Oggi, lunedì 8 settembre, Margherita Hack ci ha inviato la seguente lettera:
"A Micromega: lo scorso luglio ho mandato una lettera aperta a Napolitano a Corriere, Stampa, Repubblica, Unità e Piccolo di Trieste. Che io sappia nessuno l'ha pubblicata.
Lettera aperta al Presidente Napolitano
Caro Presidente,
ho sempre avuto grande stima per Lei e per la sua lunga militanza democratica. Perciò non capisco come abbia potuto firmare a tambur battente una legge indegna di un paese democratico come il lodo Alfano. Lei dice che la sua firma è stata meditata, e forse intendeva dire che lo considerava il male minore. Ma io, e come me molti italiani che hanno ancora la capacità di indignarsi di fronte alle violazioni della Costituzione da parte di una destra arrogante, non capiscono come sia possibile varare una legge apertamente incostituzionale. La Costituzione afferma che tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge, e quindi anche senza essere giuristi, non si capisce come quattro cittadini siano più eguali degli altri (e migliaia meno eguali, come i clandestini, che, se delinquono subiscono un aggravio di condanna). Scandalizza l'impudenza di Berlusconi, che appena varata la legge esclama: finalmente libero dalla persecuzione della magistratura. Non si configura in questa frase un oltraggio alla magistratura?
Per quanto ne so, Lei aveva trenta giorni di tempo per firmare, poi avrebbe potuto rimandare alle camere la legge per sospetta incostituzionalità, e solo dopo il secondo riesame avrebbe dovuto comunque firmarla.
Io credo che per amor di pace non si debba essere troppo acquiescenti con una destra antidemocratica. E' già successo una volta, ottantasei anni fa."
Margherita Hack
martedì 9 settembre 2008
Margherita Hack censurata dalla stampa su Napolitano.
lunedì 8 settembre 2008
Il disco più 'gay' di tutti i tempi? E' di David Bowie.
Il suo album è al primo posto.
Dopo aver intervistato cento omosessuali famosi tra critici, musicisti e attori, il magazine 'Out' ha decretato i successi discografici più amati. Il favorito è proprio 'The Rise and fall of Ziggy Stardust', al secondo posto l'album d'esordio del gruppo di Morrissey e Marr seguito da 'Tracy Chapman'.
(Quotidiano.net) È 'The Rise and fall of Ziggy Stardust' di David Bowie il disco più omosex di tutti i tempi: a dirlo è il magazine 'Out' dopo aver intervistato cento gay famosi tra musicisti, critici e attori, tra i quali Boy George, Rufus Wainwright e Jake Shears.
Il capolavoro del 1972 del Duca Bianco precede 'The Smiths', album di debutto della band di Morrissey e Johnny Marr e 'Tracy Chapman', il disco che rivelò al mondo il talento dell'artista di 'Talkin about a revolution' e 'Fast cars'.
Quarta piazza della graduatoria di 'Out' per le Indigo Girls, quindi Judy Garland con 'Judy At Carnegie Hall' e di nuovo gli Smiths con 'The Queen Is Dead'.
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Etichette: cantanti, classifiche, giornali, musica, omosessualità
domenica 7 settembre 2008
"Parliamo troppo di omosessualità", lo scrive un collaboratore di Liberazione.
L'omofobia sembra diventare uno dei problemi dominanti del nostro vivere quotidiano. Intervento utile a capire quale Rifondazione e quale giornale vogliamo.
Caro direttore, vorrei aggiungere la mia alle molte opinioni espresse sul ruolo e la funzione di "Liberazione". Il mio è un punto di vista in parte "interno" - avendo scritto di arte su questa testata per oltre nove anni - e in parte no, perché non sono organico alla redazione. Ho goduto quindi di un osservatorio particolarmente felice e sopratutto libero, perché svincolato da ogni tipo di condizionamento. Penso quindi, con cognizione di causa, di poter dire tre o quattro cose per riossigenare un dibattito che altrimenti rischia l'asfissia (paradossalmente) autocelebrativa (vedi gli ultimi interventi di Graziella Mascia e di altri). Lo farò con una nettezza che va intesa come aspirazione a quel "parlar chiaro" che si impone in una discussione fra compagni.
La prima è che, con tutta evidenza, "Liberazione" non gode del consenso della maggior parte degli iscritti al Partito, l'ho potuto constatare nella triplice veste di collaboratore, lettore e iscritto a Rifondazione comunista. Si tratta di un singolare caso di giornale di partito poco apprezzato e sostenuto proprio dagli iscritti al Partito editore. Mi pare che ogni ragionamento sul giornale debba partire da questa verità elementare, che va verificata e quantificata per poi studiarne le ragioni; il resto viene dopo. La seconda è che con altrettanta evidenza il giornale appare come il frutto asimmetrico di un lavoro realizzato a più mani, ciascuna delle quale imprime la propria impronta sulla linea editoriale, senza escludere punte di qualità e di interesse. Il risultato è che viene ignorata qualsiasi idea di misura, di proporzione e di equilibrio fra i temi e le parti e fra le parti e il tutto. La linea che viene distillata dalla somma algebrica di queste tendenze è quella che si identifica con una cultura libertaria, un po' casinista, tendenzialmente acomunista (se non peggio) per la quale i problemi della corporeità e del sesso pesano come le ecocompatibilità nei programmi dei verdi, senza evitare (non ci facciamo mancare niente) i clamori grotteschi dell'antitogliattismo più becero, dell'antiberlinguerismo più sommario fino alle stroncature persino divertenti dell'incolpevole Giorgio Morandi (solo per citare le più recenti gemme). La regola è leggere, ad esempio, articoli su articoli sull'omofobia che, alla fine, sembra diventare uno dei problemi dominanti del nostro vivere quotidiano. Ora, compagni, qualcuno bisognerà pure che ve lo dica: i temi della sessualità etero omo transegender della corporeità e del piacere e così via sono importanti, ma non fondamentali per un quotidiano di partito. Non è che se qualcuno si azzarda a dirlo significa che deve consultare l'andrologo o che odia gli omosessuali e le lesbiche. Ve lo giuro. Non è così.
Così come il cinema è importante ma esistono anche - per esempio - le arti visive (la pittura, la scultura ecc.). Nel paese che detiene i tre quarti dei capolavori dell'intera umanità e ha tesaurizzato ampiamente le conclusioni del Concilio di Nicea questo è un fatto ampiamente condiviso. E allora, perché, tanto per fare un esempio, quando ho segnalato l'"assurdo" rappresentato dal fatto che non si riusciva ad avere una sede per una mostra sulla Falce e martello, di cui sono coautore, con più di cento opere di artisti di valore internazionale (se ne sono occupati il "Venerdì" con quattro pagine, l'"Unità" con una pagina intera e il "Corriere della Sera") nessuno mi ha dato retta (si fa ancora in tempo a darmela). Forse perché la Falce e Martello è un tema politicamente troppo sensibile? E ancora perché non sono stato autorizzato a scrivere sulla mostra che riabilita Mario Schifano con tanto ritardo e solo in presenza di una "quadratura" affaristica? E perché ancora ignorare la "Mostra rotonda" che facemmo anni fa (come partito!) a Fonte Ostiense e quella realizzata alcuni mesi fa (da due circoli) a Spinaceto sugli omicidi sul lavoro? L'ultima cosa che voglio dire è che non mi convince nemmeno lo stereotipo di una redazione libertaria, goliardica e un po' libertina che non impone alcun veto a chicchessia. La stagione delle logiche correntizie, infatti, ha infiltrato anche l'ambiente redazionale che ha subito l'influenza del partito o meglio di una parte di esso (l'allora maggioranza). Non aggiungo particolari per motivi di misura e di stile. E perché nessuno è sotto processo e, se vuole ed è in buona fede, può capire facilmente. Del resto la crisi di questo partito proprio in questo ritrova la sua principale ragione: nella schisi che nel tempo si è determinata fra una ristretta oligarchia e il corpo vivo del partito. Il giornale non è stato estraneo a queste vicende. In questo è stato, semmai, "troppo poco" autonomo. Ma oggi, forse, dopo Chianciano, si può invertire la rotta. Senza processi. Laicamente e con stile.
Roberto Gramiccia via e-mail
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Caro Gramiccia, intanto grazie per la nettezza e la sincerità delle critiche. Le obiezioni che tu poni riguardano soprattutto l'eccessivo spazio dato ai temi quali la sessualità, il corpo o l'orientamento sessuale. Tu dici che non sono fondamentali per un quotidiano di partito e che gli viene dato troppo peso a discapito di altre importanti questioni.
