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giovedì 31 luglio 2008

Tutti gli uomini di Carla Bruni: gaffe della first lady di Francia.

(Panorama) Carla Bruni ha avuto 30 amanti prima di sposare il presidente francese Nicolas Sarkozy e lo ha scritto nella canzone, My Thirty Lovers, pubblicata nel suo ultimo album, Comme Si de Rien N’etait (Come se niente fosse), uscito l’11 luglio nei negozi. L’ex modella italiana ha provocato un imbarazzante scandalo rendendo di dominio pubblico le allegre vicende sentimentali delle quali è stata protagonista, compreso il noto fidanzamento con Sir Mick Jagger ed Eric Clapton. Come se non bastasse, la Bruni ha avuto anche la sventurata idea di distribuire personalmente il suo cd durante l’ultimo consiglio dei ministri in Francia prima delle ferie estive. Così tutti i colleghi del marito ora sono al corrente delle bizzarrie amorose della maldestra moglie del loro presidente, che non è in grado di tenere a bada i suoi bollenti spiriti. Lei si difende dicendo che è tutto un equivoco, e che i testi sono frutto di licenza poetica: “Non è vero che ho avuto trenta amanti. È solo che non ho mai nascosto le mie relazioni. È una cosa ben diversa. E comunque non ho nessun rimpianto”. Il disco della premiere dame è finito al primo posto nelle classifiche francesi, scalzando addirittura l’album dei britannici Coldplay, Viva La Vida. L’attenzione morbosa da parte dei media per le canzoni della modella si spiega facilmente: Carla ha infatti affermato di aver scritto parte dei testi dopo aver sposato Sarkozy. E i francesi, da sempre ossessionati dalla vita amorosa del loro neopresidente, non hanno perso tempo e si sono messi con la lente d’ingrandimento a spulciare ogni singola parola del controverso album.
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Carla Bruni - Quelqu’un m’a dit.

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lunedì 14 luglio 2008

La sconsiderata logorrea di Ingrid Betancourt.

(Annalisa Melandri - Giornalismo partecipativo) Sono sempre più convinta che la mossa più saggia che poteva fare Ingrid Betancourt una volta liberata e che ovviamente non ha fatto, era quella di decretare un saggio e prudente silenzio stampa e godersi la sua famiglia per un mese.

Giusto il tempo di riprendersi, farsi un’idea di quanto accaduto nel frattempo, parlare con i suoi familiari della linea da seguire e poi agire di conseguenza.

Mi stupisce e mi infastidisce quest’irruenza logorroica che sta caratterizzando la sua prima settimana di libertà.

Mi stupiscono certe sue dichiarazioni che ad analisi non dettate dalla pietà e dal buonismo sembrano eccessivamente affrettate.

Tutti noi proviamo compassione per l’aspetto umano e doloroso che ha caratterizzato la sua vicenda, la lontananza dai figli, la lunga prigionia in condizioni non certo facilissime. Ovviamente consideriamo inaccettabile il sequestro come pratica di lotta rivoluzionaria.

Ma noi, che con scritti, articoli, mobilitazioni, appelli e solidarietà alle vittime silenziose e dimenticate di una guerra civile che dura ormai da mezzo secolo, noi che ci impegnamo perchè sulla Colombia non cali mai il silenzio rigorosamente imposto dalle multinazionali dell’informazione , abbiamo ora più che mai il dovere di ricordare che in Colombia vengono continuamente commessi crimini e barbarie dalla parte “legittima” del paese. La stessa che ora si fregia agli occhi del mondo come paladina delle libertà civili per aver restituito Ingrid Betancourt alla sua vita. Noi coerentemente con le nostre posizioni, per esempio non possiamo accettare che un presidente corrompa una deputata comprandogli il voto per la sua rielezione. Coerentemente con le nostre posizioni, non possiamo accettare che in una democrazia che si vanta di essere tale, a innocenti contadini metta le uniformi della guerriglia e li ammazzi per testimoniare il successo della politica governativa di sicurezza nazionale o che utilizzi i loro cadaveri come giustificativo di spesa davanti al Congresso degli Stati Uniti. Non possiamo accettare e tacere il fatto che in Colombia la Fiscalía sta indagando sulla sparizione di 15.645 persone di cui il 97% ad opera di paramilitari e agenti dello stato. Di queste, 1.259 denunce di sparizione forzata si collocano nel periodo compreso tra l’inizio del primo mandato di Uribe e la metà del 2007.

E quindi, coerentemente con le nostre posizioni, espresse sempre con forza e determinazione, proprio per questi motivi non comprendiamo come Ingrid Betancourt, che al momento del suo sequestro era in prima linea nella lotta alla corruzione in Colombia e favorevole al dialogo con la guerriglia, appena libera dichiari che “Uribe è stato un buon presidente” o che i “colombiani hanno scelto liberamente Uribe”, o il “perchè no?” che si è lasciata sfuggire commentando l’opportunità di un terzo mandato del presidente colombiano.

Sono dichiarazioni pesanti e cariche di significato politico. Che pertanto potevano attendere.

Dire che Felipe Calderón, presidente del Messico, possa essere un valido aiuto alla Colombia per la liberazione di tutti gli ostaggi è un’affermazione grave oltre che avventata. Non credo che Ingrid Betancourt non sappia nulla di quanto accaduto a Oaxaca due anni fa, non credo che Ingrid Betancourt non conosca la grave situazione di violazione dei diritti umani in Messico, tanto che perfino gli Stati Uniti hanno vincolato la concessione degli aiuti previsti al paese centroamericano nell’ambito del Plan Mérida al rispetto di tali diritti. E se Ingrid Betancour non sapeva queste cose, avrebbe comunque fatto bene a tacere e a informarsi prima. E’ difficile pensare che lei nella selva sia stata tenuta all’oscuro di quanto accadeva nel paese e fuori. Era in grado di ascoltare la radio ogni giorno ed era perfino informata sulla testata di Zidane a Materazzi, figuriamoci se non sapeva che il secondo mandato di Uribe rischia di essere giudicato illegale. Altro che il terzo. Figuriamoci se la guerriglia, se i capi della sorveglianza dei prigionieri, con uno dei quali ha ammesso di avere un rapporto intimo di amicizia, non commentavano fra loro e magari con lei gli scandali quasi quotidiani della parapolitica, con circa 70 parlamentari inquisiti e 30 in carcere per reati di vario tipo e per vincoli con il paramilitarismo.

