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domenica 7 settembre 2008

"Parliamo troppo di omosessualità", lo scrive un collaboratore di Liberazione.

L'omofobia sembra diventare uno dei problemi dominanti del nostro vivere quotidiano. Intervento utile a capire quale Rifondazione e quale giornale vogliamo.

Caro direttore, vorrei aggiungere la mia alle molte opinioni espresse sul ruolo e la funzione di "Liberazione". Il mio è un punto di vista in parte "interno" - avendo scritto di arte su questa testata per oltre nove anni - e in parte no, perché non sono organico alla redazione. Ho goduto quindi di un osservatorio particolarmente felice e sopratutto libero, perché svincolato da ogni tipo di condizionamento. Penso quindi, con cognizione di causa, di poter dire tre o quattro cose per riossigenare un dibattito che altrimenti rischia l'asfissia (paradossalmente) autocelebrativa (vedi gli ultimi interventi di Graziella Mascia e di altri). Lo farò con una nettezza che va intesa come aspirazione a quel "parlar chiaro" che si impone in una discussione fra compagni.

La prima è che, con tutta evidenza, "Liberazione" non gode del consenso della maggior parte degli iscritti al Partito, l'ho potuto constatare nella triplice veste di collaboratore, lettore e iscritto a Rifondazione comunista. Si tratta di un singolare caso di giornale di partito poco apprezzato e sostenuto proprio dagli iscritti al Partito editore. Mi pare che ogni ragionamento sul giornale debba partire da questa verità elementare, che va verificata e quantificata per poi studiarne le ragioni; il resto viene dopo. La seconda è che con altrettanta evidenza il giornale appare come il frutto asimmetrico di un lavoro realizzato a più mani, ciascuna delle quale imprime la propria impronta sulla linea editoriale, senza escludere punte di qualità e di interesse. Il risultato è che viene ignorata qualsiasi idea di misura, di proporzione e di equilibrio fra i temi e le parti e fra le parti e il tutto. La linea che viene distillata dalla somma algebrica di queste tendenze è quella che si identifica con una cultura libertaria, un po' casinista, tendenzialmente acomunista (se non peggio) per la quale i problemi della corporeità e del sesso pesano come le ecocompatibilità nei programmi dei verdi, senza evitare (non ci facciamo mancare niente) i clamori grotteschi dell'antitogliattismo più becero, dell'antiberlinguerismo più sommario fino alle stroncature persino divertenti dell'incolpevole Giorgio Morandi (solo per citare le più recenti gemme). La regola è leggere, ad esempio, articoli su articoli sull'omofobia che, alla fine, sembra diventare uno dei problemi dominanti del nostro vivere quotidiano. Ora, compagni, qualcuno bisognerà pure che ve lo dica: i temi della sessualità etero omo transegender della corporeità e del piacere e così via sono importanti, ma non fondamentali per un quotidiano di partito. Non è che se qualcuno si azzarda a dirlo significa che deve consultare l'andrologo o che odia gli omosessuali e le lesbiche. Ve lo giuro. Non è così.

Così come il cinema è importante ma esistono anche - per esempio - le arti visive (la pittura, la scultura ecc.). Nel paese che detiene i tre quarti dei capolavori dell'intera umanità e ha tesaurizzato ampiamente le conclusioni del Concilio di Nicea questo è un fatto ampiamente condiviso. E allora, perché, tanto per fare un esempio, quando ho segnalato l'"assurdo" rappresentato dal fatto che non si riusciva ad avere una sede per una mostra sulla Falce e martello, di cui sono coautore, con più di cento opere di artisti di valore internazionale (se ne sono occupati il "Venerdì" con quattro pagine, l'"Unità" con una pagina intera e il "Corriere della Sera") nessuno mi ha dato retta (si fa ancora in tempo a darmela). Forse perché la Falce e Martello è un tema politicamente troppo sensibile? E ancora perché non sono stato autorizzato a scrivere sulla mostra che riabilita Mario Schifano con tanto ritardo e solo in presenza di una "quadratura" affaristica? E perché ancora ignorare la "Mostra rotonda" che facemmo anni fa (come partito!) a Fonte Ostiense e quella realizzata alcuni mesi fa (da due circoli) a Spinaceto sugli omicidi sul lavoro? L'ultima cosa che voglio dire è che non mi convince nemmeno lo stereotipo di una redazione libertaria, goliardica e un po' libertina che non impone alcun veto a chicchessia. La stagione delle logiche correntizie, infatti, ha infiltrato anche l'ambiente redazionale che ha subito l'influenza del partito o meglio di una parte di esso (l'allora maggioranza). Non aggiungo particolari per motivi di misura e di stile. E perché nessuno è sotto processo e, se vuole ed è in buona fede, può capire facilmente. Del resto la crisi di questo partito proprio in questo ritrova la sua principale ragione: nella schisi che nel tempo si è determinata fra una ristretta oligarchia e il corpo vivo del partito. Il giornale non è stato estraneo a queste vicende. In questo è stato, semmai, "troppo poco" autonomo. Ma oggi, forse, dopo Chianciano, si può invertire la rotta. Senza processi. Laicamente e con stile.

