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martedì 2 settembre 2008

Belpietro: "Libero" di incassare dallo Stato.

Vittorio Feltri

(Maurizio Belpietro - Panorama) Un paio di numeri fa mi sono occupato del finanziamento pubblico ai giornali di partito, che in 7 anni è costato alle casse dello Stato più di 1 miliardo di euro. Nell’articolo me la prendevo in particolare con quei quotidiani fantasma che vendono 1.000 copie ma incassano 2 milioni di euro. Un paio di righe dell’articolo erano dedicate anche alle testate che di partito non sono, ma che ricevono comunque fondi dallo Stato, e fra queste segnalavo Avvenire e Libero. Pur essendo uno dei più forti percipienti (39 milioni in 7 anni, fonte: presidenza del Consiglio), al giornale di Vittorio Feltri non riservavo alcuna critica. Ma, evidentemente, anche la semplice citazione ha infastidito l’amico, il quale ha reagito piccato, dandomi del bugiardo. La mia colpa? Avrei omesso di dire che Panorama e la Mondadori per i loro abbonamenti godono di tariffe postali agevolate. Feltri si chiede retoricamente che differenza ci sia fra lui e noi.

Lo spiego subito. Il direttore di Libero gioca sulla scarsa conoscenza della legge sull’editoria. Da molti anni esiste una norma che riconosce ai giornali uno sconto sulle tariffe postali. È un provvedimento adottato da tutti i paesi europei e che mira a favorire la lettura e gli abbonamenti. Distribuire costa e gli editori tagliano le diffusioni concentrandosi sulle edicole dove si vende di più e dove arrivare costa di meno. Incentivando gli abbonamenti si consente a chiunque e con minor spesa di ricevere ciò che desidera. Allo sconto hanno diritto tutti i giornali, dunque anche Libero, se non fosse favorito da un privilegio di cui dirò in seguito. Panorama beneficia della tariffa agevolata e per ognuna delle 220 mila copie che spedisce paga 0,36 centesimi, che sono pochi in meno rispetto a quelli versati nei paesi europei per analoghi servizi. Panorama e la Mondadori non incassano 1 euro, semmai i soldi li prendono le Poste, sulla base di una trattativa che fanno con la presidenza del Consiglio. Si può discutere la tariffa agevolata, la si può criticare e perfino abolire, ma si tratta di un aiuto simile a quelli riservati a comparti giudicati utili, per esempio l’autotrasporto o l’agricoltura, cui lo Stato garantisce sgravi o crediti d’imposta, senza distinzioni d’impresa. È insomma un sistema pulito, che non altera la concorrenza, simile agli sconti per chi installa finestre a risparmio energetico o pannelli solari.

Ciò di cui godono i giornali di partito è invece ben diverso. Si tratta di un finanziamento basato sulle spese e che prevede un contributo a piè di lista dell’ordine del 60-70 per cento. In pratica questi quotidiani più spendono e più ricevono. Più copie tirano, anche se non le vendono, e più incassano. Possono perfino permettersi un supplemento, tanto paga Pantalone. Lo Stato è per loro un socio di maggioranza che non ha diritto di voto, ma cui tocca contribuire per due terzi alla spesa. Un sistema chiuso, di cui pochi godono. Per ottenere i quattrini, il giornale deve infatti far capo a un gruppo parlamentare, a un movimento politico o a una cooperativa. Questo è il fondo da cui Libero attinge quasi 8 milioni di euro l’anno (dato riferito al 2006), chiaro? A questo punto qualcuno si domanderà che cosa c’entri il quotidiano di Feltri con i giornali di partito. Niente. C’entra solo per via di un furbo espediente escogitato 8 anni fa, quando Libero fu fondato. Siccome nessun editore era disposto a metterci troppi soldi e Feltri non intendeva rischiare i suoi, qualcuno si ricordò che esisteva un bollettino mensile del Movimento monarchico italiano, Opinioni nuove, registrato fin dal 1964 presso il tribunale di Bolzano. Il periodico era l’organo di un gruppo di amici, quattro gatti, che usciva quando e come poteva, ma riceveva un contributo di 20 milioni di lire l’anno dallo Stato. L’editore di Libero chiese ai monarchici di prendere in affitto la testata in cambio di 100 milioni di lire: un affare per i nostalgici del re, ma soprattutto per Feltri e i suoi, i quali s’inventarono una specie di supplemento quotidiano di Opinioni nuove. In grande si leggeva Libero, in piccolo, ma con la lente d’ingrandimento, la testata del Mmi, quella che aveva diritto ai contributi di Stato. L’Espresso se ne accorse e chiese lumi a Feltri, il quale giurò che avrebbe rinunciato ai finanziamenti. Una promessa dimenticata in fretta, perché appena un anno dopo, compreso che la testata Opinioni nuove era una gallina dalle uova d’oro, Libero chiese ai monarchici di comprarla per 500 milioni di lire. Agli orfani di Casa Savoia parve di sognare: il loro giornalino si rivelava il miglior investimento mai fatto. Perciò si affrettarono a vendere e a investire il ricavato in alcuni negozi a Bolzano. In realtà, il miglior investimento lo ha fatto Libero: chi di voi non pagherebbe 500 milioni di lire una tantum per poi incassare in 7 anni quasi 40 milioni di euro e chissà quanti altri nel futuro? Certo, bisogna riconoscere che, a differenza di altre imprese consimili, almeno quei soldi sono serviti a far nascere un giornale importante. A Feltri va dunque dato atto di aver fatto qualcosa di utile. Ma non deve arrabbiarsi se sorrido di fronte alla sua arrampicata sugli specchi per giustificare il finanziamento pubblico. È uno stile libero che non gli si addice.