Ora se è vero che nessuno ha il diritto di giudicare e criticare chi ha passato sei anni da prigioniera in una foresta, strappata all’affetto dei suoi cari, pensando giorno dopo giorno ai suoi figli che altri gli hanno negato la gioia di veder crescere, è pur vero che a un certo punto ci sono delle assunzioni di responsabilità ben precise che vanno rispettate quando si decide di rivestire un ruolo pubblico e politico. E Ingrid Betancourt il ruolo di paladina dei diritti del popolo colombiano lo aveva assunto prima del suo sequestro e, ipotizzando o lasciando immaginare una sua candidatura presidenziale lo assume tutt’ora. E lo assume anche e maggiormente, dichiarando di voler fare della liberazione degli altri ostaggi nelle mani della guerriglia la sua battaglia. Ma è una battaglia politica quella che dovrà condurre e non militare, anche se ha dichiarato di voler essere un soldato in più dell’esercito colombiano. Politica perchè in Colombia i prigionieri nella selva non stanno lì per giocare a mosca cieca. Il fatto che lei stessa sia stata prigioniera per sei anni, il fatto che ci siano altri ostaggi da più tempo ancora (ricordiamo il figlio del maestro Moncayo, sequestrato da 10 anni), il fatto che nelle carceri colombiane ci siono centinaia di guerriglieri in condizioni non certo migliori di quelle in cui si trovano i prigionieri delle FARC, dimostra chiaramente anche ai più ignoranti in materia, che nel paese è in corso una guerra. E per liberare gli ostaggi di una guerra o sei un soldato o sei un politico. E cosa può fare Ingrid Betancourt una volta smesso l’elmetto da soldato che le hanno infilato in testa nell’aereo che la stava riportando a casa? Una volta finito il concerto a Parigi dove canterà con Miguel Bosé, Manu Chao e Juanes, cosa potrà fare Ingrid Betancourt per tutti gli ostaggi che ancora sono prigionieri della Colombia? E ha chiaro lei che liberare gli ostaggi vuol dire anche mediare per uno scambio umanitario, trattare per una smobilitazione che non sia mandare diecimila uomini a marcire in carcere o peggio ad essere sventrati dalla rappresaglia delle motoseghe dei paramilitari? Ha chiaro Ingrid Betancourt che esiste la guerriglia perchè esiste conflitto sociale ed esiste conflitto sociale perchè c’è ingiustizia, perchè c’è povertà, perchè c’è repressione? Sembrerebbe di sì, perchè ha dichiarato che mentre Uribe concepisce il problema della Colombia legato alla sicurezza e alla violenza, lei lo concepisce come un problema legato al malessere sociale che conseguentemente produce violenza. E allora, visto che lo sa, come si fa a dire che Uribe ha fatto molto per la Colombia e che è stato un buon presidente?

Ingrid non scarta a priori l’ipotesi di candidarsi alle prossime elezioni e un suo compagno di prigionia liberato prima di lei parla anche di un programma elettorale già pronto di circa 200 punti, che lei stessa avrebbe preparato e scritto durante la sua prigionia.

Un’assunzione di responsabilità del genere implica comunque, obbligatoriamente prudenza. Chi dice di non scartare l’ipotesi di candidarsi a futuro presidente della Colombia, non può tre giorni dopo dire che per il momento non metterà piede in Colombia.

Chi si proclama leader della battaglia per la liberazione di tutti i sequestrati nelle mani della guerriglia non può dire tre giorni dopo che non andrà alla manifestazione del 20 luglio prossimo a Bogotà organizzata per le vittime dei sequestri perchè teme rappresaglie e quindi ne organizza una alternativa nella più comoda e sicura Parigi.

Chiediamolo a Iván Cepeda, a Piedad Cordoba, al maestro Moncayo, a tanti altri anonimi coraggiosi e umili difensori dei diritti umani quanta paura hanno di lottare e nonostante tutto continuano a vivere in Colombia, magari senza scorta, magari con Uribe che non li abbraccia come ha fatto con Ingrid Betancourt in questi giorni, mentre invece dalle televisioni e dai giornali li mette continuamente a rischio accusandoli di essere simpatizzanti della guerriglia.

Avremmo potuto chiederlo a John Fredy Correa Falla, membro dei Comitati Permanenti per la Difesa dei Diritti Umani di Chinchiná e di Caldas se ha avuto paura nel momento in cui sabato scorso è stato avvicinato da quattro uomini ed è stato ucciso a colpi di arma da fuoco.

Godeva di qualche misura di protezione, evidentemente insufficiente, John Fredy, perchè lui e la sua famiglia avevano ricevuto minacce di morte da alcuni paramilitari della zona.

Allora mi chiedo, come si fa a parlare di liberazione di tutti gli ostaggi colombiani nella maniera in cui lo sta facendo Ingrid Betancourt, tra un accenno ai capelli lunghi e un altro ai vestiti e i rossetti che le sono mancati, tra un viaggio a Lourdes e un’udienza papale?

Comprendiamo benissimo i timori di Ingrid e della sua famiglia legati ad evidenti motivi di sicurezza, comprendiamo che le FARC le possano sembrare quanto di peggio ci sia in Colombia e in tutto il mondo in questo momento, comprendiamo anche che se l’avesse liberata Hitler in persona lo avrebbe abbracciato come ha abbracciato il generale Montoya (controversa figura dell’esercito colombiano, vicino a gruppi paramilitari) ma la Colombia, e Ingrid Betancourt non può non saperlo, è un paese difficile, dove si muore da tutte le parti e dove la violenza di Stato supera di gran lunga quella della guerriglia e se non altro è meno accettabile. Per tutti questi motivi, forse, era auspicabile un decoroso silenzio da parte di Ingrid Betancourt. Almeno per il momento.

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giovedì 3 luglio 2008

Francia. La destra che marcia al passo della realta'. Non sembrerebbe...

(Queerway) Siamo talmente abituati ad una destra nazionale conservatrice che quasi non ci stupisce più niente di quanto il dibattito politico possa partorire.
Siamo anche talmente abituati a vedere l'enorme differenza che c'è tra la destra conservatrice italiana e le altre formazioni di destra europee che nemmeno ci poniamo più il problema di quanto sia ampio il divario che separa le nostre forze politiche da quelle degli altri paesi membri dell'Unione.
Il discorso vale sicuramente in generale ma diventa quasi paradossale se l'ambito del confronto diventa quello dei riconoscimenti dei diritti civili delle coppie formate da persone dello stesso sesso.

Un esempio lampante del divario intellettuale, politico e sociale che c'è tra l'Italia e il resto del mondo progredito è proprio il raffronto delle dichiarazioni e dell'operato tra la destra di governo italiana e quella dei cugini francesi.
Italia e Francia, da sempre storiche rivali ma fortemente unite da storia, fondamenta di diritto e politica, sono governate da maggioranze di destra.
Dichiaratamente di destra e liberiste.
Per molti aspetti, economici, sociali e politici, i programmi dei due premier sono addirittura sovrapponibili. Molte idee del programma del PdL erano parte del programma di Sarkozy così come visioni forziste del precedente governo sono state riprese dal Presidente francese (fatte le dovute distinzioni ovviamente e i dovuti adeguamenti alle differenti realtà socio-economiche!).

Inoltre entrambe le forze di governo fanno della fede cattolica una sorta di vessillo da sbandierare.
La situazione, quindi, è quanto mai paragonabile.
Bene: tra i primi atti del governo Sarkozy c'è stata una legge di tutela delle persone omosessuali. Non leggi o decreti contro l'omofobia (la Francia ne è ben fornita da anni) ma direttamente per le coppie di conviventi.
Là, dove le coppie composte da persone dello stesso sesso possono accedere ai PACS, il Presidente ha ritenuto fosse un obbligo morale per il proprio governo di ispirazione liberale estendere l'esenzione tributaria sulla successione a chi avesse contratto proprio i PACS.