Roberto Gramiccia via e-mail
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Caro Gramiccia, intanto grazie per la nettezza e la sincerità delle critiche. Le obiezioni che tu poni riguardano soprattutto l'eccessivo spazio dato ai temi quali la sessualità, il corpo o l'orientamento sessuale. Tu dici che non sono fondamentali per un quotidiano di partito e che gli viene dato troppo peso a discapito di altre importanti questioni.

Partiamo dai dati di fatto. Contestiamo prima di tutto l'accusa dell'eccesso. Gli articoli su gay, lesbo, trans o queer non sono così numerosi come tu dici, soprattutto non hanno preso il sopravvento sugli altri. Si sono aggiunti, punto e basta, colmando una gravissima lacuna giornalistica ma ancora prima politica, culturale. Umana. Ma questa aggiunta, fin da subito, cioè fin dall'inizio della direzione di Sansonetti e della nascita del settimanale culturale Queer, ha dato fastidio.

Come mai?
Lo spieghi tu molto bene. Non sono considerati importanti. Ma secondari, rispetto ad altre questioni, ad altre contraddizioni, ad altri conflitti. E' la vecchia diatriba che esiste da quando esiste la sinistra. Da una parte c'è chi pensa che l'unica vera contraddizione stia nel conflitto di classe e chi invece sostiene che altre contraddizioni hanno scritto la storia del mondo e del cambiamento. Dicono di più: che senza tener conto di quei conflitti, di quelle contraddizioni, anche il nostro comunismo, il cambiamento che rivendichiamo non va da nessuna parte. Il femminismo lo dice da molto, da quando esiste. E su questo ha aperto uno scontro esplicito con la sinistra. La storia, caro Gramiccia, non si cancella e non è tutta chiusa nelle stanze del Pci e nemmeno del Prc. Chiami questo acomunismo (o anche peggio). Per noi si tratta di esercitare pensiero critico sempre e comunque. Di non arrenderci all'esistente, anche quando questo esistente è rappresentato da un partito comunista. Su questi punti è bene chiarirsi per capire di quale Rifondazione comunista parliamo, di quale giornale vogliamo dotarci, quale futuro vogliamo costruire non solo per noi.

Teniamo conto del dissenso che tu dici esiste intorno al giornale. E' però anche vero che ognuno parte dalle sue esperienze e dalle sue relazioni e che in tante realtà di movimento (e di questo partito), il giornale è apprezzato e gli viene riconosciuto un ruolo importante. Sugli articoli nessuna censura ma libero esercizio dell'autonomia della redazione (selezionare le proposte è una delle cose per cui siamo pagati). Anche se - va detto - degli esempi che fai ci risulta di averne respinto solo uno.
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Ndr. Quelli di Liberazione, non c'è che dire sono veramente formidabili! Un colpo al cerchio ed uno alla botte... Leggete un po cosa scriveva in aprile di prode Mancuso:
Aurelio Mancuso (Arcigay) accusa "Liberazione": "I miei articoli vengono puntualmente scartati e censurati".

E poi a ricordar bene, le scorse elezioni non erano state perse dai rifondaroli perchè si occupavano troppo dei gay?
Mirafiori ha bocciato l'Arcobaleno: "Pensa solo a froci e zingari, non a noi".

E vi ricordate questo articolo, sempre di Liberazione?
A furia di pensare ai gay la sinistra li perde per strada.

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