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mercoledì 3 settembre 2008

Interviste a Fabrizio Caiazza, il vigile gay di Milano. Ma qualcuno bara, indovinate chi?

Nel giro di un ora sono apparse in rete due interviste diverse e con dichiarazioni diverse (Tuttouomini e Gay.it) rilasciate, a detta degli autori, da Fabrizio Caiazza -il vigile-reginetta di bellezza di Milano- in merito all'articolo pubblicato dal Corriere. C'è qualcosa che non quadra perchè in una dice delle cose e nell'altra il loro contrario. In cerca di fama e quindi confusionario oppure i soliti giornalisti o presunto tali che distorgono e peggio ancora mistificano.
Comunque è chiaro, lampante che uno dei due siti bara, indovinate chi, è talmente facile... e comunque che sia una notizia-patacca è evidente.

Leggi anche
Il caso del vigile Caiazza su Clubbing: Troppi omissis e poche verità.

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domenica 10 agosto 2008

Natalia Aspesi. L´insostenibile leggerezza di vivere coming out.

Nascosti, rimossi e perseguitati per secoli da perbenisti, tradizionalisti e illuministi. Nonostante il riscatto del ´68, ancora senza diritti in gran parte del mondo. Ma nell´immaginario, nelle arti e soprattutto nei libri, mai come ora, gli omosessuali vivono il loro successo.

(La Repubblica) Nell´Italia perbene degli anni Cinquanta quella parola lì non veniva pronunciata, né si era certi che quelli là esistessero davvero. C´erano sussurri, pettegolezzi, illazioni, malignità, ironie, angosce, ma neppure i ballerini ossigenati della Wanda Osiris che sculettavano su e giù per le scalinate rosa di riviste come Il diavolo custode o Galanteria erano stati del tutto convincenti. Né destavano sospetti certi maturi scapoloni imprendibili anche dalle più vivaci vedove di guerra, che sempre estraevano dal portafoglio la foto sdrucita di una giovinetta, la fidanzata sul cui letto di morte per consunzione avevano giurato di esserle fedeli per sempre.
Intanto nel paese dei nostri sogni, l´America, chi lo era cercava strenuamente di non esserlo e se era ricco si affidava a costosi e distruttivi analisti nella curiosa speranza di guarire dall´innominabile peste, tanto da non perdere più la testa per marinai in libera uscita e compagni di banco. L´ironica e drammatica biografia di Edmund White (My Lives, pubblicato in Italia da Playground) comincia così: «A metà degli anni Cinquanta, quando avevo all´incirca quattordici anni, dissi a mia madre che ero omosessuale: all´epoca si usava questa parola, "omosessuale", in tutta la sua diabolica maestosità, avvolta in eterei vapori, un misto di malvagità e malattia».
Eppure anni prima, nel ‘48, era già uscito negli Stati Uniti La statua di sale di Gore Vidal, un romanzo esplicitamente omosessuale, ignorato dai critici indignati o attaccato con recensioni furibonde, come ricorda lo scrittore nella sua autobiografia Palinsesto (Fazi Editore): «Uno degli aggettivi più usati era "sterile", che era anche una parola in codice per significare finocchio». Ma il libro era diventato subito un best seller, «letto non solo dai repressi e velati abitanti di Sodoma, ma anche da moltissime altre persone, tra cui il dottor Kinsey», il cui rapporto sul comportamento sessuale dei maschi americani pochi mesi dopo avrebbe scandalizzato il mondo, dichiarando tra l´altro che tra loro almeno il trentasette per cento aveva avuto esperienze omosessuali.
Per i milanesi la scoperta che gli «invertiti», come si chiamavano allora a bassa voce, non solo esistevano ma erano tanti, avvenne alla prima dei "Legnanesi", mitica e irresistibile compagnia di travestiti dilettanti: il teatro ne era festosamente pieno, anche se i meno audaci erano accompagnati dalla loro ignara anche se perplessa fidanzata.
Le autobiografie di Vidal e White sono uscite rispettivamente nel 1995 e nel 2005 (in Italia nel 2000 e nel 2007) e in quel decennio la letteratura e la saggistica omosessuale si sono talmente moltiplicate che chiunque abbia avuto l´ingenuità di sistemare nella sua libreria un angolino gay oggi si ritrova completamente sepolto da montagne di volumi che invadono tutta la casa, cacciando quel poco di languente cultura etero ereditata dai nonni.
La moda e l´ardire del coming out e dell´outing, cioè del dichiararsi omosessuale o del rivelare l´omosessualità di altri, hanno spazzato via ogni indugio e dubbio, hanno disseppellito segreti inconfessati e rivoluzionato illustri e timorate biografie, talvolta documentando semplici voci, altre volte prendendo eccessive e non del tutto ortodosse libertà: da re Luigi XIII di Francia ad Alessandro Magno, da Carlomagno ad Achille, da Horace Walpole a Lawrence d´Arabia, da Caravaggio a Bacon, da Charles Laughton ad Alan Bates, da Hedgar Hoover a Raymond Burr, da Sergej Eisenstein a John Cage, da Marcel Proust a Henry James, da W. H. Auden a E. M. Foster, da Petr Ilic Cajkovskij a Benjamin Britten (vedere l´enciclopedico opuscolo Gaiezze, editore Kowalski). Più inchieste invadenti in varie categorie: generali dell´esercito, uomini di chiesa, nazisti, pompieri, atleti, filosofi, castellani, partigiani, aborigeni e altro. Senza contare le signore, abbondanti in ogni campo e solitamente celebri non tanto per le loro capacità artistiche quanto per la marca del loro sigaro o per il numero sterminato di amanti femmine, tipo la pittrice Romaine Brooks, la poetessa Natalie Clifford Barney, l´architetta d´interni Elsie de Wolfe, la scrittrice Patricia Highsmith, l´antropologa Margaret Mead ecc. ecc.
Tra tanto rutilare di celebrità di cui si è sospettata o confermata o scoperta la lesbogayezza, e in attesa che venga raschiato il fondo del barile sessuale (ultima autobiografia Ecce homo, venticinque anni di rivoluzione gentile, di Franco Grillini), si finisce col chiedersi, inquieti, se siano mai esistite personalità di inattaccabile totale eterosessualità e se quindi non sia il caso di invertire la pignola e ossessiva ricerca, studiando quegli uomini e quelle donne che di sicuro, senza ombra di dubbio, se monarchi mai attentarono alla virtù dei loro paggi e se ballerine classiche respinsero sempre le avance e le perle di poco virtuose duchesse russe.
Viene anche voglia di sapere come mai, con questa storica e vasta popolazione di famosi homo, ancora oggi si stia lì ad accapigliarsi se, una volta usciti allo scoperto, possano ancora fare il vescovo o il colonnello o l´insegnante, o persino ottenere la patente di guida. Mentre le prime pagine dei nostri giornali regolarmente riportano le risse in parlamento su eventuali riconoscimenti di coppia tipo reversibilità della pensione, o di famigliole con due mamme: richieste di diritti che comunque da noi tra fulmini e saette vaticani finiscono sempre col cadere nel vuoto.
Ultimo trionfo gay: la grande, magnifica mostra appena inaugurata al londinese British Museum, dedicata all´imperatore Adriano (già celebrato dalla Yourcenar, altra prodigiosa scrittrice lesbienne) famoso non solo per il vallo in difesa delle conquiste romane in Britannia, ma anche per la sua passione inestinguibile per Antinoo, il ragazzo venuto dalla Bitinia e celebrato dopo la sua morte come un dio.
Sull´intasata bibliomania gay piomba adesso un bel volumone del tipo che si tiene in vista sul tavolino tra i divani, se non si hanno piccini timorati in casa: si intitola Vita e cultura gay (editore Cicero, 382 pagine, 48 euro) a cura di Robert Aldrich, professore di storia europea all´università di Sidney, tra l´altro autore di un Who Is Who in Gay and Lesbian History che ne fa uno dei più dotti studiosi della materia. L´edizione italiana ha in copertina il romantico Ritratto di due amici (1552) del Pontormo, elegantemente vestiti di nero come si usava qualche anno fa tra coppie di giovanotti fashion, e contiene tutto lo scibile gay-lesbico-bisessuale-transgender-transessuale, dall´Europa agli Antipodi, con incontri e scontri sorprendenti tra le diverse culture: i conquistatori spagnoli che, scoprendo nel Sedicesimo secolo i berdache (vestiti da donna) del Nuovo Mondo, li diedero in pasto ai cani; l´inglese Lady Montagu che, studiando molto da vicino i rapporti tribadici cioè lesbici negli harem turchi all´inizio del Settecento, ne ricavò lettere sublimi; il francese Flaubert, quello di Madame Bovary, che raccontò nei suoi diari gli incontri sessuali decadenti con ragazzi arabi.
A parte i saggi di massima erudizione, che testimoniano l´impegno sofisticato e accanito del mondo accademico queer, è la ricchezza delle illustrazioni a ricordarci che gli uomini amano gli uomini e le donne le donne sin dal momento in cui l´evoluzione li ha trasformati in homo sapiens. Prima non si sa, non essendosi ancora la paleoantropologia gay interessata alla sodomia tra australopiteci e paleoantropi. Ci sono vasi greci con satiri porcaccioni - si sa che nel culto di Dioniso il fallo rappresentava il desiderio di essere penetrati - per non parlare del Simposio di Platone, su cui nei secoli angosciosi della vergogna, gli studenti imparavano a conoscere l´amore socratico che aiutava, se del caso, a giustificare i propri terrorizzanti peccati della carne. Nell´antica Roma i bordelli maschili abbondavano, gli schiavi solleticavano anche Virgilio, ma è raro vedere una coppia romantica come quella incisa sulla argentea coppa Warren, che risale al 50 dopo Cristo: i due uomini nudi si tengono per mano, un po´ storditi, il più giovane seduto in grembo al più vecchio, le natiche del primo che premono sul sesso del secondo.
Poi vennero tempi bui, sempre più bui, e sono crudelissime le incisioni e i dipinti e le miniature medioevali che mostrano le virtuose punizioni comminate dall´inquisizione religiosa e secolare, spesso solo per ragioni politiche e di potere, agli accusati di sodomia. Come, nel 1326, lo squartamento in cima a una scala, prima di essere gettato ancora vivo sul rogo, di Hugh il Giovane, uno dei tanti amanti di Edoardo II re d´Inghilterra, quello celebrato da un magnifico film di Derek Jarman, morto di Aids nel 1994. Non meno terrorizzante Il giudizio universale di Taddeo di Bartolo, l´affresco del tardo Quattordicesimo secolo nella Collegiata di San Gimignano, che illustra, tra adultere torturate, anche un uomo nudo con in testa il cartello «sotomitto», fastidiosamente impalato dalla bocca all´ano.
Per secoli la punizione per la sodomia fu il rogo, poi, più generosi, nel Settecento gli inglesi scelsero l´impiccagione e gli olandesi la garrota o l´affogamento. Anche se poi la persecuzione della sodomia (che comprendeva ogni pratica sessuale non procreativa anche con signore) fu più casuale che sistematica, in più contemporanea alla celebrazione dell´amore affettuoso tra uomini, in società, nell´arte e in letteratura. Federico il Grande, lui stesso curioso di truppe, accordò alla Prussia «libertà di coscienza e di uccello», sostituendo alla pena capitale le frustate e l´esilio a vita. Quasi contemporaneamente, nel 1768, l´imperatrice Maria Teresa decretò che nei suoi possedimenti, Austria, Ungheria e Boemia, i sodomiti dovevano essere «sterminati dalla faccia della terra e bruciati sul rogo». In Francia gli illuministi avrebbero dovuto essere appunto più illuminati, ma come capita quasi sempre a chi se la prende con le istituzioni, chiesa monarchia e altro, con le cose del sesso erano molto meno spigliati. Per Voltaire, «l´amore detto socratico» era «un vizio distruttivo per la razza umana» e addirittura «un disgustoso abominio», anche se poi Diderot, che attribuiva il sesso tra maschi tra gli indigeni americani alla bruttezza delle loro donne, ammise che nei bagni pubblici aveva notato un giovane di straordinaria bellezza, tanto che «non riuscii a trattenermi, dovetti avvicinarmi a lui». E non fu il codice napoleonico del 1804 a depenalizzare la sodomia in Francia, ma la Rivoluzione francese, che nel nuovo codice penale del 1791 neppure la menzionava perché non potevano considerarsi illegali «quelle stupide offese, create dalla superstizione (cioè la religione), dal feudalesimo, dal sistema fiscale e dal dispotismo».
Avviso agli homoturisti: oggi l´omosessualità è ancora, almeno sulla carta, punita con la morte in Afghanistan, Iran, Mauritania, Nigeria, Sudan, Uganda; con l´ergastolo in Bangladesh, Bhutan, Guyana, India. Fu lo scrittore ungherese Károly Mária Kertbeny a usare per la prima volta la parola «omosessualità» in una lettera del 1869 indirizzata al ministro della Giustizia prussiano per chiedere l´abolizione delle leggi penali contro «gli atti innaturali». Da quel momento spuntarono da ogni parte sessuologi pro o contro, e mai tante stupidaggini furono dette e scritte con così grande dottrina. Poi vennero gli anni Venti del Novecento, di massima gayezza intellettuale e mondana soprattutto a Berlino, poi le persecuzioni naziste, infine i primi cinepersonaggi non esplicitamente gay che comunque finivano malissimo.
La prima vera rivolta gay contro l´ipocrisia, l´occultamento e le retate della polizia è del 1969, e avvenne come strascico della rivoluzione sessuale etero nell´ormai storico bar Stonewall di Christopher Street a New York. Negli anni Ottanta il virulento diffondersi dell´Aids portò tragedie, lutti e orgoglio omosessuale. Oggi, mah! Nell´omofobia che tuttora resiste, gay e lesbiche si sposano dove la legge lo consente, persino le fiction italiane fintamente bonaccione hanno simpatici personaggi gay, però appena si può negli show ancora si infilano i buffoni maschi vestiti da donna per far ridere le masse. C´è la corsa al coming out, alla mercificazione, coppie di stilisti che sino a qualche anno fa cacciavano dalle sfilate chi accennava a loro eventuali legami oggi dichiarano di voler adottare, oltre ai cani, anche dei bambini. Qualche gentiluomo di antico stampo, devoto all´eleganza dell´ombra e del silenzio, scuote la testa e ricorda il romantico critico d´arte inglese John Ruskin: «È l´eccesso di luce che rende la vita di oggi perfettamente volgare».