Nel programma dello stesso Sarkozy poi c'era l'esplicita promessa di una legislazione che permettesse di superare i PACS e di equiparare le coppie omosessuali a quelle eterosessuali sposate. Il tutto, ovviamente, senza intaccare le conquiste già raggiunte.
Inutile paragonare i provvedimenti presenti e futuri del governo Berlusconi e le promesse in tal senso nel programma elettorale: erano semplicemente brutalmente assenti!
Ad ogni modo in questi giorni il Presidente della Repubblica Francese sta mettendo mano proprio a quella promessa elettorale fatta alle coppie gay e lesbiche e ha preparato la bozza di una legge che permetterà la nascita di un istituto parallelo al matrimonio, del tutto simile al matrimonio civile ma esplicitamente dedicato alle coppie omosessuali sul modello della Civil Partnership anglosassone.

E' evidente che, anche da destra, non ci si può che rendere conto di quello che succede nella realtà sociale e che la società stessa già vive situazioni delle quali va preso atto e che la politica non può ignorare certe realtà.
Il dibattito interno francese, quindi, si è acceso sulla proposta del Governo di "contrats d'union civile" e sulla necessità di eguaglianza dei cittadini GLBT. D'altronde la Francia ha nei geni stessi della propria democrazia i principi libertà, fratellanza e uguaglianza.
Lo scontro politico, quindi, si è spostato dal triste piano della necessità di una legislazione (necessità ormai data per scontata da tutte le forze in campo) al piano più strettamente costituzionale/giuridico.
A sostenere la proposta di Sarkozy le forze di destra (quelle che in Italia invocano garrote e pulizie etniche!) mentre contrari alla stessa proposta sono le forze più progressiste e le stesse associazioni GLBT.

Il motivo del dissenso è semplice: sarebbe in contrasto con i "valori universali della Repubblica". L'istituto delle unioni civili, infatti, creerebbe un istituto giuridico riservato ad una sola fetta della popolazione escludendo, da una parte, tutti gli altri e formando una sorta di "contratto ghetto" per chi possa accedervi.
L'unica soluzione, secondo le associazioni GLBT e le forze socialiste, sarebbe quella di aprire l'accesso all'istituto matrimoniale civile a tutte le coppie senza distinzione e senza preclusioni per le coppie formate da due uomini o due donne.
Il progetto del Governo, secondo la federazione delle associazioni GLBT (anche questo sarebbe un modello da imitare in Italia, ma questa è un'altra storia...), non rispetta il principio di uguaglianza tra tutte le coppie che, oltre ad essere sancito dalla Repubblica, era proprio la promessa fatta dal ex candidato alla presidenza Sarkozy.
Nicolas Sarkozy, infatti, durante la campagna elettorale, dall'emittente TF1, aveva dichiarato in maniera inequivocabile di voler "garantire l'eguaglianza dei diritti di successione, sociali e fiscali" della coppie omosessuali.
Al di la delle diverse formule in gioco nel dibattito c'è da rilevare un dato: presto il governo di destra francese varerà una legge che o darà la luce ad un istituto in tutto simile al matrimonio civile ma riservato alle coppie omosessuali o, se le associazioni GLBT riusciranno nella loro battaglia, aprirà le porte delle Meries alle coppie gay e lesbiche per la celebrazione dei matrimoni civili.

La conquista, al di la della formula, per i francesi sembra ormai dietro l'angolo.
A questa importantissima conquista si sta affiancando anche un'altra importantissima discussione politica.
Dopo una sentenza della Corte Europea che dovrebbe obbligare lo Stato Francese a dare in adozione dei figli anche alle coppie gay e lesbiche, i single in Francia già possono adottare, sembra pronto anche il dibattito per l'inseminazione artificiale e, soprattutto, per la Surrogacy.
Il fenomeno delle coppie che vanno in Ucraina, all'est, o in Canada per affittare un utero è ormai talmente vasto che la Francia sta pensando ad una legge per regolamentare una simile pratica e consentire questo particolare metodo di "filiazione".
A quanto pare, infatti, sono sempre di più le coppie europee che vanno a Kiev, o nella Repubblica Ceca, o in Polonia dove la maternità surrogata non è illegale e si è ormai trasformata in un business potentissimo. Alcune ricerche stimano in 300/400 coppie all'anno quelle che dalla Francia vanno all'estero per cercare una soluzione ai propri problemi d'infertilità. Le coppie, ovviamente, sono tanto eterosessuali che anche gay.
La pratica della surrogacy è illegale dal 1994 in Francia ma ora si sta pensando di rivedere quella norma proprio perchè ormai sono molte le coppie francesi che, dopo aver trovato una soluzione all'estero, tornano in patria e scoprono di non poter registrare il neonato come figlio proprio.

A far meditare la politica sulla possibilità di cambiare la legge ed abolire il divieto, oltre al numero crescente di casi, è stato anche uno studio dell'Agence de la biomédicine, pubblicato nel 2007, che ha rivelato che 53% dei cittadini francesi è favorevole alla legalizzazione della maternità surrogata.
Così, dopo un'analisi durata sei mesi, un gruppo di lavoro del Senato di Parigi (una sorta di commissione parlamentare) ha proposto all'Assemblea Parlamentare una proposta di legge per la legalizzazione regolamentata della maternità surrogata. Decisione presa anche in vista della futura revisione della legge bioetica nazionale prevista per il 2009.
Al gruppo ristretto di lavoro hanno partecipato senatori, medici e avvocati capeggiati dalla socialista Michèle André ed hanno prodotto un testo che approderà presto alla discussione delle parti politiche.
L'obiettivo principale era quello di evitare la commercializzazione della pratica, cosa che, purtroppo, sta invece accadendo proprio nei paesi dell'Est. "Sempre più paesi autorizzano la maternità surrogata, situazione che genera un vero e proprio turismo procreativo. Se non andiamo verso la legalizzazione, lasceremo spazio a pratiche lucrative", ha spiegato la stessa André.
A questo punto la palla passerà alla politica, propriamente detta, e c'è già chi avanza pareri contrari.
Veltroni Berlusconi In ogni caso, quello che c'è da notare, tanto per la controversia sui contrats d'union civile che sulla surrogacy è che sono ipotesi avallate anche dalla destra francese, la prima addirittura dal "conservatore" presidente Sarkozy mentre in Italia sono soluzioni impensabili perfino dal PD che è la forza più prograssista del Parlamento Italiano. E' tutto dire!
In buona sostanza si può tranquillamente sostenere, con la prova provata dei fatti che il partito più progressista italiano è assai più conservatore di un partito convintamente di destra d'Oltralpe. Se continuiamo così va a finire che anche i partiti xenofobi superano le nostre forze politiche e si ritrovano a sinistra di Veltroni!
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E' evidente che all'amico che ha scritto questo articolo è sfuggito qualcosa della Francia di destra di Napoleon- Sarkozy. Vi invitiamo, e con voi anche lui, a leggere questi articoli:

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martedì 1 luglio 2008

Gaypride Parigi. Fischi e contestazioni per i gay di centrodestra.

Nel corso del pride parigino che diversamente da quello bolognese ha visto la partecipazione di centinaia di migliaia di francesi, il carro di GayLib, associazione di gay e lesbiche dell’UMP (il partito del presidente Sarkozy), è stato bloccato per più di un’ora da militanti delle Panthères Roses, di ActUp e di Aides e da un centinaio di partecipanti, che protestavano contro la politica del governo Fillon-Sarkozy che a gran voce chiedevano la parità tra omosessuali ed eterosessuali.