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lunedì 11 agosto 2008

Riconoscimento alle coppie di fatto, sono più avanti le assicurazioni dello stato.

Per il risarcimento o la polizza si deve dimostrare l'esistenza del rapporto.
(Eleonora Della Ratta e Michela Finizio - Il sole 24ore) Il riconoscimento delle coppie di fatto, circa 640mila in tutta Italia, è più avanti nella pratica che nella legge. La giurisprudenza ha in parte colmato il vuoto normativo esistente e, in alcuni ambiti, l'avvicinamento alle tutele previste per le famiglie è già realtà.

Recentemente hanno fatto scalpore i casi di un uomo al quale l'assicurazione ha riconosciuto il danno morale in seguito alla morte del convivente per un incidente stradale e del risarcimento di una donna la cui compagna è deceduta a causa di un errore medico (si veda il Sole 24 Ore del 27e del 30 luglio). Ma non si tratta di casi isolati. I giudici, già da alcuni anni, riconoscono ai conviventi il diritto di beneficiare del risarcimento dei danni morali, in caso di morte del partner per illecito (articolo 2043 del Codice civile).

Le compagnie assicurative, spiegano i legali dell'Ania,si stanno adeguando: in assenza di una norma ad hoc, sono libere di riconoscere direttamente il risarcimento, ma nel dubbio spesso si ricorre in via giudiziale. «In teoria possono chiedere il risarcimento – afferma Giuseppe De Luca di Toro Assicurazioni – tutti i terzi che dimostrino di aver subito un danno, provando il nesso causale tra il fatto e il danno subito». E il vincolo della convivenza a questo punto diventa centrale tanto che, diversi anni fa, i frati di un convento furono risarciti in seguito alla morte di uno di loro per incidente stradale.

Più complessa, invece, la posizione del convivente in relazione al danno patrimoniale: in questa ipotesi il risarcimento viene riconosciuto solo se si prova che il partner contribuiva in modo costante al soddisfacimento dei bisogni dell'unione (non sarebbero sufficienti elargizioni episodiche).

Diventa difficile invece, se non impossibile, cercare di far valere i diritti della coppia di fatto su una polizza infortuni: se non è stato indicato espressamente un beneficiario, prevale il diritto successorio a favore dei legittimi eredi o di quelli testamentari. «Anche in loro assenza – spiega De Luca – difficilmente si riconosce il diritto al convivente. Il rischio che un legittimo erede si presenti anche in un secondo momento frena le assicurazioni». Un discorso che vale anche nel caso di infortunio sul lavoro: secondo il regolamento dell'Inail i conviventi non possono in alcun modo beneficiare delle rendite per i superstiti. Lo ha confermato a febbraio il direttore generale dell'Istituto in risposta a un'interrogazione parlamentare sul caso del mancato risarcimento della convivente di uno dei sette operai morti nel rogo della Thyssen.