Partiamo dai dati di fatto. Contestiamo prima di tutto l'accusa dell'eccesso. Gli articoli su gay, lesbo, trans o queer non sono così numerosi come tu dici, soprattutto non hanno preso il sopravvento sugli altri. Si sono aggiunti, punto e basta, colmando una gravissima lacuna giornalistica ma ancora prima politica, culturale. Umana. Ma questa aggiunta, fin da subito, cioè fin dall'inizio della direzione di Sansonetti e della nascita del settimanale culturale Queer, ha dato fastidio.
Come mai?
Lo spieghi tu molto bene. Non sono considerati importanti. Ma secondari, rispetto ad altre questioni, ad altre contraddizioni, ad altri conflitti. E' la vecchia diatriba che esiste da quando esiste la sinistra. Da una parte c'è chi pensa che l'unica vera contraddizione stia nel conflitto di classe e chi invece sostiene che altre contraddizioni hanno scritto la storia del mondo e del cambiamento. Dicono di più: che senza tener conto di quei conflitti, di quelle contraddizioni, anche il nostro comunismo, il cambiamento che rivendichiamo non va da nessuna parte. Il femminismo lo dice da molto, da quando esiste. E su questo ha aperto uno scontro esplicito con la sinistra. La storia, caro Gramiccia, non si cancella e non è tutta chiusa nelle stanze del Pci e nemmeno del Prc. Chiami questo acomunismo (o anche peggio). Per noi si tratta di esercitare pensiero critico sempre e comunque. Di non arrenderci all'esistente, anche quando questo esistente è rappresentato da un partito comunista. Su questi punti è bene chiarirsi per capire di quale Rifondazione comunista parliamo, di quale giornale vogliamo dotarci, quale futuro vogliamo costruire non solo per noi.
Teniamo conto del dissenso che tu dici esiste intorno al giornale. E' però anche vero che ognuno parte dalle sue esperienze e dalle sue relazioni e che in tante realtà di movimento (e di questo partito), il giornale è apprezzato e gli viene riconosciuto un ruolo importante. Sugli articoli nessuna censura ma libero esercizio dell'autonomia della redazione (selezionare le proposte è una delle cose per cui siamo pagati). Anche se - va detto - degli esempi che fai ci risulta di averne respinto solo uno.
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Ndr. Quelli di Liberazione, non c'è che dire sono veramente formidabili! Un colpo al cerchio ed uno alla botte... Leggete un po cosa scriveva in aprile di prode Mancuso:
Aurelio Mancuso (Arcigay) accusa "Liberazione": "I miei articoli vengono puntualmente scartati e censurati".
E poi a ricordar bene, le scorse elezioni non erano state perse dai rifondaroli perchè si occupavano troppo dei gay?
Mirafiori ha bocciato l'Arcobaleno: "Pensa solo a froci e zingari, non a noi".
E vi ricordate questo articolo, sempre di Liberazione?
A furia di pensare ai gay la sinistra li perde per strada.
Nel Pd non gira un'idea che sia una.
(Biagio De Giovanni - Il Riformista) Ipnotizzato da Berlusconi, dal berlusconismo e soprattutto dall’antiberlusconismo, il centrosinistra italiano non sembra essersi reso conto non dico dell’entità della sconfitta subita, ma del carattere periodizzante delle elezioni di aprile e delle radicali novità di storia politica che esse comportano. Per la prima volta tutte le forze che hanno governato la Prima Repubblica sono state collocate all’opposizione; per la prima volta, una coalizione di centrodestra, senza confini a destra se non marginali, governa l’Italia, priva anche del contributo di alcuni eredi della Dc; per la prima volta, nella storia dell’Italia democratica, un grande partito di centrodestra in formazione (la De era tutt’altra cosa) si va radicando nella società, e sviluppa i tratti di una sua cultura politica e si colloca in una reinterpretazione dei canoni più consolidati della stessa storia repubblicana, a muovere dal senso dello Stato unitario, ricostituendo le linee di una sua nuova e inedita legittimazione.
Quante cose stanno accadendo per la prima volta! Dinanzi a questo terremoto culturale e politico, sicuramente di portata storica, sul fronte opposto dominano scarsa consapevolezza della posta in gioco, poco coraggio di interrogare l’Italia e se stessi, e ci si divide tra un fragile gioco di rimessa e una persistente analisi paragiudiziaria del berlusconismo, visto o come una clamorosa e provvisoria(!) eccezione, o come causa ed effetto di una mucillagine sociale - che Berlusconi ha magari contribuito a produrre e che lo riproduce moltiplicato per mille - dentro la quale si vanno disperdendo i "valori" di una comunità nazionale ed emerge la "vitalità" dell’Italia peggiore. Di una analisi storico-politica non sembra che si avverta il bisogno. Su questo fronte, a parte la differente eleganza e complessità delle argomentazioni, si ritrovano insieme Eugenio Scalfari e Furio Colombo, e mi scuso con il fondatore di Repubblica per questa semplificazione che tuttavia non mi pare inappropriata. Non parlo di Antonio Di Pietro, che la sua piccola rendita la realizza proprio nella diagnosi indicata e dunque non può che riprodurla per naturale istinto di sopravvivenza.
In questo quadro, la difficoltà del centrosinistra appare anzitutto culturale, come avviene sempre quando la crisi di una forza politica è talmente profonda da toccare la struttura intima del suo sistema ideale. Il Partito democratico ha commesso un clamoroso errore nell’immaginare di poter nascere, come è stato detto, «perché il Novecento è finito», e dunque i vecchi sistemi di idee potevano semplicemente andare in soffitta. La verità è che essi erano attraversati pur sempre da un senso della storia e germinavano da una dialettica storica e politica che dava corpo e sostanza alle forze esistenti. Perché nella "melassa conflittuale" del Partito democratico non gira una idea? Forse perché, vichianamente, «natura di cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise», e se quel partito ha deciso di nascere mettendo insieme delle oligarchie almeno in parte stanche e sconfitte, rinunciando a costruire un processo autocritico di rilettura della storia d’Italia e della propria funzione nazionale, il risultato non poteva essere granché diverso. Veltroni ha provato a dare una scossa, ma si è come fermato a mezz’aria, bloccato da che cosa? Un elemento è nella sottovalutazione della strategia avversaria, di quella capacità del centrodestra di trasmettere una visione dell’Italia, di mettersi in sintonia, insieme, con gli strati più vitali e aggressivi e quelli più tradizionalisti (l’Italia peggiore nella rappresentazione di Eugenio Scalfari), in un quadro rozzo e profondo, demagogico e penetrante, parolaio e decisionista, ma capace di rimettere in discussione idee che sono state cardini della storia repubblicana. La raffinata sinistra perde il confronto proprio sulle idee, dopo aver dominato in lungo e in largo, attraverso di esse, l’Italia repubblicana? Sarebbe un bel contrapasso, ma è proprio così che si stanno svolgendo le cose. Il centrosinistra è senza idee, è come lo stanco erede di se stesso, disunito e conflittuale non sulle idee ma sulle microlotte di potere al proprio interno.
Il centrodestra sembra invece avere una visione dell’Italia, e a modo suo la porta avanti. Ha mandato in soffitta la questione meridionale, e quella decisiva rappresentazione della storia d’Italia che ha fatto perno su di essa. Il Mezzogiorno oggi dibatte sul federalismo fiscale. La questione settentrionale indica un’altra direzione alla storia d’Italia: la "rozza" Lega (ma si può star tranquilli: Colombo ci ricorda di non aver mai stretto la mano a Calderoli) ha deciso, con genuino istinto politico, le priorità di questa agenda, che costituisce un altro modo di leggere la formazione della coscienza nazionale e un’altra risposta al dualismo italiano. Il revisionismo storiografico (che non appartiene, certo, esaustivamente a un campo politico, ma che è comunque segno di una sensibilità una volta inconsistente) sta lavorando ai fianchi la lettura mitica della Resistenza e anche della Costituzione, mettendo in discussione l’enorme patrimonio di egemonia accumulato nella Dc e nel Pci per cinquant’anni. Si va incrinando il corporativismo sindacale, e si mostra che il re è nudo: il paese più sindacalizzato d’Europa - risultato del compromesso Dc-Pci - è quello con i salari più bassi d’Europa e con la strage pressocché quotidiana delle morti bianche. Alla visione di Giulio Tremonti sulla globalizzazione, al netto di tutte le ironie che si è tirato dietro, non corrisponde molto sul piano opposto se non spesso una vaga melassa cosmopolita. E si potrebbe naturalmente continuare.