Il boicottaggio è stato ben studiato, ed è stato accompagnato da slogan come: “Niente UMP al Pride!” o “Sarko, Boutin (esponente ultracattolica dell’UMP, oggi ministro, Vanneste, (esponente dell’UMP condannato più volte per omofobia), vi detestiamo!”. Il carro la cui parola d'ordine era comicamente «Le changement, c'est Nous!»... è così giunto alla Bastiglia, luogo d'arrivo della parata, alle 19, con un'ora di ritardo.

Risulta anche in questa occasione emblematica la posizione di Emmanuel Blanc: fondatore di Gaylib in Francia, strenuo sostenitore di Sarkozy e, nello stesso tempo, incapace di rendersi conto che il suo appoggio viene totalmente ignorato come nel caso si altri sedicenti gruppuscoli europei di sedicenti gay liberali o di destra.

Autocritica è stata fatta da Jean-Luc Romero, esponente indipendente del partito di Nicolas Sarkozy (UMP) che ha ammesso: “sotto i governi di destra le questioni sociali non fanno mai molti progressi. È da un anno che le personalità più aperte della maggioranza non si fanno sentire”.

Fonte| Libération
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I tg francesi sul pride parigino.


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Il corteo con il carro contestato di GayLib.

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martedì 3 giugno 2008

Sarko: "Il matrimonio? E’ riservato a un uomo e a una donna".

Intervista al presidente che non lo era ancora. Sull’integrazione diceva di preferire "un islam della Francia, in linea con i valori della nostra Repubblica, che un islam sottomesso".
(Il Foglio) In Italia lei è considerato un uomo della destra dura, dalle posizioni sempre fisse sull’idea di sicurezza pubblica e dalle tendenze fortemente liberali e populiste, senza dimenticare la sua posizione definita “atlantista”, pro israeliana e pro americana, che tanto inquieta la sinistra italiana ed europea. Ritiene che questo ritratto sia quello giusto?

Sarkozy - Bene, vediamo, direi che non avete dimenticato nulla. Questa è la lista completa dei tratti più caricaturali solitamente utilizzati da tutti quelli che in generale non hanno esattamente le migliori intenzioni nei miei confronti. Con un pedigree del genere, viene da chiedersi come possa essere candidato alle elezioni in Francia. Questa percezione di me, evidentemente, non è né giusta né veritiera. Ho voluto essere il candidato di una destra repubblicana finalmente libera dal complesso di non essere la sinistra, di una destra sicura dei propri valori: il lavoro, l’autorità, il primato della vittima sui delinquenti, gli sforzi, il merito, il rifiuto dell’assistenzialismo, dell’ugualitarismo e del livellamento verso il basso. Questo fa di me un uomo della destra dura? Per anni, nell’esercizio delle funzioni ministeriali, mi sono speso per combattere e ridurre la mancanza di sicurezza che era letteralmente esplosa sotto il governo di sinistra di Lionel Jospin. Ho ottenuto risultati significativi e credo che domani dovranno essere rafforzati migliorando il funzionamento generale di tutto il sistema penale, in particolare per poter meglio lottare contro la recidività e la sensazione d’impunità dei minorenni pluri-reiteranti. I miei principali concorrenti sembrano avere idee meno chiare in merito e paiono inclini a tornare al lassismo. Questo fa di me un fissato della sicurezza? Per quel che concerne l’economia, sono innanzi tutto un adepto del pragmatismo. Credo nelle libertà economiche. Credo nell’economia di mercato. Ma so anche che il mercato non dice tutto e non può tutto. Credo al volontarismo politico in campo industriale e tecnologico, e non mi spiace aver fatto la scelta d’intervenire per salvare Alstom, un’impresa che è tornata a prosperare. Questo fa di me un liberale? Sono visceralmente attaccato all’indipendenza della Francia e dell’Europa di fronte a qualsiasi potenza. E deploro il fatto che l’Unione europea non dia prova d’unità, di realismo e di autonomia nelle relazioni economiche e commerciali con le altre regioni del mondo, come anche in politica estera e di difesa. Non vedo incompatibilità tra questo e il fatto di considerare gli Stati Uniti una grande democrazia con la quale abbiamo molti valori in comune e indefettibili legami storici. Così come non vedo incompatibilità tra il riconoscimento del diritto dei palestinesi a uno stato sostenibile e il fatto di considerare la sicurezza d’Israele non negoziabile. Questo fa di me un atlantista, un pro israeliano e un pro americano? E’ una lettura che quantomeno manca della più elementare sottigliezza. La verità è che chi afferma queste cose è anti israeliano e antiamericano. Pensino a sé, invece di denigrare gli altri.

F - Lei è il favorito, davanti a Mme Royal e François Bayrou. Ma l’ascesa di Bayrou è insidiosa. Teme l’alternativa “centrista”?

S - Credetemi, non vedo in me il favorito di queste elezioni, piuttosto lo sfidante. E’ mia intenzione fare campagna elettorale fino all’ultimo minuto dell’ultimo giorno per convincere i francesi della correttezza del mio progetto, delle mie proposte e del mio modo di procedere. Questa campagna dimostra due cose contemporaneamente: da una parte che i cittadini non hanno perso completamente la fiducia nella politica, ma dall’altra anche che sono sempre più esigenti nei confronti di chi ha la pretesa di rappresentarli. Le sale dei convegni non sono mai state così piene, le trasmissioni politiche mai così seguite. Non abbiamo più il diritto di deluderli. Voglio dire loro tutto prima, per poter fare tutto dopo, se sceglieranno di darmi la loro fiducia. E, onestamente, quando osservo il grado di imprecisione, d’improvvisazione e di confusione degli altri due candidati citati, mi dico anche che non abbiamo il diritto di perdere queste elezioni, decisive per l’avvenire del nostro paese e, per suo tramite, dell’Europa intera”.

F - Che rapporti ha con la classe dirigente italiana e che giudizio ne ricava?

S - Conosco bene la maggior parte dei responsabili politici italiani, Romano Prodi, Giuliano Amato, Massimo D’Alema, Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini, Pierferdinando Casini, Giuseppe Pisanu. Li stimo. Ora, non sono i responsabili francesi a scegliere i dirigenti italiani, e viceversa. L’Italia è un grande paese europeo, per di più confinante con la Francia e, come il nostro paese, si affaccia sul Mediterraneo. Abbiamo sfide comuni da raccogliere: nel campo industriale, in quello della sicurezza, della lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata, della gestione dei flussi migratori. Anche l’Italia rientra nel novero degli stati fondatori dell’Ue, ed è difficile pensare a rilanciare il progetto europeo senza di lei. Se sarò eletto, tenterò quindi di mantenere relazioni ottimali con il governo che gli italiani avranno scelto per sé.

F - In Italia abbiamo seguito con grande attenzione l’istituzione del Consiglio francese del culto musulmano (Cfcm) e tutto il dibattito tra il governo e il capo del Consiglio, Dalil Boubaker. Può fare un bilancio e darci un’idea in prospettiva del futuro di questa istituzione?