Pure in ambito sanitario i diritti vengono estesi alle coppie di fatto: quasi tutte le Casse sanitarie permettono agli iscritti di chiedere prestazioni e rimborsi anche per i familiari, conviventi inclusi. La prima a prendere questa decisione è stata nel 1977 la Casagit dei giornalisti, che undici anni fa ha esteso gli stessi diritti anche alle coppie omosessuali. È la certificazione anagrafica, cioè avere la stessa residenza, che dimostra l'effettivo stato di convivenza, che interessa quasi il 12% degli iscritti. Stessa regola anche per il Fasdac, per i dirigenti delle aziende commerciali, che dal 1994 ha riconosciuto pari diritti alle coppie di fatto (il 6% del totale). Ugualmente per Fis Eni, per la cassa dei lavoratori dell'industria chimica ( ma solo per le coppie eterosessuali) e, recentemente, per il Campa degli artisti.

Diversa la posizione dei fondi per i dirigenti Fasi e Fisdaf, ma non per motivi etici: «In mancanza di una legge per noi è difficile stabilire se effettivamente esiste un legame affettivo e di mutua assistenza – spiegano dal Fisdaf –; per questo limitiamo l'estensione dei servizi solo al coniuge».

Anche per quanto riguarda la casa la fede al dito non è determinante: in caso di morte il diritto di subentro nell'affitto spetta pure al convivente; i regolamenti regionali sull'edilizia popolare riconoscono anche le coppie di fatto come nucleo familiare, purché conviventi da almeno due anni prima del bando.

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martedì 5 agosto 2008

Rivelazioni: Solo il 20% dell'8x1000 è destinato ad opere di carità.

(La Stampa) La televisione, dove l’unico spot circolante è quello della Chiesa Cattolica, ci ha abituati a pensare all’8x1000 come a una magnifica occasione per aiutare i derelitti della Terra. Nelle pubblicità compaiono bambini di Paesi poveri, fame e miseria.
Far tornare un sorriso su quei volti emaciati è facile: basta apporre una firma sulla dichiarazione dei redditi e si destina una quota dell’Irpef a quelle popolazioni in difficoltà. Una bella favola. Peccato che resti, appunto, una favola.

La Chiesa Cattolica destina solo il 20% di quello che riceve con l’8x1000 per fare della carità (fonte Cei). Il resto lo incamera. Le istituzioni laiche non fanno meglio. Tra il 2001 e il 2006 lo Stato italiano, attraverso l’8x1000, ha destinato all’Africa 9 milioni di euro per combattere la piaga della fame: un quinto di quanto ha dato per la regione Lazio (43 milioni). E pensare che il Continente Nero, con i suoi oltre 800 milioni di abitanti, ha preso più degli altri. All’Asia, 4 miliardi di individui, è arrivato un milione e mezzo: il prezzo di una villa in Sardegna. O se si preferisce un quarto di quanto il governo ha stanziato - prelevandolo dallo stesso fondo - al solo Molise (7,2 milioni di euro).

Seguono l’America Centrale con 610mila euro e quella Meridionale con 560mila, poco più e poco meno di 10mila euro all’anno. E sarebbe andata ancora peggio se nel 2006 tutta la quota statale, ovvero 4,7 milioni di euro, non fosse stata completamente destinata a progetti contro la fame nel mondo. Evidentemente la beneficenza va di moda solo negli spot. Secondo la sezione di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato della Corte dei Conti dal 2001 al 2006 lo Stato italiano ha elargito 272 milioni di euro grazie all’8x1000 degli italiani. Ma se si vanno a guardare le aree di intervento, le differenze sono enormi: 179 milioni (il 66%) sono serviti per finanziare progetti di conservazione di beni culturali; 59 milioni (il 22%) per affrontare calamità naturali; 22 milioni (l’8%) per l’assistenza ai rifugiati; solo il 4% è andato a progetti contro la fame nel mondo. Una scelta difficile da spiegare, a meno che non si entri nel dettaglio e s’intuiscano alcuni meccanismi che governano la classe politica italiana.

