Da Helsinki, nella sua seconda giornata della visita di Stato, il presidente prima di lasciare la Finlandia, ha risposto alle domande dei giornalisti. Quando gli è stato chiesto di chiarire l’affermazione secondo la quale rimangono nel nostro Paese ‘’questioni aperte per quello che riguarda la piena identificazione che ci dovrebbe essere da parte di tutte le componenti della società nei principi e nei valori della Costituzione Repubblicana”, Napolitano ha risposto : “Non ho detto che in Italia manchi più che in altri paesi la tensione per l’integrazione europea. Come ho ribadito tante volte in questi giorni, nella stessa chiave, ho ribadito per l’Italia l’esigenza di un forte moto di patriottismo costituzionale.
Penso che ci siano tutte le condizioni”, ha aggiunto,”perché si vada verso questo comune riconoscimento dei valori e dei principi della nostra Costituzione. Questo discorso”, ha chiarito, “non ha nulla a che vedere con quello che riguarda le possibili, necessarie e concertate modifiche della seconda parte della Costituzione. Quindi ho considerato con grande favore il fatto che nelle scuole primarie fra gli insegnamenti si introduca la disciplina ‘Cittadinanza e Costituzione”’.
‘’Mi auguro” ha concluso “sia l’inizio di uno sforzo maggiore della cultura, della politica, dell’informazione. Non so se nel celebrare il 60esimo anniversario della Costituzione si sia fatto abbastanza per mantenere gli impegni. Prima di chiudere l’anno non dobbiamo ancora considerarci pienamente soddisfatti”.
mercoledì 10 settembre 2008
Napolitano: Non tutti si identificano nella Costituzione.
Pubblicato da
Redazione
alle
19:57:00
Etichette: centrodestra, costituzione, democrazia, libertà, neofascismo, presidente della repubblica, resistenza
martedì 9 settembre 2008
Margherita Hack censurata dalla stampa su Napolitano.
Oggi, lunedì 8 settembre, Margherita Hack ci ha inviato la seguente lettera:
"A Micromega: lo scorso luglio ho mandato una lettera aperta a Napolitano a Corriere, Stampa, Repubblica, Unità e Piccolo di Trieste. Che io sappia nessuno l'ha pubblicata.
Lettera aperta al Presidente Napolitano
Caro Presidente,
ho sempre avuto grande stima per Lei e per la sua lunga militanza democratica. Perciò non capisco come abbia potuto firmare a tambur battente una legge indegna di un paese democratico come il lodo Alfano. Lei dice che la sua firma è stata meditata, e forse intendeva dire che lo considerava il male minore. Ma io, e come me molti italiani che hanno ancora la capacità di indignarsi di fronte alle violazioni della Costituzione da parte di una destra arrogante, non capiscono come sia possibile varare una legge apertamente incostituzionale. La Costituzione afferma che tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge, e quindi anche senza essere giuristi, non si capisce come quattro cittadini siano più eguali degli altri (e migliaia meno eguali, come i clandestini, che, se delinquono subiscono un aggravio di condanna). Scandalizza l'impudenza di Berlusconi, che appena varata la legge esclama: finalmente libero dalla persecuzione della magistratura. Non si configura in questa frase un oltraggio alla magistratura?
Per quanto ne so, Lei aveva trenta giorni di tempo per firmare, poi avrebbe potuto rimandare alle camere la legge per sospetta incostituzionalità, e solo dopo il secondo riesame avrebbe dovuto comunque firmarla.
Io credo che per amor di pace non si debba essere troppo acquiescenti con una destra antidemocratica. E' già successo una volta, ottantasei anni fa."
Margherita Hack
martedì 5 agosto 2008
Sondaggio gradimento politici. Napolitano all'82%, cala di 4 punti Berlusconi, salgono Brunetta e Maroni.
Giorgio Napolitano è la personalità che suscita maggiore fiducia negli italiani. Il presidente della Repubblica nel sondaggio di fine luglio della Ipsos ha ottenuto l'82%.