Nessuno è in grado di prevedere, certo, quale fisionomia avrà l’Italia alla fine della legislatura. Ma sarà assai diversa da quella attuale, e al centrosinistra servirà un Tony Blair - dopo, mutatis mutandis, Berlusconi-Thatcher - per riprendere il filo di un proprio discorso con questa Italia che la "cultura" del centrodestra (posso utilizzare questa parola senza scandalo a sinistra?) avrà certamente contribuito a cambiare. Per ora, questa figura non si intravede. come non si intravede l’abbozzo di una nuova cultura politica, ma se non dovessero, prima o dopo, quella figura e quella cultura irrompere sulla scena politica, sarà difficile ridurre i tempi di una lunga separazione del centrosinistra italiano dall’Italia reale.
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Etichette: centrosinistra, giornali, partito democratico, polemiche
Mondiali 2006 truccati? I tedeschi insinuano.
(Calcioblog) Il quotidiano tedesco Bild ha pubblicato alcuni giorni fa un’intervista nella quale il giornalista canadese Declan Hill insinua sospetti circa la presunta irregolarità di alcuni match (di cui uno dell’Italia) dell’ultimo Mondiale, disputato in Germania due anni fa e vinto proprio dagli Azzurri di Marcello Lippi.
Secondo Hill, che ha ribadito le sue accuse ieri sera nella trasmissione televisiva Beckmann dove è stato invitato come ospite per fornire ulteriori dettagli sulla sua presunta scoperta, almeno tre incontri sarebbero stati “truccati” per favorire un giro di scommesse clandestine, legato alla criminalità organizzata asiatica.
Più precisamente si tratterebbe delle partite degli ottavi di finale Inghilterra-Ecuador e Brasile-Ghana e del quarto di finale Italia-Ucraina, conclusosi col successo degli uomini di Lippi per 3-0. Le presunte combine sarebbero state scoperte in seguito a dichiarazioni rilasciate da alcuni ex nazionali del Ghana, che avrebbero ammesso di essere stati “comprati” per permettere il successo del Brasile con più di due reti di scarto.
Per ora dal numero uno della Fifa, Joseph Blatter, non è arrivata nessuna dichiarazione ufficiale, anche se un suo portavoce ha dichiarato che lo stesso dirigente svizzero ha incontrato Hill e che “si riserverà di rilasciare commenti solo dopo aver ottenuto maggiori dettagli sulla viceda“.
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venerdì 5 settembre 2008
E' Rachel Weisz la star più desiderata dalle lesbiche. La top ten.
(Quotidiano.net) L'attrice britannica Rachel Weisz è la più desiderata dalle lesbiche inglesi. Lo rivela un'indagine divulgata dal tabloid 'The Sun', che stila una vera e propria classifica delle 10 dive di Hollywood che riscuotono maggior successo tra le donne omosessuali.
La vincitrice è risultata essere appunto la protagonista de 'La Mummia', già vincitrice nel 2006 del premio Oscar come migliore attrice non protagonista per il suo ruolo in 'The Constant Gardener - La cospirazione'. Alle sue spalle si piazza un'altra attrice il cui fascino non conosce confini di genere, ovvero Nicole Kidman.
Medaglia di bronzo per l'attrice e cantautrice Minnie Driver, protagonista di 'Will Hunting - Genio ribelle'. Primo posto fuori dal podio per l'ex 'naufraga' di 'Titanic' Kate Winslet, alle cui spalle si piazzano Naomi Watts, Keira Knightley, Thandie Newton, Emily Blunt, Catherine Zeta-Jones e infine Cate Blanchett.
mercoledì 3 settembre 2008
Radcliffe sogna di fare la drag queen.
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La Repubblica e i gay. Meno male che c'è Augias.
(Redazione) Con Repubblica ormai ci abbiamo messo una pietra sopra. Anche oggi di notizie Lgbt ce ne sono, e parecchie. E' ancora calda la notizia delle forze dell'ordine e dei militari gay (vedi l'intervista de Il Piccolo), c'è il vigile milanese gay mister bellezza sulla via della sospensione, ci sono i gay repubblicani che, al contrario di ciò che han fatto con Bush, sosterranno alla Presidenza Usa John Mccain, insomma di materiale ce ne, in compenso non c'è Repubblica ma meno male che c'è Corrado Augias. Eppure è la stessa Repubblica che in modo molto rindondante annunciava che al gaypride di Bologna c'erano in corteo almeno 200mila partecipanti mentre, a malapena si riuscivano a superare le 25mila presenza. Nei fatti il pride nazionale con meno presenze, un mezzo flop dell'attuale dirigenza dell'Arcigay, organizzatore dell'evento ed i cui due maggiori dirigenti, cioè Toto-Mancuso e Peppino-Gottardi, sono andati a prendere un caffè da Ezio Mauro. Bhe, grazie Totò e Peppino, ci avete fatto un bel servizio...
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"SE ANCORA PENSIAMO CHE I GAY SIANO MALATI"
Lettera a Repubblica.
Caro Augias, ho 19 anni, giorni fa ho passato una tipica serata tra amici, le solite chiacchiere fino a quando non si arriva all'argomento clou: le nozze "del gay". Anche se permissività e tolleranza sono le parole d'ordine della nostra generazione, ho dovuto constatare che si considera ancora un omosessuale alla stregua di un malato mentale che non ha più diritto di aggregazione, di socializzazione e soprattutto di rispetto delle sue scelte. Sentire frasi come «io tollero i gay? Però devono camminare almeno a 10 metri di distanza da me», fa rabbrividire. La scusa più frequente di chi vuol mascherare sotto una pseudo tolleranza ciò che in realtà è disprezzo sono i bambini. Perché, si dice, turbare la loro innocenza mostrando uomini e donne che scelgono di vivere e amare persone dello stesso sesso? Certo, meglio che i nostri innocenti bambini guardino scene di nudo esplicito e violenza gratuita in tv. Altro tema cruciale è stata l'eventualità, per le coppie omosessuali di crescere figli avuti da precedenti relazioni. «Cosa potrebbe mai insegnare di buono a suo figlio un genitore gay?» , ho sentito dire da un ventenne. Oppure «se mio figlio fosse gay lo chiuderei in una stanza senza cibo». La cosa peggiore che possa accadere giudicare una persona solo guardando con chi va a letto. E' questa la gente che crescerà le nuove generazioni?
Michela Casamassima casamassimamichela@virgilio.it
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Non so quanti lettori di Repubblica sarebbero d'accordo con i giudizi così primitivi dei ragazzi incontrati da Michela Casamassima. Se devo giudicare dai sondaggi disponibili sull'argomento penso che non siano la maggioranza, anche se coprono sicuramente una discreta percentuale dell'opinione. Dunque ci saranno dei bambini che verranno educati al disprezzo per gli omosessuali a costo di dover ricorrere al 'pane e acqua' minacciato dall'incosciente giovanotto di cui parla la lettera. Succede perché siamo un paese con ampie sacche di arretratezza non solo in campo industriale ma direi soprattutto civile, con esempi pessimi che discendono dall'alto, addirittura con uomini di governo penosamente ridicoli davanti all'Europa quando, ignari del mondo, manifestano la loro riprovazione per gli omosessuali. Mi ha scritto Cristina Cusumano (c. cusi@tele2. it): « Ho rivisto, dopo tanto tempo, Francesco e Giuseppe, una delle coppie più stabili che conosca. Vivono insieme a Milano. Hanno entrambi un lavoro di grande gratificazione emozionale. Da poco tempo hanno comprato casa insieme, a sancire un'unione che dal punto di vista formale è impossibile in Italia. Beviamo qualcosa, Giuseppe, all'improvviso, mi dice di aver fatto testamento. Naturalmente a favore di Francesco. Rimaniamo in silenzio per qualche secondo. Penso che serva un raggiro legale «per avere diritti basilari ed ormai acquisiti nella stragrande maggioranza dei paesi». Si tratta di problemi che sarebbe semplice avviare a soluzione, quanto meno sul piano legale, se non facessero da ostacolo preconcetti elevati a dottrina.
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14:03:00
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martedì 2 settembre 2008
Belpietro: "Libero" di incassare dallo Stato.
Lo spiego subito. Il direttore di Libero gioca sulla scarsa conoscenza della legge sull’editoria. Da molti anni esiste una norma che riconosce ai giornali uno sconto sulle tariffe postali. È un provvedimento adottato da tutti i paesi europei e che mira a favorire la lettura e gli abbonamenti. Distribuire costa e gli editori tagliano le diffusioni concentrandosi sulle edicole dove si vende di più e dove arrivare costa di meno. Incentivando gli abbonamenti si consente a chiunque e con minor spesa di ricevere ciò che desidera. Allo sconto hanno diritto tutti i giornali, dunque anche Libero, se non fosse favorito da un privilegio di cui dirò in seguito. Panorama beneficia della tariffa agevolata e per ognuna delle 220 mila copie che spedisce paga 0,36 centesimi, che sono pochi in meno rispetto a quelli versati nei paesi europei per analoghi servizi. Panorama e la Mondadori non incassano 1 euro, semmai i soldi li prendono le Poste, sulla base di una trattativa che fanno con la presidenza del Consiglio. Si può discutere la tariffa agevolata, la si può criticare e perfino abolire, ma si tratta di un aiuto simile a quelli riservati a comparti giudicati utili, per esempio l’autotrasporto o l’agricoltura, cui lo Stato garantisce sgravi o crediti d’imposta, senza distinzioni d’impresa. È insomma un sistema pulito, che non altera la concorrenza, simile agli sconti per chi installa finestre a risparmio energetico o pannelli solari.