Se si scorrono i progetti finanziati nei sei anni presi in esame, si scopre che il 40% circa ha riguardato il restauro di chiese, abbazie, conventi e parrocchie. Un aspetto che non è sfuggito alla Corte che, in adunanza pubblica, ha chiesto conto alla rappresentante del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali di tanti finanziamenti a enti religiosi. La risposta è stata che il patrimonio artistico, culturale, storico e architettonico degli enti religiosi in Italia è di grande eccellenza. Vero, ma la Corte non ha potuto che richiamare alle norme che regolano la distribuzione dell’8x1000 e che parlano di bilanciamento nella scelta dei progetti e di urgenza degli stessi. La disparità di trattamento, invece, è evidente. Tanto più se si tiene conto di altri dati. I numeri parlano da soli: i 315 milioni di euro attribuiti allo Stato dal 2001 al 2007 impallidiscono di fronte ai 6.546 milioni ricevuti dalla Chiesa Cattolica. È il ritorno dello spot televisivo? I creativi sono bravi, ma non così tanto. A meno che non si voglia annoverare in questa categoria (e il personaggio di sicuro lo merita) anche l’attuale ministro delle Finanze Giulio Tremonti. È sua l’idea del meccanismo di redistribuzione che tanti mal di pancia fa venire ai laici che siedono in Parlamento ma non solo. Non tutti gli italiani dichiarano a chi deve andare il loro 8x1000. Solo il 40% lo fa scegliendo tra Stato, Chiesa Cattolica, Valdesi, Luterani, Comunità ebraica, Avventisti o Assembleari. E il restante 60%?

In altri Paesi, dove la donazione deve rispecchiare una volontà esplicita del contribuente, questa quota rimane allo Stato e quindi a disposizione di tutti. In Italia viene invece ridistribuita secondo le proporzioni del 40%, dove i cattolici vanno forte. Alla fine circa il 90% dell’intero gettito va alla Chiesa. Si tratta di quasi un miliardo di euro all’anno, 991 milioni nel 2007. E pensare che quando nacque l’8x1000, la sua funzione era quella di sostituire la congrua per il pagamento dello stipendio ai sacerdoti. Lo Stato era anche disposto a mettere di tasca propria il denaro necessario per arrivare alla cifra di 407 milioni di euro nel caso i fondi fossero risultati insufficienti. Oggi gli stipendi dei preti rappresentano un terzo dell’8x1000 che va alla Chiesa, ma nessuno ha mai osato mettere in discussione la cifra, nemmeno la commissione bilaterale italo-vaticana che aveva il compito di rivedere le quote nel caso il gettito fosse stato eccessivo. Del fiume di denaro che va alla Chiesa Cattolica, la Cei destina il 20% per opere caritatevoli, il 35% per pagare gli stipendi dei 38mila sacerdoti italiani e il resto, circa mezzo miliardo di euro, viene ufficialmente utilizzato per non meglio precisate «esigenze di culto», «catechesi» e «gestione del patrimonio immobiliare».

Forse anche per questo lo slogan scelto dai Valdesi per un loro spot radiofonico di qualche tempo fa era: «Molte scuole, nessuna chiesa». La pubblicità in questione è stata vittima di una sorta di censura: per mesi non è stata mandata in onda. Non è l’unica disparità che lamentano le altre confessioni religiose. Diversamente dai cattolici, infatti, Valdesi, Luterani, Comunità Ebraiche, Assembleari e Avventisti ottengono i fondi (volontariamente sottoscritti dagli italiani) solo dopo tre anni. Alla Cei, invece, lo Stato versa un anticipo del 90% sull’introito dell’anno successivo. Le vie del Signore, in alcuni casi, si fanno scorciatoie. Ma le disparità tra religioni diverse non sono le uniche che si possono riscontrare tra i finanziamenti statali dell’8x1000. Nonostante i criteri di scelta dicano che, per finanziare i progetti, è necessario tener conto di vari fattori, tra cui anche quello della maggiore o minore popolazione presente sul territorio su cui insiste il progetto, ci sono regioni che paiono baciate dalla fortuna. In sei anni all’Abruzzo sono andati 13 milioni di euro, quanto la Sicilia e la Toscana, e quattro volte l’Umbria (3 milioni di euro). E che dire delle Marche (22 milioni di euro), che ha ricevuto più del doppio di una regione come il Piemonte? Capire perché questo accade è praticamente impossibile. Il Dipartimento per il coordinamento amministrativo della Presidenza del Consiglio, che si occupa della distribuzione dei fondi, dichiara di aver tenuto conto dei criteri scelti dalla Presidenza, ma anche «della commissione tecnica di valutazione», dei «pareri non vincolanti delle Camere», di imprecisate «indicazioni arrivate da autorità politiche» e dei suggerimenti delle «commissioni parlamentari».