S - Effettivamente mi sono impegnato a fondo nella creazione del Cfcm, l’istanza rappresentativa dei musulmani in Francia, e delle sue succursali regionali, le 25 Crcm. Perché? Perché preferisco un islam della Francia, in linea coi valori e le regole della nostra Repubblica, piuttosto che un islam in Francia, che resterebbe sottomesso a influssi stranieri. Il Cfcm riunisce le diverse correnti di pensiero musulmane e ci permette di instaurare un dialogo con loro, ma anche, naturalmente, con le autorità pubbliche e gli altri componenti della società francese. Concretamente, il Cfcm si occupa di costruire le moschee, gestire le zone musulmane nei cimiteri, organizzare le feste religiose, nominare i cappellani negli ospedali, le scuole e le prigioni, ma anche di formare gli imam. Il bilancio del Cfcm dalla sua creazione, nel 2003, per me è positivo e incoraggiante. Inoltre, sono convinto che nessun governo, in futuro, quale esso sia, metterà in dubbio la sua esistenza e le sue finalità.

F - La sicurezza e l’immigrazione sono temi sui quali lei ha concentrato maggiormente il suo operato come ministro dell’Interno. Cosa pensa della direttiva europea che riguarda lo scambio dei dati tra i diversi servizi segreti e l’armonizzazione delle norme che disciplinano l’arrivo dei clandestini?

S - Lei sicuramente fa riferimento alla proposta di direttiva riguardante il rimpatrio degli immigrati irregolari. La Commissione europea ha ritenuto necessario scrivere un nuovo capitolo nell’armonizzazione delle procedure di espulsione. E’ innegabilmente una buona cosa, a condizione però che gli stati possano conservare ancora un certo margine di manovra. Quanto alla cooperazione in materia di scambio d’informazioni tra i diversi paesi europei, ritengo che sia indispensabile, che si tratti di lotta all’immigrazione clandestina, e in particolare grazie al futuro sistema relativo alle informazioni sui visti, o alle reti della criminalità organizzata, che prosperano sfruttando la miseria e la disperazione degli uomini. In linea più generale, spero che gli stati europei un domani possano andare più lontano nell’approfondire il coordinamento delle proprie politiche in materia d’immigrazione, d’asilo e di controllo delle frontiere. Nell’ambito delle mie responsabilità come ministro dell’Interno, ho già avuto occasione di presentare ai nostri partner proposte in questa direzione.

F - Lei ha spesso dichiarato di voler rivedere la legge sulla laicità del 1905. Come pensa possa essere modificata, e in che direzione?

S - Per me non si è mai trattato di toccare i principi fondamentali della legge del 1905. Questa legge non impone proibizioni, ma chiarisce le relazioni tra lo stato e le religioni. E’ una legge di tolleranza, che assicura contemporaneamente la libertà di coscienza e la neutralità dello stato, in altre parole l’uguaglianza dei culti davanti all’autorità pubblica. Ho semplicemente espresso il desiderio di avviare una riflessione sulla necessità di precedere a un nuovo ritocco, per far fronte a una realtà nuova: e cioè il fatto che la religione musulmana, che oggi è diventata la seconda religione in Francia, dopo la religione cattolica, mentre nel 1905 praticamente non esisteva sul nostro territorio. Ricordo poi che questa legge è stata emendata tredici volte! Una relazione di esperti, che mi è stata presentata a settembre, mi raccomandava di modificare la legislazione in modo da dare ai comuni la possibilità, debitamente contestualizzata, di aiutare, se necessario, gli investimenti per il culto. Questa questione merita di essere studiata, proprio perché non è giusto che i fedeli di determinate confessioni apparse di recente sul nostro territorio incontrino difficoltà nella pratica del proprio culto. Non penso però che sia opportuno legiferare senza aver prima ottenuto un consenso molto ampio. Per legiferare su questioni così delicate mi sembra indispensabile che la grande maggioranza dei francesi e delle varie comunità religiose sia d’accordo.

F - In Italia si parla molto di famiglia, di matrimonio e del ruolo della chiesa, che oggi si rinnova. Lei è contrario al matrimonio omosessuale e all’adozione da parte delle coppie omosessuali. Che sensazioni le ispira la chiesa di Papa Ratzinger, ultima assise morale delle società postmoderne?

S - Tenuto conto della separazione tra stato e chiesa, è imperativo che i politici francesi mantengano un certo riserbo in materia religiosa. Detto questo, come la maggior parte dei miei compatrioti, ho davvero una grande considerazione e grande rispetto del Papa e di ciò che rappresenta. So cosa debbano all’eredità cristiana l’Europa in generale e la Francia in particolare. Quanto alla questione della famiglia e delle coppie omosessuali, l’ho detto molto chiaramente: non sono né a favore del matrimonio degli omosessuali, né dell’adozione da parte delle coppie omosessuali. Questo però non significa che io neghi la realtà e la legittimità dell’amore omosessuale. Non ha minore dignità dell’amore eterosessuale. Penso semplicemente che l’istituzione del matrimonio, per mantenere un senso, debba essere riservata agli uomini e alle donne. Penso, allo stesso modo, che una famiglia sia costituita da un padre, una madre e dei bambini. Per le coppie omosessuali in Francia abbiamo i pacs. Propongo di andare ancora più in là e creare un contratto d’unione civile che garantisca la perfetta uguaglianza con le coppie eterosessuali sposate, per quanto concerne i diritti alla successione, fiscali e sociali.

F - In Libano, i nostri soldati si sono conformati alla risoluzione dell’Onu che prevede una forza multilaterale lungo la frontiera con Israele. Certi rapporti delle Nazioni Unite segnalano il riarmo di Hezbollah. Pensa che sia necessario ripensare la missione Unifil perché sia efficace?

S - La missione Unifil 2, creata dalla risoluzione 1.701 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, aveva ricevuto un mandato realista, ovvero assicurare un cessate il fuoco duraturo tra le parti libanesi e Israele. Fino a oggi ci è riuscita bene, senza dubbio anche perché la Francia, sotto l’impulso vigilante di Jacques Chirac, aveva preteso sin dall’inizio che si garantissero tutte le condizioni per l’efficacia dell’azione della forza internazionale: un mandato chiaro e rafforzato rispetto a Unifil e regole d’ingaggio predefinite. Ciononostante, l’equilibrio nella regione rimane fragile. Il disarmo delle milizie – elemento fondamentale per la stabilità – deve rimanere al centro delle preoccupazioni del governo libanese. Più che a Unifil 2, spetta al governo locale organizzare la deposizione delle armi da parte delle milizie e impedire il riarmo di una loro parte, garantendo un vero controllo della frontiera sirio-libanese. Dobbiamo augurarci che il processo politico libanese possa prendere il largo, che i libanesi riprendano in mano il proprio destino e ritrovino il cammino del dialogo interno. La consegna delle armi alle autorità libanesi legittime sarà la migliore garanzia del ritorno a una pace durevole”.

F- Oggi la Nato è messa a dura prova, che si tratti di Afghanistan o della costruzione dello scudo americano nell’Europa dell’est. Come pensa debba rispondere la Francia alle domande di flessibilità dell’Alleanza atlantica? E alle accuse della Russia?