(Il Corriere della Sera) I duri attacchi in piazza di Grillo, Travaglio Co. per aver firmato il Lodo Alfano non hanno condizionato il giudizio degli italiani, che vedono nel capo dello Stato una figura di garanzia: «Napolitano ha ottenuto piena fiducia per il suo ruolo super partes, rassicurante in questo momento di dialogo interrotto tra le forze politiche», spiega Nando Pagnoncelli, Ad della Ipsos. «Negli ultimi dodici mesi — continua — la fiducia in Napolitano è cresciuta di 10 punti e si sta avvicinando ai livelli raggiunti da Ciampi, presidente tra i più amati, alla fine del suo settennato: superò il 90%». Il sondaggio della Ipsos viene aggiornato mensilmente da diversi anni e misura il grado di fiducia nei confronti di 50 personalità del mondo politico- istituzionale e di alcuni esponenti di quello delle imprese. Al secondo posto, ma a distanza, gli intervistati hanno indicato l'ex leader di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo: è al 57%, in crescita rispetto al 48-49% registrato quando si parlava di un suo possibile ingresso in politica. Stessa percentuale per il presidente della Camera Gianfranco Fini, che «è cresciuto di 5 punti dopo la nomina istituzionale, premiato anche lui dalla funzione super partes » precisa Pagnoncelli, ricordando che «si tratta di un fenomeno simile a quello di Pier Ferdinando Casini, che ebbe un incremento di popolarità dopo l'incarico a Montecitorio». Insomma, le figure di garanzia istituzionale in questo momento sono premiate dagli italiani, che invece hanno tolto consensi a Silvio Berlusconi e Walter Veltroni, scesi dal 56-57% di maggio al 53% il premier, al 52% il leader del Pd: «Luglio è stato un mese turbolento — spiega Pagnoncelli — con le discussioni sul Lodo e la giustizia. Chi sperava nel dialogo, tra gli elettori di Pd e Pdl, ha perso fiducia». Sono in crescita, invece, Giulio Tremonti con il 51% (nel precedente governo Berlusconi si aggirava al 40%), Pierluigi Bersani con il 52% (5 punti in più rispetto a un anno fa quando era ministro), Renato Brunetta e Roberto Maroni al 50% (più 3 e 2 punti rispetto a giugno), dopo gli interventi sulla pubblica amministrazione e in tema di sicurezza
giovedì 24 aprile 2008
Napolitano offre concerti al papa. Peccato che i musicisti siano precari.
Stasera esibizione in diretta sulla Rai.
(Liberazione) Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per fare bella figura con Benedetto XVI ha pensato bene di regalargli un bel concerto sinfonico. Una serata molto raffinata, con un programma di tutto rispetto che va da Luciano Berio alla Settima di Beethoven passando per Brahms.
L'occasione è il terzo anniversario del pontificato. Per questo "special event" ha chiamato il suo amico di sempre Luigino Corbani, manager "migliorista" (vecchio Pci) di Milano ora impegnato a gestire la "Verdi". Tutto sommato, un bel colpo che servirà al Quirinale per vezzeggiare il Santo Padre, vero e proprio musicofilo, e a Corbani, e al suo giro musicale di Milano, a risollevare un po' le sorti di questa orchestra che non si trova certo in buone acque. La Rai ha addirittura previsto una diretta televisiva (oggi alle 17.15) e una replica radiofonica su "Rai 3" per sabato 26 aprile.
C'è un piccolo particolare che tutti fingono di ignorare: quell'orchestra, di una settantina di elementi, che nel '93 quando fu inaugurata si fregiava dell'appellativo di "giovanile" è in realtà composta interamente da precari. O meglio, a dire il vero, un contratto i giovani maestri ce l'hanno, ma è un contratto di opera intellettuale, una prestazione individuale. Insomma, una versione "nobile" del più famigerato "co.co.co". Senza contare, però, che a rigor di logica applicare un contratto d'opera intellettuale a un orchestrale è un po' come dire a un operaio della catena di montaggio che verrà retribuito con una parcella da avvocato. E' il solito inganno dei falsi lavori autonomi. L'orchestrale non ha niente di autonomo in quanto deve sottostare a dei precisi orari di lavoro e seguire delle direttive. Il resto, o sono solisti o direttori d'orchestra. I solisti non eseguono, però, duecentosettanta repliche l'anno.