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venerdì 1 agosto 2008

La fuga del Pd.

(Miriam Mafai - La Repubblica) Dunque la Camera ha votato. E ha deciso di sollevare conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale contro la decisione della Corte di Cassazione che aveva finalmente consentito alla richiesta del padre di Eluana Englaro di sospendere l´alimentazione e l´idratazione forzata della figlia in stato vegetativo permanente da ormai sedici anni.
La Camera ha votato e il pg di Milano ha fatto ricorso contro la sentenza, dunque la povera Eluana dovrà ancora restare attaccata a quel sondino, invecchiare così nel buio profondo di una morte non ancora ufficialmente certificata.
Da più di dieci anni giacciono di fronte alla nostre assemblee elettive proposte di legge intitolate dal cosiddetto "testamento biologico" grazie al quale ognuno di noi avrebbe il diritto di decidere della fine della sua vita, quando e come e perché staccare quel sondino e quelle macchine che possono tenerti immobilizzato, per anni, in quello spazio di morte che non è più la morte naturale di una volta, ma l´orrore di una zona intermedia in cui è una macchina che pompa il sangue, ti alimenta artificialmente per un tempo che può durare per anni. Per Eluana sono passati già sedici anni.
L´orrore di questa condizione inumana non conta nulla di fronte al voto dei nostri parlamentari. Non conta nulla nemmeno la sentenza della Cassazione che finalmente aveva acceduto alla richiesta del padre di Eluana.
Non conta nulla nemmeno il fatto che le nostre assemblee elettive, non siano riuscite nel corso degli anni passati a esaminare ed approvare una delle molte proposte di legge sul "testamento biologico" che metterebbero ognuno di noi al riparo da questa violenza esercitata sui nostri corpi alla fine delle nostra vita.
Ma quello che più mi ha colpito nella seduta di ieri della Camera dei deputati, di fronte a quel voto, è stata il silenzio dei parlamentari del Partito Democratico.
Il loro rifiuto di assumere una posizione e di esprimersi con un sì o con un no. Il loro ripiegare su un´astensione che appare una fuga dalle responsabilità.
Il caso Englaro è di fronte alla pubblica opinione e alle assemblee legislative da quasi dieci anni. Non è certamente colpa del Partito Democratico se una legge equilibrata sul testamento biologico non è stata ancora discussa e approvata. Basterebbe ricordare a questo proposito l´instancabile azione svolta da uno scienziato come Ignazio Marino, eletto senatore nelle file del Pd.
Questa battaglia continuerà, penso, al Senato, dove è stata recentemente presentata una proposta di legge sottoscritta da cento senatori del Pd, dell´Italia dei Valori e del Pdl.
Ma ieri, alla Camera, il Partito Democratico ha preferito non prendere parte alla votazione. Non mi convince la spiegazione che ne è stata fornita in aula. Sappiamo tutti che convivono nel Pd sentimenti e parlamentari laici e cattolici. Sappiamo tutti che una mediazione tra queste diverse culture richiede attenzione, intelligenza e prudenza. Ma ci sono casi e momenti in cui la prudenza rischia di apparire indifferenza o pavidità.
Attorno al caso di Eluana Englaro, alla sua tragedia e a quella del padre, attorno a un caso drammatico che investe la coscienza di tutti noi, era lecito attendersi una posizione limpida ed equilibrata dei deputati del Partito Democratico. Non c´è stata. È una brutta giornata, questa, per chi crede nel Partito Democratico e nella laicità del nostro Stato.

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venerdì 18 luglio 2008

The Economist. A Roma e' tornato Nerone. Berlusconi suona, l’Italia brucia.

Illustration by Peter Schrank.

Traduzione da parte di Anonimo italiano dell’articolo dell’Economist sulle prime dieci settimane del governo Berlusconi.
Questa volta l’Economist, per raccontare le prime dieci settimane di governo Berlusconi, lo paragona a Nerone, parafrasando l’espressione inglese “Nero is fiddling while Rome burns”, che significa più o meno “Nerone suona mentre Roma brucia” (per traslato, occuparsi di sciocchezze mentre sta per capitare il peggio) con Berlusconi al posto di Nerone e l’Italia al posto di Roma. Nonostante io sia informato dei fatti, vederli squadernati con così tanta precisione fa impressione anche a me.

The Economist. Berlusconi suona, l’Italia brucia.
Questo governo di Silvio Berlusconi si dimostra tristemente simile al precedente.
tradotto da Berlusconi fiddles, Italy burns | Economist.com.

Questa volta sarebbe dovuto essere differente. Silvio Berlusconi trasudava sobria responsabilità durante il suo tentativo di essere rieletto in Aprile alla carica di primo ministro.

C’erano altre ragioni per le quali sperare che avrebbe governato nell’interesse del paese, pittusto che nel proprio. Si sapeva che aspirasse alla carica di Presidente della Repubblica e perciò che avrebbe dovuto acquisire un aura da statista. Una ragione del fallimento del suo primo mandato è stata la resistenza alle riforme liberali da parte dell’UDC, che non fa più parte della coalizione. E sembrava avesse risolto le sue personali difficoltà con una serie di leggi ad personam che gli avevano messo al sicuro la sua posizione di fronte alla legge e protetto il suo impero finanziario...

Continua su Il voto gay.

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domenica 13 luglio 2008

Feltri: il governo mi delude!

(Marianna Rizzini - Il Foglio) Vittorio Feltri, direttore di Libero, ha trovato "promettenti, ma via via deludenti", i primi cento giorni di governo Berlusconi. Promettenti "perché sono stati subito affrontati i problemi che in campagna elettorale avevano reso molto appetibili il Pdl e la Lega. Mi riferisco alla sicurezza, all'immigrazione clandestina e alle iniziative di Renato Brunetta su fannulloni e enti inutili". Promettente è sembrata a Feltri anche la "discussione rapida sulla legge finanziaria per un triennio, anziché il solito lungo dibattito per quella annua". "Quasi risolta", addirittura, gli appare la questione immondizia. "Nutro qualche perplessità per quanto riguarda l'invio al nord di una parte della spazzatura, ma qualche discarica alla fine ci sarà, e il termovalorizzatore di Acerra dovrebbe essere approntato nel giro di un anno".
Tutti esempi di "voglia di fare e idee chiare" che non cancellano però "la macchia". Feltri allude "all'intoppo sul blocco dei processi che ha fatto nascere il sospetto che il Cavaliere cercasse di approfittare di questo provvedimento, in sé giustissimo, per infilarci qualcosa che lo riguardava personalmente". Il direttore di Libero trova tutto ciò "un po' fastidioso", anche se poi concede: "Diventa difficile, di fronte ai fatti, negare che Berlusconi sia stato attaccato dalla magistratura in modo esagerato, non fosse altro che per l'altissimo numero di giudici che si sono occupati di lui, circa novecento. Ma forse era meglio pensarci prima".

Prima era al governo la sinistra. "Infatti accuso tutto un sistema politico che soffre di immobilismo e indecisionismo". Le intercettazioni sono la seconda macchia individuata da Feltri nel debutto del governo. "Siamo tutti d'accordo, mi pare, su un fatto: le intercettazioni che non hanno rilevanza penale non devono essere pubblicate. E io aggiungo: devono essere buttate via dai magistrati. O messe nel congelatore. Non infilate nei documenti processuali". Nonostante gli intoppi, il governo, dice Feltri, "non ha perso consensi". E però "non ha tempo da perdere. Spero che le buone idee non vengano annacquate lungo la via che va dall'enunciazione formale all'approvazione integrale".

Nonostante le polemiche seguite alla risoluzione del Parlamento europeo che boccia l'Italia sulla rilevazione delle impronte ai bambini rom, il direttore di Libero si augura che il governo riesca "a trasformare in realtà quello che ha fatto sognare alla sua base, per esempio chiudendo i campi rom abusivi. Non esistono neanche in Romania". Soprattutto, dice Feltri, "il governo non deve abbandonare Giulio Tremonti. Ha fatto dei tagli mostruosi". Forse non ancora percepiti dall'elettorato. "La gente non sa leggere i bilanci e non guarda i numeri. Tremonti non è stato mediatico come Brunetta sui fannulloni. Ma se riuscirà a portare alle estreme conseguenze ciò che ha avviato, gli effetti si vedranno".

Oscurati i temi etici. Nella classifica feltriana dei ministri che meritano plauso entra Mariastella Gelmini, ministro dell'Istruzione che "si è trovata subito alle prese con l'increscioso incidente degli errori dei temi di maturità. Incredibile: la poesia di Montale bastava leggerla, per capire che era tutta al maschile. Ma il ministro ha mostrato di saper intervenire. Ora mi aspetto che nella scuola venga reintrodotta una selettività di tipo meritocratico". Feltri è convinto che la meritocrazia parta dal basso e che le raccomandazioni selvagge non si possano combattere quando i giovani arrivano sul mercato del lavoro, ma che debba cambiare la mentalità che è alla base della richiesta di raccomandazione. "C'è stato un appiattimento negli anni Settanta-Ottanta, su basi ideologiche. Ma dall'appiattimento non può uscire nessuna competizione. Bisogna ricominciare a bocciare. E i genitori smettano di difendere i figli somari". Un bel voto arriva, intanto, al ministro dell'Interno Roberto Maroni: "Non ha una mentalità da vecchia destra. Lo ammetto, ho sempre detto di essere di destra, ma in realtà non lo sono mai stato. E sono infastidito dalla destra di tradizione fascistoide".

Il direttore di Libero non crede che i temi etici possano tornare al vertice dell'agenda politica, nonostante la riapertura del dibattito all'indomani della sentenza Englaro. "Non mi pare che a Berlusconi interessino così tanto questi argomenti. Dividono trasversalmente, ragione per cui nessuno ha interesse ad affrontarli. Anche se a me personalmente stanno molto a cuore". Spostando lo sguardo sul fronte Veltroni, l'approfondirsi (apparente o reale) della crisi interna all'opposizione non stupisce Vittorio Feltri. "Mi aspettavo che, dopo una sconfitta attesa e forse anche data per scontata dallo stesso Veltroni - che ha rinunciato all'alleanza con la cosiddetta sinistra massimalista - la botta venisse metabolizzata attraverso le polemiche. Quelli che già prima del voto non erano d'accordo con lui, ma tacevano, si sono sentiti legittimati ad alzare la voce".