Ciò di cui godono i giornali di partito è invece ben diverso. Si tratta di un finanziamento basato sulle spese e che prevede un contributo a piè di lista dell’ordine del 60-70 per cento. In pratica questi quotidiani più spendono e più ricevono. Più copie tirano, anche se non le vendono, e più incassano. Possono perfino permettersi un supplemento, tanto paga Pantalone. Lo Stato è per loro un socio di maggioranza che non ha diritto di voto, ma cui tocca contribuire per due terzi alla spesa. Un sistema chiuso, di cui pochi godono. Per ottenere i quattrini, il giornale deve infatti far capo a un gruppo parlamentare, a un movimento politico o a una cooperativa. Questo è il fondo da cui Libero attinge quasi 8 milioni di euro l’anno (dato riferito al 2006), chiaro? A questo punto qualcuno si domanderà che cosa c’entri il quotidiano di Feltri con i giornali di partito. Niente. C’entra solo per via di un furbo espediente escogitato 8 anni fa, quando Libero fu fondato. Siccome nessun editore era disposto a metterci troppi soldi e Feltri non intendeva rischiare i suoi, qualcuno si ricordò che esisteva un bollettino mensile del Movimento monarchico italiano, Opinioni nuove, registrato fin dal 1964 presso il tribunale di Bolzano. Il periodico era l’organo di un gruppo di amici, quattro gatti, che usciva quando e come poteva, ma riceveva un contributo di 20 milioni di lire l’anno dallo Stato. L’editore di Libero chiese ai monarchici di prendere in affitto la testata in cambio di 100 milioni di lire: un affare per i nostalgici del re, ma soprattutto per Feltri e i suoi, i quali s’inventarono una specie di supplemento quotidiano di Opinioni nuove. In grande si leggeva Libero, in piccolo, ma con la lente d’ingrandimento, la testata del Mmi, quella che aveva diritto ai contributi di Stato. L’Espresso se ne accorse e chiese lumi a Feltri, il quale giurò che avrebbe rinunciato ai finanziamenti. Una promessa dimenticata in fretta, perché appena un anno dopo, compreso che la testata Opinioni nuove era una gallina dalle uova d’oro, Libero chiese ai monarchici di comprarla per 500 milioni di lire. Agli orfani di Casa Savoia parve di sognare: il loro giornalino si rivelava il miglior investimento mai fatto. Perciò si affrettarono a vendere e a investire il ricavato in alcuni negozi a Bolzano. In realtà, il miglior investimento lo ha fatto Libero: chi di voi non pagherebbe 500 milioni di lire una tantum per poi incassare in 7 anni quasi 40 milioni di euro e chissà quanti altri nel futuro? Certo, bisogna riconoscere che, a differenza di altre imprese consimili, almeno quei soldi sono serviti a far nascere un giornale importante. A Feltri va dunque dato atto di aver fatto qualcosa di utile. Ma non deve arrabbiarsi se sorrido di fronte alla sua arrampicata sugli specchi per giustificare il finanziamento pubblico. È uno stile libero che non gli si addice.
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21:30:00
Etichette: assistenzialismo, giornali, soldi, stato
Totò e Peppino a La Repubblica. Risultato l'argomento Lgbt scompare dalle sue pagine.
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(Max Forte) In questi ultimi due giorni motivi per occuparsi dell'universo Lgbt da parte della stampa nazionale e locale, ce ne sono stati, eccome. Dalla ragazza aggredita e sfregiata a Napoli perchè lesbica, ai campionati del mondo di nazionali di calcio gay sino a quella odierna relativa al meeting di "Polis aperta" a Bologna e per ultima l'intervista con effetti speciali (... "Sono stata corteggiata da famosi della politica e della tivù. Ma non volevano amore, cercavano solo una botta e via".) di Vladimir Luxuria.
In tutto questo La Repubblica non ha scritto nessuna riga (contrariamente ad esempio al Corriere della Sera che oggi ha messo la notizia del meeting di "Polis aperta" in prima pagina, ed al Corriere del Mezzogiorno che fatto un bel pezzo sulla ragazza sfregiata a Napoli), ne a livello locale ne a livello nazionale ne sul sito web, relative a queste notizie, escluse le parole di Vladimir Luxuria, perchè probabilmente portano audience.
E' l'ennesima riprova, se occorreva, che le massime cariche dell'Arcigay, Aurelio Mancuso, Presidente e Riccardo Gottardi, ben poco hanno ottenuto nella loro trasferta dal direttore Ezio Mauro. I due, presentatisi come Totò e Peppino per cercare di perorare la causa Lgbt a vederne gli effetti pare abbiano ottenuto ben poco visti i risultati, Eppure hanno strombazzato questo incontro in un comunicato generico, e tra l'altro del tutto inutile, come se fosse chissà quale vittoria. Ora scopriamo che questo è il nuovo ordine di scuderia da parte de La Repubblica nei confronti del mondo Lgbt: ignorarlo o minimizzare.
Non vogliamo fare polemiche, sapete come la pensiamo sulla gestione Mancuso dell'Arcigay e sul sospetto che abbiamo circa le strumentalizzazioni che, ovviamente a parer nostro, molte volte vengono messe in pratica. Da oggi inizieremo una serie di monitoraggi per capire l'operato dell'Arcigay non solo a livello nazionale ma anche a livello locale e ve ne daremo conto su queste pagine.
Per il momento un grazie di cuore a Totò e Peppino, bel risultato.
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18:10:00
Etichette: arcigay, aurelio mancuso, giornali, polemiche
lunedì 1 settembre 2008
Arcigay incontra La Repubblica e ci prende un caffè assieme.
(Redazione) Dopo le velenose e strumentali polemiche tra l'Arcigay nella persona del suo Presidente Aurelio Mancuso e il quotidiano La Repubblica, nate dopo l'incidente spagnolo che ha visto lo steward italiano Domenico Riso perire assieme al suo compagno ed al figlio di quest0ltimo, le due parti si sono incontrate.
Ne da l'annuncio l'ufficio stampa di Arcigay. Con un comunicato confezionato in modo squisitamente formale e di maniera (vedi sotto), Arcigay non da conto delle argomentazioni relative all'incontro spiegando che in pratica è stato uno (...) "scambio di vedute sull’attuale situazione sociale e politica riguardante le persone LGBT del nostro paese". (...)
Sembra di capire che nella sostanza si sono trovati per bere un caffè perchè incontrarsi per fare un excursus sulla attuale situazione sociale e politica relativa al mondo Lgbt è aria fritta e non significa nulla dato che nulla è cambiato negli ultimi tempi. Con tutta la polemica tirata in ballo dall'Arcigay, dal suo presidente e chi ha fatto da eco, ci aspettavamo di più e non dei comunicati insignificanti. E poi non veniteci più a raccontare che non c'è stata strumentalizzazione.
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Arcigay incontra La Repubblica.
Arcigay, nelle persone del suo presidente Aurelio Mancuso e del suo segretario Riccardo Gottardi, ha incontrato oggi pomeriggio a Roma il direttore di Repubblica, Ezio Mauro.
L’incontro tra la più grande associazione omosessuale italiana e l’autorevole quotidiano ha permesso uno scambio di vedute sull’attuale situazione sociale e politica riguardante le persone LGBT del nostro paese.
Il direttore, nel sottolineare che i diritti civili sono uno dei temi costitutivi della linea editoriale di Repubblica, ha riconfermato la grande attenzione e la vicinanza di tutta la redazione alle idee, ai vissuti e alle iniziative del movimento LGBT italiano.
Dal canto suo, Arcigay ha sottolineato come alla particolare fase politica italiana si debba rispondere anche attraverso un rinnovato e positivo rapporto con i principali mass media nazionali.
Infine Ezio Mauro ha ricordato come La Repubblica sia uno dei quotidiani più letti dalla popolazione omosessuale.
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Paola Barale scrive sul suo sito di Raz Degan e Katia Smutniak.