Il settore è regolato da un preciso contratto nazionale, che ovviamente alla "Verdi", come in molte altre orchestre, più o meno giovanili, in Italia, non viene applicato. Molto meglio farsi passare per fondazione privata, concludere una sorta di "scrittura privata" con ogni singolo orchestrale, salvo poi prendere soldi pubblici. Ad un certo punto anche il rubinetto pubblico a favore della Verdi è stato chiuso. Motivo? All'Enpals non risultavano versati una parte dei contributi pensionistici. Un bel pasticcio, che ha complicato la situazione. I maestri per un lungo periodo non hanno nemmeno percepito lo stipendio mensile. E attualmente ci sono ancora in ballo diverse tranche di arretrati.
Che vibrazioni potranno mai trasmettere al Santo Padre gli "archi" di una orchestra così tesa e stonata? Una parte dei maestri sono sulla via dell'ammutinamento. Gli altri si limitano a "deglutire" perché le alternative sono poche. E così va bene anche accettare una cosiddetta busta paga che fino a tutto il 2007 raggiungeva appena i 1.300 euro. La Verdi è stata anche trascinata in tribunale da un "violoncello" e da un "violino". L'unico modo, sembra, per tentare di veder riconosciuti i propri diritti a un contratto degno di questo nome. In pieno stile "migliorista" Corbani, a sua volta amico di Gianni Cervetti, un altro paladino dei diritti dei lavoratori negli anni '70, stoppa l'ingresso ai sindacati. Hanno il via libera solo quelli compiacenti, ovvero la Cisl. «Quello che ci ha fatto vedere il sindacato - spiega Sokol Koka, violoncellista ribelle - in realtà è il testo del contratto nazionale depurato della parte sui diritti». Perché la Cisl che dovrebbe tutelare il contratto collettivo si fa garante, sotto le spoglie della consulenza, di un accordo individuale?
Contro la Verdi ha lanciato strali anche Vittorio Sgarbi, in qualità di assessore alla Cultura di Milano, parlando di «conti economici fallimentari», ma non citando la disastrosa situazione degli orchestrali.
«La nostra realtà? Professori d'orchestra che lavorano nei call center a sei euro l'ora per pagare il mutuo, o come camerieri per arrotondare e poter mangiare», sottolinea Raffaella Campo, violinista ribelle della Verdi.
«La situazione è drammatica - sottolinea Giancarlo Albori, segretario della Slc Lombardia - ed a questo punto è compito di tutti di riportare a congruità contrattuale tutto il settore delle orchestre, anche perché il denaro pubblico non si può continuare a spendere in situazioni dove non vengono riconosciuti i diritti dei lavoratori».
«Anche in eventi musicali di rilievo internazionale - racconta Antonio Salerno, segretario del Siam, uno dei tanti sindacati che cercano di tutelare i musicisti - il nodo della precrietà riemerge prepotentemente». Lo scorso settembre al concerto-omaggio di piazza San Marco a Roma dedicato all'Oscar del Maestro Ennio Morricone, «i musicisti sono stati trattati come i lavoratori stranieri irregolari nell'edilizia o nel bracciantato agricolo: niente contratto e guai a chi sgarra perché non lavorerà più». Quel concerto è stato mandato in onda dalla Rai, che ovviamente ha percepito dei proventi pubblicitari. Esattamente come il concerto di stasera nella sala "Paolo VI".
Pubblicato da
Redazione
alle
13:38:00
Etichette: giovani, lavoro, musica, papa, precariato, presidente della repubblica
lunedì 28 gennaio 2008
Fuori dalla crisi di Governo: le opinioni degli editorialisti.
La situazione resta ancora molto ingarbugliata e le posizioni dei partiti (specialmente i più rappresentativi) sono molto distanti: da sinistra si chiede un governo di transizione, da destra le urne. Chiusi gli incontri con le delegazioni parlamentari, Napolitano, nel pomeriggio di martedì, potrà chiedere consiglio ai suoi predecessori (Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi). Impresa ardua dare un consiglio in un frangente così difficile o proporre una ricetta.
Ci ha provato, sparigliando le carte, il direttore del Foglio, Giuliano Ferrara. Che intervistato alle 20.00 di domenica 27 dal Tg1 butta lì “l’uovo di Colombo”: sia Veltroni a chiedere di guidare un governo per le riforme per cercare poi in Parlamento una maggioranza. Di più, secondo Ferrara, questa sarebbe un’ipotesi già in discussione nei corridoi del Parlamento e del Quirinale. Anche se, precisa il direttore: “Io credo che non ci siano le condizioni e sia più razionale andare al voto”.