La piazza neogirotondina, invece, al netto delle polemiche su Beppe Grillo e Sabina Guzzanti, dice Feltri, dimostra che "il centrosinistra sta raschiando il fondo del barile". I motivi vanno dal "non avere la forza di coesione" al "non saper formulare proposte alternative che permettano di ribaltare il rapporto di forze". "E poi diciamolo: la sinistra sta morendo di vecchiaia". Il Pd di Veltroni, "novità" della campagna elettorale, per Feltri è stato "un tentativo di cura con il Gerovital" che non ha cancellato nell'elettore l'impressione che stessero girando sempre le stesse facce, "quelle che un tempo stavano nel Pci. E si sa che uno può cambiare idea, ma non rinnegare del tutto se stesso". Feltri è convinto che la sinistra italiana, senza marxismo, non viva più di vita propria. "E' rimasta soltanto in abitudini culturali che producono un modo obsoleto di fare politica. L'elettore l'ha percepito". Vecchia appare, al direttore di Libero, anche "l'Europa burocratica". Quella che tiene d'occhio Berlusconi. "E' un'Europa che procede a colpi di sintesi fatte da partiti di sinistra di vari paesi, vecchi pure loro. Il no dell'Irlanda ha mostrato la necessità di un rinnovamento".

Il Berlusconi tenuto d'occhio a livello Ue, però, non rinuncia a cercare il consenso internazionale. "Lui ci prova sempre. Vuole essere amato. Poi si incarta, perché c'è in giro il solito processo, e torna a essere il solito Berlusconi. Ma gli piaceva la legittimazione, si divertiva, si è illuso che fosse cambiato il vento. Tutti, forse, ci siamo illusi. Invece è bastato poco per tornare alla contrapposizione frontale, anche perché il povero Veltroni, attaccato dall'interno, ha capito che o tornava a essere antiberlusconiano o veniva meno la ragione sociale della sinistra". Per il futuro, però, Feltri non è pessimista: "Quei due sono costretti a riparlarsi, vista anche la crisi economica che incombe".

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mercoledì 2 luglio 2008

Da Gad Lerner "In lode di Alfonso Signorini".

Nella foto di River, la pubblicità del programma radiofonico di Alfonso Signorini che indossa una scarpa bucata.

(Vanity Fair) L’Italia è un paese in cui televisione e politica tendono a coincidere. Non fingiamo stupore, quindi, se un anziano capo del governo si rivela ottimo conoscitore di attrici e soubrettes esordienti. L’avversario che gli dà del magnaccia non si è forse esibito a torte in faccia con le medesime signorine sul palco del Bagaglino, facendosi volentieri beccare dai settimanali del gossip a spasso per Roma con una di loro?
Diverso è lo schieramento, ma i due galli spelacchiati che insistono nel presentarsi come seduttori hanno in comune qualcosa di più importante: l’idea che quelle donne lì, col mestiere cui aspirano, volete forse che non la diano agli uomini di potere? Non a caso deteniamo il doppio record della politica più maschile del mondo occidentale, e della televisione più scollacciata in cui la donna viene esibita senza dignità come mero oggetto del desiderio.
L’intreccio tra spettacolo e politica ha raggiunto il suo culmine nell’Italia berlusconiana, necessitando ormai di appositi specialisti in grado di gestirne le capricciose evoluzioni. E’ per questo che seguo con speciale ammirazione la carriera di un giornalista, Alfonso Signorini, divenuto in pochi anni figura cruciale al vertice del caravanserraglio. Così potente da permettersi di esibire ormai la confidenza tributatagli dal capo, che lui ricambia decantandone il fulgore con la perizia di un cortigiano rinascimentale.
Esagero? Non credo. Sono mosso da simpatia per quel furetto che sprizza intelligenza e anche se ferisce lo fa con garbo: l’allievo Signorini sta rivelandosi più coraggioso del suo peraltro ottimo maestro Carlo Rossella. Di recente la casa editrice Mondatori lo ha insignito di un doppio incarico senza precedenti, vista l’importanza strategica dei settimanali che viene chiamato a dirigere contemporaneamente: la rivista popolare del gossip, “Chi”; e adesso in più la rivista che divulga le idee e le produzioni del piccolo schermo, “Sorrisi e canzoni tv”.
Dal mio punto di vista ciò ne fa poco meno che un ideologo dell’odierno marchettificio italiano. Una posizione meritatamente conquistata rendendosi col tempo indispensabile al proprietario, tramite ideale fra lui e quanto ha di più caro: l’esteriorità invidiabile del benessere.
I futuri studiosi di questo nostro periodo storico non potranno prescindere dalle raccolte di “Chi” diretto da Alfonso Signorini. Per il dosaggio perfetto, tra foto ufficiali e (apparentemente) rubate dei vari rami della famiglia Berlusconi, celebrata come prima cerchia dell’Italia che conta. Quando Tremonti teorizza la necessità di una rilegittimazione spirituale del potere politico, non sa che già da tempo il monarchico Signorini ha provveduto con ritratti in posa della sacrada famiglia curati meticolosamente nella loro regalità. Ma “Chi” va ben oltre. E’ un termometro sensibilissimo del chi sale e chi scende, soprattutto del chi verrà favorito e chi cancellato nel rilievo mediatico. Imprescindibile per chi voglia decifrare il vigente regime italiano così come lo fu per i cremlinologi –negli anni del comunismo sovietico- riclassificare ogni anno la posizione dei burocrati sugli spalti della piazza Rossa durante la sfilata del 7 novembre.
Venire epurato da “Chi” naturalmente anticipa ben altre disgrazie. Ma può capitare pure che Signorini si limiti a lanciare un monito a persona congiunta del capo, rievocandone antiche intemperanze, tanto per ricordarle che l’appartenenza a quel mondo dorato implica un minimo di cura delle apparenze. La galleria dei nuovi favoriti e dei precipitati nel cono d’ombra è sempre aggiornatissima, ma soprattutto ufficiale. Valorizzata da un’estetica dell’apparire impeccabili come piace a lui e quindi per forza anche a noi. Naturalmente quando arriva la politica, sulle pagine di “Chi”, ci arriva secondo i gusti identici di Berlusconi e Di Pietro. Il questionario per le donne candidate alle ultime elezioni indagava soprattutto le loro preferenze in materia di calze e biancheria intima: e le sciagurate risposero.
Spero che Alfonso Signorini accetti i miei migliori auguri, sebbene inviati da un giornale concorrente, perchè da un simile esegeta della contemporaneità –non a caso un gay dichiarato che però si oppone ai Dico, cioè un teorico del “si fa ma non si dice”- ho ancora molto da imparare.

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mercoledì 25 giugno 2008

Gattuso i giornalisti e i gay. E' piu' idiota una risposta o una domanda?

(Insy loan e lo stato delle cose) Per invogliarci a fare qualche domanda, una qualsiasi pur di rompere la cortina di silenzio che regnava durante le sue lezioni, il nostro professore di economia politica all’università, un giorno, ci esortò ad esprimere i nostri dubbi dicendo: “Ragazzi chiedete, senza reticenze perché non esistono domande stupide ma solo risposte stupide”. Di sicuro la frase non era sua anche perché qualche altra volta io ‘sta cosa l’ho sentita ripetere e l’ho sempre condivisa. Ma oggi, leggendo l’esternazione di Gattuso, che mi dicono essere un giocatore dell’Italia (io non li conosco per nome ma solo di faccia e di pacco quando pubblicano le loro foto esultando in mezzo al campo mezzi nudi per una vittoria) e non un docente di morale in qualche istituto universitario, scoprivo la sua avversione ai matrimoni omoricchioni perché crede nell’istituzione del sacramento che è valido solo tra uomo e donna, aggiungendo che a lui le coppie ghei fanno strano.
Ma non è che Rino sia impazzito e durante un’intervista, alla domanda: “che ne pensa della squalifica della Francia agli Europei?” è partito con una filippica sul fatto che per lui le coppie “vere” sono quelle formate da un lui e una lei e non da un lui che vorrebbe essere lei e un altro lui che vorrebbe essere, se possibile, ancora più una lei.
L’intervistatore, latore della curiosità della più vasta popolazione di CT sulla terra, cosa gli va a chiedere? “Cosa ne pensa delle unioni omosessuali?”, che detta così tanto valeva gli chiedesse dove fosse il bagno delle signore.
Quindi per questo oggi mi sono chiesto se non sia vero anche il contrario dell’affermazione del mio professore ovvero: non esistono risposte stupide ma solo domande idiote. Io figuriamoci se voglio difendere l’ignoranza della gente, tanto più che sogno staccionate dipinte di verde intorno al giardino di casa, una stanza per i bambini e una familiare guidata da mio marito, ma mi rendo conto che non ci si può stupire se non esce sangue da una pietra (a meno che questa pietra non sia la Madonna di Civitavecchia che invece fiotta come un ruscelletto).
Io la trovo una dichiarazione del tutto coerente con il personaggio e le vesti lacerate dei rappresentanti ghei che si dicono dispiaciuti per questa dichiarazione perché i giocatori sono esempio per tanti giovani e quindi le loro esternazioni omofobe potrebbe ingenerare razzismo, è una idiozia bella e buona. Non spetta ai giocatori ne agli attori ne ai conduttori dell’Italia sul 2 dare esempi di vita. La gente, per fortuna, è meno idiota di quanto si possa credere.
Non mi pare infatti che ci siano milioni di adolescenti che fumano crack, vanno in giro senza mutande e frequentano ereditiere di facili costumi (scegliete voi quale delle tre cose sia la peggiore) solo perché Britni Spirs lo fa. Il mio mito è la Moroni della Prova del Cuoco eppure io se voglio mangiare una lasagna o me la compro o non c'è verso che me la sappia preparare da solo.

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mercoledì 4 giugno 2008

Il coraggio di Mughini: "con il cancro ho perso la virilità".


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(Francesco Perugini - Libero) Perdere la virilità, ma continuare a vivere, lavorare, scrivere. Giampiero Mughini ha raccontato al mensile "Ok Salute" la sua vita dopo l'asportazione della prostata, subita nel marzo 2006 a causa di un tumore. «Le moderne tecniche chirurgiche permettono di risparmiare i nervi che consentono l'erezione e di mantenere la capacità sessuale, ma non è così semplice, non sempre va tutto liscio. A me non è andato tutto liscio», dice il giornalista catanese, ospite fisso della trasmissione tv "Controcampo".

I primi sospetti all'inizio del 2006, quando dalle analisi risulta un eccesso di Psa, l'antigene che rivela l'eventuale presenza di tumori alla prostata (la ghiandola che si trova tra la vescica e il pene). Dopo i 50 anni, il suo medico gli aveva consigliato di controllarne il livello ogni 12 mesi. La prevenzione gli ha salvato la vita: «Il giorno dopo l'asportazione della prostata ho scritto» ricorda il collaboratore di "Libero" «la parola prevenzione è infinitamente migliore della parola rivoluzione. Non è difficile capire il perchè: è in gioco la vita».

I rapporti con la sua compagna sono cambiati e Mughini spiega come, citando un romanzo di Philip Roth, "Exit Ghost": «Il protagonista subisce un intervento alla prostata e, pur provando attrazione verso una donna, sa di non poterla appagare. So com'è: una sberla che non finisce mai». La sfida più difficile è insomma quella di ricominciare a vivere, senza sentirsi più un uomo, ma Mughini non può che prenderla, come sempre, con filosofia: «Il destino va preso per quello che è: ogni giorno è un'opportunità, un regalo che qualcuno ci ha fatto».

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mercoledì 28 maggio 2008

Michele Serra: I gay mostrano le ferite perchè cercano la popolarità?

Il 18enne accoltellato era su tutti i tigì a poche ore dalla violenza subita.
(Michele Serra - La Repubblica) In un primo momento "protetto" dal (poco) pudore rimasto ai media, il diciottenne palermitano accoltellato dal padre perché omosessuale dopo qualche ora era già in onda sui tigì nazionali. A caldo ho provato il sollievo di vedere un ragazzo del popolo che, coraggiosamente, sfida il pregiudizio e l´ostilità ambientale, e decide di denunciare con nome, cognome e faccia bene in vista la violenza subita.