(Gossipblog) E’ proprio Paola Barale, direttamente dal suo blog, a parlare della rottura con l’ex Raz Degan. Il titolo del post è Capita nelle migliori famiglie. Molti i commentatori:
Ciao ragazzi, come va? Io bene, anche se ho avuto tempi migliori… Ho appena saputo che domani su “CHI” usciranno delle foto dove Raz si bacia con la Smunietk (ma come si scrive?)… Me lo aspettavo, prima o poi, perchè sapevo che sarebbe stato inevitabile. Passo indietro: fine maggio 2008.. Io e Raz di comune accordo decidiamo di lasciarci, nonostante il grande legame, ma quando un rapporto che ti ha spostato i limiti arriva al suo inevitabile capolinea, è giusto che non venga logorato da falsi sentimenti.
Ho evitato di parlarne, perchè una separazione, se pure condivisa, è pur sempre un dolore. Voi che mi conoscete sapete quanto io tenga a proteggere la mia vita privata soprattutto nei momenti di difficoltà. Un tempo lo chiamavano pudore… Per voi la notizia è fresca, per me no… capita anche nelle migliori famiglie. Il futuro? tutto da inventare… e questo mi piace.. Non pensatemi triste, io e Raz siamo comunque vicini, ma in un modo diverso. Nulla si cistrugge, tutto si trasforma…
A presto.
Baci
P:
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giovedì 28 agosto 2008
La tragedia di Madrid e l'opinione critica di Marco Volante.
L'altra sponda della tragedia di Madrid.
Solo il Corriere della Sera ha "osato" dire che si trattava di Domenico, il suo compagno e loro figlio, un'altra famiglia distrutta dal rogo del volo Spanair.
(Marco Volante - Affari italiani) La parola gay significa letteralmente gaio, allegro, leggero, ancor prima di omosessuale, e poi ha anche preso il significato di goliardico, ironico e dissacratore. Le parole hanno un peso e questa differenza è importante e significativa perché indica che la gaiezza è comunque accompagnata da un dibattito quando diventa ironia, serve a indebolire un assioma quando diventa dissacrazione e addirittura si sviluppa in linguaggio "camp", cioè tutte quelle esagerazioni frocie che riproducono e amplificano ironicamente tutti gli stereotipi con cui gli etero bollano gli omosessuali.
Iinsomma la gaiezza si trasforma da fenomeno caratteriale a strumento di interazione, quello con cui i "gay" sono riconosciuti ovunque nel mondo. Quando però lo sconforto e la rabbia sopravanzano, e c'è qualcuno che smette gli abiti rassicuranti della checca svampita e si palesa con una virilissima incazzatura, allora i conti non tornano più e le cose cambiano molto. Nella tragedia di Madrid sono morte famiglie intere, coppie, persone che hanno lasciato a casa amori disperati e la stampa ha raccontato di ognuna di quelle penose realtà tutti i minimi particolari, persino lo sguardo che cercava la compagna mentre le fiamme avvolgevano l'aereo.
Tutti i particolari più intimi, per attirare lo sguardo un po' morbosamente curioso del lettore, finché non si arriva a Domenico Riso, l'unico italiano deceduto sul volo maledetto. Solo il Corriere della Sera ha "osato" dire che si trattava di Domenico, il suo compagno e loro figlio, un'altra famiglia distrutta dal rogo del volo Spanair, una famiglia costruita all'estero, lontano da quest'Italia rancida e bigotta. Su tutto il resto della stampa di lui solo una veloce caratteristica: steward, siciliano che vive a Parigi, andava in vacanza con un amico e il figlio di questo.
In un attimo, con una sola riga, si è voluto cancellare per sempre una famiglia, il suo ricordo e ancora una volta la sua dignità. Le proteste indignate non si sono fatte aspettare da parte dei militanti gay, ma ancora qualcuno con la coda di paglia, non faccio nomi ma si chiama Francesco Merlo, ha pensato di rincarare la dose spiegando chiaramente sulle pagine di Repubblica che le coppie gay non debbono avere alcun riconoscimento pubblico, ne' tantomeno spazio di cronaca, che le "pulsioni sessuali" dei morti nel rogo non debbono interessare i lettori e altre amenità simili, compresi insulti diretti contro Franco Grillini che aveva pacatamente fatto notare come il giornale che un tempo era il faro progressista si sia omologato al trend conservatore con incredibile facilità.
Forse sarebbe bene che il movimento Lgbt riflettesse un po' su questo ultimo fatto e ripensasse il suo rapporto con la stampa, spesso bi univocamente strumentale ma certamente bisognoso di un serio chiarimento. Forse è tempo di smettere la maschera rassicurante della gaia compagnia e assumere il comportamento adeguato a una vertenza che non sarà né breve né facile.
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Ndr. Marco Volante è l'unico a chiedersi cosa non funziona tra l'Arcigay, Grillini (in fondo il movimento Lgbt sono loro, il resto è solo un rimorchio o satelliti...) e la stampa. Tenuto conto che ambedue i soggetti sono sulla scena politica da un ventennio buono, non possiamo che considerare questo nulla di fatto con la stampa come un fallimento del loro operato. Ma il grottesco di questa storia è che la testata maggiormente colpita dagli strali di Grillini, Mancuso e compagnia cantante è un giornale da sempre amico e sensibile alle istanze dei gay. Perchè noi gay non siamo capaci di farci autocritica ed ammettere che i "colonnelli" del movimento gay di sinistra sono stati in definitiva un fallimento invece di seguirli in quello che sembra essere un baratro ideologico e politico? Sono i fatti a dirlo!
lunedì 25 agosto 2008
Calcio & Omosessualità. I giocatori viola: "Per noi non esistono gay". Che autogol!
Calcio e omosessualità. Ne parlano i giocatori viola in un articolo che comparirà sul settimanale 'GQ'. Ecco alcuni pareri...
Donadel: "Magari qualcuno ci sarà pure, però io credo di non averlo mai incontrato".
Gamberini: "Per me, qualcuno ci sarà pure".
Frey: "Però, sai, visto che l’argomento principale nello spogliatoio è quell’altro là… Insomma, se c’è, deve dissimulare proprio bene". Gamberini: "Okay, ma se qualcuno tirasse fuori il problema, cambierebbe anche l’atteggiamento di tutti gli altri, no?".
Frey: "Scherzi? In questo mondo dove la tifoseria già ti attacca mogli e fidanzate, figurati se uno si dichiara gay. Lo massacrano. Striscioni, cori. Un inferno".
Donadel: "Comunque, negli sport Usa ci sono molti che hanno fatto coming out e sono stati accettati tranquillamente".
Pazzini: "Verissimo. Però, magari mi sbaglio, ma la mia sensazione è di non aver mai incontrato un calciatore gay".
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La Fiorentina si spoglia "Nessun gay nel calcio".
Il mensile GQ entra nel luogo proibito del calcio, lo spagliatoio, e vive tre giorni con i giocatori. Il presidente Andrea Della Valle lancia l'invito: "Caro Toni, ti aspettiamo tra due anni". I giocatori dichiarano sicuri: "I gay nel calcio? Non esistono".
(La Gazzetta dello sport) GQ nel suo nuovo numero in edicola dal 26 agosto, propone un particolare Speciale Fiorentina, grazie a un evento straordinario nel calcio moderno: aver infiltrato i suoi inviati nel luogo solitamente più inaccessibile di una società di calcio, lo spogliatoio. Lo scopo? Capire come si passa dalla C2 del fallimento alla Champions League in soli 6 anni. Per GQ, infatti, sono proprio i viola la squadra più cool del momento. Una lunga marcia separa la squadra viola da quella del fallimento. Il presidente Andrea Della Valle ha fatto incorniciare una foto scattata nel settembre 2002, prima di Sangiovannese – Florentia Viola: "Sono io con tre amici davanti alla nostra panchina, sembra una foto fatta in vacanza, è l’inizio del campionato di C2. Sei anni, ma sembra passata una vita". Da allora non è cambiata solo la ragione sociale, la categoria, la rosa, le ambizioni: sono cambiati, molto in meglio, anche i tifosi, un tempo tra i più aggressivi d’Italia, perchè, sono parole del Presidente: "Il patto con la città è chiaro: la violenza è l’unico motivo per cui la famiglia Della Valle se ne va in 24 ore". Il d.s. Pantaleo Corvino s’accontenterebbe di placare una piazza mediatica: "Se la stampa ti spara 200 giorni l’anno è critica, ma se lo fa 365 quando pure arrivi in Champions c’è qualcosa che non quadra. Ma io mica m’arrendo, lo farò soltanto quando alla mattina invece di alzarmi per andare a lavoro mi verrà da girarmi dall’altra parte. Solo così capirò che le energie dovrò dedicarle ad altro". Ma è negli spogliatoi che si scopre la vera anima della Fiorentina, questa è un’estrema sintesi dell’esclusiva chiacchierata che i big viola (Donadel, Frey, Gamberini, Gilardino e Pazzini) hanno fatto con GQ.