A sostenere la tesi veltroniana di un governo a termine, ma in grado di fare la riforma elettorale, c’è anche L’Unità, giornale diessino, che nell’editoriale firmato da Pietro Spataro prima bacchetta Silvio Berlusconi (definito il “grande distruttore”) e poi sposa l’”ottimismo della volontà” difronte al “pessimismo dell’intelligenza” (frasi gramsciane citate ieri anche dal presidente della Camera, Fausto Bertinotti). Ricordando “ai lettori (e agli elettori) che la legge elettorale che ora tutti vogliono cambiare perché è una vera ‘porcata’ l’hanno voluta loro, Berlusconi e i suoi. Così, tanto perché si sappia chi è che ha fatto a pezzi le regole del gioco e contribuito a combinare questo bel pasticcio”.
Chi punta invece su un “governo del presidente”, è uno dei grandi vecchi del giornalismo italiano, Eugenio Scalfari, che al termine di un lunghissimo editoriale su Repubblica lancia l’idea di un esecutivo guidato da una personalità scelta da Napolitano, anche senza nessun accordo con le diverse forze politiche, che vada a presentarsi in Parlamento per chiedere la fiducia. A quel punto, o ottiene la maggioranza, oppure si va alle urne con il governo deciso dal Quirinale a gestire la campagna elettorale. Scalfari cita anche alcuni precedenti, e il più calzante sembra il primo, quello del governo Pella del 1953 deciso in solitudine da Luigi Einaudi. Una stagione difficile, seguita alla sconfitta elettorale di Alcide De Gasperi (la posta in palio anche a quell’epoca era la legge elettorale), e che venne avvelenata da quell’oscuro episodio che fu il delitto Montesi.
Invita invece a “Non perdere altro tempo”, l’editorialista del Corriere della Sera, l’ambasciatore Sergio Romano. Il quale, partendo dal presupposto che “è molto difficile, salvo un nuovo miracolo italiano, che il residente della Repubblica riesca a indirizzare la crii verso la formazione di un governo tecnico”, dopo approfondita analisi, conclude con questo consiglio: “è meglio chiedere questa brutta partita con nuove elezioni, il più presto possibile. La legge elettorale è pessima ma gli italiani + possono pur sempre servirsene per fare una scelta di campo e dire, per esempio, quale sia il peso del Pd nella politica nazionale.
Torna all’esempio storico, Marcello Sorgi, ex direttore e oggi firma di punta de La Stampa. Il richiamo - nonché la soluzione per uscire dall’attuale impasse, secondo Sorgi - è infatti al governo Fanfani V del 1983: “Nato con un programma minimo e un orizzonte temporale limitato, sostenuto da una fiducia a termine e trasformatosi, in corso d’opera da ‘governo del presidente’ a governo elettorale”. Una strada percorribile, secondo Sorgi, visto che il “minimo comune denominatore tra i partiti che già fiutano l’atmosfera della campagna elettorale” è quella di riformare la legge elettorale che eviti l’ingovernabilità, qualunque sia a vincere le ormai prossime elezioni.
Elezioni che infine chiede anche Il Giornale, per il quale rinviare il voto (come auspica il leader del Pd) sarebbe una trappola per fermare la Cdl: “Non si vedono possibilità per un governo che si occupi rapidamente solo della legge elettorale. Per una operazione del genere occorrerebbe una intesa di maggioranza che non c’è e non ci sarà di sicuro, viste le profonde divergenze che esistono. Dunque, le elezioni sono obiettivamente la strada più logica, più percorribile nonostante le tante opinioni contrastanti. La legge in vigore sarà discutibilissima, ma per ora quella c’è. Del resto non è forse quella che nel 2006 ha dato la vittoria, sia pure di strettissima misura, al centrosinistra? È francamente strumentale addebitarne i difetti a Berlusconi. Diciamo la verità: il tempo per riformarla lo si pretende per sfiancare un avversario che in questo momento ha con sé la maggioranza del Paese. Ma sì, pur con la pessima legge elettorale che c’è, andiamo presto a votare, il Paese vuole decidere da chi e come essere governato. Questa democrazia sarà pure piena di difetti, ma come diceva Churchill non ce n’è un’altra migliore”.