Come dire: di tutti. Il risultato è stata la solita guerra tra lobby, che però ha provocato un effetto perverso: l’enorme frammentazione dei finanziamenti. Se ognuno vuole la sua fetta di torta, per quanto piccola, l’esito è scontato: l’8x1000 si perde in una serie infinita di rigagnoli. Il 78% dei finanziamenti erogati, ovvero tre su quattro, è inferiore a 500.000 euro. Quasi la metà (43,22%) è compreso tra i 100 e i 500 mila euro. Chi dovrebbe evitare tutto questo è la Presidenza del Consiglio. Per legge dovrebbe essere il filtro che dà unitarietà e razionalità agli interventi, ma non accade. La Corte rileva che i ministeri si rivolgono direttamente al dicastero delle Finanze per i progetti. Questo ha un'ulteriore conseguenza: se si elimina la responsabilità della Presidenza del consiglio, chi controlla gli esiti dei lavori? Il regolamento stabilisce che, passati 21 mesi, se questi non sono iniziati, il finanziamento viene revocato. Sarebbe dovuto accadere per esempio per la Chiesa della Martorana di Palermo, per il Complesso di Santa Margherita Nuova in Procida o per la Chiesa di santa Prudenziana a Roma. Non è avvenuto.

Di fronte a questi risultati non stupisce la disaffezione dei cittadini. Nel 2004 il 10,28% dei contribuenti aveva affidato il suo 8x1000 allo Stato. La percentuale è scesa all’8,65% nel 2005, all’8,38% nel 2006 e al 7,74% nel 2007. Forse avranno contribuito le leggi che in questi anni hanno decurtato la quota statale senza tener minimamente conto delle finalità per cui era stato istituito l’8x1000. Nel 2001 sono stati prelevati 77 milioni di euro per finanziare la proroga della missione dei militari italiani in Albania e nel 2004 il governo Berlusconi ha deciso una decurtazione di 80 milioni di euro anche negli anni successivi per sostenere la missione italiana in Iraq. Le decurtazioni dal 2001 al 2007 sono ammontate a 353 milioni di euro, più dei 315 milioni rimasti nel fondo 8x1000. Siamo lontani anni luce dai bambini dello spot in tv.
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Il meccanismo dell' 8 Per Mille spiegato da "Report".

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mercoledì 30 luglio 2008

Diritti Glbtq. L'Italia che cambia da sola.

(Susanna Marzolla - La Stampa) Innovativo riconoscere in Italia il valore di un Pacs stipulato in Francia da due cittadine francesi? Sicuramente; ma ancor più innovativo ciò che è avvenuto, con discrezione, in uno studio legale di Milano. Che ha ottenuto per una donna italiana, il risarcimento dei danni "affettivi e morali" causati dalla morte della sua compagna, italiana pure lei. Un risarcimento "congruo" tal quale sarebbe stato se a morire fosse stato un compagno: la società di assicurazione dell'ospedale ha considerato i rapporto omosessuale al pari del tradizionale "more uxorio".

E non lo ha fatto ieri - magari spinta dalla notizia di quanto le Generali avevano deciso per la coppia gay francese di Venezia - lo ha fatto intorno a Pasqua. E le avvocatesse Elisabetta Arrigoni e Laura Granata, dopo aver assistito la vedova, avevano tranquillamente archiviato quel dossier. Consce, sì, di aver ottenuto un risultato importante, ma non ritenendolo talmente innovativo da renderlo pubblico. Ma proprio l'eco del risarcimento veneziano le ha spinte a segnalare all'Arcigay quanto avvenuto alla coppia di donne milanesi. "Ed è una novità assoluta - dice Aurelio Mancuso - presidente dell'associazione - perché qui, lo sappiamo, non c'è nessun pacs, nessuna legge. La società si mostra molto più avanti della politica e si adegua alla realtà".