Donadel: "Magari qualcuno ci sarà pure, però io credo di non averlo mai incontrato".
Gamberini: "Per me, qualcuno ci sarà pure".
Frey: "Però, sai, visto che l’argomento principale nello spogliatoio è quell’altro là… Insomma, se c’è, deve dissimulare proprio bene". Gamberini: "Okay, ma se qualcuno tirasse fuori il problema, cambierebbe anche l’atteggiamento di tutti gli altri, no?".
Frey: "Scherzi? In questo mondo dove la tifoseria già ti attacca mogli e fidanzate, figurati se uno si dichiara gay. Lo massacrano. Striscioni, cori. Un inferno".
Donadel: "Comunque, negli sport Usa ci sono molti che hanno fatto coming out e sono stati accettati tranquillamente".
Pazzini: "Verissimo. Però, magari mi sbaglio, ma la mia sensazione è di non aver mai incontrato un calciatore gay".
Gilardino: "Chi lo dice? Il nostro è il campionato migliore d’Europa".
Pazzini: "Be’, dai, il contorno, la tifoseria, gli stadi, il modo di vivere il calcio là sono un’altra cosa".
Donadel: "L’Italia paga lo scotto di una tassazione troppo sfavorevole. I club di Premier e Liga pagano molte meno tasse e hanno un potere contrattuale troppo forte".
Frey: "Però poi i campioni tornano tutti qui".
Donadel: "La vera differenza con la Premier è che lì non c’è un giornale che dia un voto. Vero, Gambero?".
Gamberini: "Io difficilmente guadagno l’attenzione della stampa, ed è giusto così: le prime donne sono gli attaccanti, gli Adrian Mutu, gli Jovetic, il nostro nuovo fenomeno".
Pazzini: "Be’, guarda che essere primedonne va considerato nel bene, ma anche nel male".
Frey: "Ma dai, nell’ultima amichevole c’è stato uno di noi che è stato una vergogna. Prima pagina: 'Questo giocatore da sballo'. Gamberini per 90 minuti si fa il mazzo? È un difensore e non lo vede nessuno".
Frey: "Prendete con l’Everton, abbiamo fatto barricate per 120’. Ci siamo fatti un mazzo così, poi uno tocca un pallone e fa gol. Il titolo è: 'Grande difesa'? No, è: 'Tizio trascina la Fiorentina'. Noi difensori ci mettiamo a ridere e amen".
"Senza un po’ di incoscienza, pure nel mondo dell’imprenditoria certi traguardi non li raggiungi. Ma qui si trattava di salvare la squadra di una delle città più belle e famose del mondo. Poi c’è chi ci ha letto una scelta legata alla nostra azienda, ma in realtà i nostri prodotti di lusso hanno poco a che fare con il mass-market del calcio".
"Sfatiamo il mito: non si guadagna un bel niente. L’Italia è ben diversa da Inghilterra e Spagna".
"Molti: la fiscalità è troppo pesante, c’è poca sensibilità verso i settori giovanili, troppe barriere tra società e tifosi. Quest’ultimo aspetto proprio non lo capisco: costa così poco essere educati. Io e mio fratello cerchiamo di esserlo sempre: è l’impronta che ci ha dato mio padre, e a lui mio nonno. La Fiorentina è una famiglia con 25 ragazzi? Credo di sì, con gli inevitabili problemi di tutte le famiglie".
"Non mi do pace per questa cultura contrattuale. Ma come, i contratti valgono dappertutto fuorché nel calcio? Non è mentalità italiana, è europea, si pensi al caso Cristiano Ronaldo. A noi era già successo con Luca Toni, però gli sono bastati 5 minuti per capire e rinunciare ai tanti soldi che gli aveva promesso l’Inter. E io gli dico: guadagna più che puoi al Bayern e poi torna da noi fra un paio d’anni".
"Il patto con la città è chiaro: la violenza è l’unico motivo per cui la famiglia Della Valle se ne va in 24 ore. Aspetto con ansia il giorno in cui potremo abbattere le barriere allo stadio. Mi piacerebbe fosse tra tre anni".
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Ndr. Una reltà terrbilmente cruda come le risposte dei supermilionari gladiatori in mutande. Omertosi più che mai, hanno in testa solo le palle a cui corron dietro. Quanto hanno dichiarato è superficiale e pazzesco e magari la loro intenzione era quella di dimostrarsi aperti, tolleranti e disinibiti, mentre invece risultano infastiditi ed impreparati. Ma il loro ufficio stampa dov'era? Che autogol! (Aspis)
Travaglio e l'Unità. Le cose che non si dovevano dire.
Leggo e rileggo il comunicato dell’editore e, lo confesso, continuo a non capire. Una sola cosa capisco: il licenziamento di Antonio Padellaro da direttore dell’Unità non dipende dal fatto che Padellaro non è abbastanza “multimediale”. Sgombero subito il campo da un paio di equivoci. Primo: sono molto affezionato al principio di autorità, nonché al motto lombardo “offelè, fa el to mestè”. Dunque riconosco agli editori il potere di nominare i direttori che più li aggradano e non penso affatto che l’umile collaboratore di un giornale debba metter becco nelle loro decisioni. Ma, siccome a questo giornale collaboro fin dal 2002, avrei preferito che qualcuno spiegasse ai lettori e ai giornalisti dell’Unità perché l’avventura di questo giornale morto nel 2000 e risorto nel 2001 grazie al duo Colombo-Padellaro, a una redazione tenace disposta a ogni sacrificio e a un pugno di editori coraggiosi debba concludersi così bruscamente e inspiegabilmente. Secondo: sono abituato a basarmi sui fatti e dunque non farò processi alle intenzioni, ergo non dirò una parola sul nuovo direttore, Concita de Gregorio, se non che è un’ottima giornalista e una persona squisita, che ho avuto modo di sentirla un paio di volte nelle ultime settimane, che mi ha garantito massima continuità e libertà, che le auguro i migliori successi.
Ma il punto è ciò che è accaduto finora, negli ultimi tre mesi sottotraccia e negli ultimi tre giorni alla luce del sole. Prima le voci. Poi l’intervista di Walter Veltroni al Corriere della sera che, all’indomani dell’acquisto dell’Unità da parte di Renato Soru, auspicava un “direttore donna”, cioè il licenziamento di Padellaro (che purtroppo è maschio). Lì s’è avvertita la prima, violenta rottura: non è usuale che un segretario di partito licenzi un direttore di giornale e indichi le caratteristiche del successore, specie se quel giornale non appartiene né a lui nè al suo partito. Se, nell’autunno del 2002, pur provenendo da tutt’altra storia e tradizione, accettai con gioia la proposta di Colombo e Padellaro, mediata dal comune amico Claudio Rinaldi, di collaborare all’Unità con una rubrica quotidiana, fu proprio perché l’Unità non era più un giornale di partito, ma un giornale libero, che rispondeva soltanto ai suoi editori, direttori e lettori. Infatti in questi sei anni mi sono sentito libero di scrivere in assoluta autonomia, senza mai subire le benchè minima censura. Ora quel fatto da troppi trascurato - l’intervista di Veltroni - comporta una svolta non da poco, un peccato originale destinato inevitabilmente a incombere sul futuro. Il secondo fatto è che l’uscita di scena di Padellaro segue, a tre anni di distanza e in qualche modo completa, quella di Colombo, l’altro direttore che aveva resuscitato l’Unità. E attende spiegazioni più plausibili delle chiacchiere sulla “multimedialità”. Il giornale va male? Pare di no, anche se paga le scarse risorse finanziarie (e pubblicitarie) e, politicamente, la grande depressione seguita al biennio della cosiddetta Unione al governo. Se dunque non è un problema di copie (la media giornaliera di 48 mila, con 274 mila lettori, è tutt’altro che disprezzabile, visti i chiari di luna, e speriamo di non doverla mai rimpiangere), è un problema “di linea”. Lo stesso che era stato sollevato nel 2005, quando fu allontanato Colombo.