Pubblicato da
Redazione
alle
20:50:00
Etichette: centrodestra, centrosinistra, crisi, elezioni, governo, politica, presidente della repubblica
venerdì 25 gennaio 2008
Prodi: No al voto con questa legge elettorale. Montezemolo: Governo per le riforme.
Il presidente del Senato Marini, indicato come possibile guida di un governo istituzionae, dichiara: non mi interessano altri incarichi.
(La7) "Bisogna fare di tutto per evitare di andare a elezioni anticipate con questa legge elettorale". Il presidente del Consiglio dimissionari lo ha ripetuto poco fa,arrivando alla riunone del Partito Democratico. Votando con questa legge elettorale, è l'opinione di Prodi, "riprodurremmo tutte le tragedie italiane e tutta la frammentazione politica di oggi", bisogna cambiarla. Contrario all'idea di andare al voto subito è anche il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo, per il quale adesso è necessario un governo istituzionale per "una breve ed efficace stagione di riforme condivise", prima tra tutte quella di una nuova legge elettorale per permettere "a chi vincerà le elezioni di poter governare davvero". E il primo candidato alla guida di un eventuale governo istituzionale è il presidente del Senato Franco Marini, che alle 17, al Quirinale, aprirà il giro delle consultazioni del capo dello stato. Marini stamattina ha precisato di non aspirare alla guida di un governo istituzionale.
---
Pubblicato da
Redazione
alle
19:44:00
Etichette: crisi, governo, montezemolo, partitocrazia, politica, presidente della repubblica, prodi
Italia senza governo. Tutte le ipotesi (e le spine) del Colle per uscire dalla crisi.
Di reincarico per un nuovo governo a Romano Prodi neanche a parlarne. Giorgio Napolitano e il Professore si sono lasciati in modo freddo, dopo che il presidente della Repubblica aveva inutilmente consigliato a quello del Consiglio di non tentare prove di forza al Senato. Ma non è questo il motivo principale: non esiste più una maggioranza né di sinistra né rimpolpata da qualche aiuto centrista (Udc) per pensare ad una nuova stagione prodiana.
Per lo stesso motivo impossibile anche un proseguimento dell’Unione con il semplice cambio del premier, come avvenne nel 1998 quando Prodi fu sostituito da Massimo D’Alema. Dopo l’abbandono dell’Udeur, di Lamberto Dini, e di altri singoli parlamentari, i numeri al Senato non ci sono proprio più.
Ma soprattutto ad essere a pezzi sono i rapporti interni nella sinistra. I prodiani sono in rivolta contro il Pd e Walter Veltroni, accusati di essere il vero motivo della crisi. La sinistra estrema accusa di tradimento il Pd e, senza dirlo, pensa che Prodi l’abbia lanciata allo sbaraglio. Tutti temono poi un’intesa sottobanco tra il segretario del Pd e Silvio Berlusconi per una legge elettorale a danno dei partiti minori.
Ipotesi questa che nello staff del sindaco di Roma e nel Partito democratico si continua a perseguire: non solo perché è considerata una necessità per il Paese, ma perché sta diventando l’ancora di salvezza per lo stesso Veltroni. L’appello lanciato da Goffredo Bettini al Cavaliere (”Può lavorare per la cronaca oppure per la storia”) va in questa direzione. Ma difficilmente, stavolta, troverà udienza.
Certo, la riforma delle regole del voto terrà banco nelle consultazioni al Colle e negli scenari. Napolitano ha sempre detto di non voler sciogliere le camere senza una legge che dia al Paese assetti più stabili. Ma non può decidere da solo, deve tenere conto dei numeri.
Di quanti cioè sono favorevoli ad elezioni subito. I conti sono presto fatti: Forza Italia (o Pdl), Lega e An nel centrodestra; Sinistra democratica, Udeur, Comunisti italiani e buona parte dei prodiani nell’ex Unione. A favore di un governo istituzionale, tecnico o di transito sono l’Udc e i pochi parlamentari di Lamberto Dini. Il “governissimo” (Pd più Forza Italia, più Rifondazione, più Udc, rimpolpato da tecnici) avrebbe ad oggi l’appoggio solo di Veltroni, Fausto Bertinotti e Pier Ferdinando Casini. Insomma, dei diretti interessati.