Ma subito dopo? per dire quanto sono confusi i tempi, e noi insieme a loro? ho avuto il sospetto che a portarlo davanti alle telecamere, ancora incerottato, ancora ferito nell´animo, sia stata anche l´occasione di apparire, la voglia di vedersi ritratto anche lui nel colossale affresco di "celebrities" che pare essere l´irresistibile attrazione di milioni di ragazzi. E senza neanche passare per la sputtanatissima strettoia di You Tube. Dubbio non da poco: è stata una forma embrionale di coscienza civile, a farlo apparire in televisione su una spiaggia palermitana, fragile e ben pettinato, mostrando le braccia fasciate, oppure è stata la banale seduzione della "popolarità"? Guardo la sua fotografia sulle prime pagine dei quotidiani e non so darmi risposta.
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Ndr. Parole sensate. Non sarà mica omofobo?

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mercoledì 30 aprile 2008

Amici. Duro attacco de L'Avvenire alla trasmissione: "Puro bullismo".

Il quotidiano cattolico "Avvenire" si lancia in una feroce critica dello show di Maria De Filippi: esibizione di teppismo, caccia alla fama, esaltazione della mediocrità.

(Libero news) Alla fine qualcuno lo ha detto: il re è nudo. Sulle pagine del quotidiano cattolico Avvenire è comparso un articolo in cui si critica ferocemente il programma di Maria De Filippi. In sintesi, queste le contestazioni: promuove il bullismo, è un'esibizione di teppismo, alimenta la caccia alla fama, rappresenta l'esaltazione della mediocrità, è un insulto agli insegnati veri e alle scuole vere. Insomma, le liti tra studenti, i ragazzi che alzano la cresta e si azzuffano con i professori, li criticano, li deridono, li umiliano, i concorrenti che prendono voti solo per le polemiche e l'aspetto fisico... Tutte queste cose al giornalista del quotidiano non sono proprio andate giù.

Ma andiamo con ordine: è apparso su La Stampa un articolo a firma di Siti, intitolato "Amici è l'unica scuola che funziona" in cui si esaltava il programma della De Filippi. Pronta la risposta di Avvenire. In un editoriale intitolato "Il bullismo di certi intellettuali", Davide Rondoni sottolinea come «esistono due tipi di bullismo, quello becero di certi studenti, sguaiato e maleducato fino a far tenerezza dopo aver fatto rabbia, e quello beneducato e più acido di certi intellettuali. Perché se è bullismo allagare le aule e fare scherzi di dubbio gusto, è bullismo ancora peggiore titolare, come fa la prima pagina del quotidiano La Stampa, che "Amici è l'unica scuola che funziona". Teppismo intellettuale e perciò più deleterio. [...] Siti (che firma il pezzo su La Stampa, ndr.) - ammonisce il quotidiano della Cei - deve ammettere che il paragone con la scuola regge fino a un certo punto (in palio ci sono 300mila euro e la mediocritàviene premiata in modo scandaloso) resta a mio avviso un'offesa per schiere di insegnanti il fatto che il loro quotidiano lavoro sia confrontato e svilito nel paragone con la trasmissione. E qui sta il bullismo in guanti di velluto dell'articolo, la perversione reale del suo banalissimo inno: il voler considerare che Amici e la scuola perseguano scopi simili, che la conduttrice abbia intenzioni lontanamente simili a quelle che per poche centinaia di euro al mese muovono ogni mattina tante brave persone ad affrontare la prova dell'aula e dei ragazzi. Questo accostamento - conclude l'articolo - è offensivo. La scuola in quella trasmissione è una parodia irreale, funziona secondo regole volute dalla tv, e lo scopo che si persegue è il raggiungimento della fama e del successo. Amici e gli intellettuali che la blandiscono compiono uno dei peggiori atti di teppismo contro la scuola e la stessa vita dei ragazzi».

Tempo fa durante una nostra intervista Chicco Sfondrini ci aveva detto che la trasmissione riportava semplicemente in tv gli atteggiamenti che i ragazzi hanno normalmente in aula. Oggi però nessuno della trasmissione vuole replicare alle critiche.
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L'articolo originale di Davide Rondoni su L'Avvenire.

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domenica 27 aprile 2008

Il Giornale e Panorama. Duri attacchi a Beppe Grillo. Parte quarta.

L’antipolitica di Beppe, business da 4 milioni.
(Filippo Facci - Il Giornale) Quest’ultima puntata è dedicata alla decodificazione di alcune balle su Beppe Grillo e di Beppe Grillo. Anzitutto delle precisazioni. Come visto, Giuseppe Piero Grillo non ha solo fruito due volte di un condono fiscale tombale, ma anche di un condono edilizio nella sua villa di Sant’Ilario. Come visto, poi, la pretesa di impedire la candidatura di chi abbia avuto delle condanne penali in giudicato (regola che non esiste in nessun Paese del mondo) precluderebbe ogni candidatura di Beppe Grillo medesimo, che è pregiudicato per omicidio colposo plurimo. A questa condanna, raccontata nella puntata di ieri, va aggiunto un patteggiamento per aver definito Rita Levi Montalcini «vecchia p...» in un suo spettacolo del 2001: dovette pagare 8400 euro e la causa civile è ancora in corso, anche perché Grillo sostenne che la scienziata ottenne il Nobel grazie a un’azienda farmaceutica. A proposito dei referendum promossi dalle piazze grillesche, invece, vediamo che anche il promotore Antonio Di Pietro invoca che un parlamentare non resti tale per più di due mandati: ma non ha detto che lui, di mandati, ne ha già collezionati cinque, per un totale di anni 11. Anche Marco Travaglio, venerdì, ha tuonato contro i finanziamenti pubblici all’editoria: ma non ha detto che il suo giornale, l’Unità, percepisce più contributi di tutti, e non «come tutti i giornali italiani» (parole sue, rivolte alla folla beona del V-day), bensì nella modalità assai più danarosa riservata alla stampa politica; dalla Rai all’Unità, insomma, Travaglio è pagato coi soldi dei contribuenti. Per chiudere con la manifestazione di venerdì: Piazza San Carlo è grande 168 per 76 metri, dunque 12.768 metri quadri che moltiplicati per 3 (tre persone ogni metro, e sono già tante) dà 38.304 persone totali, non 120mila come dal blog di Grillo: «Eravamo in 120.000. Chi era presente lo sa e anche chi può informarsi in Rete».

Il Grillo censore
Grillo non a caso riconosce solo la rete, per quanto la cosa, nel tempo, si sia configurata come un’ossessiva paura del confronto. Interviste non ne rilascia, ed è nota l’esperienza del giornalista Sandro Gilioli: nel gennaio scorso si mise d’accordo col comico per un’intervista di quattro pagine, ma poi si vide respingere le domande perché definite «offensive e indegne»: tuttavia, una volta rese pubbliche, si sono rivelate del tutto ordinarie.
Poi c’è il capitolo libri: Grillo, semplicemente, è solito bloccare qualsiasi volume che lo riguardi. Nel 2003 fece diffidare e bloccare «Grillo da ridere» di Kaos edizioni, biografia a lui favorevole: la scusa fu che conteneva un’eccedenza di testi dei suoi spettacoli. Nel 2007 invece ha diffidato e bloccato «Chi ha paura di Beppe Grillo?» di Emilio Targia, Edoardo Fleischner e Federica De Maria, scritto per Longanesi: tre studiosi che hanno seguito Grillo per anni; aggiornato due volte, Longanesi infine ha lasciato perdere per non avere grane. Il libro, dopo che per analoghi motivi era stato rifiutato da ben 23 editori, è uscito infine per Selene edizioni giusto in questi giorni. La biografia «Beppe Grillo» uscita infine per Aliberti, e scritta da Paolo Crecchi e Giorgio Rinaldi, è nelle librerie dal novembre scorso nonostante le minacce fatte recapitare da Grillo, ai due autori, a mezzo del giornalista della Stampa Ferruccio Sansa, figlio del suo dirimpettaio Adriano. Tutte le cause, infine, per risparmiare, sono promosse dallo studio legale del figlio di suo fratello Andrea. Va anche detto che l’atteggiamento di Grillo, casta di se stesso, probabilmente non è solo ascrivibile alla preservazione di un culto della propria personalità: semplicemente, vuole essere l’unico a guadagnare col proprio nome.
Il blog che non lo è Sotto questo profilo, la definizione corretta del suo celebre blog, aperto il 26 gennaio 2006, è «sito commerciale»: come tale è infatti classificato. I numeri parlano chiaro: un anno prima del blog, nel 2004, Grillo ha fatturato 2.133.720 euro; nel 2006, due anni dopo, ne ha fatturati 4.272.591. La politica del Vaffanculo sta rendendo bene. Nel citato «Chi ha paura di Beppe Grillo», i tre autori hanno monitorato il sito per tre anni osservando come Grillo, spesso con la scusa della battaglia per la democrazia e il finanziamento dei V-day, venda ogni genere di gadget: video del V-day, dvd dello spettacolo Reset, libro «Tutte le battaglie di Grillo», eccetera. Anche i circolini politici rendono: chi vuole aprire un fan club deve pagare 19 dollari per un mese (dollari, perché la piattaforma è negli Usa) che sono scontati a 72 per chi prenota un semestre. Per ora i circoli sono poco più di 500, ed è già un bel rendere.

Il moralista.
Solo alla rete e a Grillo, dunque, dovremmo affidare le verità su Grillo. Tipo questa: «Ho avuto una Ferrari, ma l’ho venduta». Fine. Salvo scoprire, certo non sulla rete, che di Ferrari ne ha avute due, più Porsche, Maserati, Chevrolet Blazer, eccetera. Oppure, sempre parole sue: «Ho due case, una a Genova e una in Toscana». Fine. Salvo scoprire, certo non sulla rete, che una in effetti è a Bibbona, Livorno, 380 metri quadri e 5.600 metri quadri di terreno; ma risulta intestato a lui anche l’appartamento di Rimini dove stava con l’ex moglie, senza contare che la Gestimar, la sua società immobiliare gestita dal fratello, possiede i tre appartamenti a Marinelledda, una villa a Porto Cervo, due locali più garage a Genova Nervi e infine un esercizio commerciale a Caselle, oltreché un garage in Val d’Aosta. Oppure, ancora: «Ho avuto la barca, ma l’ho venduta». Salvo scoprire, certo non sulla rete, che di barche ne avute diverse; una forse l’avrà anche venduta, ma il panfilo «Jao II» di 12 metri, in realtà, risulta affondato alla Maddalena il 5 agosto 1997. C’erano a bordo anche Corrado Tedeschi (che oggi odia Grillo pubblicamente) con la sua compagna Corinne. La barca finì su una secca peraltro segnalatissima, e fu salvato dalla barca dei Rusconi, gli editori. Grillo fu indagato per naufragio colposo, procedimento archiviato. Un’altra volta, il 29 maggio 2001, riuscì nell’impresa si insabbiare un gommone nel profondissimo mar Ligure, alla foce del Magra: con lui c’era Gino Paoli, fu una giornata senza fine. Del condono tombale chiesto e ottenuto per due anni e per due volte dalla citata Gestimar, dal 1997 al 2002, diamo conto velocemente. Fu certo lecito, ma non obbligatorio. Il problema è che era esattamente il genere di condono contro il quale Grillo si era scagliato più volte, e in particolare con una lettera indirizzata al direttore di Repubblica risalente al giugno 2004. Se vorrà ne riparlerà Grillo medesimo, tra un vaffanculo e l’altro.
Il nuovo Coluche Difficile scacciare l’idea che Grillo non sogni di potersi ispirare un giorno a Michel Coluche, l’attore e comico francese che peraltro ebbe l’onore di conoscere sul set del film «Scemo di guerra» di Dino Risi: «Beppe si ingelosì molto del rapporto speciale che avevo con Michel», ha detto il regista. Coluche, idolo del box office transalpino, dai suoi spettacoli metteva alla gogna i politici e un bel giorno annunciò la candidatura all’Eliseo. Si ritirò solo all’ultimo, ma i sondaggi parevano garantirgli una messe incredibile di voti.

Forse qualcuno avrebbe potuto già insospettirsi dall’esordio cinematografico di Grillo: «Cercasi Gesù», dove appunto interpretava un Cristo moderno anticipando la sindrome «Joan Lui» dell’altro aspirante santone, Adriano Celentano. Anche la discesa in campo di Silvio Berlusconi nel 1994, e relativo successo, deve averlo alquanto impressionato. Come rilevato da Libero il 3 ottobre scorso, Grillo mise il suo primo bollino elettorale proprio su Berlusconi: «Sono da mandare via, da mandare via questa gente qua, da votare gli imprenditori, ecco perché sono contento che è venuto fuori Berlusconi: lo voglio andare a votare». E qui siamo appunto nel 1994. Nella primavera successiva, vediamo, Grillo modificò il suo giudizio e lo spruzzò di venature appena megalomani: «Candidarmi sarebbe un gioco da ragazzi, prenderei il triplo del Berlusca» disse a Curzio Maltese su Repubblica. «Mi presento in tv e dico: datemi il vostro voto che ci divertiamo, sistemo due o tre cose. Un plebiscito». Poi, nel 2003, la svolta: «Per arrivare a Berlusconi dobbiamo essere diventati parecchio stupidi». Già covava. Ma una vera discesa in campo, Giuseppe Piero Grillo, non l’ha ancora fatta. Deve ancora discuterne col commercialista.
(4.fine)

Gli altri articoli: [1] [2] [3]

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E l’Ikea cancella la famiglia normale. Per "Il Giornale" ci sono cataloghi con gay dalle pose inequivocabili...