Ora l’esperienza nata sette anni fa dalla straordinaria alchimia di questi due direttori, capaci di coinvolgere e coalizzare in una sorta di campo-profughi collaboratori delle più varie provenienze e culture, oggettivamente si chiude. Si finisce il lavoro e si completa il disegno avviato nel 2005, quando Furio fu defenestrato dopo mesi di mobbing praticato da ben noti ambienti Ds, insofferenti per la linea troppo autonoma, troppo aperta, diciamo pure troppo libera del giornale. Tre anni fa il disegno si compì a metà, magari nella segreta speranza che Antonio capisse l’antifona e riconsegnasse il giornale al partito che l’aveva ucciso. Padellaro, pur con la sua diversa sensibilità rispetto a Colombo, l’antifona non la capì. Continuò a scrivere e a farci scrivere in assoluta libertà. Beccandosi le reprimende più o meno sotterranee di molti politici del Pd e quelle pubbliche del Caimano. Il quale avrà tanti difetti, ma non quello di nascondere simpatie e antipatie. Lui i veri oppositori li riconosce subito e, a suo modo, li onora molto meglio di chiunque altro. Infatti, a dimostrazione del nostro successo, nei giorni delle ultime elezioni tornò a sventolare minacciosamente l’Unità additandola a nemico pubblico numero uno (chi sostiene che l’antiberlusconismo fa il gioco di Berlusconi, mentre le vere spine nel fianco del Cavaliere sono i “riformisti”, spiegherà forse un giorno perché lui abbia continuato a sventolare l’Unità, anziché Il Riformista o Europa, semprechè ne abbia notata l’esistenza). Ora, è evidente che la chiusura di questo ciclo non si deve a lui. E’ il padrone di quasi tutto, ma non ancora di tutto. Lo si deve a chi, nel centrosinistra, vedeva in questa Unità una minaccia. Salvo poi, si capisce, meravigliarsi insieme a Nanni Moretti se l’opinione pubblica latita (o forse, più propriamente, non trova sponde politiche, punti di riferimento, occasioni di manifestarsi e manifestare). Nell’Agenda Unica del Pensiero Unico del Padrone Unico, mentre la gran parte dell’opposizione dialogava o andava a rimorchio, l’Unità ha continuato a proporre pervicacemente un’altra agenda, un altro pensiero, un altro vocabolario. A dire le cose che, altrove, non si possono dire e a vedere le cose che, altrove, si preferisce non vedere. Nel paese dove, come ha detto efficacemente Gianrico Carofiglio all’Espresso, “da 15 anni Berlusconi è il padrone delle parole della politica”, perché “ha scelto lui i nomi con cui chiamare le cose e gli argomenti”, l’Unità portava ogni giorno in prima pagina altre parole, continuando ostinatamente a chiamare le cose col loro nome, non con gli pseudonimi berlusconiani e dunque “riformisti”: su questa Unità la guerra è guerra, non missione di pace; il separatismo è separatismo, non federalismo fiscale; il razzismo è razzismo, non sicurezza; il monologo è monologo, non dialogo; l’inciucio è inciucio, non riformismo; il regime è regime, non governo di destra con cui dialogare; i mafiosi sono mafiosi e i corrotti corrotti, non vittime del giustizialismo; i processi sono processi, non guerra tra giustizia e politica; le leggi incostituzionali sono leggi incostituzionali, non risposte eccessive a problemi reali; Mangano era un mafioso e chi lo beatifica non “fa una gaffe”: è come lui.
Mentre scrivo, ho appena letto l’addio di Padellaro. E mi tornano alla mente le nostre mille telefonate all’ora di pranzo (mi sveglio tardi) per decidere insieme la rubrica del giorno. Scambi di battute e trovate che nascevano cazzeggiando e ridendo fra noi fino alle lacrime e poi finivano regolarmente nel “Bananas”, poi nell’”Uliwood Party”, infine nell’”Ora d’aria”. Articoli che, come spesso ci ripetevamo, potevano uscire su un solo quotidiano: questo. Quello che dava il nome alle celebri feste estive, dalle quali sono bandito da quattro anni, pur scrivendo sull’Unità quasi ogni giorno da sei (ma ora han cambiato opportunamente nome). “Un giorno - mi diceva spesso Antonio, tra il serio e il faceto - me le faranno pagare tutte insieme, le tue rubriche, insieme al resto. Ma scrivi tutto, è troppo divertente. E poi, cazzo, si vive una volta sola…”. Ora che quel giorno è arrivato,mi sento soltanto di dirgli grazie. Per avermi sopportato, da gran signore e da liberale autentico, a suo rischio e pericolo. E’ stata una splendida avventura. Speriamo che continui ancora a lungo.
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Propaganda. Mancuso accusa: E' una sinistra che non vuole sentir parlare di famiglie omosessuali e di riconoscimento della cittadinanza.
Aurelio Mancuso dell'Arcigay attacca media e Pd: hanno paura di dire che la famiglia dello steward era gay.
(Il Manifesto - Giacomo Russo Spena) Se lo sarebbe aspettato da una destra omofoba e razzista un attacco del genere. Non dalla sinistra «cosiddetta progressista e liberale». Per Aurelio Mancuso, presidente dell'Arcigay, è un colpo basso l'articolo di Francesco Merlo («Se uno steward morto diventa una bandiera gay») uscito ieri su Repubblica: «Da quelle colonne si è sparato a zero contro le libertà civili e omosessuali».
Perché lei e altri colleghi del mondo lgbt avete accusato la stampa di non aver sottolineato che lo steward Domenico Riso, morto nell'incidente aereo in Spagna, fosse omosessuale? Nella vicenda non appare un elemento importante.
Non volevamo identificare che era scomparso un omosessuale, questo non avrebbe senso. Il nocciolo è un altro. Gran parte dei media ha omesso che Riso avesse una sua vita e che in quell'incidente se ne fosse andata la sua famiglia: sia il compagno sia il bambino. In Italia si vuole continuare a ignorare il fatto che esistono le famiglie omosessuali. Se fosse morta una coppia etero i titoli dei giornali sarebbero stati: «Tragica uccisione di una famiglia italiana». No? Invece Riso è morto da solo.
Tra l'altro per realizzare la sua famiglia, Riso era stato costretto a lasciare l'Italia.
È andato a vivere in Francia per poter realizzare il suo sogno. In Italia non avrebbe potuto, non essendoci riconoscimento per le coppie dello stesso sesso.
Però la sua ira è soprattutto contro l'articolo di Merlo. Si sente tradito?
Merlo dice che non si possono riconoscere le coppie omosessuali. Lo ha detto in modo brutale e offensivo. E Repubblica non è l'organo ufficioso del Pd, forse il contrario.
In realtà Merlo fa un discorso più elaborato. Dice di voler difendere i diritti dei gay...
Non è così. In questa società non esistiamo. Non siamo soggetti di diritto. Esistono solo gli eterosessuali. E Merlo esprime il pensiero di una classe politica, culturale e intellettuale che fa riferimento alla sinistra progressista che non vuole sentir parlare di famiglie omosessuali e di riconoscimento della cittadinanza. Una classe politica complice dell'omofobia dilagante. Neanche la sinistra radicale è esente da colpe.
Parole forti. Non vede spiragli di luce neanche ora che la sinistra si trova all'opposizione?
Non è un problema di governare o meno. Questa sinistra è succube di una cultura arretrata. Se Ratzinger non avesse una sponda politica di questo tipo, noi avremmo già avuto un riconoscimento ufficiale e giuridico. Se milioni di persone sono senza diritti, la colpa sta tutta sulle spalle di questi riformisti. Tra l'altro nel Pd ci sono clerico-fascisti come i teodem.
Però adesso c'è la destra. Tempi più bui?
Non mi interessa chi governa. Spero solo che la maggioranza risponda alle nostre richieste e esigenze. Poi certo, avendo come riferimento la ministra Carfagna, che è una nullità assoluta, non avremo nessuna possibilità di strappare qualcosa. Ma ho almeno il dovere di provarci.
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domenica 24 agosto 2008
Strumentalizzazioni?. Grillini scrive a Repubblica che gli risponde duramente.
Steward morto, la sua era una famiglia normale.