E c’è un altra questione: il referendum. Se continua la legislatura si deve tenere tra il 15 aprile e il 15 giugno. Qualsiasi riforma della legge elettorale dovrebbe materializzarsi da qui a due mesi: non è accaduto a bocce ferme nelle passate dieci settimane, praticamente impossibile che ci si riesca adesso.
D’altra parte la politica torna ad annusare l’”odore del sangue”. Un rivincita da prendere, come nel caso di Berlusconi e di gran parte del centrodestra. Vendette da consumare per l’estrema sinistra, i prodiani, l’Udeur. La salvezza rispetto al referendum per tutti i piccoli partiti da una parte e dall’altra.
Insomma, nei prossimi giorni sentiremo probabilmente molte ipotesi e molti nomi circolare: da Franco Marini o Giuliano Amato per un governo istituzionale, al governatore di Bankitalia Mario Draghi per un esecutivo tecnico. Rispunterà l’economista Mario Monti. Ma alla fine quasi certamente si andrà alle elezioni anticipate, con Prodi in carica per il disbrigo degli affari correnti. A meno che il Professore non si ritiri iracondo come Cincinnato; in questo caso toccherà ad Amato condurre il Paese alle urne.
Magari in questo breve lasso di tempo si ritoccherà la legge esistente per eliminare il quoziente regionale al Senato, un meccanismo che impedisce di conquistare seggi anche in caso di larga vitoria. E forse il voto anticipato converrà anche a Veltroni, prima di finire sbranato dagli ex alleati dell’Unione. Dopodiché, altra cosa su cui scommettere, la coalizione vittoriosa si impegnerà a fare le riforme dopo il voto, dialogando con gli sconfitti.
Le solite promesse? Vedremo.
Pubblicato da
Redazione
alle
11:41:00
Etichette: casta, crisi, elezioni, governo, partitocrazia, presidente della repubblica, prodi, veltroni
lunedì 21 gennaio 2008
Paolo Flores D'Arcais, un pezzo di laicità e il Presidente Napolitano.
"Lettera aperta al Presidente Napolitano" di Paolo Flores d'Arcais pubblicata domenica 20 gennaio sul quotidiano “Liberazione”.
Caro Presidente,
tempo fa, dovendo scriverti per invitarti ad una iniziativa di MicroMega, chiesi tramite il tuo addetto stampa se dovevo continuare ad usare il “tu” della consuetudine precedente la tua elezione, o se era più consono che usassi il “lei”, per rispetto alla carica istituzionale. Poiché, tramite il tuo addetto stampa, mi facesti sapere che preferivi che continuassi a scriverti con il “tu”, è in questo modo che mi rivolgo a te in questa lettera aperta, tanto più che, essendo una lettera critica, mi sembrerebbe ipocrisia inzuccherare la critica con la deferenza del “lei”.
Il mio dissenso, ma si tratta piuttosto di stupore e di amarezza, riguarda la lettera di scuse che in qualità di Presidente, dunque di rappresentante dell’unità della nazione, hai inviato al Sommo Pontefice per l’intolleranza di cui sarebbe stato vittima. E’ verissimo che di tale intolleranza, di una azione che avrebbe addirittura impedito al Papa di parlare nell’aula magna della Sapienza, anzi perfino di muoversi liberamente nella sua città, hanno vociato e scritto tutti i media, spesso con toni parossistici.
Ma è altrettanto vero che di tali azioni non c’è traccia alcuna nei fatti. La modesta verità dei fatti è che il magnifico rettore (senza consultare preventivamente il senato accademico, ma mettendolo di fronte al fatto compiuto, come riconosciuto dallo stesso ex-portavoce della Santa Sede Navarro-Vals in un articolo su Re-pubblica) ha invitato il Papa come ospite unico in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico (a cui partecipano in nome della Repubblica italiana il ministro dell’università e il sindaco di Roma), e che, avutane notizia dalla agenzia Apcom il professor Marcello Cini (già dallo scorso novembre) e alcune decine di suoi colleghi (più di recente) hanno espresso per lettera al rettore un loro civilissimo dissenso.