La realtà è quella di due signore che stanno assieme per quasi vent'anni, condividendo casa e vita affettiva. Non sono più giovani: la più anziana ha quasi settant'anni quando viene ricoverata in uno dei "più importanti e noti ospedali di Milano". Non ci sono nomi in questa vicenda perché, spiegano Arrigoni e Granata, "si è trattato di un accordo extragiudiziale; non c'è una sentenza e tutto quindi deve restare coperto dalla privacy". Ma la storia c'è tutta, ed è quella di "un errore medico che, dopo un'operazione, provoca complicazioni che portano alla morte della paziente". I familiari della donna si rivolgono allo studio legale; comincia una trattativa e, per evitare una causa, l'ospedale riconosce l'errore; l'assicurazione, "una primaria compagnia nazionale", paga il risarcimento.

A tutti: i parenti "di sangue" (una sorella, nipoti) e anche alla sua compagnia. Rimasta sola a 55 anni, privata della persona con cui aveva passato buona parte della sua vita. E non c'entra se ci fosse o meno un lascito della morta a suo favore: "L'assicurazione - sottolinea Laura Granata - ha riconosciuto il danno affettivo e morale patito, dando valore alla convivenza ventennale tra le due donne, che noi abbiamo dimostrato attraverso le testimonianze".

Non c'era, non poteva esserci un foglio di carta a certificare quella che è stata comunque riconosciuta come una "comunione patrimoniale e morale" tra due persone. Il risarcimento è venuto di conseguenza: "Ed è stato congruo; cioè - spiega Elisabetta Arrigoni - non è stato per nulla pregiudicato dal fatto che si trattasse d una coppia omosessuale". La donna rimasta sola ha ottenuto così il riconoscimento - sebbene postumo - di una lunga convivenza affettiva: "prossima congiunta" per la compagnia di assicurazione; "vedova" della sua compagna per amici e parenti; ma ancora niente per lo stato civile.
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sabato 1 marzo 2008

Laicità: le condizioni per il confronto. Nessuno è proprietario dello Stato, nessuno ha diritto a ipoteche.

(Costanza Firrao - Libertà giustizia) Mercoledì 27 febbraio, a Ivrea, si è discusso dei rapporti tra mondo laico e mondo cattolico, di laicità e democrazia, tra “non possumus”, “valori non negoziabili” e moratorie. A parlarne in una sala gremita, il Prof. Gustavo Zagrebelsky, docente di Giustizia Costituzionale all’Università di Torino e Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Don Ermis Segatti, docente di Storia del Cristianesimo alla facoltà Teologica di Torino, referente per la Cultura e l’Università della Diocesi cittadina. Sollecitati dall’introduzione di Tullio Lembo, del Forum Democratico del Canavese che insieme a LeG ha organizzato l’incontro, i due relatori hanno dimostrato che il dialogo e il confronto sono non solo possibili ma auspicabili.

