che Zapatero intenda cambiarla?
«Ci sono a sinistra persone e gruppi che lo chiedono. Ma la Corte costituzionale ha riconosciuto i diritti del nascituro. Noi dobbiamo innanzitutto chiedere la piena applicazione della legge in vigore: sono convinto che molti dei centomila aborti che avvengono in Spagna ogni anno sarebbero evitati. Conosco la battaglia di Giuliano Ferrara per la moratoria, e vi aderisco. Per il futuro, mi batterò per l’abolizione dell’aborto. Che è il peggior degrado della storia dell’umanità».
Zapatero è stato polemico con i vescovi in campagna elettorale. Che effetto le ha fatto?
«Non l’ho capito. E tuttora, dopo il suo trionfo, continuo a non capirlo. Le sue aggressioni verbali si basavano su parole manipolate, come quelle del cardinale Rouco Varela, o riferite dai media in modo incompleto, come quelle del cardinale García Gasco. Comunque, non ho nulla contro la persona. Lui stesso ha detto di non voler ripetere gli errori. Prego per lui che imbocchi la strada giusta».
Questo significa che può cominciare una nuova stagione nei rapporti tra governo e Chiesa?
«Da parte nostra non esiste, non può esistere nessuna nuova stagione. In questi anni la Chiesa spagnola non ha compiuto un solo atto di ingerenza. Il cristianesimo è l’unica religione che separa fede e politica: a Dio quel che è di Dio, a Cesare quel che è di Cesare. Di Dio sono la vita, la verità, l’uomo».
La destra non ha fatto propria la battaglia culturale della Chiesa. Ora cosa dovrebbe fare, secondo lei, l’opposizione a Zapatero, in Parlamento e nella società?
«Non mi permetto di dare indicazioni a un partito. Dico che il futuro della nostra società si gioca in una grande battaglia culturale, e che nessun cattolico, in qualunque partito militi, può disertare. Al contrario: il parlamentare, il medico, il docente universitario, ognuno deve fare la sua parte. E la Chiesa deve evangelizzare la Spagna. Noi non vogliamo essere fattore di divisione, ma del progresso autentico; non del progresso che rinchiude la ragione nel recinto della scienza».
Il confronto tra Stato e Chiesa è un tema anche della campagna elettorale italiana. Qual è la differenza tra la Chiesa spagnola e la nostra?
«La Chiesa italiana ha più spazio sui media. Quando ci fu il Family Day, tutti i giornali dedicarono più pagine alla manifestazione di piazza San Giovanni, emezza pagina a quella laicista di piazza Navona. In Spagna molti giornali avrebbero fatto il contrario. Da qui l’impressione che la Chiesa italiana sia più ascoltata. Ma guardi che anche in Spagna la gente ci sta a sentire. Quando mi incontrano in stazione o all’aeroporto, i passanti mi incoraggiano: “Don Antonio, avanti così!”. Quando il cardinale Rouco ha invitato i madrileni in piazza, sono venuti in due milioni. Finora c’è stato un deficit dei cattolici nella vita pubblica, ma le cose stanno cambiando, e il futuro sarà diverso».
L’unità nazionale spagnola è in pericolo?
«L’unità della Spagna è un bene morale che appartiene a tutti, e che tutti dovrebbero difendere. Ad esempio evitando qualsiasi trattativa, qualsiasi riconoscimento politico al terrorismo ».
Che cosa pensa della legge sulla memoria? Non è forse giusto eliminare anche dalle chiese lapidi, iscrizioni, simboli del franchismo?
«È una legge non necessaria. Le sofferenze del passato si possono riparare in altri modi. E molte sono già state riparate. Fare una legge significa rievocare e rinfocolare le divisioni tra di noi. Abbiamo invece bisogno di più riconciliazione, di più unità. La vera legge per la memoria è la Costituzione del 1978; lì c’è già tutto; il di più è inutile o dannoso».
martedì 4 marzo 2008
Spagna. Con il 51-53% Zapatero vince il duello in tv con Rajoy.
(Mps) Il premier socialista spagnolo Josè Luis Zapatero ha vinto anche il secondo 'duello Tv' contro lo sfidante del Partido popular Mariano Rajoy in vista delle elezioni di domenica prossima in Spagna, e con un margine più ampio di quello ottenuto nello scontro precedente.
E' quanto emerge dai sondaggi resi noti da diversi media spagnoli al termine del faccia a faccia, secondo cui Zapatero avrebbe aumentato notevolmente il suo margine di preferenze rispetto alla scorsa settimana.