Ho letto con un certo stupore la requisitoria di Francesco Merlo, nell'articolo pubblicato ieri, contro il sottoscritto e contro l'Arcigay, colpevoli di aver notato nell'immane disastro della Spanair solo la morte di due omosessuali che stavano assieme. Merlo non deve aver letto i giornali o ascoltato tutti i Tg perché in Italia si è parlato soprattutto della vittima italiana dell'incidente aereo. Per sensibilità verso i familiari abbiamo taciuto per ben 2 giorni, ma quando un grande quotidiano nazionale ha finalmente parlato in modo esplicito dello steward e del suo "compagno" abbiamo fatto notare i due pesi e le due misure usati da quasi tutta la stampa nazionale, quella "progressista" compresa. E cioè se si tratta del povero architetto ammazzato da un prostituto romeno, allora si scatena la bassa macelleria della cronaca nera: si parla di "omicidio gay", di "ambienti omosessuali", addirittura di "festini gay", tralasciando in questo caso ogni riguardo verso la famiglia della vittima. Il poveretto è stato massacrato due volte ma di questo e di altre tragedie, del "camposanto" gay (morti ammazzati, suicidi, mancata prevenzione sanitaria e via dicendo) a Merlo poco importa. E nemmeno importa il nocciolo del nostro ragionamento che non era tanto l'identità omosessuale dello steward quanto il pubblico riconoscimento dell'esistenza della sua famiglia. Si è parlato di tante vedove, di tanti vedovi, di molti figli rimasti soli, di un sacco di genitori piangenti. Si è parlato di famiglie disperate, e guarda caso erano tutte famiglie splendidamente eterosessuali. Sulla famiglia di Domenico, nemmeno una parola. Sui suoi sogni, i suoi progetti di vita, sull'impegno che lui e il suo compagno avevano profuso nel crescere insieme un figlio: nulla, silenzio. Quella era una famiglia a tutto tondo, Domenico aveva un partner e un figlio come ne abbiamo in tanti. Non davano scandalo a nessuno a Parigi, ma siccome era, a Parigi per l'appunto, una famiglia "normale" che conduceva una vita normale, allora in Italia non lo si può dire. Zitti, i gay non hanno famiglie normali, anzi, non possono nemmeno avere famiglia, ma solo "torbidi ambienti omosessuali". Non possiamo proprio accettarlo.
Franco Grillini
Presidente Gaynet*
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La risposta di Francesco Merlo
Sulla base di un assoluto diritto di proprietà dell'argomento lei continua a trarre rendita dai morti, architetti o steward che siano. Il riconoscimento dei sacrosanti diritti dei gay passa anche per la liberazione dai 'rentiers' ideologici.
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Ndr. Ma qualcuno sa cos'é sto Gaynet? L'ennesimo ordine della casta dei giornalisti e questa volta omosessuali? Esiste uno statuto? Chi sono gli associati? Si è costituito davanti asd un notaio, possiede una partita iva ed un organo direttivo? Su internet non abbiamo trovato traccia di questa fantomatica sigla. L'unico riferimento relativo a GayNet, associazione d'informazione omosessuale, è qui e pare essere "l'editore" di Gaynews, infatti cliccando su gaynet.it si finisce proprio su Gaynews. Nient'altro. Insomma, ancora una volta poca trasparenza, tanta nebbia in val Padana... . Ognuno è libero di pensare ciò che vuole e come vuole... anche male. E per favore non tirateci in ballo, noi siamo un blog, non una testata giornalistica registrata in tribunale. Ecco perchè chiediamo conto.
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Etichette: giornali, grillini, questione omosessuale, strumentalizzazioni
sabato 23 agosto 2008
Grande compostezza da parte della sorella dello steward: "Non mi interessa quel che scrivono i giornali su mio fratello".
"No ai funerali di stato".
(AdnKronos) E' difficile il riconoscimento della salma di Domenico Riso, lo steward palermitano dell'Air France morto nella tragedia aerea di Madrid mentre stava andando in vacanza alle Canarie. Ieri le due sorelle dell'assistente di volo sono volate in Spagna per sottoporsi al prelievo del Dna e riportare a casa il corpo del fratello. "Non aspetteremo i funerali di Stato - annuncia ai microfoni della Rai, Concetta Riso -. Non appena potremo porteremo Domenico a casa a Isola delle Femmine".
E sulla vita privata del fratello, finita sotto la lente d'ingradimento con le associazioni gay che polemizzano con i mass media accusati di "aver avvolto in una cortina fumogena tragicamente ridicola" la relazione omossessuale dello steward, Concetta replica: "Mio fratello era una persona riservata. In questo momento non ci interessa quello che scrivono i giornali. Ci interessa solo portare il suo corpo a casa per una degna sepoltura".
Arcigay vs Repubblica. Imbarazzante autodifesa di Mancuso. Il solito vittimismo per nascondere dei fallimenti?
ARCIGAY: REPUBBLICA PRENDE FISCHI PER FIASCHI.
Dura presa di posizione di Arcigay sull'editoriale di Repubblica. Vergognoso attacco ad Arcigay e a Franco Grillini sulla morte di Domenico Riso.
Siamo sinceri, un attacco alla nostra associazione così violento e al contempo arrampicato sugli specchi da parte di la Repubblica a firma di Francesco Merlo, non ce lo saremmo mai aspettati. Non tanto per l'astio che trapela nei nostri confronti, quanto per l'argomentazione populistica e confusa che stravolge completamente la realtà dei fatti e le nostre intenzioni. Certo - se la cultura progressista e liberale italiana di cui almeno teoricamente l'importante quotidiano si fa paladino mette in campo un'autodifesa di questo livello non si può che ritenerlo emblematico dell'arretratezza in cui sono sprofondati la politica, la cultura, il giornalismo italiano.
Da giorni la Repubblica definisce la tragica distruzione di un'intera famiglia omosessuale in quell'incidente, perita assieme a tante altre famiglie simili e diverse, come "la dimensione intima e privata dello steward italiano morto insieme ad un amico". L'omissione del vero rapporto tra quelle persone che oramai non ci sono più e la negazione di dare al loro affetto il nome che merita è riproposta con fredda ostentazione. Per sostenerla, proprio Merlo riduce gli affetti alla solita cantilena del non si fruga dentro le lenzuola di nessuno, accusando di ossessione chi da anni chiede invano proprio il riconoscimento della dimensione che vada al di là della sessualità, che effettivamente di fronte alla morte – ma anche di fronte ai problemi ed alla discriminazioni della vita quotidiana - diventa un dettaglio ininfluente.
Caro Merlo, sarebbe stato sufficiente verificare i fatti, avere pietà anche di quell'amore distrutto, fra le centinaia squartati da quelle lamiere, e parlare dell'unica vittima italiana proprio nei termini in cui stavano i fatti della sua vita. Invece si è praticata consapevole censura, perché quella famiglia non doveva esistere! Il resto delle affermazioni contenute nell'editoriale sono solamente una sequela d'insulti al ruolo e all'azione della più grande associazione nazionale gay e lesbica. La triste realtà è che il grande giornale non accetta una critica che coinvolge l'intero sistema di comunicazione italiana, che appena può cancella la cittadinanza e gli amori omosessuali perché li ritiene, come ci ricorda appunto Merlo, pura pratica sessuale a cui si nega sistematicamente il riconoscimento dell'affetto e della vita vissuta e a volte purtroppo spezzata insieme.
Respingiamo al mittente di aver strumentalizzato la morte di Domenico, e soprattutto di non aver voluto vedere l'immensità del dramma che ha colpito oltre 150 persone. Esprimiamo infine la nostra piena solidarietà a Franco Grillini, già presidente di Arcigay, che è volgarmente attaccato nell'editoriale, quasi come capro espiatorio di un comunicato, sottoscritto da molti leader gay e lesbiche italiane. Il cripto leghismo paventato nell'editoriale sta proprio nel negare che in questo stupendo e maledetto paese c'è ancora a sinistra l'idea che i gay e le lesbiche debbano vivere il loro orientamento sessuale in privato, non lamentarsi del fatto di essere considerati dei fantasmi sociali, la cui esistenza e realtà di vita viene taciuta nel nome di una eleganza di cui Merlo parla, ma di cui nelle sue parole non si trova traccia.
Aurelio Mancuso
Presidente nazionale Arcigay
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Italiano morto a Madrid, l’Arcigay attacca la stampa.
(Il Secolo XIX) «I servizi tv e la rassegna stampa ci hanno indignato. La vita di Domenico Riso è stata avvolta da una cortina fumogena tragicamente ridicola. Quando un gay siciliano che è emigrato, si è costruito una vita nuova e una famiglia, potrà avere rispetto, almeno dopo morto?»: con queste parole, l’Arcigay ha contestato il modo in cui giornali e televisioni hanno trattato la storia dello steward morto nell’incidente aereo di Madrid.
«È dovere, per chi informa - ha affermato Aurelio Mancuso, presidente dell’associazione - dar econto di una storia che è stata bruscamente interrotta, e che propone una riflessione sulla condizione di milioni di gay e lesbiche in questo paese. Un tempo si chiamava omosessualità “l’amore che non osa dire il suo nome”, e oggi? Siamo ancora lì»?
«Vogliamo salutare a nostro modo Domenico - ha concluso Mancuso - cui ci sentiamo legati da un sentimento di fraternità. La sua breve vita testimonia la volontà di non rinunciare a se stesso, di combattere la sua battaglia per la felicità, che in questo Paese è ottusamente negata. Per lui e per tante altre persone, continueremo a lavorare affinché non sia mai più negata la realtà della famiglia omosessuale».
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