S - La Nato conserva, in un mondo incerto e pericoloso, il suo valore e la sua legittimità, perché offre un solido ancoraggio euro-atlantico, che ormai da quasi sessant’anni dà prova della sua importanza per la sicurezza europea. Mi auguro che la Francia si assuma appieno la propria responsabilità nel quadro dell’Alleanza e contribuisca alla riflessione sull’evoluzione delle missioni. La Francia è già molto attiva, come lei sa, e contribuisce in modo importante alle operazioni nei Balcani e in Afghanistan. E’ mia intenzione confermare la solidità di questo impegno. Per il futuro, non dobbiamo perdere di vista però la specificità della Nato, che è un’alleanza militare. Non mi pare utile né opportuno che si sviluppi in direzione di un nuovo tipo di organizzazione a vocazione universale, più o meno concorrente all’Onu. Vorrei che conservasse la sua vocazione militare e un ancoraggio geopolitico chiaro sul continente europeo. Per il resto, l’Europa deve affermare la propria volontà e la propria capacità di assicurare in modo più autonomo la protezione del suo territorio. L’Ue deve darsi l’ambizione di definire e attuare una politica di difesa conforme alla sua situazione geografica e ai suoi interessi. Il progetto americano antimissile per ora non rientra nel campo Nato: è spunto per discussioni bilaterali tra Washington e alcune capitali europee, sulle quali non è mio compito esprimermi. Però l’Ue trarrebbe vantaggio dal parlare con una voce sola in merito a questioni tanto strategiche. Dov’è la sua legittimità se non è in grado di esistere su un capitolo nel quale il suo progetto politico dovrebbe raggiungere il pieno significato? La preferenza europea deve valere anche, e forse soprattutto, nel campo della sicurezza e della difesa. Lei fa notare che la Russia ha manifestato inquietudine. Non è una cosa nuova, queste reazioni hanno accompagnato tutte le evoluzioni della Nato. Dobbiamo incoraggiare il dialogo tra Washington e Mosca, in modo che non si creino malintesi, che sarebbero dannosi per tutti. A proposito dello scudo, esso non può sostituire la dissuasione, anche se può essere utile per completarla.

F - L’Iran è una minaccia sempre più imminente. La Francia e l’Italia sono più propense al dialogo rispetto ad altri membri della comunità internazionale. Qual è la sua posizione rispetto al regime di Ahmadinejad?

S - E’ inaccettabile e pericoloso che Teheran si doti di una capacità nucleare militare. Spetta all’Iran ristabilire la fiducia nella natura delle sue attività nucleari. E’ ciò che ha voluto dire il Consiglio di sicurezza quando ha votato all’unanimità la risoluzione 1.737. L’importante è mantenere la fermezza e l’unità della comunità internazionale di fronte alla prova cui è sottoposta la sua determinazione a contenere i rischi di proliferazione. E’ questo il senso dell’azione degli europei dal 2003. Tale politica di fermezza e di dialogo oggi è condivisa da tutti i membri permanenti del Consiglio di sicurezza. In questa continuità si iscriverà la mia azione, se sarò eletto. Per quel che riguarda Ahmadinejad, i suoi interventi che incitano alla distruzione di Israele o che negano la realtà della Shoah sono inammissibili e irresponsabili. Ma non sono sicuro che abbiano trovato l’appoggio della maggioranza degli iraniani, tutt’altro.

F - Lei vorrebbe rilanciare la costruzione dell’Europa con un Trattato semplificato. Quali sono le alleanze che imbastirà, con i partner europei, per arrivarci? Contro la Turchia e la sua ammissione nell’Ue lei ha lanciato l’idea di un’Unione del Mediterraneo. Conta su una collaborazione privilegiata con l’Italia?

S - Presto saranno passati due anni da quando l’Europa è entrata in stallo a causa del rifiuto da parte di due paesi fondatori, tra cui la Francia, del Trattato costituzionale. Possiamo dispiacercene, ma non possiamo che prenderne atto e tentare d’immaginare alternative per uscire insieme dalla crisi. Non sarà possibile rilanciare l’Europa con le istituzioni attuali, che non sono concepite per un’Ue a 27. Ma due anni d’immobilismo sono più che sufficienti. Per questo propongo di riprendere le disposizioni della prima parte del Trattato che avevano trovato maggiore consenso. E’ quello che io chiamo Trattato semplificato. Su questa base è possibile raggiungere in tempi rapidi un consenso. Ho fiducia nella buona volontà, nel realismo e nel desiderio di progredire di tutti i partner. Per quel che concerne la Turchia, è un grande paese e un grande alleato per cui ho il massimo rispetto. Se sono contrario alla sua adesione non è perché sia contrario alla Turchia, ma perché sono a favore di un’Europa politica. Ci sarebbe una contraddizione tra l’adesione della Turchia e il progetto di un’Europa integrata a livello politico: l’Ue non può estendersi in modo indefinito e deve avere delle frontiere. Per ragioni storiche, geografiche e culturali, la Turchia non ha la vocazione a situarsi all’interno di tali frontiere. A meno che queste non siano comuni domani con la Siria o l’Iraq, il che mi sembra difficilmente accettabile. Il momento in cui si è pensato alla prospettiva di un’adesione è passato da quasi 45 anni, e si trattava di aderire a un mercato comune, non a un’unione politica. Sono a favore della creazione di una collaborazione strategica privilegiata, economica e culturale con la Turchia, come con altri stati del Mediterraneo. L’Unione euro-mediterranea che ho proposto s’inserisce in questo quadro. L’Europa, a cominciare da Francia e Italia, non può voltare le spalle al Mediterraneo, elemento strutturale della sua identità e della sua stabilità. (traduzione di Elia Rigolio)

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sabato 2 febbraio 2008

Oggi sposi... Finalmennte nozze per la Bruni e Sarkozy.

(La7) La cerimonia si è svolta al primo piano dell'Eliseo alla presenza di una ventina di persone.
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venerdì 18 gennaio 2008

Cafonerie. La soap opera dell’Eliseo ci ha proprio deluso.

(Vera Montanari - Grazia) Non ho niente contro gli uomini affettuosi, anzi. Sono una specie così rara, soprattutto quelli “adulti”, che vanno apprezzati, incoraggiati, addirittura protetti. Però l’ennesima foto di Nicolas Sarkozy mano nella mano con Carla Bruni mi ha provocato un irresistibile moto di fastidio. E anche di delusione. Ma come, il mito della nuova mascolinità e della nuova politica, il duro con l’anima che stava cambiando le regole del gioco, è diventato nel giro di pochi mesi il più banale ed esibito dei fidanzatini di Peynet? Lungi da me qualsiasi moralismo, ma il signore ha un grosso ruolo istituzionale, e simbolico, e la separazione da Cécilia risale a meno di tre mesi fa. Probabilmente deve avere pensato, da buon politico, che un “trimestre bianco” era più che sufficiente per, come dicono gli psicologi, elaborare il lutto. E vai con le visite ufficiali, con tanto di “suocera” al seguito che rilascia interviste; vacanze cosiddette private, super documentate, con il figlio di lei, portato in groppa da lui, i fotografi che si avventano, la mamma che gli copre (un po’ tardivamente, no?) la faccia…

e poi le polemiche per decidere il ruolo della fidanzata nella delegazione ufficiale, la stanza insonorizzata all’Eliseo per lavorare al nuovo disco in tutta tranquillità, lo stesso anello per lei e per l’ex moglie…