I primi sondaggi diffusi dalle due principali televisioni private che hanno trasmesso il dibattito (la 'Cuatro' e la 'Sexta') hanno indicato una chiara vittoria di Zapatero, con percentuali molto simili: rispettivamente il 51% e il 49% dei telespettatori crede che abbia vinto il premier contro il 29% per Rajoy. Il vantaggio del capo del governo in carica è cos aumentato di quasi 10 punti
Secondo un sondaggio realizzato dall'istituto Metroscopia per il quotidiano di centrosinistra 'El Pais', Zapatero avrebbe vinto invece per il 53% degli intervistati, contro il 38%.
Anche un sondaggio realizzato dalla 'Sigma Dos' per il quotidiano di centrodestra 'El Mundo' attribuisce la vittoria a Zapatero, ma con un margine un po' meno ampio: 49% contro il 40,2% che si è espresso a favore di Rajoy.
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sabato 23 febbraio 2008
Elezioni spagnole. In corsa “anti-corrida”, pro-cannabis, gay & tanti altri.
Ma il prossimo 9 marzo – nonostante la presenza di 92 liste – il vero duello sarà fra il premier uscente Zapatero (Partito socialista) ed il Partido Popular di Mariano Rajoy.
(Francesco Cerri - La Gazzetta del Mezzogiorno) Tutti assieme appassionatamente con la speranza di conquistare un seggio in parlamento o almeno di ottenere visibilità e così in corsa per le elezioni politiche spagnole del 9 marzo – da oggi la campagna ufficiale è aperta – ci sono 92 liste: oltre ai partiti tradizionali, movimenti anticorrida, contro il fumo per il cannabis libero, e c'è anche un partito formato solo da gay e lesbiche.
Certo la vittoria, la sera del 9 marzo, si giocherà fra il Psoe del premier uscente Josè Luis Zapatero e lo sfidante del Partido Popular Mariano Rajoy. Gli ultimi sondaggi li danno testa a testa, con ancora un lieve vantaggio per i socialisti nelle intenzioni di voto ma molto vicini in seggi. Quello dell’ emittente “Cadena Ser”, vicina al Psoe, pubblicato questa mattina dava i socialisti al 41,5%, i popolari, in continua rimonta, al 40%. In seggi le proiezioni di Cadena Ser per la prima volta non escludono nulla: vittoria socialista, pareggio tecnico, vittoria del Pp. Il Psoe potrebbe ottenere infatti fra 155 e 164 deputati, il Pp fra 158 e 161.
Ma per la maggior parte degli altri, quasi 90 altri partiti in corsa per il 9 marzo, chi vincerà forse non è la cosa più importante. Meno di una decina approderà in parlamento: Izquierda Unida (Iu), la coalizione di comunisti e Verdi, arriverà terza con circa il 5%, poi ci sarà la solita mezza dozzina di partiti nazionalisti catalani, baschi, galiziani, che su scala nazionale rimarranno sotto il 5%. Il resto è una grande incognita.
Fra i nuovi partiti c'è quest’anno quello antitaurino Pacma (Partido Antitaurino contra el Maltrato Animal), coalizione di movimenti animalisti. Ha presentato liste in 45 delle 52 circoszrizioni nazionali e ha quindi diritto a spot gratuiti in Tv. In corsa c'è anche il Partido por las Libertades Civiles (Plic) formato esclusivamente da gay, lesbiche e transessuali, che chiede una «situazione di normalità». La Rapresentacion Cannabica Navarra (Rcn-Nok) rivendica la legalizzazione del “cannabis ludico” per gli adulti mentre il Partido de los No-Fumadores (Pnf) scende in campo per ottenere una legge che vieti effettivamente il fumo in bar e ristoranti. Quella attuale, molto blanda, è largamente disattesa in tutto il Paese e soprattutto a Madrid, dove i locali rimangono per la maggior parte invasi dal fumo.
In lizza c'è pure il Partido per un Mundo mas Justo (Pum+J), con candidati in tutte le circoscrizioni e un bilancio di campagna di 1500 euro, che lotta contro la povertà. Ci sono anche due movimenti che vogliono ripristinare «l'unità» della Spagna e ridurre le autonomie di catalani, baschi o galiziani, il Puede e la Accion por la Justicia, l’Assemblea per il Voto Elettronico che si propone di fare votare le decisioni del parlamento direttamente dai cittadini via internet, una decina di partiti “falangisti” di estrema destra, due anti-immigranti e la lista di un programma televisivo.
In chiave pubblicitaria la comica Eva H., che presenta sulla Cuatro il programma “Noche H.”, ha registrato la sua lista. E non mancano, in un Paese che è una monarchia costituzionale, anche diverse liste “repubblicane”, bene impiantate soprattutto in Catalogna.
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06:23:00
Etichette: elezioni, partito popolare, polemiche, psoe, socialisti, spagna







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