(Luca Doninelli - Il Giornale) Alla bella stagione non bastano più la rondine sotto il tetto o le gèmmule d’oro sul fico e sul moro. Il suo arrivo ufficiale ha un nuovo araldo: il piccolo catalogo Ikea, quello con la collezione primavera-estate. È il catalogo delle promesse, una prima sbirciatina molto primaverile sul mondo che solo il nuovo, grande catalogo ci spalancherà, a tempo debito.
Io amo i cataloghi Ikea. Li sfoglio mentre bevo il primo caffè, oppure in bagno, e perfino nelle notti insonni mi tengono compagnia. Perché i cataloghi Ikea sono pieni di comunicazioni che non si riducono alle immagini dei vari mobili, ai prezzi e alle diverse combinazioni possibili. C’è qualcosa di più.
Negli anni Ottanta si diceva che non basta vendere un prodotto: col prodotto bisogna vendere anche un’idea, un sogno, un desiderio, insomma: un’immagine. Se vendi l’immagine, il prodotto si moltiplica. Se vendi una scatola di biscotti è un conto, se vendi un mulino bianco è un altro paio di maniche.
Ma l’Ikea va oltre, perché l’Ikea ci vende il modello di una società completa, in tutte le sue possibili versioni. Non è la società vera, più rugosa e contraddittoria: non lo è da noi e credo non lo sia nemmeno in Svezia. Ma è stata immaginata così tanto da diventare più vera del vero. Iperreale. È una società pensata da scrittori, poeti, rockstar, cineasti, artisti visivi, politici, sognatori, ideologi, architetti, e piano piano è diventata credenza, libreria, piano cottura, lampada, tavolino, cucchiaio, cornice per le fotografie, pianta grassa, piumone, sedia girevole.
È una società perfetta, ecco perché non esiste. Ma può esistere da un momento all’altro perché costa poco. Una visita all’Ikea comporta un pranzo economico e abbastanza gustoso a base di aringa e salmone e lo spettacolo più imprevedibile, perché lì la società illustrata dal catalogo si materializza in carne e ossa, il modello comincia a realizzarsi. Le diverse tipologie umane presentate con rigore tassonomico nel catalogo (del resto un buon catalogo deve sempre catalogare) acquistano corpo.

Dunque: un viaggio istruttivo.
Ma il viaggio comincia sulle pagine del catalogo. Quello che ho per le mani, ad esempio, si occupa di cucine. In una casa vissuta, la cucina è la stanza più vissuta di tutte: così come, in una casa algida, niente è più algido della cucina.
Ikea sta dalla parte della vita, perciò le sue cucine sono luoghi di vita, di incontri, luoghi dove è bello stare anche senza dover mangiare o bere o cucinare. Ed è così che ci si presentano. Cucina, soprattutto, vuol dire famiglia, ed è a tutti i modelli possibili di famiglia che Ikea offre le proprie cucine.
La prima cucina, alle pagine 8 e 9, ci presenta una famiglia composta da un papà, i suoi due bambini e una donna di diversa origine etnica. I bambini pasticciano qualcosa, sembra, con delle uova. Il papà è di spalle e sta consultando un libro di ricette: segno che sarà lui a cucinare. All’Ikea, sempre all’avanguardia del politically correct, sono più spesso gli uomini alle prese con i fornelli. Quanto alla donna, che non può essere la madre dei ragazzini, se ne sta seduta al tavolo a leggere il giornale: non è, dunque, né una baby-sitter né una colf, bensì - si presume - la seconda moglie dell’uomo.
Proseguendo, dopo aver ammirato una cucina in cui quattro ragazzi compiono azioni diverse (uno sbatte le uova, uno sta al computer, due parlano di cose serie, a significare che in cucina si fa tutto), incontriamo un’altra cucina di dimensioni più ridotte, in cui un gay - la posa è inequivocabile - pranza da solo in piedi, ma è contento, perché qualcuno ha scritto con un gessetto sull’antina una frase carina, con un cuore al posto della firma.
Nella pagina successiva intorno a un piano di lavoro un uomo e una donna conversano. Qui è lei che lavora di più, lui le dà solo una mano. Siamo sicuramente a casa di lei, i due sono single - lei dopo qualche incidente - e questo è un classico incontro al buio. La felicità nasce anche così.
Più oltre, ecco due uomini e due donne indaffarati. Sono molto amici, lo si vede dal fatto che stanno preparando tutti insieme la cena, molto allegramente. Due di loro sono asiatici, due europei: ma l’immagine non ci dice quali siano i legami, del resto è bello non saperli. Sono amici, e tanto basta.

Nella pagina successiva ecco una ragazza molto salutista, forse single. Indossa una gonna leggera e una maglietta senza maniche, ma porta ai piedi scarponi da trekking. Sta sbucciando una mela (verde, è ovvio) mentre altre mele (verdi) stanno sul lavello. Le mele sono l’unica cosa commestibile: per il resto abbiamo una piantina forse di menta e del basilico appeso sopra il lavello.
Abbiamo poi:
- una madre col figlio adolescente, più un gatto che deve essere il capo-famiglia perché è il solo a non cucinare;
- un padre di colore con la figlioletta il cui visino ci racconta di una madre ispanica;
- una bella donna sola che prepara la cena in un’atmosfera calda, con penombra e vaso di fiori (sarà una cenetta a due, di sicuro);
- due giovani donne, che dal modo in cui si guardano tradiscono un legame assai forte: forse una delle due ha appena raccontato all’altra i particolari della scorsa notte, o forse le due sono fidanzate tra loro.
Nell’ultima immagine, in una cucina tutta blu immersa nel crepuscolo un uomo vestito di blu guarda una bella finestra ad arco, chiusa. Non è una tipologia sociale: non è né omo né etero, né altra cosa. È solo un uomo, un individuo, e visto che da quella finestra non si vede niente è probabile che stia - semplicemente - pensando. Pagina 53.
Come dicevo prima, il bello è che, se andate all’Ikea e guardate chi la frequenta, vi accorgerete che questo mondo esiste già: però ci vuole l’Ikea a farlo venire a galla, perché in corso Vittorio Emanuele o in piazza Duomo non ve ne accorgereste mai.
ªDimenticavo. Non so se avete notato che c’è un assente in questa carrellata: la famiglia normale, quella composta da papà, mamma e figli. Quella semplice, popolare. Dove l’hanno messa?

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sabato 26 aprile 2008

Il Giornale e Panorama. Duri attacchi a Beppe Grillo. Parte terza.

La prima parte dell'articolo di Filippo Faccia pubblicato da Il Giornale la trovi qui, la seconda qui.

Jeep, ville e guai giudiziari. La vita spericolata di Beppe.
(Filippo Facci - Il Giornale) Alla fine degli anni Settanta Giuseppe Piero Grillo prende moglie: a Rimini conobbe la proprietaria di una pensioncina, Sonia Toni, e in breve si sposarono. Avranno una figlia, Valentina, e Davide, nato purtroppo con dei problemi motori. Il girovagare di Grillo tra i residence di Roma e Milano, tuttavia, renderà le cose difficili molto presto. Su un importante quotidiano nazionale, pochi anni dopo, la moglie rilascerà un’intervista in cui accuserà il marito di non andarla a trovare praticamente mai e soprattutto di lasciarle sempre pochissimi soldi. Ma oggi i rapporti sono ottimi: anche se si è vista negare, da ex candidata per i verdi a Rimini, il famoso bollino grillesco che suo marito rilascia alle liste civiche. Si è arrabbiata molto.
Il giorno più nero. Il tardo 1981 e non il 1980, come erroneamente riferito nel suo blog, è l’anno in cui il comico diviene protagonista di un episodio destinato a segnalarlo per sempre. Il 7 dicembre, da Limone Piemonte, decide di partirsene con alcuni amici alla volta di Col di Tenda, un’antica via romana tra la Francia e la Costa ligure: in pratica sono delle strade sterrate militari in alta quota che portano a delle antiche fortificazioni belliche. Con lui ci sono i coniugi Renzo Giberti e Rossana Guastapelle, 45 e 33 anni, col figlio Francesco di 8, oltre a un altro amico che si chiama Alberto Mambretti. Per farla breve: quel viaggio, d’inverno, è una follia. È una strada d’alta quota non asfaltata, e un altro gruppo di amici, nonché un’opportuna segnaletica, sconsigliano vivamente: a esser precisi, la strada è tecnicamente chiusa. Fa niente: Grillo ha uno Chevrolet Blazer, un costoso ed enorme fuoristrada rivestito esternamente di legno e peraltro inquinantissimo. Un quinto amico, Carlo Stanisci, forse si avvede del pericolo e decide di scendere assieme alla fidanzata e al cane. Finisce malissimo: all’altezza di Bec Rouge, alpi francesi, l’auto sbanda su un ruscelletto ghiacciato e scivola verso una scarpata; Grillo riesce a scaraventarsi fuori dall’abitacolo, ma gli altri no, e l’auto rotola nella scarpata per un’ottantina di metri. Mambretti sopravvive non si sa come. I due coniugi muoiono, e ciò che resta del figlio viene trovato sotto la fiancata dell’auto.

Sconvolto, Grillo si rifugia nella casa di Savignone che divide col fratello. Aspettando il processo, non si ferma: ha appena ultimato «Te la do io l’America», nel 1982 è protagonista di «Cercasi Gesù» diretto da Luigi Comencini e nel 1984 l’attende «Te lo do io il Brasile». E qui c’è un episodio, pure raggelante, raccontato in parte dall’Unità del 21 settembre scorso. Grillo accetta di partecipare alla Festa dell’Unità di Dicomano (nel fiorentino) per un cachet di 35 milioni. La sera dello spettacolo però diluvia, gente pochina e di milioni se ne incassano 15. Flop. I compagni di provincia cercano di ricontrattare il compenso, niente da fare: neppure una lira di sconto. Della segreteria comunista, tutta giovanile, l’unico che ha una busta paga si chiama Franco Innocenti, un 26enne: deve stipulare un mutuo ventennale nonostante abbia la madre invalida al cento per cento.
Poi i citati film. Nell’84 c’è il processo per l’omicidio colposo. Emblematico l’interrogatorio in aula: «Quando si è accorto di essere finito su un lastrone di ghiaccio con la macchina?»; «Ho avuto la sensazione di esserci finito sopra prima ancora di vederlo»; «Allora non guardava la strada». Il 21 marzo, dopo una lunga camera di consiglio, Grillo venne assolto dal tribunale di Cuneo con formula dubitativa, la vecchia insufficienza di prove: questo dopo aver pagato 600 milioni alla piccola Cristina di 9 anni, unica superstite della famiglia Giberti. La metà dei soldi furono pagati dall’assicurazione: «La stampa locale, favorevolissima al comico, gestì con particolare attenzione la fase del risarcimento» racconta il collega Vittorio Sirianni. Il Secolo XIX, quotidiano di Genova, s’infiammò con un lungo editoriale a favore dei giudici e dell’avvocato Pasquale Tonolo, ma l’entusiasmo fu di breve durata: l’accusa propose Appello e venne fuori la verità, ossia le prove: il pericolo era stato prospettato, oltretutto, da una segnaletica che nessun giornalista frattanto era andato a verificare. La strada era chiusa al traffico, fine.