Via, monsieur le president, un po’ di criterio, di buon senso, di buon gusto… Almeno per rispetto a noi, stupide romantiche, che abbiamo ancora negli occhi la foto di fronte all’Eliseo, con i cinque figli schierati a festeggiare il papà presidente. Ora, lasciamo perdere i grandi, ma cosa avrà pensato il piccolo Louis vedendolo che fa praticamente da padre, sotto gli occhi del mondo, ad un bambino sconosciuto, un quarto d’ora dopo la separazione da sua madre? Psicologi e pedagogisti temo avrebbero qualcosa da eccepire. Durante la conferenza stampa di settimana scorsa, il presidente ha contrattaccato: «Ho voluto rompere con le ipocrisie e le menzogne. Questa è una storia seria. Quanto al matrimonio, ci sono forti probabilità che ne sarete informati a cose avvenute». Matrimonio? Ma cos’è, una scommessa con gli amici, una gara televisiva? Riuscirà il nostro eroe a innamorarsi, sposarsi, fare dei figli (i giornali danno la Bruni già per incinta) entro tre mesi dal primo incontro e dalla separazione? Insomma, il mitico Sarkozy ci sembra un po’ scomposto, tra il cinquantenne in crisi da andropausa e l’adolescente in piena tempesta ormonale. Solo Fiorello può risollevarci: confidiamo stia già preparando la versione first lady, tanto intimista, tanto chic, di Carla Bruni…

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venerdì 11 gennaio 2008

Sarkozy messo a nudo nella biografia su Cecilia, autorizzata pubblicazione.

L'ex moglie del presidente francese aveva cercato di bloccare l'uscita del volume, ma il giudice le ha dato torto.

(Simona Buonomano - La7) Cecilia perde ancora, ma ne esce a testa alta. L'ex moglie del presidente francese Nicolas Sarkozy, dopo aver visto l'ex marito esibire in pubblico il suo amore per la più bella e più giovane Carla Bruni, ha evitato la vendetta e si è battuta per bloccare la pubblicazione di una biografia che conteneva giudizi al vetriolo sul capo dell'Eliseo. Il giudice oggi però le ha dato torto. Il libro, intitolato "Cecilia", uscirà comunque, e tutti leggeranno quelle indiscrezioni sul presidente francese, descritto come un padre disattento, un donnaiolo e un gran tirchio. Gli avvocati dell'ex first lady hanno annunciato che presenteranno ricorso. La motivazione è che il volume rappresenterebbe una violazione della privacy. Una vera signora, verrebbe da pensare di Cecilia, ma chissà che quel libro non riveli qualcosa di più. Ad esempio sembra che in quelle pagine si racconti quale fu la vera causa del divorzio della coppia presidenziale: non le malefatte di Nicolas, ma una "dichiarazione d'amore" di Cecilia per il pubblicitario Richard Attias, l'uomo col quale aveva avuto una relazione extra-coniugale nel 2005: "Richard Attias, avrebbe detto l'ex signora Sarkozy, è l'uomo che più ho desiderato in tutta la mia vita. Credo di non avere mai amato prima".
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mercoledì 9 gennaio 2008

La Rivoluzione di Sarkozy: via gli spot dalla tv pubblica.

(Tvblog) Nelle ultime settimane il Presidente della Repubblica Francese, il controverso Nicolas Sarkozy, è stato trattato dalla stampa mondiale (compresa quella Italiana) come una sorta di capricciosa star del cinema, inseguito ovunque per riuscire a rubare qualche suo scatto fotografico in compagnia della nuova fidanzata Carla Bruni. Il modo migliore per riappropiarsi della scena come uomo politico capace di mettere in moto grandi cambiamenti per il suo paese? Una proposta che rivoluziona il sistema radiotelevisivo.

L’idea su cui Sarko dice di voler “riflettere” è semplice: “la soppressione totale della pubblicità sulle reti pubbliche” per di più finanziata da “una tassa più alta sugli introiti pubblicitari delle reti private e da una tassa infinitesimale sul volume d’affari dei nuovi mezzi di comunicazione, come l’accesso a Internet o alla telefonia mobile“. La prospettiva, vista da qui, appare sconvolgente, eppure non è affatto una novità. Negli anni sono decine le dichiarazioni del politico italiano di turno che vuole “rinnovare la Rai”, “ridurre drasticamente la pubblicità”, “tagliare una rete”, “privatizzare la tv pubblica”: tutte grandi rivoluzioni mai nemmeno partite.

Sarkozy, che è un politico navigato, non ha parlato di date precise o di leggi, ma ha lanciato un’idea di grande effetto che, ci scommettiamo, rischia di diventare realtà molto prima di quando il Parlamento Italiano avrà approvato una singola legge che modifichi l’assetto attuale della nostra Rai. A ben guardare poi, saremmo proprio noi italiani a dover richiedere una misura del genere, proprio noi che della pubblicità sulla tv pubblica siamo le vere vittime.

Il colpo d’occhio sulle cifre è impietoso: con un Canone Tv sostanzialmente simile (intorno a 120 euro annui rispetto ai nostri 106) i francesi possono godere di una televisione che si finanzia solo per il 36% grazie alla pubblicità contro il 52% della Rai.

L’invito ai politici nostrani però non è quello di imitare Sarkozy, ma di lasciar perdere, di promesse da marinaio ne abbiamo sentite fin troppe.

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lunedì 7 gennaio 2008

Carla Bruni aspetta un figlio da Sarkozy. Esclusiva da Montecarlo.


(Temis) C'è un (dolce?) segreto dietro l'accellerata che Sarkozy ha impresso alla sua storia d'amore con Carla Bruni. La cantante sarebbe in dolce attesa. La voce circola tra le vecchie dame parigine che svernano a Montecarlo. Nel Principato ne parlano apertamente e anche se la stampa per ora tace viene considerato il segreto di Pulcinella. E' indubbio che l'immagine della coppia presidenziale venga gestita dalla sala stampa dell'Eliseo. Prima l'uscita mano nella mano a Disney, poi il viaggio di coppia alle Piramidi; quindi l'apparizione del figlio di lei coccolato paternamente da lui e le prime indiscrezioni sulla prossima data del matrimonio: 8/9 febbraio. Perchè tanta fretta? i primi commentatori hanno attribuito la decisione all'esigenza di ristabilire l'immagine del presidente, un pò appannata dopo l'abbandono di Cecilia (un uomo di destra non si fa lasciare, ma lascia la sua donna). Troppo debole la spiegazione e i sondaggi in calo dimostrano che il neo fidanzamento non ha ben portato a Sakozy (d'altronde la sortita con il bimbo sulle spalle è un pò troppo esibizionistica). La gravidanza della Bruni spiegherebbe invece tutto!

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giovedì 3 gennaio 2008

Sarkozy, la Bruni e le ore del sesso.

(Cafè Babel) Le relazioni pericolose del Presidentissimo francese Nicolas Sarkozy sono ben protette dalle finestre chiuse dell'Eliseo. O, forse, il nostro preferisce nascondersi in una bella garçonnière parigina con la bella top model di italiche origini. Lo immaginiamo già confidare ai suoi amici fidati le destrezze dei suoi galanti tête à tête.

In Germania e Italia, invece, la traduzione letterale di questa espressione, kopf-an-kopf, “testa a testa”, è usata per ben più triviali competizioni, equine e non.

Ma i francesi sono ricchi di espressioni birichine. E per un tête à tête a sfondo erotico e spesso extraconiugale parlano di cinq à sept, “tra le cinque e le sette”, l'orario privilegiato per questo tipo di peccati tra la fine dell'orario di ufficio e il ritorno a casa. Nel francese parlato nella provincia canadese del Québec, invece, la stessa espressione designa un semplice incontro. Attenti agli equivoci se viaggiate a Montreal!