Quanto agli studenti, nell’approssimarsi della visita alcuni di loro hanno espresso l’intenzione di manifestare in modo assolutamente pacifico un analogo dissenso, nella forma di ironici happening.
Il rettore Guarini ha comunque rinnovato al Papa l’invito, e tanto il Presidente del Consiglio Romano Prodi quanto il ministro degli Interni Giuliano Amato hanno esplicitamente escluso che si profilasse il benché minimo problema di ordine pubblico (malgrado la campagna allarmistica montata dal quotidiano dei vescovi italiani, “L’Avvenire”, rispetto a cui le dichiarazioni di Prodi e Amato suonavano esplicita smentita). Nulla, insomma, impediva a Joseph Ratzinger di recarsi alla Sapienza e pronunciare nell’aula magna la sua allocuzione.
Di pronunciare, sia detto en passant e per amore di verità, il suo monologo, visto che nessun altro ospite contraddittore o “discussant” era previsto, e un monolo-go resta a tutt’oggi nella lingua italiana l’opposto di un dialogo, checchè ne abbia mentito l’unanime coro mediatico-politico (che di rifiuto laicista del dialogo continua a parlare), a meno di non ritenere che tale opposizione, presente ancora in tutti i dizionari in uso nelle scuole, sia il frutto avvelenato del già stigmatizzato complotto laicista.
Tutto dunque lasciava prevedere che la giornata si sarebbe svolta così: mentre Benedetto XVI pronunciava il suo monologo nell’aula magna, tra il plauso deferente dei presenti (e in primo luogo del ministro Mussi e del sindaco Veltroni), ad alcune centinaia di metri di distanza alcuni professori di fisica avrebbero tenuto un dibattito sui rapporti tra scienza e fede esprimendo opinioni decisamen-te diverse da quelle del regnante Pontefice, e ad altrettanta debita distanza qualche centinaio di studenti avrebbe innalzato cartelli di protesta e maschere ironiche. Ironia che può piacere o infastidire, esattamente come le vignette contro il profeta Maometto, ma che costituisce irrinunciabile conquista liberale.
Dove sta, in tutto ciò, l’intolleranza? E addirittura la prevaricazione con cui si sarebbe messo al Papa la mordacchia (secondo l’happening inscenato in aula magna dagli studenti di Comunione e liberazione)?
A me sembra che intolleranza – vera e anzi inaudita – sarebbe stato vietare ad un gruppo di docenti di discutere in termini sgraditi ai dogmi di Santa Romana Chiesa, e ad un gruppo di studenti di manifestare pacificamente le loro opinioni, ancorché in forme satiricamente irridenti. Se anzi di tali divieti si fosse solo fatto accenno da parte di qualche autorità, credo che un numero altissimo di cittadini si sarebbe sentito in dovere di rivolgersi a te quale custode della Costituzione, con toni di angosciata preoccupazione per libertà fondamentali messe così platealmente a repentaglio. Ma, per fortuna (della nostra democrazia), nessun ac-cenno del genere è stato fatto.
Il Sommo Pontefice non era di fronte ad alcun impedimento, dunque. Ha scelto di non partecipare perché evidentemente non tollerava che, pur avendo garanzia di poter pronunciare quale ospite unico il suo monologo in aula magna, nel resto della città universitaria fossero consentite voci di dissenso, anziché risuo-nare un plauso unanime.
Non è, questa, una mia malevola interpretazione, visto che sono proprio gli am-bienti vaticani ad aver riferito che il Papa preferiva rinunciare a recarsi in visita presso una “famiglia divisa” (cioè il mondo accademico e studentesco della Universitas studiorum, la cui quintessenza istituzionale è però proprio il pluralismo delle opinioni). Ma pretendere quale conditio sine qua non per la propria partecipazione un plauso unanime non mi sembra indice di propensione al dialogo bensì, piuttosto, di vocazione totalitaria.
Non vedo dunque per quale ragione tu abbia ritenuto indispensabile, a nome di tutta la nazione di cui rappresenti l’unità, porgere al Papa quelle solenni scuse. Che ovviamente, data la tua autorità, hanno fatto il giro del mondo. Se c’è qualcuno che aveva diritto a delle scuse, semmai, è il gruppo di illustri docenti, tutti nomi di riconosciuta statura internazionale nel mondo scientifico, e che tengono alto il prestigio italiano nel mondo, a contrappeso dell’immagine di “mondezza” e politica corrotta ormai prevalente all’estero per quanto riguarda il nostro paese. Questi studiosi sono stati infatti accusati di fatti mai avvenuti, e insolentiti con tutte le ingiurie possibili (“cretini” è stato il termine più gentile usato dai maestri di tolleranza [Cacciari, ndD] che si sono scagliati contro il diritto di critica di questi studiosi).