La Corte d’appello di Torino, il 13 marzo 1985, lo condannò a un anno e quattro mesi col beneficio della condizionale, ma col ritiro della patente: «Si può dire dimostrato, al di là di ogni possibile dubbio, che l’imputato risalendo la strada da valle, poteva percepire tempestivamente la presenza del manto di ghiaccio (...). L’esistenza del pericolo era evidente e percepibile da parecchi metri, almeno quattro o cinque, e così non è sostenibile che l’imputato non potesse evitare di finirci sopra», sicché l’imputato «disponeva di tutto lo spazio necessario per arrestarsi senza difficoltà», ma non lo fece, anzi decise «consapevolmente di affrontare il pericolo e di compiere il tentativo di superare il manto ghiacciato. Farlo con quel veicolo costituisce una macroscopica imprudenza che non costituisce oggetto di discussione».
Non andrà meglio in Cassazione, l’8 aprile 1988: pena confermata nonostante gli sforzi dell’avvocato Alfredo Biondi, che nel settembre scorso è stato peraltro inserito da Grillo nella lista dei parlamentari condannati e dunque da epurare: il reato fiscale di Biondi in realtà è stato depenalizzato e sostituito da un’ammenda, tanto che non figura nemmeno del casellario giudiziario, diversamente dal reato di Grillo che perciò, secondo la sua proposta di non candidatura dei condannati, non potrebbe candidare se medesimo.
La villa di Sant’Ilario. Ma la vita continua. Nel 1986, poco in linea con certe sue intransigenze future, fu protagonista di alcuni spot per gli yogurt Yomo: «Ci hanno messo 40 anni per farlo così buono», diceva indossando una felpa con scritto «University of Catanzaro». «Lo yogurt è un prodotto buono», si difese lui. Per quella pubblicità vinse un Telegatto. È il periodo in cui andò a vivere a Sant’Ilario, la Hollywood di Genova: una bellissima villa rosa salmone, affacciata sul Monte di Portofino, con ulivi e palme e i citati frutti e ortaggi di plastica. Non fece scavare una piscina, ma due: cosa che piacque poco ai vicini e soprattutto al dirimpettaio Adriano Sansa, già poco entusiasta del terrazzo di 100 metri quadri che Grillo fece interamente ricoprire inciampando in un clamoroso abuso edilizio cui pose rimedio con uno di quei condoni contro cui è solito scagliarsi. Qualche modesto provincialismo anche all’interno, tipo la foto di lui avvinghiato a Bill Clinton appoggiata sopra il pianoforte.

Poi c’è la telenovela dei pannelli solari, pardon fotovoltaici. L’ex amministratore delegato dell’Enel, Chicco Testa, si è espresso più volte: «Grillo diceva che a casa sua, con il solare, produceva tanta energia da vendere poi quella in eccesso. Ma feci fare una verifica e venne fuori che da solo consumava come un paesino». In effetti si fece mettere 20 kilowatt complessivi contro i 3 kilowatt medi delle case italiane, sicché consumava e consuma come 7 famiglie. L’Enel, dopo varie lagnanze di Grillo, nel 2001 decise di permettere l’allacciamento alla rete degli impianti fotovoltaici (come il suo) e addirittura di rivendere l’elettricità in eccesso all’Enel stessa: quello che lui voleva. Il suo contratto di fornitura, con apposito contatore, fu il primo d’Italia. E da lì parte la leggenda dell’indipendenza energetica di Grillo: in realtà il suo impianto di Grillo è composto da 25 metri quadrati di pannelli e produce al massimo 2 kilowatt, buoni per alimentare il frullatore e poco altro.
A ogni modo le polemiche ambientaliste di Grillo ebbero a salire proprio in quel periodo: «Anche Chicco Testa dovrebbe essere ecologista, e tutto quello che sa dire è che ci vuole più energia quando il 90 per cento di energia di una lampadina va sprecata. Non si tratta di produrre più energia, ma di risparmiarla». Giusto. Lui però intanto consumava, e consuma, come una discoteca di Riccione. (3. continua)

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Il Grillo sparlante del 25 aprile. V-day: in 450mila pronti a firmare per Grillo.


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(Tiscali notizie) Un Beppe Grillo più scatenato che mai dopo il V-Day del 25 aprile: "Ieri a Torino eravamo in 120mila. Chi era presente lo sa e anche chi può informarsi in Rete. C'erano tutte le televisioni più importanti del mondo, dalla BBC a Al Jazeera. Loro racconteranno al mondo cosa sta succedendo in Italia. Loro descriveranno il fascismo dell'informazione". Grillo torna a dividere il mondo in "noi", i suoi V-people, e "loro", il mondo dei media e del 'potere' in generale', e ringrazia quanti hanno partecipato, in loco o collegati, al secondo V-day: "Almeno due milioni di persone".
450mila firme raccolte - "Le file ai banchetti - racconta sul suo blog il comico-guru - erano lunghe il doppio dell'otto settembre. I primi dati sono di 450mila firme raccolte per l'abolizione dell'ordine dei giornalisti, dei finanziamenti pubblici all'editoria e della legge Gasparri. Nella storia repubblicana - afferma - non è mai successo. Nessuno, nessuno è riuscito a raccogliere un numero simile di firme autenticate in un solo giorno". "Non cercate l'informazione nei giornali o nelle televisioni, cercatela in Rete. Non esistono giornalisti buoni o giornalisti cattivi. Esiste - osserva - un'informazione di regime o la verità. Voi siete giornalisti. Voi siete Beppe Grillo. Pubblicate le foto e i video di questo bellissimo 25 aprile in Rete, sui vostri blog, su Youtube. Grazie, Grazie, Grazie. Siete stati fantastici. Loro non molleranno mai, noi neppure. Per un nuovo Rinascimento".
Polemica con Napolitano - "Siamo andati a votare delle elezioni assolutamente incostituzionali, irregolari, fuori legge. Il presidente della Repubblica, Morfeo Napolitano, dorme, dorme e poi esce e monita. Dovevamo fare un referendum per cambiare la legge elettorale e lui ci ha fatto fare prima le elezioni, non dopo. E' come mettersi il profilattico dopo". Dal palco di Piazza San Carlo Beppe Grillo non risparmia nessuno e riferendosi al Capo dello Stato dice: "Napolitano dovrebbe essere presidente degli italiani e non dei partiti. Non ci sono più i partiti".
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Vaffa-day sulla stampa, in migliaia a Torino con Beppe Grillo.
(La7) Attacchi ai media, al Capo dello Stato, ai partiti: "siamo noi i nuovi partigiani".

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venerdì 25 aprile 2008

Il Giornale e Panorama. Duri attacchi a Beppe Grillo. Parte seconda.

La prima parte dell'articolo di Filippo Faccia pubblicato da Il Giornale la trovi qui.

Beppe, il «grande ingrato» che rubava battute a tutti.
(Filippo Facci - Il Giornale) Le prime tracce visive di un Beppe Grillo volontariamente comico sono del 1970: un cortometraggio in super 8 diretto da Marco Paolo Pavese e scritto e interpretato e doppiato dal citato Orlando Portento; lì si vede il primo Grillo, imberbe. Mediaset ne mandò in onda degli spezzoni qualche anno fa. Ma Grillo, già da tempo, aveva cominciato a fare qualche seratina di cabaret accompagnandosi con la chitarra: circolini, qualche discoteca, molte feste e festicciuole politiche per liberali e socialdemocratici e democristiani e socialisti. «Gl’importava zero della politica» dice ora Portento, «era un frivolo, un cinico», anche se Grillo ogni tanto raccontava di qualche simpatia familiare per i liberali di Giovanni Malagodi. L’avvocato Gustavo Gamalero, boss dei liberali genovesi, lo ingaggiò per alcune cene elettorali prima delle elezioni regionali: 15mila lire a serata. Più di 20mila, in giro, non se ne spuntavano: per questo gli amici lo aiutarono dopo che la famiglia chiuse o quasi i rubinetti. Lo aiutava anche qualche giovane imprenditore che voleva mettersi in vista; lo aiutava la bella ragazza con la quale stette per quasi dieci anni, Graziella, che vanamente cercò di farsi impalmare; lo aiutava qualche giornalista cui Grillo pietiva qualche buona recensione, e tra questi ha memoria buona Vittorio Siriani, ai tempi al Corriere Mercantile. Insomma lo aiutavano tutti, e va benissimo: ma ce ne fosse uno che non lamenti ingratitudine. In quel periodo i localini di cabaret furoreggiavano: il Kaladium dietro la chiesa di Santa Zita, oppure il Meeting, o ancora il citato Instabile di via Trebisonda che apparteneva al pure citato Luigi De Lucchi, altro mentore di Grillo che tuttavia una sera dovette avvedersi dell’ormai storica ingratitudine del suo ormai ex pupillo. Lo aveva invitato appunto all’Instabile, il 27 dicembre 1977, oltretutto per consegnargli un premio; centinaia di spettatori aspettavano trepidanti, ma niente: Grillo telefonò e fece sapere che non ce la faceva, che era stanco. Disastro: De Lucchi dovette rimborsare tutti i biglietti salvo accorgersi, il giorno dopo, che Grillo in realtà aveva preferito esibirsi in un altro localino, il P4: perché lo pagavano di più.

Il vero problema di Grillo, all’epoca, era che a dispetto del talento non aveva ancora un repertorio tutto suo: prendeva a destra e a manca. Il gran suggeritore rimaneva Portento, per il resto rubacchiava qua e là: cantava sempre, tra altre, le canzoni di Pippo Franco che all’epoca nessuno conosceva. O quasi: «Gli organizzai un provino con un boss di Telemontecarlo, il ragionier Moracca, e il Giuse cantò due canzoni con la chitarra», racconta Portento, che certo non nasconde una forte antipatia per Grillo. «Poi Moracca mi prese da parte e mi disse: “Orlando, ma è questo il fenomeno? Uno che canta le canzoni di Pippo Franco?”. Ai tempi Grillo non aveva niente di suo: solo la faccia, i denti digrignati».
Bullonate. Quanta cattiveria. A ogni modo fu nei primi anni Settanta, per cercar di sfondare, che Grillo provò a trasferirsi a Milano. Pagavano anche 25mila a serata, da quelle parti. Si fece crescere la barba. Andreino, il fratello, tempestò tutti di telefonate affinché lo convincessero a tornare: «Fallo provare ancora un anno, è bravo» gli rispose Portento. Poi, più o meno al terzo anno milanese, la grande occasione: al localino «La Bullona» venne Pippo Baudo con una commissione Rai. Grillo s’inquietò, chiamò Portento, si rispolverarono vecchie battute. La sera fatidica Portento sbarcò alla «Bullona» con una sostanziosa claque e tutto scivolò liscio, o quasi. Grillo, sul suo sito, ha scritto che quella sera “improvvisò un monologo”, ma secondo Portento non improvvisò niente. Anzi, rischiò, perché Baudo fu curiosamente attratto proprio da Portento. Più tardi, anche se il provino del Giuse era andato benissimo, attorno a Portento si formò un capannello dove spuntava il testone di Baudo, e Grillo non resse la scena. Se ne andò, ingelosito. Una scena analoga a quella raccontata da Dino Risi a margine del film «Scemo di guerra», anno 1984: «Già depresso perché ridotto al ruolo di spalla», ha detto il regista al Corriere della Sera, «Beppe si ingelosì del rapporto speciale che avevo con Michel Coluche: e così, per ripicca, fece la mossa classica dell’attore indispettito e si diede malato. Per due mesi dovemmo sospendere le riprese. Finché qualcuno non gli fece sapere che se non fosse tornato avrebbe dovuto pagare una penale. Parola magica: da buon genovese si ripresentò sul set». Il controllo legale chiesto dalla casa cinematografica ebbe buon gioco. Grillo girò altri due film, purtroppo sfortunati e distrutti dalla critica: «Cercasì Gesù» di Luigi Comencini e «Topo Galileo» di Francesco Laudadio. A Dino Risi è rimasto il dente avvelenato: «La cosa che gli è riuscita meglio è la svolta antipolitica, anche perché è più attore oggi di quando cercava di farlo per davvero. Attenzione, però: non c’è niente di vero nel personaggio che interpreta».