Il Don Giovanni inglese ha, quanto a lui, l'istinto del cacciatore: l'incontro galante, i sudditi di Sua Maestà lo chiamano tryst, che prima stava ad indicare un luogo buio nella foresta. Un modo più british per dire “imboscarsi”.

Ma gli inglesi hanno anche una variante magica. Nella parlata colloquiale, un hanky-panky – derivato da hokus-pokus, equivalente del nostro “abracadabra” – designa incontri spinti.

I tedeschi, in compagnia dei soliti francesi, poi, parlano di schäferstündchen, heure du berger nella lingua di Molière. L'“ora del pastore” sta ad indicare la sera, più propizia agli incontri amorosi. L'espressione deriverebbe dal mito greco di Endimione, pastore che avrebbe ottenuto l'eterna giovinezza da Zeus in cambio dell'obbligo di dormire per sempre. Selene, la Luna, innamoratasene, gli avrebbe poi reso visita ogni notta per contemplarlo e amarlo.

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sabato 22 dicembre 2007

E Sarkò "paggio del Papa" inquieta anche la destra. Polemiche dopo il richiamo del Presidente alle "radici cristiane della Francia".

La sinistra: vuole ridiscutere la legge del 1905 sulla separazione tra Stato e Chiesa. Critiche all´Eliseo anche da Le Figaro "Una laicità che volta le spalle alla nostra tradizione".

(Anais Ginori - La Repubblica) Una laicità positiva e pacificata, un Paese fortemente ancorato alle sue radici cristiane. Nicolas Sarkozy reinterpreta a modo suo uno dei capisaldi della République, ed è subito polemica.
«È un paggetto in ginocchio dal Papa» attacca il giornale comunista L´Humanité mentre Le Monde usa l´ironia. Nella vignetta pubblicata in prima pagina, il presidente è travestito da vescovo e recita «In nome del padre, del figlio e di Carla Bruni». Al suo fianco, George W. Bush, aggrappato a un´enorme croce implora Benedetto XVI: «Santo Padre, credo che questo tizio voglia rubarmi il mestiere». Sarkozy che diventa un teocon? Persino il moderato Figaro, vicino all´Eliseo, ha dovuto prendere atto di un nuovo, inedito rapporto tra Francia e Vaticano. «La laicità versione Sarkozy - scrive il giornale - volta le spalle alla tradizionale concezione della laicità alla francese».
L´interesse spirituale di Sarkozy era già stato notato quando lui era ministro dell´Interno, e aveva fatto della rispetto dei culti la sua battaglia.
Aveva espresso perplessità sulla legge contro i simboli religiosi nelle scuole (velo ma anche croce), e affidato alcune riflessioni sul bisogno di fede al libro "La Repubblica, le religioni, la speranza" scritto insieme al domenicano Philippe Verdine e al filosofo Thibaud Collin, e offerto in dono al Papa.
Le parole pronunciate a Roma non sono dunque del tutto inaspettate e si inseriscono in un clima di dialogo con Parigi aperto a suo tempo dal governo socialista.

Ma nessun presidente francese si era spinto fino al punto di rivendicare l´eredità cattolica della Francia, parlando della «sofferenza» provocata in numerosi fedeli dalla legge di separazione tra Stato e Chiesa del 1905. Sarkozy, che ha tenuto a prendere il titolo di canonico onorario laterano che presidenti laici come Mitterrand e Pompidou avevano rifiutato, ha ribadito che la fede è una ricchezza e una necessità per la vita privata ma anche pubblica. «Abbiamo bisogno di cattolici convinti che non abbiano paura di dire chi sono e in che cosa credono» ha detto il capo di Stato, accomunando la sua vocazione a quella di un sacerdote. «Non si può essere prete a metà e neanche presidente a metà».

«È un discorso che farà storia» ha osservato il giornale La Croix, salutando la fine delle «ostilità» con la comunità cattolica francese. I vescovi francesi avevano preso posizione contro alcune misure del governo di destra, dalla legge sull´immigrazione al progetto di apertura domenicale dei negozi.
Sarkozy, pluridivorziato e che si definisce «culturalmente cattolico», ha comunque negato di voler parteggiare per una fede o un´altra. «Ovviamente, chi non crede deve essere protetto dall´intolleranza e dal proselitismo. Ma una persona che crede - ha precisato - è qualcuno che spera. E la Repubblica ha bisogno di donne e uomini che abbiano speranza».
Secondo la sinistra, il discorso a San Giovanni in Laterano potrebbe invece preparare il terreno per una revisione della legge del 1905. «Da tempo i laici francesi sono preoccupati dall´atteggiamento "religioso" di Sarkozy» spiega il socialista Jean Galvany.
Il segretario del partito, Francois Hollande, confuta gli argomenti del presidente. «Lascia pensare che la laicità è stata chiusa, settaria e che ha commesso un errore nel combattere le religioni. Questo è un vecchio ritornello della destra più clericale». «Si tratta di un arretramento notevole e di una rimessa in discussione del nostro fondamento repubblicano» aggiunge la senatrice dei Verdi, Dominique Voynet. Già mobilitato il potente sindacato degli insegnanti pubblici, che teme attacchi alla laicità della scuola. «Oggi - commentano i rappresentanti dell´Unsa-Education - è la laicità una garanzia della pace sociale, e non il contrario».

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lunedì 17 dicembre 2007

Francia, Sarkozy fotografato con l'ex-modella Carla Bruni.

(Reuters) - Il presidente francese Nicolas Sarkozy è stato fotografato nel fine settimana con l'ex-top model Carla Bruni, alimentando le voci di una loro relazione a solo due mesi di distanza dal divorzio del presidente dalla sua seconda moglie.
Le foto di Sarkozy e Bruni, in visita a Disneyland Paris, sono oggi su tutti i quotidiani francesi e con tutta probabilità conquisteranno le copertina di diversi settimanali. L'Eliseo non ha voluto fare commenti.

Il quotidiano Le Figaro, considerato vicino a Sarko, titola in prima pagina "Carla Bruni, la fidanzata del presidente" sopra una foto della sorridente 38enne in pelliccia.
Le Parisien pubblica in prima pagina una foto della coppia insieme a Disneyland Paris circondata da tre bambini non identificati con la didascalia "Il capo di stato e la sua fidanzata Carla".
Non è la prima volta che l'aristocratica Bruni finisce in prima pagina per i suoi fidanzati di alto profilo. E' stata legata in passato a Mick Jagger, Eric Clapton e Donald Trump.
Bruni, originaria di Torino, vive da molti anni in Francia ed è stata tra le celebrità che hanno partecipato ad un concerto ad ottobre per opporsi ad una controversa legge sull'immigrazione proposta da Sarkozy.

Sarkozy e la sua seconda moglie, Cecilia, hanno divorziato lo scorso luglio dopo 11 anni di matrimonio. Cecilia e Sarkozy hanno un figlio insieme e due figli a testa dai loro precedenti matrimoni. La liaison non sarà una sorpresa per la madre del presidente 52enne, che a una rivista francese all'inizio del mese aveva detto che per il figlio non sarebbe stato un problema trovare una nuova donna dopo il divorzio. Ma niente matrimoni, ha aggiunto Andree Sarkozy a Point de Vue: perché lei ne "ha abbastanza delle nuore".

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