L’autonomia e la responsabilità dei laici, ricorda Lembo, erano state riconosciute dalla Chiesa con il Concilio Vaticano II, poi, dopo la caduta del muro, l’atteggiamento è cambiato: sempre più ingerenze da parte della gerarchia ecclesiastica nell’ambito della sfera istituzionale e politica. Ma nel Paese c’è una reale contrapposizione su questi temi?
Nei dibattiti in cui si chiamano a discutere due persone che rappresentano la Chiesa da una parte e i laici dall’altra, sottolinea Zagrebelsky, nessuna delle due vince niente e, pur mantenendo ferme le proprie convinzioni, sarebbe una grave perdita se si scavasse un solco tra questi due mondi. Oggi tutti si proclamano laici e nessuno propone la cristianizzazione dello Stato ma si è aperta una controversia. Si auspica, da parte del mondo cattolico, una “nuova” o “sana” laicità, inquinando in tal modo il discorso. Lo Stato laico deve mantenere nei confronti di tutte le professioni di fede un’assoluta neutralità mentre le convinzioni etiche di ciascuno debbono trovare all’interno dello Stato stesso, il loro spazio naturale e di convivenza. Posizione, questa, maturata a seguito delle guerre di religione che hanno insanguinato il mondo. E’ necessario fare chiarezza: negli anni ’20 in Germania e in Italia, nazisti e fascisti si dicevano portatori di una “vera, sana e leale democrazia”, contrapposta a quella corrotta degli altri Paesi.
I dibattiti tra mondo laico e cattolico trovano un reale coinvolgimento nella società? Sì, esattamente come i temi di carattere economico o sociale. Il mondo laico si sente sotto assedio, quello cattolico si sente schiacciato dal peso del cosiddetto “relativismo etico”. Due posizioni di debolezza che sfociano in aggressività reciproca e provocano continue tensioni nei due campi. “Non possumus” da una parte e dall’altra, perché ci sono dei presupposti che nessuno dei due soggetti è disposto a mettere in discussione, quindi reciproca sopraffazione. Ma questa non è democrazia.
Replica Don Segatti che la laicità in Europa e in Italia, rispetto ad altri posti nel mondo, non è a rischio anche se, riconosce, c’è un certo livello di contenziosità. Si dice d’accordo con l’analisi di Zagrebelsky, le due debolezze creano ansietà sociale. Come è vissuta oggi la fede cattolica? Si è passati nel giro di pochissimi decenni da una situazione di “cristianità stanziale”, di “ovvietà del cristianesimo” a una situazione di precarietà: cresce il senso di “non appartenenza”, una sorta di “infantilismo della religione” e un “riduzionismo della sfera religiosa”. Il cattolico vede una società senza orizzonti di valori, di qui è maturata una fase reattiva che lo spinge a vivere la religione non più solo come un fatto di coscienza privata, bensì a proporre delle posizioni forti e a mettere dei punti fermi rispetto a un mondo frantumato, di riproporre alla società civile una serie di valori irrinunciabili, dando in tal modo alla fede una funzione di supplenza ai valori etici.
Ma la Chiesa, interviene il moderatore, facendosi supplente di tutto è portata a compiere dei passi falsi di cui poi potrebbe essere messa in condizione di dover chiedere scusa (vedi ieri la contrapposizione con Galileo). La Chiesa ha una diffidenza nei confronti della democrazia e della pluralità?
La Chiesa, risponde Zagrebelsky, dice che le nostre società sono in una situazione di crisi, hanno perso un orizzonte di valori. Ma non solo la Chiesa, anche il mondo laico è preoccupato dalla “dittatura della scienza”, ci si chiede con angoscia, stiamo progredendo, ma verso cosa? E specularmente alla Chiesa i laici discutono di valori: dalle unioni di fatto a quelle gay, dal testamento biologico alla fecondazione assistita, ma con una visione etica della vita molto diversa. Si può essere pro o contro ma non si può negare che dietro a chi li propone ci sia una questione “valoriale” che viene invece percepita dalla Chiesa come disvalore. Bisogna trovare il modo di convivere. Una parte dei cattolici non si sente a “casa propria” nel dibattito sui valori, ma questo è proprio della laicità: nessuno si deve sentire a casa propria ma in una “casa comune”. Nessuno è proprietario dello Stato, nessuno ha diritto a ipoteche. I cattolici dicono che i laici vogliono relegarli nel privato delle loro coscienze ma nessuno, religioso o non credente, può avere la pretesa di intervenire, a livello politico, nella gestione della casa comune.
Quando la Chiesa protesta contro la secolarizzazione sbaglia, ben vengano tutte le professioni religiose ma fuori dalle decisioni comuni. Fino a qualche anno fa i problemi tra Chiesa e Stato erano diversi ( le scuole cattoliche, la sacra Rota, l’insegnamento della religione) mentre oggi la Chiesa interviene nel funzionamento delle istituzioni e vincola i propri fedeli a seguire determinati dogmi anche all’interno del Parlamento. Questo è un problema per la democrazia. Chi ha fede oggi, concorda Don Segatti, ha diritto allo spazio pubblico ma non a invadere quello politico-istituzionale.
Dopo alcuni interessanti interventi da parte del pubblico, il dibattito si è concluso con le parole del moderatore: se prevalesse la visione di Monsignor Segatti non ci sarebbero problemi, il confronto è possibile, basta solo volerlo ricercare.

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