Né si può passare sotto silenzio il contesto in cui il monologo di Benedetto XVI si sarebbe svolto, contesto caratterizzato da due aggressive campagne scatenate dalle sue gerarchie cattoliche. Trascuriamo pure la prima, cioè i rinnovati e sistematici attacchi al cuore della scienza contemporanea, l’evoluzionismo darwiniano (bollato di “scientificità non provata” da un recente volume ratzingeriano uscito in Germania), benché il rifiuto della scienza non sia cosa irrilevante per chi dovrebbe aprire l’anno accademico della più importante università del paese.
Infinitamente più grave mi sembra la seconda, la qualifica di assassine scagliata dal Papa e dalle sue gerarchie, in un crescendo di veemenza e fanatismo, contro le donne che dolorosamente abbiano scelto di abortire. Questo sì dovrebbe risultare intollerabile. Se un gruppo di scienziati accusasse Papa Ratzinger, o solo an-che il cardinal Ruini, il cardinal Bertone, il cardinal Bagnasco, di essere degli as-sassini, altro che lettere di scuse!
E perché mai, invece, ciascuno di loro può consentirsi di calunniare come assas-sina, nel silenzio complice dei media e delle istituzioni, ogni donna che abbia deciso di utilizzare una legge dello Stato confermata da un referendum popolare?
Se vogliono rivolgersi alle donne del loro gregge ricordando che l’aborto, anche un giorno dopo il concepimento, è un peccato mortale, e che quindi andranno all’inferno, facciano pure, proprio in base a quel “libera Chiesa in libero Stato” che il Risorgimento liberale e moderato di Cavour ci ha lasciato in eredità. Ma diffamare come assassine cittadine italiane che nessun reato hanno commesso è una enormità che non può essere passata sotto silenzio, e non sono certo il solo ad essermi domandato con amarezza perché, in quanto custode dell’unità della nazione e dunque anche delle sue radici risorgimentali, tu non abbia fatto risuonare la protesta dello Stato repubblicano.
La canea di accuse e di menzogne di questi giorni mi ha portato irresistibilmente alla memoria una piccola esperienza di oltre quarant’anni fa, nel 1966, quando – giovane universitario iscritto al Partito comunista da meno di tre anni – vissi incredulo l’esperienza di un congresso (l’XI, se non ricordo male) di un Partito che si vantava di essere sostanzialmente più libero e democratico degli altri (per questo, del resto, vi ero entrato, come milioni di italiani), in cui Pietro Ingrao, per aver moderatissimamente avanzato l’idea di un “diritto al dissenso” fu investito da una esondazione di critiche e vituperi, compresa l’accusa di essere proprio lui un intollerante!
Con una differenza sostanziale e preoccupante: che allora tale capovolgimento della realtà, versione soft ma non indolore dell’incubo orwelliano, riguardava solo un partito. Oggi investe l’intero paese, la sua intera classe politica, la quasi totalità dei suoi mass-media.
Ecco perché spero che tu voglia prestare attenzione anche all’angosciata preoc-cupazione di quei segmenti laici (o laicisti, come preferisce la polemica corrente) del paese, non so se maggioritari o minoritari (ma la democrazia liberale, a cui ci hai più volte richiamato, è garanzia di parola e ascolto anche per il dissenso più sparuto, fino al singolo dissidente), che ormai vengono emarginati o addirittura cancellati dalla televisione, cioè dallo strumento dominante dell’informazione, e il cui diritto alla libertà d’opinione viene di conseguenza vanificato, mentre ogni tesi oscurantista può dilagare e spadroneggiare.
Con stima, con speranza, con affetto, credimi,
tuo Paolo Flores d’Arcais.
Pubblicato da
Redazione
alle
14:10:00
Etichette: chiesa, clero, papa, polemiche, politica, presidente della repubblica, roma, università