e la do io Reggio Calabria. Qui ricomincia l’avventura. E qui si perfeziona la straordinaria attitudine di Grillo di mollare quelli di cui non ha più bisogno. Normale? Dipende. Altri personaggi come Paolo Villaggio e Tullio Solenghi, a Genova, te li raccontano come saldamente legati ad amici e radici genovesi: Grillo no. Trovare qualcuno che te ne parli bene, in città, è un’impresa. Sarà l’invidia. Per cominciare, appena ebbe successo, mollò la fidanzata. Altri non lo ricordano volentieri: «È l’essere più falso e opportunista che abbia mai conosciuto in vita mia» racconta il presentatore Corrado Tedeschi, «e non ha neanche un pizzico di umanità. C’è stato un periodo in cui ci siamo frequentati insieme alle nostre compagne, pensavo che ci fosse stato un minimo di amicizia, poi seppi che parlava malissimo di me». Pare che Walter Chiari non avesse un’opinione molto diversa, ma vallo a sapere. Anche il rapporto con Portento cominciò ad allentarsi, ma resistette perché ancora utile: dopotutto era stato Portento a scrivere «Te la do io la Francia» nel 1969, ben prima dei fortunati «Te la do io l’America» e «Te lo do io il Brasile»: «Dovevamo anche fare “Te la do io Reggio Calabria”, perché io sono di Bagnana Calabra, ma non se ne fece più nulla» dice l’ex amico. Grillo ormai era lanciatissimo. Nel 1977-78 sulla Rai partecipò a «Secondo voi» e nel 1979 a «Luna Park», stesso anno in cui esordì come presentatore a «Fantastico» assieme a Loretta Goggi, programma di Antonio Ricci. Di lì in poi potrà scegliersi nuovi autori che gli scrivano le battute: Ricci medesimo e Stefano Benni tra questi. Fu il successo vero, e nondimeno i soldi veri che il fratello Andreino prese a gestirgli: anche perché il Giuse non si fidava di nessuno. La Cannelli Grillo era stata ceduta agli stessi operai che ci lavoravano, e cominciarono altri investimenti. L’attico di corso Europa venne trasformato in un centro benessere (massaggi, ecc.) curato da certo professor Mario Miranda: ma l’impresina fallì quasi subito. Ben prima di acquistare una villa al Pevero, in Costa Smeralda, acquistò tre appartamenti nel residence Marineledda nel golfo di Marinella, dove Silvio Berlusconi ha la sua famosa villa. Ottenne forti sconti, Grillo, promettendo che sarebbe venuto a fare delle serate di cui non si ha notizia. Fece tutto col fratello, da cui rileverà la maggioranza assoluta (99 per cento) dell’immobiliare Gestimar di Genova. Cominciò anche la sfilza delle belle auto, in ordine sparso: Porsche, Chevrolet Blazer, secondo alcuni una Maserati, e sicuramente, più avanti, una Ferrari 308 bianca e una Ferrari Testarossa (rossa, chiaro) che terrà parcheggiata davanti alla discoteca Davidia di Genova, coperta da apposito telone. (2. continua)

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Il Giornale e Panorama. Duri attacchi a Beppe Grillo dai giornali di Berlusconi.


Il blog per Grillo è un affare: raddoppiati redditi, vende prodotti, abbonamenti e strozza i librai.
(Giacomo Amadori - Panorama) Vaffa... a chi dice che l'onestà non paga». Sembra di sentirlo il ragionier Giuseppe Grillo, classe 1948, mentre gongola davanti al suo estratto conto e srotola la sua inconfondibile cantilena. Infatti lui, l'instancabile fustigatore di furbetti e mariuoli, di privilegi e clientele, ha praticamente raddoppiato il suo reddito da quando indossa i panni scuri (rigorosamente oversize) del Savonarola «crossmediale» (la definizione è contenuta in un saggio recente), a cavallo tra la piazza virtuale di internet e quelle reali dei «V-day» (venerdì 25 aprile l'appuntamento è a Torino per manifestare contro la «casta dei giornalisti» in nome di «una libera stampa in un libero stato»).

La svolta per le sue finanze arriva con l'apertura, il 26 gennaio 2005, del cliccatissimo blog internettiano e con il tour teatrale Beppegrillo.it: il primo caso di uno spettacolo che promuove l'indirizzo di un sito. Ma vediamo i dettagli. Panorama ha esaminato le sue ultime dichiarazioni dei redditi e ha avuto conferma, innanzitutto, che Grillo paga le tasse. Molte. Visto che l'Istat non prevede l'attività di predicatore online, il commercialista di Grillo, il genovese Stefano Cecchi, denuncia i guadagni del cliente alla voce «creazioni nel campo della recitazione». Come un comico o un attore qualsiasi.

Anche gli introiti non sono quelli di un leader politico, più o meno virtuale. Infatti Grillo ha dichiarato nel 2006 un reddito imponibile di 4.272.591 euro, 20 volte quello del presidente del Consiglio uscente, Romano Prodi (217 mila euro nel 2006). Gli anni precedenti per Grillo («Ragioniere che sa fare bene i suoi conti» lo definisce scherzando l'ex compagno di scuola Roby Carletta), senza sito e spettacolo tematico, erano stati meno remunerativi.

Nel 2004 e nel 2003 gira l'Italia con lo show Black out, facciamo luce e dichiara rispettivamente 2.633.720 euro e 2.133.694; nel 2002 batte i teatri con il tour Va tutto bene e le entrate sono più o meno le stesse: 2.214.286. Insomma, sebbene la moglie di Grillo, la signora Parvin, a un'amica abbia confidato che non si vive di soli V-day, certo essi aiutano.

Dal gennaio 2005 Grillo elettrizza l'etere con il suo blog: il settimanale statunitense Time nel 2005 dichiara lo showman genovese uno degli «eroi europei» dell'anno e nel 2008 promuove il suo diario internet tra i 25 più influenti del globo. Un palco virtuale da cui il tribuno arringa in media, si dice, 200 mila persone al giorno. Da qui spedisce sfratti a parlamentari e ministri, liquida i partiti, licenzia manager e impartisce lezioni ecologiste.

Ma se le prediche e la discesa in campo, per ora, non hanno dato i risultati sperati a livello elettorale (alle recenti amministrative le nove liste di «amici di Grillo» presenti in regioni e capoluoghi di provincia hanno racimolato in tutto un deputato siciliano e un paio di consiglieri comunali), dal punto di vista economico si sono rivelate un trionfo.
Come sottolinea Aldo Marangoni, manager dell'agenzia che lo segue da circa trent'anni: «Da quando è partito il blog è stato un successo crescente». Una media di 5 mila spettatori per 80-90 date a tournée, quasi mezzo milione di persone pronte a pagare dai 20 ai 30 euro per ascoltarlo nei palasport. «Le date registrano il tutto esaurito in tempi sempre più brevi» aggiunge Marangoni. Che nel 2005 ha versato a Grillo 3.942.038 euro (cifra cresciuta negli anni successivi).

E il resto della torta? Nella dichiarazione 2006, 512.132 euro provengono dalla Società italiana degli autori ed editori (Siae); 69.784 dalla Casaleggio associati, l'agenzia che gestisce il suo blog (quell'anno all'esordio); 45 mila dalla Feltrinelli (con cui ha pubblicato Tutto il Grillo che conta); 15.500 dal settimanale Internazionale, per cui scrive. Gli fruttano anche gli investimenti fatti presso la Banca Antonveneta che nel 2005 subiva la scalata della Banca popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani, arrestato a dicembre di quell'anno per aggiotaggio, insider trading, truffa aggravata e associazione per delinquere. Quella volta Grillo, al contrario di altre occasioni (per esempio nella vicenda Parmalat), non era riuscito a preconizzare quello che sarebbe accaduto.

Certo le apparenti contraddizioni non spaventano l'uomo. Lo sanno bene gli amici dell'infanzia, quelli che si radunavano in piazza Martinez per sfidarsi con le grette o nelle gare di sputi, o magari per organizzare scherzi feroci (una volta rischiarono di ustionare un barbone che dormiva). «Giuse, come lo chiamavamo» dice Carletta, cabarettista pure lui, «nel '68 non si interessava di politica. Tra di noi chi metteva l'eschimo lo faceva per cuccare ai festival dell'Unità».

Mentre a scuola venivano organizzate le prime assemblee studentesche, Grillo scarabocchiava alla lavagna i testi delle canzoni di Celentano. All'impegno preferiva le vasche con gli amici in via XX Settembre, il repertorio di Pippo Franco e Duilio Del Prete e le feste con paste secche e vermut. «Quando ballava a guancia a guancia nella penombra era l'unico momento in cui lo vedevamo serio» ricorda ancora Carletta.

Un giorno «porcellino» (il suo soprannome, vista la silhouette tondeggiante) corteggiò la ragazza del giovane sbagliato che in cambio gli ruppe i denti con una testata. Quasi una fortuna visto che gli incisivi sporgenti erano poco telegenici. E che la politica non lo interessasse lo conferma l'ex amico Orlando Portento: «Ha fatto spettacoli per tutti i partiti, ma non certo per motivi ideologici». All'epoca alla politica preferiva le auto sportive e le donne, sebbene sia sempre stato accompagnato dalla fama di genovese parsimonioso: «Ricordo che a Nervi girava con una tuta senza tasche e io gli dicevo che era meglio pagare un caffè che un cardiologo» conclude Portento.

Nel 1990 cambia tutto, Grillo, scovato da Pippo Baudo in un cabaret milanese, viene cacciato dalla tv per una battuta sui socialisti: scopre così l'impegno e i teatri. Nel 1991, secondo un sondaggio Abacus, è il comico più popolare. Iniziano i discorsi all'umanità e le sue performance televisive entrano nel circuito dei programmi di culto. Sino alla scoperta del blog e della sua capacità di rilanciare temi e polemiche che incrementano il fenomeno commerciale. Un meccanismo esaminato nel saggio Chi ha paura di Beppe Grillo? pubblicato in questi giorni dalla Selene edizioni.

I tre autori hanno tenuto sotto osservazione il sito per quasi tre anni. «Chi spera di trovare un blog in realtà entra in uno splendido negozio con un sistema di vendita che funziona benissimo» afferma Edoardo Fleischner, saggista e docente di nuovi media e società all'Università Statale di Milano.

Via internet Grillo vende ogni genere di gadget. Basta cliccare sul sito www.beppegrillo.it per rendersene conto. Di fianco ai vari «comunicati politici» e agli aggiornamenti sul V2day c'è un suq dove manca solo la boccetta con il fiato di Grillo: in catalogo il video del V-day 2007 (l'offerta è libera, ma Grillo precisa: «Chi vuole la mia rovina economica e non verserà neppure un centesimo dovrà almeno pagare le spese di spedizione»), il dvd dello spettacolo Reset (10,20 euro), il libro Tutte le battaglie di Grillo (9,40) e molto altro. Non manca un'area riservata ai negozi.

I librai non possono acquistare meno di 25 pezzi e non è previsto il reso. Questa è la legge di Grillo. Che trasforma in «palanche» tutto quello che tocca. Persino le sezioni virtuali del partito fruttano.

Chi vuole aprire un fan club deve collegarsi alla piattaforma statunitense Meetup.com e pagare una quota: 19 dollari per un mese, scontati a 72 per chi prenota un semestre. Visto che i meetup segnalati sul sito sono 508 (per 360 città e 72 mila iscritti), i conti sono presto fatti: garantiscono un introito di almeno 73 mila euro l'anno. Non è chiarito se quei denari vengano incassati interamente dagli americani. Di certo iscriversi è facile: anche Panorama, utilizzando un solo indirizzo email, ha fondato tre «Beppe Grillo meetup»: «Libera stampa», «Mondadori» e «Segrate». In pochi minuti erano già prenotabili online (sul sito Meetup.com) magliette (16,95 dollari), cappellini (11,95), tutine per neonati (16,95) e tazze (12,95) con i loghi dei nuovi gruppi.

Il sito di partenza (Beppegrillo.it) è gestito dalla Casaleggio associati di Milano, società nata nel 2004 e specializzata nel far fruttare al massimo la rete. Nel 2005 ha dichiarato un volume di affari di 40.525 euro e perdite per 66.833 euro, l'anno successivo, dopo il necessario rodaggio e l'incontro con Grillo, il fatturato è schizzato a 1.187.724 con un reddito imponibile di 380.505 euro.

Il guru dell'agenzia è il perito informatico Gianroberto Casaleggio, 53 anni e riccioli alla Angelo Branduardi. Tra i suoi best-seller Il Web è morto, viva il Web e Web ergo sum. Il merito della conversione a internet di Grillo è suo (nel 2000 l'ex comico genovese apriva gli spettacoli spaccando computer con una mazza da baseball). Nell'introduzione di un libro di Casaleggio, Beppe racconta il loro incontro in un camerino di un teatro livornese: «Cominciò a parlarmi di rete. Di come potesse cambiare il mondo. (...) Tutto fu chiaro, era un pazzo. Pazzo di una pazzia nuova, in cui ogni cosa cambia in meglio grazie a internet».

Le antenne di Grillo si alzarono subito, forse perché la vera specialità di Casaleggio e soci è trasformare l'etere in euro. Per esempio a marzo la sua società ha presentato un focus su «tendenze, strategie, numeri e opportunità dell'e-commerce in Italia». Così oltre a mettere in vendita i prodotti del V-ideologo, Casaleggio è diventato pure il suo editore.
Non tutte le idee rivoluzionarie di Casaleggio seducono Grillo. Per esempio, non sembra averlo convinto la battaglia per l'abolizione del copyright, visto che nei mesi scorsi il predicatore di Sant'Ilario ha fatto un esposto contro la vendita su eBay dei dvd taroccati dei suoi spettacoli. Risultato: il vicentino Alessandro B., 19 anni, si è trovato la Guardia di finanza in casa e il computer impacchettato.

Casaleggio non si è scoraggiato e ha trasformato il blog di Grillo in un laboratorio. Basta leggere sul sito della società: «L'obiettivo è sviluppare in Italia una cultura della rete (...) con la creazione di gruppi di pensiero e di orientamento». E che cosa sono i grillini se non questo? Il marketing virale (il vecchio passaparola), uno dei cavalli di battaglia di Casaleggio, a settembre ha portato in piazza circa 1 milione di persone per il V-day.
Casaleggio, secondo alcuni, direbbe la sua anche sui contenuti del sito, oltre che sulle strategie. Fleischner è esplicito: «Grillo ha confessato che gli spunti sono suoi, ma che per la stesura dei suoi temutissimi articoli riceve degli aiutini».

Molte delle idee di Grillo, come la repentina (e ora un po' sopita) passione per il mondo virtuale di Second life (trasmessa pure ad Antonio Di Pietro, altro cliente famoso di Casaleggio), sono ispirate dal perito informatico milanese. Però la sua biografia non è quella del ribelle estraneo all'establishment. I biografi raccontano che alla fine degli anni 90 lavora all'Olivetti di Roberto Colaninno, poi diventa amministratore delegato della Webegg (società con 600 dipendenti), joint-venture tra Olivetti e Telecom che si occupa di consulenza strategica per internet.

Nel 2000 siede con Michele Colaninno (il figlio minore di Roberto) nel consiglio di amministrazione della Netikos, un'altra agenzia internettiana. Nel 2004 Webegg viene ceduta alla Value partners e Casaleggio insieme con altri fuoriusciti dalla Webegg si mette in proprio. Tutta gente che si muove bene nel mondo finanziario, tanto che qualche maligno rilegge in filigrana alcune delle battaglie nell'agenda di Grillo.

Ma i cacciatori di pagliuzze rinfacciano al Beppe nazionale altre incoerenze. Lo accusano di promuovere una legge per lasciare fuori dal Parlamento i politici condannati in primo grado, sebbene abbia una condanna definitiva per omicidio colposo in un incidente stradale. Gli appunti dei puristi non finiscono qui: nel 2003 la Gestimar, l'immobiliare di famiglia di cui Giuse è socio insieme con il fratello Andrea (nel 2006 hanno denunciato 12 appartamenti in provincia di Genova, per un reddito imponibile di 53.530 euro), ha usufruito del berlusconiano condono tombale, uno dei bersagli preferiti negli spettacoli di Grillo.

Peccati veniali che non intaccano la fiducia dei fan. Anche perché le disavventure giudiziarie non risparmiano neppure loro. A Genova, la capitale del grillismo, uno degli organizzatori del V2-day, che ha presentato in questura il preavviso per la manifestazione del 25 aprile, nel 2007 è stato condannato (patteggiando) a 1 anno e 4 mesi per bancarotta fraudolenta. Ma questa è un'altra storia.
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"Vi raccontiamo la vera storia di Beppe Grillo".

(Filippo Facci - Il Giornale) Il nostro uomo, una delle fonti incontrate nella nostra due giorni genovese, comincia a esser stanco: «Poi va be', ci sono storie personali, che non si possono scrivere». Dica. «Non si possono scrivere». Dica. «Ma niente, lui a un certo punto stava in questo suo attico in corso Europa, che era tutto bello, col pianoforte, e ogni tanto ci portavamo le ragazze che gli procuravo quasi sempre io. Tra l'altro sotto il letto nascondevamo un mangianastri per registrare le cose, gli amplessi, poi riascoltavamo e ci ammazzavamo dal ridere. Avevamo un gergo nostro: lui, il coso, lo chiamava "il gottoro", e urlava sempre questa parola alle ragazze che non capivano: "Gottoro! Ecco il gottoro!". Il problema è che un giorno sua madre trovò le cassette e si mise ad ascoltarle, un macello». È questa la storia personale? «Aspetti. Un giorno portammo nell'attico due ragazze, mi ricordo che una era sposata. I suoi, del Giuse, erano nella casa di Savignone. Ma niente: ognuno cominciò a fare le cose sue e a un certo punto lui fece un urlo bestiale, ma bestiale, corse da me tutto nudo e disse "Guarda, guarda! Che mi succede?" e io glielo guardai e lui... lui...».
Censura.
La disavventura sessuale, oggettivamente ridicola, ebbe epilogo al pronto soccorso dell'ospedale San Martino, praticamente lì di fronte. Censura: anche se il soggetto non la meriterebbe perché lui una storia del genere (di un altro) l'avrebbe raccontata di sicuro: si parla di una persona, un comico, che ebbe a chiamare «Alzheimer» l'ex capo del governo e «venditore di bava» l'ex capo dell'opposizione, uno che ha mandato letteralmente affanculo decine di persone e che di fronte alla critica di un direttore di telegiornale, Mauro Mazza, ha replicato testualmente: «E se sparassero nel culo a lui?». La battuta sul Papa manco ce la ricordiamo, sta di fatto che qui, di fronte al grillismo, stanno saltando tutte le regole, si sta riscrivendo il galateo della politica per adeguarlo a quello dell'antipolitica: dunque la tentazione di adeguarci c'è, la voglia di non censurarci pure, come a dire: Grillo eccoci, siamo pronti, se questo è il ballo si balla anche noi, si fa all'americana come predicano tanti giornalisti amici suoi: e ti si contano anche i peli del bulbo. Da qui, come modesto e sperimentale assaggio, la nostra due giorni genovese e questa modesta inchiesta.

Il Giuse. Giuseppe Piero Grillo è nato il 21 luglio 1948 a Savignone, Valle Scrivia. Secondo l'imbarazzante e compiaciuta agiografia «Beppe Grillo», forse il più insignificante libro pubblicato da Mondadori negli ultimi vent'anni, Beppe da Bambino «lanciava urli (sic) alla James Brown» e il padre commentava affettuosamente: «Sembra una bestia. Tuo figlio è un idiota». La famiglia, in ogni caso, di base stava a Genova nel quartiere di San Fruttuoso della celebratissima piazza Martinez, fucina di geni e lazzaroni dove piccoli leader minimi e massimi sedevano tra il bar Cucciolo e la fermata dell'autobus. Qualche bici, poche motociclette, le ragazze migliori della zona e in qualche modo anche il giovane Grillo, patito di calcio come tutti gli altri. «Aveva 12 anni e lo portai a fare un provino per una squadra locale sponsorizzata dalla Shell», racconta uno che c'era, «il problema è che il Giuse era una balena, lo chiamavamo Porcellino. Aveva un buon tocco di palla, ma l'allenatore ricordo che mi disse: "Ma chi mi hai portato?"».

Giocava a pallone anche Antonio Ricci, che era di Albenga e però a piazza Martinez, assieme a Roby Carretta, era in qualche modo collaterale: «Ma Ricci non era molto portato. Mi ricordo che nella sua squadra c'era anche Donato Bilancia, il serial killer. Stava sempre al bar Cucciolo». È vero: ma era un tipo innocuo e lo chiamavano Belinetta. Del giro era anche Vittorio De Scalzi, quello dei New Trolls. L'unico davvero portato per il calcio pareva il Portento, Orlando Portento, il bello della compagnia nonché un talento comico che quasi tutte le fonti indicano come il vero mentore e inventore di Beppe Grillo, privo tuttavia della sua pervicacia. Portento giunse alla serie B, e nella Sampdoria dei giovani Marcello Lippi e Roberto Vieri, padre di Bobo, ma poi s'infortunò. È tornato clamorosamente alla ribalta, Portento, come cabarettista e come marito di quell'Angela Cavagna che ha partecipato al reality show La Fattoria. Un paio di fonti indicano come vero scopritore di Grillo, invece, il gallerista Luigi De Lucchi, fondatore dell'Instabile, localino di cabaret forse unico nel suo genere.

Senza denti. Il giovane Grillo tutto sommato stava economicamente benino. Si diplomò ragioniere all'Ugolino Vivaldi, che era un istituto privato per rampolli-bene con retta piuttosto esosa. S'iscrisse anche a Economia e commercio, ma presto la piantò lì. Il padre, Enrico, possedeva una fabbrica di fiamme ossidriche (la Cannelli Grillo) e lo reclamava, ma lui da principio non ci pensava neanche. Secondo il più interessante libro «Beppe Grillo» di Paolo Crecchi e Giacomo Rinaldi (Ariberti editore) «il ragionier Grillo prova a lavorare nell'azienda di papà con scarsi risultati, rimettendoci 200mila lire degli anni Sessanta». Altrimenti consigliato, per un certo periodo fece il piazzista di jeans per la Panfin, ma fu licenziato. Era un ragazzo normale, un po' buffo, tifava Sampdoria, vestiva decentemente, aveva i jeans Sisley che furoreggiavano, andavano di moda le basette lunghe che lui però non aveva: le improvvisava schiacciandosi giù i capelli col sapone. Non era bello, ma sopperiva con la simpatia.

Era secondogenito e un po' il cocco di casa, suo padre non disdegnava di prestargli la Fiat 1100 che per rimorchiare si rivelò fondamentale, anche se aveva il difettuccio del pesare come una balena e quegli incisivi molto sporgenti: e con le ragazze era un problema, dicevano che baciandolo le pungeva. La soluzione fu drammatica: un giorno, alla discoteca Peppermint che era la più importante di Genova, ebbe la pensata di tampinare la ragazza di un certo Luciano Rovegno, che non era propriamente uno stinco di santo: e infatti reagì dandogli una tale testata da fargli saltare tutti gli incisivi che restarono lì, sparsi per terra. Glieli rimisero. Dritti.

Le melanzane di plastica. La celebre tirchieria di Grillo (parsimonia, si dice a Genova) in quel periodo prende le forme di incontrollabili leggende. Ben quattro presunti testimoni raccontano che girasse con una tuta appositamente senza tasche per non avere soldi da spendere. All'epoca fumavano tutti, ma lui prendeva le Hb nel pacchetto da dieci. Non pagava mai niente, non offriva mai niente, e questo lo dicono davvero tutti: occorre tener conto che dei genovesi che lamentano la tirchieria altrui sono come dei napoletani che accusassero qualcuno d'essere chiassoso. «Non era tirchio, era malato» racconta un suo ex sodale: «"Offri qualche caffè ogni tanto, risparmierai col cardiologo", gli dicevamo sempre».

Più avanti, nel 1980, la concessionaria Fiat Piave di Genova gli regalò una Punto: lui si lamentò perché non aveva l'autoradio. Altra leggenda vuole che nella sua villa di Sant'Ilario abbia frutti e ortaggi di plastica, e la citata biografia di Crecchi e Rinaldi conferma tutto: «Era guardato con diffidenza dai contadini perché rifiutava ostinatamente di coltivare le sue fasce di terra, ma un giorno ha avuto un'intuizione delle sue sistemando ortaggi di plastica turgidi e coloratissimi tra gli ulivi e i pitosfori».
Andrea detto Andreino, il fratello minore, ha raccontato alla Stampa d'avergli prestato un completo di gabardine nero salvo riaverlo completamente liso. «Mi deve ancora restituire una giacca a soffietto che gli prestai negli anni '70» racconta invece Portento, «e mi deve ancora pagare una camicetta da donna che regalò a un'amica», dice l'ex amico che ai tempi aveva un negozio di abbigliamento. Antonio Ricci ha raccontato che «io sparecchiavo, e se buttavo via delle briciole Beppe le recuperava dalla spazzatura e il giorno dopo ci impanava la milanese». È stata invece la seconda moglie di Grillo, Parvin Tadjk, intervistata a Crozza Italia su La7, a parlare degli snervanti controlli del marito sugli scontrini della spesa. Dopo la balzana ipotesi che Beppe Grillo si sia fatto crescere la barba per risparmiare sulla lamette, altro ritornello genovese, la carriera di Grillo entra nel vivo. (1. Continua)

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